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UNO O DUE?

by Gianluca Freda (22/03/2008 - 16:24)


L’ILLUSIONE DELLO STATO UNICO
di Michael Neumann
dal sito Counterpunch
Traduzione di Gianluca Freda
 

La soluzione dello “Stato unico” è un attraente ideale scambiato per un’opzione concreta.

Molti argomenti a favore dello “Stato unico” non si concentrano sulla sua fattibilità materiale. Disquisiscono invece se una tale soluzione sia giusta e su quanto sia ingiusta la soluzione opposta dei “due Stati”.

Questi argomenti ribadiscono l’ovvio. Certo che la soluzione dei “due Stati” è ingiusta. Essa cementa l’usurpazione sionista del territorio palestinese. Lascia impuniti coloro che hanno perpetrato tale usurpazione, senza neppure offrire un compenso alle loro vittime. Peggio ancora, essa perpetua l’esistenza di uno Stato fondato sulla supremazia razziale. Il concetto israeliano di “ebraicità”, la caratteristica di coloro che dovrebbero tenere la sovranità nelle proprie mani, è in ultima analisi un concetto biologico. E’ fondato sulla consanguineità. In sostanza, questa consanguineità non si misura – come avviene in altri paesi – sul tempo di residenza di ogni gruppo familiare all’interno dello Stato sovrano, ma semplicemente sulla vicinanza a chiunque sia considerato “ebreo” nel senso razziale del termine.

Che dire allora della soluzione dello “Stato unico”? Sento dire in giro che essa sarebbe davvero molto giusta. Ma in cosa consiste, esattamente? A quanto pare essa vagheggia una società in cui ebrei e palestinesi possano godere degli stessi diritti democratici. Un ebreo, un voto, un palestinese, un voto.

Sotto almeno un profilo, questa soluzione dello “Stato unico” è ancor meno giusta di quella dei “due Stati”. Essa infatti lascia intatta la “proprietà ebraica”, compresi gli insediamenti. Alcuni sostenitori dello “Stato unico” menzionano apertamente questa circostanza, anche se poi non ne parlano mai quando criticano la soluzione dei “due Stati”. Altri evitano di parlare degli insediamenti oppure fanno riferimenti vaghi alle sentenze internazionali. Non certo un metodo promettente per iniziare l’espulsione di quei fanatici disposti a tutto.

Una soluzione “Stato unico” che appaia giusta non è mai stata proposta da nessuna delle personalità coinvolte in questo dibattito. Non ricordo che nessuno, incluso Hamas, l’abbia mai proposta in tempi recenti. Una soluzione “giusta” dovrebbe innanzitutto rimediare alle ingiustizie compiute dal sionismo. Per fare ciò occorrerebbe molto di più che un semplice Stato “binazionale” in Palestina. Occorrerebbe che gli ebrei venuti in Palestina come sionisti se ne andassero, e con essi i loro discendenti. (Non si tratterebbe di pulizia etnica: la popolazione ebraica originaria potrebbe restare, insieme ai propri discendenti). Oltre a ciò, occorrerebbe garantire massicci risarcimenti, nell’ordine dei miliardi, a tutti i palestinesi che hanno perduto le proprie case e le loro vite. Questo risarcimento dovrebbe porre rimedio non solo alle espropriazioni, che sono essenzialmente un crimine contro la proprietà, ma a tutte le morti e le sofferenze che i palestinesi hanno dovuto subire a causa del progetto sionista. Dovrebbero essere organizzati procedimenti penali contro quelle migliaia di israeliani che si sono macchiati di violazione dei diritti umani e le condanne dovrebbero comportare il pagamento di risarcimenti ulteriori. Le aziende israeliane che hanno approfittato dell’occupazione e/o l’hanno sostenuta dovrebbero andare soggette a risarcimenti ancor più corposi e punitivi.

Uno Stato del genere potrebbe forse rimediare, per quanto possibile, ai torti del conflitto israelo-palestinese, ma neppure questo lo renderebbe uno Stato giusto. Se coloro che propongono lo “Stato unico” tengono così tanto alla giustizia, perché mai credono che basti istituire un unico Stato palestinese e giustizia sarà fatta? Non dovrebbero parlare anche di giustizia per i poveri e gli emarginati in questo nuovo, meraviglioso futuro? Risolvere un conflitto etnico assicura forse giustizia economica e sociale per tutti?

Stiamo esagerando con le pretese di giustizia? O i sostenitori dello “Stato unico” sono seri come dicono di essere nelle loro rivendicazioni di giustizia, oppure non lo sono. Se lo sono, allora dovrebbero interessarsi a tutti i tipi di ingiustizia in Palestina. Se invece intendono sacrificare la giustizia alla praticabilità, allora è tempo di stabilire che cosa sia praticabile e che cosa no.

La soluzione dei “due Stati”, al di là di alcune insensate affermazioni sul fatto che i coloni sarebbero ormai “troppo radicati”, è praticabile. Se Israele si ritira e i palestinesi ottengono uno Stato sovrano, i coloni se ne andranno in gran fretta, proprio come quei coloni che avevano giurato che sarebbero morti piuttosto che abbandonare Gaza. La soluzione dei “due Stati” consentirebbe davvero ai palestinesi di avere uno Stato sovrano, perché è questo che significa “due Stati”. Non significa avere uno Stato e un non-Stato; nessun palestinese che appoggi l’idea dei “due Stati” accetterebbe mai qualcosa di meno della sovranità.

Questo ovviamente non vuol dire che Israele sarebbe mai disposto ad accettare uno Stato palestinese autenticamente sovrano. Ma è proprio per questo che è ridicolo credere che Israele possa mai concedere lo “Stato unico”. Una cosa è smantellare gli insediamenti. Essi rappresentano e avvantaggiano solo una ristretta minoranza di israeliani. Per un numero assai maggiore di israeliani, essi rappresentano solo un gran mal di testa. L’occupazione è costosa; procura a Israele un disprezzo quasi universale; richiede confini semi-aperti che limitano le misure di sicurezza; e soprattutto costringe Israele a disseminare le proprie forze militari su tutto il territorio, anziché concentrarle in punti specifici per compiere operazioni più efficienti.

La soluzione dei “due Stati” è praticabile perché molti israeliani potrebbero accettarla. La soluzione dei “due Stati” non modifica ciò che Israele rappresenta: ed è questa l’obiezione moralistica a questa soluzione. Israele è uno Stato ebraico; non può essere altro. I sostenitori dello “Stato unico” sembrano credere che Israele sarebbe disposto ad abbandonare la ragione stessa della propria esistenza e allo stesso tempo ad esporsi non al rischio, ma alla certezza di essere “invaso dagli arabi”. Ciò significherebbe la volontà di accettare tutto ciò che una maggioranza araba potrebbe porre in atto, incluso il pieno diritto al ritorno e l’espropriazione degli usurpatori sionisti. Si può seriamente immaginare uno scenario del genere? Ci sono volute migliaia di vite e molti anni per eliminare gli insediamenti da Gaza: non per eliminare Israele, che laggiù è ancora sovrano, ma solo gli insediamenti. Quanto tempo ci vorrebbe prima che Israele accettasse di rinunciare alla propria esistenza, ai propri fondamenti e alla sicurezza di tutti i cittadini ebrei?     

Ma prescindiamo pure dal tempo necessario. Magari i sostenitori della “soluzione dei due stati” sono troppo teneri, troppo frettolosi di vedere i palestinesi dei territori occupati liberi dalla loro agonia. Supponiamo di prenderci, con tutta la calma, il sangue e la fame che ne conseguiranno, il tempo necessario ad implementare uno Stato unico. Qui entra in gioco la più strana di tutte le illusioni: che mettendo insieme in un unico Stato due popoli antagonisti, la loro rivalità svanirà di colpo. E perché mai? Quali questioni saranno state risolte? Palestinesi ed ebrei cesseranno di competere per il potere? Gli ebrei israeliani, dopo aver perduto il loro Stato ebraico, si sentiranno forse disposti a rinunciare anche alle loro case e alle loro attività? Il binazionalismo trasforma forse gli uomini in angeli?

La storia recente suggerisce altro. Lo Stato binazionale più facilmente paragonabile alla Palestina è il Libano, dove vivono oggi molti palestinesi. Anche fatta la tara delle morti seminate dalle invasioni israeliane, laggiù la carneficina ha superato in magnitudine quella dell’intero conflitto israelo/palestinese. Gli esempi più incoraggianti di stati binazionali, il Belgio e la Cecoslovacchia, oggi sono dissolti o sull’orlo della dissoluzione. Poi c’è, o meglio c’era, la Jugoslavia. Esiste forse tra israeliani e palestinesi una simpatia tale da permetterci di scorgere per il futuro risultati migliori di quelli ottenuti dai paesi suddetti?

Il fatto è che uno Stato unico non garantisce nulla. Com’è noto, il processo democratico non assicura affatto che la volontà della maggioranza prevalga davvero. I gruppi economici dominanti sanno bene come confondere, dividere e conquistare. Potrebbero benissimo, con un misto di corruzione e manipolazione, restare dominanti. Possibile che al giorno d’oggi ci sia ancora bisogno di sottolineare queste cose? In Palestina, il gruppo economico dominante è composto di ebrei israeliani. Essi potrebbero benissimo fare pressione per un’espansione ulteriore degli insediamenti. Questa espansione sarebbe sostenuta dall’apparato repressivo dello Stato binazionale, con una presenza permanente su tutti i territori occupati, dove, in nome della giustizia, nemmeno un centimetro quadrato di territorio dovrebbe restare di esclusivo uso palestinese. Certo, ci sarebbero “arabi” ad Haifa e Tel Aviv, come del resto ci sono anche oggi. Ci sarebbero anche ebrei a Nablus, Jenin, Ramallah e in ogni altra zona in cui essi possano acquistare terreno dai palestinesi disperati. Tutto questo non crea necessariamente un festival dell’amore.

Non serve a niente promettere che tutte le cose belle verranno dopo. Come? Si afferma che uno Stato unico sarebbe portatore di giustizia, non a seguito di massacri ma a seguito di elezioni. E come? Milioni di ebrei si rassegneranno ad andarsene se la maggioranza dirà che devono farlo? Accetteranno di pagare risarcimenti pesantissimi? Accetteranno di essere denunciati o imprigionati per aver esercitato ciò che essi considerano un loro diritto di autodeterminazione e perfino di sopravvivenza? Se non è così e se i sostenitori dello “Stato unico” prevedono in realtà un bagno di sangue, allora dovrebbero spiegarci e farci capire perché credono che un bagno di sangue possa portare giustizia ai palestinesi.

Contro queste obiezioni, i sostenitori dello “Stato unico” continuano ad affermare che una simile soluzione è giusta. Ma se gli appelli alla giustizia fossero sufficienti a convincere gli israeliani ad abolire Israele, allora il problema non sarebbe mai esistito. Forse è per questo che la più recente manifestazione dell’ideologia dello Stato unico – la Dichiarazione di Stato Unitario – non risponde neppure a una delle difficili domande che solleva la soluzione da loro proposta.

Ad esempio, oggi in Israele molte proprietà palestinesi sono occupate da ebrei fermamente convinti di avere diritto alle proprie case. Queste persone verranno espulse oppure no? Altro esempio: i coloni verranno cacciati dai loro insediamenti? Verranno disarmati? Da quale esercito? I sionisti verranno espulsi dalle forze armate? E come? Non troviamo nemmeno un accenno di risposta. Al contrario, troviamo solo affermazioni generiche (vedi qui).

Forse è per questo che né Fatah né Hamas, che insieme rappresentano circa il 100% dei palestinesi dei territori occupati, perdono tempo col binazionalismo.

Che i palestinesi privati dei loro territori abbiano diritto al ritorno è cosa più che ovvia. E’ altrettanto ovvio che dovremmo tutti amarci l’un l’altro e riunire i poveri e gli oppressi sotto la nostra protezione. Quel che è meno ovvio è in che modo si possa realizzare tutto questo.

E’ stato detto che la soluzione “dei due stati” cancellerebbe il diritto al ritorno. Ciò vuol dire confondere la soluzione in sé con le parole che la accompagnano. In realtà qualunque accordo che istituisca uno Stato palestinese comporterebbe una tale rinuncia da parte dei sottoscrittori palestinesi. Ma le contingenze morali e storiche devono porre simili affermazioni nella giusta prospettiva.

Sul piano morale, il diritto al ritorno non è una concessione contrattuale, come quella di un accordo commerciale, a cui sia possibile rinunciare; non più di quanto si possa rinunciare al diritto alla libertà di parola. Se avete quel diritto, continuerete ad averlo. D’altronde i leader palestinesi non potrebbero, di loro iniziativa, annullare un diritto che appartiene ai palestinesi stessi. Cosa più importante, nel mondo reale le rinunce verbali non sopravvivono ai mutamenti delle relazioni di potere.

Per adesso, Israele non concederà ai palestinesi il diritto al ritorno; “pretenderlo” è il più inutile degli atteggiamenti. Quel diritto verrà riconosciuto solo se i palestinesi diventeranno abbastanza potenti da imporlo. Se e quando ciò accadrà, il fatto che alcuni leader abbiano verbalmente rinunciato a quel diritto non significherà nulla. I palestinesi potranno dire: quella non era la nostra volontà; è stata una rinuncia per cause di forza maggiore; coloro che rinunciarono, non avrebbero dovuto farlo. Oppure, più semplicemente: avevamo rinunciato a quel diritto, ma ora le cose sono cambiate. Diritto o non diritto, ora vogliamo tornare alle nostre case e faremo pressione per poterlo fare. La storia è piena di rinunce cartacee che perdono ogni iota del proprio valore col mutare dei tempi.

L’aspirazione ad un singolo Stato è fin troppo comprensibile, ma l’ideologia dello “Stato unico” non lo è. Essa si fonda su affermazioni morali e di buona volontà che per me sono letteralmente incomprensibili. Forse questa maschera d’ottimismo copre l’incapacità di riconoscere che la violenza, giustificata o no, ha prodotto alcuni risultati: l’evacuazione degli insediamenti di Gaza e la disponibilità di Israele a prendere in considerazione nuove evacuazioni. Gli appelli morali, al contrario, non hanno mai prodotto nulla.

Migliaia di palestinesi hanno sofferto, si sono sacrificati e sono morti per uno Stato palestinese sovrano. La “soluzione dei due stati” offre loro quello Stato in termini che gli israeliani potrebbero anche essere costretti ad accettare. Non c’è invece alcuna possibilità che accettino uno Stato unico che conceda ai palestinesi qualcosa di anche lontanamente somigliante a dei diritti.

In nome del realismo, gli ideologi dello Stato unico abbandonano l’obiettivo della sovranità palestinese per inseguire un’illusione: che gli israeliani possano dare tutta la Palestina ai palestinesi, continuando a vivere in Palestina. Chi lotta per avere uno Stato palestinese più piccolo, ma concreto, viene chiamato venduto, collaborazionista o codardo. L’unico possibile effetto di questa prospettiva sarà di dividere i palestinesi, facendogli ottenere non di più, ma di meno.

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