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VOI CADRETE

by Gianluca Freda (05/01/2009 - 01:44)


VIVERE UN TEMPO PRESO A PRESTITO SU UNA TERRA RUBATA
di Gilad Atzmon
dal sito Palestine Think Tank
Traduzione di Gianluca Freda
 

Comunicare con gli israeliani è una cosa che può lasciare allibiti. Perfino adesso che le forze aeree israeliane stanno compiendo, alla luce del giorno, il massacro di centinaia di civili, vecchi, donne e bambini, il popolo israeliano riesce a convincere se stesso di essere lui la vera vittima di questa saga della violenza. Chi ha familiarità con il popolo israeliano comprende che esso è completamente disinformato sulle radici del conflitto che domina la sua vita. Accade abbastanza spesso che gli israeliani se ne saltino fuori con bizzarre argomentazioni che hanno molto senso nell’ambito del dibattito in Israele, ma non hanno il minimo senso al di fuori delle strade ebraiche. Una di queste argomentazioni così recita: “Quei palestinesi, perché insistono a voler vivere sulla nostra terra (Israele), perché non possono sistemarsi in Egitto, Siria, Libano o in un altro paese arabo?”. Un’altra perla di saggezza ebraica suona più o meno così: “Ma che vogliono questi palestinesi? Gli diamo acqua, elettricità, educazione e tutto ciò che loro fanno è cercare di buttarci tutti a mare”.

Abbastanza incredibilmente, gli israeliani, perfino quelli appartenenti alla cosiddetta “sinistra” e perfino quelli che fanno parte della “sinistra” istruita, non riescono a capire chi siano i palestinesi, da dove vengano e per cosa lottino. Non riescono a comprendere che per i palestinesi, la Palestina è patria. Per qualche miracolo, gli israeliani riescono perfino a non capire che Israele è stato eretto a spese del popolo palestinese, su terra palestinese, su villaggi, città, campi e frutteti palestinesi. Gli israeliani non capiscono che i palestinesi di Gaza e dei campi profughi della regione sono in realtà persone spossessate di Ber Shiva, Yafo, Tel Kabir, Shekh Munis, Lod, Haifa, Gerusalemme e di molti altri villaggi e città. Se vi chiedete come mai gli israeliani non conoscano la propria storia, la risposta è piuttosto semplice: nessuno gliel’ha mai raccontata. Le circostanze che hanno portato al conflitto israelo/palestinese sono ben nascoste all’interno della loro storia. Le tracce della civilizzazione palestinese esistente sul territorio prima del 1948 sono state cancellate. Non solo la Nakba – la pulizia etnica degli indigeni palestinesi avvenuta nel 1948 – non fa parte del curriculum israeliano, essa non viene neppure menzionata o discussa in nessun dibattito pubblico o accademico in Israele.

Nel centro di quasi tutte le città israeliane si trova una statua commemorativa del 1948 rappresentante una bizzarra, quasi astratta, struttura tubolare. Quest’affare a forma di tubo è chiamato Davidka e rappresenta in realtà un cannone israeliano del 1948. E’ abbastanza interessante notare che la Davidka era un’arma estremamente inefficace. I suoi proiettili non andavano oltre i 300 metri e provocavano danni assai limitati. Benché la Davidka producesse danni minimi, essa faceva un sacco di rumore. Stando alla narrazione storica ufficiale degli israeliani, gli arabi, cioè i palestinesi, fuggivano in cerca di scampo al solo udire il rumore della Davidka da lontano. Secondo il racconto israeliano, gli ebrei, cioè i “nuovi israeliani”, si limitavano a fare un sacco di fuochi d’artificio e gli “arabi codardi” scappavano via come idioti. Nella narrativa ufficiale israeliana non si fa menzione dei molti massacri premeditati messi in atto dalla giovane IDF e dalle forze paramilitari che l’avevano preceduta. Non si fa menzione nemmeno delle leggi razziste che impediscono ai palestinesi (1) di tornare alla loro patria e alle loro terre.

Il significato di quanto appena detto è piuttosto semplice. Agli israeliani la causa palestinese è totalmente sconosciuta. Per cui, essi non possono far altro che interpretare la lotta palestinese come un’irrazionale follia omicida. Nell’universo israeliano solipsistico e giudeo-centrico, l’israeliano è una vittima innocente e il palestinese non è altro che un selvaggio assassino.

Questa terribile situazione, che lascia gli israeliani nel buio riguardo al loro passato, demolisce ogni possibilità di riconciliazione futura. Poiché a un israeliano manca la sia pur minima comprensione delle cause del conflitto, egli non potrà contemplare altra soluzione possibile che lo sterminio e la pulizia etnica del “nemico”. Tutto ciò che un israeliano è autorizzato a conoscere sono svariati, evanescenti racconti della sofferenza ebraica. Il dolore dei palestinesi è completamente estraneo alle sue orecchie. Il “diritto dei palestinesi al ritorno” suona per lui come un’idea stravagante. Neanche i più eruditi “umanisti israeliani” sono pronti a condividere la propria terra con i suoi abitanti originari. Ciò non lascia ai palestinesi altra scelta che tentare di liberarsi andando contro ogni probabilità. E’ chiaro che Israele non potrebbe mai essere un interlocutore per la pace.

Questa settimana abbiamo appreso di più sulla capacità balistica di Hamas. Evidentemente, Hamas ci è andato piano con Israele per un bel po’ di tempo. Si è trattenuto dall’estendere il conflitto all’intera regione meridionale di Israele. Ho pensato che gli sbarramenti di razzi Qassam che sporadicamente colpivano Sderot o Ashkelon non fossero in realtà nient’altro che un messaggio lanciato dai palestinesi prigionieri. Erano innanzitutto un messaggio alla terra rubata, alle case, ai campi, ai frutteti: “Nostro amato suolo, non abbiamo dimenticato, siamo ancora qui a combattere per te, più prima che dopo torneremo e ricominceremo da dove avevamo lasciato”. Ma erano anche un chiaro messaggio agli israeliani: “Voi là fuori, a Sderot, Beer Sheva, Ashkelon, Ashdod, Tel Aviv e Haifa, che ve ne rendiate conto o no, state vivendo sulla terra che ci avete rubato. Farete meglio a fare le valige, perché il vostro tempo sta per scadere, abbiamo esaurito la nostra pazienza. Noi, il popolo palestinese, non abbiamo più nulla da perdere”.

Ammettiamolo, ad essere realistici la situazione in Israele è piuttosto grave. Due anni fa furono i razzi di Hezbollah a colpire la parte settentrionale del paese. Questa settimana Hamas ha dimostrato al di là di ogni dubbio di essere in grado di servire anche alla parte meridionale un cocktail di vendetta balistica. Sia nel caso di Hezbollah che in quello di Hamas, Israele non è in grado di dare una risposta militare. Certo, può ammazzare i civili, ma non può fermare la pioggia di razzi. La IDF non ha i mezzi per proteggere Israele, a meno che ricoprire il paese con un tetto di solido cemento diventi una soluzione praticabile. Tutto sommato, è possibile che stiano pensando proprio a questo.

Ma questa non è affatto la fine della storia. Anzi è soltanto l’inizio. Qualunque esperto di situazione mediorientale sa bene che Hamas può ottenere il controllo della West Bank nel giro di poche ore. In effetti, il controllo dell’Esercito Palestinese e di Fatah sulla West Bank è garantito dalla IDF. Una volta che Hamas avrà occupato la West Bank, il centro con la più alta percentuale di popolazione israeliana sarà lasciato alla mercé di Hamas. Per quelli che non riescono a capirlo, questa sarebbe la fine dell’Israele degli ebrei. Potrebbe accadere questa sera, potrebbe accadere fra tre mesi o fra cinque anni, ma ormai non è più questione di “se”, ma solo di “quando”. A quel punto, tutta Israele sarà sulla linea di tiro di Hamas e Hezbollah, la società israeliana crollerà, la sua economia andrà in rovina. Il prezzo di una villa isolata a nord di Tel Aviv sarà pari a quello di una baracca di Kiryat Shmone o di Sderot. Nel momento in cui anche un solo razzo colpirà Tel Aviv, il sogno sionista sarà finito.

I generali della IDF lo sanno, i leader israeliani lo sanno. Ecco perché hanno iniziato contro i palestinesi questa guerra di sterminio. Gli israeliani non vogliono invadere Gaza. Non hanno perso nulla laggiù. Ciò che vogliono fare è portare a termine la Nakba. Lanciano bombe sui palestinesi al solo scopo di spazzarli via. Li vogliono fuori dalla regione. Questo, ovviamente, non funzionerà. I palestinesi resteranno. Non solo resteranno, ma il giorno in cui torneranno alla loro terra si avvicina sempre di più man mano che Israele mette in atto le sue tattiche più micidiali.

E’ esattamente qui che entra in gioco la fuga degli israeliani dalla realtà. Israele ha oltrepassato il “punto di non ritorno”. La sua condanna è scolpita sempre più a fondo da ogni bomba che lancia contro i civili palestinesi. Non c’è nulla che Israele possa fare per salvarsi. Non esiste una exit strategy. Non può negoziare una via d’uscita perché né gli israeliani né i loro leader capiscono gli elementari parametri su cui si fonda il conflitto. A Israele manca la potenza militare per portare a termine la battaglia. Può riuscire a uccidere i leader palestinesi più in vista, ma lo fa da anni, eppure la persistenza e la resistenza dei palestinesi diviene più fiera anziché indebolirsi. Come un ufficiale della IDF aveva predetto già all’epoca della prima Intifada: “Tutto ciò che i palestinesi devono fare per vincere è sopravvivere”. Sono sopravvissuti e infatti stanno vincendo.

I leader israeliani lo sanno bene. Israele ha già tentato di tutto, il ritiro unilaterale, la riduzione alla fame e ora lo sterminio. Pensava di poter sfuggire al pericolo demografico rimpicciolendosi in un ghetto ebraico intimo e caldo. Niente di tutto ciò ha funzionato. E’ l’ostinazione palestinese, nelle forme della politica di Hamas, che definirà il futuro della regione.

Tutto ciò che rimane agli israeliani è aggrapparsi alla loro cecità e alla loro fuga dalla realtà per sfuggire al fato devastante divenuto all’improvviso immanente. Per tutta la strada che li conduce nel baratro, gli israeliani continueranno a cantare i loro familiari peana vittimistici. Imbottigliati in una realtà autocentrica di supremazia, saranno tutti presi dalla loro sofferenza e completamente ciechi dinanzi alla sofferenza che infliggono agli altri. In modo piuttosto singolare, gli israeliani agiscono come un collettivo unitario quando sganciano bombe sugli altri, ma non appena vengono anche solo lievemente feriti riescono a diventare monadi di vulnerabile innocenza. E’ questa discrepanza tra l’immagine che hanno di se stessi e il modo in cui li vede il resto di noi che rende gli israeliani dei mostruosi sterminatori. E’ questa discrepanza che impedisce agli israeliani di conoscere la propria storia, è questa discrepanza che impedisce loro di capire i ripetuti e numerosi tentativi di distruggere il loro Stato. E’ questa discrepanza che impedisce agli israeliani di comprendere il significato della Shoah per poter evitare la prossima. E’ questa discrepanza che impedisce agli israeliani di essere parte dell’umanità.

Ancora una volta gli ebrei dovranno dirigersi verso un destino sconosciuto. Da parte mia, e nel mio piccolo, ho già iniziato questo viaggio un bel po’ di tempo fa.

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(1) QUI l’unica legge ebraica sul ritorno. QUI per saperne di più.

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