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CASE MALEDETTE

by Gianluca Freda (08/07/2007 - 15:22)



In relazione alla diatriba sull’olocausto, leggo solo ora, con colpevole ritardo, il seguente post inviato il 21 giugno al blog di Claudio Sabelli Fioretti, con il quale Silvia Palombi tenta di rispondere alla mia richiesta di produrre qualche documento in grado di dimostrare l’esistenza delle camere a gas naziste :
 

DOCUMENTI TEDESCHI
da Silvia Palombi

Mi sono data da fare e ho trovato questo per Freda ma mica solo lui:

La voce degli innocenti nel lager della memoria
di Giorgio Acquaviva
IL GIORNO 25 gennaio 2004

Silvia Palombi invia un articolo di Giorgio Acquaviva che Sabelli Fioretti pubblica integralmente nella sezione documenti. L’articolo è composto per 9/10 di pure chiacchiere, ma contiene un’unica frase che dovrebbe servire, secondo la Palombi, a rispondere alla mia richiesta. Riferendosi alle “scoperte” dello “studioso” Marcello Pezzetti, Acquaviva scrive:

E allora ecco emergere - anche dalle carte dei piani di costruzione maniacalmente conservate dai tedeschi - Auschwitz-1 (il campo di concentramento) e Auschwitz-2 o Birkenau, con le strutture per lo sterminio, le camere a gas, i forni crematori'. Le fosse. Ora si può dire che quella macchina di morte non ha più segreti. Con buona pace dei "revisionisti" e dei "negazionisti".

Intanto ringrazio Silvia Palombi per avermi risposto con educazione e facendo qualche ricerca, pur molto superficiale. E’ già molto di più di quanto si possa dire di certi suoi colleghi di blog, che hanno per le repliche fondate sulla ricerca la stessa idiosincrasia che hanno per la grammatica e l’educazione. Detto questo, passo a rispondere.

L’ignoranza dei giornalisti

Leggendo l’articolo di Acquaviva si resta (tanto per cambiare) sconcertati dalla completa e crassa ignoranza con cui i giornalisti dei media mainstream affrontano gli argomenti di cui scrivono. Altro che “buona pace” dei revisionisti! Perfino un revisionista dell’ultim’ora come il sottoscritto non riesce a trattenere il sorriso di fronte alle incredibili fandonie contenute nell’articolo. In sostanza: parlando di “Auschwitz-1” e “Auschwitz-2, o Birkenau” Acquaviva dimostra di non aver capito il resto di niente delle presunte “scoperte” di Pezzetti, che pure intenderebbe incensare nell’articolo. Pezzetti, come non è difficile immaginare, non aveva scoperto Auschwitz uno e due, che dovrebbero essere già piuttosto noti, bensì due strutture chiamate Bunker 1 e Bunker 2. Si tratta di due case coloniche, requisite dai tedeschi nel 1941, che secondo la leggenda sarebbero poi state trasformate in camere a gas. Per la verità, Pezzetti ne avrebbe identificata una sola, e cioè il Bunker 1, essendo la seconda – di cui restano oggi solo le fondamenta - già ampiamente nota e meta, da decenni, dei turisti in visita a Birkenau. Quanto segue ha per fonte questo documentatissimo articolo di Carlo Mattogno, di cui consiglio la lettura per ogni approfondimento.

La memoria migliora invecchiando

Lo stesso Bunker 1, che Pezzetti si vanta di aver scoperto, è in realtà una falsa scoperta. Stando alla storiografia ufficiale, infatti, anche tale struttura fu distrutta dai tedeschi nel 1943. Ciò che Pezzetti dice di aver scoperto, potrebbe essere quindi, tutt’al più, una ricostruzione dell’edificio eseguita dopo la guerra. Ma neanche questo è vero. E’ interessante evidenziare le circostanze della “scoperta”. Nel 1993 Pezzetti contattò Szlama Dragon, un “testimone” che diceva di aver lavorato un paio di giorni, insieme al fratello Abraham, al Bunker 2 nei primi anni ’40. Poiché le rovine del presunto Bunker 2 erano già note, Pezzetti gli chiese se egli conoscesse per caso anche l’ubicazione dell’altro Bunker. Szlama, insieme al fratello e ad un altro individuo di nome Eliezer Eisenschmidt, lo condusse senza esitazione alla casa di cui Pezzetti vanta la “scoperta”. Il fatto è che la testimonianza di questi personaggi risulta ben poco attendibile. Szlama Dragon era infatti già stato interrogato diverse volte in merito all’ubicazione dei due presunti Bunker di Birkenau. Il 26 febbraio 1945 era stato interrogato dai sovietici, affermando di non sapere nulla dei luoghi in cui si sarebbero trovate queste strutture. Il 10 e l’11 maggio 1945 la stessa domanda gli era stata rivolta dai polacchi e la risposta era stata identica. Il 2 marzo 1972, alla 26ª udienza del processo Dejaco-Ertl, Dragon aveva dovuto ammettere: "Ich kann mich heute nach 30 Jahren nicht mehr erinnern..." ("Oggi, dopo 30 anni, non riesco più a ricordare..."). Abraham Dragon ed Eliezer Eisenschmidt, poi, non avevano mai testimoniato né raccontato la proprie memorie prima degli anni Novanta. Ma ecco che inaspettatamente, in presenza di Pezzetti, essi ritrovano improvvisamente la memoria dei luoghi e riescono a identificare, dopo 48 anni, ciò che non riuscivano a ricordare nel 1945 e nel 1972. Miracoli della religione olocaustica, che ha in Birkenau l’equivalente taumaturgico delle fonti di Lourdes.

La casa semovente

Poiché, come dicevo, dopo la guerra non esistevano testimonianze relative all’ubicazione del Bunker 1, la posizione di questa presunta “camera a gas” era stata fissata a capocchia sulle piante topografiche di Birkenau. Ad esempio, in questa cartina riportata da Mattogno, redatta dal Museo di Auschwitz nel 1978, essa compare proprio davanti al campo di Birkenau, nella zona nord, mentre la struttura “scoperta” da Pezzetti si trova in tutt’altra posizione, completamente esterna al campo. Per avallare a posteriori l’esistenza di questa prima “camera a gas” (quella riportata nella cartina), il Museo di Auschwitz aveva convinto, nel 1980, una signora polacca di nome Józefa Wisifska a consegnare una relazione in cui si affermava che una casa esistente in quella posizione e appartenuta ad alcuni suoi parenti era stata requisita dai tedeschi e trasformata in camera a gas. Naturalmente la signora Wisifska non presentava la minima prova di ciò che diceva. Si trattava semplicemente di un espediente architettato dai responsabili del museo per accreditare una cartina redatta frettolosamente su cui compariva una fantomatica “camera a gas” che non si sapeva come giustificare. La relazione della signora Wisifska presenta una quantità di incongruenze per le quali rimando all’articolo di Mattogno. Qui basti dire che il presunto “Bunker 1” scoperto da Pezzetti si trova ad almeno 300 metri di distanza, in linea d’aria, dalla struttura indicata dalla Wisifska. Come al solito, nel disperato tentativo di far esistere l’inesistente, i ricercatori scioatici riescono solo a contraddirsi tra loro e a combinare grossi pasticci.

Le case maledette

La tendenza a ricercare sempre nuove strutture da esibire come simbolo dell’”orrore nazista” è una caratteristica dell’industria dell’olocausto degli ultimi anni. Identificare nuove “case maledette” significa incrementare il turismo di massa verso i luoghi del presunto olocausto, accrescere i guadagni e incidentalmente diffondere sempre di più, nell’immaginario popolare, il mito dello sterminio ebraico. Ne avevo già parlato in articoli come questo. La ricerca di case e strutture varie da esibire come ex camere a gas è un business estremamente redditizio. Se possedete un monolocale in periferia che non sapete a chi affittare, vi consiglio di accreditarlo come ex camera a gas nazista. Con l’esplosione della bolla immobiliare che si profila all’orizzonte, potrebbe essere l’unico vantaggioso sistema di mantenere inalterato il valore dei vostri appartamenti. 

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