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    OLOCAUSTO: UN'IDEA DI SUCCESSO

    by Gianluca Freda (30/08/2007 - 02:11)



    IN DIFESA DI FOXMAN, O: ARMENI, DATEVI UNA CALMATA

    di Israel Shamir
    da www.israelshamir.net
    Traduzione di Gianluca Freda
     

    Anche un orologio guasto segna l’ora esatta due volte al giorno. Abe Foxman, capo della polizia del pensiero giudaico-massonica chiamata ADL, indubbiamente uno dei personaggi più repellenti della vita pubblica americana, non è utile quanto un orologio, ma una volta tanto può anche avere ragione. E quella volta è adesso.

    Il Congresso americano, questo moderno aeropago di santi e di saggi, la più alta autorità morale del pianeta, sta per condannare la Turchia per il massacro degli armeni avvenuto quasi un secolo fa. Dal 1915 è passato un sacco di tempo e i legislatori americani probabilmente non sanno neppure dove si trovi l’Armenia e dove si trovasse allora. Questa questione è una lattina piena di vermi dove niente è come sembra.

    I motivi non sono certo di natura morale. I promotori americani vogliono punire la Turchia per essere rimasta fuori dalla guerra in Iraq e spaventare questo grande paese per costringerlo all’obbedienza. Il progetto dei neocon per un nuovo Medio Oriente comprende l’ampliamento del Kurdistan con l’annessione di alcune parti dell’Anatolia orientale e la condanna della Turchia non è che un nuovo tentativo di strappare ad Ankara i territori richiesti.

    Gli armeni, sempre pronti a scimmiottare gli ebrei, vogliono avere un olocausto registrato a loro nome, ricolmo di risarcimenti, di musei e di permessi per massacrare i loro vicini azeri. Perché mai gli eventi del 1915 dovrebbero legittimare le loro atrocità contro gli azeri, i quali consentirono tra l’altro ai rifugiati armeni di sistemarsi nel loro territorio? Anche qui, gli armeni hanno preso a prestito una pagina dal libro degli ebrei: se gli ebrei possono uccidere palestinesi innocenti, sulla cui terra avevano trovato rifugio dopo essere stati espulsi dalla Germania, allora anche gli armeni possono fare la stessa cosa agli egualmente innocenti azeri.

    Questa decisione rischia di creare attriti con la Turchia e dunque non verrà presa a cuor leggero. D’altra parte, essa può servire a tenere i turchi sui carboni ardenti, affinché smettano di essere così testardi. Inoltre, gli armeni possiedono una piccola ma efficiente lobby, sorella minore della più potente lobby ebraica, e i loro desideri hanno un certo peso.

    Ora, quando si tratta di questioni importanti, un italiano consulta il suo prete, uno svizzero il suo banchiere, un tedesco il suo poliziotto, mentre un americano va dagli ebrei, felicemente riuniti in un’istituzione religiosa e finanziaria con funzioni di polizia segreta. In questo caso, Abe Foxman ha detto una cosa giusta: “Un intervento congressuale non sarà d’aiuto ad una riconciliazione su questo argomento. La risoluzione porta a prendere una posizione, ad esprimere un giudizio. Turchi e armeni hanno bisogno di rivedere il proprio passato. La comunità ebraica non dovrebbe ergersi ad arbitro di quella storia, né dovrebbe farlo il Congresso americano”. Dopo questa dichiarazione, la ADL e altre tre potenti organizzazioni ebraiche – l’American Jewish Committee, il massonico B'nai Brith International, e il Jewish Institute of National Security Affairs – hanno chiesto al Congresso americano di tenersi lontano da questo problema.

    I motivi di Foxman erano interessati quanto quelli degli apologisti armeni. La Turchia è un paese tradizionalmente amichevole verso gli ebrei ed è convinzione comune che le decisioni del Congresso americano siano prese o almeno approvate dagli ebrei. Una risoluzione ostile provocherebbe l’inimicizia della Turchia verso gli ebrei e lo Stato ebraico; gli armeni, del resto, sono per tradizione nemici degli ebrei.

    Foxman è stato attaccato e quasi linciato da molti membri della sua comunità, che avevano sognato per anni questa opportunità di politicamente corretto. [vedi qui]. Difficile dispiacersi per la sua possibile scomparsa politica. Però questa volta aveva ragione. Il Congresso americano e la comunità ebraica non dovrebbero ergersi ad arbitri della storia.

    Se gli americani hanno voglia di condannare gli omicidi di massa, dovrebbero cominciare da casa propria. Inizino a condannare l’omicidio di massa di irakeni e afghani, invece di finanziare il suo incremento. Dopodiché, potrebbero condannare gli omicidi di massa compiuti dai loro padri e nonni – si tratti di Dresda o di Hiroshima, del Vietnam o della Cambogia, delle Filippine o del Messico, di Atlanta o di Wounded Knee – offrendo risarcimento alle vittime e a tutte le nazioni che hanno bombardato e derubato. In questo modo si guadagnerebbero almeno il diritto morale di esprimere il proprio punto di vista, se non proprio quello di ergersi a giudici.

    Anche gli ebrei dovrebbero scendere dal loro cavallo bianco, visto che continuano a soffocare e affamare Gaza. Che paghino per gli orrori della Nakba, l’olocausto palestinese, per 60 anni, prima di aprire ancora il becco su questioni di genocidio, in Turchia o in Sudan. Ma è improbabile che lo facciano. Non capiscono quando è ora di fermarsi. Questo estremismo sarà causa, alla fine, della loro sconfitta. Hanno voluto portare una buona idea comunista ai suoi estremi trotzkisti e adesso, portando l’olocaustismo alle estreme conseguenze, hanno lanciato una campagna di “riconosci il genocidio” e creato una nuova coalizione imparziale e multietnica per contrastare la negazione di noti casi di genocidio, come quelli del Darfur, della Cambogia, degli ebrei, del Ruanda e dell’Armenia.

    Mi domando perché fermarsi qui. Perché non includere anche il sacco di Troia e il genocidio che ne seguì? Non negatelo, i troiani si sono estinti, tranne che sui computer! E pensate al genocidio più antico di tutti, quello dei Neandertaliani. Essi furono sterminati dall’Homo Sapiens. I nostri antenati li ammazzarono tutti. Non dovremmo mai dimenticare né perdonare questo crimine.

    A proposito degli armeni, il Congresso americano dovrebbe riconoscere e condannare anche il massacro dei ciprioti da parte degli armeni nel 13° secolo, che portò allo spopolamento dell’isola, o il massacro degli azeri a Baku nel 1918 (oltre 30.000 morti) e a Kalabagh nel 1992, entrambi opera degli armeni. D’altro canto, poiché gli armeni sono discendenti della tribù di Amalek, il Congresso americano dovrebbe riconoscere il loro genocidio ad opera di re Saul e chiedere agli ebrei un risarcimento...

    Nutro molte riserve riguardo le moderne invenzioni, e il genocidio, concetto inventato nel 1945, è una di queste. Nulla è cambiato nell’omicidio da quando esso fu praticato per la prima volta da Caino su Abele; che bisogno c’era di inventarsi un concetto nuovo di zecca? Il suo inventore, un ebreo polacco di nome Raphael Lemkin, era consigliere degli Stati Uniti. Egli sentiva che uccidere un ebreo è un crimine molto peggiore dell’uccidere un semplice goy. Per questo motivo studiò il Talmud, e il Talmud fa appunto questa importante distinzione. Allo scopo di convincere i goyim americani, inventò il concetto di genocidio. Perciò “genocidio” non è che una nuova parola per esprimere quel particolare crimine di cui parla il Talmud, che consiste nell’uccidere o minacciare un ebreo. Il genocidio non è la stessa cosa del “massacro di civili”, altrimenti le vittime dell’assedio di Leningrado o del bombardamento di Dresda conterebbero qualcosa.

    Il concetto di “genocidio” fu inventato dagli ebrei e le invenzioni degli ebrei vanno bene solo per gli ebrei. Ad esempio, l’assedio ebraico di Gaza rientrerebbe nella categoria del genocidio, ma provate a dirlo: verrete chiamati nazisti ed emarginati dalla società perbene. Del resto, quando Ahmadinejad chiama alla distruzione dello stato razzista degli ebrei, si tratta di “genocidio”; quando un missile di Hezbollah uccise dieci soldati israeliani lo scorso agosto, fu un caso di “genocidio”; perché essi “sono stati uccisi solo in quanto ebrei”. L’uccisione di un goy non conta: quando i tedeschi affamavano Leningrado, gli americani lanciavano l’atomica su Hiroshima e gli ebrei bombardavano Gaza e Beirut, questo non era genocidio, perché i carnefici erano indifferenti all’orientamento etnico-religioso delle loro vittime, affermano gli esegeti del politically correct. Gli Yankee non potevano escludere che Hiroshima fosse popolata da scozzesi; i tedeschi avrebbero anche potuto pensare che Leningrado fosse di maggioranza Zulu; mentre gli ebrei erano convinti che a Beirut e Gaza vivessero solo terroristi assassini. Questa spiegazione è così forzata che tocca tirare in ballo il Rasoio di Occam: la mia spiegazione, “genocidio vuol dire uccisione di ebrei”, è molto più semplice.

    In seguito, l’omicidio di massa degli ebrei fu promosso al rango di “Olocausto”, mentre il concetto di genocidio fu degradato e utilizzato per etichettare il nemico in generale: comunisti, musulmani, tiranni disobbedienti. L’uccisione di poche dozzine di briganti albanesi nel Kosovo fu definita “genocidio”, la Serbia fu bombardata per questo crimine e il suo presidente finì i suoi giorni in prigione. Una guerra civile in Ruanda divenne “genocidio”, benché la popolazione tutsi si sia in realtà incrementata. Oggi si dice che ciò è dovuto ai musulmani. In Cambogia ci fu un “genocidio”, mentre in Vietnam (dove gli americani ammazzarono cinque milioni di persone) no. In parole povere, “genocidio” è solo un etichetta di natura politica, di nessuna importanza.

    Ascoltate: la guerra è un inferno e uccidere civili è un crimine, o dovrebbe essere un crimine, qualunque sia il loro background etnico. Questa semplice regola è molto meglio dell’innovazione del genocidio. Il problema è che essa elimina la superiorità morale degli Alleati sull’Asse, poiché entrambe le parti uccisero un gran numero di civili. Ma questo non dovrebbe importarci. Liberiamoci dell’invenzione del genocidio. Essa non ci aiuta in alcun modo e aiuta invece i nostri nemici.

    Joachim Martillo ha scoperto che la campagna contro il genocidio in Darfur è stata ideata e orchestrata dalla rete ebreo-americana “Progetto David” e dai suoi affiliati allo scopo di demonizzare musulmani e arabi e di coinvolgere i non ebrei [vedi rivelazioni alle pagine http://eaazi.blogspot.com/ e http://karinfriedemann.blogspot.com/ ]. Non c’è dubbio: la lobby armena ha firmato quel progetto su tutte le linee tratteggiate. Se non lo avesse fatto, non sarebbe andata molto lontano.

    Allora, cosa successe agli armeni? Gli armeni soffrirono durante la Prima Guerra Mondiale perché combatterono contro l’Impero Ottomano. E persero. Si schierarono dalla parte dei suoi nemici. Gli Alleati gli avevano promesso quasi tutta l’Anatolia, e i turchi sarebbero andati incontro allo stesso triste destino degli azeri se non fosse stato per la spada di Mustafa Kemal. Gli armeni tentarono di attuare una pulizia etnica di turchi e curdi, ma fallirono. Vennero internati e poi deportati dal governo imperiale. Allo stesso modo, i giapponesi furono internati da Franklin D. Roosevelt, i tedeschi furono deportati dai britannici, i palestinesi furono deportati da Israele, i turchi furono deportati dai greci. E molti morirono.

    Da allora il mondo è cambiato. L’Impero Ottomano non esiste più; e la Turchia è solo uno dei tanti stati che gli sono succeduti, insieme a Israele, Siria, Libano, Grecia, Iraq, ecc. E’ ingiusto e oltremodo razzista prendersela con la sola Turchia, tanto più che i deportati armeni vennero uccisi dai loro vicini, i curdi. Oggi esiste un Kurdistan (quasi) indipendente che possiede molto petrolio. Se proprio gli armeni vogliono un risarcimento, dovrebbero rivolgersi ai curdi. Se poi vi sono degli armeni che ci tengono a tornare a Lake Van, dovrebbe essergli consentito di ritornare, a patto che riconoscano in pieno la sovranità della Turchia.

    La dissoluzione degli imperi è un evento doloroso che porta con sé guerre di successione come eredità permanente. Eppure, l’India non reclama risarcimenti dall’Inghilterra per i massacri di Indù e Musulmani e per le guerre del 1948. Succede spesso che una comunità paghi le conseguenze di scelte sbagliate fatte durante una guerra. Gli armeni le pagarono senz’altro, ma non si può dare la colpa ai turchi. Dovremmo respingere il concetto razzista di ereditarietà della colpa: chiunque avesse torto nel 1915 oggi è sicuramente defunto.

    Oggi gli armeni vivono in pace nella moderna Turchia; non sono alla ricerca di condanne. Il giornalista armeno recentemente assassinato era chiaramente contrario a simili condanne provenienti da un governo straniero. Riteneva che si trattasse di un problema interno alla Turchia. Aveva ragione: ogni nazione dovrebbe ricercare la propria anima e attribuire le proprie colpe. Ma l’abitudine dei benpensanti occidentali di distribuire torti e ragioni dovrebbe essere limitata al minimo.

    Perfino nel caso della nostra amata Palestina, noi non chiediamo al Congresso USA di condannare la Nakba: gli chiediamo di dare eguali diritti ai palestinesi che vivono in Palestina e di consentire il ritorno dei profughi. Che il passato badi a se stesso, mentre noi ci prendiamo cura del nostro presente.

    Consiglio anche agli armeni di badare al loro presente. A causa della loro ossessione per il passato, la loro Repubblica è allo sfascio. Chiunque ne abbia la possibilità, emigra. Ci sono più armeni a Mosca che a Yerevan. Mettersi nelle mani dei neocon non migliorerà la loro situazione. Invece di aggravarla e di sognare di ridisegnare le carte geografiche, dovrebbero darsi una calmata e fare la pace con i loro vicini turchi, azeri e curdi. 

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