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    ATROCITA' AMERICANE

    by Gianluca Freda (24/07/2006 - 01:59)












































    (Tratto dal blog Baghdad Burning, di Riverbend)

    Martedì, 11 luglio 2006

    Sarà una lunga estate. Siamo già quasi a metà strada, ma i giorni sembrano strisciare. Una combinazione di caldo, mosche, ore e ore senza elettricità e cadaveri che continuano a spuntare ovunque.

    L’altroieri è stata una giornata catastrofica. E’ iniziata con la notizia degli omicidi nel quartiere Jihad. Secondo le persone di quella zona, miliziani vestiti di nero sono arrivati con le auto a metà mattina e hanno aperto il fuoco contro la gente che era per strada e perfino dentro le case. Hanno iniziato a prelevare le persone dalla strada, controllando le loro carte di identità per vedere se avevano nomi sciiti o sunniti, dopodichè i sunniti venivano portati via e uccisi. Alcuni sono stati giustiziati direttamente sul posto. I media giocano al ribasso e parlano di 37 morti, ma la gente della zona dice che il numero è vicino ai 60.

    La cosa orribile di questi omicidi è che l’area era stata isolata per due settimane dal Ministero dell’Interno e dagli americani. La settimana scorsa, un’autobomba era esplosa vicino a una moschea sunnita dove la gente è solita recarsi in visita. La notte prima del massacro, un’autobomba è esplosa nei pressi di una husseiniya sciita della stessa zona. Il giorno dopo è stato pieno di urla e spari e morte per la gente della zona. Nessuno capisce come mai il Ministero dell’Interno e gli americani non abbiano risposto immediatamente. Sono solo restati a sedere, alla periferia della zona, e hanno lasciato che il massacro avvenisse.

    Circa alle 2 del pomeriggio, abbiamo ricevuto una notizia terribile. Nel massacro abbiamo perso un buon amico. T. era un ingegnere civile che lavorava in uno studio di consulenza a Jadriya. L’ultima volta che l’ho visto è stato una settimana fa. Si era fermato da noi per dirci che sua sorella era stata assunta e aveva portato con sé le foto dell’ultimo progetto a cui stava lavorando, un edificio scolastico semidistrutto fuori Baghdad.

    Di solito usciva di casa alle 7 di mattina, per evitare il traffico e il caldo. Ieri aveva deciso di restare a casa perché aveva promesso a sua mamma che sarebbe andato a prendere Abu Kamal per riparare il generatore che si era improvvisamente guastato la sera precedente. I suoi genitori dicono che T. stava cercando di uscire dalla zona a piedi quando è avvenuto l’attacco e si è preso due proiettili in testa. Suo fratello è riuscito a identificarlo solo dalla T-shirt macchiata di sangue che indossava.

    La gente della zona si è chiusa in casa e nessuno osa entrare nell’area, perciò le veglie funebri per le persone massacrate non sono ancora iniziate. Non ho ancora visto i suoi familiari e non sono certa che avrò il coraggio o la forza di presentar loro le condoglianze. Mi sembra di avere pronunciato le frasi di rito delle condoglianze per migliaia di volte negli ultimi mesi, "Baqiya ib hayatkum… Akhir il ahzan…" o "Possa questo essere l’ultimo dei tuoi dolori." Ma sono parole vuote, perché mentre le pronunciamo sappiamo bene che nell’Iraq odierno qualunque dolore, non importa quanto grande, non sarà l’ultimo.

    Ieri c’è stato anche un attacco a Ghazaliya, ma non sappiamo ancora quante vittime ci sono. La gente dice che dietro questi omicidi c’è la milizia di Sadr, l’esercito del Mahdi. Le notizie che il mondo ascolta sull’Iraq e la situazione reale del paese sono due cose completamente diverse. La gente viene trascinata fuori dalle proprie case e dai quartieri con la forza e uccisa per le strade, e gli americani, gli iraniani e i loro fantocci parlano di conferenze nazionali e di progressi.

    E’ come se Baghdad non fosse più una città, ma una dozzina di piccole città diverse, ciascuna infettata dalla sua caratteristica forma di violenza. Siamo arrivati al punto che ho paura di dormire, visto che il mattino porta così tante brutte notizie. La televisione mostra le immagini e le stazioni radio le trasmettono. I giornali mostrano foto di cadaveri e parole rabbiose ti saltano addosso dalle loro pagine: “guerra civile… morti… omicidi… bombardamenti… stupri”.

    Stupro. La più recente tra le atrocità americane. Anche se in realtà non è recente, è solo quella che viene più pubblicizzata. Quella povera ragazza, Abeer, non è stata la prima ad essere stuprata dalle truppe americane, né sarà l’ultima. L’unico motivo per cui questo stupro è finito sotto i riflettori ed è stato pubblicizzato è che i suoi familiari sono stati uccisi insieme a lei. Lo stupro è un argomento tabù in Iraq. Qui le famiglie non denunciano gli stupri, li vendicano. Abbiamo sentito voci di stupri in prigioni controllate dagli americani e durante gli assedi di città come Haditha e Samarra per tutti gli ultimi tre anni. L’ingenuità degli americani, che non riescono a credere che i loro “eroi” commettano simili atrocità, è ridicola. Non avete mai sentito di eserciti occupanti che commettano stupri?? Avete stuprato il paese, perché non stuprare anche la sua gente?

    Nei notiziari la sua età viene stimata intorno ai 24 anni, ma gli iracheni della zona dicono che ne aveva solo 14. Quattordici. Immaginate di avere una sorella di 14 anni o una figlia di 14 anni. Immaginate che subisca uno stupro di gruppo da una banda di psicopatici e che poi venga uccisa e il suo corpo bruciato per nascondere lo stupro. Infine, i suoi genitori e la sua sorellina di cinque anni vengono anch’essi uccisi. Gloria agli eroi americani… Alzate in alto la testa, sostenitori della “liberazione”, le vostre truppe oggi vi hanno reso fieri. Io non credo che queste truppe vadano giudicate da tribunali americani. Credo che vadano consegnate nelle mani della gente del posto, e solo allora sarà veramente fatta giustizia. E quello stronzo del nostro Primo Ministro, Nouri Al-Maliki, che ha richiesto una “indagine indipendente”, rintanato al sicuro nei suoi edifici sorvegliati dagli americani, tanto non è sua figlia o sua sorella che è stata stuprata, e probabilmente torturata, prima di essere uccisa. La sua famiglia è al sicuro dalle mani degli iracheni furiosi e dalle truppe di psicopatici americani.

    Mi riempie di rabbia ascoltare queste cose e scriverne. La pietà che una volta provavo per le truppe straniere in Iraq è scomparsa. E’ stata sradicata dalle atrocità di Abu Ghraib, dai massacri di Haditha e dalle recenti notizie di stupri e omicidi. Li guardo nei loro veicoli corazzati e, onestamente, non me ne frega più niente se hanno 19 o 39 anni. Non me ne frega più niente se torneranno a casa vivi. Non me ne frega più niente delle mogli, dei genitori o dei figli che hanno lasciato a casa. Non me ne frega più niente perché è difficile riuscire a guardare oltre l’orrore. Li guardo e riesco solo a chiedermi quanti innocenti hanno ammazzato e quanti ancora ne ammazzeranno prima di tornarsene a casa. Quante altre ragazze irachene stupreranno?

    Perché gli americani non se ne tornano a casa e basta? Hanno fatto abbastanza danni e poi ci vengono a raccontare che le cose in Iraq precipiterebbero se loro dovessero “darsela a gambe”, ma la realtà è che in questo momento non stanno facendo proprio niente. Quanto potrebbero peggiorare le cose? La gente viene ammazzata per strada e nelle proprie case. Loro cosa fanno? Nulla. E’ conveniente per loro, gli iracheni si ammazzano a vicenda e loro restano seduti a guardare la carneficina, salvo quando decidono di unirsi agli stupri e ai massacri.      

    Bus, aerei e taxi che lasciano il paese per andare verso Siria e Giordania hanno il tutto esaurito fino alla fine dell’estate. La gente raccoglie le proprie cose e se ne va in massa e molti di loro hanno in programma di restare fuori dal paese. La vita qui è diventata insopportabile perché non è più “vita” come quella di chi vive all’estero. E’ solo una questione di sopravvivenza, di cercare di arrivare da un giorno al successivo in un unico pezzo, tentando di convivere con la perdita di parenti e amici. Amici come T.

    E’ difficile credere che T. se ne sia andato davvero… Oggi stavo controllando la mail e ho visto tre suoi messaggi non aperti nella posta in arrivo. Per un folle istante ho pensato, col cuore in gola, che fosse ancora vivo. T. era vivo e tutto era stato solo un terribile errore! Ho permesso a me stessa di cavalcare l’onda di una vertiginosa incredulità per alcuni preziosi secondi prima di schiantarmi, quando i miei occhi si sono posati sulle date delle mail. Le aveva inviate la sera prima di essere ucciso. Una mail era una raccolta di barzellette, l’altra conteneva un assortimento di foto di gatti, la terza era un poema in arabo sull’Iraq occupato dagli americani. Aveva sottolineato alcuni versi che descrivevano la bellezza di Baghdad nonostante la guerra… Ma anche se ero abituata a considerare Baghdad come una delle più belle città del mondo, in questo momento trovo molto difficile vedere qualsivoglia bellezza in una città macchiata del sangue di T. e di tanti altri innocenti… 


    (nelle foto: effetti dei bombardamenti americani al fosforo bianco su Fallujah)

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