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PER UN NUOVO ESODO

by Gianluca Freda (28/10/2009 - 02:27)

TUTTO SOMMATO SONO UN AUTENTICO EBREO SIONISTA

di Gilad Atzmon

dal sito di Gilad Atzmon

traduzione di Gianluca Freda


Sono un sopravvissuto dell’Olocausto

Sì, sono un sopravvissuto, poiché sono riuscito a sopravvivere a tutti gli spaventosi racconti sull’Olocausto: quello sul sapone [1], quello sui paralumi in pelle umana, quello sui campi, sulle esecuzioni di massa, quello sul gas [2] e quello sulle marce della morte [3]. Sono riuscito a sopravvivere a tutta questa roba.

Nonostante tutte queste favole volte a seminare paura, che furono appositamente inculcate nella mia anima da quando aprii gli occhi per la prima volta, sono diventato un essere umano normale e perfino di successo. In qualche modo e contro ogni probabilità sono riuscito a sopravvivere all’orrore. Sono riuscito anche ad amare il mio prossimo. Nonostante tutti questi indottrinamenti paurosi e traumatici, sono miracolosamente riuscito a padroneggiare il mio gioioso sassofono alto anziché un lamentevole violino.

Anzi, ho già deciso che nel caso in cui la Regina, o qualsiasi altro membro della Famiglia Reale, dovesse prendere in considerazione l’idea di nominarmi baronetto per i miei risultati nel campo del bebop, o per aver osato fronteggiare la barbarie sionista con la mia nuda penna, cambierò immediatamente il mio pseudonimo da Atzmon a Vive, solo per diventare il primo e unico Sir Vive [in inglese suona come survived, sopravvissuto, NdT].

 

Sono assolutamente contrario alla negazione dell’Olocausto

Condanno in modo netto tutti coloro che negano i genocidi che stanno avendo luogo in nome dell’Olocausto. La Palestina è un esempio, l’Iraq un altro e quello tenuto in serbo per l’Iran è probabilmente troppo spaventoso da contemplare.

L’Olocausto è una religione relativamente nuova [4]. E’ priva di pietà o di compassione e promette invece soddisfazione attraverso la vendetta. Per i suoi seguaci è in qualche modo liberatoria, perché consente loro di punire chiunque vogliano finché ne ricavano piacere. Ciò potrebbe spiegare perché gli israeliani abbiano finito per punire i palestinesi per i crimini compiuti dagli europei. E’ piuttosto chiaro che questa nuova religione emergente non parla semplicemente di “occhio per occhio”; parla invece di un occhio per migliaia e migliaia di occhi.

Un mese fa, mentre era in visita ad Auschwitz, il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha lasciato una nota nel registro ufficiale dei visitatori: “Un Israele potente sarà allo stesso tempo sollievo e vendetta” [5]. Nessuno sarebbe riuscito a riassumere meglio l’aspirazione di questo culto. La religione dell’Olocausto non offre redenzione. E’ una cruda e violenta manifestazione di bieca brutalità collettiva. Non può risolvere nulla, poiché un’aggressione non può che portare a nuove e nuove aggressioni. Nella religione dell’Olocausto non c’è posto né per la pace né per il perdono. Date retta a Barak, è nella vendetta che questa gente trova sollievo.

Negare il pericolo rappresentato dalla religione dell’Olocausto e dai suoi seguaci significa essere complici di un sempre più ampio crimine contro l’umanità e contro ogni possibile valore umano.

 

Sono anche un fervente sostenitore del Progetto Nazionale Ebraico

Alcuni pensano che dopo 2000 anni di “spettrale Diaspora” gli ebrei abbiano diritto ad una propria “nazione d’appartenenza”. A quanto pare i sionisti avevano intenzioni serie. Lo Stato Ebraico è oggi sufficientemente reale da aver trasformato l’intero Medio Oriente in una bomba a tempo.

Scorrere il registro dei crimini compiuti da Israele contro l’umanità nel corso degli ultimi sei decenni non lascia molto spazio per la speculazione. Abbiamo a che fare con una società sinistra e patologica. Di conseguenza, per quanto alcuni di noi possano concordare sul fatto che gli ebrei debbano poter godere di un ipoetico diritto ad un proprio stato, il pianeta Terra non è certamente il luogo ideale per una simile realizzazione.

Solleciterei dunque la NASA ad unirsi al progetto e a compiere sforzi particolari per trovare un idoneo pianeta alternativo che possa fungere da patria dei sionisti, nello spazio o meglio ancora in un’altra galassia. Il Progetto Galattico Sionista implicherebbe il passaggio immediato dalla “Terra Promessa” al “Pianeta Promesso”. Sottolineerei in modo entusiastico che anziché cercare “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, ciò che dobbiamo realmente cercare è un “pianeta solitario”. Al limite anche “deserto”, visto che questa gente si vanta di saper fare fiorire i deserti. In un pianeta di loro proprietà i sionisti galattici non avrebbero più bisogno di opprimere nessuno, non potrebbero più compiere pulizie etniche, non dovrebbero rinchiudere le popolazioni indigene in campi di concentramento, perché non ci sarebbero intorno popolazioni indigene da tormentare, affamare, massacrare e cancellare. Non dovrebbero più lanciare fosforo bianco addosso ai loro vicini, perché non avrebbero nessun vicino. Raccomando caldamente alla NASA di cercare un pianeta a gravità molto bassa, affinché alla gente sia possibile andare in giro sentendosi leggera. Dopo tutto vogliamo che i nuovi sionisti galattici possano godersi il loro futuristico progetto tanto quanto i palestinesi e molti altri si godrebbero la loro assenza.

Perciò eccomi qui, in fondo sono un autentico ebreo: sono un sopravvissuto, mi oppongo alla negazione dell’Olocausto, sostengo l’aspirazione nazionale ebraica. Neanche il rabbino capo d’Inghilterra potrebbe chiedermi di più.


1 – Recentemente riconosciuto come “mito” dal museo israeliano dell’Olocausto Yad Vashem.

2 -  Un fatto storico tutelato dalla Legge Europea.

3 – Un racconto leggermente confuso. Se ai nazisti interessava annichilire l’intera popolazione ebraica d’Europa, come suggerito dalle narrazioni ortodosse del sionismo sull’Olocausto, allora è piuttosto arduo capire cosa li abbia spinti a far marciare ciò che restava dell’ebraismo europeo verso l’ormai distrutta madrepatria nazista in un momento in cui era chiaro che stavano perdendo la guerra. Le due narrazioni, cioè “annichilimento” e “marce della morte”, sembrano contraddirsi l’una con l’altra. L’argomento necessita di ulteriore elaborazione. Posso solo suggerire che le risposte ragionevoli in cui mi sono imbattuto danneggiano gravemente la narrazione olocaustica del sionismo.

4 – Il professore di filosofia israeliano Yeshayahu Leibowitz è stato probabilmente  il primo a definire l’Olocausto “nuova religione ebraica”.

5 - http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3790707,00.html     

 

 

 

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MATTOGNO SUL CASO CARACCIOLO

by Gianluca Freda (25/10/2009 - 21:20)


LA REPUBBLICA DEL LINCIAGGIO

di Carlo Mattogno, 23 Ottobre 2009

 

Il 22 Ottobre La Repubblica ha pubblicato un articolo di Marco Pasqua che reca il titolo, in prima pagina, “Il prof alla Sapienza: l’Olocausto non esiste”, a p. 25, “L’Olocausto è una leggenda” prof negazionista, shock alla Sapienza” [1].

Un piccolo gioiello di propaganda disinformatrice e forcaiola, un piccolo detonatore creato ad arte per far esplodere la bomba mediatica con la penosa sequela di personaggi pubblici “indignati” che profondono le loro insulsaggini contro il malcapitato professore. Una vera “Informazione Corretta”, che finalmente si prende la sua vendetta contro chi metteva a nudo le sue puerili menzogne.

Bisogna anzi lodare la pazienza dei “Corretti Informatori”, che hanno atteso oltre due anni prima di procedere, dopo aver tentato di stroncare Caracciolo con tutto il loro raffinato repertorio di calunnie. L’articolista mostra di averne tratto profitto: due titoli, due falsi!

Caracciolo non ha mai detto “l’Olocausto non esiste” (caso mai: non è esistito), e neppure “l’Olocausto è una leggenda”. La prima sentenza è una creazione del giornalista o della redazione, la seconda è tratta dal blog di Caracciolo Clubtiberino. Nel suo articolo appare lo stralcio iniziale di un testo di Caracciolo, creato il 21 ottobre 2006, dal titolo “La leggenda dell’Olocausto: riapertura di un dibattito”[2], che solo in perfetta malafede si può chiosare con “l’Olocausto è una leggenda”. Testo diretto, guarda caso, contro i “Corretti Informatori”!

Caracciolo vi spiega in modo inequivocabile sia il significato del titolo, sia la sua posizione:

 

«Il tema del “cosiddetto Olocausto” era per me poco più di una curiosità intellettuale, ma dopo gli incredibili attentati alle libertà democratiche a proposito del caso teramano, che è soltanto un fatto di provincia, diventa per me un obbligo morale conoscere in modo diretto tutta quella letteratura che è stata posta sotto divieto da una ben individuabile lobby.

Per l’uso dell’espressione “cosiddetto Olocausto” posso rinviare allo storico ebreo Sion Segre Amar, ma i miei iniziali ed autonomi intendimenti non erano di “negare” alcunché: sulla semplice espressione linguistica si è costruita un’incredibile polemica da caccia alle streghe finita su uno dei maggiori quotidiani d’Italia!

Le mie espressioni esprimevano soltanto l’incomprensibilità linguistica e storica di un termine a valenza religiosa e la mia riluttanza e fastidio ad utilizzarlo per definire un semplice “sterminio” di popolazioni, ammesso che vi sia stato. Non immaginavo le reazioni che avrei scatenato. Invece “leggenda” vuole alludere ad un misto di verità confuso con falsità e soprattutto strumentalizzazioni. Potrei anche usare l’espressione “mito” nel senso soreliano. Infatti, non mi pare dubbio che sull’Olocausto il neo stato d’Israele abbia inteso fabbricare il suo mito fondativo. Ed i miti, si sa, non bisogna toccarli e disturbarli».

 

Evidentemente per certa gente il dubbio è già negazione, come per i “Corretti Informatori” qualunque dubbio sulla politica israeliana è un intollerabile atto di antisemitismo.

In tale contesto, l’espressione “La leggenda dell’Olocausto” è una evidente provocazione pour épater les Correcteurs.

Nell’articolo di Pasqua appare anche una mia fotografia con questa didascalia: “Carlo Mattogno. È il massimo esponente italiano della corrente: nega che vi siano state azioni naziste per sterminare ebrei e zingari”. Questo mio accostamento al prof. Caracciolo non è semplicemente “ideologico”, come vorrebbe dare ad intendere l’articolista. Coerentemente coll’impegno espresso due anni or sono di «conoscere in modo diretto tutta quella letteratura che è stata posta sotto divieto da una ben individuabile lobby», il prof. Caracciolo ha infatti ospitato nel suo blog alcuni miei scritti. I più importanti sono questi:

Raul Hilberg e i «centri di sterminio» nazionalsocialisti. Fonti e metodologia

 (QUI in PDF)

Una serrata critica storico-metodologica del “classico” per eccellenza della letteratura olocaustica.

«L’irritante questione» delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad… Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Edizione riveduta, corretta e aggiornata

 (QUI in PDF)

Risposta alle favole storiche di questa specialista in fiabe.

«La verità sulle camere a gas»? Considerazioni storiche sulla «testimonianza unica» di Shlomo Venezia

 (QUI in PDF)

Anatomia di una pretesa “testimonianza unica” su Auschwitz.

I “nuovi” documenti su Auschwitz di Bild.DE: Una bufala gigantesca. 12 Novembre 2008.

 (QUI in PDF)

La storia farsesca di “nuovi” documenti su Auschwitz già noti vent’anni fa e reinterpretati in modo ingannevole.

Netanyahu all’ONU

L’olocausto visto da Netanyahu (povero olocausto!)

Nel contesto attuale, merita un rilievo particolare l’articolo La “Repubblica” della disinformazione,

nel quale ho già dato ampiamente conto dell’arroganza e dell’ignoranza di questo giornale sulla tematica olocaustica.

Ciò che si rimprovera al prof. Caracciolo, più ancora di aver pubblicato questi scritti, è di averli letti e di non avervi trovato traccia di quei «folli principi» di cui sproloquia gente che a stento ne ha letto i titoli.

Ciò non significa che egli sia un “negazionista”: è solo una persona onesta che si batte per la libertà di espressione.

Se la redazione de La Repubblica è tanto certa che le tesi revisionistiche siano folli, lo dimostri sul piano storiografico. Metto in campo un buon oggetto per la sua indagine: il mio recente studio di 715 pagine Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan van Pelt. (Effepi, Genova, 2009).

Ecco un’ottima occasione per verificare se questi fieri propugnatori della realtà storica dell’olocausto sono persone serie e credibili oppure degli emeriti buffoni.

 

Carlo Mattogno, 23 ottobre 2009.

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GIOVANNA CANZANO INTERVISTA ANTONIO CARACCIOLO

by Gianluca Freda (25/10/2009 - 20:53)

Canzano 1 - Antonio Caracciolo da filosofo del diritto come considera ed inquadra la libertà di opinione e di ricerca?

CARACCIOLO – Alla luce di mie personali esperienze di questi giorni, la libertà di pensiero non deve essere in nessun modo confusa con la libertà di stampa. Anzi, possiamo ormai acclarare, nelle condizioni concretamente date, che libertà di pensiero e libertà di stampa siano termini antitetici. E mi spiego meglio. La Repubblica (il quotidiano Ndr) è una proprietà privata di non importa chi. È in mano ad uno staff di giornalisti, inquadrati in un albo che inibisce di poter scrivere o dirigere nuove testate a chi giornalista non sia. Ma non basta. Occorre poi chiedersi chi umanamente siano questi giornalisti. Non hanno certo tutti la stessa deontologia. Possono scrivere su di noi quel che vogliono, presentarci nel modo che vogliono e c’è poco da fare. Non credo nella cultura e nell’efficacia della querela. Insomma, loro sono l‘opinione pubblicata di qualche giornalista che si spaccia per opinione pubblica di tutti. Non mi allargo, perchè ammetto di essere un poco stanco. Per libertà di pensiero io intendo la libertà di chiunque e, in sommo grado, la libertà dell’analfabeta, di chi non ha ancora chiare nelle sue testa le idee. Il pensiero non è un prodotto finito, è un processo, un farsi, un divenire, una ricerca continua se non del vero (che è attività dei filosofi), perlomeno di una compiuta consapevolezza del proprio essere, della propria identità. È un processo fisiologico che ognuno di noi attraversa nel corso della sua vita. Se questo processo fisiologico viene bloccato con tutto un sistema sofisticato di marchingegni, i danni che riceviamo sono incalcolabili. Il sistema attuale dell’informazione - con le leggi sempre più liberticide che lo regolano - uccide la nostra autonoma capacità di pensiero. Attraverso processi subliminali ci vengono conculcati pregiudizi e valori contro cui occorre poi combattere. E qui mi fermo. Il punto di osservazione da cui tento di collocarmi, è quello di un uomo dei tempi di Augusto che vede già i segni del declino e della cacciata degli dei antichi ed il sorgere del tipo giudaico, cristiano o addirittura giudaico-cristiano, come problematicamente si vuol dire. Quando si dibatte di radici “giudaico-cristiane” dell’Europa, a me sorge spontaneo: ed io, dove sono? C’è spazio per me, per i miei valori, per i miei dèi? Per gli antichi, la Libertà era una dea, e così pure il pensiero, in forma di Ragione impersonata dalla dea Minerva.

Canzano 2 Come mai, lei, un filosofo del diritto, è interessato alla difesa della libertà di espressione? In modo particolare, nei confronti delle organizzazioni sioniste italiane che, in questo momento, cercano di perseguitarlo?

CARACCIOLO – È di questi giorni una dichiarazione del “rabbino” Pacifici che invita apertamente ad introdurre in Italia le leggi giù vigenti in Germania, per le quali io, secondo lui, sarei già dovuto essere in galera per ciò che lui mi attribuisce di pensare. Non credo che si dia data troppo la pena di sapere cosa io effettivamente penso. Gli basta solo sapere che non sono un filo-israeliano e/o un filo-sionista. Di non essere un “antisemita” l’avrò detto un’infinità di volte, ma poco serve, quando si è ormai oggetto di attacchi calcolati. Mi stanno mettendo alla gogna, in quanto “negatore” di non si sa bene che cosa, e giocano su singole parole di cui non si danno neppure la briga di leggere, nel vocabolario, cosa esattamente significhino, né di verificare l’accezione che io ne avevo dato. Stante l’odierna divisione del lavoro scientifico, ad uno storico competerebbe tutta la materia relativa ai campi di concentramento: cosa di cui, io, non mi occupo professionalmente, e su cui non ho mie specifiche conoscenze e competenze. Rientra, invece, perfettamente nella mia competenza di filosofo del diritto, tutta la problematica connessa alla libertà di pensiero e di ricerca. Direi che nessun’altra disciplina può, con maggior diritto, rivendicare questa problematica. Quanto poi, io personalmente, sia bravo nel trattarla, è altra secondaria questione. Mi pare, però, che nessuno se ne occupi come sto facendo io: cioè, non in impenetrabili e astruse trattazione accademiche, ma gridando ai cittadini: attenti! Vi stanno privando della vostra libertà più preziosa, base di tutte le altre.

Canzano 3 - Perché, secondo lei, il diritto alla libera opinione è essenziale all'interno di una qualunque società civile?

CARACCIOLO – Non esiste la mia libertà di pensiero, se non esiste anche la libertà di pensiero di chi la pensa in modo radicalmente diverso da me. Il pensiero nasce dal pensiero ed è spesso interazione e contrapposizione ad un altro pensiero. Esistono purtroppo “scorie”, come insulti, cattiverie, colpi bassi, ecc., che non possono avere legittimità e che riguardano più la sfera della emotività che non quella del pensiero, in una realtà dell’essere umano che non si può immaginare a “compartimenti stagni”. Ma la loro condanna ed eventuali loro sanzioni debbono essere sempre assai contenute in modo da non uccidere, ovvero rendere impossibile il pensiero. Io penso come sanzione massima ad un biasimo morale senza conseguenze carcerarie e pecuniarie. Ma dovremmo trovarci in una società ideale. In ogni caso, la sanzione può riguardare solo la violazione della persona (parlare di corna e cornuti, vita sessuale, andare a puttane, etc.) e GIAMMAI valutazioni di carattere generale su periodi e fatti storici o dottrine e sistemi filosofici. Altrimenti si ritorna all’epoca delle professione di fede, quando al singolo sotto tortura si chiedeva di abbracciare o abiurare una determinata fede. In Germania, mi pare che siamo ritornati agli anni più bui dell‘Inquisizione.

Canzano 4 Se tutti hanno ufficialmente diritto alla propria opinione, come mai, poi, questo diritto viene rispettato soltanto a favore di chi si allinea sull’opinione dominante?

CARACCIOLO – La forma di potere dominante che si spaccia per democrazia, richiede una fascia di consenso, ma anziché essere libero, questo consenso, viene prodotto e manipolato tramite i canali mediatici ed il controllo della carta stampata rigida. Abbiamo, a parole, tutti gli stessi diritti e, sempre a parole, siamo tutti uguali, ma poi, io, ho più diritti e sono più eguale di te. Quando si dice regime, l’uso linguistico indica ormai qualcosa di molto negativo, in pratica una forma di oppressione che nasconde le sua forme e si presenta, addirittura, come sistema della libertà e della democrazia. L’altro giorno, in una registrazione risalente non so a quale epoca, ho sentito Pannella dire che lui, in questo regime, rifiuterebbe una nomina di senatore a vita, che io, peraltro, non avrei difficoltà a riconoscergli come ben meritata. Mi chiedo, però, se lui e la sua “banda” radicale si rendano conto o meno di essere parte integrante di questo regime.

Canzano 5 - Lei, in quanto filosofo del diritto, come considera la volontà di certe forze politiche e culturali nazionali di introdurre anche in Italia delle leggi che rimettono fondamentalmente in discussione gli articoli 21 e 33 della nostra Costituzione? E di conseguenza, anche il dibattito storico?

CARACCIOLO – Contro questo rinnovato tentativo è basato tutto il mio impegno politico da quando sceso in campo, uscendo fuori dalla mia sfera privata, dove non mi trovavo male. E quando dico libertà di pensiero e di espressione, intendo qualcosa che non ha nulla a che fare con la libertà della carta stampata, che è anzi nemica della libertà di pensiero. Non è, la mia, una lotta elitaria che possa interessare ristrette fasce di persone, ma la vivo come un aspetto fondante di una Liberazione e di costruzione di una democrazia diretta dei cittadini, come pare vi sia stata nelle antiche città greche. Purtroppo, esiste – mi sembra – una scarsa consapevolezza da parte dei cittadini sull’importanza fondamentale del diritto alla libertà di pensiero e ricerca. I cittadini nella stragrande maggioranza sono interessati a problemi di vitto e alloggio, e non hanno il tempo di pensare al “regno dei cieli”: cioè, alla filosofia. Su questa scarsa vigilanza dei cittadini, i politici trovano facile svendere questo genere di diritti. Ecco, dunque, che si affaccia il “rabbino” Pacifici che dice: come in Germania! Nel generale disprezzo di tutti i partiti politici, il trasversalismo delle lobbies riesce a condizionare l’intero parlamento, su interessi corporativi a danno di tutti gli altri cittadini. Stiamo vivendo questo momento. Ci sveglieremo, un bel mattino, e scopriremo che non potremo più dirci l’un l’altro neppure “Buon giorno”.

Canzano 6 - Secondo lei, la legge Mancino è in contrasto o meno con gli articoli 21 e 33 della nostra Costituzione? E se è in contrasto, per quale ragione?

CARACCIOLO – La legge Mancino ha una sua precisa genesi che occorebbe studiare e divulgare. Concettualmente, trovo quanto di più assurdo immaginare che per legge si possa proibire l’odio e imporre l’amore del prossimo. Al massimo, si sarà imposta l’ipocrisia di Stato. Si vanifica l’idea stessa della legge, quando si pretende, con essa, di disciplinare cose le sfuggono. Si può certo punire l’omicidio, ma è impossibile intervenire su un odio lungamente covato che può condurre ad un omicidio. Non ci riesce neppure Dio. Non posso credere, ci riesca Mancino che ha dato il nome alla legge, ma che esprimeva evidentemente gli interessi di quanti quella legge hanno patrocinato. Dato poi il carattere di astrattezza e generalità che una legge deve avere, quella legge pensata per produrre determinati effetti e colpire determinati gruppi, si presta a scopi diversi da quelli originari, certamente non commendevoli. Questa legge diventa facilmente un pretesto per colpire avversari politici e gruppi minoritari che si vogliono contrastare. Ci vuole poco a pretendere che un discorso di lecito dissenso politico, venga fatto passare per incitamento all’odio. In questo senso, la legge Mancino confligge con gli art. 21 e 33, il cui ambito si cerca di restringere sempre più.

Canzano 7 - Si dice che la Costituzione europea – che tra non molto dovrebbe entrare in vigore ed introdurre in tutti i Paesi dell’Unione una serie di garanzie costituzionali – preveda ugualmente la generalizzazione di un certo numero “leggi liberticide”, come quelle che già esistono in Francia, in Germania, in Austria, in Svizzera, ecc. Un filosofo del diritto, come considera questa eventuale possibilità?

CARACCIOLO – L’Europa che tutti volevamo, o almeno di cui io ero sempre stato entusiasta, si sta rivelando una cosa assai brutta. Per la sfera economica, ricordo la previsione di un mio professore, Giuseppe Palomba, che nel 1976, diceva al riguardo: non fatevi illusioni! I poveri saranno più poveri e i ricchi più ricchi. Ma, anche la sfera dei nostri diritti di libertà sembra pure gravemente minacciata. Erano già stati fatti, negli anni passati, tentativi di estendere a tutti i paesi comunitari le pessime leggi tedesche, francesi... Unificazione sul peggio. Ed il tutto, senza che neppure ce ne accorgiamo, come non ci accorgiamo che l’Europa è ormai anche formalmente un dominio americano. Oscuri potentissimi burocrati producono una trasformazione silenziosa, al riparo di occhi e orecchie indiscrete. Quanto per fare una citazione, rinvio ad un libro di qualche anno fa: Paye, La fine dello stato di diritto. Temo che, da allora, le cose siano ancora peggiorate. È vano aspettarsi dalla carta stampata la conoscenza di questi processi in atto. Appena appena, grazie alla Rete, si potrebbe saperne qualcosa, in un sistema di comunicazione orizzontale, come appunto la Rete, ma eccolo che la vogliono portare “sotto controllo”.

Canzano 8 - Quando la Storia diventa una religione, addirittura imposta per legge, che valore potrebbe avere la legge, per un filosofo del diritto?

CARACCIOLO – La legge si trasforma in uno di quei manuali che nel Medioevo servivano per disciplinare il processo alle streghe e alla loro condanna al rogo. Diventerà impossibile anche una interpretazione filosofica della storia ed il filosofo, se vuol continuare a vivere, si dovrà trasformare nel ministro di un nuovo culto.

 

26 ottobre 2009

giovanna.canzano@email.it

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LASCIATELI ABBAIARE

by Gianluca Freda (22/10/2009 - 20:34)


“Morire per delle idee va bene, ma di morte lenta”

(Fabrizio De Andrè)

 

Tantissimi anni fa mi trovavo su una strada di Milano, a notte fonda. Stavo dirigendomi a piedi verso la stazione centrale, per prendere il treno che doveva riportarmi a casa. Passando accanto a una villetta con il cancello aperto udii all’improvviso un ringhio e un abbaiare convulso e vidi venirmi incontro due enormi mastini, che il padrone aveva dimenticato di legare. Rimasi immobile, paralizzato dal terrore. Il che si rivelò una scelta felice, sebbene compiuta per panico e non per calcolo. I cani mi furono addosso in un battibaleno e mi scaraventarono a terra. Erano piuttosto robusti e nervosi. Uno mi azzannò la manica del giubbotto, mancandomi il braccio per un soffio, e iniziò a tirarla verso di sé ringhiando di rabbia. L’altro mi mise le zampacce sul petto, digrignandomi in faccia certi dentoni scintillanti. Io ero immobile come un sasso e credo di non essere mai stato così calmo in tutta la mia vita. Non c’è nulla al mondo che sappia trasformarti in uno yogi indiano quanto il terrore puro. Dopo un periodo che non saprei quantificare in secondi o minuti, i due cani si stufarono. Non era eccitante prendersela con un avversario tramutatosi inaspettatamente in pezzo di legno e con i suoi accessori. Smisero di abbaiare, si allontanarono in silenzio e rientrarono nel giardino della villetta, tornando alle occupazioni consuete. Da questa esperienza imparai due cose importanti: a portare sempre giubbotti larghi e imbottiti; a trattare con i cani da guardia.

Prima o poi i cani capitano nella vita di ogni uomo, in forma di carcassa digrignante o di escremento sotto le suole. Leggo che sono capitati anche ad Antonio Caracciolo, in entrambe le forme, come spesso avviene. Caracciolo gestisce una trentina di blog, tra i più interessanti e coraggiosi sul web, più una mailing list a cui sono iscritto. Si occupa spesso di sionismo, di olo-truffa (la bufala dell’olocausto ebraico), della politica genocida di Israele e della censura dell’informazione attraverso la quale la discussione su tali argomenti viene impedita, demonizzata e distorta. E’ un personaggio piuttosto in vista, essendo docente di Filosofia del Diritto alla Sapienza di Roma. Mi meraviglio che i mastini del potere e della sua mitologia fondante ci abbiano messo così tanto ad uscire strepitando dal recinto per saltargli addosso; tanto più che Caracciolo è persona pacata, prudente, estremamente documentato nelle argomentazioni e razionale nell’esposizione. La vittima ideale per un branco di cani da guardia, insomma.

Nell’esprimere a Caracciolo tutta la mia ovvia solidarietà e nel sottolineare altresì, più ancora che lo schifo, la noia che suscitano ormai in me questi periodici latrati dei mastini di Repubblica e dell’establishment filosionista contro qualunque passante che guardi con sufficienza al loro giardinetto di menzogne, mi permetto di fornire qualche utile consiglio a tutti coloro che dovessero ritrovarsi, in un momento o nell’altro della vita, i dentacci di queste orride creature a pochi centimetri dalla gola. Non a Caracciolo, ovviamente: egli è più vecchio, più colto e più esperto di me e sa già benissimo come comportarsi in questi frangenti. Mi rivolgo a tutti coloro che, crogiolandosi in fantasie, ahimé, infondate di libertà di ricerca e d’espressione, dovessero scoprire all’improvviso, con stupefatto sconcerto, uno dei giardinetti incustoditi in cui gli apologeti della Religione Storica Costituita allevano i loro dobermann.

1) Non siate e non mostratevi sorpresi. Se bazzicate la notte del potere, se vi muovete in prossimità dei suoi orti concimati a sterco e cadaveri, l’incontro con un cane da guardia è la cosa più ovvia che possa capitarvi. Non c’è da allibire, né da indignarsi. E’ la normale meccanica delle cose, da che mondo è mondo. Un padrone danaroso fornisce ai suoi cani mediatici succulenti ossicini e ne ottiene in cambio fedeltà e protezione. Sarebbe sorprendente, al contrario, non fare mai di questi incontri. Siate preparati e attrezzati per l’occasione. Per “attrezzati” intendo attrezzati psicologicamente, non legalmente.  Lasciate perdere le lezioni di autodifesa. Sono completamente inutili e potenzialmente autolesive.

2) Restate immobili. Evitate le difese legali, le reazioni a mezzo stampa o blog, le querele, le richieste di risarcimento morale. Non serve a niente, tanto i mastini della Religione Storica Costituita sono più forti e feroci di voi. Ogni movimento, anche disaccorto, non farà altro che eccitare le belve. Tenete presente che non sono lì per uccidervi: sono lì per dimostrare al loro padrone che le costose frattaglie di cui egli riempie la loro scodella non sono un investimento sprecato. Neanche il padrone vi vuole morti, se può evitarlo: ripulire e dare spiegazioni sarebbe un’enorme seccatura. Vuole solo che stiate lontani dal suo giardino e dagli scheletri che custodisce; e vuole insegnare ad altri a starne lontani. Fategli credere di essere indifesi. Avete davanti tutta la vita per sistemare i conti con lui e le sue bestiacce.

3) Evitate di coinvolgere altri passanti. Non sprecate tempo, denaro ed energie a chiamare in aiuto la società civile e i suoi miti fasulli di libertà di pensiero, democrazia, diritto d’informazione. Non c’è nessuna società civile. Ci siete solo voi e un branco di cagnacci ringhianti affamati delle vostre viscere, in una strada buia e deserta. Ogni invocazione d’aiuto vi indebolirà, ogni urlo sarà un invito ad affondare i denti per ripristinare il silenzio. Nessuno verrà a soccorrervi, perché a nessuno piace rischiare invano la pelle. Ne sa qualcosa Sylvia Stoltz, avvocatessa di Horst Mahler, anche lui avvocato. Mahler è stato condannato al carcere in Germania per aver difeso in tribunale Frank Rennicke, accusato di “negazione dell’olocausto” (cioè di aver espresso liberamente le proprie opinioni sulla mitologia assurda del potere). La Stoltz è finita a sua volta in carcere per aver difeso Mahler. Non offrite ai cani da guardia altre prede. Restate calmi e razionali. E’ il raziocinio che fa la differenza fra un essere umano e un giornalista di Repubblica qualunque.   

4) Pensate ad altro. Può sembrare facile da dire quando gli incisivi dei cani sono lontani, ma in realtà è un atteggiamento che viene quasi spontaneo in situazioni di autentico pericolo di vita. Quando la buccia è a rischio, la mente vaga con sorprendente spontaneità verso il cappotto da ritirare in lavanderia, verso il biglietto del treno maggiorato da pagare al controllore, verso il bonifico per l’affitto da versare. All’improvviso vi torna alla memoria il nome del biografo di Pavese che non riuscivate a ricordare durante la lezione di ieri, e vi congratulate con voi stessi per le condizioni ancora discrete delle vostre facoltà mnemoniche. Questa capacità della mente umana di vedere e quasi toccare con mano il futuro quando il futuro sembra una strada sbarrata potrebbe ricondursi ad interessanti considerazioni filosofico-quantistiche che non è qui il caso di esaminare. Basti in questa sede enunciare il seguente teorema, rimandando ad altra sede la dimostrazione: nessun cane orwelliano può togliervi la vita e il futuro, se non ve li togliete da soli. Dunque pensate alla vita e al futuro e lasciate che le bestie sveglino tutto il quartiere coi loro latrati. Sono solo un incidente di percorso, non la realtà. Tutto ciò che viene dalla carta stampata e dai media non è che una parodia infantile del mondo che non può farvi alcun male. Purché smettiate di crederci.

5) Non date nessuna spiegazione. A nessuno. Mai. Ai cani le argomentazioni non interessano, né sono in grado di comprenderle, né hanno l’ordine di farlo. Ad ogni precisazione, ad ogni bibliografia, ad ogni documento storico che infilate loro nel collare, abbaiano e digrignano più forte. Lasciateli abbaiare da soli. Ciò che avete da dire e scrivere lo avete già detto e scritto nelle vostre conferenze, nelle vostre lezioni, nelle vostre ricerche. Non serve fornire approfondimenti ad un pubblico di quadrupedi. Se hanno voglia di approfondire possono andarsi a leggere i vostri articoli e vostri saggi, senza importunarvi con la loro bavosa presenza fisica. Ammesso e non concesso che i quadrupedi sappiano leggere.        

6) Non ringhiate. Di fronte al ringhio dei mastini sulla nostra nuca a volte viene istintivo ringhiare più forte, sperando di spaventarli o sottometterli. Non fatelo. Se anche riusciste a ringhiare più forte, a loro basta un rutto per vincere la partita, vista la posizione di forza. Di fronte a centinaia di articoli argomentati e documentati, un rettore universitario può ruttare “Che vada a Dachau!”, e sarà sempre lui quello a cui la “libera stampa” amplifica i gargarismi e affila i denti; un giornalista col collarino potrà ruttare di “negazionismo” senza aver mai letto una riga di Rassinier o di Mattogno, senza nemmeno conoscerne l’esistenza, e sarà sempre lui quello con le zampe nodose sulla vostra pancia; un coordinatore della Fgci può ruttare una richiesta di censura contro le opinioni documentate di un docente universitario, ed è perfettamente inutile ricordargli che i suoi triti piagnistei contro la crudele “censura” della stampa berlusconiana, già risibili di per sé, diventano a questo punto anche incoerenti e indegni. Coerenza e dignità sono categorie umane. Cercarle negli altri esseri del creato è pura follia. Resistete alla tentazione di sovrastare i rutti con morfologie umane, per quanto veementi. Un rutto è un’arma potente se è nella gola di chi ha la protezione dei potenti. Un’opzione potrebbe essere quella di reagire ai rutti con altri rutti, scatenando una specie di gara, con l’obiettivo di fare infuriare le belve assalitrici e fargli perdere il controllo. Ma non lo consiglio. E’ un’opzione estremamente rischiosa e comunque non sarebbe un bello spettacolo.

7) Ricordatevi che gli uomini siete voi. Questo non solo in omaggio ad un’astratta percezione di superiorità della natura umana, ma in considerazione di un’elementare norma biologica: un uomo vive mediamente molto più di un cane, se riesce a sopravvivere alle sue fauci. Dovete soltanto sopravvivere all’assalto, prendendovela calma e imparando qualcosa per l’occasione; fatto ciò, come natura vuole, potrete prima o dopo assistere al gioioso spettacolo del mostro assalitore che perde il pelo per l’età, viene ripudiato dai padroni e spira felicemente tra gli stenti, stirando le zampe e strabuzzando gli occhi in un vicolo buio. La Storia è infinita e non cessa mai di dispensare la sua giustizia. E voi, a differenza di un botolo ruttante, avete tutta l’eternità della Storia davanti.

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IL LASCITO DI HORST MAHLER

by Gianluca Freda (11/04/2009 - 01:02)


Il celebre avvocato tedesco Horst Mahler, 73 anni, è stato condannato dal tribunale di Monaco, il 25 Febbraio, a 6 anni di carcere per negazione dell’Olocausto e rinchiuso dopo l’annuncio della sentenza. Mahler appartiene al crescente movimento di disobbedienza civile in Germania che rifiuta di sottomettersi alla nuova religione con cui il potere economico ebraico tiene ideologicamente in pugno l’Europa e il mondo. Quelle che seguono sono le sue ultime parole prima del verdetto.

 

Invio il presente all’ultimo momento. Sta per essere emesso il verdetto e verrò rinchiuso immediatamente. Dopodichè non avrò più alcuna possibilità di esprimermi pubblicamente, quindi colgo questa occasione per spiegare brevemente, ancora una volta, che cosa veramente c’è in gioco.

Molti miei sostenitori disapprovano ciò che ho fatto. Mi chiedono: “perché lo fai ?“. Alcuni di loro sottolineano che sarei stato più utile fuori dalla prigione e non dentro. Dicono che adesso il governo si sbarazzerà di me e non ne verrà tratto alcun vantaggio.

Io rispondo a loro che essi considerano la questione dal punto di vista sbagliato.

La cosa più importante non è più il fatto che l’attuale regime ci ha tolto il nostro diritto di libertà di parola. Questo Stato ha sempre avuto il potere di farlo, in molti modi, indipendentemente dal fatto che si voglia esprimere un opinione o meno. Qui c’è in gioco qualcosa di più che il diritto di divulgare idee non conformi. Se ci si accorge, come è avvenuto per me, che la Religione dell’Olocausto è l’arma principale per la distruzione morale e culturale della nazione tedesca, allora è chiaro che ciò che è in gioco non è altro che il diritto collettivo all’auto-difesa, cioè il diritto della Germania a sopravvivere. La sopravvivenza interessa tutti quanti! Il mondo crede veramente che noi Tedeschi ci lasceremo passivamente distruggere come Popolo, che permetteremo altrettanto passivamente che il nostro spirito nazionale venga estinto senza lottare? Quale tipo di uomo di legge ritiene che l’auto-difesa è un atto criminale?

In qualità di Popolo ed entità collettiva vivente abbiamo una natura nazionale e spirituale. Il mezzo più sicuro per estinguere la Germania come entità spirituale è distruggere la nostra identità ed anima nazionale, in modo da non sapere più chi o cosa siamo. Distruggere il nostro spirito nazionale è esattamente lo scopo del nostro nemico, chiedendo di accettare senza domande il suo estraneo Dogma dell’Olocausto, rinunciando a mettere in evidenza che il suo fantastico “Olocausto” non è mai avvenuto. Non c’è alcuna prova di esso.

Quando ci accorgiamo di essere minacciati di annientamento, allora non abbiamo più dubbi su chi è il nostro nemico: è il vecchio assassino di nazioni. Una volta capito questo, non ascoltiamo più passivamente le menzogne e i travisamenti del nemico. Cerchiamo un’arma ed un modo per proteggere la Germania, privare il nemico del potere che ha su di noi. Ma ecco che abbiamo l’unica arma di cui abbiamo bisogno per proteggerci dall’annientamento. Abbiamo la verità. “La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità.“

Un aspetto piuttosto insolito della storia della mia vita è la mia entrata da sinistra nell’ambito politico, tramite la Rote Armee Fraktion (RAF). Per farla breve, la RAF prese la via della lotta armata contro “ Il Sistema “, così come veniva chiamato in quei giorni. L’idea che ci motivò a prendere la via della lotta armata era la nostra credenza nell’Olocausto. Credevamo effettivamente in ciò che “Il Sistema“ ci aveva insegnato a scuola e in ciò che veniva costantemente affermato dai media controllati dal nemico. Come altri nella RAF, io credevo in questa propaganda anti-tedesca. Ci credevo veramente e cercavo un modo per infrangere quell’insopportabile complesso di colpa associato “all’assassinio di sei milioni di ebrei“. Non intendo entrare nei dettagli di quel periodo della mia vita; il punto è che, quando ero giovane, ero un “ fervido credente “ dell’Olocausto.

Nel 2001, nel corso della mia carriera come avvocato, mi fu chiesto di difendere un patriota musicista. Si trattava del cantante Frank Rennicke che fu condannato dal tribunale per “Negazione dell’Olocausto“. La mia risposta a questa richiesta fu: “Naturalmente lo difenderò!“. Il compito di difendere Frank rese necessario che indagassi sui fatti, prove e accuse collegati all’Olocausto. Ecco cosa hanno rivelato le mie inchieste: non c’è nessuna prova al riguardo delle fantastiche asserzioni inerenti l’Olocausto. Ci sono soltanto dichiarazioni rilasciate dal tribunale dei vincitori a Norimberga che dicono che ciò avvenne e che in merito si è già sufficientemente “investigato“.

Con la sua proverbiale faccia tosta il nostro nemico ci dice: “nessun altro evento in tutta la storia è stato così attentamente esaminato come l’Olocausto“. (La stessa faccia tosta che porta il nemico ad asserire che le enormi quantità di insetticida che la Germania usò per proteggere la salute dei prigionieri durante la Seconda Guerra Mondiale, fu usato per uccidere gli ebrei).

Se esaminiamo i fatti attuali, scopriamo che tutto ciò è una menzogna. E’ una propaganda di atrocità che viene tuttora seminata, 65 anni dopo la sconfitta della Germania. Quando il servile Bundesgericht (Corte Suprema tedesca) dichiara che un migliaio di “ testimoni oculari “ sostengono “l’evento provato“, si tratta di un’altra sfacciata menzogna. La nostra cosìdetta Corte Suprema sa perfettamente che la nostra cosìdetta Bundesrepublik (Repubblica Federale) non è uno stato sovrano e quindi non è un governo legittimo. Il Prof. Carlo Schmid, l’esperto di diritto internazionale riconosciuto a livello mondiale e autore della nostra Grundgesetz (Legge Fondamentale), affermò chiaramente che la Repubblica Federale non è uno stato valido. In una conferenza che diede in occasione della sua creazione nel 1949, egli la descrive specificatamente come una “Organisationsform einer Modalitaet der Fremdherrschaft“ (Forma Organizzativa di una Modalità del Dominio Straniero), in altre parole, un mezzo di dominio dei nostri nemici. Il Prof. Carlo Schmid compose questa descrizione diplomatica per evitare di usare il termine “governo fantoccio“.

La nostra Legge Fondamentale non è stata scritta da un’assemblea di rappresentanti eletti e non è stata approvata plebiscitariamente. I nemici occupanti ce la imposero e non risponde ai requisiti di uno stato legittimo. Poiché la Repubblica Federale non è uno stato legittimo, le istituzioni e le condizioni che i nostri nemici ci obbligano ad accettare, sono altrettanto illegittime sulla base del diritto internazionale. E’ chiaro che i vincitori o il vincitore della Seconda Guerra Mondiale (il vero unico vincitore fu l’ebraismo mondiale) si diede un gran da fare per assicurare che le basi del dominio ebraico, di fatto il culto religioso dell’Olocausto, fossero legalmente inattaccabili. Questo fu il loro intento quando crearono la Repubblica Federale ed è chiaro che la Corte Suprema a quel tempo adottò un ordinamento giudiziario destinato a perpetuare “l’Olocausto“. La missione di proteggere l’Olocausto è insita  sia nella Repubblica Federale che nella Legge Fondamentale. Questa è la base della dominazione della Germania da parte dei suoi nemici. Il ministro degli esteri Joschka Fischer lo ha spiegato molto chiaramente quando si riferì all’Olocausto ed alla sponsorizzazione di Israele come la ragione di essere della Repubblica Federale.

Ciò che sta accadendo ora, altro non è che la distruzione del fondamento morale del nostro Popolo tramite un assalto genocidi alla nostra anima nazionale. In questo non c’è niente di sorprendente. Dovremmo considerare i nostri nemici veramente stupidi, specialmente il nostro più potente e più pericoloso nemico, se non avessero preso le misure idonee a mantenere il dominio su di noi. I nostri nemici non scatenarono la Seconda Guerra Mondiale contro di noi semplicemente per abbandonare i loro scopi bellici dopo l’inevitabile vittoria delle loro risorse soverchianti in uomini e mezzi. Andarono ben oltre,  evitando di darci la possibilità di esonerarci dalla Grande Menzogna, tramite autentici processi condotti da un potere giudiziario indipendente e professionale.

Il nostro peggior nemico non è stupido! Egli prese scrupolose precauzioni e conosce fin troppo bene i metodi da elaborare per assicurare la compiacenza al suo modo di intendere la “ giustizia “. Chiunque non si accorga che il nostro nemico continua a perpetrare il genocidio contro di noi, come parte dei suoi scopi bellici, può aspettarsi che un Tedesco obbedisca al divieto di mettere in dubbio l’Olocausto. Nessuno può aspettarsi che un Tedesco che voglia essere Tedesco non si ribelli a questo assalto contro la nostra nazione. Questo assalto non è altro che un genocidio culturale e ci minaccia tutti.

Se è possibile, vi chiedo di osare immaginare che cosa necessariamente ne seguirà, se ne sarà il caso. Che disgraziato essere umano sarei se, conoscendo questa minaccia per la nostra nazione e tutte le sue implicazioni, me ne stessi tranquillo seduto sulla mia comoda poltrona in attesa del giorno nel quale la verità verrà alla luce per conto suo! Ogni Tedesco ha l’obbligo di fare il suo dovere per la Patria. Abbiamo il sacrosanto diritto di difenderci, preservare la nostra nazione ed il nostro Popolo. In ogni paese civilizzato c’è un obbligo legale di venire in aiuto di coloro che sono in pericolo. Infatti la legge prescrive delle pene per coloro che non portano soccorso. La mancanza di aiutare e soccorrere è una grave violazione della legge, costituisce in se stessa un corpus delicti. Sarei colpevole di un grave crimine se io non venissi in aiuto del mio Popolo, se me ne stessi tranquillo senza venirne in soccorso, sapendo che quella mostruosa impostura chiamata “Olocausto“non è mai avvenuta. In tal caso sarei veramente un criminale depravato!

Nell’attuale situazione non avrebbe senso per me tirare avanti a stento e cercare di guadagnare una maggioranza in questo o quel partito politico, oppure fondare un nuovo ed indipendente partito che si farebbe in un qualche modo strada attraverso il nostro intricato e corrotto parlamento per abrogare le leggi liberticide anti-tedesche. Lavorando da solo, la mia linea d’azione è quella di continuare a fare ciò che ho sempre fatto. Confidando su me stesso, non posso fare altro che ripetere la verità, sempre e di più. Ho fatto un sacro giuramento che può essere letto su Internet, la nostra unica fonte informativa non censurata, che non desisterò mai dal ripetere questa verità: “L’Olocausto è una menzogna e lo è anche l’affermazione che ritiene sia stato provato“. Non c’è nessuna prova che lo sostenga. Nella sua intrepida difesa della fede cattolica, il Vescovo tradizionalista Richard Williamson ha recentemente affermato la stessa verità che io scoprii molto tempo fa.

Nel caso di Frank Rennicke fui professionalmente obbligato ad indagare le prove dell’Olocausto ed arrivai alla conclusione che tali prove non esistono. Dopo aver riesaminato diversi processi simili, fummo in grado di esibire una lettera scritta da un professore di storia contemporanea, il Prof. Gerhard Jagschitz, di Vienna, le cui ricerche avevano anch’esse portato alla conclusione che non c’è alcuna prova a difesa dell’Olocausto. Quando lo contattai, egli mi disse: “Si certo, lo sappiamo già“.

Il Prof. Jagschitz era stato incaricato dal tribunale come perito testimone onde determinare se l’Olocausto fosse “evidentemente ovvio“ come evento della storia contemporanea. Passò tre anni ad esaminare la letteratura disponibile riguardante l’Olocausto in modo da determinare la verità. Trascorsi questi tre anni informò il tribunale che non poteva più difendere la sua iniziale ipotesi a difesa della validità dell’Olocausto. Arrivò alla netta conclusione che, nell’ambito delle direttive di una società di diritto, non è ammissibile usare la “ manifesta ovvietà “ dell’Olocausto come base per condannare coloro  ritenuti colpevoli di metterla in dubbio. In quei giorni era il Prof. Jagschitz ed ora è la volta del Vescovo Williamson ma presto ci saranno molte altre personalità prominenti che arriveranno alla stessa conclusione.

L’auto-difesa è un diritto inalienabile. Come Tedesco che vuole essere Tedesco mi sento personalmente coinvolto da questo assalto contro il mio Popolo. La nazione Tedesca non ha solo il diritto di difendersi, in effetti essa è obbligata a difendersi. A causa della nostra sostanza culturale, noi come nazione nell’Europa centrale abbiamo il dovere e l’obbligo di resistere ai tentativi di distruggerci culturalmente, di annientarci come Popolo e come entità spirituale. Ecco la posta in gioco!

Non scelgo di aspettare che siano altri a difendere la nazione Tedesca, scelgo di farlo io stesso. Sto dicendo la verità così come la percepisco e la verità è quella che il cosiddetto “Olocausto“ non c’è mai stato. E’ questa l’ovvia ragione per la quale non vi sono prove in merito. Non c’è niente che difenda l’Olocausto, tranne i verdetti dei processi farsa in stile moscovita. Questi verdetti ci vengono costantemente martellati nel cervello dai media giudaici come “prova“ che l’Olocausto fu reale e che c’è un’abbondanza di prove che lo dimostrano. Coloro che applicano e perpetuano quest’etichetta sanguinaria sono colpevoli di tradimento contro la nazione Tedesca. I più famosi fra questi traditori sono i giudici della Corte Suprema che santificano e rafforzano le decisioni dei tribunali minori riguardanti l’assurda “manifesta ovvietà“ dell’Olocausto. Ciò è peggio che travisare la giustizia, significa portare avanti un deliberato genocidio contro il popolo Tedesco. Ho dimostrato la colpa dei traditori togati di Karlsruhe numerose volte e continuerò a sottolinearlo anche dalla prigione.

Dovrò farmi 12 anni di carcere. Come andrà a finire? Ho 73 anni e quindi questa è una condanna all’ergastolo per me. La mia sentenza prova che nella Germania di oggi il carcere a vita può essere comminato a chiunque si rifiuti di fare atto di sottomissione alla Grande Menzogna. Naturalmente gli ebrei sono sempre disposti a “trattare“. Il dissidente viene prima punito in maniera leggera, magari con un’ammenda pecuniaria. Oppure ci può essere una condanna al carcere di qualche mese che può tramutarsi in libertà vigilata. C’è sempre la possibilità di uscirne facilmente inchinandosi servilmente davanti alla Grande Menzogna e dando assicurazioni che non ci saranno più difficoltà in futuro. Questo è ciò che il nemico vuole. Chiunque sia convinto che la vita sotto la Grande Menzogna non valga la pena essere vissuta, deve essere tenuto dietro le sbarre per sempre. Siccome io ho apertamente espresso questo sentimento innumerevoli volte, sapendo molto bene che la clava si sarebbe abbattuta, il nemico mi terrà sicuramente in prigione per il resto della mia vita. Il nemico deve dimostrare al pubblico intimorito che cosa è veramente in gioco.

Chiaramente noi Tedeschi ci troviamo in una situazione nella quale dobbiamo mandare a monte le nostre vite se non ci sottomettiamo alla Grande Menzogna. Qualunque cosa mi accada, posso solo dire, così come il nostro Salvatore dice nel Vangelo di San Matteo: “chiunque non è disposto a portare la sua croce non è degno di me“. Non siamo degni di chiamarci Tedeschi se, invece di alzarci in piedi per la verità, ci sottomettiamo supinamente alla Grande Menzogna.

Credo comunque che la situazione storica della Germania stia per cambiare. La lotta sull’autenticità dell’Olocausto e sul dominio del dogma olocaustico sta ora imperversando nell’ambito della Chiesa Cattolica. La Chiesa ha ancora un grande potere, anche se la sua gerarchia è stata corrotta ed erosa dagli ebrei. Con la sua grande ricchezza e centinaia di milioni di devoti seguaci, la Chiesa è la roccia sulla quale la nave della Grande Menzogna si andrà ad infrangere per poi affondare. Gli ebrei stanno per avere la loro Waterloo. Una volta che l’Olocausto potrà essere apertamente discusso, la conoscenza della sua vera natura non potrà più essere soppressa. Quando l’affare del Vescovo Williamson raggiunge il punto in cui un papa è obbligato a scomunicarlo un’altra volta, come richiesto dall’ADL (Anti-Defamation League: organizzazione attivista dell’ebraismo mondiale), oppure se, sotto la pressione dei media ebraici e di corrotti politici, Papa Benedetto XVI° dovesse abdicare dal Trono di San Pietro, ciò sarebbe un atroce shock per il mondo cattolico, allora la verità si farebbe strada. La fede cristiana è basata sulla Verità, la Roccia dei Tempi. La Verità ci renderà liberi e la volontà di essere liberi crescerà sempre più forte fino ad essere irresistibile, dopodichè avremo vinto.

Per quel che mi riguarda, io ho fatto tutto quello che potevo. Ho dato un esempio. Ho detto spesso che la nostra è la più facile rivoluzione che sia mai stata portata avanti. Abbiamo soltanto bisogno che alcune migliaia di persone si alzino e dicano la verità chiaramente ed apertamente come ha fatto Richard Williamson ed io ho cercato di farlo, assieme ad altri che si sono autodenunciati per aver detto la verità e per aver distribuito “Conferenze sull’Olocausto“ di Germar Rudolf . La vittoria finale della verità è inevitabile, così come lo è la sconfitta dell’ Impero Sionista globale. Tuttavia, non abbiamo modo di sapere quanto tempo dovrà passare ancora, o le esatte circostanze che porteranno la verità alla vittoria. Aspettiamo e vediamo.

Al momento stiamo assistendo ad un altro crollo del sistema finanziario globale ebraico. La base del potere ebraico, il tempio del loro dio Jahweh-Mammona, è stato colpito al cuore dal crollo del loro sistema bancario predatore. Il potere ebraico è basato sul potere del denaro col quale comperano il controllo dei politici e dei media. Al momento stanno perdendo questo controllo del denaro. Una volta che lo hanno perso, perderanno anche il controllo del governo e dell’opinione pubblica. Il loro controllo sull’opinione pubblica è già stato indebolito dalla nascita del non censurato Internet che non sono in grado di sopprimere. Appena perderanno il controllo dei media, si troveranno in una situazione pietosa. Quando ciò accadrà, gli ebrei ci saranno riconoscenti per aver capito e accettato il loro storico ruolo nella redenzione del mondo. Noi riconosciamo la loro tirannia distruttiva come una rivelazione del sentiero di Dio attraverso il mondo verso se stesso, come spiegò il filosofo Hegel. Noi rispettiamo gli ebrei come i seguaci di Satana e li accettiamo nella certezza che potremo redimere loro e noi stessi portando la Verità nel mondo con le nostre azioni. Gli ebrei hanno un pressante bisogno di redenzione e un giorno essi ci saranno grati.

(nota di Gianluca: vorrei dedicare questo articolo a Erwin e a Thule-Toscana, il cui indirizzo web compare da tempo nell'elenco dei miei preferiti. Il sito è stato chiuso l'altroieri dall'autorità giudiziaria, su richiesta di alcuni sconci siti web sionisti come Informazione Corretta (un sito che esemplifica benissimo ciò che in certi ambienti s'intende per correttezza dell'informazione). Aspetto la prossima riapertura di Thule-Toscana e so che non aspetterò a lungo. Magari su un server estero che lo ponga  una volta per tutte al riparo dalla censura europea).

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I MOSTRI

by Gianluca Freda (09/01/2009 - 11:06)


Non so se faccio bene a girarvi questa mail ricevuta da Enrico Galoppini (che ringrazio) nella mailing list di Civium Libertas. Le atrocità che gli israeliani stanno compiendo a Gaza sono indescrivibili, ma ben descritte da una quantità di filmati reperibili sul web e i sionisti sono molto felici che vengano pubblicizzate. Serve ad alimentare il terrore di Israele tra le popolazioni arabe ed anche a ottenere maggior supporto dall’occidente vigliacco, sempre pronto a schierarsi dalla parte di chi, attraverso le bestialità più sanguinarie, sa guadagnarsi la palma di “più forte”. Per questo motivo, di solito evito di contribuire alla campagna di pubbliche relazioni di questi mostri. Mi piace però pensare che questo blog sia seguito da persone che, esattamente come me, di fronte ai mostri non provano né paura, né senso d’impotenza, né desiderio di collaborazione, ma solo ribrezzo e voglia di liberarsi al più presto della loro presenza. Per questo faccio, per una volta, uno strappo alla regola e vi giro questa mirabile crestomazia d’immagini che nei nostri TG leccamostri non vedrete, assai indicativa di ciò che ci attende se permetteremo al “popolo eletto” di continuare ad avere un suo Stato nazionale.  (GF)      

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Cominciamo con una 'galleria' di bambini palestinesi trucidati dalla furia omicida sionista.

Altra "collezione" di immagini edificanti.

Un padre palestinese, col figlio cadavere tra le braccia, parla in ebraico direttamente a Barak, che certamente starà meditando sul da farsi (probabilmente ammazzare anche lui):
 (con traduzione inglese)

Da Aljazeera (28/12/08): "Non c'è un posto sicuro... Gli attacchi aerei israeliani, giorno e notte, colpiscono in tutte le direzioni: stazioni di polizia, laboratori, automobili, abitazioni, depositi di medicinali, la sede della stazione televisiva 'al-Aqsa' e persino le moschee. [...] Le vittime sono centinaia e ve ne sono ancora sotto le macerie. La situazione negli ospedali è tragica: «Siamo costretti a strappare le tende per bendare le ferite». [...] «Dove sono i governanti arabi? Hasbunâ Llâh wa ni‘m al-Wakîl [Allah ci basta ed Egli è il Mediatore]!»" .

Da Aljazeera (8/1/08): Durante un tentativo di soccorso di un ferito a Jabâliyâ, l'equipaggio di palestinese un'ambulanza viene preso di mira dal fuoco sionista. Ad accompagnarli c'erano alcuni "attivisti" stranieri, uno canadese ed uno spagnolo. Uno dei soccorritori è stato colpito ad una gamba ed un altro alla testa. L'equipaggio non riesce così a raggiungere chi doveva essere soccorso.

In questo servizio si vede anche il funerale di un cristiano palestinese di Gaza, tanto per ricordare ai Crociati dello Zio Sam che i palestinesi non sono tutti musulmani.

E alla fine hanno fatto 700 morti (qui si vedono le ultime persone spappolate in mezzo alla strada). Il servizio rileva che se già i morti non sono "interessanti" , ancora meno lo sono i feriti, che sono oltre 3.000, di cui la metà donne e bambini, mentre molti altri sono ancora sotto le macerie. "Forse il palestinese buono è il palestinese morto", si osserva amaramente nel servizio, dove si racconta anche di quattro bambini ritrovati, affamati, accanto ai corpi senza vita delle loro madri. Nel finale si vedono degli uomini sequestrati (è errato dire "prigionieri" ), poiché l'esercito sionista sta effettuando rastrellamenti di maschi adulti, come da sempre.

La Croce Rossa Internazionale ha accusato l'esercito d'occupazione d'aver impedito alle ambulanze d'intervenire per quattro giorni, così alcuni muoiono dissanguati, altri di spavento, specialmente bambini. Nel quartiere di Hayy Zaytûn sono stati trovati dei bambini accanto ai loro parenti morti, sfiniti dalla fame e dalla sete. «L'esercito israeliano sapeva che c'era della gente da evacuare, ma non ci ha aiutati in alcun modo», dice una rappresentante della CRI. L'infermiere palestinese intervistato racconta che sono entrati in una casa dove c'erano 18 cadaveri restati lì per giorni, tra cui sette donne e sei bambini.

Poi, si parla dell'autista di uno dei camion che trasporta gli "aiuti" dell'UNRWA ucciso da un proiettile israeliano e della scuola dell'UNRWA - dove si erano spostati degli sfollati - colpita a Jabâliyâ, così l'organizzazione dell'ONU ha deciso d'interrompere la distribuzione degli "aiuti" a circa 750.000 persone: «I nostri impiegati, circa 9.000, sono continuamente esposti al fuoco israeliano». Il commentatore alla fine osserva che in questo modo i palestinesi adesso hanno un altro modo per morire!

13° giorno di bombardamenti. .. Qui si ricorda che i palestinesi ricevono volantini in cui si raccomanda di lasciare le proprie case... "ma dov'è un posto sicuro?". La ragazza palestinese sembra proprio sicura che non c'è!

Poi va segnalato che su YouTube, sul "canale" di Aljazeera, la sezione "speciale Gaza" non è abilitata per i normali utenti ("Questo video o gruppo potrebbe contenere materiale inappropriato per alcuni utenti, come segnalato dalla community di YouTube. Per visualizzare questo video o gruppo, conferma che hai almeno 18 anni effettuando l'accesso o registrandoti"). Complimenti!

Infine, la cosa più impressionante della giornata, di cui non riesco a visualizzare il filmato, che comunque è questo. Un medico palestinese, ferito, intervistato in diretta, al tg della sera, che con una dignità ed una compostezza incredibile ha preso il microfono raccontando quel che è successo alla sua famiglia: alle 14.00 (nelle "tre ore di tregua"!), c'era un carroarmato a circa 200 metri dalla casa, che sapendo esservi una famiglia ha sparato quattro colpi distruggendola: la moglie ucraina e suo figlio Yûsuf sono stati ammazzati, ma sono ancora là in casa cadaveri ("a brandelli") perché nessuno riesce ad arrivarvi, mentre altri componenti della famiglia sono feriti. E ha concluso con l'unica cosa che si può pensare di questo cosiddetto "Stato d'Israele": «Sono senza coscienza, dei mostri, mostri». Poi, col microfono in mano, ha parlato 'dentro la telecamera', dicendo, dopo "al-hamdu li-Llàh Rabbi al-'Âlamîn, al-hamdu li-Llàh Rabbi al-'Âlamîn [E la lode spetta a Dio, Signore dei Mondi]: «Voglio parlare al mondo: cos'ha fatto la mia moglie ucraina? cos'ha fatto mio figlio, che aveva quattro mesi? Cos'ha fatto il popolo palestinese al mondo perché il mondo se ne stia immobile? Silenzio, silenzio, silenzio... Cosa vuole da noi? Siamo occupati... Cos'abbiamo fatto al mondo perché ci tratti in questo modo? Non lo sappiamo, non lo sappiamo... Perché questo silenzio... Perché?».

Credo che per oggi possa bastare.

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RITI EBRAICI DI SANGUE

by Gianluca Freda (29/12/2008 - 17:05)


EINE KLEINE NACHT MURDER
Come i leader israeliani uccidono in cambio di voti

di Gilad Atzmon
dal sito Palestine Think Tank
Traduzione di Gianluca Freda
 

Per capire l’ultima devastante spedizione omicida degli israeliani contro Gaza bisogna comprendere a fondo l’identità israeliana e il suo odio innato verso chiunque non sia ebreo, l’odio verso gli arabi in particolare. Questo odio è contenuto nel curriculum israeliano, viene predicato dai leader politici e sottinteso dalle loro azioni. E’ veicolato da categorie culturali, perfino all’interno della cosiddetta “sinistra israeliana”.

Sono cresciuto in Israele negli anni ’70, gli individui della mia generazione oggi sono in Israele a capo dell’esercito, della politica, dell’economia, della cultura e delle arti. Siamo stati abituati a pensare che “un arabo buono è un arabo morto”. Qualche settimana prima che entrassi a far parte della IDF [le Forze di Difesa Israeliane, NdT] nei primi anni ’80, il generale Raphael Eitan, all’epoca capo di stato maggiore, annunciò che gli arabi erano come “scarafaggi imprigionati in una bottiglia”. La fece franca, così come la fece franca dopo l’assassinio di migliaia di civili libanesi durante la prima guerra del Libano. In una parola, gli israeliani riescono sempre ad ammazzare la gente e passarla liscia.

Fortunatamente, e per ragioni che tuttora sfuggono alla mia comprensione, a un certo punto mi risvegliai da questo mortifero sogno ebraico. A un certo punto me ne andai dallo stato degli ebrei, evasi dal dilagare dell’odio ebraico, diventai oppositore dello stato ebraico e di ogni altra forma di politica ebraica. In tutti i modi, sono fortemente convinto che sia mio dovere primario informare chiunque desideri ascoltarmi di cosa abbiamo contro.

Se il sionismo mirava a trasformare gli ebrei, e se pensava che “donandogli un proprio stato” li avrebbe resi simili a qualunque altro popolo, allora ha miseramente fallito. La barbarie israeliana, quale abbiamo potuto osservarla questa settimana e in infinite occasioni precedenti, va ben al di là della bestialità pura e semplice. E’ l’uccidere per il gusto di uccidere. Ed è indiscriminata.

Poche persone in occidente si rendono conto di una realtà devastante: che ammazzare gli arabi, e i palestinesi in particolare, è una ricetta politica israeliana di grande efficacia. Gli israeliani sono in realtà un popolo confuso. Per quanto insistano a vedere se stessi come una nazione in cerca di “Shalom” (1), in realtà amano essere guidati da politici che abbiano alle spalle un impressionante curriculum di massacri ingiustificati. Che si tratti di Sharon, Rabin, Begin, Shamir o Ben Gurion, gli israeliani vogliono che i loro “leader democraticamente eletti” siano falchi bellicosi, con le mani grondanti sangue e con alle spalle un solido background di crimini contro l’umanità.

Manca qualche settimana alle elezioni in Israele e sembra che tanto il candidato di Kadima, il ministro degli esteri Tzipi Livni, quanto il candidato laburista, il ministro della difesa Ehud Barak, si trovino molto indietro nelle preferenze rispetto al candidato del Likud, il noto falco Benjamin “Bibi” Netanyahu. Livni e Barak hanno bisogno della loro piccola guerra. Devono dimostrare agli israeliani che sanno come gestire uno sterminio di massa.

Sia Livni che Barak devono offrire all’elettore israeliano un’esibizione di devastante carneficina, così che gli israeliani possano aver fiducia nella loro leadership. E’ la loro unica possibilità contro Netanyahu. In pratica, Livni e Barak stanno lanciando tonnellate di bombe sui civili palestinesi, sulle scuole e sugli ospedali perché questo è esattamente ciò che gli israeliani vogliono vedere.

Sfortunatamente, gli israeliani non sono conosciuti per la loro pietà o per la loro compassione. Al contrario sono appagati dalla ritorsione e dalla vendetta, gioiscono della loro stessa brutalità senza limiti. Quando all’ex comandante in capo delle Forze Aeree Israeliane, Dan Halutz, fu chiesto che cosa si provasse a sganciare una bomba su un quartiere di Gaza densamente popolato, la sua risposta fu breve e precisa: “Si prova una leggera turbolenza sull’ala destra”. La freddezza omicida di Halutz fu sufficiente a garantirgli la promozione a capo di stato maggiore della IDF poco tempo dopo. Fu il generale Halutz a guidare l’esercito israeliano nella seconda guerra del Libano, fu lui a perpetrare la distruzione delle infrastrutture libanesi e di ampie zone di Beirut.

A quanto sembra, nella politica israeliana il sangue degli arabi si traduce in voti. Ovviamente sarebbe molto ragionevole incriminare Livni, Barak e l’attuale capo di stato maggiore della IDF, Ashkenazi, per omicidio di primo grado, crimini contro l’umanità e per la palese infrazione delle Convenzioni di Ginevra. Ma è molto più comprensibile tenere conto del fatto che Israele è una “democrazia”. Livni, Barak e Ashkenazi stanno dando al popolo israeliano ciò che vuole: si chiama sangue arabo e deve essere fornito in abbondanti quantità. Questa ininterrotta pratica omicida condotta dai politici israeliani riflette le attitudini del popolo israeliano nel suo insieme piuttosto che quelle di un manipolo di politici e generali. Abbiamo a che fare con una società barbarica, guidata, sul piano politico, da inclinazioni sanguinarie e assassine. Non può esservi dubbio, non c’è posto per questa gente fra le nazioni.

Perché gli israeliani siano un popolo così lontano da qualsiasi nozione di umanità è una bella domanda. Gli studiosi della natura umana più generosi ed ingenui potrebbero sostenere che la Shoah abbia lasciato un’enorme cicatrice nell’animo degli israeliani. Ciò potrebbe spiegare perché gli israeliani coltivino tale ricordo in modo ossessivo, con il sostegno dei loro fratelli e sorelle della Diaspora. Gli israeliani dicono “mai più” e ciò che vogliono dire è che non dovrà più esserci una nuova Auschwitz, il che in qualche modo li fa sentire legittimati a punire i palestinesi per i crimini commessi dai nazisti. I più realistici tra noi non credono più a questa tesi. Oggi iniziano ad ammettere che è più che probabile che gli israeliani siano così incredibilmente brutali perché semplicemente è questo che sono. E’ qualcosa che va oltre la razionalità e le teorizzazioni pseudo-analitiche. Essi affermano: “Questo è ciò che gli israeliani sono e non c’è più nulla da fare”. I realistici arrivano perfino ad ammettere che uccidere sia il modo in cui gli israeliani interpretano il significato dell’essere ebrei. Con tristezza, molti di noi sono arrivati ad ammettere che non esiste un sistema di valori laici alternativo con cui gli ebrei possano sostituire la pulsione ebraica all’omicidio. Lo stato ebraico sta lì a dimostrare che l’autonomia nazionale ebraica è un concetto inumano.

Sono cresciuto nell’Israele degli anni dopo il 1967. Sono stato allevato nel culto della mitica vittoria israeliana, siamo stati abituati ad adorare l’”israeliano che combatte in posizione di svantaggio”, l’eroico plotone che punta il suo Uzi automatico verso gli arabi e riesce a sconfiggere quattro eserciti in soli sei giorni.

Mi ci sono voluti due decenni di troppo per capire che l’”israeliano che combatte svantaggiato” era in realtà un maestro dello sterminio indiscriminato. Barak era uno di quegli eroi del 1967, un maestro dell’assassinio indiscriminato. A quanto sembra, l’esecutivo israeliano ha appena approvato un progetto per il più massiccio attacco contro Gaza dal 1967. Livni ha più o meno la mia età e, a giudicare dalle notizie, ha interiorizzato quel messaggio. Ora si sta costruendo le necessarie credenziali come assassina indiscriminata. Sia Barak che la Livni stanno conducendo Israele in una campagna elettorale di sterminio. Il sangue degli arabi e dei palestinesi è il carburante della politica israeliana.

Potrei suggerire a Barak e alla Livni che non è detto che ciò li aiuti nei sondaggi. Netanyahu è un falco autentico e genuino. Non ha bisogno di atteggiarsi ad assassino e, per quanto io possa disprezzarlo, non ha ancora condotto Israele in una guerra. Probabilmente egli capisce meglio di loro che cosa sia il potere della deterrenza.

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(1) Non bisogna confondere “Shalom” con “pace” o con “Salam”. “Pace” e “Salam” esprimono riconciliazione e compromesso, mentre “Shalom” significa sicurezza per il popolo ebraico a spese del territorio circostante.  

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I SOMMERSI E I TRUFFATI

by Gianluca Freda (23/12/2008 - 15:18)


L’AFFARE MADOFF: UNA GUIDA PER L’ANTISEMITA PERPLESSO
di Israel Shamir
dal sito www.israelshamir.net
Traduzione di Gianluca Freda
 

L’antisemita riflessivo non riesce a capire come considerare l’affare Madoff. Si deve gioirne o rammaricarsene? A leggere i giornali ebraici, verrebbe da pensare che gli “antisemiti” – cioè la stragrande maggioranza del genere umano secondo alcune fonti ebraiche (“Grattate un goy e troverete un antisemita”) – stiano esplodendo dalla gioia.

Bradley Burston si entusiasma su Haaretz: “Per il convinto antisemita, Natale è arrivato presto quest’anno. Il nuovo Babbo Natale degli antisemiti si chiama Bernard Madoff. E’ la risposta alla lista dei desideri di chiunque detesti gli ebrei. La Nazione Ariana all’apice delle sue manie non avrebbe saputo trovare nulla di paragonabile”. Gli fa eco l’esecrabile Lipstadt: “Costui [Madoff] è il sogno di ogni antisemita. Neanche i peggiori tra loro avrebbero mai osato sognare una storia del genere”. E la ADL conferma: “Ci aspettiamo che gli antisemiti vivano un giorno di vittoria. Sapranno sfruttarlo”.

Verrebbe da pensare che i mega-imbroglioni ebrei rappresentino una specie rara, come i corvi bianchi. Non è esattamente così. Il Dr. William Pierce ha fatto anni or sono una valida osservazione: “Gli ebrei non sono gli unici truffatori, ma sono di certo i maggiori truffatori. Se sentite parlare di una truffa da 100.000 dollari, può essere stato chiunque. Ma se sentite parlare di una truffa da 100 milioni di dollari, allora potete star certi che è stato un ebreo”. A maggior ragione se parliamo di una truffa da 50 miliardi di dollari!

Pierce ricordava ai suoi lettori le figure di Michael Milken, Ivan Boesky, Marty Siegel, Dennis Levine e lo scandalo di insider-trading che fece quasi affondare Wall Street una dozzina di anni fa; e che incidentalmente mandò in rovina decine di migliaia di americani medi che persero i loro investimenti a causa della manipolazione artificiale dei prezzi di stock. Tutti i principali attori di quello scandalo erano ebrei.

“Ricordate l’enorme catastrofe di prestiti e risparmi che nel corso degli anni ’80 costò ai contribuenti americani 500 miliardi di dollari? Il motivo principale del crollo dell’industria dei savings-and-loan negli anni ’80 fu il massiccio investimento nei cosiddetti “junk bonds” da parte di molti istituti di credito e risparmio. E l’uomo che stava dietro i junk bonds – il genio della finanza che convinse gli istituti di credito ad acquistarli – era nient’altri che Michael Milken”.

Si potrebbero specificare meglio le parole di Pierce: i grandi imbroglioni e truffatori non sono necessariamente ebrei, ma sono sempre devoti a cause ebraiche, siano esse il culto dell’Olocausto o la causa sionista. Quando si tratta di beneficenza, un bravo truffatore americano, sia egli goy o ebreo, non si preoccupa degli americani poveri o degli africani che muoiono di fame. Egli versa le sue decime alla causa ebraica. Questo è stato anche il caso di Madoff. Egli contribuiva a una quantità di cause ebraiche, perciò non poteva che essere un truffatore. (Spiego perché in “The Man Higher Up”, tratto dal mio libro Pardes).

Quindi, perché mai il proverbiale antisemita dovrebbe gioire della caduta di Madoff, quando essa era prevedibile quanto l’arrivo dell’alba? Forse perché ci sono state tra le vittime “un certo numero di celebri ebrei della Diaspora, compresi il premio Nobel Elie Wiesel, il regista Steven Spielberg e il magnate immobiliare Mortimer Zuckermann”, come riportato dal Wall Street Journal?

James Petras è convinto che gli antisemiti dovrebbero piuttosto sentirsi delusi. “Madoff ha inflitto un duro colpo a quegli antisemiti secondo i quali esisterebbe “un’elaborata trama ebraica per defraudare i Gentili”, mettendo a riposo questa leggenda una volta per tutte. Fra le principali vittime di Bernard Madoff ci sono stati i suoi più stretti amici e colleghi ebrei, gente che condivideva con lui gli stessi pasti Seder e che frequentava gli stessi altolocati templi di Long Island e Palm Beach”.

La pensa così anche Michael Hoffman: “L’immensa rapina compiuta da Madoff... fa a pezzi uno degli stereotipi di chi odia gli ebrei: e cioè che gli ebrei non facciano altro... che derubare i gentili e approfittare collettivamente delle proprie ruberie. Questa è ignoranza crassa... Contrariamente all’opinione comune, l’ebraismo non fa bene agli ebrei. Sulle prime essi potranno anche imbrogliare i gentili, ma prima o dopo finiscono per farsi le scarpe a vicenda”. Hoffman si spinge oltre e afferma: “Le principali vittime dell’ebraismo non sono i gentili, ma gli ebrei stessi”.

Si esita a disilludere un cuore così nobile. Benché le generose affermazioni di Hoffman siano certamente corrette nel senso più profondamente spirituale, la strategia giudaica, sul medio periodo, risulta vincente sul piano concreto. Di bancarotta in bancarotta, di imbroglio in imbroglio, da una truffa assicurativa a quella seguente, la ricchezza complessiva della comunità ebraica cresce in modo costante grazie alla filantropia intra-giudea. Certo, Spielberg e la Yeshiva University hanno perso un po’ di contante in questa debacle, ma sull’altro versante miliardi di dollari sono entrati e sono rimasti nelle casse della comunità ebraica. Si potrebbe vedere Madoff come un terrorista ebreo suicida: si è fatto saltare in aria sul piano finanziario, e le perdite immediate subite da alcuni investitori ebrei sono state i danni collaterali. Ma il risultato complessivo è stato quello di trasferire in modo permanente una gran quantità di ricchezza dei gentili agli ebrei.

Come al solito, le denunce di antisemitismo servono a coprire i fatti nudi e crudi. Sentiamo parlare di investitori ebrei ridotti sul lastrico, ma la maggioranza dei gonzi di Madoff erano non-ebrei, come ha correttamente osservato Leo Schmidt, corrispondente di Peter Myers da Kandahar, in Afghanistan. “La maggioranza dei gonzi di Madoff erano soggetti non ebrei, banche, fondi e aziende. L’affermazione secondo la quale le fondazioni ebraiche avrebbero subito il colpo più duro è palesemente falsa. Il danno subito dalle fondazioni ebraiche impallidisce di fronte alle conseguenze subite da numerosi istituti finanziari, fondi e aziende che sono stati elencati da Henry Blodget”. Del resto, gli investitori ebreo-americani (al contrario dei non-ebrei d’Europa e delle loro banche) si vedranno restituire i loro investimenti grazie al piano di protezione dalle frodi finanziarie elaborato dal governo.

Perciò gli antisemiti non hanno motivo di gioire. Un truffatore ebreo non è una notizia, e neanche un truffatore ebreo che ha avuto successo. Gli ebrei non hanno perso, hanno vinto. Le loro lagne e le loro recriminazioni sono tanto autentiche quanto la contabilità di Madoff. Anche la gioia del Dr. Petras era prematura, quando scriveva: “La truffa potrebbe ridurre i fondi che l’AIPAC conta di utilizzare per influenzare il Congresso e finanziare campagne propagandistiche a favore di un attacco preventivo americano contro l’Iran”. Non così in fretta, Jim! Anche se alcune organizzazioni ebraiche e sioniste hanno perso denaro, la somma totale delle disponibilità degli ebrei è cresciuta e questa nuova ricchezza troverà presto la propria strada verso la Lobby Sionista e altri simili apparati. Questo significa che non c’è nulla da fare? No. Dove esiste volontà, esiste rimedio.

Se da un lato sarebbe ingiusto confiscare i fondi privati di singoli ebrei innocenti per compensare i misfatti dei truffatori giudei, i beni del “popolo ebraico” sono un altro discorso. Queste enormi proprietà non sono altro che manomorta, come lo erano le proprietà della Chiesa durante il medioevo. “Manomorta” significa che non si può citarli in giudizio. Tutte le perdite sono vostre, mentre tutti i profitti spettano a loro. Un regime del genere è troppo bello per durare in eterno. Le riforme non avrebbero mai avuto luogo se non fosse stato per la manomorta ecclesiastica. I sovrani, a un certo punto, si videro costretti a espropriare i beni della Chiesa, o essa sarebbe diventata troppo potente e avrebbe messo a repentaglio il loro predominio economico. Ora è tempo di fare i conti con la manomorta ebraica. Hanno approfittato dei misfatti di Madoff, ora ne paghino il prezzo.

Questi beni sono controllati da altri Madoff ancora a piede libero e da altri leader del sionismo. Il Jewish National Fund (JNF) è “una corporazione multinazionale con uffici in una dozzina di paesi sparsi in tutto il mondo. Riceve milioni di dollari di contributi da parte di ricchi ebrei di tutto il mondo, molti dei quali esentasse. L’obiettivo della JNF è quello di acquisire territori e farli sviluppare ad esclusivo beneficio degli ebrei. Affitta terre soltanto agli ebrei”. Il nostro amico Jonathan Cook di Nazareth la ha descritta come un’istituzione razzista di immenso potere e ricchezza. La JNF ha ricevuto contributi da Madoff e anche da altre persone che avevano guadagnato denaro grazie alle truffe di Madoff, sostenute dalla stessa JNF.

Un’altra possibile istituzione di manomorta con ampi possedimenti è la Conferenza delle Rivendicazioni Materiali Ebraiche contro la Germania. Questo fondo, stando ad Haaretz, ha ricevuto miliardi di dollari in beni immobiliari della Germania Est grazie ad una clausola della legge tedesca che lo riconosce proprietario di tutti i beni appartenenti a vittime dell’Olocausto che siano morte senza eredi. Non preoccupatevi: questi soldi non servono affatto ad aiutare i poveri vecchi ebrei. Un titolo di Haaretz ci informa che “i sopravvissuti ricevono solo una piccolissima fetta dei compensi per l’Olocausto”. Questa massa di denaro dovrebbe essere utilizzata per risarcire i gentili defraudati.

Già che ci siamo, queste ed altre istituzioni ebraiche potrebbero essere accusate non solo per le perdite relativamente contenute provocate da Madoff, ma anche per quelle molto più ampie provocate dal talmudaro Alan Greenspan e dal suo collega della Yeshiva, Ben Bernanke. Non serve a niente odiare Greenspan e chiamarlo Nemico Pubblico Numero Uno: l’importante è porre rimedio al risultato che ha ottenuto, il trasferimento massiccio di ricchezza dagli americani medi ai super-ricchi e da questi alle cause ebraiche. Tra queste ultime, il Centro per la Tolleranza Simon Wiesenthal dovrebbe essere anch’esso un obiettivo primario, il che potrebbe salvare Gerusalemme dalla mostruosità che esso prevede di costruire nel centro della città, sopra il cimitero di Mamilla. (Per essere “tolleranti” secondo gli standard del Centro Simon Wiesenthal bisogna essere sostenitori della censura e del bombardamento dell’Iran!).

Espropriare questi enti non recherebbe danno a nessuna persona onesta di origine ebrea. Al contrario: farebbe cessare il principale motivo di antagonismo tra ebrei e non ebrei. Gli ebrei si troverebbero senza più fondi separati che si prendano cura di loro e riconoscerebbero di essere nella stessa barca con i loro concittadini non ebrei. La Lobby Ebraica si ridurrebbe nuovamente alle sue dimensioni naturali, che dovrebbero essere, più o meno, pari a quelle della Lobby Cubana e gli USA si riprenderebbero dalla loro malattia.

Noi israeliani trarremmo i maggiori benefici da una simile iniziativa. Isaac Deutscher ha imputato la crescita negativa di Israele all’influsso dei super-ricchi ebrei americani: “Un ricco ebreo americano è orgoglioso, in fondo al cuore, di essere un membro del Popolo Eletto e in Israele sfrutta la propria influenza per favorire l’oscurantismo e le forze reazionarie. Tiene vivo lo spirito di esclusività e superiorità razziale voluto dal Talmud. Alimenta ed infiamma l’antagonismo verso gli arabi”. Se questa gente dovesse pagare per i suoi misfatti, non solo gli antisemiti, ma gli stessi ebrei avrebbero ottime ragioni per rallegrarsi. 

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UNA NUOVA SHOAH

by Gianluca Freda (20/12/2008 - 22:37)


Vi rendete conto che l’economia sta andando davvero giù per lo scarico quando i ricchi iniziano a frignare come agnellini e a maledire il sistema che aveva loro garantito corposi profitti fino a qualche mese prima. Finché sono operai e pensionati a finire sul marciapiede e a dover condividere le scatolette di Kitekat col gatto, tutto è nella norma. Il mondo gira secondo criteri consueti e i quotidiani non sprecano inchiostro per un cane che morde un uomo. Ma quando a piangere sono i ricchi, ecco che all’improvviso la crisi economica torna sulle prime pagine. Se poi a piangere e maledire il destino sono i ricchi per antonomasia, cioè gli esponenti della plutocratica comunità ebraica americana, allora la situazione diviene non solo preoccupante sul piano economico, ma perfino foriera di nuovi pogrom. “E’ la Notte dei Cristalli numero due!”, si lagna, col consueto senso della misura che contraddistingue questa peculiare categoria etnico-finanziaria, una ricca signora newyorkese intervistata da Alexander Cockburn (1). Cosa è successo?

E’ successo che la Bernard L. Madoff Investment Securities LLC, una società che gestiva il denaro appartenente a grandi fortune e a grandi compagnie finanziarie come Fairfield Sentry, Kingate o Optimal (del gruppo Santander) nei cosiddetti hedge funds, ha truffato i suoi investitori attraverso l’antico metodo della “truffa piramidale”. La Madoff Investment gestiva investimenti collettivi per somme assai sostanziose, incassando commissioni sui risultati ottenuti. Si tratta di un tipo di investimento non aperto al pubblico in generale, poiché richiede la disponibilità di cifre rilevanti che l’investitore medio non possiede. Un bel giorno la Madoff si è ritrovata con un buco finanziario di una cinquantina di miliardi di dollari, mandando in fumo le speranze di profitto dei suoi clienti, le loro pensioni, i loro risparmi, oltre al denaro investito da diverse organizzazioni filantropiche ebraiche che avevano avuto fiducia nel gruppo. Si tratta, tutto sommato, di una truffa di proporzioni limitate rispetto a quelle di cui siamo stati spettatori negli ultimi mesi. Ma il problema è che stavolta i truffati erano in gran parte membri della comunità ebraica americana, ai quali la società di Madoff si rivolgeva preferenzialmente per offrire i suoi servigi. E quando a perdere quattrini è un ebreo, si sa, non siamo più di fronte a uno dei tanti imbrogli finanziari che hanno duramente colpito, negli ultimi anni, la vasta comunità internazionale dei creduloni: siamo di fronte ad un nuovo olocausto.

“Madoff”, spiega il sito spagnolo 20minutos, “diceva di usare una strategia di investimento conosciuta come split strike conversion, che consiste nel comprare azioni di grandi compagnie e options di acquisto e vendita di quello stesso titolo. In questo modo è possibile guadagnare sia nei mercati al rialzo che al ribasso. Una gran parte delle banche applica questo sistema, la grande differenza è che Madoff offriva rendimenti garantiti tra l'8 e il 12% annuali, succedesse quello che succedesse in Borsa. Questo, unito alla credibilità garantitagli dall'essere stato presidente del CdA dell'indice Nasdaq, e alla sua immagine di esclusività, ha fatto sì che la fama di Madoff corresse di bocca in bocca tra i grandi milionari e le grandi banche di investimenti. Madoff convinceva i più ricchi con la sua società Fairfield Greenwich Group, con uffici anche a Madrid”. Il collasso dell’azienda di Madoff ha aperto un buco nero all’interno del ristretto circolo di ricchi ebrei che si fidano solo di altri ebrei per investire il loro denaro. Madoff si è consegnato alle autorità dopo aver confessato la truffa ai suoi clienti, ammettendo di non avere più un centesimo per rimborsarli. Attualmente è agli arresti domiciliari, fornito di elegante braccialetto elettronico donatogli dalle autorità competenti. La “truffa piramidale”, come spiega ancora 20minutos, “consiste nel pagare gli investitori con il denaro dei nuovi azionisti che via via entrano, ingannati dalla promessa di grandi redditi. Il sistema, che si conosce da almeno un centinaio di anni, funziona solo se va crescendo il numero delle nuove vittime. E' come una piramide: sulla punta i nuovi azionisti, le cui plusvalenze vanno a parare, progressivamente, sugli investitori più antichi, fino ad arrivare al primo, che si incontra al fondo. La piramide, come in questo caso, cade se non entrano più nuovi clienti. Negli Stati Uniti la frode piramidale in una delle sue versioni più sofisticate è conosciuta come Schema Ponzi. Il nome deriva da Carlo Ponzi, un emigrato italiano che, con una variante del sistema piramidale, realizzò negli anni '20, una delle maggiori truffe della storia”.

La caduta della Madoff rischia di avere effetti devastanti anche sul settore degli investimenti immobiliari newyorkesi, da sempre nelle mani del popolo eletto e perseguitato per definizione. Scrive Alexander Cockburn che gli psicoterapeuti di Manhattan che hanno per clienti alcuni grandi proprietari immobiliari (come il plutocrate Stephen Siegel, capoccione dell’agenzia di brokeraggio immobiliare CB Richard Ellis) stanno facendo affari d’oro. Quando noi persone comuni perdiamo la casa, solitamente ci rivolgiamo all’ospitalità dei familiari o alla mensa dei poveri. I ricchi ebrei si rivolgono allo strizzacervelli, contribuendo, anche nella sventura, alla sopravvivenza delle attività professionali e al benessere collettivo. “Molti investitori truffati sono rimasti segnati da una sensazione di tradimento così forte da provocare loro gravissime cicatrici psicologiche”, spiega il Dr. James Grubman, psicologo della zona di Boston. “Madoff aveva dato ai suoi investitori una quantità di valori intangibili. Aveva fatto credere alle persone di essere parte di un club esclusivo, della “società in”, degna di fare investimenti con lui”. Insomma, ciò che ha provocato i danni più gravi non è stata tanto la perdita di denaro, quanto il crollo dell’illusione di appartenere ad un circolo esclusivo di creature superiori. Per un esponente del popolo eletto dev’essere devastante. La lista delle vittime è lunga: tra le altre la Yeshiva University di New York; il Senatore Frank Lautenberg; il proprietario della squadra dei New York Mets, Fred Wilpon; il magnate degli immobili e dei media Mortimer Zuckerman; J. Ezra Merkin, responsabile dei servizi finanziari GMAC (che gestiva un hedge fund, Ascot Partners, che aveva reinvestito con Madoff molti dei fondi di beneficenza in gestione); La Fondazione per l’Umanità Elie Wiesel (che goduria); la Wunderkinder Foundation di Steven Spielberg; Jeff Katzenberg; la Fondazione di Beneficenza di Robert I. Lappin (che ha dovuto chiudere I battenti); la Carl and Ruth Shapiro Foundation; Hadassah (l’Organizzazione delle Donne Sioniste d’America, doppia goduria, anzi tripla); l’American Jewish Congress; il Technion-Israel Institute of Technology; e un sacco di altra bella gente.  

Come si vede, non si tratta di una comune truffa finanziaria, ma di una nuova Shoah, per la quale saremo ben presto costretti, con ogni probabilità, a celebrare un nuovo giorno della memoria. Cockburn dice di sperare che Spielberg, uno degli investitori colpiti dalla truffa di Madoff, ci faccia presto un film. Il Jewish Journal ha già proposto il titolo: Swindler’s list (in inglese swindler = imbroglione). Tenete pronti i fazzoletti.

 

(1) Alexander Cockburn, "It's Kristallnacht Two!" An Ethnic Cleansing in America”, sul sito www.counterpunch.org                 

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DIVENTARE ANTISEMITI (In 1 facile lezione)

by Gianluca Freda (03/10/2008 - 17:06)


“Antisemita” è qualunque persona che non vada a genio ad un ebreo.
(Fredrick Toben)
 

VI SEMBRA POSSIBILE UNA DISCUSSIONE DEL GENERE?
di Michael Santomauro  RePorterNoteBook@aol.com
dal sito Adelaide Institute
traduzione di Gianluca Freda
 

L’11 ottobre 2003 ebbi una delle esperienze più incredibili che mi siano mai capitate. Mi trovavo nel parco giochi dei bambini a Central Park, nella città di New York, dove vivo. Stavo parlando con un professore che insegna all’Accademia di Aeronautica di Long Island e che possiede una laurea in ingegneria. Si chiamava George. Mi trovavo perfettamente d’accordo con lui riguardo la perversa politica immigratoria che ci sta danneggiando.

“Il rettore della mia scuola è un irlandese: invece di dare a me la posizione di decano, l’ha conferita ad una donna indiana”.

Gli domandai se questo avesse avuto qualche effetto sul corpo studentesco. “Perché sento dire spesso che il 55% degli studenti americani d’ingegneria viene dall’estero”.

“No”, rispose lui, “è una questione di quote, perché le donne e la gente di colore vengono favoriti in questo paese”.

Allora gli dissi. “Io non ho nessun problema con il fatto che delle donne di colore vengano ammesse a ricoprire ruoli di responsabilità, purché siano americane e siano competenti”.

Gli spiegai che, secondo me, acquisire professionisti dagli altri paesi si traduce in una “fuga di cervelli” per la loro nazione di provenienza. Inoltre, danneggia i professionisti nati negli Stati Uniti.

Gli domandai se fosse d’accordo per una moratoria dell’immigrazione in America, almeno finché non fossimo stati in grado di risolvere i nostri problemi interni.

All’improvviso la sua mente si spostò verso qualcosa che non c’entrava assolutamente niente.

“Sono gli arabi la causa di tutti i problemi del mondo”.

“Io non andrei così lontano”, gli dissi, “la nostra politica estera nei confronti del Medio Oriente è piuttosto squilibrata”.

La sua mente era molto irritata.

Mi chiese: “Quanti arabi vivono in Israele?”. Risposi: “Circa il 20% della popolazione”.

Lui allora continuò: “Non c’è nessun ebreo che viva nei paesi arabi, perché allora gli arabi che vivono in Israele non possono andarsene nei paesi arabi?”.

“Ma nei paesi arabi vivono molti ebrei...”, gli dissi con calma.

Non mi ero reso conto di stare parlando con un ebreo-sionista radicale.

Iniziò ad agitarsi e mi disse: “Solo un antisemita sarebbe capace di dire che esistono ebrei che vivono nei paesi arabi”.

“Ma gli ebrei vivono davvero nei paesi arabi”.

“Impossibile”, strillò lui. “Adesso? Oggi? Lei crede che esistano ebrei che vivono nei paesi arabi?”.

“Sì, che c’è di strano?”.

“Chiunque affermi che degli ebrei vivono nei paesi arabi è un antisemita”.

Ero allibito.

Dopo questa discussione, decise di chiedermi se ero ebreo.

“No”, gli risposi, “ma lui è un ebreo-arabo”. E indicai un anziano signore seduto accanto a me sulla stessa panchina, con cui avevo avuto una breve conversazione prima di incontrare questo George.

L’anziano signore mi corresse: “Sono un ebreo del Marocco”.

Così gli domandai quanti ebrei vivessero in Marocco. “Oggi?”, domandò lui.

Feci segno di sì con la testa. “Forse 5.000, ma quando io me ne andai, nel 1967, erano 200.000”.

George allora iniziò a inveire contro il vecchio arabo-ebreo, accusandolo di mentire.

“E perché dovrebbe mentire?”, gli domandai retoricamente.

Questo George stava avendo un crollo emotivo di fronte al fatto che esistono ebrei che vivono nei paesi arabi. Ero sbigottito.

Allora chiesi al vecchio ebreo del Marocco se la guerra condotta da Israele nel 1967 fosse stata la ragione dell’esodo. “Una delle ragioni”, rispose lui. Lui era partito per la Francia e si era stabilito a Parigi. Ci spiegò che era andato via da Parigi 3 anni prima: “C’era troppo antisemitismo”.

Ora George accusava il vecchio signore di non sapere di cosa stava parlando.

Domandai a George: “Chi siamo lei o io per dire che questo signore non ha visto dell’antisemitismo a Parigi? Perché dovrebbe mentirci?”.

“Solo durante le dittature gli ebrei hanno dovuto subire del vero antisemitismo”.

E proseguì: “Come in Argentina negli anni ‘70”.

Ora iniziavo a capire il suo modo di ragionare. “Ma cosa sta dicendo? C’erano più ebrei in Argentina negli anni ’70 e ’80 che adesso. Ora che l’Argentina non è più una dittatura, gli ebrei se ne stanno andando. Se ne vanno a frotte per motivazioni economiche. E Sharon li blandisce con promesse di denaro e benefici perché vengano in Israele”.

Mi domandò quale lavoro facessi. Questo fece scattare una molla. Mi ero dimenticato di dirgli che molti dei miei clienti dei paesi arabi erano ebrei. Le loro famiglie avevano imprese di successo. Famiglie che non avevano nessuna intenzione di lasciare quei paesi. Glielo spiegai.

Mi accusò allora di antisemitismo per aver esposto questi semplici fatti. Si alzò dalla panchina agitando le braccia. “Ma di che stiamo parlando? Di falsi ebrei novantenni?”.

Allora gli chiesi se era al corrente del fatto che nei paesi arabi esistono sinagoghe, con nutrite comunità di fedeli e tanto di rabbini. Si infuriò, non aveva mai sentito dire una cosa simile in pieno 2003. “Non voglio restare seduto a fianco di un antisemita”, e se ne andò.

Il vecchio e io ci guardammo negli occhi e io gli dissi: “Questo George ha pure una laurea”. Il vecchio scrollò le spalle.

Non avrei mai creduto, neppure in un milione di anni, che qualcuno potesse dirmi: “Solo un antisemita potrebbe credere che esistono ebrei che vivono nei paesi arabi”. Ero stato fortunato a trovarmi seduto proprio di fianco ad un ebreo del Marocco, conosciuto pochi minuti prima. Più tardi, lui mi fece da testimone di fronte a mia moglie quando le spiegai cos’era accaduto. Se di questo episodio avessi semplicemente sentito parlare, probabilmente non lo avrei mai messo per iscritto. A chi sembrerebbe verosimile una discussione del genere? La mia passeggiata nel parco mi insegnò che non è sufficiente essere istruiti per essere intelligenti o saggi.

Pace.

Michael Santomauro
Direttore Editoriale
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253 West 72nd street #1711
New York, NY 10023
212-787-7891

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L'OLOCAUSTO: UNA BUFALA DI CUI LIBERARSI

by Gianluca Freda (02/10/2008 - 00:07)


Fredrick Toben, storico e studioso dell’olocausto, è stato arrestato oggi all’aeroporto londinese di Heathrow, sulla base di un mandato di cattura europeo emesso su richiesta delle autorità tedesche. Si tratta dell’ennesimo caso di persecuzione del libero pensiero e della ricerca storica. Toben aveva osato non solo dire (che per i padroni dell’occidente sarebbe poca cosa), ma, ahilui, dimostrare quella verità con cui ogni europeo dotato di senso critico in decenti condizioni ormai non può più fare a meno di confrontarsi: che l’olocausto ebraico è stato una gigantesca bufala, inventata nel dopoguerra come mitologia su cui fondare l’ordine coloniale che dal 1945 vige in Europa e che ha raggiunto di recente punte di repressione e violenza mai viste prima. Toben è uno dei molti studiosi dell’olocausto oggi in carcere per aver svolto ricerche sulle presunte “camere a gas”, sui presunti “sei milioni di morti di ebrei”, sul presunto “sterminio su base razziale” di Hitler. Persone incarcerate per aver indagato, con gli strumenti della storiografia, su quegli eventi lontani e per aver scoperto – fin troppo facilmente – la verità: che erano pure invenzioni propagandistiche, create per tenere in piedi l’ordine mondiale usraeliano che ci domina da oltre sessant’anni e che, nel momento del crollo dei suoi pilastri ideologici, mostra la faccia più feroce.

Toben, 64 anni, è un australiano di origine tedesca, fondatore e gestore dell’Adelaide Institute, un sito australiano che si occupa da anni di proporre testimonianze, ricerche e saggistica sull’olocausto e la sua mitologia. Fu arrestato una prima volta nel 1999 mentre svolgeva, insieme a Robert Faurisson, alcune indagini sul campo di concentramento di Auschwitz. Fu condannato a 10 mesi di carcere, ma avendo già scontato 7 mesi in attesa del processo, fu rilasciato dietro pagamento di una cauzione di 5000 dollari. Nel 2000 fu preso di mira dalla Australian Human Rights and Equal Opportunity Commission, che ordinò – senza averne alcun diritto - di chiudere il suo sito internet e scusarsi con le persone che aveva offeso. Nonostante tale ordinanza, Toben si rifiutò di chiudere il sito, che è ancora oggi visibile e consultabile con la sua notevole mole di materiale. Oggi questa decisione ha portato al suo arresto con l’accusa di aver pubblicato “materiale di natura antisemita e/o revisionista”. Se vi fate un giro su internet, troverete il nome di Toben accompagnato, il più delle volte, dalle consuete etichette politiche con cui la psicopolizia occidentale marchia a fuoco chi mette in discussione gli dei del nuovo ordine mondiale: neonazista, antisemita, negazionista dell’olocausto. Lo scopo di queste etichette è quello di bloccare sul nascere ogni discussione sull’oggetto della controversia storica, screditando preventivamente, come fanatici sanguinari, le persone di coloro che si permettono di indagare sull’unico fenomeno storico su cui le indagini non sono consentite. Toben sapeva bene che le sue ricerche gli sarebbero costate, prima o dopo, non solo la carriera, ma la stessa libertà personale. Se nel marciume morale in cui stiamo affondando il mettere a repentaglio la propria vita e la propria libertà personale per la ricerca della verità storica è ancora un atto di coraggio, allora Toben è uno dei pochi uomini di coraggio rimasti in questa miserabile colonia ebreo-americana che ci ostiniamo a chiamare “Europa”. Senza dubbio, io lo considero tale. Scrive Toben sul suo sito:

“Sono costretto ad operare sotto un’ordinanza-bavaglio della Corte Federale d’Australia che mi proibisce di mettere in discussione/negare i tre pilastri su cui si fonda la storia/leggenda/mito della Shoah/Olocausto:

1 – Che durante la II Guerra Mondiale la Germania abbia condotto una politica di sterminio contro gli ebrei d’Europa;

2 – Che abbia ucciso sei milioni di questi ultimi;

3 – Che per farlo abbia utilizzato l’arma omicida delle camere a gas.

E’ impossibile discutere dell’Olocausto con simili restrizioni. Mi limito pertanto a riferire quelle questioni che non mi è consentito esporre. Per esempio, se io affermassi che l’Olocausto è:

1 – Una menzogna;

2 – Che non sono mai morti sei milioni  di ebrei, o;

3 -  Che le camere a gas non sono mai esistite;

allora starei semplicemente riferendo ciò che altri esperti revisionisti - come i professori Butz, Faurisson e altri – affermano pubblicamente. Chiunque rifiuti di credere in questi pilastri dell’ortodossia si troverà a fronteggiare una forza di repressione diffusa in tutto il mondo che userà qualunque mezzo per distruggere le voci di dissenso. Il punto è che questi pilastri non hanno alcun fondamento concreto, benché tentativi di dotarli di tali fondamenti siano stati condotti per decenni, senza successo. Le ultime vittime incarcerate per aver rifiutato di CREDERE nella favola dell’Olocausto/Shoah sono Germar Rudolf, Ernst Zündel & Sylvia Stolz in Germania; Siegfried Verbeke in Belgio e Wolfgang Fröhlich & Gerd Honsik in Austria.

Se desiderate iniziare a dubitare della favola dell’Olocausto/Shoah, dovrete essere pronti al sacrificio personale, essere preparati alla distruzione del vostro matrimonio e della vostra famiglia, a rinunciare alla carriera, a finire in prigione. Questo perché i Revisionisti, tra le altre cose, stanno smantellando un’industria multimiliardaria che i sostenitori dell’Olocausto/Shoah intendono difendere, così come la sopravvivenza di Israele, Stato razzista e sionista. Perciò non piangete quando busseranno alla vostra porta per strapparvi alle vostre famiglie e ai vostri amici. Simili esperienze forgiano il carattere. I Revisionisti non sono sciocchi o ingenui, ma realisti, come si addice a chi persegue ancora ideali vivifici come Amore, Verità, Onore, Giustizia, Bellezza.

Alcune definizioni:

a) Un antisemita è qualcuno che disprezza gli ebrei in quanto ebrei, cosa che io ripudio con tutte le mie forze: non incolpate gli ebrei, incolpate chi si piega alle loro pressioni.

b) Il termine “antisemita” è in sé stesso un problema, riferendosi a un tipo di linguaggio che comprende anche parlanti di lingua araba, non solo di lingua ebraica; entrambi questi popoli usano linguaggi di origine semitica;

c) Un antisemita è qualcosa che gli ebrei odiano;

d) L’antisemitismo è una malattia. La si contrae spesso dal comportamento degli ebrei”.

Nel mio piccolo, aggiungerei che al Revisionismo Storico appartengono anche alcuni studiosi, come David Cole, che sono essi stessi ebrei. Altri studiosi ebrei, come Norman Finkelstein (autore del libro L’industria dell’Olocausto), pur non potendo – o non volendo - definirsi revisionisti, hanno svolto ricerche e pubblicato saggi che avvalorano diversi punti delle tesi revisioniste. Non so quanto potrà ancora durare questa repressione contro tutti quegli uomini che stanno tentando, a rischio della propria libertà, di affrancare l’Europa dal senso di colpa fittizio con cui da più di mezzo secolo viene tenuta in stato di servitù. Ogni sottomissione si fonda sul meccanismo della colpa, quello che ogni vincitore si affretta ad imporre al vinto. Il sentimento di colpa è una delle nostre principali catene e – come l’arresto di Toben dimostra – i nostri carcerieri vogliono che resti ben solida. Nessuna civiltà, però, può battersi il petto in eterno e i segni di una non troppo remota liberazione dal cilicio imposto dai vincitori può essere colta nello stesso furore con cui gli storici Revisionisti vengono perseguitati e zittiti. Come disse una volta Robert Faurisson: “Il futuro dei Revisionisti potrà essere nero, ma, al contrario, il futuro del Revisionismo mi appare estremamente roseo”.

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ORGOGLIO E PREGIUDIZIO

by Gianluca Freda (11/06/2008 - 01:28)


IN DIFESA DEL PREGIUDIZIO
di Israel Shamir
tratto da The Truth Seeker, 8 giugno 2008
Traduzione di Gianluca Freda
 

Al di là del Golden Gate, su una riva sabbiosa del freddo Nord Pacifico, costellata di rocce nere e frequentata dalle sirene, riposa Marin County. In questa deliziosa zona della California, non sono le sirene a sedurre i marinai; gruppi di ben nutriti mammiferi (chiamati anche lamantini o mucche di mare) si affollano pacificamente sulla spiaggia, accanto ad umani altrettanto pacifici e tranquilli. Costoro (gli umani, non le mucche di mare) sono esseri piacevoli, biondi e abbronzati, amanti dello yachting, del vino bianco e della poesia Sufi; o almeno così mi sono sembrati durante una mia visita occasionale. La vita confortevole non rende i residenti indolenti e pigri, forse grazie al clima corroborante: Marine County è patria di una stirpe rara, quella dei radicali americani. Ho più lettori e amici laggiù che in tutta la città di New York.

Più di una volta mi sono sorpreso a pensare: la California del Nord e la sua gente sono troppo in gamba per gli Stati Uniti. Il confine dovrebbe essere posto a Monterey. Che gli Yankee si tengano i quartieri di Los Angeles pieni di avvocati zannuti, le loro spose dalle spalle larghe, i somministratori di steroidi e le divette siliconate che provvedono al loro sostentamento. La California del Nord dovrebbe fare l’autostop a qualche grossa balena e spostarsi sulla sponda atlantica dell’Europa, da qualche parte vicino alla Normandia. Non è un caso che questa striscia di terra sia appartenuta un tempo alla Russia e che della Russia abbia conservato parte della passione, anche se si affaccia sul Pacifico anziché sul Baltico.

Il loro giornale locale, il Coastal Post, è incredibilmente libero dal servilismo verso la Lobby. Così libero da aver perfino pubblicato il mio articolo Carter and Swarm, in difesa del presidente Jimmy Carter, dopo che egli aveva oltrepassato i limiti [per le sue denunce contro i crimini di Israele a Gaza, NdT] e la Lobby lo aveva messo sulla sua lista nera, minacciandolo di azioni giudiziarie in base a una bizzarra legge del 1799. La feroce polizia politica degli ebrei, la ADL (Anti Defamation League), ha attaccato il giornale e me, “opponendosi alla perpetuazione di stereotipi senza fondamento sull’esistenza di una malefica cabala ebraica che “preme per la guerra”, nonché ad altri stereotipi di Shamir, come quello dei “padroni ebraici dei media” che “tengono in pugno la politica dei partiti”.    

Questa è la mia replica agli attacchi dell’ADL.

IN DIFESA DEL PREGIUDIZIO

Stereotipi e pregiudizi sono una legittima parte della nostra vita. Essi esistono per rendere la nostra vita più facile. Se camminate per le strade buie di un sobborgo cittadino e notate un gruppo di teenager maschi, senza neanche una donna tra loro, il vostro pregiudizio vi spingerà ad eseguire una prudente deviazione. Se un vagabondo straccione cerca di vendervi un orologio d’oro, il vostro pregiudizio vi consiglierà di evitare di concludere l’affare. Se un’affascinante straniera vi chiede di andare a letto con lei, il vostro pregiudizio vi suggerirà di usare un profilattico o di darvela a gambe. La ADL ha ragione nel dire che esiste uno stereotipo sulla “malefica cabala ebraica” che “preme per la guerra”, e anche sull’esistenza di “padroni ebraici dei media” che “tengono in pugno la politica dei partiti”.

Uno stereotipo, o un pregiudizio, di solito è il risultato di una serie di esperienze spiacevoli compiute da persone che non li avevano tenuti in considerazione. I teenagers suburbani potrebbero malmenarvi, il vagabondo sta probabilmente cercando di liberarsi di merce che scotta, una sgualdrina sfacciata potrebbe attaccarvi la gonorrea. E le organizzazioni ebraiche hanno “premuto” per la Seconda Guerra Mondiale, per la guerra in Iraq e ora premono per la guerra contro Iran e Siria, il tutto mentre appoggiano l’apartheid in Israele. Giornali americani di grande diffusione, dal New York Times al Washington Post, dal Chicago Tribune al Los Angeles Times, hanno padroni ebraici e sono allineati con le posizioni dei partiti.

Il pregiudizio rende difficile la vita delle persone colpite dagli stereotipi, e questo a volte è ingiusto: il vagabondo potrebbe anche essere l’erede e legittimo proprietario dell’orologio d’oro, l’affascinante straniera potrebbe essere una casta creatura ammaliata dalla vostra bellezza e prestanza, i teenagers potrebbero stare discutendo del mito della caverna platonico; così come il riservato Israel Taub, ottuagenario discendente di una grande dinastia Hassidica, principe ebreo di qualcosa, sta in effetti spendendo il proprio patrimonio personale per ricostruire le case palestinesi distrutte dai soldati israeliani. Insieme al principe palestinese Nashashibi e al professore “WASP” McGowan, ha fatto costruire un memoriale in onore delle vittime del massacro di Deir Yassin, perpetrato dai sionisti. Secondo lui, Jimmy Carter ha ragione e l’AIPAC è perfino peggiore dei devastatori israeliani. Tuttavia, uomini del genere rappresentano più l’eccezione che la regola e negli incontri incidentali la persona prudente si limiterà a sperare per il meglio, aspettandosi il peggio.

Se una persona non ama i pregiudizi e gli stereotipi, può combatterli. Esiste un ottimo, benché difficile, sistema per combattere uno stereotipo che non vi piace: comportarsi in modo contrario allo stereotipo. Alla fine del 19° secolo, gli asiatici erano bollati come gente debole e sfaccendata, condannata dal destino a sottomettersi all’uomo bianco. Ai giapponesi questo stereotipo non piaceva, così si rimboccarono le maniche e affondarono la flotta russa, prima di fare la stessa cosa a quella americana. Negli anni ’50, le merci giapponesi erano considerate “patacche”. Loro non se la presero a male, ma si impegnarono di più e con l’arrivo degli anni ’80 le automobili giapponesi diventarono sinonimo di qualità.

Quindi, il pregiudizio può essere sconfitto. Se vivete in un ghetto, siate gentile verso gli stranieri e trasformate il vostro ghetto in un posto piacevole da visitare, dimostrando così che il pregiudizio è senza fondamento. E’ quello che hanno fatto i cinesi, i quali furono oggetto di terribili pregiudizi all’inizio del 20° secolo. Si misero d’accordo, eliminarono la piccola criminalità, e oggi il loro ghetto, Chinatown, è un posto delizioso in cui fare una passeggiata o andare fuori a cena. Il pregiudizio verso i cinesi scomparve, o rimase limitato a Mia Farrow.

Anche gli ebrei hanno combattuto diverse volte contro il pregiudizio e tutte le volte hanno vinto. Nel 18° secolo li si considerava degli analfabeti che vivevano ancora nel medioevo. Nel 19° secolo li si considerava non umani. Ogni volta, essi ascoltavano la saggezza contenuta negli stereotipi e si davano da fare per correggere il proprio comportamento. Possono farlo anche oggi. Possono dedicarsi a lavori che producano benessere generale, ripudiare le banche e i mercati azionari, fare regali di Natale, chiedere “il ritiro delle truppe dall’Iraq e nessun aiuto per Israele, che pratica l’apartheid”, mostrarsi amichevoli verso i propri vicini non ebrei. Non demonizzate e non minacciate di azioni legali chiunque non sia d’accordo con voi. Non trasformate i media nella vostra riserva privata. Provate a fare ciò e vedrete gli stereotipi appassire e dissolversi. In effetti, il sionismo era nato con l’idea di combattere gli stereotipi contro gli ebrei trasformando il denaro degli ebrei e i loro uomini nei media in contadini e soldati. Questo progetto ebbe un parziale successo, ma le vecchie abitudini sono dure a morire.

La ADL e i suoi ricchi sostenitori ebrei hanno scelto una strada più facile: aderire agli stereotipi e intimidire coloro che ne notano la rilevanza. Tutti insieme, essi corrispondono alla lettera allo stereotipo: sono guerrafondai (contro l’Iraq e ora contro l’Iran), nemici della libertà di parola (vedi attacchi contro Carter), protettori di farabutti (ricordate Marc Rich? [1]), spiano i dissidenti (come nel caso Blankfort in California [2]), abusano del sistema legale (facendo causa ai loro oppositori ideologici), agiscono come una casta (difendendo e nascondendo i crimini di Israele). E si permettono pure di parlare di “perpetuazione di stereotipi senza fondamento”! Di questo passo ci aspettiamo che una Spaghetteria si metta a combattere contro lo stereotipo degli italiani mangiaspaghetti.

Agli ebrei piace molto applicare stereotipi e pregiudizi, ma solo se li si applica a qualcun altro. Michael Kinsley, stella dell’opinionismo ebraico (Harvard, Oxford, LA Times, Slate, CNN, New Republic, Time, Economist, Harper), ha sdoganato gli stereotipi contro gli arabi:

“Se dei facinorosi minacciano qualcuno perché ha le sembianze di un arabo, questo è razzismo [perché viene fatto da altri, ISH] . Ma quando gli agenti di sicurezza di un aeroporto chiamano in disparte persone dalle sembianze arabe per un’ispezione più approfondita, questa è un’altra cosa [perché avviene sotto il controllo di un bravo ebreo, il signor Chertoff, ISH], infatti gli agenti dell’aeroporto hanno un motivo razionale per ciò che fanno. Un uomo dalle sembianze arabe che si dirige verso un aereo ha maggiori probabilità statistiche di essere un terrorista. Questa probabilità è infinitesimale, ma l’intera faccenda degli aeroporti è fondata su probabilità infinitesimali”.

Beh, l’intera faccenda della vita è fondata su probabilità molto piccole, ma le probabilità che un ebreo medio sia violentemente anti-arabo, guerrafondaio, nemico dell’Iran e sdraiato sulla linea del proprio partito non sono piccole per niente. Sono più che vincenti, tanto sul rosso quanto sul nero. Vi sono eccezioni, le quali sono però consapevoli di essere eccezioni. Gli stereotipi contro gli ebrei sono più che giustificabili e solo un cambiamento nei loro atteggiamenti potrà modificare questa situazione.

La ADL rappresenta un cattivo esempio per gli altri gruppi. Invece di darsi da fare per cambiare il proprio atteggiamento, fanno la fotocopia degli ebrei e poi si lamentano dei pregiudizi. Se i giapponesi avessero fatto così, oggi produrrebbero ancora automobili patacca, ma le leggi contro la discriminazione ci impedirebbero di dirlo. Le leggi contro la discriminazione e il politically correct possono mettere a tacere un problema, ma mai risolverlo.

Io ne so qualcosa: la comunità russa in cui vivevo aveva dei problemi d’immagine in un Israele noto per i suoi pregiudizi. Invece di frignare, i russi crearono un proprio teatro, oggi probabilmente il migliore in Israele, fondarono propri giornali e propri partiti politici, e alla fine si guadagnarono rispetto. Certo, furono aiutati molto dalla Russia di Putin, che diede nuovo vigore all’orgoglio russo. In California ho conosciuto i Musulmani Neri, uomini e donne stimati e dall’abbigliamento elegante, che si fanno rispettare senza bisogno di appellarsi alle leggi contro la discriminazione. Mi ricordano il giovane senatore Barak Obama, un altro leader che non ha bisogno del consenso né della difesa di nessuno.

Le persone devono essere uguali di fronte alla legge, questo è inutile dirlo. Ma stereotipi e pregiudizi di solito corrispondono alla realtà e cambieranno solo quando la realtà verrà cambiata.

La ADL non è uno strumento di prevenzione degli stereotipi, ma un’importante causa della loro perpetuazione. Con il loro esercito di avvocati, le loro risorse apparentemente illimitate e il loro accesso al potere, essi potrebbero impedire ogni pubblica espressione dei sentimenti collettivi. Ma non possono impedire i sentimenti, e i sentimenti repressi esploderanno prima o poi con forza più grande e devastante. Essi stanno ripetendo l’errore dei sovietici: il Partito aveva vietato le critiche, la gente aveva represso i propri sentimenti, ma la loro esplosione spazzò via le regole del Partito. I regimi democratici garantivano la libertà di parola e le critiche perché ciò rappresentava una valvola di sfogo ai sentimenti del popolo e attenuava la necessità di rivoluzioni violente. Oggi, col suo supremo potere di censura e intimidazione, l’ebraismo organizzato ha quasi recuperato il terreno perduto dal Partito.

Se gli aspiranti alla presidenza della Repubblica di tutti e tre i maggiori partiti vanno, col cappello in mano, a proclamare la loro fedeltà all’AIPAC, se un ex presidente non può esprimere il suo punto di vista senza essere brutalmente intimidito dalla ADL, allora l’America potrebbe aver bisogno di una rivoluzione per riprendersi la libertà di esprimere i propri sentimenti, a meno che il branco di frignoni degli attivisti della ADL non venga, in qualche modo, rimesso in riga prima che ciò accada.   

 

Note del traduttore:     

 [1] Marc David Reich è un commerciante ebreo-americano che nel 1983 fuggì dagli Stati Uniti per rifugiarsi in Svizzera. Era accusato (dal futuro sindaco di New York Rudolph Giuliani, all’epoca procuratore distrettuale) di evasione fiscale e di aver commerciato illegalmente petrolio con l’Iran durante la crisi degli ostaggi americani. Ottenne nel 2001, su pressione delle lobby ebraiche, il perdono presidenziale da Bill Clinton, poche ore prima che quest’ultimo lasciasse l’ufficio ovale a George W. Bush.

[2] Jeffrey Blankfort è un conduttore e produttore di programmi radiofonici per l’emittente KZYX di Mendocino, California. E’ giornalista dal 1970, si è sempre battuto per i diritti umani dei palestinesi e ha scritto molti articoli sull’argomento. E’ stato editore del Middle East Labor Bulletin e co-fondatore della Coalizione per la Palestina. Nel febbraio 2002 ha vinto una causa contro l’ADL per lo spionaggio illegale su vasta scala che era stato messo in opera ai suoi danni e a quelli di altri gruppi e attivisti politici (compresi alcuni attivisti anti-apartheid).

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LA FIERA DELL'IGNOMINIA

by Gianluca Freda (06/05/2008 - 16:20)


IL SALONE DI TORINO CONTESTATO
di Valerio Evangelisti
dal sito www.carmillaonline.com
 

Il 10 maggio ci sarà, a Torino, una manifestazione nazionale contro il Salone del Libro di Torino. Credo che sia la prima volta che viene indetto un corteo contro una fiera letteraria. Eppure, prima di chiedersi se ciò abbia un senso, ci si dovrebbe domandare quanto di effettivamente letterario ci sia nel Salone del Libro, e quanto invece vi sia di politico.

La scelta della Salone del Libro di Torino di celebrare la nascita dello Stato di Israele, alla base della protesta, ha origini sospette e contenuti ambigui.

Non è normale che a proporre (imporre?) l'evento alla Fiera del Libro di Torino e al Salone del Libro di Parigi sia stato lo stesso governo israeliano. Di solito, eventi del genere sono proposti dal Ministero della Cultura di un paese, dall'associazione degli editori o da organi simili.

Non è normale che gli autori invitati, per partecipare al Salone di Parigi, abbiano dovuto sottoscrivere una dichiarazione con la quale si impegnavano a non criticare il loro governo (vedi qui).

Non è normale fingere di ignorare che la data del 1948 celebra sia la nascita di Israele che la cacciata di centinaia di migliaia di palestinesi, con il terrore, dai luoghi in cui vivevano da secoli. Ciò è stato ampiamente documentato, tra gli altri, dallo storico Benny Morris (per inciso, israeliano e nazionalista) nel suo libro The Birth of the Palestinian Refugee Problem, Cambridge University Press, 2004, sulla base di una massa di documenti (si veda anche E.L. Rogan, A. Shlahim ed., The War for Palestine. Rewriting the History of 1948, Cambridge University Press, 2001). Celebrare un evento significa celebrare anche l'altro, concomitante.

Non è normale che la celebrazione della nascita di uno Stato - cosa abbastanza incongrua in una manifestazione letteraria - avvenga proprio mentre quello Stato, reduce dai bombardamenti sul Libano che nessuno ha dimenticato, attua su Gaza la più feroce delle sue azioni di strangolamento, tagliando l’elettricità, i rifornimenti alimentari, i medicinali e impedendo persino il transito delle ambulanze (già 130 palestinesi di ogni età, ammalati gravi, sono morti per questo).

Si dirà che a Gaza predomina Hamas. E' vero, ma proprio Israele ha incoraggiato la crescita di Hamas, quando le serviva per logorare le altre forze palestinesi. Si veda J. Dray, D. Sieffert, La guerre israélienne de l'information. Désinformation et fausses symétries dans le conflit israélo-palestinien, La Découverte, Paris, 2002, pp. 53 ss. La stessa azione ha svolto l'assieme dell'Occidente. Lo ha documentato, tra molti altri, Alain Gresh, in una serie di articoli su Le Monde Diplomatique - per esempio questo. Gresh, sia detto per inciso, è di origine ebraica.

Non è normale, anche se rientra nel novero della mera goffaggine, tirare uno schiaffo all'Egitto, ritirando all’ultimo momento l’invito che gli era stato rivolto, sia pure informalmente.

La storia dei governi di Israele successiva al 1948 non è tanto più gloriosa, malgrado l'epica che le è stata costruita sopra.

Da ragazzino fui ingannato anch'io, e credetti che la "guerra dei sei giorni" fosse stata combattuta dal Davide Israele contro un Golia rappresentato dai paesi arabi aggressori. Persino questa realtà un tempo certa appare dubbia, dopo il libro di Benny Morris Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001. Ed. Rizzoli, 2001. Ciò che seguì è noto e non sto a riassumerlo. Una serie ininterrotta di espansioni territoriali giustificate con l’invocazione di un perenne “diritto all’autodifesa”.

Mi preme solo sottolineare, perché poco nota, l’azione internazionale svolta dallo Stato di Israele in quadranti del mondo estranei ai conflitti in cui era coinvolto.

Israele ha sempre sostenuto i Duvalier di Haiti, padre e figlio. Ha inviato armi e consulenti in Guatemala, in Honduras e tra i contras che attaccavano il Nicaragua sandinista. Ha tuttora forze consistenti impiegate nella sanguinosa antiguerriglia del presidente colombiano Uribe. Per non parlare del costante sostegno israeliano al Sudafrica pre-Mandela e ad altri regimi reazionari africani.

Del resto il regime interno israeliano, malgrado le apparenti forme democratiche, somiglia tantissimo all'apartheid del vecchio Sudafrica. Nessun arabo palestinese inglobato fin dal 1948, pur avendo cittadinanza israeliana da decenni, è ammesso nell'esercito, per dirne una. Il resto lo lascio alla testimonianza di un israeliano coraggioso, Yoram Binur, che si finse palestinese e in un libro, Il mio nemico, ed. Leonardo, 1981, narrò la sua esperienza terrificante. Binur non è affatto un filo-palestinese, tutt'altro. Si limitò a raccontare la verità.

Una verità che non ha fatto che peggiorare. E' sotto gli occhi di tutti lo scandalo degli insediamenti di coloni ebraici in Gaza e Cisgiordania. Quanto più Israele si impegnava ufficialmente ad abbatterne, tanto più se ne costruivano. Ciò in nome del sempiterno richiamo al "diritto di Israele alla sopravvivenza", alibi per commettere crimini d'ogni tipo chiamati “autodifesa”.

E' vero che frazioni di palestinesi, nella loro storia, si sono macchiate e si macchiano di eccessi sanguinosi, però non è superflua la domanda: chi ha cominciato? La Seconda Intifada iniziò con ragazzini che tiravano sassi. Solo dopo che quasi cento palestinesi erano morti, inclusi molti bambini, cadde il primo israeliano.

Analogamente, il "terrorismo palestinese" su larga scala nacque verso il 1968, venti anni dopo il terrorismo israeliano sui palestinesi e lo svuotamento della Palestina dalla sua popolazione originaria.

Attualmente, oltre a strangolare Gaza e Cisgiordania, il governo di Israele ha cominciato a infierire anche sui palestinesi che hanno la sua cittadinanza.

Creato il nemico, spintolo all'integralismo islamico, riaffiorano i propositi di cancellarlo per sempre, proprio come etnia. Persino alcuni ministri israeliani ne parlano senza riserve.

E questo lo Stato cui il Salone del Libro di Torino intende rendere onore, celebrandone la nascita: una specie di apologia del colonialismo moderno.

E ora veniamo al tema degli scrittori. La protesta contro il Salone del Libro di Torino equivale a una condanna al rogo di autori e opere?

Già una selezione di scrittori imposta dal governo Olmert, dalle sue ambasciate e dai suoi uffici di propaganda, dietro sottoscrizione (almeno a Parigi) di un impegno a non criticare le proprie autorità nazionali, risulta sospetta.

Si obietterà che gli scrittori israeliani popolari in Europa sono notoriamente “dissidenti”. Grande abbaglio. I nomi più illustri circondati da tale fama, Grossman, Oz, Yehoshua, si sono pronunciati a favore dei bombardamenti sul Libano (Grossman con tardivi ripensamenti) e, nel caso di Yehoshua, a favore del "muro della vergogna". Quest'ultimo ha anzi dichiarato a un quotidiano italiano che non vorrebbe mai avere un arabo per vicino di casa. La loro indipendenza dal potere è una leggenda che circola solo dalle nostre parti. Non è un caso se altri importanti scrittori israeliani, come Benny Ziffer, responsabile del supplemento culturale del quotidiano Haaretz, non solo hanno denunciato l’atteggiamento di Grossman e compari, ma, per primi, hanno incitato a boicottare i Saloni di Parigi e Torino (vedi qui). Lo scrittore Jamil Hilal, di cui Ernesto Ferrero aveva preannunciato la presenza a Torino, ha replicato molto seccamente: “Non parteciperei in alcun modo a un evento che legittima l'occupazione coloniale di Israele e lo strangolamento dei palestinesi della Striscia di Gaza, e in un'occasione che segna la sottrazione della terra e la pulizia etnica del popolo palestinese.”

La cultura ebraica in tutto ciò non c'entra nulla. L'ebraismo non è una razza, bensì una religione con la serie di tradizioni che l'accompagnano. Se vogliamo “un popolo”, però alla luce di quelle tradizioni, non di connotazioni etniche. Gli ebrei, nel mondo, hanno posizioni molto diverse. Tanti israeliani spesso non hanno religione alcuna, e sono classificati come tali per via delle credenze dei genitori. Tel Aviv è una delle città più laiche al mondo.

Qui non si parla di ebraismo, bensì di geopolitica. Certo, contro chi critichi la politica del governo israeliano scatta regolarmente l’accusa di antisemitismo. Accusa che ha smontato con molta efficacia l’ebreo americano Norman G. Finkelstein in uno studio molto accurato: Beyond Chutzpah. On the Misuse of Anti-Semitism and the Abuse of History, University of California Press, 2005.

Al di là delle singole personalità partecipanti, la protesta che investe il Salone del Libro di Torino non è contro autori e opere, né tantomeno contro "gli ebrei", ma contro un'operazione propagandistica concordata tra governi.

Aggiungo alcuni elementi.

Di recente, lo storico e scrittore israeliano Ilan Pappé (di lui si veda, tra l’altro, A History of Modern Palestine, Cambridge University Press, 2004) è stato costretto, per le minacce che riceveva in Israele, a lasciare la cattedra che occupava presso l'università di Haifa e a trasferirsi in Inghilterra.

Propugnava la convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi.

Potremmo dirlo fortunato. Se non altro si è salvato la vita. I vari governi israeliani hanno assassinato moltissimi scrittori, poeti, intellettuali palestinesi, da Ghassan Kanafani, a Wael Zwaiter, traduttore in italiano de Le mille e una notte (Alberto Moravia, che gli era amico, dedicò alla sua scomparsa uno dei suoi articoli migliori), a Naïm Khader, che era solo un uomo di pace. Più decine di altri, uniti dal torto di dare alla causa palestinese un’intelligenza.

Domanda: è giusto glorificare in un Salone del Libro uno Stato (non una "cultura", ma una successione di governi ispirati alle stesse linee) che esilia scrittori propri ed elimina, tramite sicari, scrittori appartenenti a una diversa etnia che si intende cancellare?

Io lo trovo disgustoso.

PS. Tutti gli autori citati nel mio pezzo, nessuno escluso, sono israeliani oppure ebrei, a volte di nascita e a volte di religione.

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FRITTURA D'ARIA

by Gianluca Freda (07/04/2008 - 23:41)


Mi scrive un lettore:

Egr. Sig. Freda,

al posto di invitare a boicottare Israele, giusto perchè è di moda in una certa controcultura italiana e per mera ed insensata ottusità, boicotti i simboli di cui si circonda sul suo sito o, ancor meglio, inviti a boicottare le olimpiadi di Pechino.
La leggenda ebraica? La lotta di liberazione sovietica? La libertà di opinione è una cosa grande e sacrosanta ma non deve creare ed alimentare sentimenti di odio e disprezzo.
Non mi permetto consigli, ma accetti solo un suggerimento in pace e armonia (qualità profonde di cui è pregna la cultura ebraica), al posto di limitarsi a leggere la storia in superficie, lo faccia osservando nelle profonde pieghe, che solo le persone attente alla verità riescono a vedere.
Shalom.

Giovanni

 
Gentile signor Giovanni,

facendo appello a tutta la pace e armonia di cui attualmente dispongo (certo inferiori a quelle che Israele diffonde a piene mani a Gaza, negli insediamenti dei coloni e nei territori occupati in generale; ma si sa, con noi goym bisogna accontentarsi) mi permetto di offrirle anch’io un modesto suggerimento: non confonda mai la libertà d’opinione, che – come lei giustamente sottolinea -  è cosa grande e sacrosanta, con la libertà di diffondere aria fritta al posto di concetti e argomentazioni. Le opinioni espresse in questo sito possono non piacere, e infatti non piacciono, a molti. Ma condivisibili o incondivisibili che siano, sono sempre opinioni argomentate, non sequele di luoghi comuni. E’ sicuro che si possa dire altrettanto della sua cortese missiva?

Lei scrive che il boicottaggio contro Israele è “di moda”. Magari, dico io. Se così fosse non riceverei ogni mese decine di mail come la sua. Nel nostro paese i due (?) principali schieramenti politici fanno a gara tra loro per offrirsi a Israele come zerbino. Fini rinnega con nonchalance i suoi trascorsi ideologici per genuflettersi con la kippà in testa di fronte ai leader sionisti. Prodi invita Olmert a Roma solo per lasciarsi teleguidare dalle sue direttive e ripetere come una filastrocca i discorsi che il premier israeliano gli ha fatto imparare a memoria. Berlusconi candida l’estremista Fiamma Nirestein in ossequio agli ordini ricevuti, pur sapendo che è malvista dai suoi elettori e che, una volta entrata in Parlamento, farà politica (come lei stessa ha dichiarato) nell’interesse di Israele e non del paese in cui è stata eletta. E questo solo per restare in Italia. Se ci spostiamo nel resto del mondo, le cose non cambiano molto. Angela Merkel si è recentemente recata in Israele per mettere in scena un umiliante atto di contrizione suo e del suo popolo di fronte a un Parlamento straniero, per colpe commesse solo in parte e ormai antiche quanto la radio a galena. Tony Blair, durante il suo mandato di Primo Ministro, è stato così ansioso di servire Israele da accettare di fronteggiare la rivolta del suo stesso governo pur di non condannare la criminale invasione del Libano nell’estate 2006. In Canada, Stockwell Day, ministro della pubblica sicurezza, ha appena firmato con Israele un patto per «migliorare la cooperazione nel settore della sicurezza pubblica», il che vuol dire, in soldoni, consentire agli agenti israeliani di infiltrarsi nei servizi segreti del Canada, nei suoi corpi di polizia, nei suoi servizi correzionali. E sorvolo sugli Stati Uniti, paese i cui interessi nazionali sono ormai indistinguibili da quelli delle lobby ebraiche che finanziano le sue istituzioni e le sue cariche pubbliche. Dove la vede, caro Giovanni, la “moda” del boicottaggio contro Israele? Io vedo l’esatto contrario, almeno finché le parole avranno la funzione di esprimere la realtà del mondo. Le sue parole mi sembra che abbiano una funzione diversa: quella di creare un mondo alternativo in cui boicottare Israele è “di moda” e gli israeliani, poverini, sono odiati e bistrattati da tutti. Vittimismo. Parole in libertà. Aria fritta.

Altro esempio di aria fritta: lei scrive che la cultura ebraica è piena di “elementi di pace e di armonia”. E’ come dire che la pioggia, quasi sempre, è un po’ umida. Una frase così banale da non avere assolutamente nessun significato. Nessuna cultura che io conosca, compresa quella ebraica, è fatta solo di pace e armonia, né pace e armonia sono elementi distintivi di una cultura, né hanno necessariamente un valore positivo. La cultura greca e quella latina erano (anche) violente e guerrafondaie, ma non per questo mi sentirei di destinarle alla pattumiera per far posto a quella ebraica, anche ammesso – e non certo concesso -  che quest’ultima si componga solo di inni alla fratellanza fra i popoli. Del resto, non mi sembra di aver mai parlato di “cultura ebraica”, argomento che conosco solo fino a un certo punto e che ho sempre lasciato volentieri alla competenza di persone più esperte di me. Su questo sito ho parlato, casomai, di politica dello Stato d’Israele, argomento che con la cultura, e perfino con l’ebraismo, ha poco o nulla a che vedere. Perché mettere nello stesso calderone tanti concetti diversi per ricavarne un minestrone insipido e irritante? Forse perché l’unico modo di difendere Israele e la sua abietta politica genocida è ormai quello di aprire la bocca e lasciare uscire l’aria. E’ irrilevante la forma sintattica che essa assumerà una volta fuoriuscita dall’epiglottide. E’ il rumore quello che conta. Fare baccano per impedire di riflettere e di ragionare su ciò che accade, frastornare le orecchie per confondere la vista. Così ogni bombardamento israeliano sui cittadini di Gaza, ogni strage compiuta da Tsahal viene sommersa da dibattiti senza capo né coda, purché molto rumorosi. Ogni opinione argomentata viene sepolta non dagli argomenti di un’opinione contraria – difficile da strutturare e da sostenere -  ma sotto milioni di decibel di gargarismi. Senza senso. Senza contenuti. Pura aria concentrata.

Se è vero che ogni opinione è degna di rispetto e deve avere diritto di cittadinanza, è però urgente imparare a non confondere le opinioni con l’aria fritta. Quest’ultima non è tutelata da nessuna norma costituzionale. E se lo fosse, quella norma andrebbe urgentemente abrogata.

Chi vuole boicottare i simboli presenti sul blog (immagino lei si riferisca agli antichi attrezzi da lavoro che compaiono nel titolo) e le olimpiadi può farlo liberamente, anche su questo sito. Adoro gli articoli che parlano male del comunismo, soprattutto se lo fanno con intelligenza, e li pubblico volentieri. Il boicottaggio delle olimpiadi, poi, mi manderebbe in sollucchero. Ma impastare queste considerazioni con Israele e la sua politica – che non c’entrano un tubo - è strategia tipica della disinformazione. Una strategia del frastuono straniante e insensato che può avere successo con i poveri lettori dei quotidiani cartacei, ormai avulsi dal mondo e chiusi nella realtà virtuale che gli scribacchini a cottimo hanno costruito per loro. Non certo con chi è abituato a frequentare internet e sa riconoscere una torta d’aria fritta quando ne vede una.

Sarei anche curioso di sapere, gentile Giovanni, se i suoi proclami di sacralità della libera espressione si applicano anche alle moltissime persone oggi rinchiuse in carcere, perseguitate, licenziate, esiliate, processate per aver asserito che forse il famoso “olocausto” di cui lo Stato d’Israele ha fatto una lucrativa religione non è andato esattamente come ci è stato raccontato. Che forse le camere a gas erano una bufala. Che forse i morti sono stati molti meno dei sei milioni che servono a Israele per continuare a campare di risarcimenti. Che forse la persecuzione degli ebrei non è stata dovuta alla “follia” del nazismo, ma a precise cause storiche su cui nessuno ha il coraggio di indagare; forse perché si scoprirebbe che sionisti e nazisti avevano molti accordi e molti obiettivi in comune. Forse perché si capirebbe che i revisionisti che respingono l’ufficialità olocaustica lo fanno sulla base di documentazioni ponderose e di studi accurati, non con le chiacchiere e le cerimonie commemorative che piacciono tanto alle masse. Sono proprio loro, i revisionisti, che scrutano “nelle profonde pieghe” della storia, che non si fermano alla superficie, che rifiutano l’accettazione acritica di un dogma in cambio del quieto vivere.

Le masse adorano l’aria fritta e i proclami sulla sacralità della libertà di parola. Non si scompongono se gli autori di quei proclami torturano, arrestano e censurano mentre inneggiano a Voltaire. Si chiama “bipensiero” o “doublethinking” come lo chiamava Orwell: pensare una cosa e allo stesso tempo il suo esatto contrario, senza notare la contraddizione. E’ una ginnastica mentale che ogni Stato autoritario impone ai suoi sudditi. Per funzionare ha bisogno di un bel po’ di rumore di fondo (o, se si preferisce, di roboante aria fritta) che impedisca di vederne l’assurdità e che azzeri la riflessione. In ogni Stato autoritario l’aria fritta viene prodotta e diffusa in quantità industriali, affinché ogni individuo ne abbia a disposizione la sua dose quotidiana e sia incentivato a produrne a sua volta. I minestroni di concetti, le aporie logiche, le disquisizioni astratte, l’anatema sulla realtà concreta e visibile, i luoghi comuni spacciati per “opinioni” da rispettare e tutelare, sono gli strumenti con cui ogni regime zittisce i suoi critici o ne impedisce la nascita.

Non ci provi con me, gentile lettore. Non farò proprio nulla “al posto di boicottare Israele”, semmai potrei fare qualcosa “in aggiunta” ammesso che mi si forniscano motivazioni accettabili. Magari nella sua prossima mail che – ne sono sicuro – sarà meno vaga, confusa e sfrigolante di ossigeno impanato di questa.

Shalom. 

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