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    NASRALLAH FOR PRESIDENT

    di Gianluca Freda (13/05/2008 - 19:44)


    BEIRUT SULL’ORLO DELLA GUERRA
    di Rannie Amiri
    dal sito Counterpunch
    Traduzione di Gianluca Freda

     

    “Se avessimo voluto realizzare un colpo di stato, vi sareste svegliati questa mattina in una prigione o in mezzo al mare. Noi non vogliamo questo. Si tratta di un problema politico, che ha una soluzione politica nelle elezioni anticipate”

    (Sayyid Hassan Nasrallah, in un commento indirizzato al governo filoamericano del Libano, Al-Manar TV, 8 maggio 2008)

     

    Quando gli uomini di Hezbollah sono tornati ai loro quartieri dopo la dimostrazione di forza di venerdì scorso, allorché la loro autorità si era estesa all’intera zona occidentale di Beirut, molti cittadini hanno iniziato a capire quanto il loro paese sia prossimo al precipizio della guerra civile. E questa paura non è ancora scomparsa.

    Con gli eventi degli ultimi giorni l’opposizione libanese ha voluto inviare un chiaro messaggio al governo di coalizione, in carica dal 14 marzo, guidato dal primo ministro Fouad Siniora e dai suoi alleati Walid Jumblatt, Rafiq Hariri e Samir Geagea: la nostra pazienza verso di voi si sta esaurendo.

    La situazione ha iniziato a precipitare la mattina del 6 maggio, quando il Consiglio dei Ministri di Siniora ha deciso di licenziare il capo della sicurezza dell’Aeroporto Internazionale di Beirut, il brigadiere Wafiq Shukair – sospetto simpatizzante di Hezbollah – per aver autorizzato l’installazione all’interno dell’aeroporto di un sistema di telecamere ritenuto in grado di monitorare gli spostamenti dei membri del governo (il Dr. Franklin Lamb ha in seguito smontato queste affermazioni. Egli ha intervistato Qassim Allaq, direttore della compagnia privata Jihad al-Bina, il quale ha rivelato che le telecamere si trovano lì da più di 20 anni. I contenitori che le nascondono e il suolo su cui sono installate appartengono alla compagnia di Allaq e finora non sono stati oggetto di contenzioso).

    Allo stesso tempo, il governo ha dichiarato che il sistema di telecomunicazioni gestito da Hezbollah rappresentava una minaccia per la sicurezza nazionale e lo ha bollato come “illegale e incostituzionale”. E’ da notare che durante l’invasione israeliana del Libano del luglio 2006, questo network era rimasto impenetrabile all’intelligence israeliana ed era stato fondamentale per la difesa del paese, fornendo alla resistenza l’unico mezzo di comunicazione sicuro.

    Il giorno seguente il Sindacato Generale del Lavoro ha organizzato uno sciopero generale per protestare contro il rifiuto del governo di alzare i salari minimi, nonostante il rincaro dei generi alimentari e dei beni di prima necessità. Hezbollah e Amal, due dei principali partiti che si oppongono al governo, hanno appoggiato lo sciopero, ma le proteste sono presto degenerate in guerriglia, con i dimostranti che bruciavano copertoni, erigevano barricate e bloccavano le strade, costringendo l’aeroporto alla chiusura e la capitale all’isolamento.

    L’8 maggio il Segretario Generale di Hezbollah, Sayyid Hassan Nasrallah, ha tenuto un’insolita videoconferenza per rispondere alle accuse contro Hezbollah, parlare del licenziamento di Shukair, della presunta illegalità del sistema di telecomunicazioni del gruppo e della crisi in corso.

    Ha detto: “Il nostro sistema di comunicazioni è un normale network telefonico e rappresenta l’arma più importante per qualsiasi resistenza. Durante la Guerra di Luglio, il nostro punto di forza fu appunto il suo controllo, poiché essa assicurò le comunicazioni tra la dirigenza militare e le zone di battaglia, e questo è stato ammesso anche dal nemico... è così che abbiamo ottenuto il successo. (Il nostro network) serve a difendere il paese contro Israele”.

    Dopo aver definito l’ordine di smantellamento dato dal governo come “...equivalente a una dichiarazione di guerra e all’inizio di una guerra contro la resistenza e le sue armi nell’interesse dell’America e di Israele”, Nasrallah non ha lanciato nessuna chiamata alle armi.

    Nonostante ciò, nelle strade sono ben presto scoppiati scontri tra fazioni, con gli sciiti che sostenevano l’opposizione e i sunniti che appoggiavano il governo. Secondo i rapporti, diciotto persone sono rimaste uccise negli scontri. Si tratta del peggior episodio di violenza settaria che il Libano abbia visto dalla sanguinosa guerra civile del 1975-1990.

    Non si può sorvolare sull’ironia del fatto che il Consiglio dei Ministri di Siniora abbia definito “incostituzionale” il sistema telefonico di Hezbollah. Da quando nel novembre 2006 cinque ministri sciiti si dimisero dall’esecutivo di Siniora, è il governo stesso a dover essere considerato incostituzionale. La Costituzione libanese richiede che tutti i gruppi confessionali siano rappresentati nell’esecutivo. Ciò continua a essere fonte di controversie tra i partiti.

    E non dimentichiamo gli atti che questo “esecutivo”, privo di cinque ministri, ha posto in essere negli ultimi anni.

    Il corrispondente di Ha’aretz, Avi Issacharoff, autore di Spider Webs - The Story of the Second Lebanon War, scrive:

    “Per la prima volta, possiamo rivelare... che gli stati arabi moderati e i paesi vicini al governo libanese hanno inviato da più parti messaggi al governo israeliano, chiedendo che Israele continui la guerra fino alla totale sconfitta di Hezbollah”.

    Fu Saad Hariri, leader della maggioranza parlamentare, capo del Movimento per il Futuro e figlio dell’ultimo primo ministro Rafiq Hariri, a far rilasciare molti militanti radicali salafiti o a garantire loro l’amnistia per scatenarli contro Hezbollah. La stessa cosa avvenne con Fatah al-Islam. Ciò si trasformò in un boomerang e produsse nel 2007 il fiasco del campo profughi di Nahr al-Barad, a Tripoli.

    Seymour Hersh scrive nell’articolo “The Redirection” (The New Yorker, 3 marzo 2007): “In un intervista rilasciata a Beirut, un membro del governo Siniora ha ammesso la presenza di jihadisti sunniti operanti in Libano. “Abbiamo un atteggiamento liberale che consente a membri di Al Qaeda di essere presenti in Libano”.

    Nella sua conferenza stampa, Nasrallah ha appropriatamente commentato: “Questo non è un governo, è una banda”.

    L’opposizione preme per un accordo di divisione del potere con la coalizione in carica, attraverso la quale i propri ministri possano vedersi riconoscere il potere di veto sulle decisioni dell’esecutivo. Ciò appare ragionevole alla luce delle azioni compiute dal primo ministro, che stringeva accordi con gli israeliani mentre essi uccidevano e mutilavano i cittadini del suo paese. Questa richiesta è diventata l’ostacolo principale all’elezione di un nuovo presidente e alla creazione di un governo funzionale in Libano.

    Com’era prevedibile, Arabia Saudita, Egitto e Giordania hanno convocato una riunione d’emergenza della Lega Araba per questa settimana. Sono questi paesi – tutti monarchie o dittature – che si sentono più minacciati dalla crisi libanese. La radice della loro paura è incarnata nella dichiarazione di Nasrallah, riportata all’inizio di questo articolo, con la quale si chiede una soluzione politica: responsabilità del governo, controllo sul suo operato ed elezioni. Ciò è un anatema per re Abdullah d’Arabia Saudita, per re Abdullah di Giordania e per l’egiziano Hosni Mubarak, perché essi temono che anche i loro popoli possano un giorno avanzare simili richieste.

    Nonostante questo conflitto venga spesso rappresentato in termini settari – sunniti contro sciiti – ciò è solo un travestimento. Esso riguarda invece rivendicazioni di legittima rappresentanza politica e il desiderio di coloro che si oppongono ai progetti di USA e Israele sulla regione di non essere più marginalizzati.

    Sarebbe opportuno che il primo ministro Siniora e la sua coalizione del 14 marzo, dopo aver visto non solo di cosa Hezbollah è capace ma anche quanto sia in grado di tenersi a freno, accettassero seri ed autentici negoziati per formare un governo unitario e basato sulla condivisione del potere. Hezbollah e l’opposizione si sono trattenuti fino ad ora, benché la false accuse mosse contro di loro abbiano messo alla prova i loro limiti e la loro pazienza e siano servite solo a portare Beirut sull’orlo del disastro.

    Come ha avvertito lo stesso Nasrallah: “Ho detto, di fronte a Jumblatt, che chiunque alzi la mano contro la resistenza si vedrà tagliare le braccia. Israele ci ha provato con la Guerra di Luglio e gli abbiamo tagliato le braccia. Non vi consiglio di metterci alla prova”.

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