TEMPI DURI PER I TERRORISTI

Non ha perso tempo il senatore Joe Lieberman, uno dei membri del Partito Democratico che maggiormente hanno appoggiato le guerre “contro il terrorismo” americane e israeliane. Joe Lieberman, come si ricorderà, è il senatore del Connecticut che fu clamorosamente trombato alle primarie dei Democratici del 2006, grazie al passaparola su internet che lo additò, a ragione, come un cavallo di Troia israelo-neocon all’interno del Partito Democratico e che spinse molti utenti del web ad andare a votare per il suo diretto concorrente, lo sconosciuto Ned Lamont. Lieberman, già rieletto senatore per tre volte, era stato affiancato ad Al Gore nelle elezioni presidenziali del 2000, poi vinte da Bush con l’imbroglio. Si trattava, ovviamente, di una mossa predisposta dalla lobby ebraica americana per fronteggiare l’eventualità che la truffa elettorale organizzata per mandare i neocon al potere non avesse funzionato. In questo caso Lieberman sarebbe stato pronto a controllare il presidente Gore passo per passo, esattamente come oggi Cheney controlla e manovra Bush in ogni decisione politica. Lieberman ha il doppio passaporto americano e israeliano e la sua natura di elemento di sorveglianza sionista all’interno del Partito Democratico non è più tanto segreta.
Ora prendendo al volo l’occasione offerta dalle autobombe-catorcio piazzate a Londra, Lieberman è nuovamente sceso in campo per affermare la necessità della sorveglianza indiscriminata sulle conversazioni telefoniche dei cittadini americani. “Spero che gli attentati terroristici di Londra”, ha grugnito Lieberman, “servano a dare la sveglia a noi americani, affinché cessi questo inutile battibecco sulla necessità della sorveglianza elettronica”. Lieberman si riferiva al programma di intercettazioni elaborato dalla Casa Bianca per il quale
A Lieberman ha immediatamente fatto eco un altro noto giudeo-americano, Michael Chertoff, capo del ministero della Homeland Security, figlio di un rabbino, anche lui con doppio passaporto americano e israeliano. “Sono molto preoccupato”, ha spiegato Chertoff nella trasmissione “Fox and Friends”, “che si possano perdere gli strumenti che utilizziamo ogni giorno per prevenire quel tipo di trame che, come abbiamo appena visto, conducono ad attentati come quelli londinesi”.
Si tratta, ovviamente, di scempiaggini. Le intercettazioni telefoniche non hanno mai impedito gli attentati, anche perché questi ultimi, quasi sempre, sono organizzati dagli stessi intercettatori. Le “autobombe” di Londra sono state individuate grazie alla segnalazione di alcuni cittadini, che hanno visto il fumo uscire dai finestrini e hanno chiamato la polizia, non certo grazie alle intercettazioni preventive. Queste ultime hanno il solo scopo di garantire potere di controllo e di ricatto su politici e cittadini, a tutto vantaggio degli israeliani e dei loro pupazzi insediati nei punti chiave della politica occidentale.
L’interesse degli israeliani e delle loro spie politiche nelle intercettazioni è ovviamente duplice. Da un lato vi è un interesse geostrategico ad accrescere il controllo sui politici e i cittadini americani per costringere gli Stati Uniti a proseguire le guerre mediorientali che a Israele interessano e che gli stessi americani iniziano a sentire come disastrose e controproducenti. Dall’altro vi è un enorme interesse economico: Israele, come ben faceva notare Naomi Klein in questo articolo, è fra i massimi esportatori mondiali di sistemi militari e d’intelligence per la “lotta al terrorismo”. Israele, stato terrorista, ha tutto l’interesse a che il terrorismo continui a crescere e prosperare, e non soltanto il suo. Tra le aziende israeliane che prosperano grazie al terrorismo ci sono
Ce la faranno? Mah. Di sicuro gli attentati di Londra sono stati assai poco convincenti e hanno avuto scarsa presa sull’opinione pubblica. Nonostante gli sforzi dei media di regime, gli sperperi di fiato di Gordon Brown e gli strilli di Scotland Yard che si sforza di vedere “la mano di Al Qaeda” anche in autobombe fatte, visibilmente, con i piedi, il ritornello della “minaccia terrorista” ha perso il suo appeal. Qualunque cittadino sano di mente preferisce ormai affrontare la remota possibilità di imbattersi in un paio di autobombe fumogene ogni tre-quattro anni, piuttosto che rassegnarsi a vedere ogni sua telefonata alla morosa scrupolosamente registrata dagli israeliani, controllata dal governo e utilizzata contro di lui in caso di necessità. Ciò crea qualche rischio. Non è improbabile che il crescendo di attentati in questi giorni (ultimo quello nello Yemen) sia il segnale che i sionisti e i loro referenti politici in occidente stanno progettando un attentato in grande stile, una replica di quel loro grande successo che andò in scena l’11 settembre 2001. Ma non credo che riuscirebbero, neanche con una nuova strage, a indirizzare il risentimento dell’opinione pubblica verso qualcosa di diverso dalle loro poltrone. Lo si vide già negli attentati madrileni del 2004, che non riuscirono a salvare Aznar e furono anzi la principale causa della sua sconfitta elettorale. Gli subentrò Zapatero, che ritirò le truppe spagnole dall’Iraq subito dopo le elezioni, assestando il primo duro colpo alla “coalizione dei volonterosi”. Nuovi, clamorosi attentati non farebbero che peggiorare l’immagine di USA e Israele, che iniziano finalmente ad essere percepiti, anche presso le opinioni pubbliche occidentali, come i veri architetti del terrorismo.
Non è un caso che un recente sondaggio, condotto dalla Harris Interactive per conto del Financial Times, riveli che il 32% di un campione scelto fra i cittadini di Francia, Inghilterra, Germania, Spagna e Italia consideri ormai gli Stati Uniti come una minaccia alla sicurezza mondiale più grave di quelle di Iran e Corea del Nord messe insieme. Certo, in America le cose vanno un po’ meglio, la “minaccia” più gettonata (25%) è
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