PERCHE' CE LO RITROVIAMO FRA I PIEDI (1)

Il cristianesimo, quale oggi lo conosciamo, è una religione sincretica. Come una specie di polpettone mistico, riunisce in sé gli elementi di una quantità di culti anteriori e li mescola insieme fino ad ottenere un cocktail di mirabolante, benché imbevibile, peculiarità. La sua tendenza al sincretismo, cioè ad attirare nella propria orbita ogni credenza e superstizione popolare, non si arrestò alla definizione originaria del suo immaginario, una definizione peraltro laboriosa, costata almeno quattro secoli di controversie religiose. Tale tendenza proseguì nei secoli successivi, arricchendo questo culto-contenitore di un’infinità di altri elementi: santi, martiri, asceti, rosari, icone votive, superstizioni locali e ogni mirabilia che potesse servire ad incanalare l’immaginario popolare verso la religione dei papi.
Perché il cristianesimo è una religione sincretica? Quando gli imperatori romani, all’alba del IV secolo, si resero conto che una religione unitaria poteva essere utile a dare compattezza ad un impero che andava sfaldandosi e che comprendeva al proprio interno un’infinità di culture diverse, capirono anche che non sarebbe stato sufficiente imporre la nuova religione con la legge e le persecuzioni. L’immaginario dei popoli non può essere sostituito da un giorno all’altro, per decreto, con qualcosa di totalmente nuovo. Se si voleva che un’operazione politica come questa generasse coesione identitaria anziché rivolte e ribellioni, occorreva proporre un culto che riassumesse in sé tutto l’immaginario precedente. Esso doveva integrare nel proprio statuto i rituali, le festività, le aspettative mistiche, i luoghi di culto delle religioni già diffuse. Solo così la nuova religione avrebbe potuto sostituirsi gradualmente e senza scossoni insurrezionali alla miriade di culti che il mondo romano praticava tra il I e il III secolo. Ma quali erano questi culti?
E’ noto che i cittadini romani, ed entro certi limiti i loro stessi governanti, erano assai tolleranti verso le divinità importate dall’estero. Oltre ad una naturale curiosità verso ogni manifestazione culturale esotica, c’era l’idea che osteggiare un culto religioso, perseguitandone gli adepti, avrebbe potuto scatenare la vendetta delle divinità oltraggiate contro la civiltà romana. Nell’incertezza, i romani preferivano accogliere nel proprio grembo culturale le altre religioni, sperando che le rispettive divinità li avrebbero così risparmiati dalle ritorsioni per le nefandezze compiute contro i popoli conquistati, che quelle divinità proteggevano. Così, ad esempio, dopo la conquista della Grecia, l’intero pantheon della mitologia ellenistica si trasferì in massa sulle sponde latine. I culti di Giove (Zeus), Apollo, Diana (Artemide), Venere (Afrodite), Bacco (Dioniso), Demetra, ecc. non sono altro come si sa, che trasposizioni romane dei culti pagani recepiti dalla cultura greca. Tra le divinità greche, un posto di rilievo, nella genesi del cristianesimo, spetta sicuramente a quelle collegate al culto del sole: Helios e Apollo. In tutte le religioni antiche, il sole, quale portatore di vita, luce e fertilità delle messi, era la divinità più venerata e universale. Il suo culto era diffuso in tutto il mondo e in tutte le civiltà, anche le più lontane: dai Persiani agli Inca, dagli Africani ai Celti, dai Giapponesi agli Indiani d'America, dagli Egiziani agli abitanti dell'Oceania. I miracoli compiuti dal sole, a differenza di quelli attribuiti ad altre divinità, erano quotidiani, tangibili, osservabili, periodici. Il che, come direbbe George Carlin, ha un certo peso nel momento in cui si decide a quale divinità rivolgersi per chiedere un intervento risolutore. Nella Grecia antica, Helios era il sole stesso, mentre Apollo era una divinità a sé, ma comunque collegata al sole. Nella zona del Mediterraneo il sole colpisce la terra con raggi che diventavano, nell’immaginario collettivo, frecce di vita e fertilità; Apollo è rappresentato dunque come un dio arciere, le cui frecce potevano portare ferite o guarigione. Egli era anche il dio del canto e della lira, nonché della divinazione e della profezia. Il suo santuario a Delfi era uno dei luoghi più sacri dell’antica Grecia e in esso, tramite la sacerdotessa chiamata Pizia, si tenevano i riti di rivelazione e interpretazione degli eventi che avrebbero dovuto fornire al popolo greco e ai suoi sovrani le informazioni indispensabili per condurre a buon fine le guerre, gli interventi istituzionali e l’attività politica.

Un’altra religione praticata nella Roma imperiale, e che il cristianesimo non mancò di fagocitare, era quella riferita alle figure degli imperatori. I vangeli ci spiegano (Matteo, 2: 1-2) che alla nascita di Gesù una stella guidò alcuni uomini saggi fino a Betlemme affinché potessero adorare il bambino appena nato. Nei vangeli Gesù opera guarigioni miracolose e riporta in vita i morti, tutte cose che a noi sembrano straordinarie e strabilianti. Per i romani lo erano molto meno. I portenti celesti, le prerogative taumaturgiche, le resurrezioni e le visioni mistiche erano infatti ordinaria amministrazione per gli imperatori, almeno secondo l’immagine che di essi fornivano la storiografia e la propaganda. Svetonio, nelle “Vite dei Cesari”, riferisce che durante i ludi funerari tenuti in occasione della morte di Giulio Cesare “una cometa brillò per sette giorni consecutivi, sorgendo intorno all’undicesima ora, e si ritenne che essa fosse l’anima di Cesare che veniva trasportata nel cielo”. Da questo momento l’apoteosi degli imperatori (cioè la loro trasformazione in divinità dopo la morte, altro elemento che il cristianesimo riprende a piene mani) diverrà una costante del culto imperiale. Naturalmente fu l’imperatore Augusto a generare il maggior numero di leggende intorno alla sua persona, stante anche la sua permanenza al soglio imperiale ben più lunga rispetto a quella del povero Giulio. Sempre Svetonio, parla di una sorta di “immacolata concezione” dell’imperatore Augusto. Egli narra che la madre di Augusto si trovava in adorazione presso il tempio di Apollo, quando all’improvviso cadde addormentata e fu fecondata dal dio. Augusto sarebbe stato dunque figlio del dio Apollo e per accreditare questo suo legame con la divinità solare della profezia, Svetonio afferma che l’imperatore sarebbe stato in grado di prevedere in anticipo gli esiti di tutte le sue battaglie (Svetonio, De vita Caesarum: Augustus, 96). Anche l’imperatore Vespasiano possedeva capacità prodigiose. Secondo Dione Cassio, Vespasiano avrebbe compiuto diversi miracoli nel corso di una sua visita al santuario di Serapis in Egitto. Tra gli altri miracoli (stando a quanto riferisce Tacito in Historiae, 4.81) vi sarebbe stata la restituzione della vista a un cieco e la guarigione di uno storpio.
I poteri miracolosi non erano limitati agli imperatori: anche i filosofi e gli uomini saggi in genere erano considerati in grado di compiere portenti. Ad esempio Apollonio di Tyana, che fu nel primo secolo d.C. uno dei principali seguaci di Pitagora, era considerato una vera e propria divinità. Egli aveva rinunciato ai propri beni e ai propri possedimenti per seguire la via della saggezza, vivendo lontano dal mondo in rigoroso ascetismo contemplativo. Il suo biografo, Filostrato, racconta che egli possedeva alcune straordinarie capacità, come il dono di comprendere tutti i linguaggi, l’abilità di prevedere il futuro e di scorgere gli oggetti a distanze grandissime. Era anche in grado di guarire gli infermi e i posseduti dai demoni e Filostrato racconta nel dettaglio alcuni degli esorcismi e delle guarigioni miracolose da lui operate [1].

Ma le religioni i cui lineamenti il cristianesimo dovette assorbire in proporzione più massiccia, furono quelle che con esso più apertamente rivaleggiavano; cioè quelle che si diffusero a Roma contestualmente all’espansione del cristianesimo stesso. Si trattava di culti provenienti dall’Egitto e dall’Oriente (come del resto lo stesso cristianesimo), assorbiti dalla cultura romana nel momento in cui queste regioni erano entrate stabilmente nell’orbita politica dell’Impero. Spicca tra esse il culto egiziano di Iside, del suo consorte Serapis, del loro figlio Horus (antica divinità solare egiziana, più volte “adattata” nel corso dei secoli alle esigenze politiche dei tempi; per i parallelismi Gesù-Horus vedi questo vecchio articolo) e di una quantità di divinità minori che erano migrate dall’Egitto prima verso
Ma il culto che maggiormente rivaleggiò con il cristianesimo e che ne costituì il principale avversario da abbattere fu senza dubbio quello di Mitra. Il culto di Mitra aveva iniziato a diffondersi a Roma dopo il
Affresco del Mitreo di Marino: notare in basso i due dadòfori (portatori di torce), Càutes, a sinistra sotto il sole e con la fiaccola alzata e accesa, Cautòpates a destra sotto
Mitra, quale divinità legata al Sol Invictus, era spesso raffigurato con una corona di raggi solari sulla testa, poi trasfigurata in “corona di spine” e successivamente in aureola luminosa nell’iconografia cristiana.

L’appellativo Sol Invictus era utilizzato nel tardo impero romano per almeno tre divinità legate al Sole: Mitra, Eliogabalo e Sol. Tra gli altri, anche gli imperatori Aureliano e Marco Aurelio Probo (seconda metà del III secolo) si fecero raffigurare sulle monete da loro fatte coniare con una corona radiata, attributo del dio.

Quando il cristianesimo verrà elevato al rango di religione ufficiale dell’Impero, i seguaci di Mitra verranno perseguitati e sterminati, i templi mitraici distrutti e su di essi verranno edificate (per garantire la continuità del culto) le chiese cristiane. Un esempio tipico è la chiesa di S. Clemente a Roma, sull’Esquilino, nei cui sotterranei si possono ancora oggi visitare i resti di un tempio mitraico.

Il mitraismo veniva dall’Impero Persiano, nemico giurato dell’Impero Romano, motivo per cui gli imperatori sentivano sempre più la necessità di dar vita ad un’ideologia religiosa autonoma che contrastasse gli influssi culturali provenienti dalla Persia e le ideologie orientali. Nel mitraismo gli imperatori romani vedevano il trionfo dell’ideologia del nemico all’interno del loro territorio. Fu perciò in questo periodo che si operò il filtraggio dalle religioni dell’impero di tutti gli elementi di sapore orientaleggiante. Le stesse canzoni religiose in lingua persiana, che i cristiani intonavano durante i rituali e che predicevano la nascita e il battesimo di Cristo, vennero proibite. Costantino era convinto che solo un’unificazione religiosa avrebbe potuto garantire la forza e la compattezza dell’impero. Il mitraismo, oltre a rappresentare la religione del “nemico”, non era in grado di garantire questa coesione. Si trattava di un culto fondato su una disciplina assai rigida, su una gerarchia che richiedeva il sacrificio personale, su una struttura nella quale l’accesso ai gradi più alti della scala gerarchica era molto difficoltoso. Sul lungo periodo, una religione similmente strutturata avrebbe finito per perdere proseliti. Il cristianesimo, al contrario, era molto più popolare e più elastico. Ogni sacerdote poteva crearsi una propria comunità usando semplicemente il proprio carisma, gli insegnamenti religiosi e il bisogno di misticismo dei suoi seguaci, senza che fosse necessario attenersi rigorosamente agli insegnamenti di Cristo, lasciando ampio spazio all’interpretazione personale. La storia del cristianesimo è piena di innovazioni e revisioni della mitologia ufficiale, che nella rigidità ideologica del mitraismo non sarebbero state possibili. Il cristianesimo permetteva anche a persone con visioni del mondo antitetiche di riunirsi sotto l’egida di un unico credo e questa duttilità dogmatica era essenziale perché la nuova religione ufficiale ottenesse la massima diffusione possibile.
(1 – continua)
[1] Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, Biblioteca Adelphi, 82.
IL MATRIMONIO IN UNA SOCIETA' FEMMINISTA

di AntiFeminist
dal blog FeMatrix
Mi scrive Icarus, collaboratore di questo blog e autore di SonoAttila, che ha ricevuto questa email da un suo lettore:
“Ciao sono un ragazzo di 23 anni che per ora non ha decisamente intenzione di sposarsi, ma dato che sento ogni giorno di padri mandati in sciagura da divorzi con figli, cioè casa persa auto etc etc., mi domandavo se ci fosse un metodo per far si che ciò non accada? e se questo che sto per proporvi sia un buon metodo:
prima del matrimonio dichiarare la casa in cui si andrà ad abitare(qualora fosse di mia proprietà) ad uso ufficio di una SRL e di prendere sempre prima del matrimonio un’auto aziendale sempre della stessa srl.
Fissare come residenza della mia famiglia una casa affittata oppure facendo una dichiarazione di ospitalità , anche se in teoria non ci abiterò.
So che è brutto pensare ciò prima del matrimonio, ma sentendo certi casi penso che vedermi sottratto le mie proprietà in modo quasi incondizionato mi faccia sentire usurpato. Addirittura in casi in cui la mia cara ex porta in casa un nuovo tizio e non lo sposa, pagando vitto e alloggio per tutti e due. Per non parlare di un senso di inferiorità che spesso gli uomini sono costretti a subire durante il matrimonio, dato che un passo falso gli potrebbe sconvolgere la vita. Ciao“.
L’unico metodo certo per evitare di perdere casa, figli, soldi, auto e salute psicofisica è non sposarsi. Ogni strategia, piano d’azione e precauzioni varie, per quanto ben architettate possano essere, non risolvono i due problemi principali legati al matrimonio in una società femminista come la nostra.
Il primo di questi due problemi principali sorge appena ci si sposa: la moglie da quel preciso momento prende il coltello dalla parte del manico. Il secondo problema è che, in caso di separazione, nella stragrande maggioranza dei casi è l’uomo a rimetterci.
Per quanto riguarda il Primo Problema, la tua ragazza appena diventa “moglie” viene automaticamente investita di un potere che prima, durante la relazione normale, non aveva.
E’ il potere di ricattarti usando come arma lo Stato (Femminista), cioè minacciando la separazione con tutto ciò che ne consegue (il Secondo Problema). Tutte le grane del Primo Problema possono manifestarsi in un’infinità di modi. Un esempio: avete dei figli, tu vuoi mandarli alla scuola privata, tua moglie alla scuola pubblica. Discutete, litigate, e non arrivate ad un compromesso. La sera, o le sere, dopo il litigio, tua moglie decide di “ammorbidirti” un pò: non te la dà. E non te la dà nemmeno il giorno dopo, quello dopo ancora, e magari non si concede per settimane o addirittura mesi. Quest’arma, quella cioè del ricatto sessuale, l’aveva anche prima del matrimonio, ma era spuntata, perchè tu le potevi opporre altre armi: ti lascio, vado con un’altra, vado a prostitute, etc.etc. Tutte queste armi, adesso, non le hai più. O meglio, le hai ma potenzialmente ti si possono ritorcere contro: se la lasci, vai con un’altra, vai a prostitute o altro tua moglie potrà utilizzare il suo Nuovo Potere, che prima non aveva, e invocare lo Stato (Femminista) per chiedere la separazione e punirti con tutto ciò che ne consegue.
Durante la vita coniugale tua moglie può fare il bello e il cattivo tempo, e dovrai sempre aver presente che per quanto “terreno” tu possa guadagnare, lei avrà sempre e comunque il controllo dell’intero campo di gioco. E’ questa una di quelle situazioni in cui, l’unico modo per non perdere, è non giocare. Non sposarsi. Non si può e non si deve affidare il proprio destino esclusivamente al “buon cuore” della persona con cui si sta insieme. Per gli uomini mancano tutta una serie di garanzie che rendono il matrimonio l’equivalente della roulette russa.
Una volta che si prende coscienza di questo, bisogna valutare il problema a monte, e prima di chiedersi “mi conviene sposarmi?“, sarebbe meglio chiedersi “perchè voglio sposarmi?“.
Per i credenti, potrebbe sorgere il bisogno di realizzare il sacramento del matrimonio. Ma ha senso realizzare questo sacramento in una società corrotta, in cui il matrimonio sembra esser diventato una scusa per fare baldoria in chiesa per un giorno, e poi spassarsela per una settimana nella “luna di miele” alle Maldive, salvo poi dissolvere questo “legame sacro” quando Lei decide che è tempo di “liberarsi dalle catene del marito” (ma non dal suo conto in banca)? Non è forse questa, per i credenti, una grave offesa al sacramento del matrimonio?
Così come in una chiesa adibita per le messe nere e l’adorazione del demonio non si dovrebbe celebrar messa, così in una società corrotta dal tumore femminista non si dovrebbe far uso di tradizioni che di pulito gli è rimasto solo il guscio, ma il cui interno è in putrefazione.
Chi compra una mela perchè attratto dalla buccia lucente e apparentemente sana, per poi scoprire che al suo interno è marcia e con i vermi, non ha certo colpa. E’ stato ingannato. Ma chi ha capito, sa, e ha visto che la mela è marcia, e nonostante ciò decide ugualmente di comprarla, ha solo se stesso da biasimare quando poi verificherà quel che già sapeva prima.
Per i non credenti, invece, la questione è molto più semplice, e decidere di non sposarsi prende un significato di indipendenza dal potere sempre più oppressivo dello Stato.
Perchè regalare allo Stato ulteriori libertà di entrare fin dentro le nostre stanze da letto, dandogli in mano ancora più strumenti per punirci nel caso in cui Lei decidesse che è giusto così ?
Questo potere, che lo Stato ha usato e continua ad usare per trasferire soldi dalle tasche degli uomini alle tasche delle donne, e per allargare a dismisura la libertà delle donne a discapito di quella degli uomini, vede oggi la sua più grande espressione proprio nel Matrimonio. Ed è per questo che, proprio mentre si ha il crollo del numero dei matrimoni [1], cioè mentre si va ad indebolire uno degli strumenti che lo Stato usa per allargare il proprio potere sui cittadini, si inizia a parlare di “nuove soluzioni” per sostituire questa tradizione ormai marcescente. Ecco dunque l’entrata in scena di “matrimoni moderni”, cioè i DICO, i PACS, e altre diavolerie simili, che vorrebbero -con la scusa dei diritti degli omosessuali- far cadere nel calderone femminista proprio quegli uomini eterosessuali che iniziano a guardare con diffidenza il matrimonio tradizionale [2].
Se questi uomini non si sposano, come farà poi lo Stato a trasferire parte dei loro soldi ad altrettante donne? E come farà a restringere ulteriormente le loro libertà, impoverendoli, se questi non sposandosi hanno deciso di privare lo Stato di quest’arma?
L’unica soluzione è non sposarsi. Se si vuole vivere l’esperienza della vita coniugale, si può sempre sperimentare con delle convivenze più o meno lunghe [3], sempre a patto che non vengano fatte leggi insidiose e ingannevoli per equiparare la convivenza al matrimonio.
Una cosa, infine, va detta con grande chiarezza: chi compera una mela avvelenata, sapendo che è avvelenata, non si aspetti poi alcuna “solidarietà” da parte dei suoi simili quando l’effetto letale del veleno inizierà a farsi sentire.
Chi è causa del suo mal pianga se stesso.





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