LE DEMOCRAZIE GIUDIZIARIE

Nota del traduttore: questo articolo-fiume di Israel Shamir viene pubblicato qui in tre “puntate”, a causa delle dimensioni. La traduzione e pubblicazione dell’articolo è stata fonte per me di qualche perplessità deontologica. Accanto ad alcune parti mirabili (come la prima parte, che descrive impeccabilmente il meccanismo politico della democrazia israeliana, che è poi simile a quello di tutte le democrazie occidentali) vi sono altre parti che mi sembrano meno brillanti ed altre che trovo decisamente incondivisibili. Ad esempio la seconda, in cui Shamir si lancia in una sorta di apologia del sistema democratico, il che è davvero curioso per uno come lui che nello stesso articolo descrive le magagne e il marciume dello stesso sistema. Forse Shamir è convinto che ciò che egli così accuratamente descrive e che noi tutti possiamo vedere rappresenti una “devianza” della democrazia, anziché la democrazia quale è sempre stata e sempre sarà, solo privata dei veli che per qualche decennio ce ne avevano nascosto il brutto muso. Comunque sia, mi sono chiesto se fosse opportuno pubblicare questo articolo e se esso fosse adeguato o meno alla linea del blog. Mi sono reso conto quasi subito che si trattava di una domanda cretina. L’articolo è interessante e fuori dagli schemi e questo basta e avanza a tradurlo in italiano e diffonderlo. Del resto, la “linea del blog” non so bene neppure io quale sia, dunque è inutile farsi troppe seghe.
Se volete commentare l’articolo, potete scrivermi in mail, visto che, come avrete notato, da qualche giorno i commenti ordinari sono fuori uso (immagino a causa di qualche ennesimo aggiornamento di Dada sulla piattaforma). Le vostre mail (se accettabili) verranno pubblicate sul blog. Speriamo che passi in fretta anche questa nottata. (GF)
IL DOMINIO DEI SAGGI
di Israel Shamir
dal sito www.israelshamir.net
traduzione di Gianluca Freda
1. Chi ha fatto fuori Olmert (e perché)
Non vorremmo essere nei panni del Primo Ministro israeliano, Ehud Olmert. Ha meno probabilità di sopravvivere di una palla di neve all’inferno. Ogni giorno che passa, giornali e TV danno notizia di nuove imputazioni a suo carico e annunciano altre indagini di polizia. Lo spettatore israeliano apprende spesso di nuovi presunti misfatti attribuiti a Olmert prima che lo stesso Primo Ministro ne abbia notizia. La polizia non lascia semplicemente filtrare i dettagli dei singoli casi: li lascia scorrere impetuosi come un torrente tropicale. Le accuse hanno colpito Olmert come le bombe a frammentazione da lui sganciate sul Libano inerme: piccole ma numerose.
Le accuse sono a dir poco evanescenti. Si può trovarle riassunte qui. Voi ed io abbiamo probabilmente commesso azioni simili. Olmert è stato accusato di aver caricato le stesse spese a due istituti differenti, di aver accettato contributi in denaro liquido, di aver portato la sua famiglia all’estero in un viaggio aereo senza osservare scrupolosamente la distinzione tra i fondi di sua proprietà e quelli dei contribuenti. Probabilmente il precetto biblico “Non metterai la musoliera al bue che trebbia il grano” (Deut. 25:4) sarebbe stato sufficiente a liquidare queste accuse. Invece la polizia lo ha perseguito,
Questa vicenda può servire a evidenziare chi realmente governi Israele. Mentre i media amplificano, i giudici giudicano.
Per inciso, questi poteri non hanno alcuna base giuridica. Il professore americano di diritto Richard Posner ha fatto notare che i giudici israeliani si sono arrogati questi poteri “senza il beneficio di un provvedimento costituzionale o legislativo. Viene in mente Napoleone che strappa la corona dalle mani del papa e se la mette sulla testa”.
L’uomo che strappò ad Israele la corona e se la mise sulla testa non fu Arik Sharon. Fu il precedente capo della Corte, Aharon Barak, l’uomo più potente della politica israeliana. Posner definiva Barak “un despota illuminato... che ha conferito ai giudici un potere mai sognato neppure dall’aggressiva Corte Suprema [americana]”. Dopo il suo ritiro, il fango dei suoi servi si riversò fuori dai media sia cartacei che elettronici. Barak era stato costretto a ritirarsi per raggiungimento dell’età massima prevista dalla legge, ma rimase comunque una forza assai potente che operava da dietro le quinte.
La sua successione, affidata all’ambiziosa Dorit Beinish, ha portato al culmine il conflitto tra il potere esecutivo e quello giudiziario. E’ iniziato un tiro alla fune, con il governo che cercava di riportare
Le guerre di successione si concentrarono intorno al Comitato di Nomina dei giudici, presieduto dal Ministro della Giustizia che è nominato dal primo ministro, mentre l’investitura effettiva dei giudici viene fatta dal presidente d’Israele. Sarà una semplice coincidenza, ma tutte e tre queste persone sono rimaste vittima di killeraggio politico!
Nel 2006 il Ministro della Giustizia Haim Ramon si oppose alla nomina di Dorit Beinish alla carica di Chief Justice. Il suo progetto era anche quello di infrangere la tradizione non scritta di eleggere alla Corte Suprema solo i candidati ad interim scelti dalla Corte stessa tra i facenti funzione temporanei e di nominare invece un candidato esterno, un avvocato o un giudice non appoggiato dalla Beinish.
Ramon stava toccando un nervo scoperto e la reazione fu feroce. Nel giro di un mese, Ramon si ritrovò sotto inchiesta per molestie sessuali; Nel luglio 2006 gli venne vietata la nomina dei giudici e nel gennaio 2007 egli venne arrestato.
Le cose erano andate in questo modo: una soldatessa era venuta a visitare il Ministro della Giustizia Ramon; costei lo guardava con occhi pieni di adorazione e chiese di essere fotografata insieme a lui. Alla fine Ramon diede un bacio alla ragazza, la quale dichiarò in seguito di essersi aspettata un bacio, ma un bacio paterno e meno appassionato di quello che aveva ricevuto. La ragazza se ne andò esprimendo il proprio disappunto per quel bacio alla francese e tornò in America Latina. Un ufficiale di polizia prese l’aereo per l’America Latina, riuscì a rintracciare la ragazza e letteralmente la costrinse a presentare una denuncia penale. La poliziotta che conduceva le indagini ammise durante il processo di aver minacciato la ragazza di incriminazione se non avesse sporto denuncia.
I giornali e le TV discussero della vicenda nel dettaglio, ma praticamente nessuno (eccetto qualche blogger) osò domandare chi fosse stato a chiedere la testa di Ramon. Fu un giornalista ebreo-americano a rompere il voto del silenzio e a ricollegare questo “omicidio giudiziario mirato” con la lotta per la supremazia portata avanti dalla Corte. Halpern scrisse sul Forward: “Molti insinuano che i giudici e l’Attorney General ce l’avessero con Ramon perché si era opposto alla nomina del giudice Dorit Beindish come capo della Corte Suprema. L’essere finito sotto processo gli ha impedito di fare un’altra nomina, così come la carcerazione gli ha impedito di apportare le progettate modifiche al sistema giudiziario”.
Allo stesso tempo anche il presidente d’Israele, Moshe Katsav, l’uomo che materialmente conferisce ai giudici l’investitura, è venuto a trovarsi sotto tiro. Anche lui era contrario all’ascesa della Beindish al ruolo di Fuhrer e ha pagato caro per questo.
Una ragazza del suo ufficio, conosciuta con lo pseudonimo di “A”, sporse denuncia per molestie sessuali. Nel corso delle indagini risultò evidente che stava mentendo. Aveva realmente avuto una relazione con il presidente e aveva cercato di ricattarlo. Le sue bugie erano così evidenti che la stessa accusa fu costretta a scaricarla, ma nel frattempo i media avevano vissuto una giornata campale, anzi, un mese campale. Le insinuazioni dei media diedero luogo a molte denunce; sembrava che ogni donna che avesse mai lavorato con Katsav saltasse fuori a tentare la fortuna, e alcune delle accuse apparivano coerenti. Le femministe furibonde - la sorellanza combattente di Beinish e Arbel – tennero manifestazioni quotidiane chiedendo le palle di Katsav o almeno le sue dimissioni. Nell’agosto 2006 gli venne proibita la nomina dei giudici, a pochi giorni di distanza dalle dimissioni di Ramon. Come se non bastasse, il 7 settembre 2006 la polizia israeliana dichiarò di essere in possesso delle basi indiziarie per l’incriminazione.
Quello stesso giorno il Comitato Elettivo dei giudici approvò la successione di Dorit Beinish alla Corte Suprema. Katsav rinunciò a partecipare “per evitare contrasti”. Si tenne a distanza anche dalla cerimonia di giuramento della Beinish, che ha luogo di norma nel palazzo presidenziale; in questo caso si tenne alla Knesset, così che fu un’altra donna, la portavoce della Knesset, a ricevere il giuramento.
Katsav accettò di essere incriminato per comportamento immorale, poi cambiò idea, ma fu comunque costretto a dimettersi lasciando il posto vacante a Shimon Peres, uomo astuto e molto gradito alla Beinish.
Olmert capì che non solo la sua carriera, ma la stessa posizione del governo legittimo erano ormai a rischio. Si tenne dentro per lungo tempo questi pensieri eretici. Nel 2002 la sorellanza combattente aveva preso di mira un altro politico maschio, il Ministro per
Olmert scese sul sentiero di guerra facendo tornare Ramon nel proprio esecutivo in una posizione di prestigio (sia pure non in quella di Ministro della Giustizia) e assumendo un nuovo Ministro della Giustizia, il professor Daniel Friedmann, personaggio che era stato tra i più vivi oppositori dello strapotere della Corte Suprema. Friedmann organizzò un attacco su due fronti, facendo entrare nella Corte Suprema il primo giudice di nomina esterna e proponendo di limitare i poteri della Corte con una legge che le impedisse di deliberare su questioni politiche, di sicurezza e di budget. Venne immediatamente preso di mira dai giudici della Corte Suprema in pensione, specialmente dall’ex presidente Aharon Barak e dall’ex vicepresidente Mishael Cheshin, gli uomini che avevano introdotto l’attuale sistema, che avevano incoronato Dorit Beinish e che continuavano a darle consigli. Mentre ai giudici in carica è proibito parlare ex-cathedra, la stessa cosa non vale per i giudici in pensione. Questi ultimi conservano il titolo di giudice e ricevono la pensione spettante a un giudice, con la differenza che non fanno altro che parlare. Costoro andarono alla Knesset, ai giornali e in TV a descrivere le azioni di Friedmann come un “colpo di stato”.
Invitarono Olmert a licenziare Friedmann e a lasciare che le cose procedessero come al solito. Ma Olmert voleva restituire il potere esecutivo al governo, all’organo legittimamente eletto, strappandolo agli autocrati usurpatori. Restò attaccato al fucile. Ehud Barak, leader laburista e ministro del governo di Olmert, minacciò le proprie dimissioni e una possibile crisi di governo se Olmert non avesse licenziato Friedmann; ma Olmert, inamovibile, rifiutò di piegarsi e disse che preferiva lasciar andare Barak piuttosto che privarsi di Friedmann.
Allora Olmert venne attaccato personalmente. Trovarono un ebreo americano, tale Morris Talansky, che affermava di aver passato banconote accartocciate nel palmo sudato di Olmert. Nel corso dell’interrogatorio fu chiaro che il tizio adorava vantarsi di aver dato soldi ad ogni primo ministro israeliano, incluso Yitzhak Rabin, autentico specchio d’onestà. Aveva anche minacciato di far saltare in aria certi rabbini che non volevano pagarlo. L’attendibilità delle sue affermazioni fu messa seriamente in dubbio. Ma i nemici di Olmert non si fermarono: ogni giorno saltava fuori una nuova denuncia, una nuova accusa di corruzione. Se veniva smentita, se ne inventavano un’altra. Con la polizia e l’Attorney General a loro disposizione, le loro risorse erano pressoché illimitate.
Nel frattempo i giudici in pensione erano usciti allo scoperto. Chiedevano le dimissioni di Olmert, dimenticando completamente la regola per cui “si è innocenti fino alla prova di colpevolezza”; proprio come avevano fatto negli analoghi casi di Katsav e Ramon. Dalia Dorner, giudice in pensione, dichiarò: “Non esiste cultura della politica in Israele e la gente non presta attenzione alle notizie sulle malefatte dei potenti”.
Alla fine, Olmert dovette cedere alla forza suprema della Corte Suprema. Fu una vittoria della Legge sull’arbitrio e la corruzione dei politici? Non siatene così sicuri.
(1 - continua)





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