Ciao sono Gianluca Freda
Vedi il mio profilo


Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

I miei links preferiti

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us

IL RAZZISMO A ROVESCIO

by Gianluca Freda (28/09/2007 - 12:40)



Gli articoli che pubblico o traduco in questo blog mi hanno già fruttato, com’è noto, gli appellativi di “nazista” e “antisemita”. Non è che la cosa mi tolga il sonno. Quando si raccattano parole a casaccio e le si scaglia goffamente contro un avversario che argomenta, si riesce solo a rendersi ridicoli. L’avversario, se ha argomenti solidi, se la ride. Sono le parole, purtroppo o per fortuna, a farsi molto male. Esse vengono inflazionate dall’abuso e finiscono per perdere il potere d’impatto originario. Vengono “disinnescate” e rese inoffensive dai colpi andati a vuoto. E’ ciò che è accaduto alle parole “nazista” e “antisemita” trasformate dalla pessima mira dei cretini in oggetti scheggiati, inerti e inservibili. La cosa, fin qui, non mi dispiace affatto. Questi due termini erano già morti da oltre mezzo secolo, appartenenti com’erano ad un lessico arcaico e privo di referenti concreti nella vita quotidiana. Erano tenuti in vita artificialmente solo nel cialtronesco polmone d’acciaio dei media mainstream, dove vegetavano in attesa di essere sputati con rabbia in faccia all’avversario irriducibile. La loro morte è stata un gradito regalo per molte persone, tra le quali i revisionisti dell’olocausto, che possono finalmente salutare con un educato marameo gli scemi che si ostinano a sparar loro addosso con quest’artiglieria ormai scarica e arrugginita.

Non è la stessa cosa per la parola “razzista”. Questo termine, al contrario degli altri due, designava un fenomeno nient’affatto scomparso, ma anzi ben radicato e vivo nel corpo sociale. Un fenomeno che, negli ultimi vent’anni, ha subito alle nostre latitudini una crescita esponenziale. Il “razzismo” è la cosa che più odio al mondo e mi dispiace davvero di aver contribuito – sia pure in modo passivo – alla demolizione semantica del sostantivo che designa i suoi propugnatori, facendo da bersaglio agli imbecilli. “Razzista” era una parola seria e grave che avrebbe dovuto essere usata con parsimonia per preservarne la valenza denigratoria. Invece la si è usata a vanvera in infinite occasioni, compreso il tentativo di colpire chi denuncia i crimini ebraici verso il genere umano, finendo per tramutare anch’essa in un’arma spuntata. Perché, se non lo si fosse capito, il razzismo con il problema ebraico non c’entra assolutamente un tubo.

Sorvoliamo pure sull’etimologia del termine, che parte dal concetto, scientificamente fasullo e astruso, di “razza”, cioè della possibilità di identificare determinati gruppi d’individui in base ai loro tratti genetici e fisionomici. Nessuno, oggi, è così idiota da credere una cosa simile riguardo agli ebrei. Gli ebrei sono, semmai, una categoria, denotata da una serie di caratteristiche (culturali, religiose, economiche, ecc.) che con la genetica non hanno niente a che fare. Ma il punto è un altro. “Razzista” è parola sopravvissuta all’auspicato decesso scientifico delle teorie razziali riconnotandosi come discriminazione sociale e politica. “Razzista” è oggi colui che emargina e perseguita categorie più deboli facendosi forte della propria posizione nella gerarchia sociale. Il razzismo è una cosa esercitata dai forti verso i deboli, in particolar modo dai ricchi verso i poveri. Il razzismo dei deboli verso i forti o dei poveri verso i ricchi, non si chiama razzismo: si può chiamare ribellione, insurrezione, lotta di classe o – nei casi più felici – rivoluzione. Definire “razzismo” l’avversione dei deboli contro l’arroganza e la ferocia dei forti non fa che snaturare questa parola, privandola della sua forza morale. Si può essere razzisti contro gli zingari e i lavavetri, contro i negri e contro gli arabi. Ma essere razzisti contro gli ebrei – quand’anche qualcuno lo volesse davvero – è impossibile per definizione.

Gli ebrei, nel caso non lo si fosse notato, non sono certo una categoria debole. Tutt’altro. Sono attualmente la categoria più ricca, potente e benestante del mondo. Sono a capo di tutte le maggiori organizzazioni finanziarie e bancarie del pianeta, che hanno letteralmente annullato e asservito il potere dei governi nazionali. Nomi ebraici come Rothschild, Bernanke, Wolfowitz, Freedberg, Neubauer, Goldberg, Zoellick e infiniti altri dovrebbero essere noti anche alle persone meno informate sui meccanismi dell’economia. Gli ebrei controllano i maggiori network mondiali dell’informazione:  Time Warner (Gerald Levin), Viacom (Sumner M. Redstone), Disney (Bob Iger, membro del movimento fondamentalista ebraico Aish Ha Torah), News Corporation (Rupert Murdoch), Vivendi (Edgar Bronfman Jr, figlio di Bronfman Sr che è presidente del Congresso Mondiale Ebraico), Bertelsmann (Thomas Middelhof) sono aziende che insieme controllano il 96% dell’informazione mondiale. Tutte possedute e/o controllate da ebrei. Gli ebrei possiedono lobby potentissime come l’AIPAC e laAnti Defamation League che letteralmente impongono i propri voleri e i propri uomini di fiducia al governo americano e a quello dell’UE. Gli ebrei possiedono uno stato situato in una posizione geostrategica fondamentale, leader mondiale nella tecnologia militare e dotato di un numero imprecisato – ma sicuramente nell’ordine delle centinaia – di testate nucleari.

Nonostante questo – e grazie soprattutto all’influsso esercitato sulle menti dal suddetto strapotere mediatico – la maggior parte delle persone continua a pensare agli ebrei secondo l’antico stereotipo del barbuto straccione, perseguitato e segregato nel ghetto; quando dovrebbe essere ormai evidente che a rischiare la ghettizzazione e l’accattonaggio sono tutti coloro che devono subire lo strapotere di cui sopra, cioè la quasi totalità del genere umano. Per questo dico che l’avversione verso questo strapotere può essere considerata – a seconda dei punti di vista – una cosa opportuna o inopportuna, bella o brutta, sacrosanta o infame. Ma una cosa è certa: comunque la si pensi, quest’avversione non ha nulla a che vedere col razzismo. Gli ebrei non sono più – e forse non sono mai stati – abbastanza deboli da poter essere oggetto di razzismo. Soggetto, semmai, come spesso accade. La devastazione dei territori palestinesi da parte di Israele e il suo totale disprezzo verso la vita e la dignità delle popolazioni arabe è appunto l’esercizio del potere discriminatorio di una categoria economicamente e militarmente più forte verso quelle più deboli. Qui il razzismo trova la sua più elementare ed intuitiva significazione. Bollare come “razzista” chi mette a nudo il sopruso dei potenti non fa altro che rovesciare nel suo opposto e rendere inutilizzabile un fondamentale concetto di avversione per ogni forma di sopraffazione, che meriterebbe ben altri e più appropriati ambiti di applicazione.

Vota questo post


Commenta:




(Inserisci qui l'indirizzo del tuo blog o del tuo sito personale)

Scrivi le cifre che leggi nel box

(In questo modo si prevengono gli invii automatici)