INEDITI DANTESCHI

INFERNO, CANTO XXXV
Cerchio X - I Cazzari
di Dante Alighieri (*)
Quinci venimmo ad una calle smorta
densa di genti meste e imbecillite
quali gli spettator di Porta a Porta.
Ahi, dolorose e miserabil vite
che di fregnacce, lazzi e scemitadi
van discettando, trepide e impaurite!
E 'l duca mio: "Or si dee che tu vadi
pel cerchio del cazzume editoriale
ove li fatti appaion vaghi e radi
e regna imperituro il virtuale".
E già m'adiva al decimo girone
quand'ecco scorsi un bestio bicefàle
per cui 'l mio duca: "Quegli è Veltruscone,
ch'opposizione fu e governo fue
e in l'una e l'altra testa fu cagione
di mali e strazio allo popolo bue.
Ma il lettor d'elzeviri è sì intontito
che azzannato da un, crede sien due".
Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito
più m'appressai alle doppie mascelle
del tristo imbonitor ermafrodito.
Diverse lingue, orribili favelle
risuonavan nel gozzo a quel piazzista
come due bestie van sott'una pelle.
"Potere al popolo! Morte al comunista!
Meno tasse! Chi è magistrato è pazzo!
Coltiviamo un progetto riformista".
Parole oscure, non capivo un cazzo.
Ma vidi genti di molte contrade
plaudere a quel romor, con gran sollazzo,
a guisa di montoni innanzi a biade.
Alfin pestai gran zòtta in sul terreno
e caddi come corpo morto cade.
"Attento!", fece il duca, "quaggiù è pieno
d'articoli di Mauro e d'Alberoni.
Se v'incappi col piè, non v'è più freno,
le suole imbrotti e caschi a ruzzoloni!"
"E dirlo prima?", rispuos'io al maestro,
"or mi lordan le scarpe due cialdoni
l'un sotto al piè mancino, l'altro al destro!".
"L'uno è un editoriale di Colombo",
ei disse, "che dal quotidian sinestro
tuona con ira, furia e gran rimbombo
contra la crapa che pelata miri;
ma con l'altra (il quattrocchi) è come un zombo:
brancolano e barcollan gli elzeviri.
Del grasson dalla barba unta e atra
è lo secondo, che per empi giri
graffia il Veltrone, iscuoia e disquatra;
ma innanzi allo padrone è come cane
ch'attende l'osso e caninamente latra".
Io vidi allor dell'anime diafàne
che a voce bassa mi facevan "Bù!"
con membra vanescenti, men che umane,
mentre che per lo passo andava giù.
"Qui vedi i mesti spiriti del niente
che mai son stati o che non sono più",
disse Virgilio, "e per ti spavente
cercan di far paura e fan pietade,
parti citrulli di citrulla mente.
Quegli laggiù è il feroce Bin Làde,
col bel turbante di cotone idrofilo,
ch'arse le torri della gran cittade;
havvi di fianco il bieco pedòfilo
che strupa li fanciulli a cento a cento;
poi il negator della scioà, il necrofilo
antisemita! E il Global Riscaldamento!
che dell'Artico quaglia le calotte
dannando i posteri all'annegamento.
Ecco il nazista che torna di notte
con la sfiziosa svastica di legno;
ecco il fascista, pronto a menar botte
e altri fantasmi, di cui l'aere è pregno.
Son le frescacce buffe della stampa
c'ha perduto ogni modo e ogni ritegno".
Giunti che fummo a' piedi d'una rampa
schivai d'un pelo una palla colossale
ch'in giuso rotolava come vampa.
"Salva l'ossa! E' il vibrante editoriale
del tronfio spirto nomato Pigì
Battista, rozzo come non v'è iguale,
neppur nel più cazzaro dei tigì!".
E per schivar la bomba, di gran slanzo,
fè un salto e in sozza chiavica finì
colma d'atra di Mieli e di D'Avanzo!
E disse cose ch'è bello il tacere,
in gramatica, in gotico e in romanzo,
lordo di puttanate del Corriere.
Ahi, quanto a dir qual era è cosa dura!
Lo duca mio, che come carrettiere
imprecava, coverto di lordura!
Maladiceva Biagi e Montanello,
Pannunzio, Prezzolini e lor ventura,
e Serra, uom di Cuore e di cervello
che fece per viltate il gran rifiuto.
Tosto ch'intesi l'orrido macello
schivando un Feltri, andai a cercare aiuto,
rincorso di parole irose e prave
che mai non prima aveva conosciuto.
Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio bianco per antico pelo,
grifagno imbrattator di rotative.
E' Scalfari dimòn, che terra e cielo
governa della bolgia di panzane
ch'è il regno della stampa a doppio velo.
"O voi che tra le bufale pacchiane
vivi e vestiti ve n'andate a spasso",
disse lo vecchio, "cosa vi rimane
a questo loco e move a tanto chiasso?".
Io salutai quel salvator canuto
e lagrimando principiai: "Ahi, lasso!
Virgilio mio in una pozza è caduto
di pecoreccia vanvera stampata!
Deh, salvilo, messer, li presti aiuto!"
E quei con voce profonda e pacata:
"Qui occorre valutar l'opra migliore
per trarre l'uomo tuo da quella guata.
Magari un termovalorizzatore
che la mota smaltisca a quel pantano...
o un naviglio di scolo posteriore
che colleghi l'Inferno con Milano...
una variante urbana? Un rettifilo?
Un autotunnel metropolitano
assegnato in appalto all'Impregilo?
Qui è d'uopo dar principio ad opra magna
che dia lustro allo regno ov'è mio asilo!"
La mente di sudore ancor mi bagna
al pensier di quel vecchio laido e avaro
che discettava ai piè della montagna
torte complicazion di ciò ch'è chiaro.
E 'l duca nel piastron strillava: "Aita!
Chi mi trarrà da questo guazzo amaro
di frase che ragione hanno smarrita?"
Ed io: "Vo per soccorso! Ho già richesto
di qualchedun ch'aiuti in tua sortita!
Non ti crucciar! Tranquillo! Torno presto!".
Ciò dissi e de' calcagni fei rotelle
chè foco non m'avria spinto sì lesto
e quindi uscimmo a riveder le stelle.
* (Manoscritto inedito reperito da Gianluca Freda)
SPIAZZATI

“Poena autem vehemens ac multo saevior illis
quas et Caedicius gravis invenit et Rhadamanthus,
nocte dieque suum gestare in pectore testem”.
(E’ una pena atroce, e molto più terribile di quelle inventate dai feroci Cedicio e Radamanto, il portare notte e giorno nel petto il proprio accusatore)
Giovenale, Satira XIII
La manifestazione tenutasi l’altro giorno a Roma in piazza Navona, a cui hanno partecipato Di Pietro, Pancho Pardi, Sabina Guzzanti, Rita Borsellino, Beppe Grillo e migliaia di cittadini onesti provenienti da ogni parte del paese, è andata bene. Benissimo. E’ stato stupefacente vedere quanto consenso e quante presenze sia stata in grado di raccogliere un’adunata tenutasi in pieno luglio e in un giorno infrasettimanale, anziché il canonico venerdì. E’ stata una manifestazione vera e viva. Non come le squallide processioni sindacali e partitiche a cui i capigregge paramentati trascinano di tanto in tanto i loro montoni belanti e tosati. Nel passato, ho partecipato a parecchi di questi defatiganti raduni di pecore. Funzionano così: i capi di un partito o di un sindacato organizzano la kermesse nel giorno che precede immediatamente una festa comandata. Di solito un venerdì o un sabato, nel quale proclamano uno sciopero o un’astensione dalle attività lavorative. La proclamazione dell’evento avviene, di norma, nel corso dell’autunno o della primavera, per evitare la legittima e auspicabile concorrenza di skilift e ombrelloni. Questo per assicurarsi la massima presenza e disponibilità possibile di ovini che, in circostanze normali, avrebbero cose più serie da fare. Dopodiché si passa alla fase della precettazione. Pensionati ridotti alla fame vengono convinti a salire su torpedoni malfermi col miraggio di una gita gratuita e di una sosta in Autogrill retribuita. Rappresentanti sindacali di fabbrichette senz’arte né parte si lasciano buttare giù dal letto alle cinque di mattina nella sincera convinzione di sacrificare a Morfeo il proprio impegno per il trionfo della democrazia. Impiegati e avventori di Acli e circoli ricreativi vengono radunati in massa, sul far dell’alba, dinanzi alla più vicina sede Cgil o alla locale sezione di partito e ammassati su autobus variopinti. “Fate questo in nome della libertà democratica” è il mantra con cui le povere bestie vengono condotte stancamente ad esibire i propri corpi per la gloria del potere. “Portate anche i vostri bambini, ingrosseranno le nostre fila”. Ed orde di neonati carrozzati, di impuberi piagnucolanti, di figli e nipoti di cazzoni in buona fede si trascinano sotto la pioggia o il solleone per le strade della città eterna, lungo un percorso rigidamente programmato e presidiato da truci questurini abbigliati come robocop. Sventolano tante belle bandiere. Ascoltano in muta disperazione, affollati sotto un palco, i deliri retorici dei loro carnefici, che mille volte li hanno venduti e mille ancora li venderanno. Poi la messa finisce e tutti tornano stanchi e vuoti alle loro case, con la terribile sensazione di aver sprecato una meravigliosa occasione per un picnic in montagna o una partita a Risiko.
Questa merda, nel gergo orwelliano dei caprai celebranti, viene chiamata “libertà di manifestazione”.
Martedì scorso, per una volta, non è stato così. Le persone che hanno affollato Piazza Navona lo hanno fatto in pieno luglio, in un martedì lavorativo, senza pressioni né ricatti morali. Lo hanno fatto perché cominciano ad aprire gli occhi e dei caprai e delle loro auto-celebrazioni ammuffite iniziano a non poterne più. Sarà stata anche una manifestazione inutile, come vanno cianciando quelli che sono rimasti a casa, nell’incrollabile convinzione che l’aderenza dei loro culi al divano del soggiorno rappresenti invece un atto di portata rivoluzionaria. Sicuramente è stata una manifestazione bella a vedersi e in grado di scompaginare il quadro politico. Non ho mai visto il culo di un chiacchierone da tinello scompaginare nient’altro che le riviste glamour su cui si era pesantemente assiso.
Ma il successo più grande è stato l’aver suscitato l’ira dei caprai. I giornali di questi giorni sono tutti una babele di strepiti, accuse, minacce e cacofonici isterismi. “La manifestazione di piazza Navona è stata un regalo a Berlusconi”, bercia con inverosimile faccia di tolla il capo del partito che a Berlusconi ha regalato tutto, ma proprio tutto: impunità, leggi ad personam, bicamerali, tutela delle sue emittenti becere e illegali, indulti, credito politico... gli hanno regalato perfino la propria dignità e quella dei propri elettori, riconoscendolo come interlocutore attendibile e intonando peana alle larghe intese fino all’altroieri. Gli hanno regalato la stessa esistenza politica: Berlusconi non sarebbe mai neanche approdato alla scena istituzionale senza un’opposizione così indignitosa, corrotta, fraudolenta e repellente. Senza il loro marciume, che disgusta i tre quarti degli elettori di questo paese, a fare da contraltare, Berlusconi non sopravviverebbe dieci secondi. "Se ieri avessi deciso di portare il Pd in piazza Navona”, aggiunge con orgoglio il grande stratega, “oggi il partito sarebbe un cumulo di macerie". Cazzo, per un pelo! Guardatelo ora il PD com’è integro e robusto. Basta dare un’occhiata ai forum su internet, pieni di ex elettori di sinistra che annunciano la richiesta di asilo politico presso IdV, per rendersi conto che il PD è molto peggio che un cumulo di macerie. E’ un mostruoso falansterio fatiscente e pericolante, che i suoi inquilini non si decidono a demolire solo perché non saprebbero dove scappare e che rischia di rovinare da un momento all’altro sulla strada sottostante, travolgendo quel poco di paese che è rimasto in piedi. “O con noi o con Grillo”, sbraita il quattrocchi, come se la scelta, a questo punto, fosse problematica. Forse non si è reso conto di non avere più la forza elettorale né morale di imporre degli aut-aut. Forse non si è accorto di aver creato all’interno dello stesso organismo del suo partito la forza critica che lo sprofonderà negli abissi del nulla.
No, non parlo di Di Pietro, che sta saggiamente meditando di saltare giù al più presto dal treno scassato di una coalizione in corsa verso il baratro. Veltroni, grande genio della realpolitik, medita di sostituire i voti perduti con il distacco dell’ex magistrato con quelli di Casini. Come creda di far digerire una scelta simile ai suoi elettori è un mistero orgiastico che ha una risposta solo nel delirio lisergico del suo inconscio e – forse – nell’idiozia terminale di un branco di ex comunisti allo sbando che hanno deciso di gettare alle ortiche gli ultimi scampoli di dignità. No, non è Di Pietro l’accusatore integrato che il PD si porta in seno. Sono proprio i suoi seguaci – siano essi ciechi o disperati – che lo distruggeranno, facendo a pezzi il corpo che li ospita come un’orda di cellule cancerose incontrollabili.
Per chiarire il concetto, vorrei fare un parallelo con la dissoluzione del fascismo, che in un discorso sul PD capita proprio a fagiolo. Il fascismo, checché ne dicano i sussidiari, non fu sconfitto dagli alleati, né tantomeno dalla Resistenza (che ebbe un valore morale altissimo, ma per altri motivi). Il fascismo collassò su se stesso per la sfiducia, la rabbia e lo sbando degli stessi fascisti, dico quelli duri e puri, quelli che a parole continuavano a ciarlare di fedeltà al partito e di inevitabile vittoria. E’ difficile aver ragione di un nemico quando il nemico è quello che vedi guardandoti allo specchio. Il 5 maggio 1943 Mussolini silurò Galeazzo Ciano dal Ministero degli Esteri, relegandolo presso l’ambasciata vaticana e assumendo personalmente la titolarità del dicastero; allo stesso tempo allontanò Dino Grandi dal governo destinandolo alla presidenza della Camera. Nascevano in seno al duce i primi Arturo Parisi, i primi Furio Colombo. Cioè i furbi, quelli che si accorgono che la baracca sta per crollare, non hanno le palle per uscirne ma iniziano a guardarsi in giro.
Il 24 giugno si tenne a Palazzo Venezia la riunione mensile del Direttorio del PNF. Parlò il segretario, il povero Scorza, con il tipico trionfalismo magniloquente di chi vede l’approssimarsi di una tempesta. Parlò dei numerosi iscritti al partito, che avevano raggiunto la cifra di 4 milioni e 770.000 persone. “Ma le cifre hanno un valore assoluto solo se rappresentano spirito e volontà”, avvertì il poveretto. “E la volontà e lo spirito che animano le forze inquadrate sotto i segni del Littorio si chiamano fedeltà, disciplina, resistenza, vittoria!”. Scorza parlava a una platea la cui fedeltà era rappresentata da Ciano e da Grandi; la cui disciplina, a un mese dall’evaporazione del regime, non è difficile da immaginare; e la cui fiducia nella resistenza e nella vittoria era così forte dopo la disfatta in Africa che lo stesso Mussolini, non sapendo più come giustificare la sua plateale incapacità, si diceva felice che la guerra facesse soffrire il popolo, perché le sofferenze avrebbero rinvigorito il carattere della stirpe italica.
La notte tra il 9 e il 10 luglio le sofferenze rinvigorenti si intensificarono e in Sicilia sbarcarono le prime truppe anglo-americane. “Non teniamo più!”, telegrafò il vigorosissimo sottosegretario agli Esteri Bastianini all’ambasciata italiana di Berlino, supplicando l’ambasciatore Alfieri di chiedere a Ribbentrop l’invio di truppe e aerei tedeschi a rinforzo. Ma Ribbentrop si diede malato. Sono cazzi vostri. Noi abbiamo già i nostri problemi. Il regimetto italiano si sfarinò in conseguenza dello sfarinarsi del grande regime germanico che lo aveva protetto. Oggi, se diamo un’occhiata oltreoceano, possiamo vedere i neocon americani fuggire verso le colline portandosi dietro, ammassata alla rinfusa in un sacchetto del rudo, l’ideologia neoliberista che ne giustificava il potere. Che ne sarà dei servi dei gerarchi (Veltroni in primis) ora che i gerarchi si danno alla macchia? Se la storia ha davvero i suoi corsi e ricorsi, fosse pure a grandi linee, io un’idea inizio ad averla.
Questo sgretolarsi del partito fascista fu dovuto, in primis, all’annacquamento dei suoi valori morali di base. Il PNF era ormai un carrozzone in cui si trovava di tutto: nostalgici della marcia su Roma accanto a notabili cattolici e demoliberali, elementi della sinistra e perfino “posizioni comunistoidi”, come dirà esterrefatto Mussolini al prefetto Dolfin all’atto della fondazione della Repubblica di Salò. “Qualcuno”, si sbigottiva il duce, “ha perfino chiesto l’abolizione, nuda e cruda, del diritto di proprietà!”. Non penso ci sia bisogno di sottolineare i parallelismi con la congerie arlecchinesca di cui è a capo il duce occhialuto. Sottolineo solo una differenza: il capo spirituale del fascismo aveva ancora, almeno lui, un’idea piuttosto precisa di quali fossero i valori che del fascismo avevano fatto la grandezza; si meravigliava e si doleva della deriva morale del suo partito, pur rifiutando di accettarne la responsabilità. Posso dirlo? Rispetto a Veltroni, Mussolini aveva, sul piano morale e intellettivo, almeno due marce in più.
Il 24 luglio il Gran Consiglio del Fascismo decise di togliere di mezzo il duce. Dino Grandi raccolse il sostegno dei fascisti moderati, come Federzoni, e anche degli esponenti della “sinistra fascista”, come Bottai e Ciano. Ivanoe Bonomi, vecchio antifascista, offrì il proprio appoggio, riunendo intorno a sé il fior fiore del vetero-antifascismo. La mozione di Grandi per la liquidazione di Mussolini passò a larga maggioranza, con 19 voti favorevoli, 7 contrari e un astenuto (Suardo). Il 25 luglio il re convocò Mussolini per un colloquio e vigliaccamente, a sorpresa, lo fece trarre in arresto. Nessuno mosse un dito. Le camice nere rimasero inerti. L’intera struttura del Partito si sgretolò in silenzio, senza che nessuno provasse a opporre la minima resistenza. Nessuno provò nemmeno a organizzare uno straccio di controgolpe: gli uomini che avrebbero potuto guidarlo (Farinacci, Preziosi, Pavolini, Ricci, perfino il figlio maggiore del Duce, Vittorio) si erano già dileguati. Il resto è storia.
Storia che si ripete.
Anche la caduta del fascismo fu preceduta da grandi manifestazioni (gli scioperi del marzo ’43). Scioperi che non furono certo la causa diretta del crollo, ma ne furono il segnale. Volevano dire che la società non accettava più il fascismo e che stava per verificarsi una “saldatura” tra le masse e gli interessi industriali e finanziari che non si sentivano più tutelati. I vecchi sostenitori del regime, abbandonati a se stessi, ne diventavano i carnefici. Accusatori in pectore. Il fascismo, dal canto suo, non seppe rispondere a queste manifestazioni se non con i consueti strumenti, ormai spuntati e ridicoli: la censura, gli arresti, le minacce, le intimidazioni, i “dopo di me il diluvio”.
Proprio come hanno fatto i politici e i loro organi di informazione verso la manifestazione di piazza Navona: strepiti e minacce, falsità ed anatemi, ingiurie e minimizzazioni (“100.000 persone? Ma nooo, saranno state al massimo 20 o 30mila”; e quand’anche fosse?). Nell’imminenza della sua fine, ogni casta di potere diventa il fantasma di se stessa, un fatalismo imprudente e prepotente si impossessa dei suoi capi e dei suoi lacchè. Nessuno riesce più a distinguere la malattia terminale dal suo sintomo esteriore. Si attaccano Di Pietro, Travaglio e
LA BUFALA DEL PICCO PETROLIFERO

IL PETROLIO? NON E’ “BIO”.
di Roberto Vacca
da “Il Sole 24Ore” del 27 settembre 2007
L'origine del petrolio e del gas naturale non è biologica: risale alla formazione del mantello e della crosta terrestre. I giacimenti a profondità di alcuni chilometri, si formarono da petrolio e da gas che da masse profonde filtrarono in alto. Ora le riforniscono dopo l'esaurimento. Le prospettive per l'avvenire sono epocali. Dovremo effettuare ricerche e indagini raggiungendo livelli profondi in molte aree per ottenere dati sicuri. Il processo per cui giacimenti esauriti sono riforniti da fonti profonde avviene a velocità diverse. Variano la pressione nei depositi profondi e l'impedenza degli strati di roccia che li coprono. Il rapporto costi/benefici si minimizzerà perforando a profondità minori per ridurre quell'impedenza, senza accedere ai profondi filoni principali.
Da 50 anni si dice che petrolio e gas naturale stanno per finire. Si crede di conoscere le riserve con precisione e di poter calcolare il tasso di svuotamento concludendo che fra pochi decenni il petrolio finirà: però la teoria ha basi incerte. Il primo a sostenere (senza prove) che petrolio e metano sono prodotti della trasformazione di materiale biologico in decomposizione in molecole di idrocarburi fu Lomonosov nel XVIII secolo, ma l'ipotesi fu già confutata nel 1877 da Mendeleev, lo scopritore della tavola periodica degli elementi.
Nel 1992 il professor Thomas Gold pubblicò la teoria della profonda biosfera calda, spiegando il meccanismo dell'accumulo di idrocarburi nei giacimenti profondi. La fusione della Terra è stata sempre parziale e gli idrocarburi erano presenti nella materia originaria che costituì il pianeta. Gli idrocarburi forniscono sostanze nutrienti a forme di vita esistenti a grandi profondità nel mare. Ci sono batteri ipertermofili che vivono a 110° C negli sfiati caldi sul fondo marino. Estraggono ossigeno (con cui bruciano idrocarburi e ottengono energia) riducendo ossido ferrico a formare ossido ferroso. È probabile che la vita abbia avuto origine dalla biosfera profonda, senza sfruttare la fotosintesi.
Gli argomenti di Gold a favore dell'origine non biogenica di petrolio e gas sono i seguenti: 1. I giacimenti si estendono per chilometri senza relazione con depositi sedimentari minori. 2. I giacimenti sono presenti a livelli differenti corrispondenti a epoche diverse e non sono correlati a sedimenti biologici. 3. I depositi biologici non giustificano le enormi quantità di metano esistenti. 4. I depositi d'idrocarburi in vaste aree contengono le stesse firme chimiche, mentre le formazioni circostanti hanno età geologiche differenti. 5. Gli idrocarburi contengono elio: gas chimicamente inerte, non associato con alcuna forma biologica.
Nel 2001 J. Kenney dimostrò che le leggi della termodinamica proibiscono la trasformazione a basse pressioni di carboidrati o altro materiale biologico in catene di idrocarburi. Infatti il potenziale chimico dei carboidrati varia da meno
Accade, poi, che giacimenti di gas e petrolio esauriti si riempiano di nuovo. Questo processo può essere alimentato solo da depositi profondi ripetendo la sequenza di fenomeni che portò alla loro formazione iniziale. Queste situazioni spiegano l'incremento delle riserve mondiali di petrolio del 72% tra il 1976 e il 1996. Invece non possiamo dedurre conclusioni generali dalle statistiche della produzione globale, che dipendono da considerazioni finanziarie e politiche, non da valutazioni di situazioni fisiche. La produzione mondiale di petrolio crebbe del 19% dal 1995 al 2005, e la produzione Usa nello stesso periodo calò del 18% (cioè dal 12.2 all' 8,4% della produzione mondiale).
Negli anni 80 Gold convinse il Governo Svedese a fare una trivellazione profonda nella Svezia centrale in un'area granitica di lava cristallizzata. Era priva di sedimenti e non plausibile come fonte di idrocarburi. Presentava, però, infiltrazioni di metano, catrame e petrolio attribuite a sedimenti organici sovrapposti al granito e poi spariti. Si usò per le trivelle un fluido a base di acqua onde evitare di contaminare il pozzo con oli esterni. A profondità di
A
KING GEORGE
E’ morto a 71 anni George Carlin, nome che forse a un italiano non dice molto. Se cercate su internet, troverete molti siti che parlano di lui come di un grande comico. Non era un comico. Era un grande maestro dello spettacolo satirico, quella satira che dice la verità e denuncia il potere, quella che da tanto tempo non si vede più nelle desolate lande americane. Qualcuno lo ha definito “il Beppe Grillo americano”, il che è riduttivo ed è un ribaltamento della verità. Sarebbe più esatto dire che Beppe Grillo è diventato, col tempo, il George Carlin italiano, non sempre altrettanto incisivo. Ho tradotto e sottotitolato qui sopra uno dei suoi pezzi più celebri, per tutti quelli che non hanno mai avuto il piacere di ascoltare uno dei suoi spettacoli. Penso che nei prossimi giorni metterò sul blog qualcun'altra delle sue performance più famose. Auguro a George, dovunque egli sia adesso, di aver trovato ciò che cercava. Spero che si trovi di fronte al Sole, o a Joe Pesci, e non a quel coglione col triangolo in testa.
IL MONDO E' PAESE

I DEMOCRATICI SONO PEGGIO DEI REPUBBLICANI?
di Cenk Uygur
dal sito The Smirking Chimp
Traduzione di Gianluca Freda
Il presidente Bush è il presidente più impopolare di tutti i tempi. Letteralmente. Nessun presidente nella storia americana ha avuto indici di gradimento così bassi. Nonostante ciò, continua comunque a fare polpette dei Democratici.
Se continuate a perdere contro il peggiore, questo cosa fa di voi?
Oggi il presidente Bush otterrà un’altra enorme vittoria sulla “telecom immunity” [la legge che concede alle compagnie di telecomunicazioni l’immunità per aver autorizzato ed eseguito intercettazioni illegali, NdT]. La farà franca dopo aver violato la legge e avere ordinato alle compagnie private di violare la legge per lui, cosa che egli ammette senza peli sulla lingua. Egli utilizza l’argomentazione secondo la quale negli Stati Uniti d’America il presidente sarebbe al di sopra della legge. E i democratici non riescono a trovare il modo di replicare a questa argomentazione.
Io non ho alcun rispetto per i Democratici. Bisognerebbe essere pazzi per averne. Pazzi. Accecati dalla speranza o dalla partigianeria per avere rispetto per questo branco di perdenti. Continuano a ripeterci che non è possibile avere ragione del presidente più impopolare di tutti i tempi. Esiste una parola più forte di “perdente”? Se esiste dovrebbe essere applicata ai Democratici; se non esiste, bisognerebbe crearne una per i Democratici.
Da una parte, i Democratici continuano a ripetere che non si può far passare nessuna legge al Congresso perché ci sono 41 senatori Repubblicani che fanno ostruzionismo contro ogni provvedimento. Dall’altro lato, i Repubblicani riusciranno oggi a far passare al Congresso la legge sulla “telecom immunity”. I Democratici non hanno forse 41 senatori per bloccare questo provvedimento? Certo che li hanno. E’ solo che non hanno il coraggio. Sono collaborazionisti.
Credo che nessuna azione del presidente spingerebbe mai i Democratici a sfidarlo sul serio. Ha violato la legge, lo ha ammesso, glielo ha sventolato in faccia e poi ha fatto passare una legge che garantisce l’immunità alla sua violazione della legge. Quale altre leggi avrebbe potuto infrangere il presidente? Stando ai suoi precedenti, praticamente tutte.
Se i Democratici avessero voluto fare la cosa giusta, la strategia sarebbe stata terribilmente semplice. Far passare una legge sull’intelligence che ponesse fine alle infiltrazioni estere nelle agenzie di telecomunicazione (l’unico argomento di sicurezza nazionale che meriti di essere affrontato) e che non prendesse in nessuna considerazione una “telecom immunity”. Poi inviarlo al presidente. Lasciare che ponesse il veto. E a questo punto strillare ai quattro venti che il presidente stava mettendo a rischio la sicurezza nazionale. Perché sarebbe stato proprio così.
La “telecom immunity” non ha ormai più nulla a che vedere con la sicurezza nazionale. Prima di tutto perché è retroattiva, quindi non ha nulla a che fare con gli attuali problemi di sicurezza. Secondo, perché i trasgressori avranno il loro processo. Se hanno ragione, allora non hanno niente di cui preoccuparsi. Le loro azioni saranno giudicate legali e non ne saranno ritenuti responsabili. Problema risolto.
Non è che questa strategia sia difficile da attuare. E’ che i Democratici non vogliono attuarla. Questo perché non hanno intenzione di mettere in atto alcuna strategia, né di intraprendere alcuna battaglia, né di vincere una qualunque partita. Sono spaventati a morte dai Repubblicani, e questo proprio mentre i Repubblicani iniziano a fuggire verso le colline e a chiedersi quanti altri seggi in Congresso sono destinati a perdere.
Notazione a margine: tutto questo significa che i Democratici sono privi di coraggio. Potrebbe perfino significare che sono indifferenti e che mirano a perdere di proposito. Ma non significa che siano stupidi. Hanno calcolato che le sconfitte politiche porteranno a vittorie elettorali. E pare che abbiano avuto ragione. Ma queste sconfitte politiche avranno conseguenze drammatiche per il nostro paese e la nostra costituzione.
Pensate a questo, per esempio: se il presidente è legittimato ad ordinare a compagnie private di infrangere la legge per motivi di sicurezza nazionale, perché non dovrebbe ordinare a qualche azienda di entrare, ad esempio, in un edificio come il Watergate di Washington e dire poi che ciò è stato fatto per la sicurezza nazionale?
Dite che è assurdo? Ma cosa sono le intercettazioni non autorizzate se non una violazione di domicilio? Esse violano la privacy entrando nelle vostre conversazioni e comunicazioni personali, senza autorizzazione e in violazione della legge. Sappiamo forse quali persone sono state intercettate? Non potrebbe darsi che i Democratici stiano oggi legalizzando retroattivamente le intercettazioni compiute sui loro stessi telefoni?
Poiché sono un tipo ingenuo e credulone, io non penso che l’amministrazione Bush abbia fatto spiare i Democratici. Ma non ho nessuna base per affermarlo. Come facciamo a sapere se l’hanno fatto oppure no? Come possiamo sapere che i Democratici non stiano garantendo l’immunità perfino ad un’azione come questa? Non possono saperlo, perché non si sono neppure curati di scoprire chi sia stato intercettato e per quale motivo.
Ora devo fare le rituali considerazioni su quei membri del Partito Democratico che fanno il loro dovere. Citerò l’esempio standard di Russ Feingold (è un esempio standard perché sembra essere l’unico che compie il proprio dovere con frequenza regolare). Detto ciò, se credete che il congressista o senatore che avete votato sia uno di quelli onesti, probabilmente vi sbagliate. Questa è una capitolazione di massa. Sono quasi tutti d’accordo per portarla avanti.
E poi, naturalmente, ci sono le rituali considerazioni sui motivi per cui i Repubblicani sono peggio. Sì, certo che lo sono. Sono loro che hanno commesso i crimini per primi. Ma io li capisco, comprendo le loro motivazioni. E’ la stomachevole capitolazione dei Democratici che mi fa infuriare. Chi potrebbe mai avere rispetto per un collaborazionista? Non è forse questo il tipo di persone a cui meno vorreste essere associati?
Il principale vantaggio dei Democratici è che essi sanno che non abbiamo nessun altro a cui rivolgerci. Sanno che siamo abbastanza furbi da non votare per questi Repubblicani. E questo, sul breve termine, potrebbe anche essere vero. Ma sarà meglio elaborare un piano per fare fuori questi pagliacci al prossimo giro. Fate una lista delle persone che hanno collaborato con i Repubblicani nei momenti cruciali. E al momento dovuto, tutti loro dovranno ricevere una visitina da qualche loro oppositore nelle primarie. Facciamo una lista e controlliamola due volte. E non dimentichiamoci mai dei loro nomi.
TACI: IL NEMICO TI ASCOLTA

“Soltanto l’ingiustizia può abolire l’ingiustizia
Non nessuna parola abilmente pronunciata”
(Giovanni Giudici, L’appello, da “O Beatrice”)
“Toh, è tornato Berlusconi al governo?”. Così un astronauta appena tornato da Marte, dopo esservi rimasto due anni ad istruirsi sulla lingua delle popolazioni locali, commenterebbe la lettura dei titoli dei giornali di questi giorni. Non avrebbe alcun bisogno di conoscere gli eventi politici ed elettorali degli ultimi mesi. Gli basterebbe dare un’occhiata superficiale ai soli titoli di prima pagina, che parlano di “legge salva-premier”, di “opposizione che lascia l’aula”, di “disappunto del Presidente della Repubblica” per capire che è tornato in città, tale e quale, il malinconico teatrino che ha accompagnato la vita del paese per tutto il quinquennio 2001-2006.
Il copione è lo stesso di sempre. Berlusconi va a Palazzo Chigi e, all’improvviso, si sente artefice delle gloriose sorti e progressive di questa repubblica di cialtroni. Vuole poter fare a modo suo. Ma si sente limitato. Non tanto dai manovratori finanziari internazionali (per lo più USraeliani) che decidono ogni aspetto della politica italiana in apposite, ristrettissime riunioni di vertice. Contro costoro Berlusconi non assume alcuna iniziativa, anzi si sdilinquisce in profondi inchini e zuccherosi salamelecchi. Sono loro i padroni d’Italia e Berlusconi, da buon maggiordomo italiano, sa bene che ai padroni bisogna sempre portare rispetto. Ciò che gli fa rabbia e paura sono gli altri maggiordomi, quelli della coalizione rivale. I padroni trattano questi ultimi da interlocutori affidabili e privilegiati. Li invitano al Bilderberg. Donano loro posizioni di grande rilievo nelle istituzioni europee. Affidano a loro tutte le leggi e misure di polizia attraverso le quali ridurre l’Italia al silenzio e all’impotenza. Affidano a loro anche il compito di tenere sotto controllo il maggiordomo appena assunto (Berlusconi), che è sì marcio e corrotto fino al midollo (dunque ricattabile e manipolabile), ma anche troppo ricco e imprevedibile per essere considerato leale. Lui, poveraccio, si fa in quattro per guadagnarsi il plauso dei boss: accetta nella sua coalizione giudei sanguinari ed esaltati come Fiamma Nirestein, impone ai suoi organi mediatici una linea rigorosamente filoisraeliana, nomina il sionofilo Franco Frattini agli affari esteri, militarizza le città, favorisce ed esalta la corruzione politica, offre agli imprenditori mafiosi e collusi inceneritori e discariche senza controlli su un piatto d’argento. Ma niente da fare, i boss continuano a preferire i maggiordomi “rossi”, servi di provata e antica fedeltà al Nuovo Ordine prossimo venturo. Allora Berlusconi – seguendo un copione consolidato – perde le staffe. Ah, non mi apprezzate? Volete fottermi? E io mi faccio una legge per sottrarmi al ricatto dei vostri camerieri! Vediamo chi la vince, vediamo!
Nascono così le leggi Gasparri, Cirami e Pittelli, i lodi Schifani, le leggi salva-Previti e salva-Dell’Utri, che tengono il povero cristo impegnato l’intera legislatura a lottare contro i suoi sorveglianti. Le gloriose sorti e progressive sono dimenticate. L’azione di governo si trasforma in una disperata e infinita partita a scacchi per sfuggire all’accerchiamento. Nella sua inenarrabile avidità e stupidità, l’uomo permette al suo stesso putridume morale di tenerlo inchiodato nell’angolo, affannato a difendere un impero mediatico tanto osceno quanto obsoleto, che – con lo sviluppo di internet – sarà pronto per il museo tra qualche anno. Così la corruzione degli uomini si trasforma nella loro catena e la storia dei duci italiani è anche la storia – e la condanna - di ogni italiano.
E’ questo l’oscuro potere dell’apparato capitalista: il potere di mutare ogni sogno di gloria, per quanto perseguito con fatica, in un’arma perennemente puntata alla tua testa. Scriveva Franco Fortini: “Oppressori e sfruttatori (in occidente, quasi tutti; differenziati solo dal grado di potere che ne deriviamo), con la non-libertà di altri uomini si pagano l’illusione di poter scegliere e regolare la propria individuale esistenza”. Berlusconi credeva di poter regolare le sorti del paese modellandole a sua immagine e somiglianza. Invece non farà altro che lottare, per altri cinque anni e probabilmente fino al termine dei suoi giorni, per salvare la sua “roba” dalle trappole orchestrate dai suoi padroni per tenerlo in riga.
Questo spettacolo, piuttosto desolante, è spesso vivacizzato dall’entrata in palcoscenico di alcune comparse che tengono sveglio il pubblico con esibizioni ludiche di olimpionica faccia tosta. Ne è un esempio l’articolo di Giuseppe D’Avanzo, pubblicato oggi su Repubblica, che lancia acuti guaiti e latrati di disperazione contro l’attacco alla democrazia (non ci metto più neanche le virgolette, trattandosi di un sistema che mi dà ormai i rovesci di stomaco al solo sentirne il nome) rappresentato dalla legge sulle intercettazioni, attualmente in discussione in Parlamento. D’Avanzo, noto pasdaran dei maggiordomi di prima fascia, scrive:
“”Una rassicurante frustrazione" è la passione dominante in Italia, sostiene Giorgio Agamben. E’ il sentimento che prova chi è stato espropriato delle sue capacità espressive, è l'impulso di chi, "senza avere nulla per tirarsene fuori", si consegna a un silenzio dinanzi all'"intollerabile". E’ insostenibile in Italia lo stordito consenso a questa riduzione al silenzio, la quieta accettazione del vuoto di parole di un intero popolo di fronte al proprio destino.
Non c'è dubbio che contribuiscano a questo sentimento il disincanto delle élites, la debolezza dell'opposizione politica, il rumore dei media, la narcosi di un corpo sociale frastornato da una comunicazione nebbiosa, truccata, prepotente. Per l'ultima prova di forza di Berlusconi - un déjà vu - non accade nulla di diverso.”
Ma senti senti da che pulpito viene la predica sulla “riduzione al silenzio”. D’Avanzo è l’articolista di punta di un giornale che si è sempre distinto per la censura di tutte le notizie di un qualche interesse collettivo e politico. Ha zittito con risate di scherno il lavoro compiuto, spesso a rischio della carriera o della pelle, dai ricercatori della verità sull’11 settembre, quelli che D’Avanzo chiama con disprezzo “complottisti”. Ha messo la museruola alle ricerche sui brogli elettorali italiani del 2006 e a quelli americani del 2004. Incita senza sosta al linciaggio contro i “negazionisti” e un anno fa fu tra i principali apologeti dell’assalto a Robert Faurisson alla conferenza di Teramo. Chiama “antisemita” chiunque provi a denunciare la ferocia di Israele e il suo influsso malefico sull’economia e la politica degli stati europei. Se non trova “antisemiti” in giro contro cui aizzare i cani, se ne inventa qualcuno dal nulla, come accadde qualche mese all’autore del blog che Repubblica trasformò, con argomenti falsi e vergognosi, in un mostro da sbattere in prima pagina. Ha zittito ogni voce sull’esistenza del Trattato di Lisbona, evitando accuratamente di informare i suoi lettori su un provvedimento truffaldino che avrà effetti devastanti sulle loro vite. Ha taciuto sulle clamorose proteste (potete vederne una nel filmato qui sotto) avvenute all’interno dello stesso Parlamento Europeo all’atto di ratifica del trattato. Oggi tace sulla presa di posizione del presidente ceco Vaclav Klaus, che sul referendum irlandese ha detto: «I risultati sono, voglio sperare, un messaggio chiaro per tutti. E’ una vittoria della libertà e della ragione su progetti elitari artificiali e sulla burocrazia europea. Il progetto di trattato di Lisbona è finito oggi, con la decisione degli elettori irlandesi, e la sua ratifica non può continuare». Gli argomenti più gettonati su Repubblica sono: il terrorismo (dove sarà Osama?), l’antisemitismo (che brutto, che brutto!), il calcio (alèèè, l’Itaglia ha battuto
Ora, vorrei dirlo con la massima serenità intellettuale: Berlusconi non è malvagio. Non più della media, almeno. E’ solo un italiano corrotto, corruttore, evasore, dedito alla piaggeria verso i potenti e all’abuso del potere che gli è stato conferito anziché al suo esercizio a vantaggio della collettività. Un italiano normale. Non diverso, in questo, dalla stragrande maggioranza degli italiani. Non diverso dai giornalisti di Repubblica, che utilizzano il loro potere nell’informazione per mettere a tacere le notizie sul Trattato di Lisbona e linciare gli irlandesi che lo hanno respinto, propinando però ai lettori corposi reportage sulle nozze Briatore-Gregoraci (io non ho ancora capito chi cacchio siano questi due, sarà che non leggo abbastanza Repubblica).
Berlusconi è solo un italiano come tanti. Uno dei tanti italiani che in un paese “normale” (usiamo questo termine per indicare una moralità pubblica di livello tollerabile) marcirebbe da tempo in un braccio di Regina Coeli, accanto alle celle di Prodi e Veltroni, di fronte a quelle di D’Avanzo e Scalfari. E in un paese “civile” (uso questo termine per definire una moralità pubblica di livello medio-alto, come ad esempio quella dell’Iran) finirebbe sforacchiato da un plotone d’esecuzione con l’accusa di Alto Tradimento, insieme ai compagni suddetti; per la gioia dei bambini, per i quali l’esecuzione di questi indegni figuri, opportunamente allestita nelle aree ricreative degli istituti scolastici o nei parchi-giochi durante le feste di compleanno, rappresenterebbe un’esperienza di alto valore educativo e formativo. Berlusconi pensa come l’italiano medio, è ignorante come l’italiano medio, corrotto e donnaiolo come l’italiano medio, considera il “posto” un privilegio personale e non un pubblico ufficio come l’italiano medio. L’italiano medio non è affatto stato “zittito” come guaisce D’Avanzo. E’ vivo e loquace, sta con Berlusconi e lotta insieme a lui. D’Avanzo compreso.
Non è vero che, sul problema delle intercettazioni, gli italiani siano “ridotti ad uno stordito silenzio”. Basta sentire come latra D’Avanzo, articolista di un giornale che senza le intercettazioni non disporrebbe più del potere vicario di controllo sulla politica e di ricatto verso i comuni cittadini. Ricordate le “inchieste sui pedofili” (citate dallo stesso D’Avanzo nel prosieguo dell’articolo) che erano servite a Repubblica per infamare persone del tutto innocenti e diffondere nell’opinione pubblica paura e psicosi?
Basta ascoltare le tardive e isteriche sceneggiate dei compagni di merende del PD (Veltroni e Napolitano in primis) che fino a ieri celebravano – col sostegno della stampa – la gloria imperitura delle larghe intese e oggi tremano alla prospettiva di perdere il loro potere di ricatto sull’avversario. Non tace neppure la maggioranza degli italiani, che applaude e approva il provvedimento berlusconiano.
Non taccio neppure io, che provo schifo, fino ai conati, per un presidente del consiglio che si fa leggi su misura per sfuggire alla meritata galera. Ma il fatto è che le intercettazioni, in Italia, non servono affatto a mettere in galera i corrotti. Se così fosse, sarebbero da difendere a costo della vita. Invece nessun potente è mai finito in gattabuia in virtù di un processo, quali che siano le prove raccolte a suo carico e comunque siano state raccolte. Le intercettazioni, in questo paese, sono, nella migliore delle ipotesi, solo uno strumento di ricatto verso quei politici-maggiordomi che rifiutino di conformarsi alle direttive dell’elite bancaria e finanziaria che sta riprogettando il mondo a tavolino. Tu sgarri o pretendi troppa autonomia, e il giorno dopo la tua conversazione telefonica con l’amante o con il commercialista compare in prima pagina su Repubblica, con l’indignato commento di D’Avanzo. Nella peggiore delle ipotesi, le intercettazioni servono a diffondere nell’opinione pubblica la paura dell’inesistente (i pedofili) o a infamare le vittime di qualche strage di stato (ricordate le telefonate dei genitori di Carlo Giuliani pubblicate da Libero in occasione dell’apertura del processo ai massacratori della Diaz?).
Le intercettazioni servono a ricattare – con la complicità della stampa di regime – quei politici disobbedienti all’elite e “deboli” (nel senso che non sono tutelati direttamente dai loro burattinai e devono proteggersi coi loro mezzi, come il nano nazionale). Servono a rimettere in riga, a spegnere ogni pericolosa istanza critica verso il progetto elaborato dai nuovi padroni del mondo usraeliani. I politici “forti” (cioè i maggiordomi di prima fascia, come gli uomini del PD) non temono le intercettazioni. I loro accusatori, per quanto corpose siano le loro indagini preliminari e le intercettazioni su cui sono fondate, vengono zittiti con la rapidità del lampo. Non c’è bisogno di leggi ad personam. Il magistrato che indaga sui favoriti dell’elite occulta si vedrà sottrarre l’inchiesta con i pretesti più assurdi. Verrà attaccato e disonorato dalla stampa. Riceverà telefonate ed e-mail di minaccia contro familiari e parenti. I suoi beni immobiliari verranno dati alle fiamme, i suoi genitori moriranno in un misterioso “incidente”, stampa e TV lo chiameranno “esaltato”, infine verrà trasferito dal CSM per incompatibilità. Clementina Forleo e Luigi De Magistris dovrebbero saperne qualcosa. I potenti, quelli forniti di protezioni di alto livello, dormono comunque tra due guanciali, con o senza telefoni sotto controllo. E’ la piccola malavita, di cui Berlusconi è il simbolo nazionale, che si preoccupa. E reagisce come può, credendo – beata ignoranza – che il problema si possa risolvere prendendo in ostaggio il Parlamento e pretendendo, in cambio del suo rilascio, un certificato di eterna impunità. Ovviamente non funzionerà. I processi contro Berlusconi continueranno a proliferare e altre legislature andranno perdute nel tentativo di sottrarsi alle (giuste) condanne. Berlusconi dovrà rassegnarsi ad essere un maggiordomo di serie B e ad ubbidire non solo ai padroni di casa, ma anche ai maggiordomi delegati. Certo, potrebbe semplificarsi la vita diventando onesto. Sospendere gli intrallazzi, rinunciare a pagare giudici in cambio di sentenze favorevoli, smettere di nominare presidenti della RAI in cambio della fornitura vitalizia di puttane aspiranti alla gloria catodica. Sarebbe la soluzione più semplice: combattere l’immoralità altrui con la propria moralità personale anziché con un’immoralità di pari livello. Ma sarebbe umiliante per un Duce che aspiri ad essere amato dal popolo. Così poco italiano.
THE PIGS ARE WALKING!

IRLANDA: COME IL PROSCIUTTO CONTRO
di Bruno Fontanesi
dal blog Il linguaggio dimenticato
(grazie ad @lecs per la segnalazione)
La sua forza sta nel nutrirsi dell' organismo ospite, ma senza quasi dare sintomi avvertibili, mantenendosi sempre ben nascosta all' interno dell' organismo stesso.
E nel sapere scegliersi bene l' ospite, in quanto al Maiale piace molto mangiare fino ad ingozzarsi, grufolare e rotolarsi nel fango, non avere pensieri e, nella sua profonda stupidità, il Maiale neanche si renderà conto dell' esistenza della Tenia che vive dentro di lui ...
Va da sé che anche qualche Maiale non sia un Analfabeta Totale, e sia capace di mettere assieme due dati... e comincerà a vedere nel suo organismo manifestarsi strani sintomi, che altro non si spiegano se non con la presenza attiva del subdolo Parassita ... ed essendo intelligente, il Maiale Consapevole sa bene a quale cura dovrà ricorrere per estirpare il Parassita, per il quale il maggior vantaggio è dato proprio dall' "invisibilità": "Farlo uscire allo scoperto" sarà la preoccupazione prima del Maiale Consapevole che intende liberarsi del pericoloso Parassita.
E sa anche che il metodo, del tutto naturale ed indolore, per poter fare ciò è assolutamente a portata di mano ... se il Parassita è goloso di Maiali, occorrerà stanarlo offrendogli lo stesso alimento...
Prosciutto... ricorrendo a un surrogato !!!
Nello specifico, si tratta di seguire queste indicazioni:
"Per una settimana, introdurre quotidianamente (e delicatamente!) per via rettale un grissino, rigorosamente avvolto con Prosciutto Crudo - specificare bene che sia di Parma, o la tenia neanche vorrà assaggiarlo...
La tenia si nutrirà contenta della nuova prelibatezza, dimenticandosi momentaneamente del Maiale...
All' ottavo giorno (e qui sta il "quid" della cura) si introdurrà solamente il grissino... La tenia non saprà sopportare tanto oltraggio e, dimenticata ogni prudenza, oserà affacciarsi tra le chiappe del maiale, rendendosi visibile e quanto mai vulnerabile...
E qui il Maiale Consapevole avrà una chanche incredibile per liberarsi del Parassita... basterà semplicemente afferrarlo, e tirare con forza ... !!!!
Gli Eurocrati non si faranno certo arrestare da questo piccolo impasse ...
Ma, esattamente come
Ora sta a VOI acchiapparla !!!!
E con quel "VOI" non mi riferisco tanto ai vari "casalinghi loro malgrado" che, pur consapevoli, hanno ben pochi mezzi per poter opporsi al cappio invisibile che ci stringe il collo...
No, mi riferisco proprio a "VOI", i Maiali Coglioni e Inconsapevoli che viaggiano allegramente a bordo dei loro "Suv", convinti che la vita gliela dà... talmente impegnati a correre e a far soldi da neanche sapere, per la maggior parte, cosa dice e prevede il suddetto Trattato...
(e inconsapevoli di avere già il Parassita in corpo, di non essere nient' altro che Maiali che il Parassita lascia ingrassare per poter oggi comodamente succhiare, e domani disfarsi della vostra inutile carcassa)...
Coglionazzi, svegliatevi... certo, che per ora, il "mercato" (e chi lo fa) vi sta favorendo, esattamente come il piano Marshall nel dopoguerra ha favorito lo sviluppo economico di contadini, commercianti, artigiani, piccoli imprenditori... ma solo per poterli "risucchiare" più avanti, come ben visto in questo post ...
Perchè è esattamente così che funziona la "pompa aspiratutto" dell' economia virtuale voluta dai banchieri, e della politica al loro servizio... un' economia e una politica assolutamente "vuote e virtuali", che non hanno nessun senso e nessuna giustificazione se non nel loro potere di riuscire a "risucchiare" beni reali, proprietà, popolazioni, nazioni, prima impadronendosene economicamente, e poi giuridicamente...
Ma, esattamente come la tenia, il Parassita Globale sa di non poter far questo da solo... sa bene di non avere, effettivamente, che la forza e la consistenza di un verme... e si servirà dei Maiali, lasciando che siano quelli gli organismi che si muovono in sua vece... provvedendo adeguatamente a sfruttarli, succhiandoli e nutrendosene fino a sfinirli...
E farà questo via-via, mantenendosi nell' ombra, per piccoli passi... avanzando per gradi sociali sovrapposti... cominciando a mangiarvi il retto, per poi passare allo stomaco, quindi al cuore, fino al cervello...
Prima è avvenuto con i piccoli artigiani, commercianti, imprenditori, dapprima favoriti (esattamente come maiali che il Piano Marshall ha voluto ingrassare) e poi costretti dal Parassita a chiudere bottega, a vendere, ad entrare nella grande distribuzione, a lasciarsi gestire da banche e company...
Ora è il vostro tempo, "Maiali con la fabbrichetta", che magari hanno convinto ad "ammodernare" portando la produzione all' estero... ora (come stanno già facendo) vi aumenteranno le spese di gestione che prima sembravano essere così vantaggiose... cominceranno con l' aumentare proprio quel petrolio così necessario per spostare le merci prodotte altrove... e, quando "non ci starete più dentro" perchè le spese esagerate vi renderanno "non più competitivi" sull' Onnisciente Mercato, vi costringeranno a chiudere, a vendere, o a "inglobarvi" in un giro più alto... il prossimo che il Parassita attaccherà.
Svegliatevi: L' Irlanda ha avuto il grande merito di farvi uscire il Parassita dal retto, portandolo allo scoperto proprio tra le vostre chiappe...
A "VOI", ora, saperlo afferrare, ed estirpare con forza.







