IL PUNTO

Mi scrive Roberto Pinzi:
Ciao Gianluca,
seguo da tempo il tuo blog con molto interesse, quindi innanzi tutto complimenti. Non solo, devo anche ringraziarti per aver messo a disposizione in pdf l'introvabile prima edizione di "Pasque di sangue", che altrimenti non avrei mai potuto reperire.
Ti scrivo per segnalarti quest'articolo, in merito al quale mi piacerebbe conoscere la tua opinione. Più che un vero e proprio articolo è lo storico di uno scambio di battute via mail tra i giornalisti Paolo Barnard e Marco Travaglio, nel corso del quale il secondo fa delle affermazioni su Israele che mi hanno lasciato - e credo lasceranno anche te - a dir poco sbigottito. In passato, nel corso di interventi pubblici o televisivi si era già espresso in maniera effettivamente discutibile, ma mai in simili termini. Tengo a precisarti che io sono un ammiratore di Travaglio, ho comprato, letto, consigliato, regalato praticamente tutti i suoi libri, l'ho incontrato diverse volte a dibattiti e presentazioni.
Parimenti stimo l'ottimo Barnard, che considero una fonte più che attendibile, comprenderai quindi il mio sconcerto per ciò che ha reso pubblico di questa loro corrispondenza.
Non ti tedio oltre, questo è il link:
http://altrainformazione.it/wp/2008/10/22/barnard-vs-travaglio
Ti ringrazio in anticipo per l'attenzione, spero mi dirai le tue impressioni. Un saluto e ancora complimenti per il blog. A presto.
* * *
Caro Roberto, grazie per l’articolo linkato, che ho letto con molta attenzione. Se è autentico, le opinioni espresse da Travaglio sono incondivisibili e piuttosto repellenti, così come è repellente il suo trincerarsi dietro un supponente “no comment” quando gli vengono poste domande a cui non sa replicare con argomenti plausibili. Del resto non è stato Barnard il primo a far notare questo atteggiamento da parte di Travaglio, già altre persone avevano reso note corrispondenze dello stesso tenore, con risposte saccenti e maleducate a domande legittime.
Detto questo vorrei però far notare quanto segue, non certo per difendere Travaglio, ma per stigmatizzare – come si usa dire – un atteggiamento di lite perpetua tra giornalisti intelligenti, che danneggia tanto i litiganti quanto il giornalismo in sé.
1) Per quanto disgustose siano le sue opinioni su “gli ebrei”, “gli arabi”, “Israele” e via generalizzando, Travaglio se le è tenute, fino ad ora, per sé. Non ricordo un suo intervento scritto o televisivo in cui abbia pubblicamente propagandato queste sciocchezze, forse sapendo bene che si prestavano ad una rapida demolizione. Uno ha il diritto di credere a tutte le sciocchezze che vuole finché non se ne fa propagandista presso il grande pubblico a scopo di indottrinamento collettivo. Io giudico un giornalista dalle cose che dice e che scrive, il suo privato e il suo credo religioso (la fede nella bontà di Israele e nella malvagità degli arabi è per l’appunto una religione, pur rivoltante quanto si vuole) non mi interessano.
2) Barnard ci ha chiarito quale sia la religione di Travaglio, e ha fatto benissimo. Da adesso in poi potremo ascoltare gli interventi del giornalista sapendo quale ideologia ne stia alla base, il che è assai utile. Non vorrei però che tutto questo servisse soltanto ad additare un nemico, come si usa in Italia. Cioè a considerare degne di essere ascoltate soltanto le persone che sui problemi del mondo la pensano esattamente come noi. Ogni movimento potenzialmente innovativo che sia mai sorto nel nostro paese, è andato incontro ad un rapidissimo decesso a causa di questa pulsione autodistruttiva, che consiste nel dividersi in una miriade di microparrocchie all’interno delle quali vengono accettati solo individui-fotocopia. Io trovo disgustose le posizioni di Travaglio sulla politica internazionale, ma questo non deve o non dovrebbe impedirmi di ascoltare con attenzione le sue dettagliatissime analisi di politica interna. Questo, naturalmente, se sono interessato all’informazione anziché alla santificazione del mio pensiero.
3) Nel carteggio, Travaglio si è comportato, da questo punto di vista, nel modo più opportuno. Ha cioè cercato di eludere le domande di Barnard, per evitare di scatenare il prevedibile battibecco. Barnard, invece, sembrava interessato ad ottenere un avallo alla propria visione del mondo, più che un’opinione. Il suo scopo era quello di dividere il mondo del giornalismo in buoni e cattivi, dove i cattivi sono coloro che hanno opinioni, anche se solo in parte, divergenti da quelle della nostra parrocchia. Lo dico da “parrocchiano” che condivide al 100% le opinioni di Barnard: questo atteggiamento è inopportuno. Non solo indebolisce il giornalismo alternativo, creando - come tu fai giustamente notare - sconcerto tra i lettori, ma indebolisce la stessa posizione di chi lo pratica, facendolo apparire come un seccatore petulante interessato alla conferma del proprio punto di vista più che ad uno scambio d’opinioni. Se adottassi anch’io questo atteggiamento, avrei smesso da un pezzo di leggere, ad esempio, gli articoli di Maurizio Blondet, intrisi di un cattolicesimo beghino e di un’ostilità programmatica verso ogni legittima rivendicazione di categoria. Ho deciso invece di continuare a leggerli, dividendo il grano dal loglio, confrontandomi con le opinioni espresse, imparando a condividerle o ripudiarle sulla base di argomentazioni. E ho fatto bene, perché, fatta la tara delle sciocchezze (del resto, chi è che riesce a proferire solo verità inoppugnabili?), gli articoli di Blondet sono una miniera di informazioni preziose e punti di vista originali. L’ho fatto perché diventare come Travaglio è la cosa che mi fa più paura al mondo.
4) Qualche tempo fa venni invitato ad aderire, con il mio blog, ad un “Network Progressista”, organizzato da altri blogger. Conoscevo bene i punti di vista degli altri autori. Sapevo che erano molto lontani dai miei. Sapevo anche che, se mi avevano invitato, probabilmente del mio blog avevano guardato soltanto il logo del titolo. Sapevo anche che, non appena qualcuno avesse dato un’occhiata ai contenuti (ad esempio a cosa penso del PD o della shoah), si sarebbe scatenato il putiferio, come infatti puntualmente avvenne. Mi scrissero dicendo che i miei contenuti erano incompatibili con il loro network e mi invitarono ad andarmene, cosa che feci seduta stante e senza fare troppo baccano. Loro non furono altrettanto urbani: continuo ancora oggi a ricevere in mail le loro discussioni su problemi di scarso rilievo e – nonostante li abbia invitati più volte a depennarmi dalla loro mailing list – alla fine, per liberarmi dalle chiacchiere, ho dovuto filtrarli. Avevo aderito al “network” perché penso che non esista la verità ma solo la ricerca della verità e che da questo punto di vista qualunque contributo, se condotto con convinzione e coraggio, può servire allo scopo. I loro blog, per quanto schierati su posizioni a mio avviso lontanissime dalla realtà, avevano i suddetti caratteri della convinzione e del coraggio, che sono per me quelli che contano. Non ho mai cancellato i loro indirizzi dall’elenco dei miei preferiti. Un “network” – cioè una rete – è fatta di tanti punti distinti tra loro che trovano una connessione. Se i punti non sono distinti ma coincidenti, non si ha nessun network e nessuna organizzazione, ma, geometricamente parlando, solo un unico, inutile punto perduto su un piano desolato. Non credo che un punto abbia alcuna chance di contrastare la tempesta che vedo profilarsi all’orizzonte. Se Travaglio vuole essere un punto, tanto peggio per lui. Io non voglio esserlo. Mi addolora che lo voglia Barnard.
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