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ECONOMIE IN CRESCITA

by Gianluca Freda (26/10/2008 - 10:57)


L’APOCALISSE FINANZIARIA E’ DAPPERTUTTO
(TRANNE CHE IN LIBANO)

di Robert Fisk
dal sito online di The Independent
traduzione di Gianluca Freda
 

Un mostro ruggisce tutti i giorni – e per buona parte del pomeriggio – vicino alla mia casa di Beirut.

Mustafa, il mio padrone di casa, siede nel suo bar al pianterreno con le dita nelle orecchie. Lavoro nell’ufficio dell’Independent, le finestre sono sbarrate, sbuffi di polvere sottile filtrano dalle fessure ricoprendo libri ed archivi, computer e stampanti (e Fisk) con una patina di polvere marrone e oleosa. Sì, accanto alla mia porta c’è un edificio in costruzione e le scavatrici ruggiscono nello sforzo di costruire un nuovo sfavillante complesso residenziale, tipo torri gemelle. In tutta Beirut è la stessa cosa, il profilo della città si trasforma in continuazione a causa dei progetti abitativi e dell’innalzarsi di nuovi edifici amministrativi. Già, proprio così. In Libano, un paese il cui nome è ancora sinonimo di guerra, in un mondo in cui il capitalismo sta affrontando un collasso di bibliche proporzioni, gli affari vanno a meraviglia.

Ora, cari lettori, io non voglio, non voglio assolutamente, consigliarvi di investire in questo staterello con un governo settario, pieno di fosse comuni e di squallidi campi per rifugiati palestinesi. Non sono un economista. A scuola mi hanno respinto per tre volte al test finale di matematica e come risultato ho perduto un posto all’Università di Liverpool che mi era stato offerto. Ma qualcuno deve spiegarmi come faccia questo moccioso mediorientale a scorrazzare felice in mezzo al ciclone che sta facendo a pezzi l’economia del mondo.

La Blombank di Beirut ha appena ottenuto una crescita record dei profitti: il 34% in più nei primi tre trimestri di quest’anno. Il presidente della Audi Saradar Bank, che è anche ministro per i rifugiati nel governo libanese, dice che il Libano avrà quest’anno la più alta crescita del PIL mai registrata da molti anni. I prezzi delle case continuano a salire. E questo in una nazione che ha un debito pubblico di 45,5 miliardi di dollari. Ecco allora che il taccuino in pelle di Fisk è stato estratto, questa settimana, per raccogliere parole di saggezza libanese dagli uomini (e dalle poche donne) che conoscono i segreti del miracolo finanziario di questo paese. Bene, salta fuori che la Audi Bank ha perduto intorno ai 20 milioni di dollari col crac della Lehman Brothers, ma si è salvata per un pelo dal collasso della Wachovia perché la scadenza del suo investimento da 200 milioni di dollari era al 3 ottobre. Complessivamente, le 58 banche del Libano hanno ottenuto quest’anno profitti per circa 750 milioni di dollari. E perché questo denaro pare così al sicuro? Perché tre anni fa la Banca Centrale del Libano ha proibito a tutte le banche commerciali di investire in derivati. Non una sola banca libanese ha fatto investimenti sui subprime statunitensi. Anzi, alle banche commerciali è stato perfino proibito di fare investimenti immobiliari al di fuori del Libano.

Il Libano, naturalmente, non ha petrolio. O forse sì? Nel 1976, quando Ghassan Tueni era ministro del petrolio, gran parte delle compagnie petrolifere del mondo si mostrarono interessate a compiere esplorazioni in settori della costa libanese compresa tra Batroun e il nord di Tripoli. Ma il giorno in cui il Libano avrebbe dovuto aprire a Tripoli l’ufficio per le aste, scoppiarono i combattimenti tra siriani e palestinesi proprio nelle zone in cui il personale avrebbe dovuto lavorare. Nel 1980, l’economista libanese Marwan Iskander suggerì all’allora presidente Elias Sarkis di riaprire le aste per le concessioni. Iskander mi ha offerto un grosso sigaro cubano mentre mi raccontava la storia di Sarkis. Per qualche motivo tutti i libanesi fumano sigari quando parlano di follia finanziaria.

“Quando gli diedi questo consiglio, Sarkis si voltò verso di me e disse: ‘Senti, Marwan, i libanesi sono già pazzi senza il petrolio. Se gli diamo il petrolio, andranno completamente fuori di testa! In ogni caso, se anche dovessimo trovare il petrolio, i siriani non ci permetterebbero di esportarlo’”. Oggi i siriani si sono riavvicinati – politicamente – al Libano e il governo Siniora non ha nessuna fretta di scoprire riserve petrolifere sotto il Mediterraneo.

Ma i libanesi potrebbero possedere un bene tanto prezioso quanto il petrolio: è l’unico paese al mondo con il 35-40% della popolazione che lavora all’estero e che invia in patria circa 7,5 miliardi di dollari ogni anno. Il Libano ha anche ricevuto, in base alla Dichiarazione di Parigi, 1,3 miliardi di dollari dei 7,6 che deve ricevere in contributi allo sviluppo. Il resto verrà erogato dopo le riforme promesse dal governo libanese. Senza contare, a proposito, il miliardo di dollari che le milizie di Hezbollah ricevono ogni anno dall’Iran. Alla faccia degli americani che volevano “bloccare il flusso di denaro verso le organizzazioni terroristiche”.

Per quanto riguarda il debito pubblico, non c’è problema. Almeno 24 dei 45,5 miliardi di dollari del totale sono in valuta estera, mentre 21 miliardi sono in valuta libanese. Ma l’80% del debito estero è in mano a banche libanesi o a singoli uomini d’affari che non hanno alcun interesse a portare il proprio paese alla bancarotta; sono anzi ben felici di continuare a ricevere il pagamento di sostanziosi interessi. Per quanto riguardo il debito interno, se le cose dovessero andare storte, Siniora potrebbe sempre decidere di stampare altro denaro.

Fiuu, è la prima volta che mi interesso dei profitti e delle perdite di questo strano paese. Nell’infernale disastro del Medio Oriente, è quasi comico scoprire che il Libano – che a livello politico è una Rolls Royce senza le ruote – è riuscito a far quadrare i conti. Può il mondo imparare qualcosa da tutto questo? La prossima volta che ci incontriamo, ho detto giovedì scorso ad Iskander, le chiederò di darmi una definizione di “derivato”. “No”, ha detto lui, “è lei che dovrebbe spiegarlo a me!”.

Come hanno fatto i libanesi a ottenere tutto questo? Con l’ottimismo. Stranamente, ben pochi di loro conoscono l’oscuro monito che T. S. Eliot aveva rivolto ai loro antenati, i fenici. In “Morte per Acqua” egli scriveva:

Phlebas il Fenicio, morto da quindici giorni,
Dimenticò il grido dei gabbiani, e il fondo gorgo del mare,
E il profitto e la perdita.
Una corrente sottomarina
Gli spolpò l'ossa in mormorii. [...]

O tu che volgi la ruota e guardi sopravvento,
Considera Phlebas, che un tempo fu bello, e alto come te.

Ma a Beirut, a chi volete che importi qualcosa di Phlebas sepolto nel Mediterraneo? Giorno verrà in cui i libanesi potrebbero trovare tesori ben più ricchi e oscuri sotto le sue ossa.  

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