GAZA RESISTE

GAZA IN GUERRA
di Israel Shamir
dal sito The Truth Seeker
Traduzione di Gianluca Freda
Una fredda sera d’inverno a Tel Aviv, la sera dell’attacco di terra, un nuovo passo nell’escalation che potrebbe portare ad una nuova grande guerra. C’erano centinaia di manifestanti, molti dei quali ragazzi, molte famiglie con bambini, israeliani e palestinesi d’ogni genere, sotto le bandiere rosse a chiedere la fine della guerra contro Gaza. A Gerusalemme la fitta nebbia non riusciva a coprire le mura della Città Vecchia.
Ma la nebbia della guerra è ancora più fitta. E’ troppo presto per prevedere quali saranno i futuri sviluppi. Non sappiamo ancora quali siano gli obiettivi dell’invasione israeliana e non conosciamo la forza della resistenza palestinese. Ora saranno i combattenti, non gli analisti, a decidere il futuro. La guerra potrebbe sfociare in un confronto con l’Iran; potrebbe portare l’ormai troppo lungo dominio di Hosni Mubarak ad una fine improvvisa; potrebbe provocare una nuova intifada, potrebbe dare nuova forma al Medio Oriente.
La prima settimana di guerra non ha portato molto successo ad Israele. L’attacco è iniziato con una furiosa tempesta di fuoco, ma l’unico “successo” è stato il bombardamento a sorpresa di una cerimonia di conferimento dei gradi alla scuola di polizia di Gaza, con circa trecento vittime, per la maggior parte giovani reclute. La prossima volta potranno bombardare le scuole il 1° settembre e ottenere risultati anche “migliori”. Oltre a ciò, il popolo-Faro-delle-Nazioni ha bombardato l’università e un po’ di moschee e ha ammazzato qualche bambino come tardo tributo a Re Erode nel Giorno dei Martiri Innocenti. Si tratta certamente di crimini di guerra, è senza dubbio uno sterminio di massa, ma non è certo l’olocausto che avevano promesso.
Quella drag-queen israeliana che è il Ministro della Difesa Ehud Barak ha accresciuto il suo gradimento: il 53 per cento degli ebrei sono soddisfatti della sua performance (Gesù, basta poco a soddisfarli!) contro lo scarso 34 per cento di sei mesi fa. “Adesso i sondaggi prevedono cinque seggi in più alla Knesset per il suo Partito Laburista nelle prossime elezioni di febbraio. Una media di circa 40 cadaveri palestinesi per ogni seggio. Non c’è da stupirsi che Barak abbia promesso che questo è solo l’inizio: a questo ritmo, ci vorranno ai laburisti solo duemila cadaveri in più per salire dalle stalle alle stelle, da un partito politico defunto alla maggioranza assoluta in parlamento, come ai bei vecchi tempi”, ha fatto notare Ran ha-Cohen.
La figura rotonda, da circolo Pickwick, di Barak è stata venduta dai suoi addetti alle pubbliche relazioni come “Der Fuhrer” (ha-manhig) del suo popolo. “Non è simpatico, ma è un leader”. “Non è simpatico, ma è un assassino”, hanno replicato i dimostranti di Tel Aviv. Barak è un fuhrer piuttosto improbabile, con la sua faccia femminea, perfetto compagno della macellaia mascolina Tzipi Livni che viene venduta come “altro Fuhrer”. Il nostro amico, nonché parente della Livni, Gilad Atzmon, ha scritto di questi personaggi dalla sessualità incerta che sono a capo dello stato ebraico: “Sia Livni che Barak devono offrire all’elettore israeliano un’esibizione di devastante carneficina, così che gli israeliani possano aver fiducia nella loro leadership”.
Ma finora non stanno facendo grandi progressi. Nonostante i bombardamenti quotidiani, gli abitanti di Gaza continuano a rispondere al fuoco, a migliorare la mira e le armi, raggiungendo anche zone lontane come Beer Sheba. Inoltre, non stanno implorando un cessate il fuoco incondizionato e la lista israeliana delle condizioni per il cessate il fuoco appare senza speranza quanto quella presentata vis-à-vis a Hezbollah due anni or sono. L’iniziativa, fino ad oggi, è rimasta saldamente nelle mani di Hamas.
La leadership di Gaza ha compiuto una mossa rischiosa ma calcolata rifiutandosi di estendere i fallaci accordi per il cessate il fuoco finché gli ebrei non avessero interrotto l’assedio alla Striscia e accettato di osservare la tregua anche nella West Bank. Queste richieste hanno fatto infuriare i piccoli fuhrer, che erano abituati a decidere da soli le questioni di guerra e di pace, spingendoli all’azione.
Il governo israeliano ha fatto male i suoi calcoli: la loro azione è stata accolta in modo giustamente ostile da tutto il mondo. Alcuni dei pezzi più forti contro l’aggressione israeliana sono apparsi proprio sulla stampa occidentale: ad opera di Mark Steel e di altri scrittori dell’Independent. Con la prevedibile eccezione dell’amministrazione Bush, l’occidente parla e manifesta contro l’invasione. Certo, qualche scritta sul muro di una sinagoga porta in piazza più manifestanti del bombardamento di una moschea e dell’uccisione dei suoi fedeli, ma esiste la possibilità che il giogo imposto dagli ebrei all’opinione pubblica occidentale vada in pezzi dopo questo intervento. In modo del tutto inatteso, i media russi, di solito fortemente filo-ebraici, parlano con una sola voce contro l’aggressione israeliana.
Ora è tempo di manifestare, di chiamare all’ostracismo contro Israele, di domandare le dimissioni di Mubarak, ed è tempo di sostenere il legittimo governo di Gaza. Restate sintonizzati.
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