LA CHIESA: IL SEME DEL MALE - 2

parte seconda
Intervista di Biagio Catalano a Domenico Pacitti
dal sito Justresponse
Traduzione di Gianluca Freda
Catalano: Visto l’attuale stato del disastro politico, economico e sociale in Italia, lei consiglierebbe a un futuro studente di imbarcarsi in un lungo (e molto oneroso) corso di studi in Italia? O c’è il pericolo di ritrovarsi, alla fine, non solo senza lavoro, ma anche condizionati nel proprio modo di pensare, contribuendo così all’incremento degli “ignoranti istruiti” d’Italia o dei candidati alla "fuga di cervelli"?
Pacitti: Il mio consiglio è di valutare se l’istruzione universitaria sia davvero l’unica strada per un avanzamento e di considerare le possibili alternative. Un paese come l’Italia, nel quale fino a tempi piuttosto recenti esisteva un alto tasso di analfabetismo, tende a sopravvalutare l’educazione universitaria. Sarebbe difficile trovare dei genitori italiani che non considerino il conseguimento di una laurea da parte del proprio figlio o figlia come un grande risultato. In questi casi, quando l’educazione universitaria è ritenuta indispensabile, consiglio di seguire i corsi universitari con il doppio obiettivo di imparare una materia e di trasformare il sistema. Ciò significa acquisire la volontà e le capacità necessarie ad organizzare un’azione studentesca estesa ed efficace.
Quando gli studenti italiani protestano, lo fanno immancabilmente per le condizioni di studio, per le tasse e per gli alloggi. Non protestano mai contro le procedure corrotte che generano i loro insegnanti. Evidentemente questo non è importante per loro, il che significa che gran parte della colpa del triste stato delle università italiane è da attribuire agli studenti stessi. Quegli studenti che vorrebbero essere giudicati sul merito, ma che non vogliono provare a modificare il corrotto sistema italiano, dovrebbero andarsene all’estero, contribuendo alla “fuga dei cervelli”... ma dovrebbero anche essere preparati a vedere sminuite le qualifiche ottenute all’estero e le possibilità di ottenere una cattedra al loro ritorno in Italia.
Catalano: In uno dei suoi articoli [Fondamenti cattolici della corruzione in Italia], che ho recentemente citato [in L’esegesi dello “sterco di Satana”], riferendosi al legame tra religione e economia lei evidenzia una stretta relazione tra il fallimento politico ed economico italiano e il cattolicesimo. Dal suo punto di vista, esistono ragioni intrinseche di carattere geo-climatico che potrebbero giustificare la nascita del cattolicesimo, delle sue familiari caratteristiche, il suo sviluppo come strumento di controllo di massa, proprio nell’area italiana?
Pacitti: Ogni indagine che ci aiuti a far luce sul ruolo degli elementi climatici e geografici sui processi formativi che hanno forgiato le caratteristiche dei nostri antenati e delle antiche civiltà della penisola italiana, va certamente incoraggiata. Non vedo motivo per cui questi fattori non potrebbero aver giocato almeno un ruolo di contributo.
Ad esempio, il fatto che l’Italia sia una penisola, insieme alla sua collocazione mediterranea, l’ha resa ovviamente un fondamentale centro di commerci nell’antichità, e questo potrebbe aver favorito il diffondersi di una mentalità mercantile fra gli abitanti. La questione è sicuramente degna di essere oggetto di studi approfonditi lungo le linee che lei suggerisce.
Si potrebbe usare il metodo della variazione concomitante, cioè cercare altri esempi in cui caratteri geografici e climatici analoghi abbiano prodotto tratti culturali simili; e poi cercare casi in cui clima, geografia e cultura non siano relazionabili, oppure lo siano in modo parzialmente diverso. Si dovrebbe, ovviamente, tener conto dei parametri storici per cercare di arrivare alla verità, isolando i fattori rilevanti. Lo storico francese Fernand Braudel, morto nel
Catalano: Professore, ad un’analisi accurata risulta immediatamente ovvio che la storia dell’Impero romano e quella del Vaticano sono interdipendenti. A suo avviso, perché tanti accademici e la stessa opinione pubblica sembrano incapaci di percepire l’evidenza dei fatti, e cioè che la cristianità fu una creazione politica dell’Impero romano?
Pacitti: Una delle ragioni è che semplicemente non conoscono la loro storia. Un’altra è che l’indottrinamento della scuola e dell’università contiene le loro indagini entro una cornice sicura e predefinita. Gli accademici tendono a iper-specializzarsi in un unico settore. Ciò porta spesso ad una forma di istupidimento o rigor mortis mentale che impedisce loro di vedere certe situazioni nel loro giusto contesto e nell’esatta prospettiva, o di essere in grado di interpretare i risultati delle loro ricerche in modo appropriato. Un principiante indipendente e intelligente, perfino se autodidatta, è probabilmente più libero da questi considerevoli limiti. Un altro motivo sta nel fatto che, in tutta evidenza, non esiste una motivazione forte – e anzi vi sono molti disincentivi – a perseguire il tipo di ricerca che lei suggerisce, poiché essa non è politicamente utile.
L’opinione pubblica, in Italia e altrove, continua ad essere guidata in gran parte da coloro che controllano i media. E’ certamente vero che dall’epoca di Platone fino all’età moderna, passando per il medioevo, vi è stata una continuità nella degenerazione, come se una specie di forza corruttrice avesse assimilato e trasformato tutto ciò con cui veniva in contatto in qualcosa di basso e immorale. La profonda e insaziabile sete di potere all’interno della penisola italiana, che risale all’alba dei tempi, è un fenomeno che non trova paragoni nell’intera storia umana.
Vale forse la pena di ricordare ai nostri lettori che l’Impero Romano si fa generalmente iniziare con la battaglia di Azio nel
Catalano: Lei ha parlato della Controriforma e del Concordato come di eventi chiave nella riaffermazione del cattolicesimo e della sua perniciosa influenza sulla storia d’Italia e del mondo. Lei crede che sia possibile invertire questi processi, e se sì, come?
Pacitti: Il punto importante della Controriforma, o Riforma Cattolica, i principi della quale furono suggellati dal Concilio di Trento del 1563, è che in un momento in cui tutti gli altri paesi europei compivano giganteschi balzi in avanti,
La creazione di uno Stato del Vaticano indipendente, il consolidamento dei poteri della Chiesa e la garanzia di nuovi poteri – in particolare il controllo sul sistema educativo del paese – furono tra le concessioni fatte da un dittatore onnipotente che però riconosceva, allo stesso tempo, l’enorme forza e influenza della Chiesa, con le sue centinaia di milioni di adepti sparsi per il mondo. Questa mossa, che fu del tutto politica e a quell’epoca assai utile per Mussolini, fu però decisamente pessima per il popolo italiano. Come
C’è bisogno di due cose: una serie di misure adottate all’unisono e allo stesso tempo la percezione da parte del pubblico che i cambiamenti siano permanenti. Anche se la mini-rivoluzione di Antonio Di Pietro avesse avuto successo, sarebbe bastato il mero peso del passato a diffondere la convinzione che un futuro governo avrebbe potuto invertire tutti i cambiamenti importanti. Le misure positive dovrebbero includere: politici che siano in grado di fornire al paese un esempio moralmente ineccepibile; pubbliche ricompense per la buona condotta e punizioni per la cattiva condotta; radicale riforma delle scuole e delle università nazionali; iniziative volte ad evidenziare la necessità di abolire la religione, in considerazione degli immensi danni che essa ha provocato; e la necessità di espandere la vecchia identità in favore di una nuova e positiva identità europea. Poiché è poco probabile che tutto ciò avvenga, possiamo ragionevolmente accettare che l’attuale mentalità resti prevalente ancora per un certo tempo.
Catalano: Perché crede che la classe politica italiana, a prescindere dal colore, mostri l’irresistibile desiderio di aggrapparsi in modo quasi subliminale alla politica e all’ideologia tradizionalmente espresse dal Vaticano, senza preoccuparsi degli effetti che quest’alleanza produce sull’opinione pubblica italiana e straniera? E’ solo una questione di banale clientelismo o ci sono altri fattori determinanti?
Pacitti: Osservare la debolezza e instabilità dei loro governi, da un lato, e il potere e l’influenza della Chiesa Cattolica dall’altro, ci fornisce l’evidente risposta. Si ha l’impressione – e non solo in Italia – che il termine “politico onesto” sia un ossimoro, una pura e semplice contraddizione in termini. L’azione politica è largamente incompatibile con l’osservanza di criteri morali, o almeno questo è ciò che mi è sempre sembrato.
In Italia, per tradizione, i politici entrano in politica con il fine di diventare potenti e influenti – certo un riflesso della loro debolezza e instabilità interna – e di ammassare ricchezza attraverso l’arte di trasferire fondi pubblici a conti bancari privati. Nessuno, in Italia, entra in politica per fare davvero il bene del popolo italiano. Ciò vuol dire che la colpa è soprattutto degli italiani stessi, i quali non hanno intrapreso azioni adeguate per porre fine a questa situazione. Vuol dire che non facendo nulla, con la loro inazione prolungata e intenzionale, essi hanno dato il proprio tacito consenso a questa classe politica criminale.
Nelle scorse elezioni, Berlusconi disse ai suoi candidati di rivolgersi ai loro elettori come se fossero bambini di undici anni. Questo dà il quadro di come siano visti oggi gli elettori. L’Italia non ha mai avuto una rivoluzione come quella francese, con la sua ghigliottina, e non ha mai beneficiato in pieno dello spirito dell’Illuminismo. In un certo senso molte nazioni hanno il governo che meritano. E così anche gli italiani, per la loro debolezza di volontà, per la mancanza di coraggio, per la loro mentalità condizionata dalla Chiesa, hanno avuto i governi e il sistema politico che meritavano.
Catalano: Molti opinionisti, giornalisti e conduttori televisivi italiani hanno oggi un background cattolico o sono in gran parte allineati. Lei crede che sarà possibile, nel medio termine, una defenestrazione di questa generazione inquinata, che possa fornire un esempio ai giovani che vogliono diventare buoni giornalisti? E se sì, quali strumenti si dovrebbero usare?
Pacitti: Qui non c’entra nulla l’essere cattolici praticanti, poiché molti dei principali giornalisti italiani sono ebrei, musulmani e buddisti. Il guaio è che tutti possiedono le richieste qualità di servilismo e di autocensura istintiva che gli permettono di restare nell’ambiente. E questi sono caratteri culturali italiani profondamente radicati che fanno parte dell’eredità di un modo di pensare inculcato dalla Chiesa.
L’aspetto più pernicioso della risultante distorsione mediatica consiste nell’illusione che all’ascoltatore, lettore o telespettatore venga presentata tutta la gamma delle opinioni possibili. La verità è che le opinioni radicali o indipendenti vengono accuratamente e sistematicamente filtrate per il loro potenziale sovversivo, il che è una notevole restrizione della libertà d’espressione. Quindi i presentatori di cui lei parla sono meno pericolosi quando agiscono apertamente come maggiordomi dei loro burattinai politici piuttosto che quando sembrano operare con meticolosa imparzialità; poiché in quest’ultimo caso l’arte dell’inganno è perpetrata in modo sottile, come in una gara di scacchi, attraverso la sofisticata elaborazione di verità parziali che messe insieme producono un’immagine fasulla.
Del resto, considero l’eliminazione di questa casta corrotta tanto improbabile quanto l’eliminazione della corrotta classe politica, per gli stessi motivi della risposta precedente: debolezza e passività, che sono parte del marchio indelebile impresso dalla Chiesa sulla mentalità italiana.
Catalano: Lei pensa che affamare e ridurre all’ignoranza un intero paese rappresenti una tecnica efficiente di manipolazione demagogica? Se sì, in che modo e con quali metodi ciò viene attuato in Italia?
Pacitti: No. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ha compreso ormai da tempo che l’indottrinamento sistematico ad opera dei media è molto più efficace per controllare il pensiero della gente rispetto ai vecchi metodi che sfruttavano la fame e la miseria. E l’Italia impara continuamente dagli Stati Uniti. Gli italiani sono un popolo creativo per natura, la cui creatività deve essere ristretta entro certi confini ben definiti, affinché non divenga politicamente pericolosa o sovversiva. Un popolo affamato è potenzialmente più pericoloso di un popolo ben nutrito e dotato di appropriato intrattenimento.
La promozione di una conoscenza culturale “sicura” viene considerata accettabile. Ma allo stesso tempo, secondo il CNS, occorre tenere la gente all’oscuro di certi problemi. E questo, di nuovo, significa controllo mediatico... non solo di cosa e come viene comunicato, ma, cosa più importante, di cosa deve essere omesso.
Catalano: Professor Pacitti, grazie per la sua gentile collaborazione. Presto verremmo ancora a parlare con lei e a beneficiare delle sue opinioni.
LA CHIESA: IL SEME DEL MALE

Prima parte
Intervista di Biagio Catalano a Domenico Pacitti
Tratto dal sito Justresponse
Traduzione di Gianluca Freda
Nota del traduttore: credo sia la prima volta che mi capita di tradurre in italiano l’intervista di un giornalista italiano ad un insegnante italiano. Già questo basterebbe a capire quanto le posizioni di Domenico Pacitti, attualmente insegnante di lingua inglese e letteratura americana all’Università di Pisa, siano sgradite e impubblicabili in Italia. Così sgradite e impubblicabili da poter essere espresse solo (o soprattutto) in inglese, nel sito JUST Response di cui lo stesso Pacitti è direttore. E questo non solo per la sempiterna prepotenza del potere politico e per la censura dell’establishment italico contro ogni opinione “deviante”, ma anche per il disinteresse del gregge nazionale verso ogni punto di vista non omologato. Tutto ciò che non sia riconducibile alla guerra tra bande in cui si risolve il quadro politico e non comporti la professione di fede per l’una o per l’altra cosca, viene semplicemente ignorato dai montoni con la matita copiativa. Se un’opinione non serve a far vincere la “mia” cosca, se non mi dà garanzia di clientele, se non procura a mio nipote un posto da scaldapoltrona in qualche ente pubblico, allora, anche se ben argomentata, è un’opinione inutile. Anzi, non è neppure un’opinione, dunque è superfluo e pericoloso pubblicarla. E lo è altrettanto leggerla. Questa intervista – assolutamente inutile – di un bravo giornalista italiano ad un ottimo docente italiano, pubblicata in lingua inglese, è per coloro che non sanno fare a meno dei punti di vista del tutto ininfluenti sulla carriera. E perfino un tantino rischiosi.
Biagio Catalano: Professor Pacitti, vedo dai suoi scritti che lei si definisce un ateo. In che senso, esattamente, lei è un ateo?
Domenico Pacitti: Sono ateo nel senso che non conosco nessuna ragione convincente per sostenere l’esistenza di una divinità suprema. Non credo neppure nell’immortalità, nella vita eterna, nel paradiso o nell’inferno, nei miracoli o che Gesù Cristo sia il figlio di Dio. Naturalmente non posso dimostrare in modo definitivo l’inesistenza di Dio, allo stesso modo in cui non posso dimostrare in modo definitivo l’inesistenza di un ristorante italiano in attività sul pianeta Plutone o che il nostro mondo sia popolato da spettri che esistono al di là della nostra percezione. Ma considero del tutto ragionevole il mio scetticismo su tutti e tre questi argomenti e mi assumo l’onere della prova per il fatto di stare dalla parte di coloro che enunciano tali proposizioni. Il termine ‘agnostico’ lo riserverei a coloro che si lasciano coinvolgere più profondamente da questo problema e scoprono di non poter esprimere certezze in un senso o nell’altro.
Catalano: Qual è stato il suo primo contatto con il cattolicesimo romano e come è diventato un ateo?
Pacitti: Ricordo che intorno all’età di 4 anni, a Glasgow, dove sono nato e cresciuto, domandai a mia zia delle immagini sacre che teneva nel suo messale della domenica. Una mostrava un San Michele trionfante che trafiggeva con una lancia un Lucifero caduto. Un’altra raffigurava l’Arcangelo Gabriele con la tromba che avrebbe suonato un giorno per annunciare la fine dei tempi. Ricordo di essermi immediatamente chiesto perché mai un Dio benevolo avrebbe dovuto promuovere un simile, spietato spargimento di sangue e togliere sadicamente il tappeto del tempo da sotto i nostri piedi. Ma non ricevetti alcuna risposta soddisfacente alle mie insistenti domande. Avevo la vaga sensazione che la religione non avesse un senso letterale e che dovesse essere vista in termini simbolici o mitologici, anche se a quell’epoca non avrei saputo esprimere la cosa in questi termini. Penso di non aver mai creduto seriamente a tutte queste storie. Perciò direi che non sono mai diventato ateo: semplicemente non sono mai diventato religioso.
Catalano: In che modo le sue prime esperienze scolastiche hanno rafforzato il suo ateismo?
Pacitti: Nell’istituto religioso che frequentai tra i cinque e i nove anni, le suore ci facevano imparare il catechismo a memoria: “Chi ti ha creato? Dio mi ha creato. Perché Dio ti ha creato? Dio mi ha creato per conoscerlo, amarlo e adorarlo in questo mondo, così che io possa essere felice con lui in eterno nell’altro”, e robe del genere. A questo punto avevo capito benissimo che erano stati i miei genitori, e non Dio, a crearmi e consideravo un affronto verso di loro l’attribuire tale atto, nel bene o nel male, a Dio o il pretendere che io amassi lui più di quanto amavo loro.
Il concetto di adorazione mi è sempre apparso intollerabilmente servile, umiliante e indegno di qualunque persona dotata di amor proprio. Né il dover chiamare “Sorella” una suora e “Padre” un prete serviva a migliorare le cose. Una parte del catechismo ci chiedeva di accettare che ogni volta che si celebrava una messa avveniva letteralmente un miracolo e che questo miracolo consisteva nella trasformazione, ad opera del prete, del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo. Ricordo che domandai alle suore se la transustanziazione non dovesse, per caso, essere interpretata in senso simbolico, come il morso che Adamo diede alla mela. Il raccapricciato responso fu che tutto doveva essere accettato in senso assolutamente letterale e che io dovevo imparare a non avere tutti questi dubbi come San Tommaso.
Devo aggiungere che la decisione dei miei genitori di mandarmi in scuole cattoliche private fu fondata sulla mera considerazione dei loro presunti alti standard educativi, poiché i miei genitori non furono mai cattolici praticanti né furono particolarmente interessati alla mia educazione religiosa.
Catalano: Può raccontarci qualcosa delle sue esperienze scolastiche successive?
Pacitti: L’educazione religiosa delle scuole primarie e secondarie che frequentai presso i gesuiti aggiunsero all’indottrinamento per memorizzazione un’altra forma di indottrinamento più sottile: l’autocensura istintiva. Questo veniva ottenuto consentendo e perfino incoraggiando la formulazione di domande, a patto che esse ricadessero all’interno della cornice dottrinale accettata; in altre parole, purché esse non rappresentassero una sfida radicale alla dottrina. Tutto ciò che ricadeva al di là dei confini prestabiliti era inammissibile.
Iniziai a notare che il comportamento di coloro che credevano in Dio, nella vita eterna e nell’immortalità era in palese contraddizione con i loro professati convincimenti. Una volta uno dei miei insegnanti morì dopo aver ricevuto gli estremi sacramenti, il che doveva garantirgli un sicuro passaggio verso il paradiso, e io non riuscivo a capire perché tutti fossero così tristi. Dovrebbero rallegrarsi, pensavo. E mi chiedevo che ne sarebbe stato di coloro i quali, essendo morti senza ricevere l’indispensabile trattamento preferenziale, sarebbero arrostiti all’inferno in ossequio a questa bizzarra dottrina.
Catalano: Esistono episodi o conflitti personali particolarmente memorabili di cui può parlarci?
Pacitti: Vi furono alcuni incidenti. Posso parlarle di quello che ebbe il maggiore impatto su di me. Quando avevo nove anni diedi l’esame d’ingresso per una scuola primaria dei gesuiti a Glasgow e lì ebbi la mia prima esperienza dell’ingiustizia che è tipica del cattolicesimo romano. Il rettore, un certo padre Tracy, uomo intossicato dal potere clericale, ce l’aveva con gli italo-scozzesi che mandavano i bambini a lavorare nelle attività di famiglia prima che avessero completato i corsi scolastici e diceva di voler dar loro una lezione. Beh, la lezione arrivò sotto forma del rifiuto di accettare il candidato con i voti più alti, che ero io, per il fatto che venivo da una famiglia italiana. Invece, ad altri italo-scozzesi, quelli raccomandati, venne garantito un posto nella scuola. L’azione determinata dei miei genitori alla fine mise il rettore in ginocchio. Ricordo ancora l’angoscia sul viso di mia madre quando le chiesi se potevo avere la mia uniforme scolastica e le assicurai di non aver fatto nessun errore all’esame.
Mi dissero la verità solo dopo che il problema era stato risolto e in quell’occasione appresi anche che il rettore era rimasto molto seccato per aver dovuto avere a che fare con una donna, essendo mio padre troppo disgustato per incontrare il rettore di persona. Fu un’esperienza ulteriore che confermò la mia visione secondo la quale i preti sono virus della società, che corrompono la verità e infettano il pensiero.
Catalano: Professore, in che senso e fino a che punto la religione porta il peso della responsabilità per l’educazione socio-culturale dell’individuo, con particolare riferimento all’Italia?
Pacitti: Mi permetta di chiarire che io mi oppongo a tutte le religioni, poiché esse sono irrazionali e diffondono false credenze. Qui parliamo, nello specifico, del cattolicesimo romano. Gli esempi che ho appena citato riguardano il Regno Unito solo in senso molto limitato, poiché presentano alcuni dei marchi inconfondibili della Chiesa Cattolica italiana: l’avvelenamento delle menti dei giovani attraverso un indottrinamento volto a inculcare stupidaggini; la restrizione arbitraria della libertà di pensiero attraverso la ginnastica dell’autocensura; l’uso di concetti di gratuita violenza fisica e psicologica avente lo scopo di terrorizzare per raggiungere fini prestabiliti; la mancanza di rispetto per i meriti personali; l’ossessione per il potere e la gerarchia; l’accettazione della filosofia delle raccomandazioni e degli scambi di favori; il disprezzo per la verità, per la giustizia e per i princìpi più alti; la mancanza di rispetto e perfino il disprezzo verso le donne; e l’ipocrisia.
In Italia la situazione è ovviamente molto peggiore, poiché questi pregiudizi sono stati per secoli parte della normale vita quotidiana, nel senso più ampio possibile. Nei casi migliori, la religione cattolica romana incoraggia i credenti a compiere certi atti moralmente positivi e ad astenersi dal compierne altri moralmente negativi. Ma immancabilmente per le ragioni sbagliate. In questo senso, molto limitato, il cattolicesimo romano può essere considerato positivo. Dall’altro lato, soprattutto in Italia, l’etica del perdono ha portato ad una profonda corruzione di valori come verità e giustizia. Ha anche favorito la debolezza di volontà, offrendo scarsi incentivi all’obbedienza alle leggi.
Credo che in questo caso il male superi di gran lunga il bene e che la religione cattolica romana debba essere ritenuta la principale responsabile di una corruzione endemica e profondamente radicata. Nel frattempo, con la pubblicazione del suo catechismo, Herr Ratzinger (§43 ss.), non contento evidentemente dell’abissale record di corruzione detenuto dalla sua Chiesa, ha compiuto un importante passo verso la legittimazione di quell’atroce massacro umano provocato dalle bombe e da altre armi. Ricorderà inoltre che all’alba dell’invasione alleata dell’Iraq, il Vaticano disapprovò le proteste pacifiste in Italia, fondamentalmente per il motivo che il Vaticano si riteneva l’unica autorità autolegittimatasi a intervenire sull’argomento. Né le proteste pacifiste ricevettero dai media italiani l’attenzione che meritavano, il che non è certo una sorpresa.
Catalano: Lei ha una conoscenza molto solida del sistema universitario italiano, essendo lei stesso un docente. In molti dei suoi articoli lei parla in modo instancabile, assai critico e senza mezze misure dell’anormale stato di degenerazione delle università italiane. A cosa è dovuto questo disastro e quali problemi potrebbe causare sul lungo periodo?
Pacitti: Come si può avere una scuola o un’università credibile all’interno di un sistema che non solo non riconosce l’elemento fondamentale del merito, insieme ai valori supremi di verità, giustizia e autentica libertà di pensiero e di espressione, ma nutre addirittura verso tutte queste cose un cinico disprezzo e punisce in continuazione gli insistenti tentativi di valorizzarle? La competizione per una cattedra che è già stata assegnata in anticipo non merita di essere chiamata competizione. Un esame in cui tutti imbrogliano e i professori fanno favoritismi non è un esame.
Un’università italiana non merita di essere chiamata università poiché molte connotazioni comunemente associate alle università vere e proprie sono dolorosamente assenti. Abbiamo bisogno di riflettere sul fatto che ogni docente, oltre a insegnare i contenuti della propria materia, insegna allo stesso tempo, probabilmente in modo del tutto inconscio, attraverso l’esempio che fornisce, proprio come i bambini imparano più dall’esempio dei propri genitori che dall’istruzione esplicita. Gli studenti, inconsciamente, assimilano quest’ultimo aspetto. In un’università italiana il docente che vi fornisce l’insegnamento è, nella migliore delle ipotesi, colpevole di complicità passiva nella perpetuazione di un sistema corrotto, poiché non è credibile che egli non sia consapevole dei diversi meccanismi di corruzione, eppure la debolezza di volontà e la paura di reprimende gli impediscono di denunciarli.
Anche qui la mentalità italiana, generata dalla Chiesa Cattolica Romana, impedisce di percepire un simile comportamento per ciò che è. Dovrebbe essere fin troppo ovvio che le persone che scelgono di non denunciare la verità, pur conoscendola, che optano per il muro di silenzio, divengono automaticamente complici dei criminali e corresponsabili della corruzione. Ma il condizionamento culturale cattolico oscura sistematicamente questa e altre simili percezioni. Nella peggiore delle ipotesi il vostro docente giocherà un ruolo attivo in quella corruzione in modo regolare e duraturo. Che possibilità hanno gli studenti se coloro che rivestono il ruolo formativo sono essi stessi impresentabili? Un attento studio dei meccanismi attraverso i quali la conoscenza viene assimilata nel contesto di una classe contribuisce ad evidenziare questo aspetto. Ecco perché, in Italia, l’educazione gioca un ruolo chiave nel rinforzare e perpetuare la corruzione e la perversione di valori fondamentali.
(1- continua)





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