IL BURATTINAIO DELL'IMPERO DEL MALE
by Gianluca Freda (27/01/2007 - 18:50)

Un animale con le spalle al muro
di William Rivers Pitt
tratto dal sito Smirkingchimp
Traduzione di Gianluca Freda
di William Rivers Pitt
tratto dal sito Smirkingchimp
Traduzione di Gianluca Freda
Domanda: Qual è il legame tra un possibile attacco americano all’Iran e il processo per falsa testimonianza in corso contro I. Lewis Libby?
Risposta: Il vicepresidente Dick Cheney.
Da mesi si vocifera di un possibile attacco americano all’Iran. Le voci, in alcuni ambienti, si erano trasformate in esplicito timore nel novembre scorso, man mano che si avvicinavano le elezioni di medio termine. L’idea che un attacco all’Iran potesse essere utilizzato come “October Surprise” per modificare le geometrie elettorali aveva avuto ampia circolazione. Quell’attacco non ci fu, ma da allora l’attenzione non si è più spostata dall’argomento.
Le preoccupazioni si sono accentuate nelle ultime settimane, dopo il poco condiviso discorso con cui Bush ha tentato di giustificare l’”aggiunta” di nuove truppe americane in Iraq. Il fulcro di quel discorso era la spuntata minaccia al governo di Teheran contro ogni tentativo di intromettersi nella situazione a Baghdad. Gli attenti osservatori della situazione irakena hanno trovato quella minaccia curiosa e fuori luogo.
Da un lato, è ormai assiomatico che la maggioranza sciita che governa l’Iraq è oggi controllata dal governo sciita dell’Iran. Per l’Iran è stata una grande vittoria, resa possibile dalla nostra invasione e occupazione dell’Iraq e dall’improvvida progettazione di un traballante governo irakeno a maggioranza sciita. Dopo la nostra invasione tale alleanza era pressoché inevitabile e abbaiare oggi contro Teheran a causa di scelte fatte da noi negli ultimi anni è una cosa tanto assurda da non meritare alcun commento. Bush ha regalato Baghdad all’Iran con tanto di carta-regalo e mettersi a starnazzare adesso è cosa perfettamente inutile.
D’altro canto, abbiamo anche a che fare con un governo americano che ha consentito alle guerre in Afghanistan e in Iraq di degenerare in caos. Il gruppo di cervelli di cui Bush si circonda ha preso, ad ogni punto di svolta, la peggior decisione possibile ogni volta che ne ha avuto l’opportunità. Hanno invaso l’Afghanistan, ma poi hanno spostato quasi tutte le truppe in Iraq quando è stato il momento di invadere e occupare quest’ultimo, permettendo così ai Talebani di riprendere il controllo. Hanno invaso l’Iraq – cosa che è stata già in sé una decisione catastrofica – con pochi uomini impreparati a combattere per anni una guerriglia urbana che si è mutata, col tempo, in un’insidiosa guerra civile tra fazioni.
L’elenco potrebbe continuare e sarebbe composto per la quasi totalità di decisioni prese senza tenere in alcuna considerazione i fattori di politica interna. Scartare l’idea che queste stesse persone possano imbarcarsi in un’impresa altrettanto folle contro l’Iran sarebbe da pazzi.
La combinazione tra l’influenza iraniana sulla politica irakena, la prosopopea dell’amministrazione Bush, il suo esecrabile decisionismo e il fatto che una seconda flotta di portaerei USA sia in viaggio verso il golfo persico è già di per sé inquietante. Se aggiungiamo a questa miscela già esplosiva il processo per falsa testimonianza contro Lewis “Scooter” Libby, la probabilità di un’esplosione cresce esponenzialmente.
Che c’entra in tutto questo il processo di Libby? C’entra a causa di Dick Cheney.
Secondo le agenzie, le arringhe introduttive degli avvocati della difesa come di quelli dell’accusa hanno messo Cheney al centro (o molto vicino al centro) del complotto con cui venne resa nota l’identità dell’ex agente CIA Valerie Plame. La difesa, con una mossa sorprendente, si è spinta fino a definire Libby come “capro espiatorio” delle azioni compiute dalla Casa Bianca contro Plame, volte a screditare l’ambasciatore Joseph Wilson [marito della Plame, NdT] che aveva espresso opinioni critiche sulla guerra in Iraq (1). Man mano che il processo va avanti e si ascoltano nuove testimonianze, la traccia delle prove raccolte potrebbe condurre fino alla porta del vicepresidente.
Questa eventualità è resa rilevante dal potere esercitato da Cheney. Solo i più devoti adoratori di Bush credono ancora che sia lui il padrone degli eventi all’interno dell’esecutivo. Tutti gli altri hanno da tempo correttamente concluso che il vero carburante ideologico e la forza burocratica di questa amministrazione hanno in Cheney la propria sorgente.
Nonostante le sue iniziative politiche si siano risolte in un fallimento dietro l’altro e benché il sostegno degli elettori continui ad assottigliarsi, Cheney e i suoi rimanenti fedelissimi continuano a scagliarsi in avanti, trascinando tutti noi sempre più a fondo nella palude. Se il processo a Libby rappresentasse una concreta minaccia al potere e alla supremazia politica di Dick Cheney, tutte le scommesse relative all’Iran potrebbero considerarsi chiuse. Ci troveremmo ad affrontare la possibilità che venga ordinato un attacco al solo scopo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica e cambiare argomento.
Un attacco all’Iran sarebbe disastroso sotto molti punti di vista: il nostro esercito è già sotto massimo sforzo, le nostre truppe in Iraq rischierebbero di essere lasciate sguarnite di fronte ad un contrattacco, il fronte interno resterebbe aperto ad attacchi terroristici ad opera delle forze speciali iraniane e le batterie missilistiche dislocate sulle montagne dell’Iran di fronte al golfo persico potrebbero lanciare un attacco devastante contro la nostra flotta.
Una persona saggia vedrebbe un attacco all’Iran come un’opzione al contempo immotivata e foriera di un’estensione del conflitto che non siamo preparati ad affrontare, grazie all’Iraq. Per questo motivo l’idea che un simile attacco possa essere lanciato davvero non è considerata, da molti analisti, una realtà imminente. Ali Larijani, responsabile della sicurezza nazionale iraniana, condivide questo punto di vista. “La possibilità che ciò avvenga è molto remota, si tratta più che altro di azioni di guerriglia psicologica”, ha detto Larijani giovedì scorso. “Le forze armate della repubblica islamica sono in stato di massima allerta e stanno monitorando ogni movimento allo scopo di offrire una risposta schiacciante anche alla più piccola aggressione o minaccia”. Larijani ha concluso il suo commento affermando: “Consiglio a Mr. Bush e ai suoi consiglieri di essere razionali e di pensare all’interesse della loro nazione”.
Sarebbe un saggio consiglio se solo fosse Mr. Bush quello delegato a pensare. Ma in questi giorni tutta l’attività di pensiero e di gestione è nelle mani di Dick Cheney e se il processo Libby arriverà a porre in discussione la sua supremazia, tutte le ponderate analisi dei politologi non saranno che polvere. Dopo tutto, nulla è più pericoloso di un animale messo con le spalle al muro.
(1) – Nota del traduttore: Il 6 luglio 2003, tre mesi dopo l’invasione americana dell’Iraq, Joseph Wilson, ambasciatore americano ora in pensione, aveva pubblicato sul New York Times un editoriale intitolato “What I Didn’t Find in Africa” (“Ciò che non ho trovato in Africa”).
Wilson si riferiva ad un suo viaggio compiuto in Niger nel febbraio 2002 nel corso del quale aveva tentato di scoprire se davvero Saddam Hussein avesse acquistato dal Niger la famosa “torta gialla”, cioè l’uranio che sarebbe servito a fabbricare le fantomatiche armi di distruzione di massa. L’accusa di aver acquistato uranio dal Niger era stato il pretesto con cui l’amministrazione americana aveva giustificato l’invasione dell’Iraq. Wilson non aveva trovato nulla e per questo accusava l’amministrazione Bush di aver mentito al paese e al mondo.
In realtà l’acquisto di uranio era una grossolana bufala e il famoso dossier che lo comprovava era un pacchianissimo falso costruito da ex agenti dei servizi segreti italiani e poi rivenduto all’amministrazione USA per un tozzo di pane. Tutta la vicenda è stata ben narrata e documentata dai due giornalisti di "Repubblica" Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo nel libro Il Mercato della paura, che avevo a suo tempo recensito. Per screditare Wilson, qualcuno (probabilmente il vice segretario di Stato americano Richard Armitage) incaricò un giornalista del New York Times, Robert Novak, di rendere noto, con apposito articolo pubblicato sul giornale il 14 luglio 2003, che la moglie di Wilson, Valerie Plame, era da anni un agente della CIA in incognito. Sulla rivelazione dell’identità di un agente della CIA venne aperta un’inchiesta nel corso della quale l’ex capo dello staff di Dick Cheney, Lewis Libby, e lo stesso Cheney vennero incriminati per ostruzione della giustizia e falsa testimonianza.
Risposta: Il vicepresidente Dick Cheney.
Da mesi si vocifera di un possibile attacco americano all’Iran. Le voci, in alcuni ambienti, si erano trasformate in esplicito timore nel novembre scorso, man mano che si avvicinavano le elezioni di medio termine. L’idea che un attacco all’Iran potesse essere utilizzato come “October Surprise” per modificare le geometrie elettorali aveva avuto ampia circolazione. Quell’attacco non ci fu, ma da allora l’attenzione non si è più spostata dall’argomento.
Le preoccupazioni si sono accentuate nelle ultime settimane, dopo il poco condiviso discorso con cui Bush ha tentato di giustificare l’”aggiunta” di nuove truppe americane in Iraq. Il fulcro di quel discorso era la spuntata minaccia al governo di Teheran contro ogni tentativo di intromettersi nella situazione a Baghdad. Gli attenti osservatori della situazione irakena hanno trovato quella minaccia curiosa e fuori luogo.
Da un lato, è ormai assiomatico che la maggioranza sciita che governa l’Iraq è oggi controllata dal governo sciita dell’Iran. Per l’Iran è stata una grande vittoria, resa possibile dalla nostra invasione e occupazione dell’Iraq e dall’improvvida progettazione di un traballante governo irakeno a maggioranza sciita. Dopo la nostra invasione tale alleanza era pressoché inevitabile e abbaiare oggi contro Teheran a causa di scelte fatte da noi negli ultimi anni è una cosa tanto assurda da non meritare alcun commento. Bush ha regalato Baghdad all’Iran con tanto di carta-regalo e mettersi a starnazzare adesso è cosa perfettamente inutile.
D’altro canto, abbiamo anche a che fare con un governo americano che ha consentito alle guerre in Afghanistan e in Iraq di degenerare in caos. Il gruppo di cervelli di cui Bush si circonda ha preso, ad ogni punto di svolta, la peggior decisione possibile ogni volta che ne ha avuto l’opportunità. Hanno invaso l’Afghanistan, ma poi hanno spostato quasi tutte le truppe in Iraq quando è stato il momento di invadere e occupare quest’ultimo, permettendo così ai Talebani di riprendere il controllo. Hanno invaso l’Iraq – cosa che è stata già in sé una decisione catastrofica – con pochi uomini impreparati a combattere per anni una guerriglia urbana che si è mutata, col tempo, in un’insidiosa guerra civile tra fazioni.
L’elenco potrebbe continuare e sarebbe composto per la quasi totalità di decisioni prese senza tenere in alcuna considerazione i fattori di politica interna. Scartare l’idea che queste stesse persone possano imbarcarsi in un’impresa altrettanto folle contro l’Iran sarebbe da pazzi.
La combinazione tra l’influenza iraniana sulla politica irakena, la prosopopea dell’amministrazione Bush, il suo esecrabile decisionismo e il fatto che una seconda flotta di portaerei USA sia in viaggio verso il golfo persico è già di per sé inquietante. Se aggiungiamo a questa miscela già esplosiva il processo per falsa testimonianza contro Lewis “Scooter” Libby, la probabilità di un’esplosione cresce esponenzialmente.
Che c’entra in tutto questo il processo di Libby? C’entra a causa di Dick Cheney.
Secondo le agenzie, le arringhe introduttive degli avvocati della difesa come di quelli dell’accusa hanno messo Cheney al centro (o molto vicino al centro) del complotto con cui venne resa nota l’identità dell’ex agente CIA Valerie Plame. La difesa, con una mossa sorprendente, si è spinta fino a definire Libby come “capro espiatorio” delle azioni compiute dalla Casa Bianca contro Plame, volte a screditare l’ambasciatore Joseph Wilson [marito della Plame, NdT] che aveva espresso opinioni critiche sulla guerra in Iraq (1). Man mano che il processo va avanti e si ascoltano nuove testimonianze, la traccia delle prove raccolte potrebbe condurre fino alla porta del vicepresidente.
Questa eventualità è resa rilevante dal potere esercitato da Cheney. Solo i più devoti adoratori di Bush credono ancora che sia lui il padrone degli eventi all’interno dell’esecutivo. Tutti gli altri hanno da tempo correttamente concluso che il vero carburante ideologico e la forza burocratica di questa amministrazione hanno in Cheney la propria sorgente.
Nonostante le sue iniziative politiche si siano risolte in un fallimento dietro l’altro e benché il sostegno degli elettori continui ad assottigliarsi, Cheney e i suoi rimanenti fedelissimi continuano a scagliarsi in avanti, trascinando tutti noi sempre più a fondo nella palude. Se il processo a Libby rappresentasse una concreta minaccia al potere e alla supremazia politica di Dick Cheney, tutte le scommesse relative all’Iran potrebbero considerarsi chiuse. Ci troveremmo ad affrontare la possibilità che venga ordinato un attacco al solo scopo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica e cambiare argomento.
Un attacco all’Iran sarebbe disastroso sotto molti punti di vista: il nostro esercito è già sotto massimo sforzo, le nostre truppe in Iraq rischierebbero di essere lasciate sguarnite di fronte ad un contrattacco, il fronte interno resterebbe aperto ad attacchi terroristici ad opera delle forze speciali iraniane e le batterie missilistiche dislocate sulle montagne dell’Iran di fronte al golfo persico potrebbero lanciare un attacco devastante contro la nostra flotta.
Una persona saggia vedrebbe un attacco all’Iran come un’opzione al contempo immotivata e foriera di un’estensione del conflitto che non siamo preparati ad affrontare, grazie all’Iraq. Per questo motivo l’idea che un simile attacco possa essere lanciato davvero non è considerata, da molti analisti, una realtà imminente. Ali Larijani, responsabile della sicurezza nazionale iraniana, condivide questo punto di vista. “La possibilità che ciò avvenga è molto remota, si tratta più che altro di azioni di guerriglia psicologica”, ha detto Larijani giovedì scorso. “Le forze armate della repubblica islamica sono in stato di massima allerta e stanno monitorando ogni movimento allo scopo di offrire una risposta schiacciante anche alla più piccola aggressione o minaccia”. Larijani ha concluso il suo commento affermando: “Consiglio a Mr. Bush e ai suoi consiglieri di essere razionali e di pensare all’interesse della loro nazione”.
Sarebbe un saggio consiglio se solo fosse Mr. Bush quello delegato a pensare. Ma in questi giorni tutta l’attività di pensiero e di gestione è nelle mani di Dick Cheney e se il processo Libby arriverà a porre in discussione la sua supremazia, tutte le ponderate analisi dei politologi non saranno che polvere. Dopo tutto, nulla è più pericoloso di un animale messo con le spalle al muro.
(1) – Nota del traduttore: Il 6 luglio 2003, tre mesi dopo l’invasione americana dell’Iraq, Joseph Wilson, ambasciatore americano ora in pensione, aveva pubblicato sul New York Times un editoriale intitolato “What I Didn’t Find in Africa” (“Ciò che non ho trovato in Africa”).
Wilson si riferiva ad un suo viaggio compiuto in Niger nel febbraio 2002 nel corso del quale aveva tentato di scoprire se davvero Saddam Hussein avesse acquistato dal Niger la famosa “torta gialla”, cioè l’uranio che sarebbe servito a fabbricare le fantomatiche armi di distruzione di massa. L’accusa di aver acquistato uranio dal Niger era stato il pretesto con cui l’amministrazione americana aveva giustificato l’invasione dell’Iraq. Wilson non aveva trovato nulla e per questo accusava l’amministrazione Bush di aver mentito al paese e al mondo.
In realtà l’acquisto di uranio era una grossolana bufala e il famoso dossier che lo comprovava era un pacchianissimo falso costruito da ex agenti dei servizi segreti italiani e poi rivenduto all’amministrazione USA per un tozzo di pane. Tutta la vicenda è stata ben narrata e documentata dai due giornalisti di "Repubblica" Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo nel libro Il Mercato della paura, che avevo a suo tempo recensito. Per screditare Wilson, qualcuno (probabilmente il vice segretario di Stato americano Richard Armitage) incaricò un giornalista del New York Times, Robert Novak, di rendere noto, con apposito articolo pubblicato sul giornale il 14 luglio 2003, che la moglie di Wilson, Valerie Plame, era da anni un agente della CIA in incognito. Sulla rivelazione dell’identità di un agente della CIA venne aperta un’inchiesta nel corso della quale l’ex capo dello staff di Dick Cheney, Lewis Libby, e lo stesso Cheney vennero incriminati per ostruzione della giustizia e falsa testimonianza.
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