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    CAPODANNO IN IRAQ

    by Gianluca Freda (29/12/2006 - 21:35)




    Un altro anno finisce...

    dal blog irakeno Baghdad Burning (di Riverbend)
    Traduzione di Gianluca Freda


    Sai che il tuo paese è nei guai quando:

    1. Le Nazioni Unite aprono una sezione speciale (UNAMI) al solo scopo di tenere il registro del caos e dei massacri.

    2. La sezione summenzionata non può avere sede nel tuo paese.

    3. I politici che si sono impegnati per ridurre il tuo paese in queste pietose condizioni non sono più reperibili all’interno dei suoi confini, né nelle vicinanze.

    4. L’unica cosa su cui Iran e Stati Uniti sono d’accordo è il deteriorarsi delle condizioni della tua nazione.

    5. Una guerra durata 8 anni [con l’Iran, NdT] e un embargo durato 13 ti sembrano l’età dell’oro del tuo paese.

    6. Il tuo paese vende 2 milioni di barili di petrolio al giorno e tu devi fare 4 ore di coda per comprare al mercato nero il gasolio per il tuo generatore.

    7. Per ogni 5 ore senza elettricità ricevi un’ora di elettricità pubblica e all’improvviso il tuo governo annuncia che non è più in grado di garantire quell’ora.

    8. Politici che avevano approvato la guerra ora passano il tempo a discutere in TV se sia in corso un “massacro etnico” o una “guerra civile”.

    9. La gente si considera fortunata quando il cadavere di un parente scomparso da due settimane risulta ancora identificabile.

    La giornata dell’irakeno medio trascorre identificando cadaveri, evitando autobombe e cercando di capire quali familiari siano stati arrestati, quali siano andati in esilio e quali altri siano stati rapiti.

    Il 2006 è stato, decisamente, l’anno peggiore. Dico sul serio. Le dimensioni di questa guerra e dell’occupazione iniziano soltanto adesso a colpire con forza l’opinione pubblica. E’ come avere un grosso pezzo di terreno, duro e secco, che si è determinati a spaccare. Il primo colpo viene assestato sotto forma di danni alle infrastrutture causati da missili e nuove armi tecnologiche, e iniziano ad aprirsi le prime crepe. Altri piccoli colpi arrivano sotto forma di politici come Chalabi, Al Hakim, Talbani, Pachachi, Allawi e Maliki. Le crepe iniziano rapidamente a moltiplicarsi e a correre lungo quel pezzo di terreno una volta solido, stendendosi verso i suoi confini come tante mani scheletriche. Allora si applica un po’ di pressione. Lo si circonda da ogni lato, si spinge, si tira. Lentamente, ma senza fallo, lo si vede cadere a pezzi, un grumo qui, una zolla là.

    Questo è l’Iraq oggi. Gli americani hanno fatto un gran lavoro nel farlo a pezzi. L’anno appena trascorso ha convinto quasi tutti che il piano era proprio questo fin dall’inizio. Sono stati commessi troppi errori perchè si trattasse di semplici errori. Gli “errori” sono stati troppo catastrofici. Le persone che l’amministrazione Bush ha scelto di sostenere e appoggiare erano notoriamente e risaputamente ripugnanti: dall’imbroglione e intrallazziere Chalabi, al terrorista Jaffari, al miliziano Maliki. Le decisioni, come smantellare l’esercito irakeno, abolire la vecchia costituzione e mettere la sicurezza del paese in mano alle milizie, sono state troppo devastanti per non essere intenzionali. 

    La domanda è: perché? Non ho fatto altro che chiedermelo negli ultimi giorni. Cosa ci guadagna l’America a danneggiare l’Iraq fino a questo punto? Ormai solo un idiota delirante crederebbe ancora che questa guerra e l’occupazione siano state fatte per le armi di distruzione di massa o per paura di Saddam.

    Al Qaeda? Risibile. Bush è riuscito, negli ultimi 4 anni, a creare più terroristi di quanti avrebbe potuto crearne Osama in 10 diversi campi di addestramento sulle lontane colline dell’Afghanistan. I nostri bambini, oggi, fanno giochi come “cecchino e jihadista”, in cui uno finge di aver centrato un soldato americano in mezzo agli occhi e un altro di aver rovesciato un Humvee.

    L’ultimo anno, in particolare, è stato un punto di svolta. Quasi ogni irakeno ha sofferto perdite enormi. Enormi. E’ impossibile descrivere le perdite che abbiamo subìto a causa della guerra e dell’occupazione. Non ci sono parole per spiegare come ci si sente quando, ogni giorno, circa 40 cadaveri vengono ritrovati in differenti stati di decomposizione e mutilazione. E’ impossibile dare l’idea della densa e nera nube di paura sospesa sulla testa di ogni irakeno. Paura di cose così assurde da sfiorare il ridicolo, come il fatto che il tuo nome possa suonare “troppo sunnita” o “troppo sciita”.  Paura di cose più serie, come gli americani nei loro carri armati, i poliziotti con bandane nere e bandiere verdi che controllano il tuo quartiere, i soldati irakeni con la maschera nera ai checkpoint.

    Ancora, non posso fare a meno di chiedermi perché ci sia stato fatto tutto questo. A che è servito distruggere l’Iraq oltre ogni speranza di riparazione? Solo l’Iran sembra averci guadagnato qualcosa. La loro presenza in Iraq è ormai così consolidata che criticare un chierico o un ayatollah equivale a suicidarsi. Forse la situazione è sfuggita a tal punto dalle mani degli americani da non essere più recuperabile? O era tutto pianificato fin dall’inizio? Mi fa male la testa a farmi queste domande.

    Ciò che in questo momento mi dà più da pensare è: perché gettare benzina sul fuoco? I sunniti e gli sciiti moderati vengono scacciati dalle grandi città del sud e dalla capitale. Baghdad è spaccata in due, con gli sciiti che abbandonano le zone sunnite e i sunniti che abbandonano le zone sciite, alcuni per minaccia, altri per paura di attacchi. La gente viene uccisa a sangue freddo ai checkpoint o da automobili che passano sparando a casaccio. Molti college hanno sospeso le lezioni. Migliaia di irakeni non mandano più i bambini a scuola. Non è sicuro.

    Perché peggiorare ulteriormente la situazione con l’esecuzione di Saddam? Chi guadagnerà qualcosa dalla sua impiccagione? L’Iran, ovviamente, ma chi altri? C’è la paura concreta che questa esecuzione sarà il colpo definitivo che spezzerà l’Iraq. Alcune tribù sunnite e sciite hanno minacciato di prendere le armi contro gli americani se Saddam verrà giustiziato. In generale, tutti gli irakeni stanno guardando con attenzione a ciò che sta per succedere e si stanno serenamente preparando al peggio.      

    Questo perché Saddam, ormai, non rappresenta più né se stesso né il suo regime. Grazie alla pressante insistenza della propaganda bellica americana, Saddam rappresenta ora tutti gli arabi sunniti (non importa che gran parte del suo governo fosse sciita). Gli americani, con i loro discorsi, con gli articoli di giornale e con i loro fantocci irakeni, hanno detto molto esplicitamente che considerano Saddam un simbolo della resistenza sunnita all’occupazione. In sostanza, con questa esecuzione, gli americani stanno dicendo: “Guardate, arabi sunniti, questo è il vostro uomo e noi lo sappiamo. E lo impicchiamo perché rappresenta voi”. E non si può sbagliare, questo processo, il verdetto e l’esecuzione sono americani al 100 %. Alcuni attori erano irakeni, ma la produzione, la regia e il montaggio sono stati puramente hollywoodiani (anche se realizzati, a mio avviso, con scarso budget).

    Ecco perché, ovviamente, Talbani non vuole firmare la condanna a morte. Non perché a questo bandito sia improvvisamente spuntata una coscienza, ma perché non vuole essere lui il responsabile dell’impiccagione. Non andrebbe molto lontano se lo facesse.

    Il governo di Maliki non riusciva a contenere la contentezza. Ha annunciato la ratifica dell’esecuzione prima ancora che lo facesse il tribunale. Qualche sera fa un telegiornale americano ha intervistato il capo gabinetto di Maliki, Basim Al-Hassani, che parlava dell’imminente esecuzione - in un inglese con forti inflessioni americane - come se stesse parlando di una festa a cui era stato invitato. Se ne stava seduto, con l’aspetto trasandato e senza sentirsi minimamente ridicolo, a dialogare in un idioma pieno di 'gonna', 'gotta' e 'wanna'... il che può succedere, immagino, quando le sole persone con cui hai qualche rapporto sono i soldati americani.

    La mia conclusione è stata che gli americani vogliono davvero ritirarsi dall’Iraq, ma vorrebbero prima lasciarsi dietro una guerra civile di ampia portata, perché non sarebbe bello che dopo il loro ritiro le cose cominciassero a migliorare, no?

    Eccoci arrivati alla fine del 2006 e io sono triste. Non soltanto triste per le condizioni del mio paese, ma anche per le condizioni della nostra umanità come irakeni. Abbiamo perduto buona parte della compassione e della civiltà che quattro anni fa pensavo ci rendessero speciali. Porto l’esempio di me stessa. Quattro anni fa mi si stringeva il cuore ogni volta che sentivo della morte di un soldato americano. Sì, erano occupanti, ma anche esseri umani e sapere che venivano ammazzati nel mio paese non mi faceva dormire la notte. Non importava che avessero attraversato l’oceano per aggredirci, mi sentivo davvero in ansia per loro.

    Se non avessi espresso questi sentimenti di apprensione su questo stesso blog, oggi crederei di non averli mai provati. Oggi gli americani rappresentano solo numeri. 3000 americani morti negli ultimi quattro anni? Sai che roba. E’ il numero di irakeni che muoiono in meno di un mese. Avevano delle famiglie? Pensa un po’ che peccato. Anche noi le abbiamo. Anche i cadaveri sulle strade e quelli che aspettano di essere identificati all’obitorio.

    Il soldato americano morto oggi a Anbar è forse più importante di un mio cugino a cui hanno sparato il mese scorso, proprio la sera del suo fidanzamento con una donna che desiderava sposare da sei anni? Non credo proprio.

    Solo perché gli americani muoiono in quantità minori, non significa che siano più importanti, no?



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