UN DOBERMANN SENZA PIU' ZANNE

Secondo un rapporto che l’ex colonnello americano Laurence Wilkerson ha presentato venerdì scorso al Congresso,
Per ciò che riguarda l’Iran, è nota l’intransigenza degli americani verso il programma nucleare iraniano, un programma destinato all’inizio a scopi essenzialmente civili, ma che le minacce americane stanno indirizzando verso un comprensibile ampliamento militare. Gli Stati Uniti hanno adottato fin dall’inizio la consueta politica del njet: niente trattative con Teheran. Hanno minacciato la repubblica islamica di attacchi nucleari, hanno fatto tutto il possibile per ottenere dall’ONU sanzioni che preludessero ad una nuova guerra, hanno ammassato nel Golfo Persico una delle più poderose forze navali mai viste. Di fronte a questo disprezzo assoluto e minaccioso del diritto internazionale, Mosca e Teheran hanno ritenuto opportuno mettere da parte le vecchie inimicizie e fare fronte comune. Gli incontri ufficiali della Sco (l’alleanza fra Iran, Russia e Cina) si sono andati intensificando, come anche le esercitazioni militari congiunte. Si è iniziato a parlare di collaborazione in settori strategici fondamentali, quali energia, telecomunicazioni e trasporti. Si è aperto un progetto che prevede di estendere l’alleanza a tutti i paesi dell’Asia Centrale.
Perfino gli indecenti e ferocissimi leader israeliani hanno cominciato a prendere atto della situazione. I proclami di guerra e le lagne sul “diritto di Israele a difendersi” (attraverso il solito genocidio di arabi, come quello che praticano da più di 70 anni contro
Secondo l’agenzia Reuters, il primo ministro Israeliano Ehud Olmert ha invitato i suoi ministri a presentare proposte su come gestire la prospettiva di un Iran nucleare, data ormai per inevitabile. Niente più minacce di incursione aerea. Niente più strilli sulla “minaccia terroristica”, a cui nessun governo crede più e in nome della quale nessuno sarebbe così folle da sacrificare i vantaggiosi accordi energetici che il team russo-iraniano intende offrire all’Europa. Perfino la lobby israeliana in America, a furia di premere sul governo americano per un attacco all’Iran, sembra essersi spompata. A ciò ha contribuito anche la silenziosa ribellione di alcuni alti esponenti dell’esercito USA, tutt’altro che desiderosi di imbarcarsi in un’altra catastrofe militare per far contenti i sionisti. All’inizio dell’anno l’ammiraglio William Fallon, allora a capo del Centcom, il comando centrale di difesa americano, in aperta sfida ai piani neocon, aveva detto: “Un attacco all’Iran non avverrà mai sotto la mia supervisione”. E così è stato.
Secondo
Il ministro Ami Ayalon, che fa parte del gabinetto di sicurezza del governo israeliano, in un impeto di quella sincerità che nasce dallo smarrimento, ha affermato: “Prima di tutto vogliamo chiarire che questa situazione è una minaccia non solo per Israele, ma per il mondo intero”. E fin qui niente di nuovo sotto il sole, le solite bubbole e le solite frasi fatte. Alzi la mano chi si sente DAVVERO minacciato da UNA atomica iraniana più che dalle 500 di Israele. Ma la novità arriva laddove Ayalon aggiunge: “Secondo, dobbiamo prendere in attento esame tutte le possibilità di azione preventiva. E terzo, dobbiamo prevedere la possibilità che queste opzioni potrebbero non funzionare”. Ma senti senti. Un ministro del governo israeliano che ammette, finalmente, ciò che tutti ormai possono vedere: e cioè che a furia di latrare e fare il muso feroce senza mai mordere (o mordendo solo chi è totalmente indifeso, come palestinesi e irakeni) i dobermann israeliani hanno capito di non fare più paura a nessuno. Salvo sorprese, che non si possono mai escludere, l’intelligenza e la diplomazia di Putin hanno dato scacco matto ai due Stati più aggressivi del mondo contemporaneo senza sparare un solo proiettile. Se avessero un briciolo di sale in zucca, i governanti di USA e Israele potrebbero fare tesoro della lezione di strategia diplomatica offerta da Putin, studiarla a fondo, elaborarne una propria e prepararsi al prossimo round. Ma fortunatamente per noi non sarà così. Forse peccherò di ottimismo, ma credo che la fine della possibilità di Israele di tenere i vicini mediorientali sotto la costante minaccia della sua reazione rabbiosa e imprevedibile rappresenti l’inizio della fine di Israele stesso.
Israele non può vivere in un Medio Oriente pacificato, in cui le armi della diplomazia valgano più di quelle atomiche. Non può coesistere con altri stati arabi che, sul piano militare, possano trattarlo da pari a pari. Fin dalla sua nascita, Israele ha vissuto e prosperato sulla barbarie. Guerre, genocidi, massacri, terrore, apartheid, ghetti, spoliazione di terre e ladrocinio di risorse sono state le sole cose che ha saputo portare nei territori a suo tempo concessigli dall’impero britannico. L’odio e il risentimento che ha sparso a piene mani non si spegneranno di certo ora che il dobermann ha perso le zanne. Già oggi, Israele è il posto meno sicuro di tutto il pianeta in cui un ebreo possa vivere. In Europa, in America, perfino in stati arabi nemici come l’Iran, le comunità ebraiche sono rispettate e da più di 60 anni nessuno torce loro un capello. In Israele devono fare i conti, e sempre più dovranno farlo in futuro, con un vicinato che li vede, non certo a torto, come una popolazione estranea, capace solo di commettere malvagità. L’Europa è stata per secoli la loro dimora, il centro dei loro interessi culturali e commerciali e fatta salva la breve parentesi nazista – fomentata, peraltro, dagli stessi sionisti che avevano bisogno di abitanti per la nazione artificiale che stavano creando – a conti fatti non se la sono passata male, essendo diventati la categoria più ricca e potente del globo. Oggi, in Europa, gli ebrei sono ormai così al sicuro che per tenere in vita il loro vittimismo sono costretti a frignare sui vandalismi cimiteriali. Nessuno che si decida non dico a picchiare, ma anche solo a prendere a parolacce un ebreo per poter finalmente strillare alla persecuzione con qualche ragione visibile. Quanti ebrei saranno ancora disposti a vivere nel mezzo del deserto, circondati dall’odio delle popolazioni che hanno martirizzato per decenni, quando in qualsiasi altro paese del mondo potrebbero vivere e curare i propri affari in pace e serenità? Soprattutto ora che, come ammette il ministro Ayalon, gli equilibri strategici che avevano sempre visto l’entità sionista in posizione di supremazia stanno per andare a gambe all’aria?
C’è nella collettività ebraica – non nei singoli suoi appartenenti che, come tutti gli individui, fanno storia a sé – una costante culturale che impedisce di rapportarsi al prossimo se non in termini di superiorità razziale, ribadendo in continuazione la propria forza e la propria natura di “popolo eletto”, conferita direttamente da Dio. Vivere da Stato fra gli Stati, in un rapporto di parità e rispetto reciproco, per la collettività israeliana non è nemmeno pensabile, non solo per l’inimicizia che si è guadagnata in 70 e passa anni di terrorismo, ma perché non è nella sua psicologia. Secoli di diaspora l’hanno resa incapace di ragionare come le comunità statali con una base territoriale stabile ragionano da millenni. E questa è anche colpa nostra. Ma gli stessi secoli di contatti con le popolazioni più diverse non le hanno insegnato l’integrazione, né la banale verità che si può tranquillamente, e con migliori risultati, mantenere viva la propria tradizione, religione e cultura senza atteggiarsi a vittime e senza vedere in ogni goy un potenziale carnefice, da tenere a bada o da abbattere. E questa è tutta colpa loro. Se a questo si aggiunge che agli interessi economici ebraici, variegati, capillari e molteplici, una centralità territoriale fissa sta per tradizione assai stretta, si può ben capire che una dissoluzione dell’entità statale israeliana, in un non lontano futuro, rappresenta uno scenario assai più che probabile.
Gli ebrei, come popolo, possiedono una cultura millenaria, che ha dato al mondo autentici gioielli di pensiero e importanti pagine di storia.
Lo Stato Ebraico ha saputo dare al mondo solo guerra, instabilità e orrore. Se in un prossimo futuro dovesse scontare con la dissoluzione la propria cruenta asocialità politica, non penso che vedremmo molte lacrime al suo funerale.
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