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PERCHE' NON SIETE VOI DEL MONDO SPERSI?

by Gianluca Freda (31/07/2009 - 02:15)


DANTE’S INFERNO: LA PROVA VIVENTE CHE L’AMERICA FA SCHIFO

di Michel Giovannini

dal sito www.migio.com

 

Gli americani amano la cultura "classica" poiché loro non la hanno; il timido e violento affacciarsi degli americani nella storia della nostra Europa e, soprattutto, della nostra Italia, potrebbe essere visto positivamente se fatto con rispetto (rispetto dovuto a popoli che teorizzavano il concetto di Stato quando le loro teorizzazioni nemmeno esistevano), ma non è così[1].

Un esempio di poco rispetto: gli americani sono terribilmente affascinati dall'impero romano, non per amore dell'idea posta alla base della coercitiva volontà di educazione barbarica (relativa), bensì perché si riconoscono in Roma e nel suo antico e "legittimo" potere mondiale. La loro società però, diversamente da quella europea, è drammaticamente ignorante e non riesce a prendere le cose per quel che sono ma ha bisogno di distorcerle per piegarle a favore di coscienza (un anno di abbonamento Sky mi ha fatto capire ciò... History Channel è sorprendente per quanto distorce la realtà e per quanto propagandistico sia). Sia ben chiaro però, mai, e dico mai, ho dubitato della pochezza culturale americana: tralasciando la loro stessa costituzione, edificata sul pensiero di Montesquieu (non quindi un loro colono illuminato; la figura di George Washington - loro massimo campione intellettuale - è patetica quanto il nostrano Pierino), la cosa che più mi innervosisce è il sapere che tutto il loro strapotere tecnologico derivi direttamente dalla tecnologia tedesca rubata al termine della guerra nel 1945 (leggetevi cos'è l'operazione Paperclip). No, no, non son qui, adesso, a parlare di tediosa storia, invero, finché giocano a fare i fighi rubando le idee spacciandole per proprie - in un certo senso -, la cosa non mi tange, ma che possano permettersi di rubare la nostra letteratura... no, questo non lo accetto.

L'ultima e forse la più pessimissima caduta di stile a stelle e strisce ha offeso me come nemmeno puttanopoli ha fatto: affascinati dalla cultura europea si sono permessi di prendere la Divina Commedia e di farla film[2] e, non paghi, pure un videogioco[3].

Quando ho letto la notizia del film, inizialmente, mi sono sentito "felice", perché immaginavo una trasposizione fedele del libro più bello del mondo (storcendo però il naso immaginando l'interpretazione americana di un libro unico e di impossibile traduzione efficace - vuole così colà dove si puote ciò che si vuole -). Ieri sera, finalmente, mi sono trovato per le mani il DVD di Sean Meredith (regista) e ho iniziato a guardarlo. Che cos'è dunque Dante's Inferno? È semplicemente l'opera di Dante adattata per la visione di un pubblico di dodicenni: conserva il "protagonista", l'ambientazione in "gironi" e, in un certo senso (molto ma molto lato), la trama generale.

 






 

n.b. le immagini sopra, semi-fedeli, non rendono bene lo scempio di un inferno metropolitano, popolato di barboni e battone; il quadro d'insieme è molto più sconfortevole e sconcertante.

I testi, ovviamente, non sono stati considerati fedelmente, anzi, diciamo proprio che non sono stati considerati (dubito abbiano avuto l'accortezza d'imparicchiare l'italiano e di leggerla, o almeno di provarci, in lingua madre), invero, "Dante" bestemmia e usa il torpiloquio. Poco male, Dante non deve andare al paradiso passando per l'Inferno cattolico, bensì deve passare per l'inferno di Los Angeles e sfilare le trasfigurazioni del contrappasso applicato a Ronald Reagan, Strom Thurmond, Condoleeza Rice, etc. Per gli americani, abituati all'eroinomane Warhol e ai suoi fagioli del cazzo, questa è arte... come se io prendessi Romeo e Giulietta e ne facessi un film, ambientandolo però nel presente y0! y0! (sono sarcastico, pure quello hanno fatto[4]!)

Il "film" è patetico, agli occhi di uno che adora la Divina Commedia, ma nonostante la sua palese pateticità, la critica (americana ovviamente) lo ha recensito bene. Ovunque "il film" ha raggiunto la sufficienza, e su IMdB si è beccato addirittura il voto di 6.8/10 (lo stesso voto del capolavoro italico, sempre da loro giudicato ma ovviamente in difetto, Fascisti su Marte).

Gli americani mi fanno schifo, non lo nascondo; li detesto per quel che sono e benché non mi sia quasi mai permesso di giudicarli (negativamente) per come sono, nel senso che non li ho mai criticati nell'arte, nella letteratura, nella musica, insomma, non ho mai criticato "il loro modo di vivere" (che non è, per saviezza, Iraq, Coca Cola e Bin Laden), alla fine mi ci hanno costretto! Oggi posso dire di odiarli a tutto tondo: sono un popolo culturalmente inferiore, sul baratro del declino, che come parassiti, senza alcuna reale autosufficienza intellettuale[5], dopo aver applaudito un filmetto per imbecilli si preparano a comprare Dante's Inferno (la fantasia nei nomi chiarisce la loro ignoranza) il videogioco (non ancora uscito; vi indico però copertina lasciandovi giudicare - a tutto tondo - questo popolino patetico).


 

Lo so che dovrei fare, come disse il buon Virgilio - di lor non ti curare, guarda e passa -, ma proprio non ci riesco... è più forte di me... sono un debole... mi fanno troppa pena.

[1] non mi riferisco al "sangue americano"; invero gli americani sono europei. Mi riferisco alla diversa evoluzione sociale, temporalmente diversa.

[2] http://www.dantefilm.com/

[3] http://www.electronicarts.it/games/16510,xbox360/

[4] http://it.wikipedia.org/wiki/Romeo_%2B_Giulietta_di_William_Shakespeare

[5] sempre non si considerino film come Pearl Harbour, Armageddon o Venerdì 13 come capolavori

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UN PICCOLO COMPASSO PER UN UOMO

by Gianluca Freda (28/07/2009 - 15:38)


Gira gira, finisci per ritrovarteli sempre nei piedi. Uno pensa che almeno parlando delle missioni Apollo, per fasulle che siano, si possa una volta tanto occuparsi di una questione in cui non sbuchino fuori come scarafaggi su una buccia di melone lasciata sulla veranda. E invece no. Inserisci su Google due semplici paroline (“moon + masonry”) e ti saltano fuori una caterva di siti in cui le connessioni del programma Apollo con la massoneria vengono evidenziate con abbondanti dettagli. Dovunque ci sia da fare soldi prendendo per il culo l’umanità, insomma, si può star certi che gli scarafaggi col cappuccio sono sempre dietro le scene a tirare i fili.

Prendiamo ad esempio la foto che apre l’articolo: si tratta della copertina del n. 11, vol. LXXVII, della rivista “The New Age”, uscito nel novembre 1969. La rivista è l’organo ufficiale del 33° Consiglio Supremo di Rito Scozzese della Massoneria di Giurisdizione Meridionale, con sede a Washington D.C. All’interno troviamo un lungo articolo di Kenneth S. Kleinknecht 33°, vice direttore della sezione Moduli di Comando e Servizio del Programma Apollo, nonché vicedirettore del Programma Gemini e direttore del Progetto Mercury. Anch’egli massone, ovviamente. Qui si possono leggere le sue credenziali come responsabile dei progetti della NASA. Nell’articolo si parla della visita tributata da Edwin E. Aldrin Jr. 32° (per gli amici “Buzz”) alla Casa del Tempio di Washington il giorno 16 settembre 1969, un paio di mesi dopo la storica messinscena di cui ancor oggi tanto si discute. Aldrin – massone anche lui e figlio di un massone – si era recato in visita al quartier generale della Loggia a Washington per ricevere le congratulazioni del Supremo Comandante dell’ordine massonico e riportare indietro la bandiera dell’ordine che aveva tenuto con sé durante la “missione” (qui sotto).


A pag. 13 della rivista leggiamo:

“Notare quanti, fra gli stessi astronauti, siano Fratelli Massoni: Edwin E. Aldrin, Jr.; L. Gordon Cooper, Jr.; Donn F. Eisle; Walter M. Schirra; Thomas P. Stafford; Edgar D. Mitchell e Paul J. Weitz. Prima della sua tragica morte in un incendio improvviso a Cape Kennedy, il 27 gennaio 1967, anche Virgil I. “Gus” Grissom era un Massone. L’astronauta Gordon Cooper, nel corso del suo storico volo spaziale sulla Gemini V, nell’agosto del 1965, portò con sé un gioiello ufficiale del Trentatreesimo Grado e una bandiera del Rito Scozzese. Attraverso la placca lunare, le insegne massoniche, la bandiera e gli stessi astronauti massoni, la Massoneria è già entrata nell’era spaziale. Possiamo forse dubitare della Massoneria e della sua rilevanza spirituale nell’era moderna quando perfino i suoi rappresentanti materiali hanno oggi compiuto storici itinerari verso le distese infinite dello spazio?”

No, non ne abbiamo mai dubitato. Che Aldrin fosse un massone pare che io fossi rimasto l’ultimo (o il penultimo) a non saperlo. Lo sapeva benissimo, ad esempio, la Loggia di Fermo del Grande Oriente d’Italia, che porta il suo nome. Aldrin non ne aveva certo fatto segreto, né durante le finte missioni lunari né dopo. Durante la storica truffa del luglio 1969, aveva rivolto via radio a chi lo ascoltava un invito di chiaro sapore massonico: “Vorrei cogliere quest'occasione per chiedere ad ogni persona che si trovi in ascolto, chiunque sia, di raccogliersi per qualche istante, rendersi conto di ciò che è successo in queste ultime ore, e ringraziare Colui in cui crede e nella maniera in cui crede”. Nel suo libro Ritorno alla Terra, Aldrin stesso aveva descritto un rituale religioso da lui eseguito dopo il presunto allunaggio: “Durante il primo ozioso momento nel modulo lunare, prima di mangiare il nostro spuntino, presi il mio kit personale e tirai fuori due pacchetti che erano stati preparati su mia specifica richiesta. Uno conteneva una piccola quantità di vino, l’altro una piccola ostia. Con essi e con un calice che faceva parte del kit, feci la comunione sulla luna, leggendo un biglietto che avevo portato con me e su cui avevo trascritto alcuni brani dal Vangelo di Giovanni che si utilizzano durante le tradizionali cerimonie di eucarestia”.

La Loggia Massonica a cui Aldrin era ufficialmente iscritto nel 1969, con numero di tessera 1417, era quella di Clear Lake, Texas. In onore di Aldrin verrà fondata in seguito la “Loggia della Tranquillità n. 2000” (dal Mare Tranquilitatis lunare su cui i presunti astronauti sarebbero atterrati), sul cui sito leggiamo: “Il 20 luglio 1969 due astronauti americani atterrarono sulla luna del pianeta Terra, in una zona conosciuta come Mare Tranquilitatis, o “Mare della Tranquillità”. Uno di questi uomini coraggiosi era il Fratello Edwin Eugene (Buzz) Aldrin Jr., membro della Loggia di Clear Lake, n. 1417, AF&AM, Seabrook, Texas. Fratello Aldrin portava con sé una DELEGA SPECIALE del Gran Maestro J. Guy Smith, con nomina ed incarico di Fratello Aldrin come Delegato Speciale del Gran Maestro, che gli garantiva pieni poteri di rappresentanza del Gran Maestro in quanto tale e lo autorizzava a reclamare la luna come Giurisdizione Territoriale Massonica per conto della Gran Loggia Venerabile del Texas degli Antichi e Liberi Massoni e lo incaricava di fare appropriato rapporto sul suo operato. Fratello Aldrin certificava che la DELEGA SPECIALE era stata portata con lui sulla luna il 20 luglio 1969”.

Come l’articolo della rivista chiarisce, anche Gus Grissom, uno degli astronauti morti nel rogo dell’Apollo 1, era un massone. Ma un massone assai critico verso il programma spaziale della NASA, che ne aveva spesso denunciato l’assurdità (come si vede in questo video di Luogocomune), il che contribuisce ad alimentare i sospetti sull’incidente e sulla possibilità che di “incidente” non si sia trattato affatto.   

Qui sotto si può vedere un medaglione della Trentatreesima Loggia di Rito Scozzese emesso nel 1979 per festeggiare il decennale dell’imbroglio. Da notare la scritta “Le nostre bandiere sulla luna”. Dal 1969 la bandiera della massoneria sventolerà infatti su buona parte delle truffe mediatiche organizzate in danno dell’umanità.

   

Le vere mire della massoneria legate alla truffa delle missioni Apollo si possono leggere fra le righe nel brano che segue, tratto sempre dall’articolo di Kleinknecht su “The New Age” (pagg. 15-16):

“La missione della Corporazione è sempre stata una missione di salvezza, ma fino a questo momento il suo campo di applicazione era stato l’individuo e il suo percorso verso la luce. La Massoneria, a questo punto, non può più pensare in questi termini. Tutti gli uomini, in qualunque luogo, devono ascoltare il nostro messaggio o tutti gli uomini periranno”. Con queste parole Kleinknecht celebra l’ingresso trionfale della Massoneria nell’era della manipolazione mediatica televisiva, attraverso la quale il potere dell’organizzazione non si esercita più sui singoli adepti, bensì, grazie ai nuovi mezzi tecnologici di manipolazione delle coscienze, sull’umanità intera. La truffa delle missioni Apollo è stata in effetti – come credo di aver già scritto altrove – la prova generale del completo asservimento del pensiero umano alla virtualità mediatica. Il successo globale riscosso da questa assurda, sesquipedale menzogna ha convinto i burattinai occulti che il potere del nuovo mezzo era tale da consentir loro di rinchiudere il genere umano in una realtà fittizia che l’Ordine poteva gestire e controllare a piacimento. E così è stato. Dopo il 1969 i capi dell’Ordine Massonico erano convinti di poter diventare veri e propri artefici della realtà, creatori dell’universo mentale umano; in una parola, Dèi. Le lobby ebraiche gli hanno in seguito parzialmente bagnato il naso, garantendosi un controllo solido ed esteso sulla fabbrica catodica del mondo, ma questa è un’altra storia.

Alle pagg. 34-36 della rivista troviamo un resoconto fotografico della visita di Aldrin alla Casa del Tempio. Kleinknecht commenta:

“La storia della Massoneria nell’era spaziale ha compiuto un nuovo passo avanti il 16 settembre 1969, quando il Fratello Astronauta Edwin E. Aldrin Jr. 32° ha fatto visita alla Casa del Tempio di Washington. Accompagnato da suo padre, Edwin E. Aldrin Sr., anch’egli massone di Rito Scozzese, l’astronauta Aldrin ha interrotto il suo programma ricco d’impegni per incontrare il Gran Comandante Smith e per presentargli la bandiera del Rito Scozzese cucita a mano che aveva portato con sé sulla Luna.   

La bandiera è in seta bianca, misura 22x30 cm. e presenta una striscia dorata sui bordi. E’ ornata con le parole “The Supreme Council, 33°, Southern Jurisdiction, USA” e con il motto “Deus Meumque Jus”. E’ anche decorata con l’aquila a due teste, con la corona del 33° Grado, con le insegne del Gran Comandante Supremo e con le insegne del Maestro Massone.

Da quello storico volo lunare del 16-24 luglio 1969, la presenza di questa bandiera è diventata il simbolo dell’importanza universale della Massoneria. Quando l’uomo raggiungerà nuovi mondi, la Massoneria sarà lì”.





Capito il messaggio? Potete anche fuggire su Marte, ma non riuscirete a togliervi di torno le petulanti bestiole. Per fortuna ci sono concrete speranze che si tratti, anche in questo caso, di ordinaria fregnaccia della loro propaganda, esattamente come i viaggi lunari. Tutto sommato, per chi non è in rapporti d’affari con loro, per toglierseli di torno non servirebbero astronavi, basterebbe spegnere la televisione. Peccato che la maggior parte dell’umanità abbia dita così pigre.  

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BOLLETTINI DI GUERRA POSSIBILE

by Gianluca Freda (24/07/2009 - 23:47)


Dal quotidiano israeliano Haaretz viene una buona notizia. Il test eseguito mercoledì scorso in California dagli specialisti della difesa missilistica israeliana è miseramente fallito. Le forze militari israeliane, in preparazione di un possibile attacco all’Iran, avevano deciso di testare i missili intercettori Arrow 2, in grado – almeno a detta del Ministero della Difesa di Israele – di neutralizzare i missili Shihab 3 con cui l’Iran potrebbe effettuare una ritorsione in caso di attacco. Israele non può permettersi di andare in guerra contro la Repubblica Islamica senza possedere uno scudo antimissile adeguato. Gli arsenali israeliani conterranno pure centinaia di testate nucleari, ma per cancellare Israele dalle mappe geopolitiche non serve l’atomica: basterebbe qualche decina di missili convenzionali piazzati con precisione contro obiettivi sensibili e la terra promessa del popolo eletto verrebbe consegnata per sempre alle pagine di storia, politicamente parlando.

Israele sa bene che l’Iran è un osso duro e che non cederebbe ad un’aggressione militare prima di aver giocato tutte le carte possibili. Il sistema di difesa antimissile israeliano Arrow era inizialmente stato concepito per neutralizzare gli Scud irakeni, che erano povera cosa, dotati di un raggio d’azione di 300-400 km., difficilmente in grado di provocare danni seri in territorio israeliano. Con l’Iran è tutto un altro discorso. L’Iran possiede già missili Shihab con una gittata di 1.000 chilometri, progettati in collaborazione con Cina e Corea, che sono perfettamente in grado di colpire qualunque obiettivo in territorio israeliano. In più sta per aggiungere al suo arsenale missili di nuova generazione, che possono colpire nel raggio di 2.000 chilometri. Ne consegue che Israele, per poter ridurre al minimo i rischi di ritorsione missilistica, si è visto costretto a progettare un nuovo sistema di missili intercettori (Arrow 2) che è appunto stato sperimentato tre giorni fa in collaborazione con le autorità americane.

Stando a ciò che riporta Haaretz, l’esercitazione non sarebbe andata granché bene. I responsabili della difesa israeliana hanno riferito che il test in California sarebbe stato “un parziale successo”. Il che, tradotto dal linguaggio militare, significa che è stato un completo disastro, una fetecchia assoluta. I missili Arrow 2 non solo non sono riusciti a colpire il missile di prova lanciato da uno C-17, ma non sono neppure riusciti ad orientarsi in direzione del bersaglio. Questo vuol dire che la possibilità concreta di un attacco all’Iran, che era sembrato imminente dopo l’attraversamento del Canale di Suez da parte di sommergibili e imbarcazioni militari israeliane, si trasforma a questo punto in un’opzione un po’ più remota. Probabilmente ha ragione Carlo Bertani in questo articolo, quando scrive che i piani d’Israele contro l’Iran non contemplano un attacco dall’esterno (se non come opzione estrema e inauspicabile), bensì una progressiva destabilizzazione interna. Tale destabilizzazione è già iniziata con le note vicende postelettorali e con le rivolte foraggiate da Mossad e CIA. Prosegue adesso con lo spiegamento di forze navali nel Mar Rosso, che non ha lo scopo di preparare un attacco vero e proprio, bensì di fornire supporto morale a quelle forze politiche interne all’Iran che lavorano per frammentare la coesione nazionale. Una volta indebolito dalle rivolte e dall’incertezza politica, una volta piazzate – con la collaborazione delle “forze amiche” che operano all’interno della stessa leadership iraniana - le persone giuste al posto giusto, l’Iran potrebbe essere pronto per il definitivo colpo di grazia militare.

Ma anche questa strategia potrebbe non essere facile da realizzare per gli strateghi militari e diplomatici d’Israele. Se da un lato la strumentalizzazione dei ceti medi urbani filo-Mousawi si è rivelata un efficace veleno per debilitare la società iraniana ed aprirla a contrasti e letali antagonismi, dall’altro lato la leadership del paese non sembra disposta a scendere a compromessi che potrebbero indebolirla. Dopo le elezioni di giugno, Ahmadinejad aveva nominato come proprio vicepresidente il “moderato” Esfandiar Rahim Mashahi, che rappresentava una soluzione di compromesso tra le esigenze di governabilità del paese e le pressioni provenienti dagli ambienti filo-occidentali. Mashahi è consuocero di Ahmadinejad, e ciò lo rendeva per il presidente iraniano persona di relativa affidabilità; ma dall’altro lato egli si era distinto l’anno scorso per atteggiamenti di moderata apertura verso Israele, dichiarando che “l’Iran può essere amico del popolo israeliano”. Questa soluzione di compromesso non è piaciuta alla Guida Suprema Khamenei, che subodorando il pericolo ha ordinato ad Ahmadinejad di licenziare il nuovo vicepresidente dopo uno scontro politico sotterraneo durato alcuni giorni. Khamenei, dopo la sponsorizzazione di Mousawi e delle sue rivolte da parte di Rafsanjani e dopo i perduranti voltafaccia del Consiglio degli Esperti, non vuole correre rischi. Nel paese si è aperto uno scontro politico durissimo tra le supreme autorità (Khamenei e Rafsanjani) che coinvolge indirettamente lo stesso entourage del presidente. Solo il tempo potrà dire se questa situazione di assoluta disarticolazione politica porterà ad un rafforzamento del potere centrale oppure ad un clamoroso ribaltamento di poteri del quale Israele non tarderebbe ad avvantaggiarsi.

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THEY DON'T CARE ABOUT US

by Gianluca Freda (23/07/2009 - 23:03)


MICHAEL JACKSON CHI??

di Mark Glenn

dal sito The Ugly Truth

traduzione di Gianluca Freda

 

Per quanto folle possa sembrare, nel recente uragano mediatico delle ultime settimane la domanda “Michael Jackson chi??” è esattamente quella che la gente di tutto il mondo – non milioni, ma MILIARDI di persone – si sarebbe posta se certe notizie fossero state fornite in modo differente. Storie così impressionanti sul piano politico ed emotivo che non solo avrebbero fatto passare in secondo piano le notizie relative alla dipartita del Re del Pop, ma avrebbero probabilmente provocato perfino la mobilitazione della forza militare delle nazioni più potenti del mondo per rimettere a posto le cose.

Purtroppo, per quanto queste notizie fossero (siano) così politicamente rilevanti, il loro guaio era che non contenevano gli “ingredienti magici” necessari per renderle notizie di successo. “Ingredienti magici” è naturalmente un eufemismo che serve a indicare quegli pseudo-eventi e quelle vicende simboliche utili a sostenere la causa dei criminali interessi ebraici e, nello specifico, il quartier generale di tali interessi, Israele. Visto che da queste notizie non c’era nulla da mettersi in tasca, esse sono state grossolanamente e totalmente ignorate, come se non fossero mai avvenute, e il mondo è stato invece investito da un monsone di notizie minuto per minuto riguardanti la morte di Michael Jackson, l’ultimo dei cadaveri ad affiorare in quella fogna di inaudita depravazione morale che è la Hollywood giudaica.

Il primo scoop che avrebbe dovuto monopolizzare per giorni e giorni le prime pagine (se una parte dei suoi parametri fossero stati differenti) e che avrebbe senza dubbio prodotto una reazione militare degli USA contro le nazioni o i gruppi implicati è naturalmente l’aggressione alla Spirit of Humanity. Mentre navigava in acque internazionali, la Spirit of Humanity – una nave civile carica di aiuti umanitari e diretta verso quello che è diventato ormai l’ultimo degli altari sacrificali per gli omicidi rituali ebraici, Gaza – è stata abbordata da imbarcazioni militari israeliane nel cuore della notte e assalita da uomini armati a volto coperto, in uno scenario non dissimile da quello delle rapine al treno dei desperados del Far West. L’aggressione, oltre a essere avvenuta in acque internazionali (il che la rende per definizione un atto di pirateria), si è conclusa con il rapimento di un ex membro del Congresso americano, la deputata Cynthia McKinney, che è stata gettata in una prigione israeliana e trattenuta lì per tutto il weekend del 4 di luglio, quello stesso weekend in cui gli americani festeggiano la loro “liberazione” da un’ostile e rapace potenza straniera.

Chiunque dubiti che un’azione del genere, se compiuta da qualsiasi altro gruppo di pirati dedito ad attività similari, avrebbe ottenuto un’assordante, accecante, obnubilante copertura mediatica, non ha che da compiere un passo indietro nel tempo fino a poche settimane fa, alla copertura minuto per minuto della vicenda dei pirati somali e alla reazione dello Zio Sam contro di essi e i loro crimini in alto mare. Per giorni e giorni tale vicenda non fu semplicemente una notizia, ma LA notizia, con tanto di gran finale: il recupero della nave sequestrata da parte di un gruppo di Navy Seals, che eliminarono i pirati uno per uno con i proiettili ben piazzati dei loro fucili di precisione.

Considerando questo, non è dunque difficile immaginare cosa sarebbe successo se la Spirit of Humanity fosse stata sequestrata da “altri” gruppi mediorientali, quali Hamas o Hezbollah, o anche se si fosse trattato di un’azione ufficiale da parte di nazioni mediorientali quali Libia, Siria o Iran. Il Presidente, il Portavoce della Camera, il Leader della Maggioranza al Senato, e tutti gli altri Tom, Dick e Harry fino al portinaio della Casa Bianca, sarebbero sfilati uno dopo l’altro di fronte alle telecamere dei TG. Luci... Camera... AZIONE! e con i pugni sollevati, le vene della fronte pulsanti, le labbra tremanti e gli occhi annebbiati di lacrime, tutti gli individui sul libro paga degli interessi criminali giudaici avrebbero definito la situazione per ciò che era: un atto di pirateria contro una spedizione umanitaria e un sequestro di persona perpetrato ai danni di un ex membro del Congresso americano. Prima che i singhiozzi si affievolissero sarebbero partiti i jet militari, sarebbero piovute le bombe e i criminali responsabili di un atto del genere sarebbero divenuti un monito di ciò che accade quando le persone sbagliate se la prendono con la gente sbagliata.

Invece, il rapimento di una ex deputata del Congresso USA che portava aiuti umanitari ai cristiani e musulmani di Palestina, assediati a Gaza, ha ricevuto tanta copertura mediatica quanto l’arresto dei 5 agenti del Mossad che l’11 settembre furono visti esultare,da alcuni testimoni, mentre crollavano le Twin Towers. Forse i membri del popolo auto-eletto che decidono ciò che deve essere riportato sui media non volevano che si ripetesse ciò che accadde l’ultima volta che questa assai loquace deputata si trovò di fronte alle telecamere americane in seguito ad un incidente analogo, nel quale gli stessi pirati con accento ebraico avevano tentato di impedire a lei e ai suoi compagni di portare aiuti umanitari a Gaza, speronando la sua nave e cercando di farla affondare: la signora menzionò allora il deliberato attacco israeliano contro la USS Liberty, avvenuto 42 anni or sono, che provocò la morte di 34 marinai americani.

A ribadire quanto, di questi tempi, la coda agiti il cane, gli Stati Uniti – perfino con il loro neoeletto presidente nero, liberale e democratico – non hanno alzato un dito né aggrottato un sopracciglio di fronte al fatto che una cittadina americana, nonché afroamericana, liberal-democratica ed ex membro della Camera dei Rappresentanti, fosse stata catturata e trattenuta contro la sua volontà da una potenza straniera operante al di fuori del diritto internazionale. Al contrario, altri membri dell’equipaggio della Spirit of Humanity, provenienti da paesi quali Inghilterra e Irlanda, hanno ricevuto la visita di funzionari dei rispettivi consolati che si sono dati da fare per la loro liberazione.

L’altra importante notizia, che in occasione diversa sarebbe stata gonfiata fino alle dimensioni di un dirigibile della Goodyear, è quella dell’omicidio in un tribunale tedesco della 32enne Marwa el-Sherbini, farmacista, moglie e incinta di tre mesi del suo secondo bambino. Il suo assalitore (indicato solo come “Alex W” nella scarsa copertura mediatica che la notizia ha ricevuto) viene descritto come un agente di cambio russo che l’avrebbe pugnalata 18 volte urlandole parole palesemente razziste come “terrorista” e “troia musulmana”. All’aggressore è stato consentito di proseguire per 8 minuti prima che il giudice del tribunale decidesse che “il troppo è troppo” e facesse intervenire un agente armato per fermarlo. Insieme alla donna, è rimasto ferito anche il marito (che si è pure beccato un proiettile dall’agente tedesco) e l’altro figlio.

Il motivo della furia di “Alex W” sta nel fatto che la donna era musulmana e aveva deciso di indossare il velo. Curiosamente il cognome dell’omicida non è stato reso pubblico nelle poche informazioni fornite su questo palese delitto di stampo razzista. Considerati i parametri consueti, è abbastanza comprensibile che alcuni individui più curiosi della media si pongano, su questa ovvia lacuna dell’informazione, domande quali: Weinstein? Wolfowitz? Wiener? Wiesel?

Naturalmente, se fosse stata una donna ebrea ad essere pugnalata a morte in un tribunale tedesco, ci sarebbero state prime pagine dei giornali dedicate alla vicenda per dio sa quanto tempo. Il fatto che l’aggressione fosse avvenuta in Germania avrebbe implicato che ULTERIORI risarcimenti per l’olocausto sarebbero andati ad aggiungersi ai miliardi che già vengono serviti ai parassiti che vivono sulla costa orientale del Mediterraneo, il tribunale sarebbe stato demolito coi bulldozer e la costruzione di un nuovo museo dell’olocausto in sua vece sarebbe iniziata prima ancora che i funerali della donna avessero luogo.

Invece, nel momento in cui scrivo, i vari cani da guardia ebrei che riempiono il mondo con l’inquinamento acustico dei loro latrati sugli imperdonabili peccati dell’intolleranza e del razzismo, non hanno avuto – sorpresa, sorpresa – niente da dire su questa vicenda. Un esame degli articoli pubblicati sulla homepage del sito della Anti-Defamation League (sì, proprio la stessa ADL che ha per slogan “Fermare la diffamazione del popolo ebraico e garantire giustizia ed equità per tutti”) rivela dove risiedano le vere preoccupazioni dell’organizzazione: “Il gruppo anti-israeliano della Nazioni Unite deve essere smantellato...”, “Antisemitismo globale: incidenti del 2009”, e poi il più bello di tutti: “Estremisti musulmani d’America: una minaccia crescente per gli ebrei”. L’attuale vicenda riporta alla mente un episodio accaduto alcuni anni fa, quando Julian Soufrir, ebreo francese emigrato in Israele, uccise a coltellate un tassista arabo (padre di 3 bambini), dichiarando che aveva voglia “di uccidere un arabo”, senza che la notizia venisse minimamente riportata dalla ADL, dal Southern Poverty Law Center o dal Simon Wiesenthal Center. Proprio come si guardano bene dal riferire e dal condannare i quotidiani attacchi razzisti, verbali e fisici, compiuti dagli ebrei contro i non-ebrei, tanto in Israele quanto all’estero, il mondo può stare sicuro che la ADL e le sue brutte sorellastre si mostreranno tanto interessate a riferire e condannare questo ennesimo crimine razzista quanto il re del porno Larry Flint avrebbe apprezzato un inasprimento delle norme sul pubblico decoro.

Le stesse notizie fornite sulla morte di Jackson rivelano un certo carattere selettivo dell’informazione mediatica occidentale dominata dagli interessi ebraici. Fra tutti i discorsi sulle sue chirurgie plastiche, sui suoi figli e su ogni altra trivialità riguardante la sua morte, nessuno ha menzionato le opinioni al vetriolo che Jackson aveva espresso sul mondo dello spettacolo governato dagli ebrei che lo aveva, in ogni senso possibile, derubato della sua infanzia e ridotto a una specie di fenomeno da baraccone. Nessuna menzione della sua definizione degli ebrei come “succhiasangue”, della sua conversione all’Islam e delle sue simpatie per la causa dei musulmani di tutto il mondo, sottoposti ad un processo di lento sterminio ad opera degli interessi ebraici. Nessuna menzione delle centinaia di milioni che doveva ai banchieri ebrei, né del fatto che gli investigatori della Centrale Antidroga degli Stati Uniti hanno contattato la compagnia israeliana Teva Pharmaceuticals – che produce il potente anestetico Propofol – nel corso delle loro indagini sulla morte di Jackson.

Tenendo presenti questi fatti, è davvero del tutto fuori dal mondo domandarsi se Jackson non stesse per caso progettando qualche intervento “politico” per il suo imminente tour mondiale? Stava forse progettando di portare sotto i riflettori la sofferenza dei musulmani – e soprattutto dei palestinesi – e di fare del razzismo degli ebrei e del potere che essi esercitano sulle questioni politiche del mondo un elemento centrale del messaggio del suo tour?

Di sicuro ci sarebbero state persone, persone molto potenti, che avrebbero rischiato di perdere troppo da una simile situazione, soprattutto in giorni come questi, in cui lo stato ebraico ha bisogno di più chirurgia estetica di quanta Dio stesso sia in grado di fornire.

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A COSA SERVONO GLI IDIOTI

by Gianluca Freda (22/07/2009 - 23:27)

Durante il periodo delle “rivoluzioni” postelettorali in Iran, abilmente orchestrate e dirette dai servizi segreti israelo-occidentali, avevo detto e scritto di auspicare una tempestiva e drastica repressione degli imbecillissimi manifestanti filo Mousawi ammantati di verde vomito, aggiungendo che non mi sarei scandalizzato se la loro ebete rivolta fosse stata affrontata, in mancanza di altri mezzi, perfino con misure repressive estreme. Purtroppo sono stato accontentato solo a metà. Le misure repressive sono state sì appropriatamente drastiche, ma per nulla tempestive. Le autorità iraniane hanno esitato per giorni prima di decidersi ad affrontare la situazione col pugno di ferro, come andava fatto da subito, con risultati disastrosi. A causa di questo ritardo, oggi in Iran il potere politico è diviso, la popolazione è spaccata ideologicamente e politicamente a metà, l’intero paese si trova in una situazione di debolezza e incertezza politica quale mai aveva conosciuto negli anni passati. Gli effetti di questo disastro rischiano di vedersi molto presto.

Quando ho affermato di auspicare la repressione, molti lettori mi hanno scritto strepitando che ero un fascista, che ero un nazista, che ero un blogger da poltrona col culo al caldo incapace di comprendere la profonda sofferenza del martoriato popolo iraniano. Questo mi ha fatto molto piacere. E’ bello essere insultati dagli idioti. Quando un idiota ti scarica addosso i suoi improperi, capisci di essere sulla strada giusta e ciò fa bene all’autostima. Senza contare il piacere insostituibile di toglier loro la voce, facendo scomparire i loro strilli sguaiati dalla sezione “commenti” con un semplice click. Quello che purtroppo non mi ha fatto piacere per nulla è stato constatare i danni che questo branco di decerebrati ha prodotto in pochi giorni, tanto all’Iran quanto agli equilibri politici mondiali. Con i loro messaggini su Twitter controllati dalla CIA, con i loro piagnistei sulla libertà e la dremocaz... dermozac.. merdocaz... insomma, quella roba lì, con i loro lagnosi jpg del faccino della povera Neda devastato dal Pomì, questi minus habentes potrebbero aver aperto, senza capirlo (se capissero qualcosa non sarebbero ciò che sono), le porte dell’apocalisse.

I primi a pagare lo scotto di questa deflagrazione di balordaggine saranno, naturalmente, proprio i balordi da cui tutto è partito. Mentre infatti il ceto medio iraniano era intento a sventolare i suoi stracci verdi per affermare il proprio inalienabile diritto a potersi strafare di birra e mandare le proprie donne a lavorare in una hot line erotica, facendo a pezzi per questi nobili motivi la solidità politica del proprio paese, navi lanciamissili e sommergibili israeliani, equipaggiati con tubi di lancio per missili a testata nucleare, attraversavano lo stretto di Suez - con il consenso delle autorità egiziane e con il beneplacito dell’Europa - per posizionarsi nel Mar Rosso. L’Iran è in questo momento sotto il tiro delle navi da guerra israeliane, armate, fra l’altro, di testate atomiche che non esiterebbero ad utilizzare.

Grazie all’operato degli idioti di cui sopra, l’Iran si trova oggi in tali condizioni di disunione nazionale da non poter agevolmente affrontare la minaccia rappresentata da Israele. Non sarebbe stato facile affrontarla, ovviamente, neanche qualche mese fa, prima che gli imbecilli distruggessero la coesione politica del paese. Oggi è praticamente impossibile. L’Iran è nel caos e i vertici politici fanno sempre più fatica a tenere sotto controllo la situazione. L’opinione pubblica occidentale, appropriatamente aizzata dalle immagini televisive (in gran parte fasulle) delle “rivolte per la libertà”, ha tolto ogni sostegno al governo dell’Iran, preparandosi a bere pecorescamente qualunque nuova favola di “liberazione dal tiranno” che le venga somministrata. L’amministrazione americana ha già dichiarato, per voce di Joe Biden (vicepresidente USA ed esponente della Lobby ebraica filoisraeliana) che «Israele è libero di fare quel che ritiene necessario per eliminare la minaccia nucleare iraniana». Rimane , certo, l’incognita Obama, ma sarà poi davvero un’incognita? Alcuni vedono Obama come un semplice ritocco cosmetico del consueto imperialismo israelo-americano, studiato per portare avanti, con mezzi più telegienici, il programma dell’era Bush-Clinton; altri lo vedono (e finora mi sembra l’ipotesi più probabile) come una creatura dell’ala sinistra della Lobby ebraica, interessata a sostenere gli interessi della Lobby negli USA e pronta a sfidare l’ala destra (legata agli interessi in Israele e rappresentata da Biden) in un braccio di ferro senza esclusione di colpi. Sia come sia, al momento l’Iran è politicamente isolato. Perfino i suoi alleati dello SCO, Russia e Cina, manifestano atteggiamenti contraddittori. La Russia avrebbe molto da perdere in caso di un attacco israeliano. Il progetto del gasdotto South Stream, con il quale la Russia pensa di consolidare la propria egemonia energetica fornendo idrocarburi all’UE a prezzi concorrenziali, fallirebbe miseramente nel caso in cui l’Iran venisse “normalizzato”, denuclearizzato e ricondotto sotto l’ala delle compagnie petrolifere occidentali, che potrebbero così sopperire, grazie al petrolio iraniano, alla scarsità di materie prima che affligge il loro gasdotto “Nabucco”. Nonostante ciò, la Russia dà segnali preoccupanti e difficili da interpretare. Ha appena concesso agli USA un corridoio aereo e terrestre per portare rifornimenti alle truppe americane in Afghanistan. Non ha ancora fornito all’Iran i promessi missili antierei per difendere le sue installazioni nucleari in caso di attacco. La Cina, con la sua pancia gonfia di dollari americani, potrebbe opporsi solo entro certi limiti ad un progetto militare che l’amministrazione USA decidesse di perseguire in modo compatto. Ci sarà questa compattezza? Le reticenze di Obama e della Clinton riguardo ai progetti avallati da Biden farebbero pensare di no, ma non si può dire. E’ comunque terribile che il destino dell’Iran, e probabilmente del mondo, sia nelle mani delle fazioni in conflitto di un’unica lobby; ed è ancor più terribile che le nazioni del mondo, per convenienza o per idiozia, non capiscano o fingano di non capire il tetro meccanismo geopolitico che si è messo in movimento dopo la destabilizzazione dell’Iran.

 


 

Di questo meccanismo, gli imbecilli verdi dell’Iran - e quelli rossi e neri nostrani, che con le loro lagne sulla “libertà” hanno preparato il campo all’intervento israeliano - sono stati, sono e saranno gli inconsapevoli e fondamentali ingranaggi. Ne subiranno, naturalmente, le conseguenze e altrettanto naturalmente le conseguenze non gli insegneranno nulla. I missili, i bombardamenti, gli eccidi, la devastazione di una nazione, perfino le testate atomiche, possono togliere di mezzo un bel po’ di idioti, non l’idiozia. L’idiozia, per chi sa sfruttarla a dovere, è l’arma più temibile del mondo, dotata di straordinaria flessibilità e suscettibile di infinite applicazioni. Israeliani e americani sono maestri nella gestione e fabbricazione dell’idiozia ed è questo, non le testate nucleari, che fa di loro gli stati più potenti della Terra. Se e quando le bombe israeliane inizieranno a cadere, mi auguro, come miserabile e tristissima consolazione, di poter trovare su Twitter, tra le immagini delle rovine di Teheran, anche le foto jpeg del corpo martoriato di qualche babbeo traditore, con il suo straccio verde deposto pietosamente a coprirne lo scempio e il suo bel santino di Neda ficcato in un occhio. Le abbondanti nevicate di fosforo bianco ebraico si riveleranno assai poco “colorate” per i poveri sciocchi che hanno minato la sicurezza della propria nazione in cambio delle fole televisive assimilate dall’occidente.

Se e quando le bombe israeliane inizieranno a cadere, desidererò avere mille bocche per sputare nel muso a quei quattro miserabili di Rifondazione Comunista – partito che mi sembra incredibile, incredibile, aver sostenuto fino ad appena tre anni fa – che sono andati a farneticare sotto l’ambasciata iraniana di Roma di "Solidarietà e sostegno alla lotta del popolo iraniano". Come se quattro gatti manovrati da un potere straniero rappresentassero un “popolo” o una “lotta”. Questi hanno perso, insieme ad ogni memoria del loro passato e ad ogni capacità di analisi politica strutturata, anche il ben dell’intelletto. Immagino che in caso di attacco israeliano all’Iran organizzeranno un’altra bella manifestazione di protesta, ma senza far troppo rumore, mi raccomando, non si sa mai che si possa essere tacciati di antisemitismo quando denunci il massacro di migliaia di persone (non di tre o quattro scalmanati,  tardivamente arginati dal legittimo governo iraniano dopo i disordini elettorali) perpetrato dalle miti “vittime del nazismo”. Oppure non faranno proprio nulla e se ne resteranno a vaneggiare di lotta operaia e di diritti dei gay su Facebook e sull’autobus. Forse mille bocche sarebbero eccessive, viste le cifre millidecimali a cui è ridotta ormai la loro rappresentanza, l’importante sarà avere sufficiente saliva.

Nel frattempo Israele rafforza i legami con gli stati arabi come l’Egitto che hanno paura di un Iran nucleare; testa i suoi Arrow (missili intercettori) dalle navi americane nell’Oceano Pacifico, in caso Siria e Iran dovessero provare a reagire all’attacco; manda i suoi jet F16C a compiere esercitazioni nella base aerea di Nellis, in Nevada; prepara le sue truppe nel Kurdistan iracheno, regione che si è dichiarata indipendente e le cui milizie sono addestrate e controllate dagli israeliani, preparandosi così una nuova piattaforma d’attacco. “Non è per caso che Israele sta compiendo queste esercitazioni a largo raggio in maniera così scoperta”, ha detto un ufficiale della difesa israeliano, “Questa non è un’operazione segreta. E’ qualcosa che si compie pubblicamente e che dimostrerà le capacità di Israele”. Viene da chiedersi quale e quanto appoggio Israele riceverà dagli USA in caso di attacco, anche se, a giudicare dalla pronta accoglienza ricevuta dai sionisti nelle basi militari americane, è bene non farsi troppe illusioni sulla possibilità che l’amministrazione USA possa porre un freno alle mire egemoniche di Israele nel Medio Oriente. Un attacco all’Iran farebbe presto dimenticare al mondo anche le richieste di Obama sullo smantellamento degli insediamenti in Palestina, risolvendosi per Netanyahu in un doppio vantaggio.

In questo momento le navi e i sommergibili israeliani che tengono l’Iran sotto tiro, e la debolezza interna e internazionale dell’Iran, rappresentano uno scenario esplosivo, che potrebbe coinvolgere tutte le nazioni del mondo nella sua deflagrazione. Una deflagrazione di cui dovremmo ringraziare non solo la spregiudicatezza degli ebrei nel perseguire i loro obiettivi, ma anche la stupidità dei suoi milioni di zombi, telecomandati dalle operazioni di guerra psicologica mediatica. Israele è un nemico invisibile e difficile da colpire. Le orde dei suoi automi decerebrati, invece, sono visibilissime e si può studiare il modo di neutralizzarle.

C’è stato un momento, un mese fa, in cui mi sono chiesto se valesse davvero la pena di dedicare tanti post e tante discussioni ad una bufala mediatica insignificante e palesemente ridicola come la “morte di Neda”. Mi rendo conto adesso che non era inutile né insignificante. Se con quelle discussioni sono riuscito a sottrarre anche solo un paio di soldati-zombi all’esercito nemico, se sono riuscito a farne rinsavire anche solo una decina, forse non è stato tempo sprecato. In ogni caso, sia stato molto o poco, è tutto quello che potevo fare. Penso che si possa comunque fare di più. E’ difficile far rinsavire gli sciocchi, ma gli sciocchi sono sciocchi per tutti. In fondo, una volta compresi i meccanismi delle psyop e le loro finalità, non dovrebbe essere difficile utilizzare internet per crearne di nostre o ribaltarle a nostro vantaggio. E se cominciassimo a pensarci? O vogliamo lasciare per sempre l’arma più potente del mondo, l’incapacità del 90% dell’umanità di riflettere su ciò che vede e sente, nelle mani del nemico?

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LUNA DISTRATTA

by Gianluca Freda (17/07/2009 - 16:03)


La lettrice Chiara ha segnalato questa notizia dell’agenzia Adnkronos, la quale conferma ciò che già sapevamo da qualche tempo: la NASA ha dichiarato (e a questo punto confermato) che i 45 nastri originali del primo sbarco sulla Luna, cioè i nastri di uno degli eventi più importanti della storia umana, nonché del massimo risultato mai raggiunto dall’ente spaziale americano, sono andati irrimediabilmente perduti. Cito:

Washington, 16 lug. (Adnkronos/Dpa) - Sono andate perdute le copie originali delle immagini dello sbarco sulla Luna contenute in 45 nastri di proprieta' dell'Agenzia spaziale americana. Inutili i tentativi di ritrovarle, tentativi avviati tre anni fa quando alcuni storici chiesero alla Nasa di poterle vedere. Ad ammetterlo e' stato Richard Nafzger, da quarant'anni esperto di comunicazioni al Goddard Space Flight Center dell'agenzia americana, il coordinatore della trasmissione televisiva delle immagini delle missioni Apollo, lo specialista che aveva convertito in tempo reale le immagini in formato 'slow-scan' della camminata sulla Luna di Neil Amstrong e Buzz Aldrin nel formato standard necessario per la trasmissione sui teleschermi delle case di mezzo mondo.

E’ da notare che la NASA ha scoperto e dichiarato di aver perduto i nastri solo nel momento in cui “alcuni storici le hanno chiesto di poterli vedere”. In 40 anni non si erano mai accorti di non avere più i nastri originali del loro più celebre blockbuster televisivo e hanno iniziato a strapparsi i capelli solo quando si sono trovati alla porta un paio di persone serie che volevano esaminarli. Le persone serie fanno sempre quest’effetto: ogni volta che compaiono, i truffatori se la danno a gambe o iniziano a balbettare parole senza senso.

Perché la NASA è stata costretta a “perdere” i nastri? Qui occorre fare, per coloro che non avessero seguito le puntate precedenti, un breve riassunto. La storia che la NASA ha raccontato per anni ai telepecori è la seguente: le immagini originali dello sbarco sulla Luna sarebbero state riprese da una speciale telecamera lunare e trasmesse al Parkes Observatory australiano, il quale avrebbe provveduto a registrarle su nastri magnetici di alta qualità. Sono proprio i nastri del Parkes Observatory che sarebbero andati perduti, secondo la NASA. Dal Parkes le immagini sarebbero state ricodificate, con uno scanner speciale, in una risoluzione adatta alla televisione americana e inviate in (quasi) diretta negli Stati Uniti attraverso il satellite Intelsat III. La NASA, non sapendo come registrare quelle immagini storiche (i suoi potenti mezzi le consentivano di mandare uomini a giocare a golf sulla Luna, ma non di salvare una trasmissione su un comune nastro magnetico), ci avrebbe messo una pezza prendendo una normale camera da 16 mm. e piazzandola davanti allo schermo televisivo su cui passavano le immagini. Ecco perché le immagini dello sbarco, che ancora oggi potete vedere su Youtube, farebbero così schifo: sarebbero il risultato di una serie di processi di ripresa successivi ognuno dei quali ha finito per abbassare la qualità video dell’evento.

La verità è che il rozzo metodo di riprendere le immagini dallo schermo TV, anziché registrarle direttamente, non è stato dovuto all’imperizia e alla totale idiozia degli uomini dell’ente spaziale: anche l’idiozia ha un limite e quando questo limite viene superato è legittimo sospettare che essa non sia spontanea, ma dolosa. Registrare le immagini dalla TV con una telecamera serve a ottenere quell’effetto di “rallentamento” che fa apparire gli astronauti leggeri leggeri mentre si muovono in un improbabile ambiente a gravità ridotta. Se qualcuno visionasse i nastri originali, vedrebbe persone che si muovono goffamente e a velocità normale in uno studio televisivo allestito all’uopo. Ecco perché i nastri originali dovevano andare “perduti”. Anzi, già che c’era, la NASA ha deciso di non “perdere” soltanto i nastri originali dell’Apollo 11, ma tutte e 700 le scatole di bobine relative alle varie missioni lunari. Anche le immagini delle missioni successive all’Apollo 11, infatti, erano state “riprese” dallo schermo TV col solito metodo (qui l’idiozia diverrebbe eccessiva anche per un ente spaziale gestito da cercopitechi) e si è evidentemente ritenuto opportuno continuare a mostrare ai telepecori solo ed esclusivamente quelle.

Paolo Attivissimo, nel tentativo di giustificare l’incredibile (ma in realtà credibilissima, se se ne intende il motivo) perdita dei nastri originali delle missioni, ha veramente superato se stesso. In questo articolo scriveva: “i nastri non sono stati buttati via: sono in archivio, ma non si sa dove di preciso”. E certo, 700 scatole di bobine con i nastri dell’evento più importante degli ultimi 50 anni, sono praticamente una pagliuzza. Ti distrai un attimo e non sai più dove li hai appoggiati. Uno dei suoi geniali lettori, rispondendo a chi faceva razionalmente notare l’inverosimiglianza della scusa, scriveva: “Hai idea degli archivi che deve avere la NASA? Una svista è comprensibile”. Ebeh, sì, succede nei migliori enti del mondo di perdere 700 scatoloni contenenti le registrazioni dell’evento più significativo della storia dell’organizzazione, nonché dell’umanità. Meno male che hanno salvato le cassette di Moana Pozzi, se no c’era davvero da spararsi. Poi però la NASA si è incaricata di togliere ogni speranza ad Attivissimo e ai suoi creduli seguaci: i nastri originali sono stati proprio perduti, cancellati, azzerati, finiti, kaputt. Non sia mai che qualche altro storico dovesse farsi venire la strana idea di rivolgersi a chi dovrebbe conservare i documenti storici per poterli consultare. La NASA ha messo le mani avanti e spiegato, una volta per tutte, che dello sbarco sulla Luna può fornire solo riprese amatoriali eseguite nel proprio tinello. Sfocate, indistinguibili e sufficientemente refrattarie ad un’analisi accurata da perpetuare almeno il dubbio che le missioni Apollo possano non essere la fregnaccia che sono. Se i video originali venissero analizzati, ogni dubbio crollerebbe. Ciò ha suscitato tuttavia un’ondata di incredulità nei destinatari della triste novella. Attivissimo si è dato allora da fare per inventare una spiegazione plausibile a questa furibonda iconoclastia dell’ente spaziale americano. Non trovandone una migliore, si è inventato che i nastri magnetici costavano tantissimo e quindi la NASA, che come è noto vive di espedienti e di cene alla mensa dei poveri, li avrebbe cancellati per riutilizzarli e così risparmiare. Come una parsimoniosa massaia, la NASA ha riutilizzato i nastri magnetici dell’allunaggio per farci il polpettone il giorno dopo. Un nobile esempio di morigeratezza e di riciclaggio dei materiali. Non come quegli spendaccioni della RAI, che essendo molto più ricchi della NASA conservano ancora i nastri di Tognazzi e Vianello di 50 anni fa e ci li propinano tutte le sere. 

Tuttavia alla NASA adesso si sentono il fuoco al culo. Dopo questa ineguagliabile figura di merda di fronte alla comunità scientifica devono trovare al più presto il sistema per riguadagnare credibilità. Così hanno rilasciato una mezza dichiarazione in cui fanno intendere di aver trovato nuovo materiale filmato del primo allunaggio, mai visto prima. Traduzione: stanno accarezzando l’idea, dopo 40 anni di immagini nebulose e contraddittorie, di presentarci un bel filmato prodotto con le moderne tecniche digitali per togliere ai telepecori ogni dubbio sulla concreta realtà dei picnic seleniti. Non sono certi di volerlo fare, però: il rischio è quello di essere ulteriormente sbeffeggiati se il loro “nuovo video” dovesse essere denunciato come un altro falso. Perciò, nell’intento di tastare il terreno, hanno rilasciato una dichiarazione incomprensibile, che dice e non dice, suggerisce che sì, forse è stato trovato un altro nastro dell’Apollo 11, ma forse si tratta invece dello stesso nastro, chissà. Nel frattempo – apprendo sempre dall’impareggiabile Attivissimola NASA ha iniziato a “restaurare” i filmati sopravvissuti, cioè quelli fetenti ripresi con la cinepresa Mupi dallo schermo della TV. Stanno forse meditando di mettere una pezza digitale anche a quelli? Chissà. Finora non ho notato alterazioni di sorta nelle immagini “restaurate” dei filmati, ma tengo gli occhi aperti e gli archivi in ordine. Quando si ha a che fare con il Ministero della Verità è meglio conservare i documenti storici originali in un posto sicuro. Winston Smith e il suo Photoshop sono sempre in agguato. 

(articolo modificato il 18/07/2009)

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L'IRAQ DIMENTICATO

by Gianluca Freda (17/07/2009 - 04:08)


INVIVIBILE

di Layla Anwar

dal blog An Arab Woman Blues

traduzione di Gianluca Freda

 

Un diluvio di autobombe caricate con esplosivo e timer ha investito Baghdad. L’evento più mortale è stato l’inondazione organizzata di esplosioni che hanno preso di mira 8 chiese cristiane (non 5 come riportato sui media); 8 case di Dio, 7 a Baghdad e 1 a Mosul.

I quartieri cristiani di Mosul sono da ieri [13 luglio, NdT] sotto il coprifuoco. Tale Zebari, alto “ufficiale dell’esercito (da non confondersi con H. Zebari, Ministro degli Esteri curdo, anche se probabilmente si tratta di un suo parente), ha affermato in una dichiarazione pubblica di attendersi che la violenza in Iraq continui almeno per i prossimi 3 o 4 anni. Maliki ha affermato la stessa cosa, e così anche il sionista Biden.

Ma allora chi c’è dietro questo diluvio di terrore?

La versione ufficiale ripete la solita cantilena a disco rotto: Al Qaeda e i saddamisti.

S. Al Mutlaq (io non sono una fan di S. Al Mutlaq, ma sono costretta ad essere d’accordo con lui almeno in questa occasione) ha detto che Al Maliki e gli altri partiti settari (finanziati dall’Iran) sono dietro questa piena di violenza. Le elezioni sono in arrivo e tutti questi partiti sciiti vogliono garantirsi la vittoria nell’imminente tornata elettorale, giocando la carta della sicurezza o della sua carenza. Per dirla con le sue parole:

Saleh Al Mutlaq, leader del Fronte Irakeno per il Dialogo Nazionale, ha dichiarato ad Al Jazeera che il fattore sicurezza rimane un problema in Iraq.

“La situazione della sicurezza è ancora fragile e tutte le affermazioni secondo le quali vi sarebbe stato un incremento notevole delle misure di sicurezza in Iraq non erano corrette né precise.

La seconda questione è che le elezioni si avvicinano. Coloro che nel passato si radunavano per formare movimenti settari sparsi qui e là, lo stanno facendo di nuovo. Per ottenere i loro scopi, essi vogliono creare un’atmosfera favorevole ad elezioni a carattere settario. E ciò si può ottenere solo creando la giusta introduzione. Questa violenza, io credo, è un’introduzione che serve a ripristinare le idee settarie nella mente delle persone, in modo da farle accostare alle elezioni in un’ottica settaria. A meno che l’opinione pubblica mondiale non eserciti una qualche pressione, questo governo non è in grado di provvedere a una riconciliazione all’interno del paese, né è interessato a farlo”.

E qui l’argomentazione di S. Al Mutlaq è assai valida.

Altri analisti irakeni, rispecchiando con ciò il sentimento più diffuso a Baghdad, sostengono che dietro questo diluvio di violenza ci sarebbero tutti coloro che hanno evidente interesse a mantenere lo status quo esattamente nella configurazione attuale. E cioè i partiti settari degli sciiti, i curdi, che si oppongono ad ogni ritiro delle truppe USA finché non avranno ottenuto il loro Stato “indipendente”, l’Iran (e più proseguono i suoi disordini interni, più l’Iran tenderà a provocare conflitti disastrosi all’interno dell’Iraq) e ultimi ma non meno importanti gli stessi americani, attraverso operazioni congiunte CIA/Mossad.

L’arcivescovo di Baghdad, S. Wardoonee, a capo della Chiesa della Vergine Maria di Palestine Street, è stato brevemente intervistato da Al Jazeera. Quando gli hanno chiesto chi ci fosse dietro questi attacchi alle chiese cristiane, ha rifiutato di puntare il dito contro chiunque. Avrebbe facilmente potuto ripetere la versione ufficiale, incolpando Al Qaeda e i saddamisti. Ma NON lo ha fatto. Perché?

Perché sa benissimo che: 1) I saddamisti (qualunque cosa significhi questo termine) non attaccherebbero mai i cristiani. In realtà, i cristiani dell’Iraq sono sempre stati la più protetta fra tutte le minoranze. E MAI nella memoria storica dell’Iraq – ripeto: MAI – i cristiani dell’Iraq erano stati un bersaglio prima del 2003. MAI. L’arcivescovo non ha menzionato neppure Al Qaeda, anche se avrebbe potuto farlo facilmente. Ma non lo ha fatto. Perché S. Wardoonee sa bene che l’Al Qaeda di Baghdad è come l’Al Qaeda di Mosul: composta principalmente di funzionari dell’intelligence iraniana, israeliana e americana. E sa anche che i CURDI hanno molto a che fare con le recenti esplosioni di violenza a Mosul e Baghdad.

L’Arcivescovo S. Wardoonee ha semplicemente replicato: “Non sappiamo chi sia stato. Sappiamo che esiste una campagna di terrore ben organizzata contro i cristiani dell’Iraq, volta a creare conflitti settari e religiosi. Nell’arco di 2 ore, 8 chiese sono state colpite a Baghdad e Mosul. Abbiamo richiesto una protezione speciale alle forze della sicurezza irakena, e abbiamo ripetuto molte volte la nostra richiesta. Ma non ci è stato fornito nulla di appropriato”.

Non è poi così difficile da capire. L’Iraq è stato reso invivibile per chiunque non sia uno sciita o un curdo. E’ davvero molto semplice.

E se in 6 anni di “liberazione” il “governo irakeno” non è stato in grado di garantire sicurezza ai suoi cittadini, non saprà farlo nemmeno in 10 anni. Infatti ciò che sentiamo uscire dalle bocche del curdo Zebari, dello sciita settario Maliki, del sionista americano Biden, è che il terrore in Iraq proseguirà per molti anni a venire.

E sì, in questo caso stanno dicendo la verità. Perché sono l’Iran e i suoi sciiti settari, sono i curdi e Israele, sono gli americani che hanno sempre avuto evidenti interessi a mantenere l’Iraq invivibile per chiunque si opponga alla sua partizione.

 

Nell’immagine: dipinto dell’artista irakeno Salem El Dabbagh.

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POSTA - 2

by Gianluca Freda (15/07/2009 - 03:20)


Un lettore mi scrive:

Ti scrivo via mail per non intasare il post, ma non ho nulla in contrario se lo vorrai mettere online, anche se penso si vada un po' fuori dal tema proposto. Vedi tu. E se non hai voglia di avanzare nella discussione ti prego di farmelo sapere.

Sinceramente non capisco, hai posizione nette su tutto, forse un po' troppo, e sul nazismo dai una risposta che chiamarla relativismo culturale è un eufemismo. Ogni fenomeno storico è unico e irripetibile, d'accordo, ma ciò non credo possa esimerci da dare un giudizio, ovviamente relativo e con la disponibilità a rivederlo se apparissero fatti nuovi. Come durante il fascismo c'è stata la costituzione dell'IRI, una legislazione più avanzata a favore dei lavoratori, le bonifiche ecc. sicuramente anche il nazismo avrà proposto riforme condivisibili. Ma le leggi razziali sono un fatto, la seconda guerra mondiale anche, e così pure le persecuzioni (e i delitti) contro minoranze e oppositori politici. Almeno queste non credo siano una invenzione dei cattivi ebrei. E mi sembrano fatti sufficienti per poter azzardare di dare un giudizio - allo stato attuale - sul regime nazista e auspicare che una simile dittatura non abbia a ripetersi. Senza il timore

di aver alcun debito morale verso le politiche dello Stato d'Israele oggi. In questo modo, penso, si può provare ad affrontare serenamente anche il tema delle camere a gas (cambia poi molto se invece di 6 milioni sono solo 500.000?) senza rischiare di dare corda ai "nostalgici" del nazifascismo, che ci sono e non credo ci sia il bisogno di solleticare.

Saluti.

Piero

Caro Piero, a leggere i tuoi post ho l’impressione che tu sia una persona in buona fede, già a metà strada sul cammino della consapevolezza. Per questo esito a rispondere ai tuoi post, temendo di offenderti. Contrariamente a quanto si crede, non mi piace affatto mettermi in cattedra ed elargire “perle di verità”. Un atteggiamento del genere è controproducente, produce diffidenza in chi ascolta e spesso cristallizzazione sulle proprie posizioni. In pratica non solo si ottiene l’effetto opposto a quello desiderato, ma si rischia anche di bloccare il faticoso cammino di chi inizia ad aprire gli occhi sulla immensa finzione che i media hanno, con gli anni, sostituito alla realtà. Da quello che scrivi, noto ancora la presenza di un forte condizionamento del pensiero razionale, che voglio farti notare, sperando con questo di non offenderti.

Utilizzi l’espressione “relativismo culturale”. Se accetti un consiglio, stai attento a tutti i termini che finiscono in “ismo”. In molti casi si tratta di neologismi coniati dall’apparato informativo per screditare e zittire atteggiamenti umani del tutto comuni e virtuosi che rischiano di svelare la menzogna del sistema. Ad esempio “relativismo culturale” è l’espressione che i media hanno coniato allo scopo di definire in senso negativo l’attitudine a studiare gli eventi storici col metro e gli strumenti della storia, anziché con quelli della morale o dell’ideologia. Si tratta di un’attitudine  virtuosa e universalmente condivisa in relazione ad ogni altro argomento; ma non appena la si applica anche allo studio della II Guerra Mondiale e dei suoi eventi accessori, essa si trasforma, con sinistra traslazione di senso, in “relativismo culturale”. Termine con cui i media già suggeriscono che sulla II Guerra Mondiale e tutto ciò che la riguarda, non è possibile fare storia, ma solo “cultura”, cioè qualcosa che è strettamente connesso all’ideologia, all’opinione, all’etica, all’estetica.

Tutto il resto del tuo post è imperniato su questo equivoco di fondo, che i media hanno ormai radicato, a furia di ripeterlo, nella coscienza collettiva. Poni la solita domanda, che è un classico di queste discussioni: “cambia poi molto se i morti invece di 6 milioni sono solo 500.000?”. Che è come chiedere: cambia poi molto se l’11 settembre sono crollati tre grattacieli anziché due? In fondo è stato un macello comunque! Ovviamente il problema non è il numero dei morti o dei grattacieli crollati: il punto è che ci stanno mentendo su questioni che sono essenziali alla comprensione degli eventi.

La tua domanda muove dalla premessa (ovviamente falsa e mediaticamente indotta) che chiunque affermi l'inautenticità delle cifre fornite dalle autorità alleate stia tentando in qualche modo di affermare la bontà del nazismo o la sua minor cattiveria (“solleticare il nazifascismo”, per usare le tue parole). Ciò che io sto cercando di affermare è semplicemente che le autorità ci hanno mentito, ci hanno spinto a credere per decenni in una strage in gran parte inventata, realizzata con metodi (le camere a gas) che sono a dir poco inverosimili. Sto cercando di rendere palese il potere dei media, la sua capacità di creare miti e religioni che condizionano il nostro sistema di pensiero, non di “riabilitare il nazismo”. L’eventualità di una riabilitazione del nazismo (questione ideologica) sembra essere la tua principale preoccupazione; una preoccupazione così forte (perché mediaticamente indotta) da spingerti a ritenere opportuno tacere sulla verità storica e limitarne la ricerca pur di impedire un ritorno in grande stile di croci celtiche e passi dell’oca. E rilassati! Il nazismo è morto e sepolto da più di 60 anni e la possibilità di un suo ritorno non è che una delle tante stupidaggini che passano sui media. Gli attuali adepti del nazismo sono per la maggior parte innocui collezionisti di cimeli; oppure, nella peggiore delle ipotesi, scalmanati da curva sud che rappresentano al massimo un limitato problema di ordine pubblico, non certo una minaccia politica. Un ritorno del nazismo è tanto verosimile quanto un ritorno dei comizi centuriati. La storia non ritorna; anche perché a volte non è mai andata via.

Infatti, se il nazismo non può tornare, i metodi del nazismo sono sempre rimasti qui. L’espansionismo nazista non è diverso (eticamente e metodologicamente parlando) dall’espansionismo americano e israeliano; la base ideologica che lo giustifica agli occhi del mondo ha cambiato solo forma, non contenuto (“superiorità della democrazia” contro “superiorità della razza tedesca”); il controllo della cultura e dei mezzi d’informazione, che il nazismo sperimentò su larga scala, è oggi più forte che mai; rispetto agli orrori compiuti da USA e Israele in sessant’anni di dominio globale, le stesse stragi naziste passano in secondo e anche in terzo piano; il “razzismo” dei nazisti verso i popoli occupati era nulla al confronto del razzismo di USA e Israele verso le martoriate popolazioni dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Palestina, del Libano... un razzismo che ormai tanto americani che ebrei non si vergognano più nemmeno di teorizzare in modo esplicito. Scrivi: “Le leggi razziali sono un fatto, la seconda guerra mondiale anche, e così pure le persecuzioni (e i delitti) contro minoranze e oppositori politici. Almeno queste non credo siano una invenzione dei cattivi ebrei”. No, non lo sono. L’invenzione dei cattivi ebrei sta nel tentativo di farci credere che queste cose connotino il solo nazismo, e non ogni forma di potere, in qualunque epoca, a partire dal loro. Non mi dilungherò in esempi recenti, ma i numerosi “omicidi mirati” israeliani contro membri di Hamas o di Hezbollah dovrebbero dirti qualcosa, come anche le testimonianze dall’esilio delle molte persone che, come Kurt Sonnenfeld, hanno cercato di far luce con le proprie testimonianze sugli eventi dell’11 settembre. E una guerra mondiale è attualmente in corso, con l’attiva partecipazione dei soldati italiani (un altro è morto proprio oggi), solo che i media non la chiamano così, dunque non ci facciamo caso. Vorrei anche far notare che l’ideologia della “superiorità razziale”, che tutti attribuiscono erroneamente al nazismo, era in realtà diffusa e condivisa, nella prima metà del XX secolo, da tutte le opinioni pubbliche occidentali. Hitler la adottò come pretesto per il proprio espansionismo perché sapeva trattarsi di un’idea comunemente accettata da tutti, un po’ come lo è oggi il concetto altrettanto aberrante di “democrazia”. I primi a condividerla e ad essere ideologicamente disarmati per contrastarla erano proprio gli americani. A chi non lo avesse mai visto, consiglio la visione del film di D. W. Griffith “Nascita di una nazione” (1915), vera e propria apologia del Ku Klux Klan, esaltato come movimento di coraggiosa salvaguardia delle tradizioni bianche del sud degli Stati Uniti contro l’arroganza dei neri. Il film, se lo si guarda con gli occhi della ricerca storica anziché con quelli dell’ideologia, è tecnicamente splendido ed è considerato a ragione tra i maggiori capolavori della storia del cinema. Ebbe uno straordinario successo di pubblico (15 milioni di dollari d’incasso, una cifra record per l’epoca), il che dovrebbe farci riflettere sulla menzogna storica che vorrebbe contrapporre il razzismo nazista al multietnicismo americano.

Caro Piero, se del nazismo ti preoccupano le uniformi, tranquillizzati pure: esse non torneranno mai più. Se invece sono i suoi metodi a preoccuparti, tranquillizzati altrettanto: essi sono sempre rimasti con noi. Io penso che sarebbe ora di iniziare a combatterli (a partire dal controllo mediatico delle coscienze, che tutela il potere impedendoci di comprendere i suoi meccanismi), anziché tremare impauriti al pensiero di veder tornare una mostruosità che ha solo finto di averci lasciato, indossando per travestimento una maschera catodica con cui crede di rendersi irriconoscibile.      

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POSTA - 1

by Gianluca Freda (14/07/2009 - 22:02)

Una lettrice scrive:

Gent.le Freda,

volevo chiederti se avevi pensato ad inviare quel fermo immagine (dell' istante in cui versano il sangue dalla fialetta al viso di Neda) a Press TV oppure all' IRIB Radio Italia...io sinceramente rimango parecchio sorpresa dal fatto che la tua scoperta (strepitosa) sia rimasta bloccata al tuo sito ed a Comedonchisciotte...secondo me quel tuo fermo immagine meriterebbe di fare un bel giro! Un caro saluto,

SC.

Cara lettrice, non è rimasta del tutto bloccata, molti siti hanno ripreso i miei articoli su Neda e vedo che la consapevolezza della messinscena inizia a diffondersi su parecchi blog d’informazione. Certo, essa non raggiungerà mai il grande pubblico, poiché, come scrivevo qualche giorno fa, non c’è modo di togliere dalla testa della gente un’immagine impressa nella coscienza del telespettatore da una psyop mediatica, se non attraverso un’altra psyop di segno opposto che internet non ha ancora  il potere né i mezzi per organizzare. Credo sia del tutto inutile mettere al corrente della truffa i media mainstream: chiedere al ladro di denunciare il proprio furto è una perdita di tempo. Credo che anche avvertire Press TV sarebbe uno spreco di energie. Le autorità iraniane hanno già capito da un pezzo che la storia di Neda è stata una truffa. Il capo della polizia iraniano, Ismail Ahmadi-Moqaddam, lo ha detto esplicitamente in più di un’occasione. Arash Hejazi, il medico/scrittore/spia che ha partecipato alla messinscena del filmato è già ricercato dalle autorità iraniane, le quali hanno anche chiesto l’aiuto dell’Interpol – poi declinato – per pervenire alla sua cattura. Tuttavia neppure il governo iraniano ha ritenuto opportuno diffondere sui media questa consapevolezza: cane non mangia cane e il potere dei media di tenere sotto controllo la popolazione serve al governo dell’Iran come ai governi occidentali. La falsità delle immagini televisive non deve mai essere rivelata al grande pubblico, neppure se per una volta è l’avversario ad avvantaggiarsene. Un prestigiatore non svela mai i trucchi dei prestigiatori rivali, perché ciò vorrebbe dire gettare il sospetto anche su di sé. Rompere il giocattolo che serve a tenere sotto controllo decine di milioni di persone non conviene a nessuno. Spiega alle persone che il video della morte di una manifestante è fasullo ed esse potrebbero iniziare a porsi domande anche sull’attendibilità dell’apparato informativo nazionale. I media iraniani hanno fatto tutto il possibile per suggerire la possibilità di una messinscena, senza però mai affermarlo in modo diretto. Ad esempio il TG qui in alto contiene un’intervista al tizio che portò “Neda” all’ospedale, il quale dichiara che tutta la scena del “delitto” gli appariva molto sospetta. Di più la TV iraniana non può e non vuole dire. Se lo facesse non sarebbe una TV.

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UN ALTRO GIORNO DI LAVORO AL MINISTERO DELLA VERITA'

by Gianluca Freda (12/07/2009 - 02:07)

Lo cito solo come strabiliante curiosità, non per aprire un nuovo fronte complottista: dopo aver postato il messaggio di risposta al commento di una lettrice (cloro) sono andato a cercare su Youtube il videoclip della canzone “Analyse”, dei Cranberries, che non vedevo da tanto tempo. L’ho fatto per pura nostalgia e anche per rivedere un video musicale che a suo tempo avevo trovato estremamente inquietante. Il video, infatti, era stato girato poco tempo prima dell'11 settembre 2001  e conteneva alcune immagini straordinariamente profetiche: decine di aerei che si avvicinano a grattacieli scintillanti, un aereo che sfila minacciosamente in mezzo a due torri di cristallo (il WTC?), una sagoma umana disegnata a terra col gesso che richiama con macabra premonizione l’immagine delle persone precipitate dalle torri, ecc. Ho scoperto con mio sommo sbigottimento che del videoclip circola attualmente una versione in cui non solo SONO STATI CANCELLATI tutti gli aerei, ma sono anche state sostituite alcune delle scene più inquietanti. Ad esempio, la sagoma umana disegnata a terra col gesso che l’omino nero fissava in una sequenza del videoclip originale è stata sostituita dal disegno di una margheritina!! L’aereo in mezzo alle due torri è sparito. E’ stata aggiunta una sequenza in cui l’omino nero passa vicino a un cartello con scritto “HOPE” (speranza) e tante altre cose. In alto potete vedere il videoclip originale e in basso quello “no plane” attualmente in circolazione. Le differenze sono notevoli. Ripeto, non è mia intenzione aprire o avallare nuove ipotesi “complottiste” (come se quelle già esistenti non fossero già ampiamente sufficienti a capire come sono andate le cose; oltretutto io adoro i Cranberries). Probabilmente il video è stato spontaneamente modificato dagli artisti e dalla loro casa discografica dopo l’11 settembre per non evocare negli utenti immagini sgradevoli. Devo però ammettere che questa continua manipolazione di documenti storici del passato (che quindi modifica e riscrive la storia, non lasciando più materiale autentico consultabile) mi ricorda tanto il Ministero della Verità di orwelliana memoria e non cessa mai di lasciarmi a bocca spalancata.     

 

 

 

 

  

 

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LUNA BUGIARDA

by Gianluca Freda (10/07/2009 - 22:53)


“Bellissima, bellissima! Una magnifica desolazione!”

(Buzz Aldrin a Houston, dopo il suo “primo passo sulla Luna”)

 

Una delle cose che più mi diverte leggere su internet sono i battibecchi tra complottisti e anticomplottisti riguardanti le missioni lunari del programma Apollo. Si tratta di una materia su cui, come è noto, non sono neutrale. Essendo un complottista dichiarato, io so (non “penso”, “ritengo” o “opino”: so) che le missioni Apollo sono state la più colossale presa per i fondelli mediatica per teleutenti storditi che mai si sia vista sullo schermo, seconda soltanto alla grande produzione dell’11 settembre, ricca di effetti speciali di gran lunga migliori. Probabilmente si è trattato di una sorta di prova del fuoco generale. I progettisti delle psyop mediatiche si sono detti: vediamo un po’ quanto sono coglioni gli utenti della TV, se si bevono le passeggiate sulla Luna possiamo raccontargli di tutto. Ce le siamo bevute alla stragrande – uso il plurale perché per lunghi anni ci ho creduto anch’io - e infatti da allora in poi ci hanno raccontato di tutto. Non esiste limite alla quantità di cazzate con cui hanno letteralmente ridefinito il nostro habitat mentale. Ancora oggi la maggioranza della popolazione terrestre è convinta che si possa andare sulla luna con un trabiccolo di cartone e domopak e due tutine refrigerate non si sa bene come. La fede e la gratitudine verso coloro che per primi ci hanno trattati da citrulli bovini quali siamo è tale che ancora oggi esistono individui, come il noto Paolo Attivissimo, che si recano festanti a intervistare Buzz Aldrin, uno dei primi artefici del nostro crudele dileggio. Attivissimo era l’uomo adatto a questo compito: chiunque altro, infatti, avrebbe posto ad Aldrin delle domande, il che in un’intervista sarebbe stato sconveniente. Invece, il decano degli anticomplottisti italiani, su suggerimento dei suoi degni lettori, si è limitato a produrre delle affermazioni. Lei ha fatto la storia! Lei è come Colombo, Cook, Lewis e Clark (Kent?)! Come dev’essere bella la realtà del nostro mondo vista da lassù (per chi non la vede neanche da quaggiù il complesso d’inferiorità dev’essere terribile)! E tante altre innocue e divertenti riverenze. Nel suo resoconto Attivissimo narra, con struggente tristezza, che la maggior parte dei giornalisti, quando Aldrin ha iniziato la conferenza, hanno alzato le chiappe e sono andati via dalla sala. Il meccanismo del bipensiero orwelliano, ahimé, è una brutta bestia. Garantisce l’acquiescenza supina alle fregnacce, non necessariamente l’attrazione verso di esse.

In questo articolo non esporrò i motivi che mi hanno condotto a divenire consapevole della grande fregnaccia lunare. Molti altri lo hanno già fatto con successo, con considerazioni tecniche e piuttosto approfondite. Anch’io l’ho fatto in passato, con osservazioni ben più ruspanti, che sono le preferite e le più convincenti per una mente semplice come la mia. Ma non voglio aprire l’ennesima discussione sull’argomento. Mi vergogno troppo a discutere di certe ovvietà. Del resto, perché dovrei farlo? Se un tale è capace di guardare le foto lunari della NASA e non ridere, non vedo in che modo potrei aiutarlo. Il senso dell’umorismo è una dote innata, se non lo possiedi è inutile seguire corsi accelerati.

Devo dire tuttavia che i debunker che strepitano su questo argomento nel tentativo di ripristinarne la dogmaticità, per quanto fastidiosamente rumorosi, sono una specie antropologicamente interessante. Essi si dividono in due grandi categorie. La prima, che io chiamo dei “furenti”, è quella di coloro che nel replicare alle tue affermazioni iniziano con una risata (“hahahahaha!”), proseguono ponendoti disumanamente di fronte alla tua abissale insipienza scientifica (“Sei forse laureato in astrofisica? Hai mai pubblicato un articolo su Science? No? E allora cosa vuoi saperne?”) e concludono con l’invito a dedicarti ad attività più consone alle tue competenze, come il collezionismo di scarabei o l’alimentazione dei piccoli felini. Rivolgo un appello alle persone di buon cuore: questa gente ha bisogno di aiuto. E’ già preoccupante che un individuo rida mentre si esprime, ma individui che ridono per iscritto dovrebbero avere diritto ad un’apposita raccolta Telethon a favore della categoria. A ciò si aggiunga che la desolazione sintattica e grammaticale presente nelle loro invettive denota spesso condizioni di dislessia e disgrafia estremamente gravi. Questo getta un’ombra sinistra sulla loro richiesta di qualifiche accademiche: qualora mi decidessi a scrivere saggi per Science, come potrei mai riuscire a far loro leggere anche soltanto il titolo dei miei articoli?

La seconda categoria anticomplottista, che amo definire dei “dotti”, è quella di coloro che controbattono alle tue affermazioni sciorinando una cultura fisico-scientifica enciclopedica. Da costoro imparo sempre un sacco di cose: essi disquisiscono, con profonda competenza, di ambienti a gravità ridotta, di riflettori laser, di radiazioni ionizzanti, di moti inerziali, di magnetosfere, di attriti statici e dinamici e di tante altre cose di straordinario interesse. La cosa, purtroppo, rattristante è che tanto genio scientifico vada sperperato nel tentativo di giustificare fotografie della NASA come quella qui sotto (AS11-40-5922), in cui compare un modulo lunare visibilmente composto di carta da pacchi, mazze di scopa e tendine da monolocale, tenuti insieme da abbondante scotch.



Ciò dà luogo a discussioni surreali, del tipo:

“Come spieghi che in questa foto il modulo lunare sia fatto di mazze di scopa?”

“Devi considerare che il modulo utilizza combustibile ipergolico, che genera un’accensione spontanea attraverso il semplice contatto col comburente. Non è dunque necessario alcun meccanismo di accensione e ciò ha consentito di dismettere le pompe di alimentazione, che avrebbero rischiato di andare in avaria”.

“Va bene, ma come mai il modulo è fatto di mazze di scopa?”.

“Ciò dipende dalla diversa massa dei propellenti utilizzati, che erano stati distribuiti nei due serbatoi per consentire una ripartizione simmetrica del peso, il che consente di variare la direzione della spinta fino a un massimo di 6 gradi rispetto all' asse verticale, mentre la forza può essere regolata in un intervallo compreso tra i 4,7 e 43,9. Nella foto puoi vedere i quattro gruppi motore adibiti al controllo dell’assetto, i sistemi di regolazione termica e le antenne per le comunicazioni in banda S, in speciale lega d’alluminio.

 “Ma io vedo solo delle mazze di scopa...!”

“Purtroppo la tua scarsa preparazione scientifica ti impedisce di capire che il modulo possedeva una spinta RCS di 16x440 N, era dotato di propellente N2O4/UDMH, con impulso specifico Isp pari a 290 s (2.84 kN•s/kg), una spinta in ascesa di 16 kN e due batterie elettriche da 28-32V e 296 A-h, 56.7 kg ognuna. Ti è più chiaro adesso?”.

“No! E’ fatto di cartacce e mazze di scopa!”

“Scusami, adesso devo andare a preparare la mia tesi sul decadimento dei bosoni di Higgs in leptoni tau. Alla prossima, e studia un po’, mi raccomando”.

La medesima slavina di techno-babble la si ottiene provando a far notare altre banali disattenzioni della regia, come questo filmato in cui il riverbero dei riflettori tradisce penosamente i fili a cui gli “astronauti” sono appesi (quelli che consentono loro di eseguire quei zompi mirabolanti).


Tutto questo mi porta a diversi tipi di considerazioni. La prima, più ovvia e più triste, è che aveva perfettamente ragione Tony Lentz (vedi articolo postato l'altroieri) quando nel 1981 affermava: “Permettere a noi stessi di essere influenzati dalle sottili ma potenti illusioni presentate dalla televisione conduce ad una sorta di follia di massa che potrebbe avere implicazioni piuttosto spaventose per il futuro della nazione... Inizieremo a vedere cose che non esistono, daremo a qualcun altro il potere di creare per noi le nostre illusioni”. E aveva altrettanto ragione Hal Becker, cinico manager della Futures Group, quando affermava nello stesso anno: “Mettete qualsiasi cosa in televisione ed essa diventa realtà. E se il mondo esterno alla TV contraddice le immagini, la gente inizierà a modificare il mondo per adeguarlo alle immagini della TV”. La maggior parte dell’umanità è imprigionata, da quando esistono i mezzi di comunicazione di massa, in un set cinematografico angusto e asfissiante, in cui la complessità del mondo è ridotta ad una piatta rappresentazione bidimensionale, per giunta raffazzonatamente allestita e – cosa più insopportabile – per il profitto di altri. Quasi tutto ciò che crediamo di sapere sul mondo e sull’universo ci viene da immagini che altri hanno creato per noi e che noi abbiamo poi trasferito in ciò che ci circonda, per rendere la vita corrispondente al suo simulacro catodico eterodiretto.

La seconda considerazione, che a prima vista potrebbe apparire pessimistica, ma che in realtà apre un universo di sconfinate prospettive, è che con ogni probabilità ogni certezza che crediamo di avere sulla struttura e sulla fisica dell’universo è in realtà – esattamente come accade per le missioni Apollo – una mera apparenza poggiante su immagini mentali indotte, puntellate da profluvi di chiacchiere “scientifiche”; chiacchiere che si perdono nel deserto dei dettagli tecnici e perdono di vista, per timore o per insipienza, la visione d’insieme. George F. R. Ellis, noto ed insigne cosmologo, scriveva su Scientific American nel 1995: “La gente deve rendersi conto che esistono più modelli che possono spiegare le osservazioni [astronomiche] finora compiute... ad esempio, io potrei costruirvi un modello di universo sfericamente simmetrico, con la Terra al centro, e non si potrebbe negare la sua validità sulla base delle osservazioni. Si potrebbe escluderlo solo su basi filosofiche. In questo, dal mio punto di vista, non c’è assolutamente niente di male. Ma ciò che vorrei evidenziare è che noi utilizziamo criteri filosofici per scegliere i nostri modelli. Buona parte della moderna cosmologia cerca di nascondere questo fatto”. Ellis, se ben capisco, sta dicendo che non esistono rilevazioni scientifiche oggettive separabili dal nostro modello di interpretazione della realtà, che è soggettivo e dipende dalle immagini mentali che ogni epoca porta con sé. La nostra era è stata edificata, anche nel campo della scienza, sulla filosofia televisiva e sui suoi modelli banalizzanti. Sarà per questo che tutto appare così asfittico, bloccato, reclusorio, quasi un gulag da Truman Show? In questo caso, il futuro si prospetta roseo. Dobbiamo solo attendere la fine della condanna mediatica – che come ogni condanna non dura in eterno – e il cosmo tornerà ad essere per noi il luogo totalmente ignoto che è sempre stato, pronto ad essere studiato e interpretato (due termini che sono spesso sinonimi) in un’ottica nuova. Scopriremo presto, per la milionesima volta, che cambiare il mondo è semplice quanto cambiare idea. Ci accorgeremo di esser rimasti autoreclusi in un mondo di pura materia, condizionati a ritenerlo l’unico reale, mentre tutt’intorno a noi stridevano ghiacciai di diamante e tuonavano vulcani di stelle.

La terza considerazione è che se vogliamo accelerare la liberazione dalla schiavitù catodica dobbiamo al più presto disconoscere il nostro carceriere e metterlo di fronte alle sue menzogne. Per fare ciò le menzogne bisogna imparare a riconoscerle. Non si tratta, in verità, di un’assegnazione particolarmente complessa. Il nostro guardiano è programmato per mentire e tutto ciò che passa per le sue labbra è, in un modo o nell’altro, una bugia. Anche un evento reale, come una banale rapina o una dichiarazione politica, viene falsificato e appiattito per il semplice fatto di essere stato predigerito dai suoi circuiti. Ciò che ci viene proposto dell’evento è sempre il residuo fecale, decontestualizzato e sterilizzato, di una realtà complessa che il mostro ha già tagliuzzato e risagomato seguendo i criteri della propria programmazione. E’ però essenziale imparare a riconoscere almeno le menzogne che non scaturiscono dalla natura stessa del mezzo e dalle sue finalità a lungo termine, bensì da una progettazione “accurata” (le virgolette sono d’obbligo; in realtà, dal lato tecnico, la cura nel realizzare queste messinscene è sempre assai scarsa) mirante ad indurre negli ignari fruitori uno spostamento di paradigma a breve-medio termine, necessario ai gestori del medium per giustificare e garantire sostegno ai propri progetti di riconfigurazione geostrategica. A questa categoria appartengono bufale mediatiche come la Shoah, le armi di distruzione di massa, l’11 settembre, le “rivoluzioni colorate” (l’ultima in ordine di tempo è quella tentata in Iran) e, naturalmente, le missioni Apollo. Questo tipo di bufale presentano una serie di caratteristiche ricorrenti, che trovano nella truffa lunare il proprio prototipo. Smascherarle è per buona metà una questione di “fiuto” (ciò che veniva chiamato “fiuto giornalistico” ai tempi in cui esisteva ancora un giornalismo). Qui di seguito offro un mio personalissimo decalogo dei criteri che consentono di “annusare” la bufala e mettere in guardia il senso critico affinché non si lasci prendere alla sprovvista:

1. Dilettantismo: La bufala mediatica si riconosce innanzitutto dal suo essere fabbricata coi piedi e per il fatto che contiene quasi sempre la prova visiva della propria inautenticità, spesso in modo così eclatante da risultare perfino comico. Una delle obiezioni più frequenti del debunker di turno a coloro che denunciano la messinscena, evidenziandone i grossolani errori di fabbricazione è: “eh già, e secondo te gli uomini della CIA sarebbero così idioti da commettere un errore così pacchiano? Da far compiere agli astronauti movimenti che tradiscono platealmente i cavi a cui sono appesi? Da girare un video della “morte di Neda” in cui si lascia vedere così chiaramente agli spettatori la fialetta del sangue finto che gli attori le rovesciano in faccia? Da far crollare in verticale il WTC7, che non era stato colpito da nessun aereo, senza inventare una spiegazione plausibile? Insomma, deciditi, sono dei geni della truffa o degli idioti completi?”. A parte l’inammissibilità logica dell’argomentazione, con la quale ogni prova materiale a carico viene trasformata per via dialettica nel suo contrario, la risposta è: non sono idioti. Ma considerano completamente idioti gli spettatori delle loro produzioni, e, a giudicare dai risultati, non certo a torto. La considerazione che i progettisti delle psyop nutrono nei confronti delle loro vittime è ben espressa da Walter Lippmann, uno degli uomini che contribuirono ad elaborare le linee fondamentali della falsificazione mediatica a scopo di controllo delle coscienze. Nel suo libro L’opinione pubblica Lippmann scrive: ““La massa di individui completamente illetterati, dalla mente debole, rozzamente nevrotici, sottosviluppati e frustrati è assai considerevole; molto più considerevole, vi è ragione di ritenere, di quanto generalmente si creda. Così viene fatto circolare un vasto richiamo al popolo tra persone che, sul piano mentale, sono bambini o selvaggi, le cui vite sono un pantano di menomazioni, persone la cui vitalità è esaurita, gente ammutolita e gente la cui esperienza non ha mai contemplato alcun elemento del problema in discussione”. Per decerebrati del genere, pensano i progettisti delle psyop, è del tutto superfluo spendere milioni in effetti speciali mirabolanti. Basta spendere poche lire per qualche rozzo effettaccio teatrale e/o girare un paio di filmati col telefonino per ottenere l’effetto desiderato. Gli “illetterati” si lasceranno sopraffare dalle emozioni, disattiveranno il cervello ed eviteranno accuratamente di eseguire analisi approfondite su ciò che stanno osservando. Fino ad oggi i fatti, per quanto sia doloroso dirlo, hanno dato ragione a Lippmann oltre ogni sua più rosea aspettativa.

2. Incoerenza: un’altra caratteristica delle bufale mediatiche è quella di evidenziare una quantità di elementi contraddittori nel momento in cui si pongono a confronto le diverse immagini o testimonianze che sono servite a presentarla agli utenti finali. Così Aldrin indossa tute differenti nelle foto della passeggiata lunare; il “fidanzato di Neda” cambia faccia nelle foto diffuse da Twitter e in quella che accompagna l’intervista rilasciata alla BBC; i “testimoni oculari” delle camere a gas di Auschwitz si contraddicono tra loro riguardo alle dimensioni, caratteristiche e dislocazione delle strutture; e così via. Questa scarsa cura della coerenza narrativa è in parte ascrivibile alla bassa considerazione delle capacità intellettive degli utenti finali di cui al punto 1. In parte è anche dovuta al fatto che le psyop d’intelligence sono spesso realizzate da più centri operativi la cui coordinazione non è necessariamente ottimale. Alcune contraddizioni sono particolarmente clamorose, come nella “lista dei 19 dirottatori dell’11 settembre”, continuamente modificata e parte dei cui membri sono vivi, vegeti e dediti ad onestissime attività. Ma questo non ha importanza per la riuscita dell’imbroglio, che punta a sollecitare il lato emotivo dell’utente, mettendo a tacere le doti razionali che – in quell’esigua minoranza di individui che ne è in possesso - potrebbero smascherare la messinscena.  

3. Rarefazione informativa: la bufala mediatica è anche riconoscibile dall’assenza di informazioni dettagliate su tutto ciò che non riguardi il momento centrale dell’avvenimento dato in pasto agli spettatori/lettori. Se cercherete di ottenere dai media informazioni più ampie riguardo ad elementi che sono collegati all’evento per via indiretta, troverete solo poche e scarne informazioni, sempre le stesse, ripetute all’infinito su TV e quotidiani, con variazioni lievissime e spesso contrastanti. Non vi sarà dato conoscere i nomi dei parenti di “Neda”, il loro lavoro o avere informazioni più precise sulla facoltà universitaria frequentata dalla ragazza; non riuscirete ad avere i dettagli tecnici di funzionamento delle fantomatiche camere a gas naziste (Robert Faurisson li sta chiedendo da 30 anni); i dirottatori dell’11 settembre saranno dirottatori e basta, senza che vi sia dato conoscere alcun particolare delle loro vite antecedente alla progettazione dell’attentato. Ricostruire anche i dettagli, oltre alla scena madre, sarebbe troppo complesso e, stante l’irragionevolezza della stragrande maggioranza della popolazione umana, si tratterebbe di un lavoro superfluo. A questa regola fa parziale eccezione proprio la truffa delle missioni Apollo, e questo per motivi evidenti: l’implausibilità dell’evento e la necessità di convincere della sua realtà anche scienziati e cosmologi, oltre all’uomo della strada, rendeva necessaria una maggiore accuratezza nei dettagli. Fino a un certo punto, comunque: provate a chiedere alla NASA i dettagli tecnici di funzionamento delle famose “tute refrigerate” o a cercare qualche ripresa di stelle e pianeti visti dalla Luna: vi troverete ancora una volta di fronte al nulla (by the way, Armstrong dichiarò, nella conferenza stampa immediatamente successiva al “ritorno dal satellite”, che sulla Luna non si vedevano stelle!! Posso capire che non sia possibile farle venire sulle foto, ma addirittura che non si vedano...!). 

4. Retorica: dovendo colpire e accendere l’emotività delle sue vittime, la bufala mediatica è farcita di connotazioni retoriche, quasi sempre riprese dai modelli cinematografici e televisivi le cui immagini hanno ormai sostituito, nella psicologia della collettività umana, quelle della realtà quotidiana e tangibile. Così gli astronauti piantano patriottiche bandiere a stelle e strisce, come gli eroi di Iwo Jima, e pronunciano sentenze altisonanti al momento di posare le suole sulla sabbia selenita; così Hamid Panahi, nel video di Neda, si esibisce in declamatorie manifestazioni di dolore (“Neda resta con me! Non lasciarmi!”) riprese pari pari dai blockbuster hollywoodiani; così il presidente Bush, dopo l’11 settembre, dichiara al mondo che i terroristi “hanno svegliato il grande gigante addormentato”, con una citazione da cinefilo tratta di peso da “Tora! Tora! Tora!”. “Io credo che la gente abbia perso la capacità di collegare insieme le immagini della propria vita senza l’intervento della televisione. E’ questo che intendiamo quando diciamo che ci troviamo in una società catodica”, diceva Hal Becker, accingendosi a sfruttare questa intuizione a favore del Futures Group per cui lavorava. E ancora una volta aveva ragione.  

5. Eroismo: strettamente connesso alla retorica hollywoodiana è il “fattore eroismo”. La stragrande maggioranza degli esseri umani – aiutata dalla terribile banalizzazione tele-cinematografica della realtà che ha devastato la nostra capacità di pensiero nell’ultimo secolo – ragiona in modo elementare e categorizza la realtà in scialbe dicotomie: destra-sinistra, bianco-nero, buono-cattivo, e così via. La bufala mediatica gioca su questa insipienza analitica e offre all’utente una rappresentazione della realtà che corrisponda alla sua rarefatta immagine del mondo. Essa presenta ed esalta sempre, con gran pompa, un eroe “buono” la cui presenza evoca per contrasto l’antagonista “cattivo” contro il quale si intende dirigere il disprezzo dell’osservatore. Gli astronauti conquistano, come eroici pionieri del Far West, le lande remote del satellite terrestre, con tanto di celebrazione patriottica e saluto alla bandiera, evocando la sconfitta dei malvagi sovietici che restano a terra a rodersi il fegato; Neda muore da eroina per mano del demoniaco Ahmadinejad (e fioccherà abbondante sui forum di internet, nei giorni successivi, la retorica melmosa del suo “sacrificio per la libertà”); gli eroici pompieri dell’11 settembre muoiono da eroi per opporsi al malvagio piano dei terroristi che vogliono distruggere l’America; e così via, di cazzata in cazzata. Inutile sottolineare che i grandi eventi e le grandi tragedie, quando reali e/o non ridotte a feuilleton per le masse, non offrono cittadinanza agli eroi. Non ne troverete neanche uno nei diari di Colombo e nemmeno nelle cronache dei soccorsi in Louisiana a seguito dell’uragano Katrina. Dinanzi all’enormità dell’ambizione e del dolore umano gli eroi se ne restano in disparte, chiusi nei loro quadratini di celluloide, ad osservare ammirati.     

6. Simbolismo: il gregge dei teledipendenti ha la memoria corta. Consuma repressioni, stragi e catastrofi come si consuma un doppio cheeseburger da McDonald’s. Per far sì che il pur banale significato della messinscena (che può essere la malvagità di un dato regime o la superiorità scientifica statunitense) resti impresso per più di dieci minuti nelle menti vuote dei fruitori, occorre che la psyop sia progettata in modo da culminare in una o più immagini simbolo che rimangano fissate nell’immaginario. L’americano medio non ha la più pallida idea di dove si trovino geograficamente l’Iran o la Cina, non sa nulla della loro situazione politica, culturale, economica, per non parlare del ruolo che tali paesi rivestono nelle strategie militari globali. I viaggi sulla luna gli interessano meno del porno. Tende a digerire e dimenticare in fretta anche l’evento più clamoroso o toccante, a meno che non si progetti un’immagine-simbolo, ricollegabile all’evento stesso, da imprimere come un marchio a fuoco sulla “tabula rasa” che è la sua mente, secondo la definizione del Tavistock Center. Può accadere, in casi rari, che questa immagine-simbolo scaturisca spontaneamente dallo stesso palcoscenico della rappresentazione. Ad esempio, nel corso della rivolta cinese di Piazza Tien an Men (prima tra le “rivoluzioni colorate” organizzate dalla CIA per rovesciare il governo di Deng Xiaoping) le “immagini simbolo” degli studenti che offrono fiori ai soldati, già accuratamente preparate dalla regia, vennero superate da un’immagine autentica (o almeno finora non dimostrata fasulla), quella del tizio che ferma una colonna di carri armati stando fermo in mezzo alla strada; questa immagine si prestava con maggiore efficacia ad ottenere il risultato desiderato e fu dunque preferita a quelle già predisposte. Ma nella maggior parte dei casi l’immagine-simbolo viene preparata “in studio” durante la rappresentazione: Aldrin che fa il saluto alla bandiera (un’immagine così palesemente fasulla che perfino Paolo Attivissimo , a suo tempo e a denti stretti, aveva espresso dubbi sulla sua autenticità); la stessa bandiera americana issata sulle macerie di Ground Zero a simboleggiare la resistenza dell’America vendicativa alla malvagità dei terroristi (per realizzare la foto la bandiera venne fregata da uno yacht ancorato nei pressi, il cui proprietario s’incazzò non poco); il primo piano del viso di Neda ricoperto di ketchup (le immagini autentiche dei vari manifestanti iraniani pestati a sangue e mezzi morti, o morti, non andavano bene, essendo troppo simili a quelle dei manifestanti picchiati e accoppati in ogni paese del mondo, dunque dozzinali e prive di forza simbolica). Si può pertanto riconoscere la bufala mediatica dalla presenza di questa iconografia e dall’uso retorico che ne viene fatto.              

7. Effetti: “Dai frutti li riconoscerete”, dice il Vangelo. La bufala mediatica è progettata, come si è detto, per generare forti e irrazionali reazioni emotive nei meno dotati di spirito critico (cioè nel 90% dell’umanità). Poiché essa raggiunge sempre perfettamente i suoi scopi, potete riconoscerla osservando le reazioni scomposte delle sue vittime. Prendete un qualsiasi idiota di vostra conoscenza (ogni vero essere umano ne conosce più d’uno) e osservate la sua reazione di fronte al messaggio. Se l’idiota si lascia andare, con ribollente passione, alla retorica del martirio, o a quella dell’eroismo, o a quella dell’incomparabile e celeste dolcezza della democrazia, avrete un forte indizio del tipo di medicina che gli è stato somministrato. A monte di un alienato che straparla di fumosi concetti, esistenti nel solo mondo della sua immaginazione, è lecito supporre l’esistenza di un farmaco mediatico poderoso, così come a monte di un ubriaco è lecito presupporre l’esistenza di una o più lattine di birra. Se per vostra singolare fortuna doveste trovarvi a corto di ubriachi strepitanti, potete rimediare osservando le reazioni dei molti subnormali che affollano i forum e i siti della rete. Ad esempio questo sito e quest’altro possono costituire un’assai utile cartina di tornasole.  

8. Evasività: la bufala è anche riconoscibile dal fatto che gli elementi che ne rappresentano la più considerevole fonte di dubbio vengono accuratamente elusi dai mezzi d’informazione e - per quel che conta - anche dai “debunker”. Ci si concentra sui punti noti a tutti o su quelli marginali, lasciando convenientemente nell’ombra gli aspetti più controversi. Troverete decine di persone disposte a sciorinarvi le mirabili caratteristiche tecniche del LEM; ma se chiederete come mai il modulo lunare, in certe foto della NASA, si presenti come un ammasso di immondizia legata col nastro adesivo, riceverete solo insulti o il silenzio. Idem per l’11 settembre: gli elementi che smascherano con certezza l’inside job, come il crollo del WTC7, non sono neppure stati presi in considerazione dalla commissione d’inchiesta americana; il rapporto dell’Open Chemical Physics Journal, in cui ricercatori indipendenti hanno analizzato le macerie di Ground Zero, trovando tracce abbondanti della termite usata per demolire gli edifici, non riceveranno la minima attenzione dai media, né dagli anticomplottisti a cottimo. E allo stesso modo il debunker coscienzioso eviterà con cura di commentare le immagini del video di Neda in cui si vede distintamente il contenitore da cui le viene rovesciato in faccia il sangue finto; al massimo si produrrà in una sequela di insulti e risate per iscritto, affermerà balbettando che si tratta solo di un ammasso di pixel e poi scomparirà nel nulla. Il ricercatore che chieda informazioni precise sul funzionamento e sulle caratteristiche tecniche delle camere a gas naziste verrà ignorato o arrestato. Quando i nodi cruciali di una questione vengono elusi con il suddetto imbarazzo, o perfino con la repressione, la possibilità di trovarsi di fronte a una bufala cessa di essere una possibilità.   

9. Distruzione delle prove: per evitare che la bufala, col passare del tempo,venga contraddetta o smascherata, occorre far sparire le prove compromettenti; o più spesso occorre giustificare in qualche modo la totale assenza di prove, visto che esse, essendo per l’appunto prove di una vicenda mai avvenuta, non sono mai esistite. La cancellazione/decostruzione delle prove è in realtà un’attività alla quale i malandrini che stanno dietro alle psyop si dedicano di malavoglia. Non ne vedono la necessità. Le loro vittime non s’informano, non ragionano, non leggono; quindi, chi se ne frega se sulla stampa specializzata o sul web dovessero comparire anche diecimila smentite, con tanto di dimostrazione? Esse non basterebbero comunque a cancellare le immagini televisive, che nelle menti dei poveri dei spirito hanno già rifondato la realtà sulle inamovibili fondamenta della fregnaccia. Non è clinicamente possibile far rinsavire masse di individui la cui coscienza è stata programmata dalle operazioni di guerra psicologica se questi individui sono contenti della propria condizione. Si potrebbe al massimo riprogrammarli: se TV e giornali pubblicassero nuove immagini e nuove campagne di stampa che contraddicano le precedenti, ecco che nell’arco di poche ore il gregge mediatico cancellerebbe dalla memoria le vecchie “verità” per adeguarsi alle nuove, quali che siano. Ma un’operazione del genere richiederebbe un enorme dispiego di mezzi ed è ovviamente al di fuori della portata di qualunque ricercatore, per quanto scrupoloso. Dunque la distruzione delle prove è considerata dagli operatori delle psyop come un eccesso di zelo, laborioso e inutile.

Purtroppo per loro, i loro capi, cioè i membri dell’elite politico-finanziaria internazionale che ordina la fabbricazione delle bufale per i propri interessi, la pensa diversamente. Essendo essi stessi un’elite, sanno benissimo che i grandi sconvolgimenti della storia non sono mai stati prodotti da masse di ovini, per quanto oceaniche, bensì da ristrettissimi gruppi di persone pensanti capaci di agire in comune e di coordinarsi tra loro. A queste persone è necessario togliere quanto più possibile il terreno sotto i piedi; privarli di ogni elemento d’indagine, non tanto perché l’indagine sia pericolosa in sé, ma perché essa rappresenta un poderoso collante relazionale e una base per il coordinamento. Non ci si può permettere di rischiare che gruppi di ricercatori indipendenti, magari coordinati tramite internet, si mettano a compiere analisi sulle macerie del World Trade Center o sui nastri originali delle missioni Apollo. E’ vero, costoro non riuscirebbero mai a comunicare al grande pubblico le loro scoperte; ma diverrebbero consapevoli dell’imbroglio, e la consapevolezza di piccoli gruppi coordinati e determinati fa paura più di mille rivoluzioni. Dunque le macerie del WTC devono essere rimosse e distrutte al più presto; i nastri originali dello sbarco sulla Luna devono andare opportunamente smarriti; Oswald deve sparire; i genitori di “Neda”, sospettamente inesistenti, devono poter giustificare la propria inesistenza con l’arresto da parte del mefistofelico governo iraniano; anche le camere a gas, inesistenti più che mai, devono poter vantare la propria distruzione ad opera dei nazisti in fuga se vogliono evitare che la loro irrealtà divenga oggetto d’indagine. La distruzione delle prove basterà a scoraggiare solo una parte dei ricercatori, non tutti, ma intanto si fa quel che si può. Per il resto esiste sempre la carta della repressione, che è fastidiosa e pericolosa da giocare, ma rappresenta pur sempre un’ultima ratio nel caso le cose si mettano veramente di merda.

10. Coraggio intellettuale: per essere smascherata la bufala richiede una buona dose di coraggio intellettuale. Chi comprende la falsità di una proposizione accettata come vera dalla stragrande maggioranza del genere umano si sente spesso solo. I grandi media lo ignorano o lo prendono in giro; parenti e amici lo considerano una persona un po’ tocca che cerca di mettersi in mostra affermando l’esatto contrario di verità risapute. Evitate di arrabbiarvi, di impuntarvi, di strillare. Sarebbe doppiamente inutile: inutile perché non si può sconfiggere con le urla un apparato mediatico globale i cui strilli sono miliardi di decibel più poderosi; e inutile perché portare dalla vostra parte una, dieci o mille persone a suon di strepiti non servirebbe a niente. Le persone sono utili quando ragionano e a ragionare si impara da soli, se mai si impara. Limitatevi a gettare negli altri il seme del dubbio e lasciate che decidano da soli se essere pecore o uomini. L’appoggio entusiastico di una moltitudine di cerebrolesi, in grado di apprezzare solo le vostre urla, sarebbe infinitamente più dannoso della loro inimicizia. Avete contro un sistema di disinformazione in grado di distruggere e riplasmare miliardi di menti nell’arco di un telegiornale, quindi entrare in collisione con la maggioranza del genere umano è una necessaria quotidianità. Accertatevi di avere le spalle per sopportarla. Tenete presente che, stante il continuo bombardamento di stupidaggini da parte dei media, il fatto che la maggioranza degli individui sia convinta della veridicità di un fatto rappresenta il miglior indizio possibile della sua inautenticità. Più fessi ci credono, più è verosimile che abbiano torto. Scrivetevi da qualche parte le parole di Morpheus a Neo e fate in modo di averle sempre di fronte: “La matrice è un sistema, Neo, e quel sistema è nostro nemico. Quando sei al suo interno, cosa vedi? Le menti di quelle persone che stiamo cercando di salvare. Ma finché non ci riusciremo, quelle persone sono parte del sistema e questo le rende nostri nemici. Devi capire che la maggior parte di quelle persone non è pronta per essere scollegata. E molti sono così disperatamente dipendenti dal sistema che combatteranno per difenderlo”.  Non abbiate mai paura della solitudine. Sono i piccoli gruppi di persone consapevoli che hanno sempre cambiato il mondo, non le folle belanti. Lasciate queste folle a pascolare serenamente nella desolazione del loro deserto lunare, a tremare di fronte alla serie infinita di minacce immaginarie che l’orchestra del padrone suona per loro. Se si vuole combattere la paura, il primo luogo da cui bisogna scacciarla è la nostra casa. La paura teme la serenità del pensiero, non le grida. Non dimenticate mai che la pillola rossa è una benedizione che tocca a pochi, e che la luna (quella vera e inviolata) vi sia propizia.                               

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COME NACQUE NEDA (E MILLE ALTRE SIMILI FREGNACCE) - 2

by Gianluca Freda (08/07/2009 - 14:17)


COME GLI INGLESI UTILIZZANO I MEDIA PER LA GUERRA PSICOLOGICA DI MASSA (parte 2)

di L. Wolfe, tratto da The American Almanac del 5 maggio 1997

visto su www.global-elite.org

traduzione di Gianluca Freda

 


La “baby-sitter con un occhio solo”

La televisione iniziava a fare il suo ingresso come nuova tecnologia mass-mediatica proprio nel momento in cui venivano pubblicati i risultati del Radio Research Project, nel 1939. Sperimentata dapprima su larga scala nella Germania nazista, durante le Olimpiadi di Berlino del 1936, la televisione fece la sua prima apparizione pubblica alla Fiera Mondiale di New York del 1939, dove attirò vaste folle di persone. Adorno e altri riconobbero immediatamente il suo potenziale come strumento per il lavaggio del cervello di massa. Nel 1944 Adorno scriveva:

“La televisione punta alla sintesi di radio e cinema... ma le sue implicazioni sono enormi e promettono di intensificare l’impoverimento della sostanza estetica in modo così drastico che in futuro l’identità appena velata di tutti i prodotti culturali industriali potrà uscire trionfante allo scoperto, concretando in modo irridente il sogno wagneriano della Gesamtkunstwerk, la fusione di tutte le arti in un’opera unica”.     

Come apparve evidente fin dai primi studi clinici sulla televisione (alcuni dei quali furono condotti tra la fine degli anni ’40 e l’inizio dei ’50 da ricercatori del Tavistock), i telespettatori, in un arco di tempo relativamente breve, entravano in uno stato di semi-coscienza simile al trance, caratterizzato dalla presenza di sguardo fisso. Più a lungo si guardava, più pronunciata diventava la fissità dello sguardo. In tali condizioni di semi-coscienza crepuscolare, gli spettatori divenivano ricettacolo di messaggi che potevano essere contenuti nei programmi stessi, oppure, per dislocazione, nella pubblicità. Il lavaggio del cervello era completo [10].

La televisione si trasformò da curiosità di quartiere in strumento ad ampia penetrazione di massa, soprattutto nelle aree urbane, pressappoco tra gli anni 1947-1952. Come ha osservato Lyndon LaRouche, ciò coincise con un momento assai critico della vita psicologica nazionale. Il sogno di milioni di veterani della Seconda Guerra Mondiale e le loro speranze di costruire un mondo migliore, si erano schiantati al suolo dinanzi alla corruzione morale dell’amministrazione Truman e alla successiva crisi economica. Questi veterani si ritirarono nella loro vita familiare, nei loro lavori, nelle loro case, nei loro tinelli. E al centro di quei tinelli c’era il nuovo apparecchio televisivo, le cui immagini banali assicuravano che le scelte moralmente ignobili che essi avevano compiuto erano state quelle giuste.

I primi programmi televisivi si rifacevano ai modelli già sperimentati della radio, come descritti dal Radio Research Project: le “situation comedy”, o “sitcom”, i quiz, i varietà, lo sport e le “soap”. Molti erano in forma seriale, con personaggi, se non storie, collegate tra loro. Tutti erano banali e deliberatamente progettati per essere così.

I figli di questi veterani infelici, i cosiddetti “baby-boomers”, divennero la prima generazione ad essere accudita da ciò che LaRouche chiama “la baby-sitter con un occhio solo”. I genitori incentivavano i bambini a guardare la televisione, spesso come mezzo per tenerli sotto controllo, e loro fissavano per ore tutto ciò che passava sullo schermo. I contenuti dei primi programmi per bambini erano banali (ma non più dei programmi televisivi in generale) e mentalmente devastanti; ancor più devastante fu la sostituzione del contatto concreto con la famiglia con la visione televisiva, quando il “tavolo per la cena” venne rimpiazzato dalla “cena televisiva” di fronte al tubo catodico. Com’era prevedibile, i bambini svilupparono fissazioni ossessive per gli articoli pubblicizzati dalla TV, chiedendo che tali articoli gli venissero comprati, altrimenti non avrebbero potuto essere come i loro amici [11].

A metà degli anni ’70, Eric Trist, che rimase fino alla sua morte (avvenuta nel 1993) a capo delle operazioni del Tavistock americano, e Fred Emery, “esperto” di media del Tavistock, scrissero una relazione sulle ricerche compiute riguardo all’impatto di 20 anni di televisione sulla società americana. Nel lavoro di Emery del 1975, intitolato Futures We Are In, essi riferivano che il contenuto delle programmazioni non era più tanto importante quanto lo era il totale delle ore trascorse davanti alla televisione. Il tempo di fruizione televisiva media era costantemente cresciuto nei due decenni trascorsi dall’introduzione del mezzo, tanto che a metà degli anni ’70 esso poteva essere considerato un’attività quotidiana, seconda solo al lavoro e al sonno, che occupava circa sei ore giornaliere (e da allora è cresciuta ulteriormente fino a sette ore, con l’aggiunta di videogames, videocassette, e così via); fra i bambini in età scolare, il tempo trascorso a guardare la televisione era inferiore solo al tempo destinato alle attività scolastiche. Queste scoperte, secondo il Tavistock, indicavano che la televisione era paragonabile ad una droga che produce dipendenza. Similarmente, Emery riferiva di studi neurologici i quali, a suo dire, dimostravano che la visione televisiva continuata “spegne il sistema nervoso centrale umano”.

Che le loro affermazioni siano fondate o no su analisi scientifiche, Emery e Trist presentano prove convincenti del fatto che una fruizione televisiva prolungata e massiccia abbassa le capacità di riflessione concettuale su ciò che viene presentato sullo schermo. Gli studi evidenziano che la semplice presenza di immagini sulla televisione, specialmente se presentate nell’appropriato format di documentario o di notiziario, ma anche nel corso della visione in generale, tende a far considerare quelle immagini “autentiche” e a far attribuire ad esse un’aura di “realtà”.

Trist ed Emery non trovano nulla di sbagliato in questa evoluzione, la quale indica che la televisione sta producendo una generazione cerebralmente morta. Al contrario, essi evidenziano come tale evoluzione si inserisca all’interno di un più ampio piano globale di controllo sociale, portato avanti dalla Tavistock e dai network suoi alleati per conto dei loro sponsor. La società, essi affermano in A Choice of Futures, libro pubblicato nello stesso periodo, è sprofondata in stati di coscienza mentale sempre più bassi, al punto che anche uno Stato fascista di tipo orwelliano ormai non sarebbe più realizzabile. A questo punto, grazie alla televisione e ad altri mass media, il genere umano versa in uno stato di dissociazione le cui implicazioni politiche si manifesteranno in una società di stampo “Arancia Meccanica”, dal nome del libro di Anthony Burgess, in cui gang giovanili scatenate commetteranno atti di violenza casuale, per poi tornare a casa a guardare i notiziari e vedere sullo schermo ciò che hanno compiuto.

Gli artefici del lavaggio del cervello sottolineano che questa evoluzione, che secondo loro ha il proprio modello nella violenza in Irlanda del Nord, non è stata indotta dagli effetti della sola televisione. La società è passata attraverso una “turbolenza sociale” dovuta ad una serie di shock politici ed economici, che comprendono la guerra in Vietnam, il rialzo dei prezzi petroliferi e l’assassinio di alcuni leader politici. L’impatto psicologico di questi eventi, la cui responsabilità essi  omettono di attribuire all’establishment anglo-americano, è stato amplificato dalla loro penetrazione nelle case, in dettagli crudi e spaventosi, attraverso i notiziari televisivi. Nello scenario descritto da Trist e Emery, sembra quasi di sentire il possibile sommario di un futuro telegiornale: “La fine del mondo: tutti i dettagli nell’edizione delle 11”.

 

Consolidare il paradigma

Nel 1991, in un’antologia dei lavori del Tavistock che egli stesso aveva pubblicato, Trist scriveva che tutti i “nodi” internazionali o centri dell’apparato di brainwashing dell’istituto miravano allo scopo fondamentale di consolidare uno spostamento di paradigma verso un “ordine mondiale postindustriale”. Il loro obiettivo, egli affermava, era di rendere questo cambiamento irreversibile. In quest’opera, e in altre, Trist, proprio come Alexander King, invita ad una campagna di “rieducazione” di massa che distrugga le ultime vestigia di resistenza nazionale, soprattutto all’interno degli Stati Uniti, a questo nuovo ordine mondiale.

Circa dieci anni prima, un altro dei serventi del Tavistock, Bernard Gross, in una relazione consegnata alla conferenza del 1981 sulla Società del Mondo Futuro, presieduta da Al Gore, offriva uno spiraglio sulle caratteristiche di questo “nuovo ordine mondiale”. Gross affermava che nel periodo che stava per iniziare il mondo si sarebbe trovato di fronte a ciò che il Tavistock ama chiamare una “scelta critica”: una serie di opzioni, ciascuna delle quali appare cattiva, ma, a causa del terrorismo diffuso e della pressione degli eventi, una decisione va comunque presa scegliendo l’opzione che rappresenta il “male minore”. La società industriale dell’occidente scivolerà nel caos; questo caos, egli affermava, potrà condurre o a un fascismo di tipo autoritario, come quello che gli inglesi contribuirono ad instaurare nella Germania nazista; oppure ad una forma di fascismo più umana e benevola che Gross definiva “fascismo amichevole”. La scelta, sosteneva Gross, è tra il tentativo di ritornare al vecchio paradigma industriale, nel qual caso avremo un fascismo di tipo nazista; oppure di abbracciare il post-industrialismo, in cui avremo il “fascismo amichevole”. Quest’ultimo, egli affermava, è chiaramente preferibile, poiché esso rappresenta una mera transizione verso un nuovo “ordine mondiale di informazione globale”, che comporterà una maggiore libertà e possibilità di scelta individuale, una vera democrazia di massa aperta e partecipativa.

Per Gross la scelta è chiara: in ogni caso vi saranno dolore e sofferenza; ma solo il “fascismo amichevole” dell’informazione globale, di una società interconnessa da TV via cavo, satelliti e reti informatiche, offre speranza per un “futuro” migliore.

Ma chi amministrerà questo ordine mondiale del “fascismo amichevole”? Gross spiegava che oggi esiste una vera e propria “Internazionale Aurea”, termine che egli ricalcava sull’Internazionale Comunista (Comintern) di Nikolai Bukharin. Si tratta di un’illuminata elite internazionale, avente per fulcro la potente oligarchia eurocentrica che controlla l’industria della comunicazione globale, nonché varie altre risorse chiave e la finanza globale. Questa elite deve essere istruita e informata dall’intelligence delle reti Tavistock; deve comprendere che le grandi masse di zombi teledipendenti possono essere facilmente costrette ad amare questo nuovo mondo, grazie alla persuasione degli spettacoli televisivi e all’infinita fornitura di “informazione”. Una volta conquistate le masse attraverso questa “educazione”, la resistenza dei settori nazionali si sgretolerà.

Nel 1989, per iniziativa di Trist, il Tavistock tenne un seminario presso la Case Western Reserve University per discutere dei mezzi con cui arrivare a creare un fascismo internazionale “senza più Stati”, un nuovo ordine mondiale basato sull’informazione. Nel 1991 il Tavistock incaricò il suo giornale, Human Relations, di pubblicare gli atti di quel seminario. Molti interventi contengono un appello ai mass media affinché si schierino a favore di questo progetto.

Inoltre, a partire dal 1981, esisteva ormai un’altra tecnologia a disposizione dei funzionari del lavaggio del cervello: internet. Secondo Harold Permutter, uno dei partecipanti al seminario della Case Western, internet rappresenta uno strumento sovversivo per penetrare i confini nazionali con “informazioni” relative a questo nuovo ordine mondiale; esso funziona anche come collante per un network di organizzazioni non governative che avrebbero fatto circolare propaganda a favore del nuovo ordine mondiale. Queste ONG avrebbero dovuto essere la sovrastruttura su cui sarebbe stato edificato il nuovo ordine mondiale. Perlmutter e altri partecipanti alla conferenza affermarono che il loro movimento non poteva essere sconfitto, perché non esisteva in senso formale. Risiedeva solo nelle menti dei suoi cospiratori, menti che erano a conoscenza della macchina per il lavaggio mediatico del cervello creata dal Tavistock. Come la televisione era stata la droga informativa dell’ultima parte di questo millennio, così internet, con la sua abbondanza di chat e “informazione” per la maggior parte inutile, con i suoi messaggi sovversivi programmati, sarebbe stato la droga del nuovo millennio, si vantava il Tavistock. [12]

“Gli americani, in realtà, non pensano. Hanno solo opinioni, sensazioni”, diceva Hal Becker di The Futures Group in un’intervista del 1981. “La televisione crea le opinioni e poi le conferma. La gente ha davvero subito un lavaggio del cervello ad opera del tubo catodico? In realtà c’è molto di più. Io credo che la gente abbia perso la capacità di collegare insieme le immagini della propria vita senza l’intervento della televisione. E’ questo che intendiamo quando diciamo che ci troviamo in una società catodica. Ci dirigiamo verso una società orwelliana, ma Orwell commise un errore in 1984. Il Grande Fratello non ha bisogno di guardarti, finché sei tu a guardarlo. E chi può dire che si tratti, in fondo, di una cosa così malvagia?”.      

 

La mosca nella pomata

Ma perfino i circoli elitari dei network internazionali del Tavistock hanno la vaga sensazione che ci sia qualcosa di terribilmente sbagliato nel loro piano. Questa sensazione fu espressa da un autore che Emery citava nel 1973, il quale si chiedeva cosa sarebbe successo quando la generazione di baby-boomer teledipendenti fosse arrivata alle redini del potere. Li avevamo davvero preparati ad esercitare il comando? Sarebbero stati in grado di ragionare e di risolvere problemi? Emery ignorava il problema, affermando che esiste tempo sufficiente per addestrare i nuovi quadri dirigenti. Ma la questione rimane aperta. Nel 1981, alla conferenza Società del Mondo Futuro, durante la quale Gross intonò il suo peana al nuovo ordine globale dell’informazione abbigliato da “fascismo amichevole”, Tony Lentz, assistente professore di lingue presso la Pennsylvania State University, fece notare di aver personalmente osservato una devastazione delle capacità di espressione scritta e orale, dovuta ai mass media e alla televisione; molti studenti non solo non riuscivano più a scrivere in modo corretto, ma non riuscivano più nemmeno a pensare in modo intelligente. Non si trattava di un semplice caso di scarsa istruzione, come egli faceva notare nel suo articolo “The Medium is Madness”, ma del fatto che essi non sentivano più alcun desiderio di pensare. Ricordando che, secondo Platone, la nostra conoscenza del mondo deve fondarsi sulla conoscenza del pensiero di qualcuno che conosce il mondo, Lentz affermava che la televisione ha instillato nelle persone l’idea che le semplici immagini rappresentino la conoscenza. Non esistono più interrogativi, non vi è più lo sforzo per penetrare il pensiero di altre persone, ma soltanto dialogo e immagine, suono e furia, che naturalmente non significano nulla. [13]

“Permettere a noi stessi di essere influenzati dalle sottili ma potenti illusioni presentate dalla televisione”, scriveva Lentz, “conduce ad una sorta di follia di massa che potrebbe avere implicazioni piuttosto spaventose per il futuro della nazione... Inizieremo a vedere cose che non esistono, daremo a qualcun altro il potere di creare per noi le nostre illusioni. La prospettiva è agghiacciante, e visto il nostro retaggio culturale dovrebbe essere motivo di riflessione”.     

 

Note

10. Per una più completa trattazione sulla televisione, sulla sua programmazione e sul lavaggio del cervello che essa produce sul popolo americano, si veda la serie di 16 articoli “Turn Off Your Television” dello stesso autore, pubblicata su New Federalist, 1990-93. E’ disponibile in ristampa presso la EIR.

11. Una delle specializzazioni del Tavistock è lo studio della manipolazione psicologica dei bambini e dell’impatto della pubblicità sulla mente dei minori. Tali pubblicità vengono progettate con cura per indurre i bambini a desiderare il prodotto pubblicizzato.

12. Vi sono stati investimenti massicci sull’infrastruttura di internet, sproporzionati rispetto alle possibilità di rientro a breve o a medio termine. Ciò porta a pensare che si tratti in realtà di “investimenti a fondo perduto” per favorire l’impatto psicologico delle nuove tecnologie.

13. Queste espressioni riecheggiano il pensiero di Platone, ma ne sono appunto soltanto un’eco. Per una migliore comprensione dei problemi educativi si veda Lyndon LaRouche, On the Subject of Metaphor, Fidelio, Autunno 1992.   

 

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COME NACQUE NEDA (E MILLE ALTRE SIMILI FREGNACCE)

by Gianluca Freda (07/07/2009 - 21:56)


COME GLI INGLESI UTILIZZANO I MEDIA PER LA GUERRA PSICOLOGICA DI MASSA (parte 1)

di L. Wolfe, tratto da The American Almanac del 5 maggio 1997

visto su www.global-elite.org

traduzione di Gianluca Freda

 

“Io conosco il segreto per far credere all’americano medio tutto ciò che desidero. Datemi soltanto il controllo della televisione... mettete qualsiasi cosa in televisione ed essa diventa realtà. E se il mondo esterno alla TV contraddice le immagini, la gente inizierà a modificare il mondo per adeguarlo alle immagini della TV...”

(Hal Becker, “esperto” di media e consulente del management per The Futures Group, intervista del 1981) [1]

Nei 15 anni trascorsi da questo commento di Becker, gli americani sono diventati sempre più “connessi” a una rete mediatica di massa che ora comprende anche computer e videogames, nonché internet. Una rete onnipresente il cui potere è così pervasivo da essere dato quasi per scontato. Come ha detto un noto comico: “Siamo davvero un popolo la cui coscienza è mediatica. Conosco un tale che è stato investito da una macchina per la strada. Non ha voluto andare all’ospedale. Si è trascinato invece fino al bar più vicino per controllare se lo avevano messo nel telegiornale della sera. Quando ha visto che non c’era, ha esclamato: “Ma che bisogna fare, farsi ammazzare, per andare in televisione?”.

Ai più alti vertici della monarchia britannica e del suo Club of Isles, questo grande potere non viene dato per scontato. Anzi, viene attentamente gestito e diretto, come Becker spiega da una più limitata prospettiva, per creare e forgiare l’opinione pubblica. In un rapporto pubblicato nel 1991 dal Club Malthusiano di Roma e intitolato “La Prima Rivoluzione Globale”, Sir Alexander King, consigliere capo della famiglia reale e del principe Filippo su scienza e comunicazione, scriveva che le nuove scoperte nelle tecnologie di comunicazione avranno l’effetto di espandere enormemente il potere dei media, tanto nel settore avanzato che in quello in via di sviluppo. I media, egli afferma, costituiscono l’arma più potente e il più forte “agente di cambiamento” per la creazione di un “mondo unico” neo-malthusiano che travalicherà e cancellerà il concetto di “stato-nazione”.

“E’ sicuramente necessario intraprendere un ampio dibattito con giornalisti e direttori dei principali media per studiare le condizioni che possano metterli in grado di ricoprire questo nuovo ruolo”, scriveva King.

Nel suo progetto, il Club di Roma, di cui King fa parte, può contare sulla cooperazione di un cartello mediatico, che è una creazione britannica, come documentato nel nostro rapporto. Può anche contare sulle capacità di una macchina da guerra psicologica di massa, anch’essa guidata dai britannici e dai loro interessi, che si estende a momenti chiave della produzione mediatica e comprende scrittori e psicologi che contribuiscono a definire i contenuti, nonché sondaggisti che provvedono a perfezionare e analizzare l’impatto su determinate fasce di popolazione. Oltre a questa rete di operatori interattivi, esistono poi milioni di altre persone che partecipano alla produzione, distribuzione e trasmissione dei messaggi mediatici, il cui modo di pensare è stato anch’esso plasmato dai contenuti del prodotto mediatico e che hanno letteralmente operato su se stessi un auto-lavaggio del cervello provocato dalla cultura in cui sono immersi.

 

“Mamma” Tavistock

Lo storico centro di questo apparato di guerra psicologica di massa ha la propria sede fuori Londra, presso il Tavistock Center [2]. Creato subito dopo la I Guerra Mondiale sotto il patronato del Duca George di Kent (1902-42), l’originale Clinica Tavistock, diretta da John Rawlings Rees, si trasformò nella centrale di guerra psicologica della famiglia reale e dell’intelligence britannica. Rees e un gruppo scelto di psichiatri freudiani e neofreudiani misero a frutto le esperienze di collasso psicologico osservate in tempo di guerra per elaborare teorie su come tali condizioni di crollo psichico potessero essere prodotte in assenza del terrore della guerra. Il risultato fu una teoria del lavaggio del cervello di massa, ottenuta attraverso lo studio delle reazioni di gruppo, che poteva essere utilizzata per alterare i valori degli individui e produrre, col passare del tempo, cambiamenti nei princìpi assiomatici che governano una società.

Negli anni ’30 la rete di Tavistock intessè una relazione simbiotica con l’Istituto di Ricerche Sociali di Francoforte, creato dalle reti oligarchiche europee, che si focalizzava sullo studio e la critica della cultura da un punto di vista neofreudiano. Verso la fine degli anni ’30, con il trasferimento dei suoi membri operativi dalla Germania a New York, la Scuola di Francoforte coordinò la prima analisi dell’impatto di un fenomeno mediatico di massa, cioè la radio, sulla cultura. Si trattava del “Radio Research Project”, con base a Princeton. [3]

Con lo scoppio della II Guerra Mondiale, gli uomini del Tavistock presero il controllo effettivo del Direttivo di Guerra Psicologica dell’Esercito Britannico, mentre il network alleato negli Stati Uniti si integrava nell’apparato di guerra psicologica americano, che includeva il Comitato sulla Morale Nazionale e l’Osservatorio sui Bombardamenti Strategici.

Alla fine della guerra, gli sforzi combinati del Tavistock (divenuto Tavistock Institute nel 1947) e dei funzionari dell’ex Scuola di Francoforte avevano creato un’equipe di “truppe di attacco psicologico”, come le chiamava Rees, e di “guerrieri culturali” che contava diverse migliaia di persone. Oggi questo network conta diversi milioni di persone in tutto il mondo e rappresenta il fattore più importante nella progettazione degli scopi e dei contenuti dei prodotti mediatici di massa.

 

Le “immagini nella vostra testa”

Nel 1922, Walter Lippmann definì come segue il concetto di “opinione pubblica”:

“Le immagini che gli esseri umani hanno nella testa, le immagini di se stessi, degli altri, dei propri scopi e obiettivi, delle proprie relazioni, rappresentano le loro opinioni pubbliche. Queste immagini, quando vengono gestite da gruppi di persone o da persone che agiscono in nome di gruppi, diventano Opinione Pubblica, con le iniziali maiuscole”.   

Lippmann, che fu il primo a tradurre in inglese le opere di Sigmund Freud, sarebbe divenuto uno dei più influenti commentatori politici [4]. Aveva trascorso gli anni della I Guerra Mondiale al Quartier Generale di Propaganda e Guerra Psicologica di Wellington House, fuori Londra, in un gruppo di cui faceva parte anche il nipote di Freud, Eduard Bernays [5]. Il libro di Lippmann, L’Opinione Pubblica, pubblicato un anno dopo l’uscita de La psicologia di massa di Freud, che trattava temi simili, fu un prodotto del periodo trascorso all’interno del gruppo di Rees. E’ tramite i media, scrive Lippmann, che la maggior parte delle persone elabora quelle “immagini nella testa”, il che garantisce ai media “un potere spaventoso”.

Il network di Rees aveva passato gli anni della I Guerra Mondiale a studiare gli effetti della psicosi bellica e la sua capacità di produrre il collasso della personalità individuale. Dal loro lavoro emerse una tesi terribile: grazie all’uso del terrore, l’uomo può essere ridotto ad uno stato infantile e sottomesso, in cui le sue capacità di ragionamento sono annebbiate e in cui il suo responso emotivo a vari stimoli e situazioni diventa prevedibile o, nei termini usati dal Tavistock, “sagomabile”. Controllando i livelli di ansietà è possibile produrre una condizione similare in ampi gruppi di persone, il cui comportamento potrà così essere controllato e manipolato dalle forze oligarchiche per cui il Tavistock lavorava [6].

I mass media erano in grado di raggiungere grandi quantità di persone con messaggi programmati o controllati, il che rappresenta la chiave per la creazione di “ambienti controllati” per il lavaggio del cervello. Come mostravano le ricerche del Tavistock, la cosa importante era che le vittime del lavaggio del cervello di massa non si rendessero conto di trovarsi in un ambiente controllato; pertanto doveva esserci un ampio numero di fonti d’informazione, i cui messaggi dovevano essere leggermente diversi, così da mascherare la sensazione di un controllo dall’esterno. Quando possibile, i messaggi dovevano essere offerti e rinforzati attraverso l’”intrattenimento”, che avrebbe potuto essere consumato senza apparente coercizione, in modo da dare alla vittima l’impressione di stare scegliendo di propria volontà tra diverse opzioni e programmi.

Nel suo libro, Lippmann osserva che la gente è più che disposta a ridurre problemi complessi in formule semplicistiche e a formare la propria opinione secondo ciò che credono che gli altri intorno a loro credano; la verità non ha nulla a che fare con le loro considerazioni. L’apparenza di notizia fornita dai media conferisce un’aura di realtà a queste favole: se non fossero reali, allora perché mai sarebbero state riportate?, pensa l’individuo medio secondo Lippmann. Le persone la cui fama viene costruita dai media, come le star del cinema, possono diventare “opinion leaders”, con il potere di influire sull’opinione pubblica quanto le personalità politiche.

Se la gente pensasse troppo a questo procedimento, il giocattolo potrebbe rompersi; ma Lippmann scrive:

“La massa di individui completamente illetterati, dalla mente debole, rozzamente nevrotici, sottosviluppati e frustrati è assai considerevole; molto più considerevole, vi è ragione di ritenere, di quanto generalmente si creda. Così viene fatto circolare un vasto richiamo al popolo tra persone che, sul piano mentale, sono bambini o selvaggi, le cui vite sono un pantano di menomazioni, persone la cui vitalità è esaurita, gente ammutolita e gente la cui esperienza non ha mai contemplato alcun elemento del problema in discussione”. 

Nell’affermare di scorgere una progressione verso forme mediatiche che riducono sempre più lo spazio di pensiero, Lippmann si meraviglia del potere che la nascente industria di Hollywood manifesta nel forgiare la pubblica opinione. Le parole, o anche un’immagine statica, richiedono che la persona compia uno sforzo per crearsi un’”immagine mentale”. Ma con un film:

“Tutto il processo di osservare, descrivere, riportare e poi immaginare è già stato compiuto per voi. Senza compiere una fatica maggiore di quella necessaria per restare svegli, il risultato di cui la vostra immaginazione è alla continua ricerca vi viene srotolato sullo schermo”.  

E’ significativo che come esempio del potere del cinema egli utilizzi il film propagandistico “Nascita di una nazione”, girato da D. W. Griffith a favore del Ku Klux Klan; nessun americano, scrive Lippmann, potrà mai più sentir nominare il Ku Klux Klan “senza vedere quei cavalieri bianchi”.

L’opinione popolare, osserva Lippmann, è determinata in ultima analisi dai desideri e dalle aspirazioni di una “elite sociale”. Questa elite, egli afferma, è:

“Un ambiente sociale potente, socialmente elevato, di successo, ricco, urbano, che ha natura internazionale, è diffuso in tutto l’emisfero occidentale e, per molti versi, ha il proprio centro a Londra. Conta fra i propri membri le persone più influenti del mondo e racchiude in sé gli ambienti diplomatici, quelli dell’alta finanza, i livelli più alti dell’esercito e della marina, alcuni principi della Chiesa, i proprietari dei grandi giornali, le loro mogli, madri e figlie che detengono lo scettro dell’invito. E’ allo stesso tempo un grande circolo di discussione e un vero e proprio ambiente sociale”.

Con un atteggiamento tipicamente elitario, Lippmann conclude che il coordinamento dell’opinione pubblica manca di precisione. Se si vuole raggiungere l’obiettivo di una “Grande Società” in un mondo unitario, allora “la pubblica opinione deve essere creata per la stampa, non dalla stampa”. Non è sufficiente affidarsi ai capricci di “un ambiente sociale superiore” per manipolare le “immagini nella testa delle persone”; questo lavoro “può essere gestito solo da una classe di individui specializzati” che operi attraverso “centrali d’intelligence”. [7]

 

Il “Radio Research Project”

Mentre Lippmann scriveva il suo libro, la radio, il primo mass media tecnologico a entrare nelle case, stava assumendo sempre maggior rilievo. A differenza dei film, che venivano visti nei cinema da grandi gruppi di persone, la radio offriva un’esperienza individualizzata all’interno della propria casa, avente per fulcro la famiglia. Nel 1937, su 32 milioni di famiglie americane, 27,5 milioni possedevano un apparecchio radiofonico, più di quante possedessero un’automobile, il telefono o perfino l’elettricità.

In quello stesso anno la Rockefeller Foundation finanziò un progetto per studiare gli effetti che la radio produceva sulla popolazione. [8] Ad essere reclutati per quello che sarà poi conosciuto come “Radio Research Project”, con quartier generale all’Università di Princeton, vi furono alcuni settori della Scuola di Francoforte, ormai trapiantatisi dalla Germania in America, oltre a personalità come Hadley Cantril e Gordon Allport, che diventeranno elementi chiave delle operazioni del Tavistock americano. A capo del progetto c’era Paul Lazerfeld, della Scuola di Francoforte; i suoi assistenti alla direzione erano Cantril e Allport, insieme a Frank Stanton, che sarebbe poi diventato capo del settore informazione della CBS, e più tardi il suo presidente, nonché capo del consiglio di amministrazione della RAND Corporation.

Il progetto fu preceduto da un lavoro teoretico realizzato in precedenza studiando la psicosi e la propaganda di guerra, nonché dal lavoro di Walter Benjamin e Theodor Adorno, operativi della Scuola di Francoforte. Questo lavoro preliminare era incentrato sulla tesi che i mass media potessero essere usati per indurre stati mentali regressivi, atomizzare gli individui e generare un incremento dell’instabilità. (Queste condizioni mentali indotte vennero poi definite dal Tavistock col termine di stati “brainwashed”, e il processo d’induzione che ad essi conduceva venne chiamato “brainwashing”, cioè “lavaggio del cervello”).

Nel 1938, quando era a capo della sezione “musica” del Radio Research Project”, Adorno scrisse che gli ascoltatori di programmi musicali radiofonici:

“fluttuano tra l’oblio completo e improvvisi tuffi nella coscienza. Ascoltano in modo atomizzato e dissociano ciò che sentono... Non sono bambini, ma sono infantili; il loro stato primitivo non è quello di chi non è sviluppato, ma quello di chi ha subìto un ritardo mentale provocato da un’azione violenta”.

Le scoperte del Radio Research Project, pubblicate nel 1939, confermarono la tesi di Adorno sul “ritardo mentale indotto” e servirono da manuale per i programmi di lavaggio del cervello.

Studiando i drammi radiofonici a puntate, comunemente noti come “soap opera” (poiché molti di essi erano sponsorizzati da ditte produttrici di sapone), Herta Hertzog scoprì che la loro popolarità non poteva essere attribuita a nessuna caratteristica socio-economica degli ascoltatori, ma piuttosto al format seriale in sé, che induceva ad un ascolto abitudinario. La forza che la serializzazione possiede nel produrre il lavaggio del cervello è stata riconosciuta dai programmatori del cinema e della TV; ancora oggi le “soap” pomeridiane sono quelle che generano maggiore assuefazione televisiva, con il 70% delle donne americane al di sopra dei 18 anni che guardano ogni giorno almeno due di questi programmi.

Un'altra indagine del Radio Research Project si occupò degli effetti prodotti nel 1938 dalla lettura radiofonica de La guerra dei mondi di H. G. Wells da parte di Orson Welles, in cui si simulava un’invasione marziana. Il 25% degli ascoltatori del programma, che era stato presentato come se si trattasse di un notiziario, credette davvero che fosse in corso un’invasione, generando il panico nazionale; e questo nonostante i chiari e ripetuti avvertimenti che si trattava di un programma di fiction. I ricercatori del Radio Project scoprirono che molte persone non avevano creduto all’invasione marziana, ma avevano pensato che fosse in corso un’invasione da parte della Germania. Questo, come i ricercatori riferirono, dipendeva dal fatto che il programma era stato presentato nel format del “notiziario”, che in precedenza era stata utilizzata per fornire il resoconto della crisi bellica che si prospettava a seguito della Conferenza di Monaco. Gli ascoltatori avevano reagito al format, non al contenuto del programma.

I ricercatori dimostrarono così che la radio aveva già condizionato a tal punto le menti dei suoi ascoltatori, le aveva rese così frammentate e irriflessive, che nella ripetizione del format stava la chiave della popolarità [9].

(1 – continua)

 

Note

1. The Futures Group, un think-tank privato, fu una delle prime organizzazioni a specializzarsi nell’utilizzo di interfaccia computerizzate per la manipolazione psicologica di direttori d’azienda e di leader politici. Nel 1981 progettò il programma RAPID per il Dipartimento di Stato americano, che utilizzava la grafica computerizzata per fare il lavaggio del cervello a leader selezionati di settori industriali avanzati e spingerli a sostenere le politiche del Fondo Monetario Internazionale e i programmi per il controllo della popolazione. Partecipò anche all’elaborazione di una mappatura completa della popolazione americana per le maggiori multinazionali.

2. Il movimento LaRouche iniziò il suo sconvolgente lavoro sulla rete Tavistock nel 1973-74 e pubblicò i risultati delle sue indagini sulla rivista Campaigner (numeri di Inverno 1973 e Primavera 1974). Informazioni aggiuntive sono state pubblicate su EIR, le più recenti nel numero del 24 maggio 1996, in un rapporto speciale intitolato “The Sun Never Sets on the British Empire”.

3. Per un rapporto completo sulla Scuola di Francoforte e sui suoi network, compreso il suo ruolo nell’elaborazione delle strategie dei mass media e della guerra culturale, si legga Michael Minnicino, "The New Dark Age: The Frankfurt School and `Political Correctness,'", Fidelio, Inverno 1992.    

4. Lippmann, che migrò dai network socialisti della Fabian Society ai circoli di Thomas Dewey e dei fratelli Dulles, divenne portavoce di una fazione imperialista americana, controllata dai britannici, che si schierò contro la visione anti-imperialista di Franklin D. Roosevelt. Si legga in proposito Lyndon LaRouche, The Case of Walter Lippmann, Campaigner Publications Inc., New York, 1977.

5. Bernays è noto per aver elaborato la pubblicità di “Madison Ave”, sfruttando le teorie freudiane di manipolazione psicologica.

6. Tutta la teoria psicologica del Tavistock (come anche quella freudiana) muove dalla concezione dell’uomo come bestia dotata di pensiero. Essa rifiuta esplicitamente, con grande malizia, l’immagine giudaico-cristiana dell’uomo creato ad immagine di Dio, la quale implica che l’uomo, e l’uomo soltanto, sia stato beneficiato dal suo Creatore con la creatività. Il Tavistock sostiene che la creatività derivi unicamente da impulsi nevrotici o erotici sublimati e vede l’uomo come una lavagna su cui disegnare e ridisegnare le proprie “immagini”.

7. Si tratta di una concezione simile a quella espressa da Rees nel suo libro The Shaping of Psychiatry by War, in cui si parla della creazione di un gruppo elitario di psichiatri che dovranno garantire, a vantaggio dell’oligarchia dominante, la “salute mentale” del mondo.

8. I nazisti avevano già ampiamente utilizzato la propaganda radiofonica per il lavaggio del cervello come elemento integrante dello Stato fascista. I loro metodi vennero osservati e studiati dai ricercatori del Tavistock.

9. E’ importante sottolineare che non vi è nulla di intrinsecamente malvagio nella radio, nella televisione o in qualsiasi altra tecnologia. Ciò che li rende pericolosi è il controllo del loro utilizzo e dei loro contenuti da parte del Club of Isles per fini malvagi, per creare ascoltatori e spettatori assuefatti e perfino maniaci, le cui capacità critiche vengono così seriamente compromesse.

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OBAMA: UNA NEMESI PER ISRAELE?

by Gianluca Freda (06/07/2009 - 17:17)

IL PARTITO PER IL LINCIAGGIO DI OBAMA

di Israel Shamir

dal sito www.israelshamir.net

traduzione di Gianluca Freda

 

La luna di miele che il presidente Barack Obama aveva trascorso con i media dal giorno del suo insediamento è finita all’improvviso, subito dopo il discorso del Cairo. Dopo la sua promessa di far pace con il mondo islamico, in un attimo il salvatore dell’America, l’uomo che aveva detto Yes, We Can, si è ritrovato sempre più solo, assediato da un’inverosimile coalizione di sionisti, pazzoidi di sinistra e razzisti di destra.

Barack Obama è diventato la rovina degli ebrei d’Israele, ha scritto su The Forward l’ebreo Nathan Jeffai. Solo il 6% degli ebrei d’Israele considera filoisraeliane le sue posizioni, mentre più del 50% lo considera filopalestinese e circa il 30% lo considera neutrale. Questo presidente è letale tanto per Israele quanto per il mondo libero, ha esclamato Melanie Phillips, editorialista sionista inglese dagli occhi luccicanti. Obama, ha scritto la Phillips, sta distruggendo “la sicurezza non solo di Israele ma del mondo intero a causa della sua imprudente distensione con l’Iran”. “Ha boicottato attivamente i democratici iraniani... Obama ha deciso che l’America può vivere con un Iran nucleare. Il che lascia Israele appeso lì ad asciugare”. Ci sono centinaia, anzi, migliaia di articoli di questo genere, che attaccano il presidente per aver cercato di interrompere i soprusi di Israele contro la Palestina. Trasformano l’uomo che ha ricevuto quasi l’80% del voto ebraico in un mostro nero assetato di sangue ebraico.

L’odio della Lobby Israeliana verso il presidente è diventato un nuovo tabù, di cui non si deve mai parlare ma che viene accettato in silenzio; proprio come le pressioni israeliane per la guerra in Iraq e per il bombardamento dell’Iran. In un breve video girato da Max Blumenthal, alcuni giovani ebrei americani in visita in Israele parlano con odio feroce del loro nuovo presidente. Questo video ha aperto un ristretto spiraglio sul punto di vista ancor più ristretto degli ebrei che detestano Obama. In brevissimo tempo, lo spiraglio è stato richiuso e le prove distrutte. Provate a cliccare sul link qui sopra, se volete: non ci troverete nessun video. Youtube lo ha rimosso per “violazione dei termini d’uso” (ma c’è un link alternativo non ancora scoperto dalla squadra Ricerca-e-Distruggi dell’AIPAC) [Il video è quello che ho pubblicato e sottotitolato qui sopra, ma ho l’impressione che su Youtube durerà poco, NdT]. Una voce autorevole e piuttosto americana come quella dell’Huffington Post ha anch’essa rimosso il video, affermando che esso non avrebbe “nessun valore informativo”. Richard Silverstein si meraviglia che “per certi siti liberali postare materiale troppo imbarazzante per Israele non è kosher, nemmeno se sono gli stessi israeliani o gli ebrei a creare l’imbarazzo”.

I neocon hanno attaccato Obama a causa della sua posizione sull’Iran. Quando il presidente ha rifiutato di esercitare pressioni e non ha tentato di delegittimare il governo iraniano, Paul Wolfowitz, l’uomo dietro la guerra in Iraq, ha personalmente domandato altro sangue.

Comunque, il potere davvero terrificante della Lobby sta nella sua capacità di mobilitare masse di persone dai punti di vista notevolmente diversi e di guidarle verso un unico obiettivo. Dopo che la Lobby ha iniziato a chiedere sangue, certi articolisti di sinistra e i nostri media di internet si sono uniti con gioia al Partito per il Linciaggio di Obama.

William Blum non è un neocon come Wolfowitz o come Caroline Glick, ma un acceso critico dell’Impero Americano. Come un bel po’ di altri ebrei americani, Blum ha paragonato Obama ad Adolf Hitler. Blum non è altrettanto duro con Israele. Non paragonerebbe mai i sionisti a Hitler. “Anziché impelagarsi nella discussione su chi (Israele o i palestinesi) abbia iniziato questo disastro”, scrive Blum, come se si trattasse di una questione oscura, va sottolineato che “non è in gioco l’esistenza di Israele”, e Blum si interroga sul lascito degli “idealistici pionieri del Sionismo”. Ma Obama, per Blum, è come Hitler, perché... anche Hitler aveva fatto un discorso a favore della pace e contro la guerra (!?). Per LaRouche, invece, Obama è come Hitler per altre folli ragioni. La pazza ala mancina della Lobby ha di solito ragioni tutte sue, molto peculiari, per essere contro i nemici degli ebrei, ma il finale è sempre lo stesso, come accade per il gagliardo gruppo femminile repubblicano.

Blum esemplifica il tipico bastonatore di Obama di sinistra. A costoro non interessa che Obama sia sostenuto da Fidel Castro e Hugo Chavez. Essi ignorano la voce di Patrick Seale, decano dei giornalisti del Medio Oriente e amico degli Assad siriani, che è rimasto del tutto soddisfatto dalle proposte di Obama. Loro sono di gran lunga più radicali.

Si lamentano che Obama non si sia esplicitamente complimentato con Ahmadinejad e non lo abbia sostenuto. Si lagnano che egli non abbia eliminato in un mese tutto ciò che è stato fatto negli ultimi cento anni. Si lamentano perché non ha tolto di mezzo chiunque avesse ricoperto ruoli di rilievo nell’amministrazione Clinton. Si lamentano perché gli USA non si sono uniti all’Iran e alla Corea del Nord nell’Asse del Male. Si lamentano perché Obama non ha messo l’intero staff della Goldman Sachs in una prigione di massima sicurezza, accanto a Bernie Madoff.

Il Partito per il Linciaggio di Obama non prova nemmeno a essere obiettivo: qualunque storia può essere presentata con un fuorviante titolo anti-Obama. La nostra amica Cynthia McKinney, splendida ex congressista e candidata alla presidenza per il Green Party, si è unita all’associazione Free Gaza nel tentativo di spezzare l’assedio imposto a Gaza da Israele. Si è trattato di un gesto nobile e coraggioso, anche se, ahimé, destinato al fallimento: come prevedibile, alcuni pirati di Stato israeliani hanno sequestrato la loro nave in acque internazionali e hanno fatto prigioniera la McKinney subito prima di deportarla. La storia è stata accuratamente narrata dal movimento Free Gaza, ma in seguito è stato ripreso da alcuni siti amici con un titolo falso e fuorviante: “Il Dipartimento di Stato di Obama interviene per bloccare il viaggio umanitario di Free Gaza” (potete leggerlo qui e qui, ad esempio). Il titolo non è stato fornito da Free Gaza, come può sembrare. In realtà, il Dipartimento di Stato americano NON E’ AFFATTO INTERVENUTO. L’ala sinistra della Lobby è riuscita a infangare Obama, anche se il Dipartimento di Stato è guidato in realtà dalla signora Clinton, che Obama non può ancora scavalcare, come molte altre persone. Altri ignari agenti della Lobby hanno riproposto la stessa storia con un altro titolo: “Obama dà l’OK alla pirateria di Israele”. Non c’è nulla nel testo di Paul Craig Roberts che consenta o giustifichi un titolo del genere.

I bastonatori di Obama si domandano perché egli non abbia inviato la Sesta Flotta per interrompere l’assedio di Gaza, e perché i Navy Seals non abbiano protetto Cynthia McKinney, concludendone che il presidente ha “tradito” sia Cynthia che Gaza. Potrebbero invece fare attenzione al fatto che i media americani non hanno dedicato il minimo spazio al viaggio di Free Gaza. I Signori delle Chiacchiere, i padroni dei media, le reti televisive sono colpevoli, non il presidente.

Governare è l’arte del possibile, l’arte del compromesso. Chi governa ha bisogno di consenso e il consenso non si costruisce se i media sono ostili. I principali media americani sono posseduti e manovrati da ebrei e hanno le proprie linee rosse. I politici che se lo dimenticano, rischiano l’impeachment o l’assassinio. Quando il presidente J. F. Kennedy cercò di bloccare e smantellare il Progetto Dimona, venne assassinato, e la sua carica fu ricoperta da Lyndon B. Johnson, devoto sionista, che permise a Israele di costruire il suo arsenale nucleare e di aggredire la USS Liberty. Se Obama inviasse la Flotta, verrebbe assassinato, e il suo posto verrebbe preso dal suo vicepresidente ultrasionista, Joe Biden. Quel che è peggio, il pubblico americano non comprenderebbe mai le sue intenzioni. L’ostilità dell’apparato mediatico non gli consentirebbe di essere capito.

Obama ha dei limiti intrinseci: senza Biden come valvola di sicurezza, non gli sarebbe mai stato consentito di vincere. Senza Axelrod e Rahm non gli sarebbe stato permesso governare. Queste limitazioni sono il diretto risultato del fatto che l’America, negli ultimi 50 anni, è stata formata, educata e guidata dalle sue elite ebraiche predominanti. La maggioranza degli americani è filoisraeliana e filoebraica. Questo può cambiare, ma probabilmente non così in fretta né in modo così drastico come ad alcuni piacerebbe. Non c’è solo il Congresso ad essere devoto alla causa ebraica: diverse generazioni di americani sono state tirate su con il lavaggio del cervello fornito da Hollywood, con le favole sull’Olocausto e con l’adorazione per Israele. Parlando contro gli insediamenti, Obama si è già avvicinato molto alla linea rossa che nessun leader americano può varcare se non a suo grave rischio. Potrebbe fare di più, e dovrebbe essere incentivato a fare di più, ma dovrebbero essere la Lobby e i suoi signori dei media a subire gli attacchi, non il presidente.

Dovremmo stare più attenti alle distorsioni create dai candidati al linciaggio di Obama. Il colpo di Stato in Honduras è stato presentato come “Il primo colpo di Stato di Obama” da molti siti che si sono bevuti questa mancina menzogna cripto-sionista. In realtà Obama ha condannato immediatamente il colpo di Stato. La nostra amica ed esperta di America Latina, Maria Poumier, ha scritto un pungente articolo intitolato Obama non ha invaso l’Honduras:

“Il golpe in Honduras è fallito grazie ad Obama. Questo è il punto di vista di Fidel Castro e di Chavez. Il golpe era stato pianificato dalla Lobby sionista, dai neocon di Miami, che volevano gettare la colpa su Obama... ma Chavez e Fidel [la signora Poumier è in contatto con entrambi] hanno accolto con entusiasmo la “chavizzazione di Obama”. Un analista cubano interpreta gli eventi in Honduras come “un segno della perdita di controllo da parte di un Impero Americano in declino”. Dopo il fallimento della guerra civile radio-controllata in Iran, dovuto in parte alla freddezza e al rifiuto di collaborare da parte di Obama, questa è una nuova disfatta per i falchi, quindi gioiamo pure del nostro successo”.

Maria Poumier ammette che “La libertà di azione di Obama è molto limitata. Né la CIA né il Pentagono vogliono obbedirgli. I sionisti interni al Partito Democratico vogliono manovrarlo. Ma hanno fatto male i loro calcoli. Obama non è materia grezza per i loro piani... Obama potrebbe governare come un sovrano per diritto divino, appoggiato dai popoli del mondo intero, e lui lo sa bene. E’ incerto tra due possibili ruoli: essere lo Chavez o l’Ahmadinejad del nord, o rispettare il ruolo previsto per lui nel canovaccio originale, il ruolo di strumento aggiornato del malvagio impero. Un re può essere un buon re solo se il popolo lo sostiene e lo sospinge nella giusta direzione. Ma non riuscirà a ottenere nulla se gli intellettuali riescono nell’intento di fargli nemico il popolo”.

Io sono preoccupato per il fatto che la Lobby sia riuscita ad attivare così tante forze contro Obama. I più aperti nemici degli ebrei sono anch’essi saltati sul carro. Non solo contano degli infiltrati tra le loro fila, essi sono anche facili da manipolare. Gli basta un riferimento a Rahm Emanuel per unirsi agli attacchi della Lobby contro il presidente. Diffondono malevole barzellette su come Rahm manovri Obama ed enumerano con gioia tutti gli ebrei presenti nell’amministrazione. Una volta ho visto attivare lo stesso modus operandi contro Vladimir Putin. Il presidente russo era sotto feroce attacco per aver mandato in esilio o in carcere gli oligarchi ebrei, e allo stesso tempo gli agenti della Lobby diffondevano fotografie di Putin in kippà e facevano l’elenco degli ebrei presenti nella sua amministrazione. L’idea è quella di distruggere la fiducia del popolo nel presidente, sia egli Putin o Obama.

Putin e Obama devono incontrarsi questa settimana. Potrebbero confrontare gli appunti: come sopravvivere agli attacchi della Lobby; e Putin, che non è il più brillante tra i due, potrebbe offrire comunque degli ottimi consigli. Putin ha vinto strappando i mass media dalle grinfie degli oligarchi. Essi hanno perso le loro stazioni TV e dopo averle perse non hanno più rappresentato un pericolo. Possiedono ancora i loro giornali locali e sono ostili a Putin come sempre, ma senza la TV non possono più ipnotizzare l’uomo-massa.

Lo stesso consiglio potrebbe dargli Chavez: è grazie alla sua TV satellitare TELESUR che i golpisti dell’Honduras non sono riusciti ad ottenere riconoscimento internazionale. Adesso Chavez ha intenzione di togliere i media ai loro ostili padroni. Questo bisognerebbe farlo anche negli USA. Dopo tutto, la libertà d’informazione non deve essere necessariamente di proprietà ebraica!

“No, non parteciperò alla lapidazione di Obama”, conclude Maria Poumier, e io approvo la sua decisione: neanch’io prenderò parte al linciaggio. Mi trovo d’accordo con l’amico Gilad Atzmon, che ha scritto:

“Il presidente Obama sembra capire ciò che sta succedendo. Comprende l’umiliazione, conosce la fame di Gaza. Il fatto che si sia permesso di accostare l’Olocausto a Gaza dimostra che egli è un milione di anni più avanti della maggioranza degli organizzatori di campagne di solidarietà per la Palestina, i quali sono riluttanti ad avventurarsi in questa necessaria equazione per paura di offendere questo o quell’ebreo.

Il presidente ha ancora molta strada da fare. Eppure il presidente Obama ha compiuto un grande passo nei giorni scorsi. Ora sta guidando l’America verso l’umanitarismo. Egli reclama l’ideologia americana della libertà. Io saluto quest’uomo, saluto il suo grande intelletto, saluto la sua umanità. Sono felice di ammettere che Dio ha davvero benedetto l’America. Ma qualcuno dovrà prendersi attenta cura della salute del suo presidente. Egli ha nemici feroci e inesorabili là fuori. E per quanto ne sappiamo, non è gente che si fermi col rosso!”.

I nemici di Obama sono invero una quantità, dai razzisti fuori di testa che non sopportano di essere governati da un nero, ai sionisti, i quali temono che Obama possa intraprendere una rotta autonoma, ai radicali pazzoidi di sinistra e di destra. Dovremmo cercare di fermarli, non andarci ad aggiungere al loro numero.

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QUANDO LA REPRESSIONE NON FA NOTIZIA

by Gianluca Freda (05/07/2009 - 18:16)


OBAMA, E’ QUESTA LA TUA DEMOCRAZIA?

dal sito www.nodalmolin.it

 

Nella giornata dell’indipendenza, Vicenza si trova sotto occupazione militare; migliaia di agenti in assetto antisommossa, con i manganelli in pugno e le maschere antigas al volto, si sono schierati fin dalla mattina nell’area limitrofa al Dal Molin, smentendo le parole del questore Sarlo che nei giorni passati aveva dichiarato che il corteo sarebbe stato libero di percorrere le strade della città.

Una prova – l’ennesima – dell’arroganza di chi vuol imporre la nuova base statunitense; un messaggio chiaro, a sfidare coloro a Vicenza come altrove si ostinano a “osare la speranza”. Nella città del Palladio, diceva quell’ingente quanto minaccioso schieramento di militari accompagnati da decine di mezzi blindati, la democrazia non esiste. Accettare e aver paura è quel che il governo chiede ai vicentini.

Una situazione, quella che si sono trovati di fronte i manifestanti quest’oggi, sulla quale Obama ha da dare più d’una spiegazione. Perché se questo è il cambiamento promesso dal presidente statunitense, qualcosa non torna. Non solo ai vicentini è stato vietato esprimersi con una consultazione popolare; non solo è stato impedito ai cittadini di conoscere le conseguenze che avrebbe la realizzazione del progetto, attraverso una Valutazione d’Impatto Ambientale. Quest’oggi, con lo schieramento provocatorio di migliaia di carabinieri ai margini del percorso della manifestazione, si è anche tentato di impedire l’espressione del dissenso.

Come scriveva il commissario Paolo Costa, per chi vuol imporre la nuova base è necessario “sradicare alla radice il dissenso locale”; e, visto che di argomentazioni convincenti a sostegno del progetto non ce ne sono, da alcuni mesi la questura ha deciso di mostrare il muso duro. Botte lo scorso 6 settembre sui vicentini seduti per terra; minacce il 10 febbraio contro chiunque osava avvicinarsi a Via Ferrarin. E, oggi, un’occupazione militare che ha fatto sembrare Vicenza una zona di guerra più che una città in cui è riconosciuto il diritto democratico di manifestare.

È servito il coraggio di esserci di migliaia di persone – almeno 20 mila – per difendere il diritto di percorrere strada S. Antonino senza la minacciosa presenza di manganelli e maschere antigas; è servita la determinazione di una mobilitazione che per il suo non volersi arrendere all’imposizione viene messa all’indice come violenta ed estremista.

Ma a chiunque percorreva oggi l’area intorno al Dal Molin era evidente chi difende l’illegalità e chi la democrazia: da una parte migliaia di agenti armati di tutto punto, a intimidire una città che vuol costruire il proprio futuro; dall’altra un corteo composito, trasversale, che ha capito che i reticolati e la militarizzazione del territorio sono la metafora dell’imposizione. Chi oggi difendeva militarmente il Dal Molin ha difeso un’illegalità imposta con l’autoritarismo; e accettare questa situazione senza rivendicare con determinazione il proprio diritto a manifestare liberamente equivaleva ad alzare le mani di fronte a coloro che vogliono calpestare, con i propri scarponi chiodati, la città berica.

Lo sappiamo: domattina si aprirà la gara dei moralisti; perché in tanti preferiscono abbassare la testa al violento vassallo di turno – il questore Sarlo – invece di denunciare l’insopportabile occupazione della città. Perché troppi non hanno il coraggio di riconoscere che i manifestanti hanno il diritto di tutelarsi e difendersi di fronte a un’arrogante rappresentazione della forza con la quale lo Stato vorrebbe far valere la propria decisione di costruire la base.

Oggi abbiamo visto il vero volto di chi vuol imporre la base: arrogante, minaccioso, violento; volevano costruire una trappola in cui far sfilare un corteo umiliato e minacciato dallo schieramento, ai suoi lati, di migliaia di militari. Ma, oggi, abbiamo visto ancora una volta il volto della Vicenza che ama la sua città: incredula, di fronte a tanta militarizzazione, ma anche determinata e incazzata. La città berica non si fa calpestare. No Dal Molin? Yes, we can.

 

 

Nella giornata dell’indipendenza Vicenza ha subito l’occupazione militare; di seguito una breve ricostruzione dei fatti che, partendo dalla vigilia della manifestazione, evidenzia la volontà di intimidire la città per tapparle la bocca...

 

1-2 luglio. Il Dal Molin è ogni giorno più militarizzato; il cantiere è presidiato dai carabinieri, mentre l’intera area è sorvegliata da pattuglie della polizia e agenti in borghese. Il Presidio Permanente dichiara le proprie intenzioni: entrare nell’area che gli statunitensi vorrebbero trasformare in base di guerra per piantare migliaia di bandiere NoDalMolin. I residenti, nel frattempo, lamentano la crescente militarizzazione del quartiere e gli estenuanti controlli a cui sono sottoposti.

3 luglio. Il Giornale di Vicenza pubblica il suo scoop, una “notizia bomba”; secondo il quotidiano berico un carico di bombe a mano rubate una settimana prima in Slovenia sarebbe destinato al corteo del giorno successivo. Il giornalista non indica la fonte della notizia e sulla stampa italiana e slovena non c’è traccia di questo furto. La notizia, ovviamente, verrà smentita dai fatti, ma questo il quotidiano non lo riferirà ai suoi lettori.

Nel pomeriggio dello stesso giorno l’intera area nord della città si riempie di forze dell’ordine; i camion che trasportano in Presidio migliaia di bottiglie d’acqua e il palco che sarà montato nel prato verde vengono ripetutamente fermati per infiniti controlli che non portano a nulla. Un giornalista che entra in Via Ferrarin per girare un reportage viene fermato, identificato e multato.

4 luglio. Ore 10.00. I primi contingenti di forze dell’ordine si dispongono, diversamente dalle manifestazioni precedenti e da quanto annunciato dal questore, all’esterno del Dal Molin, lungo la strada che dovrebbe percorrere il corteo.

Ore 11.00. I vigili del fuoco calano una barca nel fiume che costeggia il lato nord del cantiere statunitense. I pullman in partenza da molte città vengono fermati per infiniti controlli; alcuni non giungeranno mai a Vicenza.

Ore 12.00. A 50 metri dal Presidio Permanente, lungo l’argine che costeggia il Dal Molin e su Ponte Marchese si schiera il Tuscania, unità dei carabinieri che ha combattuto in Afghanistan. Proprio all’imbocco del ponte viene piazzato un blindato con il rosto sul paraurti anteriore e i lancilacrimogeni.

Ore 12.30. Via S. Antonino viene chiusa al traffico. Lungo la strada si schierano un migliaio di uomini con manganelli e maschere antigas accompagnati da decine di blindati. Tutte le strade laterali vengono chiuse e presidiate da ingenti forze. del Dal Molin, i blindati si parcheggiano sopra gli alberelli piantati due anni fa dai vicentini, calpestandoli.

Ore 13.00. Non viene permesso ai pullman turistici di percorrere via S. Antonino; il tragitto era stato definito in accordo con l’amministrazione comunale e la questura, ma le forze dell’ordine sbarrano la strada ai pullman dei manifestanti.

Ore 13.15. Viale dal Verme viene chiusa. La strada, su cui dovrebbe transitare il corteo, viene interrotta da due blindati che si schierano di traverso e da decine di agenti. È ormai evidente che il corteo non può transitare in strada S.Antonino e proseguire lungo il percorso autorizzato. Sull’argine, i carabinieri del Tuscania indossano i caschi nonostante manchino due ore alla partenza del corteo.

Ore 13.30. Il Presidio Permanente denuncia l’impossibilità di manifestare pacificamente in via S.Antonino dove le forze dell’ordine sono schierate in un modo che rende evidente la volontà di creare una trappola in cui far infilare il corteo e intimidire la città. Due elicotteri sorvolano costantemente a bassa quota l’area.

Ore 14.00. Il Presidio Permanente chiede che le forze dell’ordine siano ritirate dal percorso del corteo perché esso possa sfilare liberamente e pacificamente. Colonne dei carabinieri passano costantemente davanti al tendone di ponte Marchese ad alta velocità, nonostante in strada ci siano i primi manifestanti che si preparano a spostarsi verso Ponte Marchese.

Ore 14.30. Strada S. Antonino ha un aspetto surreale. La circolazione è chiusa e ovunque ci sono forze dell’ordine in assetto antisommossa e mezzi blindati. Molti di essi si schierano all’interno del parcheggio di un distributore, ad “attendere” il corteo.

Ore 15.00. Inizia a formarsi il corteo in Via M.T. Di Calcutta. Migliaia di persone raggiungono il luogo di partenza della manifestazione nonostante i tanti limiti imposti alla mobilità dei cittadini. A ponte Marchese ai carabinieri si aggiungono alcuni rinforzi della celere che si schierano di traverso sulla strada che dovrebbe percorrere il corteo, bloccandola.

Ore 15.45. Il corteo parte. Si rinnova la richiesta affinché sia garantita la possibilità di percorrere il percorso autorizzato pacificamente e senza la presenza minacciosa di centinaia di uomini in assetto antisommossa a circondare il corteo.

Ore 16.15. Il corteo raggiunge il Presidio Permanente e si ferma. Il Questore rifiuta di far transitare il corteo sul suo percorso autorizzato e smentisce di aver dichiarato, alla vigilia, che la manifestazione avrebbe potuto svolgersi liberamente. Il corteo rifiuta di entrare nella trappola costruita da Sarlo, volta a intimidire e impaurire chi vuol difendere la propria terra.

Ore 16.45. Di fronte al rifiuto della Questura di lasciar svolgere la manifestazione, una testa di alcune centinaia di persone autoprotetta da barriere che riportano la caricatura di Obama e caschi prova ad avanzare per permettere al corteo di proseguire senza minacce. Appena le barriere vengono poste di fronte ai carabinieri, quest’ultimi caricano con molte manganellate e alcuni lacrimogeni urticanti. Le barriere e i caschi fanno si che, al termine della giornata, non ci saranno feriti.

Al Presidio, intanto, si raggruppano migliaia di persone determinate a proseguire il corteo e in attesa che il diritto a sfilare sia garantito.

Ore 17.30. Le forze dell’ordine si ritirano dalle strade laterali al percorso autorizzato e la celere libera Ponte Marchese. Il corteo può ripartire. Decine di donne fanno cordone davanti ai carabinieri del Tuscania che, maschera antigas al volto e manganello in mano, vedono sfilare il corteo alle spalle delle donne.

Ore 19.00. Il corteo si conclude sotto un forte temporale. Il Questore ha mostrato ancora una volta il suo volto violento, schierando un apparato militare gigantesco per impaurire le famiglie che si ostinano a osare la speranza. L’apparato repressivo ha impedito alle donne e agli uomini di piantare le proprie bandiere al Dal Molin, ma ha anche mostrato il modo in cui si vuol realizzare la base statunitense: con l’imposizione e l’uso della forza. Il corteo, d’altra parte, ha dimostrato la propria determinazione a non lasciarsi sbarrare la strada da chi avrebbe voluto vietare lo svolgimento della manifestazione.

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PRIGIONIERI DELLA "DEMOCRAZIA"

by Gianluca Freda (05/07/2009 - 15:37)


OGGI NEGLI STATI UNITI SIAMO TUTTI PRIGIONIERI

dal sito www.global-elite.org

traduzione di Gianluca Freda

 

Da oggi, 1 giugno 2009, anche i cittadini americani sono ufficialmente prigionieri negli Stati Uniti, oppure esuli a cui viene impedito di tornare nel nostro paese senza il permesso del governo. Le norme federali ci vietano adesso di uscire dagli Stati Uniti o di entrarvi, da qualunque luogo e con qualsiasi mezzo (per via aerea, per mare, per terra, da e verso qualunque altro paese o spazi aerei o acque internazionali), a meno che il governo non accetti di rilasciarci una passport-card o una patente di guida “speciale” (ognuno di questi documenti contiene dei chip transponder RFID che possono essere letti via radio da remoto) o a meno che il Dipartimento della Homeland Security scelga di esercitare la sua non meglio precisata “discrezionalità” per decidere – in segreto, senza che noi si possa sapere chi prende la decisione e su quali basi – di rilasciarci una “deroga” (che vale per una volta sola e va decisa caso per caso) alle nuove prescrizioni relative ai documenti di viaggio.

Se vi trovate negli Stati Uniti e siete privi di questi documenti – anche se siete nati lì oppure siete uno straniero entrato legalmente negli USA in passato senza questi documenti (ad esempio un canadese entrato negli USA per via terra ieri, quando questi documenti non erano ancora richiesti), oppure se i vostri documenti sono scaduti, sono stati perduti o rubati – vi sarà proibito lasciare il paese finché non riuscirete a procurarveli nuovamente, oppure fino a quando la Homeland Security non vi darà un permesso di uscita, nella forma di una “deroga” discrezionale e valida per una sola volta, per lasciare il paese. Ma non necessariamente per ritornare indietro, a meno che non decidano di esercitare ancora la loro discrezionalità per fornirvi un’altra “deroga”.

Se siete un cittadino USA all’estero e siete privo di uno di questi documenti (ad esempio se siete entrati legalmente via terra in Canada ieri, quando questi documenti non erano richiesti, oppure se essi sono scaduti, sono andati smarriti o sono stati rubati) vi sarà proibito tornare in patria finché non riuscirete a procurarvi un nuovo documento che la Homeland Security accetti, o finché la Homeland Security non vi darà il permesso di tornare in patria nella forma di una “deroga” valida per un’unica volta.

La Homeland Security ammette, nel suo sito informativo GetYouHome.gov, che potrebbero essere necessarie “diverse settimane” per ottenere un altro documento se non ne avete già uno o se esso è scaduto, smarrito o rubato. Una normale patente di guida provvisoria senza foto, o anche una patente standard con foto o una carta d’identità non saranno più sufficienti. Occorrerà procurarsi con un esborso extra una EDL (Enhanced Drivers License, cioè patente di guida speciale), dotata di chip RFID, la quale richiede diverse settimane per essere rilasciata anche in quei paesi che sono in grado di stamparla. Il rilascio  anticipato di passaporti “rapidi”, come abbiamo fatto presente nei nostri commenti alla Homeland Security, potrebbe richiedere ancora più tempo. Non importa se un vostro parente sta morendo in Canada o in Messico. Immaginate che un vostro parente si ammali o rimanga ferito all’estero e abbia bisogno di voi per prendere decisioni mediche o per essere accompagnato a casa, ma voi non siete andato in viaggio con lui e non avete un passaporto. Non potrete partire finché il governo americano non approverà la vostra richiesta di documenti o vi concederà una non meglio precisata “deroga” discrezionale per lasciare gli USA (il che non garantisce che vi lascino tornare indietro).

Si tratta dello stadio finale, in vigore dal 1 giugno 2009, dell’introduzione del cosiddetto “Western Hemisphere Travel Initiative” (WHTI).

Non c’è bisogno di spiegarvi cosa ci sia di sbagliato in questa situazione. Ma se proprio volete lo spelling, potete leggere i commenti che avevamo inviato alla Homeland Security quando essa varò le norme del WHTI che imponevano questi documenti e questi permessi d’entrata e d’uscita, prima per porti e aeroporti e poi per l’attraversamento dei confini via terra.

Non avrebbe dovuto essere necessario far notare alla Homeland Security che i documenti di viaggio richiesti dal WHTI rappresentano una flagrante violazione del Trattato sui Diritti Civili e Politici (ICCPR), uno dei più importanti accordi sui diritti umani, che gli Stati Uniti hanno firmato e ratificato. L’art. 12 dell’ICCPR stabilisce che “ogni persona deve essere libera di lasciare qualunque paese, compreso il proprio” e che “nessuno può essere arbitrariamente privato del diritto di entrare nel proprio paese”.

Questo articolo è stato interpretato dalla Commissione per i Diritti Umani dell’ONU (e anche dagli Stati Uniti, all’epoca in cui criticavano le restrizioni imposte da paesi come Cuba ai viaggi all’estero dei loro cittadini) nel senso di rendere tali diritti pressoché assoluti. Le regole imposte dal WHTI sono anche una violazione del NAFTA (North American Free Trade Agreement) e del NAFTA Implemdentation Act, visto che impongono a canadesi e messicani, che desiderino venire negli Stati Uniti per competere in attività commerciali, una barriera - la richiesta di un passaporto o di una patente di guida speciale (EDL) – che non esiste per i cittadini americani operanti all’interno degli Stati Uniti.

E questo per non parlare dell’incompatibilità di queste restrizioni con gli articoli della Costituzione Americana che parlano di viaggio, spostamento e riunione.

I regolamenti APIS della Homeland Security già richiedono alle linee aeree di ricevere permessi preventivi individuali dalla stessa HS prima di consentire a chiunque (anche a un cittadino americano) di entrare, uscire o transitare negli Stati Uniti per via aerea; e il piano di Secure Flight richiederà la stessa cosa per i voli interni non appena l’industria dei trasporti sarà in grado di fornire l’elaborata e costosa infrastruttura necessaria per questo programma di sorveglianza e controllo in tempo reale. Nel frattempo la HS sta espandendo la richiesta di simili e sempre più intrusivi poteri di ricerca, detenzione, interrogazione e soprattutto sorveglianza (monitoraggio e raccolta dati) e il controllo degli spostamenti all’interno degli Stati Uniti attraverso checkpoint insospettabili e non autorizzati su strade che non attraversano alcun confine e si trovano fino a 100 miglia di distanza da coste e confini, nonché sui passeggeri dei voli interni agli Stati Uniti.

Le precedenti decisioni dei tribunali relative alla discrezionalità del governo nel concedere i passaporti erano fondate sull’assunto che i passaporti dovessero servire a facilitare il viaggio, non richiesti per autorizzarlo o per esercitare qualsiasi altro diritto. Queste decisioni dovranno ovviamente essere riviste alla luce del fatto che i documenti governativi vengono ora esplicitamente richiesti come condizioni per l’esercizio di certi aspetti della libertà di movimento – il diritto di ogni persona di lasciare gli Stati Uniti o di tornare nel proprio paese – che sono esplicitamente garantiti da trattati internazionali ratificati dagli USA e che nella Costituzione degli Stati Uniti rappresentano “la legge suprema del territorio”. La HS afferma, con una certa astuzia, che all’inizio essa si limiterà ad emettere avvertimenti e a concedere le deroghe, nella maggior parte dei casi, per quei cittadini che cerchino di entrare o uscire dagli Stati Uniti senza i nuovi documenti. Probabilmente essa spera che il nuovo regime di controllo degli spostamenti, fondato sui nuovi permessi e documenti d’identità, si trasformi in fatto compiuto prima che qualcuno riesca a portare dinanzi a una corte questa decisione di impedire alle persone di lasciare gli Stati Uniti o di proibire a cittadini americani di rientrare nel paese.

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HEZBOLLAH SEMPRE PIU' FORTE

by Gianluca Freda (03/07/2009 - 16:06)


HEZBOLLAH DOPO LE ELEZIONI

di Franklin Lamb

dal sito Counterpunch

Traduzione di Gianluca Freda

 

Dahiyeh.

Mentre in apparenza la coalizione filoamericana di qui ha conservato la sua maggioranza, la coalizione guidata da Hezbollah ha in realtà vinto le elezioni con uno scarto di circa il 10 per cento del voto popolare. Dei circa 1.495.000 voti delle elezioni del 7 giugno, 815.000 sono andati alla Resistenza Nazionale Libanese guidata da Hezbollah, mentre 680.000 sono andati alla coalizione governativa “14 Marzo”.

Mentre il nuovo primo ministro libanese, Saad Hariri, lavora per mettere insieme un governo di coalizione, Hezbollah in Libano è attualmente più forte di quanto sia mai stato. Il Partito è ampiamente in grado di determinare la composizione del futuro governo libanese e di insistere affinché ai suoi alleati vengano assegnati dei posti chiave, poiché preferisce tenere un basso profilo e influenzare la politica attraverso tranquille consultazioni piuttosto che attraverso minacce e dimostrazioni di forza.

Come ha spiegato un mio amico di Hezbollah: “Se Hezbollah avesse anche un unico membro presente in Parlamento, la maggioranza capirebbe che l’intera Resistenza è lì. Non ci serve essere appariscenti, piuttosto abbiamo bisogno di collaborare e di far funzionare questo nuovo governo. I nostri sostenitori ci chiedono questo”.

Il sostegno popolare a Hezbollah sembra essersi accresciuto dopo le elezioni grazie alla sua sportiva accettazione dei risultati elettorali e agli sforzi compiuti per raggiungere un’intesa con gli avversari politici, nonostante i forti sospetti che nutre verso la “Coalizione Americana”.

Questa situazione è ben esemplificata da una barzelletta che circola attualmente per Dahiyeh, un caposaldo della Resistenza dove il sostegno per la coalizione filoamericana “14 Marzo” non è certo massiccio.

Un membro di Hezbollah scrive all’ayatollah Ali Khomeini, Leader Supremo o Giureconsulto (Wali al Fiqeh) dell’Iran, che il Partito consulta spesso sulle questioni politiche e religiose.

“Caro Leader Supremo, sono uno spacciatore di crack che lavora a Beirut, recentemente diagnosticato come portatore di virus HIV. I miei genitori vivono nei bassifondi di Dahiyeh e una delle mie sorelle, che vive a Jounieh, è sposata con un travestito. Mio padre e mia madre sono recentemente stati arrestati dalle forze di sicurezza di Hezbollah per aver coltivato marijuana in giardino e ora dipendono economicamente dalle altre due mie sorelle, che fanno le prostitute a Maameltein.

“Ho due fratelli. Uno sta scontando una condanna all’ergastolo a Roumieh per l’omicidio di un minorenne nel 1994. L’altro fratello è attualmente detenuto nel carcere di Trablos con l’accusa di aver riciclato denaro sporco e di aver falsificato banconote da 100 dollari. Mi sono recentemente fidanzato con una prostituta thailandese che vive a Jiyeh e che lavora ancora part-time in un bordello.

“Il mio problema è il seguente: io amo la mia fidanzata, non vedo l’ora di presentarla alla famiglia e naturalmente vorrei essere del tutto onesto con lei.

“Pensi che dovrei dirle che mio zio ha votato per la Coalizione 14 Marzo nelle recenti elezioni libanesi?

“Firmato, un fedele preoccupato per la propria reputazione”

Hezbollah ha senso dell’umorismo e la capacità di fare dell’ironia su se stesso. Hezbollah ha fatto eleggere per la quinta volta il suo alleato, il leader di Shia Amal, Nabih Berri, alla carica politicamente influente di portavoce del Parlamento. Nel frattempo, l’alleato cristiano di Hezbollah, Michel Aoun, ha incrementato il suo voto popolare, ottenendo un maggior numero di seggi, per un totale di 27. Egli ora richiede sette posizioni ministeriali (tre in più rispetto al precedente governo) per il suo Libero Movimento Patriottico.

L’opposizione non ha bloccato la nomina di Saad Hariri a primo ministro (ha ricevuto 85 voti su 128), ma ha mandato il messaggio di volere cooperazione su problemi che rivestono particolare interesse per il partito. I suoi alleati hanno rinnovato la richiesta di rappresentanza proporzionale nel nuovo Parlamento che conta ora 128 seggi. Ci sono ora 13 formazioni politiche e 11 candidati indipendenti, molti dei quali cercano di intessere buone relazioni con Hezbollah, attenuando le lamentele preelettorali sulle armi in suo possesso. Una delle ragioni è che l’opinione pubblica libanese, che assiste ancora una volta alle provocazioni israeliane e a un assembramento militare lungo la linea blu, ha capito che finché l’esercito libanese non sarà in grado di accollarsi questo compito può far comodo avere un forte elemento di deterrenza ai progetti del governo Netanyahu.

Dopo le elezioni del 7 giugno, l’opposizione appare abbastanza unita e pronta a confrontarsi con il neonominato gruppo Lebanon First (noto in precedenza come “Gruppo 14 Marzo”). Alcuni hanno suggerito anche al “Gruppo 8 Marzo” di cambiare nome in Lebanon Always, ma Hezbollah preferisce restare fedele, almeno per ora, a questo nome legato alla Resistenza.

Alcuni militanti di Hezbollah hanno suggerito che l’opposizione dovrà decidere come relazionarsi con il nuovo governo, una decisione che potrà richiedere settimane e che forse avrà come base la richiesta di esplicita legittimazione del possesso di armi da parte di Hezbollah. Talal Arslan, druso vicino a Hezbollah e rivale di Walid Jumblatt, ha detto che l’opposizione dovrà partecipare al futuro governo come “ente unitario” o restarne fuori, sottintendendo che farà di tutto per tenere in vigore gli accordi di Doha sul “terzo d’ostruzione” [un accordo raggiunto a Doha nel 2008 che concede all’opposizione un terzo dei seggi parlamentari, così da conferirle il potere di bloccare i lavori del Parlamento, NdT].  

Anche il leader dei drusi, Walid Jumblatt, uscito un po’ indebolito dalle elezioni, ma pur sempre il più forte degli “Ziam” drusi, si mostra ora meno tiepido verso Hezbollah dopo essersi sentito “abbandonato dagli americani” lo scorso anno. L’altro giorno ha trascorso diverse ore con Hasan Nasrallah e ha dichiarato di non credere più che le armi di Hezbollah rappresentino un problema interno, mentre nelle interviste è tornato a parlare di arabismo e dei diritti dei palestinesi. Il suo staff ha suggerito che egli potrebbe anche co-sponsorizzare la legge per i rifugiati palestinesi in Libano, secondo la formula “tutti i diritti tranne la cittadinanza” fatta circolare dalla Fondazione Sabra e Chatila”.

Le relazioni del nuovo primo ministro Saad Hariri con Hezbollah fino a questo momento sono state cordiali. Si è incontrato la scorsa settimana con il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, non ha fatto pressioni per il disarmo di Hezbollah e dopo i colloqui i due hanno rilasciato una dichiarazione con cui “si impegnano a proseguire la discussione nella presente atmosfera calma e positiva e sottolineano la logica del dialogo, della cooperazione e dell’apertura”.

 

La posizione di Hezbollah dopo le elezioni in Iran

Le elezioni iraniane del 12 giugno hanno inizialmente creato una certa gioia in Israele.

Si era sperato che Israele potesse più facilmente creare un caso allo scopo di far accettare alla comunità internazionale un bombardamento israeliano sull’Iran e un incremento delle sanzioni. Netanyahu aveva insistito su questo punto nel corso della sua visita in Europa di questa settimana, cercando di convincere paesi come l’Italia, che sono tra i più importanti partner commerciali dell’Iran, a ridurre i propri legami economici.

Eyal Zisser, capo del dipartimento di Storia Mediorientale e Africana all’Università di Tel Aviv, ha espresso l’opinione che “le elezioni iraniane sono un segnale inquietante per la Siria e per Hezbollah. Più debole è il regime, meno sostegno potrà fornire a Hezbollah”.

Hezbollah non è d’accordo. In ogni caso, quali che siano i cambiamenti a lungo termine che potranno avvenire in Iran dopo le elezioni, i referenti del partito insistono a definirli più evoluzionari che rivoluzionari. Essi non credono che i recenti avvenimenti possano indebolire l’Iran militarmente e neanche che possano influire sul sostegno dell’Iran alla Palestina, espressamente previsto dalla Costituzione iraniana, o sulla sua amicizia con la Resistenza Nazionale Libanese guidata da Hezbollah.

I membri del Partito hanno espresso unanimemente l’opinione che Hezbollah si terrà lontano da ogni eventuale scontro di potere tra il gruppo Ahmadinejad/Khamenei e la fazione Mousawi/Rafsanjani; alcuni membri recentemente intervistati si aspettano che la leadership iraniana, dopo un’eventuale “reimpasto dei dicasteri e delle funzioni”, tornerà ad essere unita per il bene del suo popolo. Spiegano che Hezbollah non ha nulla a che fare con gli affari interni dell’Iran, che non prenderà posizione nelle sue questioni nazionali e che le elezioni del 12 giugno sono state una questione puramente interna.

“Ciò che accade laggiù non ha niente a che fare con la nostra situazione”, ha detto Naim Qassim ai media di Beirut il 25 giugno 2009, “noi abbiamo la nostra identità e popolarità libanese e questi eventi non ci riguardano”, aggiungendo che Hezbollah è convinto che la situazione tornerà presto alla normalità e che “la Repubblica Islamica è riuscita a sventare con successo questo complotto d’oltreoceano mirante a destabilizzare la situazione interna”.

Un’altra ragione per cui i membri di Hezbollah non credono che i risultati delle controverse elezioni iraniane possano influire sul partito o sui suoi programmi è che il sostegno a Hezbollah, e anche a gruppi sunniti come Hamas o la Jihad Islamica, è integrato nella Costituzione e nell’ideologia dell’Iran, che vede la Repubblica Islamica come un baluardo contro Egitto, Giordania e altri stati che hanno riconosciuto Israele.

Quanto all’argomento “finanziamenti”, ho appreso che l’Iran fornisce a Hezbollah molti meno aiuti di quanto riportino i media occidentali, ma che l’Iran non decurterà questa assistenza.

Le buone relazioni di Hezbollah con l’Iran esistono fin dalla nascita del Partito e da allora si sono fatte sempre più strette. Secondo Hezbollah, praticamente tutta la leadership iraniana avrebbe stretti legami col Partito. L’Iran, e in misura crescente sempre nuovi paesi della regione, e non solo, condividono gli obiettivi di Hezbollah e hanno promesso di mantenere salde le proprie relazioni e possibilmente espanderle.

Secondo Hezbollah, il coinvolgimento dell’occidente, e in particolare di Inghilterra e USA, nelle elezioni e negli affari interni dell’Iran è ormai evidente.

“Le rivolte e gli assalti nelle strade sono stati orchestrati dall’esterno nel tentativo di destabilizzare il governo islamico del paese”, afferma Qassim.

Se Hezbollah è aperto ai colloqui con i rappresentanti di tutti i governi occidentali, è probabile che tale apertura non includerà troppo presto gli Stati Uniti, anche se il Partito afferma che diversi funzionari statunitensi hanno chiesto di parlare con Hezbollah.

Questa continuerà ad essere, con ogni probabilità, la posizione di Hezbollah, almeno finché l’amministrazione Obama non eliminerà il Partito dalla lista delle “organizzazioni terroristiche”. Secondo Qassim: “E’ inutile che Hezbollah intrattenga qualunque dialogo con gli americani, visto che essi ci vedono come terroristi. Gli europei, dal canto loro, hanno un ruolo da svolgere, visto che hanno adottato un approccio differente da quello americano”.

A breve termine, sembra poco probabile che le recenti elezioni di giugno possano avere su Hezbollah qualche effetto di rilievo, tanto all’interno del nuovo governo libanese quanto sul piano internazionale.

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LA PIU' POTENTE BANCA DEL MONDO

by Gianluca Freda (01/07/2009 - 23:07)


“Un giorno, chiederanno anche a te qualcosa, tu ascolterai e ricambierai chi ti ha aiutato”.

(Paulo Coelho, Lo Zahir)

 

Il 25 giugno scorso, cioè cinque giorni dopo che il video fasullo della “morte di Neda” era stato diffuso attraverso Twitter e Facebook a tutti i media dal mondo, sulla stampa comparve un articolo firmato dal noto scrittore brasiliano Paulo Coelho. In esso Coelho affermava di aver riconosciuto nel video di Neda, visto su internet, un suo amico, un medico iraniano di nome Arash Hejazi. Hejazi è l’uomo che nel video si trova alla sinistra di Neda (e con ogni probabilità è lui a rovesciare il finto sangue sul viso della ragazza). Coelho si mostra preoccupato per la sorte dell’amico, lo contatta per mail e riceve conferma: è proprio Hejazi l’uomo che compare nel video. Cerca poi di contattare l’amico anche via cellulare, ma al telefono risponde, per motivi non precisati, un giornalista della CNN. Finalmente il 24 giugno Hejazi dà notizia del suo arrivo a Londra e a questo punto Coelho decide di offrire alla stampa la conversazione via mail avuta con l’amico. L’articolo di Coelho è una delle cose più strane che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi, non solo per il contenuto sibillino, ma anche per gli interrogativi che pone circa i veri motivi della sua pubblicazione. Cercherò di spiegare di seguito ciò che voglio dire.

Io non conosco molto Paulo Coelho come scrittore. Qualche anno fa acquistai il suo romanzo Lo Zahir, di cui si faceva un gran parlare, ma nella mia memoria i contenuti del testo si confondono con i ricordi della mia folle notte d’amore con Demi Moore, di cui sognai dopo essermi addormentato a pagina 11. I pochi brani che ho leggiucchiato dei suoi testi (materiale scaricato più che altro da internet) contengono copiosi riferimenti al mondo della massoneria ed esplicitano, spesso con illuminante chiarezza, i fondamenti della filosofia massonica e i loro risvolti nei rapporti interpersonali degli appartenenti alla fratellanza. Si prenda ad esempio questo brano, tratto per l’appunto da Lo Zahir:

"Che cos'è la Banca dei Favori?"

"Lo sai sicuramente. Ogni essere umano la conosce".

"E' possibile. Tuttavia non riesco ancora a capire di che tu stia parlando".

"Era citata in un libro di uno scrittore americano. E' la banca più potente del mondo. E opera in tutti i campi".

"Io vengo da un paese senza tradizioni letterarie. Non potrei fare favori a nessuno".

"Questo non ha importanza. Posso farti un esempio: io so che tu sei un personaggio destinato ad affermarsi, ad avere molta influenza, un giorno. Lo so perché, un tempo, ero come te: ambizioso, indipendente, onesto. Oggi non ho più l'energia di allora, ma intendo aiutarti perché non posso o non voglio sentirmi inerte: il mio sogno non è la pensione, bensì la lotta intrigante rappresentata dalla vita, dal potere, dalla gloria. Così comincio a fare versamenti sul tuo conto - depositi che non sono in denaro, ma in contatti. Ti presento a questa e a quella persona, facilito determinate trattative, purchè siano lecite. Tu sai che mi devi qualcosa, anche se io non chiedo mai niente".

"E un giorno..."

"Proprio così. Un giorno, ti chiedo qualcosa: tu potrai rifiutarmelo, ma saprai di essermi debitore. Se farai ciò che domando, io continuerò ad aiutarti. Gli altri sapranno che sei una persona leale, effettueranno versamenti sul tuo conto - saranno sempre dei contatti, perchè questo ambiente vive di essi, soltanto di essi. Un giorno, chiederanno anche a te qualcosa, tu ascolterai e ricambierai chi ti ha aiutato. Con il passare del tempo, la tua rete si estenderà nel mondo, conoscerai quelli che avrai bisogno di conoscere, e la tua influenza aumenterà sempre di più."

"Oppure potrò non fare ciò che mi chiedi..."

"Certo. La Banca dei Favori è un investimento a rischio, come qualsiasi altro. Potrai rifiutarti di farmi il favore che ti chiedo, pensando che ti ho aiutato perché lo meritavi, perché tu sei il migliore, e tutti abbiamo il dovere di riconoscere il tuo talento. Bene, allora io ti ringrazierò e chiederò a qualcun altro, sul conto del quale ho effettuato dei depositi. Ma, da quel momento, senza che ci sia bisogno di dire niente, tutti sapranno che non meriti alcuna fiducia. Potrai crescere ancora, sì, ma non fino al punto che vorresti. A un certo momento, la tua vità comincerà a declinare: sarai arrivato a metà, non alla fine, sarai mezzo contento e mezzo triste - non sarai né un uomo frustrato né un uomo realizzato. Non sarai né freddo né caldo: sarai tiepido, e, come dice un evangelista in uno dei libro sacri, le cose tiepide non colpiscono il palato."

Non credo di stare facendo una rivelazione inaudita: lo stesso Coelho non ha mai negato la propria appartenenza alla massoneria e perfino Wikipedia lo definisce “uno dei maggiori esponenti della massoneria moderna”. Non è un caso che egli venga invitato tutti gli anni al Forum Economico di Davos insieme a personalità quali Henry Kissinger, Bill Gates, Shimon Peres, Gordon Brown e Rupert Murdoch. Quello che in verità non sapevo è che Coelho fosse membro anche dell’INP (Harvard International Negotiative Initiative), un’organizzazione che si occupa di gestione della psicologia dei soggetti in zone di guerra e che così definisce i suoi scopi: “Riconoscendo la necessità di approcci nuovi e psicologicamente sofisticati ai conflitti contemporanei, la INP lavora per estendere il campo di applicazione tanto della psicologia quanto della gestione del conflitto”. Coelho fa anche parte del Doha Center for Media Freedom, un’organizzazione con sede in Qatar, guidata dal francese Robert Menard, che riceve fondi USA per diffondere i nobili ideali della grande libertà mediatica americana (quella che ci propone perle come la “morte di Neda”) anche in Medio Oriente. Infine Coelho è membro della Maybach Foundation, un’organizzazione che “promuove contatti in tutto il mondo tra mentori e allievi, facilita e sovrintende alle loro relazioni”. La Maybach Foundation riceve i suoi fondi da associazioni sparse in tutto il mondo, quali la Daimler AG e la Silverstein Properties (di proprietà di Larry Silverstein, l’uomo che acquistò l’intero complesso del World Trade Center e lo assicurò per 7 miliardi dollari 6 mesi prima degli attacchi dell’11/9).

Chi credeva che Coelho fosse un semplice scrittore di romanzetti New Age, insomma, farà meglio a ricredersi.

Ora, la lettera pubblicata da Coelho sulla stampa è strana per diversi motivi. Tanto per cominciare, Coelho spiega ai lettori che il suo amico Hejazi è un “medico”. Il che non è del tutto inesatto: è vero che Arash Hejazi è laureato in medicina, ma è anche vero che egli stesso afferma in quest’intervista (rilasciata nell’aprile di quest’anno in lingua spagnola, che Hejazi parla perfettamente insieme all’inglese, il portoghese e ovviamente il farsi): “En primer lugar, actualmente no practico la medicina. En realidad dejé de practicarla hace diez años, porque tenía que dividir mi tiempo entre la medicina, como trabajo, y la literatura, como pasión” (Prima di tutto, attualmente non pratico la medicina. In realtà ho smesso di praticarla da dieci anni, perché dovevo dividere il mio tempo tra la medicina, come lavoro, e la letteratura, come passione). Eh già, perché Coelho nell’articolo, per motivi non chiari, non ha fatto il minimo riferimento alla cosa più importante: che Hejazi, in occidente, non è tanto noto per essere un “medico”, ma per essere uno scrittore di racconti di fiction, nonché titolare e fondatore della Caravan Books, che tra l’altro traduce e pubblica in Iran proprio i libri di Coelho! Tutti i libri di Coelho sono stati pubblicati in Iran dalla Caravan e quasi sempre tradotti in farsi dallo stesso Hejazi. Perché Coelho preferisce definire Hejazi un medico (cosa che egli è fino a un certo punto) e non fa il minimo riferimento alla sua ben più nota attività di scrittore, editore e traduttore dei suoi libri?

Di sicuro non per “proteggerlo” dal malvagio Ahmadinejad, visto che nell’articolo Hejazi viene menzionato con nome e cognome e che l’articolo è stato pubblicato solo dopo l’arrivo di Hejazi a Londra. Inoltre, non mi è chiaro perché mai un medico dovrebbe correre dei rischi, fino al punto di fuggire precipitosamente dal proprio paese, solo per aver soccorso una manifestante ferita: non mi risulta che esistano paesi nel mondo in cui ciò sia vietato o sia motivo di persecuzione, tanto più che il video era stato visto ormai da tutto il mondo e c’era ben poco da mettere a tacere. Le cose ovviamente cambiano se consideriamo il fatto che il video di Neda, come si è visto, non è altro che un falso costruito dalla CIA con la collaborazione di Hejazi per screditare il regime iraniano. Allora sì che comincio a capire i motivi della fuga precipitosa! Soprattutto se si considera che il “regime change”, progettato dalla CIA con la collaborazione di Mousawi, Rafsanjani e dei loro stolidi sostenitori, non era andato a buon fine.        

Hejazi era (è?) per la CIA un contatto ideale. La sua casa editrice, come quasi tutti i gruppi d’opposizione in Iran, riceve fondi dal Congresso USA per svolgere opera di destabilizzazione in patria. Hejazi ha una residenza a Londra, studia in Inghilterra alla Oxford Brookes, parla diverse lingue e fa la spola tra Londra e Teheran, sotto la copertura delle sue attività culturali, il che gli ha permesso, fino a qualche anno fa, una certa libertà nello scambio d’informazioni riservate nonché la possibilità di ricevere direttive dall’esterno senza dare troppo nell’occhio. Poi però è venuto il brutto giorno in cui il governo iraniano ha mangiato la foglia. Il brutto giorno arrivò nel maggio del 2005, quando successe qualcosa che fece un certo scalpore anche sui media occidentali e che all’epoca si ritenne inspiegabile. Membri del servizio governativo iraniano si recarono allo stand della Caravan Books, nel bel mezzo della Fiera Internazionale del Libro di Teheran, sequestrando tutte le copie non ancora vendute (circa 1000) dell’edizione iraniana de Lo Zahir di Paulo Coelho. Ora, questa non è una storia di ordinaria censura. Prima di tutto la censura è qualcosa che si pratica, di norma, il più possibile dietro le quinte, cercando di non fare troppo rumore. In questo caso, invece, si scelse un appuntamento internazionale per eseguire il sequestro, in modo che la cosa facesse quanto più scalpore possibile, soprattutto all’estero. Fino a quel momento tutti i libri di Coelho erano stati tranquillamente pubblicati in Iran, sia pure con qualche piccola “correzione”. Inoltre, nel libro di Coelho non c’era assolutamente nulla che potesse impensierire il regime degli ayatollah, tant’è vero che il libro aveva già passato il vaglio della burocrazia culturale e aveva ottenuto l’autorizzazione alla pubblicazione e alla stampa. Si può legittimamente supporre che non si volesse colpire il libro di Coelho in sé, bensì la casa editrice che lo pubblicava e soprattutto il suo direttore, Hejazi, i cui rapporti con i servizi segreti stranieri dovevano essere ormai venuti alla luce. E lo si voleva fare in modo che il messaggio arrivasse forte e chiaro, nel bel mezzo di una convention internazionale: sappiamo cosa state facendo, da oggi in poi vi teniamo d’occhio. Hejazi riuscì comunque a vivacchiare, grazie alle protezioni dell’occidente e ai suoi contatti con Londra, dove passava buona parte del suo tempo. Immagino che dopo aver rovesciato la celebre fialetta di sangue finto sulla faccia di “Neda” la sua sopravvivenza in Iran non sarebbe più così facile. Faccio notare: cinque o sei giorni fa, dopo la pubblicazione dell’articolo di Coelho, ero andato sul sito personale di Hejazi (www.hejazi.ir ) e sul suo blog (http://hejazi.ir/en/blog/ ), dove c’erano molte cose interessanti, tra cui diverse foto di Hejazi e Coelho durante le presentazioni dei libri dello scrittore brasiliano in Iran e la promessa di Hejazi di spiegare ai lettori del suo blog ciò che aveva visto durante il tentativo di soccorrere la povera Neda. Oggi sia il sito che il blog sono spariti, non si capisce bene il perché. Contenevano informazioni compromettenti? Mah... di sicuro lo zelo nel cancellare le tracce è eccessivo per un “medico” la cui unica colpa sarebbe quella di aver soccorso una ragazza ferita. E a proposito di cancellare le tracce: da Youtube, da Google e da MySpace è anche sparita la parte centrale dell’intervista rilasciata alla BBC da Hejazi, dopo il suo arrivo a Londra, sull’”affaire Neda”. Si badi, non tutta l’intervista: solo la parte centrale, quella in cui Hejazi faceva dichiarazioni implausibili (e contrastanti con altre sue dichiarazioni precedenti) riguardo al sicario Basij che avrebbe ucciso Neda. L’intervista è ancora visibile per intero sul sito della BBC (e sui blog che la linkano, tra cui quello di Coelho); ma non appena la BBC dovesse decidere di rimuovere il video, le dichiarazioni di Hejazi svanirebbero dalla memoria del web (a meno che qualcuno non si prodighi a salvare il filmato, cosa che io non sono riuscito a fare). Per questo motivo, oltre a linkare di seguito il video dell’intervista integrale, riporto a futura memoria la trascrizione delle dichiarazioni di Hejazi (una volta tanto senza traduzione, tanto è un inglese abbastanza semplice da capire):




Hejazi: A car coming by opened the door and offered them to take her away [cioè di portare “Neda” all’ospedale, dopo il presunto decesso, NdR]. They put her in the car and just went away, so I don’t know what happened afterwards, other than everybody else has heard.       

But afterwards, some people believed they actually took someone with a Basij car. They said he was on a motorcycle, coming the other way and hiding in a corner. Some people shouted: “We caught him! We caught him!”. People went towards him and they disarmed him and took out his identity card, which was of a Basij member. And he was shouting, - because people were furious – he was shouting: “I didn’t want to kill her! I didn’t want to kill her!”. People just caught him and they didn’t know what to do with him. Some people said: “Don’t harm him! We are not killers like them!”. And… well, I was a few meters away, watching. I was shocked, so I didn’t participate anything.

Intervistatrice: Were you just watching?

Hejazi: I was just looking at them, watching, yes. And they said: “We can’t even give him back to the police, because they would just let him go away. So what should we do?”.

Intervistatrice: But they were certain in their own minds that he was from the Basij militia and that he was the one responsible?

Hejazi: Yes. And he was shouting “I didn’t want to kill her!”.

Intervistatrice: You heard him say so?

Hejazi: Yes, I heard him. He didn’t say “I wasn’t the one who shot her”, I think he was just crying, because he was afraid, “I didn’t want to kill her!”.

So they let him go, because they didn’t know what to do with him; they should have either harmed him or given him back to the police and none of them would work in that situation, and they were afraid to expose themselves to the police. They just let him go and they took his identity cards. I don’t know those people who took his identity cards, but I know that there are people there who know who he is. I noticed that some people were taking photos of him, but I don’t know who they are as well. And then I went back to my office to wash my hands and when I came out people had scattered. And that’s what I have seen.   

Questa è la versione fornita da Hejazi alla BBC. Ma in precedenza Hejazi aveva fornito una versione del tutto diversa, ancora leggibile su Wikipedia:


“Alle 19.05 del 20 giugno, in Kargar Avenue, all’angolo tra via Khosravi e via Salehi, una giovane donna che era in piedi accanto a suo padre [sic] ad osservare le proteste è stata colpita da un miliziano Basij nascosto sul tetto di un’abitazione civile. Egli mirò dritto alla ragazza e non avrebbe potuto mancarla. In ogni caso, mirò dritto al cuore [e come fa Hejazi a saperlo?, NdT]. Io sono un medico, perciò corsi verso di lei per cercare di salvarla. Ma l’impatto del colpo era stato così forte che il proiettile era esploso all’interno del torace della vittima e lei morì nell’arco di 2 minuti. Le proteste si stavano svolgendo a circa un chilometro di distanza sulla strada principale [altra fesseria: abbiamo il video di Neda e Panahi nel bel mezzo della manifestazione, NdT] e alcuni dei manifestanti stavano fuggendo a causa del gas lacrimogeno usato contro di loro, verso via Salehi. Il filmato è stato girato da un mio amico che era accanto a me [!!!, NdT]”. 

La mia domanda è: cosa ha spinto Hejazi a cambiare versione dell’accaduto pochi giorni dopo? E’ completamente citrullo, soffre di crisi amnesiache, vuole farsi scoprire come il classico criminale che inconsciamente desidera essere catturato o c’è dell’altro? Provo a rispondere più avanti.

Torniamo all’articolo di Coelho: il passo che mi sembra veramente interessante è il seguente:

“Lunedì 22 giugno, ore 17,46

Caro Arash, finora, ancora nessuna notizia da te. Dopo la pubblicazione del video sul mio blog, sembra che si sia diffuso in tutto il mondo, comprese citazioni sul New York Times, sul Guardian, National Review eccetera. Perciò ora la mia preoccupazione maggiore è per te. Ti prego di rispondere a questa email dicendomi che stai bene, citando il nome della persona con cui abbiamo trascorso il Capodanno del 2001, tanto per essere certo che sei tu a rispondere all’email. Non mi fido di questa persona della Cnn che risponde al tuo cellulare. Se non lo fai, potrei far sapere il tuo nome alla stampa, così da proteggerti — la visibilità è l’unico espediente per stare sicuri, a questo punto. Lo so perché sono stato un prigioniero di coscienza. Se mi rispondi, a meno di tue istruzioni diverse, smetterò di assillarti, per il momento. La mia preoccupazione ora sei tu. E la tua famiglia.

Con affetto

Paulo

p.s. diversi amici hanno ricevuto in copia questo scritto”

Coelho teme che il suo amico possa essere ucciso o che possa essere prigioniero di qualcuno. Per questo gli chiede di confermare la sua identità e avverte che farà il suo nome alla stampa se non riceverà altre notizie. Ma di chi, esattamente, Coelho teme che Hejazi sia prigioniero? Non credo che egli tema una sua cattura da parte della polizia iraniana: se così fosse, fare il suo nome sulla stampa occidentale non servirebbe a molto. Il putiferio internazionale non ha mai impedito al governo iraniano di eseguire, se necessario, delle condanne a morte. Tantomeno servirebbe a proteggere la famiglia di Hejazi. Qui devo partire da due postulati: il primo (che mi sembra confermato oltre ogni ragionevole dubbio) è che il video di Neda sia un falso pacchiano; il secondo è che Coelho sia a conoscenza dell’inautenticità del video. Questo secondo postulato non posso ovviamente dimostrarlo, ma mi sembra abbastanza verosimile, visto l’ambiente massonico-economico-mediatico-politico in cui Coelho è immerso fino al midollo e la sua partecipazione ad un’organizzazione che si occupa di “gestione psicologica dei conflitti”. Se un comune blogger arriva a rendersi conto di come funzionano le psyop d’intelligence, è improbabile che Coelho, con la sua assidua frequentazione di certi ambienti, non lo sappia. Mi sembra anche poco probabile che Coelho non abbia nulla a che fare con la creazione dei legami tra Hejazi e l’intelligence occidentale (“Così comincio a fare versamenti sul tuo conto - depositi che non sono in denaro, ma in contatti”, scrive Coelho nel brano citato più sopra). E’ probabile dunque che Coelho sappia benissimo che i reduci da “operazioni” di manipolazione psicologica come quella dell’”affaire Neda” tendano a sparire misteriosamente e vuole evitare che questo accada al suo amico. Non è a Hejazi che sono rivolte le mail, forse le mail non sono mai esistite: l’articolo è un messaggio in codice rivolto a tutti coloro che potrebbero cercare di eliminare Hejazi per evitare che la verità salti fuori. Non a caso Coelho fa pubblicare l’articolo su tutti i giornali, per dargli la massima risonanza possibile. Non a caso Coelho scrive in calce: “diversi amici hanno ricevuto questo scritto”. Traduzione: è inutile che cerchiate di togliere di mezzo il mio amico, perché anch’io sono a conoscenza della faccenda e se ci provate scateno un putiferio; conosco persone importanti. Ed è inutile che cerchiate di eliminare anche me, perché ho informato della cosa molte altre persone. Persone che contano. In questo caso la “visibilità” che l’autore brasiliano consiglia al suo amico è in effetti l’unico espediente per stare sicuri: eliminare in segreto un bersaglio (mediaticamente) visibile è più difficile che togliere di mezzo un perfetto sconosciuto. E difatti, appena arrivato a Londra, Hejazi rilascia immediatamente la sua lunga intervista alla BBC.

Intervista in cui cambia improvvisamente, platealmente e implausibilmente la sua versione dell’accaduto. Facciamo una prova: proviamo a leggere l’intervista di Hejazi alla BBC come un messaggio in codice diretto a chi ha “orecchie per intendere”:

We caught him! = Già, mi avete incastrato con questa sceneggiata di “Neda”.

I didn’t want to kill her! = Ma l’idea della messinscena è stata vostra. Io ho accettato di collaborare solo perché ero in debito con la Banca dei Favori.

And they didn’t know what to do with him = Ora non sapete cosa fare di me, vero?

Don’t harm him! We are not killers like them! = Vi chiedo di non farmi del male. Uccidermi sarebbe inutile.

I didn’t participate anything... I was just watching = Ero solo una pedina. Ho accettato di girare quel video perché ero in debito, ma non so nulla dei vostri piani. Non vi tradirò, non potrei farlo neanche volendo.

We can’t even give him back to the police, because they would just let him go away. = Non denuncerò il vostro imbroglio. A che servirebbe?

So they let him go = Perciò lasciatemi stare.

They should have either harmed him or given him back to the police and none of them would work in that situation = So bene che cercare di danneggiarvi o di denunciarvi non servirebbe a niente.

And they were afraid to expose themselves to the police = E del resto io stesso avrei paura a spiegare alle autorità o ai media cosa è realmente accaduto.

They took his identity cards = Ci sono persone che conoscono il vostro intero “curriculum vitae”.

I don’t know those people who took his identity cards, but I know that there are people there who know who he is = Io non conosco queste persone, ma vi garantisco che esistono e che non vogliono vedermi “sparire”.

Some people were taking photos of him = Altre persone conoscono bene le vostre facce, hanno file ponderosi su ogni vostra attività.

But I don’t know who they are as well = Non conosco neanche loro, ma, credetemi, esistono.

And then I went back to my office to wash my hands = Ora tornerò alla mia vita. Ho pagato il mio debito con la Banca dei Favori. Da adesso in poi me ne lavo le mani.

And that’s what I have seen = E questo è tutto ciò che ho da dirvi. Spero di essere stato chiaro.

Chissà se il messaggio otterrà lo scopo che Coelho, il “grande esponente della massoneria”, come lo chiama Wikipedia, si era prefisso. Chissà se Hejazi avrà salva la vita. Fino a pochi giorni fa avrei giurato che lo avremmo rivisto nelle pagine di cronaca di qualche quotidiano locale: “Tragica morte in un incidente d’auto del medico che tentò di salvare Neda. Il ricordo commosso del suo amico Paulo Coelho” o qualcosa del genere. Dopo la sua performance alla BBC penso invece che le sue quotazioni e le sue chance di non avere improvvisi guasti al sistema di frenatura dell’auto siano notevolmente aumentate. Ho l’impressione che sentiremo ancora parlare di lui. 

EDIT: per completezza, e anche per rispondere a tutti quelli che ancora si aggrappano all'argomento "anche le autorità iraniane hanno riconosciuto la morte di Neda", riporto quanto dichiarato proprio ieri (1 luglio) dal capo della polizia iraniana Esmail Ahmadi-Moqaddam: "Arash Hejazi è ricercato dall'Interpol e dal Ministero dell'Intelligence iraniano". Il capo della polizia ha affermato che Hejazi è accusato di aver aiutato i media occidentali a lanciare una guerra psicologica contro l'Iran. "L'omicidio di Neda Agha-Soltan è stato una messinscena e non ha in alcun modo a che vedere con i disordini di Teheran", ha aggiunto.

 

EDIT 2: Incredibile!!! Dopo l'uscita del mio articolo, Wikipedia ha rimosso immediatamente i riferimenti all'appartenenza di Coelho alla massoneria! Potete ancora vedere la pagina originale, con il riferimento di cui parlavo (alla voce "Curiosità") sulla cache di Google. Come dicevo nell'articolo, la parola d'ordine da questo momento in poi è: cancellare le tracce.

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