CRONACHE DI GOTHAM

“E’ il momento disperato in cui si scopre che quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina”.
(Italo Calvino, Le città invisibili)
Il Cavaliere Oscuro ritorna è il fumetto che tutti, prima o dopo, hanno letto. Anche chi non ama i fumetti (di solito perché non li legge). Anche chi detesta Batman. La prima volta che lessi questo immenso capolavoro (scritto e disegnato da Frank Miller e inchiostrato da Klaus Janson) fu nel gennaio del 1989, sulla rivista Corto Maltese della Rizzoli. La traduzione dall’inglese (piuttosto imprecisa, a dire il vero) era affidata ad un certo Enzo G. Baldoni, collaboratore della Rizzoli e futuro fotografo freelance nelle zone più calde e pericolose del pianeta. Baldoni, all’epoca, conosceva bene l’inglese, ma lo slang non era il suo forte, così che alcune pagine della storia, in cui la malavita di Gotham si esprime nel gergo dei bassifondi, risultavano incomprensibili nella traduzione italiana.
Avevo ventiquattro anni a quell’epoca e l’opera di Miller mi sembrò soltanto la più straordinaria storia a fumetti che avessi mai letto. Non sapevo, non potevo immaginare di avere per le mani una terribile e veridica profezia sul destino dell’occidente; una di quelle profezie maledette che solo la letteratura di alto livello può pronunciare con tanta freddezza e disinvoltura. Probabilmente non lo sapeva nemmeno Frank Miller. L’arte, quando è davvero tale, è un’entità viva e spaventosa che parla da una dimensione oscura ad una sibilla in stato di trance. E’ una Dama non cercata, come la chiama il poeta Giovanni Giudici nel suo saggio omonimo: una tetra signora che viene a trovarti all’improvviso mentre stai pensando ad altro e sa essere tanto più chiara nel vaticinio quanto più sei capace di non offrirle resistenza, di lasciarle parlare la sua lingua senza interloquire, di dissolverti per lasciarti sostituire dalla sua voce.
Nel gennaio 1989 vivevamo in un mondo diverso. L’Unione Sovietica era un gigante di cui nessuno avrebbe potuto prevedere il crollo di lì a pochi mesi. Internet e i telefonini cellulari erano ancora fantascienza. Il lavoro salariato, la scuola, le istituzioni dello Stato esistevano ancora, o almeno così ci sembrava. La guerra era ancora guerra, una bestialità senza aggettivi (“giusta”, “umanitaria”, “di liberazione”, ecc.) su cui nessun politico avrebbe osato compiere esperimenti grammaticali. Frank Miller era ancora uno scrittore di fumetti, un po’ fascista ma geniale. Non il pietoso fanatico che oggi ciancia di patriottismo a stelle e strisce, applaude lo sterminio in Iraq e maledice Osama e Al Qaeda come se fossero realtà tangibili anziché comparse di un ignobile fumetto scritto dalle agenzie di intelligence. E sì che, in materia di personaggi da fumetto, Miller dovrebbe essere un’autorità assoluta.
E’ difficile credere che un’opera così poderosa e densa di significato come Il Cavaliere Oscuro ritorna sia stata scritta da un autore così miope. A meno di supporre, appunto, che l’arte sia una entità che si scrive da sé, quanto più l’autore è disposto a lasciarsi possedere da essa, ad annullarsi – o a rendersi mero utensile amanuense - per lasciarle il posto. Un demone che invade con le proprie visioni chi ha il coraggio di guardarlo negli occhi. Cosa che il Miller di oggi non sembra più in grado di fare.
Nel 1989 l’occidente si apprestava a celebrare il suo trionfo sul comunismo, ad assumere le vesti sacerdotali della Verità Unica governata dal Pensiero Unico; ma il Cavaliere Oscuro – e
Un’oscurità che in meno di due decenni è diventata il nostro emblema, l’immagine che vediamo quando pensiamo a noi stessi. Ho letto ieri questa recensione al nuovo film di Batman (Il Cavaliere Oscuro, appunto), in proiezione in questi giorni nelle sale.
L’autore definisce il film “odioso”, scrive che “l'assenza [nel film] di qualsiasi possibile concetto di redenzione per lo spirito umano è impressionante”, inorridisce quando la gente di Gotham “bandisce letteralmente dalla città ogni possibilità di eroismo alla fine della pellicola, dimostrando che merita qualsiasi cosa gli accada, o, aggiungo io, ‘ci accada’". Ha ragione da vendere. Ma gli stessi motivi che lo spingono a detestare la pellicola, inducono me a pensare che si tratti di uno dei film più importanti che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni. A differenza dell’opera a fumetti, il film di Christopher Nolan non ha nulla di profetico. Il cinema, a differenza della letteratura, non è mai stato un buon canale di comunicazione per
Non è colpa di Nolan, né di Miller, né di Batman se abbiamo finito per pensare a noi stessi in questi termini. Quando un impero è prossimo alla fine, c’è sempre una Dama letteraria che viene ad annunciarne la caduta. E c’è sempre un “cavaliere oscuro” che ne rispecchia la putrefazione in atto. Penso al Don Chisciotte di Cervantes, immenso e triste cavaliere del tramonto che incarnava la decadenza di un Impero su cui nessuno avrebbe creduto di vedere il sole tramontare. Oppure al Guillaume d’Orange del Couronnement de Louis, emblema della dissoluzione del sistema feudale, legato da solenne giuramento di fedeltà ad un re ingiusto, incapace e venduto alle ambizioni dei grandi feudatari e del clero secolare.
Il Cavaliere Oscuro è un film “maledetto” non tanto per i decessi, gli arresti e gli incidenti che hanno funestato il suo cast, ma perché è il compimento di una maledizione lanciata vent’anni fa contro l’occidente dall’omonima opera a fumetti. Una maledizione tanto più terribile perché lanciata alla vigilia del giorno del trionfo, appena prima della capitolazione sovietica. “Questo è ciò che sarete, questo è ciò che siete sempre stati”. Ma avevamo un nemico, a quell’epoca, e l’importanza del nemico era nel dono benedetto della cecità.
Due considerazioni, per finire. Primo: non ricordo opere letterarie della seconda metà del XX secolo che possano eguagliare Il Cavaliere Oscuro ritorna per chiaroveggenza politica. Ma ricordo molte opere a fumetti che potrebbero stargli alla pari. Quando rileggo l’Alan Moore di Watchmen, di V for Vendetta, di From Hell, di Swamp Thing, credo di capire perché la letteratura tradizionale abbia prodotto nell’ultimo mezzo secolo così pochi testi memorabili.
Secondo: anni fa andai a intervistare Giovanni Giudici per la mia tesi di laurea. Giudici è un vecchietto umile, timido e schivo, poco abituato alla pubblicità e alle interviste, perfino a quelle rilasciate per cortesia a un ignoto laureando in letteratura. Parlammo della situazione politica, del declino della classe operaia e naturalmente della sua poesia. Mi disse che aveva smesso di scrivere poesie. “Non vengono più”, furono le sue esatte parole. Disse proprio così: “Non vengono più”. Forse voleva dire “non mi vengono” e aveva solo eliminato un pronome nella parlata colloquiale. Ma non credo. Aveva una certa tristezza negli occhi, come di chi abbia passato tutta la vita con un’amica antica e misteriosa, che veniva a trovarlo tutte le sere e che da qualche tempo, inspiegabilmente, non si fa più sentire.
Davvero finisce così, Oscura Signora? Davvero abbiamo detto tutto ciò che c’era da dire?





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