by Gianluca Freda (19/07/2006 - 19:19)
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IL MERCATO DELLA PAURA
di Carlo Bonini e Giuseppe D’AvanzoEinaudi, marzo 2006
Collana “Stile libero”
pp. 352, euro 15,50
Chissà se qualcuno si ricorda ancora dei tanti allarmi lanciati dall’ex Ministro dell’Interno Pisanu riguardo il fantomatico gruppo degli “anarco-insurrezionalisti”, soggetto politico a metà tra terrorismo politico e orco delle favole che ha turbato (o a cui si è tentato di far turbare) i sonni degli italiani nella passata legislatura. E chi si ricorda più dell’allarme di Berlusconi su un possibile attacco terrorista contro la basilica di San Pietro? E i continui allarmi sulle elezioni politiche che - si giurava - sarebbero state senz’altro l’occasione per un attentato di Al Qaeda? Il gioco dell’allarmismo bufalaro è stato così utile e prezioso per il passato governo che lo stesso Pisanu lo ha portato avanti fino all’ultimo istante, congedandosi dal proprio incarico con l’eclatante rivelazione di aver sventato almeno due attentati terroristici durante il suo mandato. Quali? Quando? Dove? Come? Non si sa.
Il libro Il mercato della paura, scritto dai due giornalisti di Repubblica Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, fa luce sulla metamorfosi subìta negli ultimi cinque anni dagli apparati dell’Intelligence italiana. Una metamorfosi che, portando alle sue logiche conseguenze il clima di allarme perenne presente nelle società occidentali dopo l’11 settembre 2001, ha consentito ad ampi settori dei servizi segreti di sfruttare la paura del terrorismo – pompata fino all’esasperazione dai media – per acquisire una centralità nel sistema sociale e un potere mai sognati nei decenni trascorsi. L’ascesa dell’influsso dei servizi d’Intelligence italiani sulla vita nazionale avviene a partire dall’inverno 2003, cioè dall’aggressione americana all’Iraq. L’inchiesta di Bonini e D’Avanzo evidenzia quanto grande sia stato il ruolo dei nostri servizi nel preparare i pretesti che hanno consentito all’amministrazione americana di giustificare l’invasione. Con un’indagine minuziosa viene ricostruita la rocambolesca vicenda del cosiddetto dossier della “torta gialla”, cioè del falso dossier italiano che attestava l’acquisto di uranio nigerino da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, acquisto che fu sbandierato dagli USA come conferma di un riarmo nucleare in atto e dunque come pretesto per la guerra.
Il famoso dossier, palesemente e grossolanamente fasullo, era stato fabbricato ad arte nel 2000 (inizialmente per essere rivenduto ai francesi) da tre individui perseguitati dallo spettro della bancarotta: l’ex carabiniere Rocco Martino, il primo consigliere dell’ambasciata del Niger a Roma, Zakaria Yaou Maiga e un’anonima funzionaria della stessa ambasciata che nel libro viene chiamata “Laura”. Fu tirato fuori nel 2003 da chissà quale cestino della carta straccia, per essere consegnato all’amministrazione americana, non prima di essere stato insignito di una credibilità posticcia dalla pubblicazione in pompa magna sulle pagine di Panorama, come se si trattasse di uno scoop. Il libro di Bonini e D’Avanzo svela nomi, cognomi, date e incredibili retroscena. Spiega che uomini dei servizi segreti italiani erano stati inviati in avanscoperta, tra il dicembre 2002 e il marzo 2003, in territorio irakeno per valutare le capacità di reazione dell’esercito di Saddam di fronte ad un’eventuale aggressione. Ciò che si erano trovati di fronte era – come molti avevano ragionevolmente immaginato - un esercito che non solo non disponeva di armi di distruzione di massa, ma neppure di armi convenzionali, con carri armati arrugginiti risalenti alla guerra con l’Iran di venti anni prima. Un esercito disperato, che non aveva nessuna intenzione di opporre resistenza né possedeva i mezzi per farlo. “ Il governo italiano” - scrivono Bonini e D’Avanzo - “(come l’Iraqi National Congress e quindi il Pentagono) sanno con certezza per lo meno dal gennaio 2003 (e con molte probabilità, dal dicembre 2002) che negli arsenali di Saddam Husayn non ci sono armi di distruzione di massa. Non c’è l’ordigno nucleare. Non ci sono i missili a lunga gittata. Non c’è la possibilità di armare testate missilistiche con veleni biologici e chimici. C’è soltanto un esercito che non vuole combattere e uno Stato maggiore che attende di arrendersi al miglior prezzo possibile”.
Sull’Iraq di Saddam fu montata – come il libro rivela – una messinscena mediatica che doveva servire a vendere all’opinione pubblica l’ennesima minaccia posticcia alla pace mondiale. Una messinscena in cui i servizi segreti italiani e il governo di Silvio Berlusconi ebbero un ruolo determinante. E lo scopo non era soltanto quello di agitare minacce alla pace per giustificare una guerra. Lo scopo era quello di trasformare il terrorismo, attraverso un clima di paranoica mobilitazione mediatica, da obiettivo strategico a spettacolo massificato, che garantisse la persuasione attraverso la paura. Di questa paura e della persuasione che essa genera i servizi segreti italiani sono stati, a partire dalla guerra in Iraq, rivenditori esclusivi. La paura che essi hanno fabbricato e venduto in quantità industriale è stata per il governo di centrodestra uno strumento prezioso che valeva la pena di acquistare a qualunque prezzo. “La paura” – scrivono ancora gli autori – “è il miglior propellente per concentrare poteri nelle mani dell’Esecutivo, marginalizzare il dissenso, violare le elementari protezioni costituzionali dei diritti e della sovranità”. Le “minacce” inventate dall’Intelligence italiana tra il 2003 e il 2006 sono state tanto numerose quanto vaghe e improbabili. Bonini e D’Avanzo ci mostrano come un marsupio rinvenuto nella macchina di un poveraccio diventasse disinvoltamente, nei comunicati alle prefetture, una “cintura kamikaze” o come una comune piantina dei McDonald’s romani si trasformasse in un piano d’attacco terroristico su larga scala, accreditato da una perversa complicità tra servizi segreti, governo, mezzi d’informazione e magistrati.
Il falso dossier sull’uranio fu – secondo l’inchiesta dei due giornalisti - la linea del Rubicone di una metamorfosi dell’Intelligence italiana, che verrà, da quel momento in poi, “ingaggiata” dal governo per condizionare l’opinione pubblica e le vicende nazionali. Un’Intelligence il cui scopo non è più quello di muoversi per “accecare «il nemico», ma contro «l’amico» che si dovrebbe proteggere, avvelenandolo con un’informazione «deformata e deformante» in grado di cogliere due obiettivi prioritari della disinformatia: la creazione di un senso comune e il favore a un paradigma politico”.
Il libro di Bonini e D’Avanzo spiega come funzioni il mercato della paura, svela i meccanismi della sua produzione, della vendita al pubblico, all’ingrosso e al dettaglio, dei profitti che produce per i suoi spacciatori e dei danni devastanti che infligge ai consumatori e al loro habitat sociale. Un vademecum essenziale per chi voglia imparare a non acquistare mai questo tipo di merce e voglia conoscere i percorsi per dribblarne i piazzisti.
(Gianluca Freda)
Il libro Il mercato della paura, scritto dai due giornalisti di Repubblica Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, fa luce sulla metamorfosi subìta negli ultimi cinque anni dagli apparati dell’Intelligence italiana. Una metamorfosi che, portando alle sue logiche conseguenze il clima di allarme perenne presente nelle società occidentali dopo l’11 settembre 2001, ha consentito ad ampi settori dei servizi segreti di sfruttare la paura del terrorismo – pompata fino all’esasperazione dai media – per acquisire una centralità nel sistema sociale e un potere mai sognati nei decenni trascorsi. L’ascesa dell’influsso dei servizi d’Intelligence italiani sulla vita nazionale avviene a partire dall’inverno 2003, cioè dall’aggressione americana all’Iraq. L’inchiesta di Bonini e D’Avanzo evidenzia quanto grande sia stato il ruolo dei nostri servizi nel preparare i pretesti che hanno consentito all’amministrazione americana di giustificare l’invasione. Con un’indagine minuziosa viene ricostruita la rocambolesca vicenda del cosiddetto dossier della “torta gialla”, cioè del falso dossier italiano che attestava l’acquisto di uranio nigerino da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, acquisto che fu sbandierato dagli USA come conferma di un riarmo nucleare in atto e dunque come pretesto per la guerra.
Il famoso dossier, palesemente e grossolanamente fasullo, era stato fabbricato ad arte nel 2000 (inizialmente per essere rivenduto ai francesi) da tre individui perseguitati dallo spettro della bancarotta: l’ex carabiniere Rocco Martino, il primo consigliere dell’ambasciata del Niger a Roma, Zakaria Yaou Maiga e un’anonima funzionaria della stessa ambasciata che nel libro viene chiamata “Laura”. Fu tirato fuori nel 2003 da chissà quale cestino della carta straccia, per essere consegnato all’amministrazione americana, non prima di essere stato insignito di una credibilità posticcia dalla pubblicazione in pompa magna sulle pagine di Panorama, come se si trattasse di uno scoop. Il libro di Bonini e D’Avanzo svela nomi, cognomi, date e incredibili retroscena. Spiega che uomini dei servizi segreti italiani erano stati inviati in avanscoperta, tra il dicembre 2002 e il marzo 2003, in territorio irakeno per valutare le capacità di reazione dell’esercito di Saddam di fronte ad un’eventuale aggressione. Ciò che si erano trovati di fronte era – come molti avevano ragionevolmente immaginato - un esercito che non solo non disponeva di armi di distruzione di massa, ma neppure di armi convenzionali, con carri armati arrugginiti risalenti alla guerra con l’Iran di venti anni prima. Un esercito disperato, che non aveva nessuna intenzione di opporre resistenza né possedeva i mezzi per farlo. “ Il governo italiano” - scrivono Bonini e D’Avanzo - “(come l’Iraqi National Congress e quindi il Pentagono) sanno con certezza per lo meno dal gennaio 2003 (e con molte probabilità, dal dicembre 2002) che negli arsenali di Saddam Husayn non ci sono armi di distruzione di massa. Non c’è l’ordigno nucleare. Non ci sono i missili a lunga gittata. Non c’è la possibilità di armare testate missilistiche con veleni biologici e chimici. C’è soltanto un esercito che non vuole combattere e uno Stato maggiore che attende di arrendersi al miglior prezzo possibile”.
Sull’Iraq di Saddam fu montata – come il libro rivela – una messinscena mediatica che doveva servire a vendere all’opinione pubblica l’ennesima minaccia posticcia alla pace mondiale. Una messinscena in cui i servizi segreti italiani e il governo di Silvio Berlusconi ebbero un ruolo determinante. E lo scopo non era soltanto quello di agitare minacce alla pace per giustificare una guerra. Lo scopo era quello di trasformare il terrorismo, attraverso un clima di paranoica mobilitazione mediatica, da obiettivo strategico a spettacolo massificato, che garantisse la persuasione attraverso la paura. Di questa paura e della persuasione che essa genera i servizi segreti italiani sono stati, a partire dalla guerra in Iraq, rivenditori esclusivi. La paura che essi hanno fabbricato e venduto in quantità industriale è stata per il governo di centrodestra uno strumento prezioso che valeva la pena di acquistare a qualunque prezzo. “La paura” – scrivono ancora gli autori – “è il miglior propellente per concentrare poteri nelle mani dell’Esecutivo, marginalizzare il dissenso, violare le elementari protezioni costituzionali dei diritti e della sovranità”. Le “minacce” inventate dall’Intelligence italiana tra il 2003 e il 2006 sono state tanto numerose quanto vaghe e improbabili. Bonini e D’Avanzo ci mostrano come un marsupio rinvenuto nella macchina di un poveraccio diventasse disinvoltamente, nei comunicati alle prefetture, una “cintura kamikaze” o come una comune piantina dei McDonald’s romani si trasformasse in un piano d’attacco terroristico su larga scala, accreditato da una perversa complicità tra servizi segreti, governo, mezzi d’informazione e magistrati.
Il falso dossier sull’uranio fu – secondo l’inchiesta dei due giornalisti - la linea del Rubicone di una metamorfosi dell’Intelligence italiana, che verrà, da quel momento in poi, “ingaggiata” dal governo per condizionare l’opinione pubblica e le vicende nazionali. Un’Intelligence il cui scopo non è più quello di muoversi per “accecare «il nemico», ma contro «l’amico» che si dovrebbe proteggere, avvelenandolo con un’informazione «deformata e deformante» in grado di cogliere due obiettivi prioritari della disinformatia: la creazione di un senso comune e il favore a un paradigma politico”.
Il libro di Bonini e D’Avanzo spiega come funzioni il mercato della paura, svela i meccanismi della sua produzione, della vendita al pubblico, all’ingrosso e al dettaglio, dei profitti che produce per i suoi spacciatori e dei danni devastanti che infligge ai consumatori e al loro habitat sociale. Un vademecum essenziale per chi voglia imparare a non acquistare mai questo tipo di merce e voglia conoscere i percorsi per dribblarne i piazzisti.
(Gianluca Freda)
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