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CRONACHE DI GOTHAM

by Gianluca Freda (20/08/2008 - 02:31)


“E’ il momento disperato in cui si scopre che quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina”.
(Italo Calvino, Le città invisibili)

 

Il Cavaliere Oscuro ritorna è il fumetto che tutti, prima o dopo, hanno letto. Anche chi non ama i fumetti (di solito perché non li legge). Anche chi detesta Batman. La prima volta che lessi questo immenso capolavoro (scritto e disegnato da Frank Miller e inchiostrato da Klaus Janson) fu nel gennaio del 1989, sulla rivista Corto Maltese della Rizzoli. La traduzione dall’inglese (piuttosto imprecisa, a dire il vero) era affidata ad un certo Enzo G. Baldoni, collaboratore della Rizzoli e futuro fotografo freelance nelle zone più calde e pericolose del pianeta. Baldoni, all’epoca, conosceva bene l’inglese, ma lo slang non era il suo forte, così che alcune pagine della storia, in cui la malavita di Gotham si esprime nel gergo dei bassifondi, risultavano incomprensibili nella traduzione italiana.

Avevo ventiquattro anni a quell’epoca e l’opera di Miller mi sembrò soltanto la più straordinaria storia a fumetti che avessi mai letto. Non sapevo, non potevo immaginare di avere per le mani una terribile e veridica profezia sul destino dell’occidente; una di quelle profezie maledette che solo la letteratura di alto livello può pronunciare con tanta freddezza e disinvoltura. Probabilmente non lo sapeva nemmeno Frank Miller. L’arte, quando è davvero tale, è un’entità viva e spaventosa che parla da una dimensione oscura ad una sibilla in stato di trance. E’ una Dama non cercata, come la chiama il poeta Giovanni Giudici nel suo saggio omonimo: una tetra signora che viene a trovarti all’improvviso mentre stai pensando ad altro e sa essere tanto più chiara nel vaticinio quanto più sei capace di non offrirle resistenza, di lasciarle parlare la sua lingua senza interloquire, di dissolverti per lasciarti sostituire dalla sua voce.

Nel gennaio 1989 vivevamo in un mondo diverso. L’Unione Sovietica era un gigante di cui nessuno avrebbe potuto prevedere il crollo di lì a pochi mesi. Internet e i telefonini cellulari erano ancora fantascienza. Il lavoro salariato, la scuola, le istituzioni dello Stato esistevano ancora, o almeno così ci sembrava. La guerra era ancora guerra, una bestialità senza aggettivi (“giusta”, “umanitaria”, “di liberazione”, ecc.) su cui nessun politico avrebbe osato compiere esperimenti grammaticali. Frank Miller era ancora uno scrittore di fumetti, un po’ fascista ma geniale. Non il pietoso fanatico che oggi ciancia di patriottismo a stelle e strisce, applaude lo sterminio in Iraq e maledice Osama e Al Qaeda come se fossero realtà tangibili anziché comparse di un ignobile fumetto scritto dalle agenzie di intelligence. E sì che, in materia di personaggi da fumetto, Miller dovrebbe essere un’autorità assoluta.

E’ difficile credere che un’opera così poderosa e densa di significato come Il Cavaliere Oscuro ritorna sia stata scritta da un autore così miope. A meno di supporre, appunto, che l’arte sia una entità che si scrive da sé, quanto più l’autore è disposto a lasciarsi possedere da essa, ad annullarsi – o a rendersi mero utensile amanuense - per lasciarle il posto. Un demone che invade con le proprie visioni chi ha il coraggio di guardarlo negli occhi. Cosa che il Miller di oggi non sembra più in grado di fare.

Nel 1989 l’occidente si apprestava a celebrare il suo trionfo sul comunismo, ad assumere le vesti sacerdotali della Verità Unica governata dal Pensiero Unico; ma il Cavaliere Oscuro – e la Dama Oscura a cui si era votato - arrivavano a guastargli la festa. “Guardate ciò che siete, ciò che diventerete”, sibilavano le muse inquietanti da quelle anatomie sofferenti e contorte, da quelle vignette piene di buio o di luce accecante. Eravamo Gotham City e non lo sapevamo ancora. Una città senza più confini e senza una forma definita, corrotta fino alle fondamenta, governata da politici evanescenti e vigliacchi. Un impero incancrenito in cui domina la notte e il giorno non porta sollievo, ma solo afa insopportabile e apocalittici nubifragi. Una Babilonia devastata dalla boria edilizia, con le torri di cristallo che si elevano sulla miseria degli slum sottostanti. Le Torri Gemelle di Gotham, il bersaglio “due volte più grande” che Due-Facce progetta di far crollare nel primo capitolo, riempiendole di esplosivo. Viene da chiedersi se Miller sia stato più profeta o più ispiratore per i suoi patriottici uomini di governo. Una terra soggiogata dall’idiozia della televisione, che per tutto l’arco del racconto, ossessivamente, interrompe e sostituisce la realtà con la vanvera inconcludente degli anchorman, con le menzogne, con il piagnucoloso politically correct e la frivolezza criminale. Come la giornalista che alla fine, di fronte al fallout di un’esplosione atomica, riesce solo a commentare: “con questo tempo non si sa più cosa mettersi”. Una città che ha visto i suoi eroi vendersi al potere (Superman) o ha annegato nel gossip dei telegiornali quelli che hanno rifiutato di vendersi (Batman). Un reame che, perduti i suoi nemici, ha perso ogni identità. Il comunismo è sul punto di dissolversi e il venir meno della morale ha reso indistinguibili le ragioni dei criminali (i mutanti, il Joker, Due-Facce) da quelle di chi si oppone ai loro crimini. Un impero sull’orlo del conflitto nucleare, assediato dalla guerra e dalla devastazione culturale indotta dai media, su cui sta per calare l’oscurità definitiva, quella del fallout radioattivo. La devastazione culturale dei media reclamerà, di lì a qualche anno, anche le facoltà critiche dell’autore dell’opera, ridotto oggi ad apologeta della dottrina neocon, prosciugato della capacità di giudizio da quello stesso apparato catodico di cui aveva vaticinato gli orrori. L’oscurità della guerra reclamerà, nell’agosto 2004, la vita del primo traduttore italiano del Cavaliere Oscuro, Enzo G. Baldoni, sgozzato in Iraq da una fantomatica cellula fondamentalista islamica di cui nessuno ha più sentito parlare. Si trattò probabilmente un’operazione condotta da corpi di qualche servizio segreto, più o meno deviati, mirante a liberarsi di un giornalista indipendente e intraprendente e ad accreditare l’esistenza dei cattivi da fumetto contro cui oggi Miller lancia i suoi strali. Ma non ci sono più i cattivi e neanche i buoni. Rimane solo il buio di Gotham in cui nulla si distingue, dove l’aria è fredda, la notte muta ed ogni profilo si stempera nell’oscurità.

Un’oscurità che in meno di due decenni è diventata il nostro emblema, l’immagine che vediamo quando pensiamo a noi stessi. Ho letto ieri questa recensione al nuovo film di Batman (Il Cavaliere Oscuro, appunto), in proiezione in questi giorni nelle sale.

L’autore definisce il film “odioso”, scrive che “l'assenza [nel film] di qualsiasi possibile concetto di redenzione per lo spirito umano è impressionante”, inorridisce quando la gente di Gotham “bandisce letteralmente dalla città ogni possibilità di eroismo alla fine della pellicola, dimostrando che merita qualsiasi cosa gli accada, o, aggiungo io, ‘ci accada’". Ha ragione da vendere. Ma gli stessi motivi che lo spingono a detestare la pellicola, inducono me a pensare che si tratti di uno dei film più importanti che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni. A differenza dell’opera a fumetti, il film di Christopher Nolan non ha nulla di profetico. Il cinema, a differenza della letteratura, non è mai stato un buon canale di comunicazione per la Dama non cercata. E’ semplicemente uno specchio in cui vediamo riflessa la nostra immagine, ciò che pensiamo di essere (e dunque: che siamo). L’inferno folle di Gotham che si vede nel film è ciò che pensiamo di noi stessi, del cosiddetto “occidente”, dopo che l’oscurità annunciata vent’anni fa da Miller ha invaso ogni vicolo. Vediamo un mondo in cui la distinzione tra le istituzioni e il mondo criminale si è fatta inesistente, ed è questa immagine che il film di Nolan (la cui sceneggiatura è superlativa) ci restituisce, impietosa. Vediamo le complicità tra i malfattori e coloro che dovrebbero perseguirli, ed è questo che ritroviamo nel nostro specchio di celluloide. Sentiamo sulla pelle l’irrazionalità e malvagità del sistema da cui, tanto tempo fa, ci illudevamo di ottenere protezione, e abbiamo generato, da ciò, un riverbero cinematografico in cui malvagità e  follia vengono riprodotte con un’intensità e uno stile prodigiosi. Sentiamo il bisogno – irrazionale e mistico – di un nuovo “nemico”, qualcuno che acconsenta ad assumere su di sé l’orrore che proviamo per noi stessi, a trasformare il male che sentiamo parte di noi in entità esterna. Un tempo avremmo detto: qualcuno che prenda su di sé i nostri peccati. Ed è questo che Batman fa alla fine del film, assumendo su di sé la responsabilità di tutti i crimini compiuti perché Gotham possa vivere.

Non è colpa di Nolan, né di Miller, né di Batman se abbiamo finito per pensare a noi stessi in questi termini. Quando un impero è prossimo alla fine, c’è sempre una Dama letteraria che viene ad annunciarne la caduta. E c’è sempre un “cavaliere oscuro” che ne rispecchia la putrefazione in atto. Penso al Don Chisciotte di Cervantes, immenso e triste cavaliere del tramonto che incarnava la decadenza di un Impero su cui nessuno avrebbe creduto di vedere il sole tramontare. Oppure al Guillaume d’Orange del Couronnement de Louis, emblema della dissoluzione del sistema feudale, legato da solenne giuramento di fedeltà ad un re ingiusto, incapace e venduto alle ambizioni dei grandi feudatari e del clero secolare.

Il Cavaliere Oscuro è un film “maledetto” non tanto per i decessi, gli arresti e gli incidenti che hanno funestato il suo cast, ma perché è il compimento di una maledizione lanciata vent’anni fa contro l’occidente dall’omonima opera a fumetti. Una maledizione tanto più terribile perché lanciata alla vigilia del giorno del trionfo, appena prima della capitolazione sovietica. “Questo è ciò che sarete, questo è ciò che siete sempre stati”. Ma avevamo un nemico, a quell’epoca, e l’importanza del nemico era nel dono benedetto della cecità.

Due considerazioni, per finire. Primo: non ricordo opere letterarie della seconda metà del XX secolo che possano eguagliare Il Cavaliere Oscuro ritorna per chiaroveggenza politica. Ma ricordo molte opere a fumetti che potrebbero stargli alla pari. Quando rileggo l’Alan Moore di Watchmen, di V for Vendetta, di From Hell, di Swamp Thing, credo di capire perché la letteratura tradizionale abbia prodotto nell’ultimo mezzo secolo così pochi testi memorabili. La Dama, l’oscura signora, non ama le masse. Snobba quasi sempre il grande pubblico, schiva l’egocentrismo degli autori di cassetta che non la lascerebbero parlare, soffocandola con la propria imperturbabile visione del mondo.  Parla ai piccoli e oscuri poeti, ai folli, ai Rimbaud, ai Campana, ai Leopardi, ai Giudici. Parla alle arti “minori” e bistrattate, come la poesia e - naturalmente - i fumetti. C’è un’altra storia di Batman -  molti la ricorderanno – che non sfigura affatto accanto a quella di Miller per profondità e preveggenza. E’ The killing joke, scritta da Alan Moore pochi anni dopo. Il Joker, come sempre, evade da Arkham, in una Gotham crivellata da una pioggia senza fine, e si dà alle peggiori nefandezze. Spara a bruciapelo a Barbara, figlia del commissario Gordon, lasciandola paralizzata per tutta la vita. Poi la denuda e la fotografa nelle posizioni più oscene. Rapisce anche il commissario, lo rinchiude nudo in una gabbia all’interno di uno spaventoso e folle luna-park, lo tortura, gli mostra le foto sconce della figlia agonizzante. Il Joker ha qualcosa da dimostrare. Vuole provare che non è solo nella sua follia. Che l’intero sistema della società occidentale, sotto una sottile patina di razionalità e legalità, è - proprio come lui - assurdo, marcio, completamente folle, pronto a collassare e mostrare il suo vero volto di fronte alla minima avversità. Alla fine ci riesce benissimo. In una delle molte sequenze memorabili, Batman libera il commissario Gordon, trovandolo sconvolto e singhiozzante; poi si dirige verso l’orribile carousel in cui il criminale si è asserragliato. “Devi prenderlo secondo la legge!”, urla Gordon, nudo come un verme, mentre Batman gli volta le spalle, “Dobbiamo fargli vedere che il nostro sistema funziona!”. E su queste parole si richiude pesantemente, dietro Batman, la porta del carousel su cui è dipinta la faccia sghignazzante del Joker. La civiltà occidentale è una burla, una barzelletta che uccide, come dice il titolo. Alla fine del racconto, Batman e il Joker sconfitto, la giustizia e il crimine, si ritrovano a ridere come folli, abbracciati l’uno all’altro, mentre la pioggia continua a cadere.

Secondo: anni fa andai a intervistare Giovanni Giudici per la mia tesi di laurea. Giudici è un vecchietto umile, timido e schivo, poco abituato alla pubblicità e alle interviste, perfino a quelle rilasciate per cortesia a un ignoto laureando in letteratura. Parlammo della situazione politica, del declino della classe operaia e naturalmente della sua poesia. Mi disse che aveva smesso di scrivere poesie. “Non vengono più”, furono le sue esatte parole. Disse proprio così: “Non vengono più”. Forse voleva dire “non mi vengono” e aveva solo eliminato un pronome nella parlata colloquiale. Ma non credo. Aveva una certa tristezza negli occhi, come di chi abbia passato tutta la vita con un’amica antica e misteriosa, che veniva a trovarlo tutte le sere e che da qualche tempo, inspiegabilmente, non si fa più sentire.

Davvero finisce così, Oscura Signora? Davvero abbiamo detto tutto ciò che c’era da dire?

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