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    BUONUMORE NEI MERCATI

    by Gianluca Freda (27/03/2008 - 00:02)


    LA PROSSIMA RISATA DEGLI DEI
    di Bill Bonner
    dal sito 321gold.com
    Traduzione di Gianluca Freda
     

    Lo sentite questo suono?

    E’ il suono della risata degli dei. Essi ridono della Northern Rock, della Bear Sterns e di tutti gli angeli, arcangeli, serafini e cherubini dell’industria finanziaria. Questi genii credevano di aver messo un braccialetto di controllo alle caviglie dell’incertezza. Credevano che con i loro nuovi strumenti sarebbero riusciti a modellare il rischio, quantificarlo e controllarlo. Ora stanno fallendo... e gli dei si rotolano sul pavimento dal ridere.

    Ma restate in ascolto, perché le risate più grosse devono ancora venire.

    Alan Greenspan, il funzionario statale più noto del mondo dopo Ponzio Pilato, ha scritto questa settimana un articolo sul Financial Times. Per far risparmiare tempo al lettore, ridurremo la sua mezza pagina di circonlocuzioni sulla crisi finanziaria odierna a 5 semplici parole: non è stata colpa sua. Una forza ignota e imprevedibile si è impadronita dei mercati finanziari, ha spiegato il poveretto... una specie di “materia oscura” che ha costretto le persone a comportarsi in maniera un po’ buffa. Secondo Mr. Greenspan, la fonte essenziale del problema sta tutta nell’industria edilizia. Per qualche motivo (egli ha deciso di non rivelare quale) ha costruito troppo. “La crisi finirà”, ha proseguito, “quando i prezzi delle case si stabilizzeranno e con essi il valore delle equities sulle abitazioni concesse con mutui a rischio”.

    Mr. Greenspan ha anche spiegato che la “fiducia” nel mercato è stata “profondamente scossa” “quando la BNP Paribas ha annunciato vaste perdite impreviste sulle obbligazioni da mutuo. I sistemi di controllo dei rischi – e il modello che ne sta alla base – avrebbero dovuto proteggere il mercato dalle perdite eccessive. Come abbiamo potuto commettere un simile errore?”.

    Ha poi proseguito sull’onda di questa domanda retorica, che era essenzialmente un’elaborata messinscena, studiata per mandare i cani ad abbaiare contro l’albero sbagliato. I sistemi di controllo del rischio, asserisce, “non riescono a cogliere appieno ciò che io credo sia stato, fino a oggi, solo un evento periferico al ciclo degli scambi e alla gestione finanziaria: le istintive reazioni umane che producono altalene di euforia e paura, le quali ripropongono se stesse generazione dopo generazione, senza che ne nasca una curva d’apprendimento”. L’ex capo della Fed ha ragione. Il pubblico va soggetto ad altalene emotive. Peccato però che egli abbia dimenticato di citare il suo personale contributo all’euforia del periodo 2002-2007.

    Guardando ai passati episodi di depressione maniacale del mercato, è difficile trovare casi in cui la vorticosa altalena emotiva non sia stata accentuata da qualcosa che era nell’acqua. Non ci sarebbero state né la bolla del Mississippi né quella del South Sea se John Law non avesse inventato la banca centrale – la Banque Generale – nel 1716. Gli americani non si sarebbero rotti le ossa nel ’29 se l’allora capo della Fed, Benjamin Strong, non avesse compiuto il suo piccolo “coup de whiskey” per aiutare il suo amico Montagu Norman della Banca d’Inghilterra. I giapponesi non avrebbero gonfiato il loro mercato azionario fino a quota 39.000 (attualmente intorno a 12.000) se non fosse stato per i tassi d’interesse eccezionalmente bassi stabiliti con gli accordi Plaza del settembre 1985; i tassi vennero tagliati altre quattro volte l’anno successivo, portando alle stelle il valore delle proprietà e degli equity giapponesi. E gli americani non sarebbero caduti in preda alla mania della proprietà residenziale se il tasso primario non fosse stato mantenuto eccezionalmente basso per un periodo di tempo eccezionalmente lungo sotto la guida della stessa persona che questa settimana scrive articoli per il Financial Times: Alan Greenspan.

    I prezzi pianificati dalla struttura centrale hanno inviato i segnali sbagliati e hanno spinto la gente a fare dei calcoli erronei. E nessun prezzo provoca tanti calcoli erronei quanto il prezzo del credito, controllato alla radice dai banchieri centrali. Ovviamente tutti possono sbagliare. Ma per provocare un disastro come quello che vediamo oggi nei mercati finanziari ci vuole una teoria. E i banchieri centrali, naturalmente, ce l’avevano.

    Le basi della moderna teoria delle banche centrali furono gettate nello stesso anno di nascita di Alan Greenspan: il 1926. Fu allora che uno dei primi economisti “neoclassici”, il professor Irving Fisher, pubblicò la sua “Relazione Statistica tra la Disoccupazione e le Variazioni dei Prezzi”, argomentando che un po’ d’inflazione era una cosa positiva, poiché sembrava stimolare l’occupazione.

    Poi, “negli anni ‘70”, scrive sul Wall Street Journal il Premio Nobel Edmund Phelps, “una nuova scuola di economisti neoclassici sostenne che l’economia di mercato, benché rumorosa, era fondamentalmente prevedibile. Tutti i rischi dell’economia, si affermava, sono guidati da eventi puramente casuali – come il lancio di una moneta – soggetti a regole probabilistiche conosciute”.

    Nel 2001 la Fed aprì a Chicago un nuovo museo. I visitatori erano invitati a guardare all’economia come se fosse un progetto scientifico. Li si poneva di fronte a un problema e gli si domandava di scegliere la soluzione appropriata: alzare i tassi d’interesse oppure abbassarli? Poi gli si forniva la risposta corretta.

    Oggi la Banca Centrale d’America persegue una “politica monetaria regolamentata”, apparentemente fondata sulle scoperte “scientifiche” di Irving Fisher e dei suoi eredi. Quali sono le regole? Bilanciare inflazione e disoccupazione. Quando l’inflazione diventa minacciosa, alzare i tassi d’interesse. Quando l’economia è minacciata dalla disoccupazione, tagliarli. E sempre, come un macellaio disonesto, assicurarsi di tenere il pollice ben premuto sul piatto dell’inflazione.

    Il professor Fisher visse abbastanza per vedere gli dei che ridevano di lui. Pochi giorni prima del crollo dei mercati del ’29, egli scriveva: “I prezzi azionari hanno raggiunto quello che sembra un picco che resterà alto in permanenza”. Poi, quando arrivò il crollo, disse: “Il mercato si sta solo scrollando di dosso le frange più lunatiche” e proclamò che i prezzi sarebbero tornati presto a livelli anche più alti. Pochi mesi dopo Fisher aveva perso la sua fortuna e la sua reputazione, ma continuava a dire agli investitori che la ripresa era proprio dietro l’angolo.

    Finora, Alan Greenspan si è beccato solo qualche sogghigno quando ha cercato di spiegare dov’era e cosa stava facendo mentre prendeva forma la bolla più grande della storia. E più lo spiega, più la gente capisce: che la “scienza” delle banche centrali è solo una fregnaccia e che Mr. Greenspan è un babbeo.

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