REUTERS, HOLLYWOOD
La policy di Dada non mi consentirebbe di pubblicare fotografie truculente come quelle che seguono. Quando lo faccio comunque, sfidando le regole, mi arriva di solito una mail molto cortese in cui mi si spiega che le mie foto sono state rimosse per violazione delle norme della community. Spero che in questo caso Dada faccia un’eccezione. Anche perché, come sto per spiegare, è probabile che queste foto siano truculente solo all’apparenza. Si tratta invece, con 99 probabilità su 100, di una penosa messinscena, di uno dei tanti falsi propagandistici fabbricati dalla Reuters e poi spacciati per “informazione” sulla cartaccia da cesso che siamo soliti chiamare “quotidiani”.
Stando alla Reuters, le foto sarebbero state scattate nella città georgiana di Gori e testimonierebbero le atrocità commesse dai russi contro la popolazione civile. Sorvoliamo sul fatto che alle atrocità (autentiche) commesse da americani ed europei in Iraq e Afghanistan non sempre viene dato lo stesso risalto e andiamo ad esaminare le foto nel dettaglio.
Le foto e le analisi che qui ripropongo sono tratte dal sito byzantinesacredart.com .

Foto 1: a questa foto
Faccio notare, innanzitutto, che nella foto il “cadavere” sta stringendo il braccio all’infermiera. Vi prego di notare anche altri quattro elementi, che ritroveremo nelle foto successive: 1) il cumulo di macerie sullo sfondo, indicato dal rettangolo rosso; 2) il pezzo di lamiera indicato con il numero 1; 3) il tizio in jeans neri sulla destra che osserva la scena; 4) l’altro “cadavere” con la camicia a quadri, sdraiato a faccia in giù.

Foto 2: qui vedete lo stesso tizio che era in piedi nella foto 1. Si è cambiato i jeans (che ora sono blu e sembrano perfettamente puliti) e si è tolto la camicia. Stringe il “cadavere” con la camicia a quadri visto nella foto 1. Solo che adesso il “cadavere” è girato sulla schiena e l’ambiente circostante è completamente diverso. Notare che il giovane deceduto non mostra traccia visibile di ferite né di danni all’abbigliamento in nessuna delle due foto, eccettuata un’escoriazione al polso che sa di falso lontano un chilometro. In entrambe le foto i vestiti non sembrano neppure impolverati, nonostante il corpo sia stato lasciato nella polvere e poi trasportato da un luogo all’altro. Le scarpe sono candide come la neve. Non so se qualcuno ha mai visto le foto dei cadaveri prodotti dai bombardamenti israeliani sul Libano nel 2006. Spero per voi di no, ma posso garantire che si tratta di cadaveri leggermente più malconci e meno puliti di questo. Forse è questo che intendeva Kaladze, il noto pallonaro georgiano del Milan, quando ha detto che in Georgia i russi stanno facendo “pulizia etnica”?

Foto 3: qui il set è lo stesso della foto 1. Notare il cumulo di macerie sullo sfondo e la lamiera piegata, indicata col numero 1. La recita, però, è diversa: il tale di prima, con un nuovo e impeccabile abbigliamento e i capelli perfettamente pettinati, è seduto in mezzo alle macerie a imprecare contro il fotografo. Perché questo tipo viene a sfogare il suo dolore in tanti luoghi diversi? E perché ogni volta sente il bisogno di cambiarsi d'abito? Glielo ha ordinato il regista?

Foto 4: la didascalia della Reuters dice: “Due georgiani accanto al cadavere del figlio nella città di Gori”. Anche in questo caso, idem come sopra: il corpo presenta solo qualche graffio alla schiena. Alla Reuters hanno idea di come sia fatto il cadavere di una vittima dei bombardamenti? E sì che in questi anni, tra Iraq e Afghanistan, dovrebbero averne visti parecchi. O stavano guardando dall’altra parte? Ma non è finita qui. Osserviamo la foto 5.

Foto 5: qui il “cadavere” è stato spostato di qualche metro rispetto alla foto precedente (notare la distanza dal marciapiede e dall’apertura dello scolo fognario). Incredibilmente, dopo essere stato spostato, è stato rimesso esattamente nella stessa posizione della foto 4. Perché mai due genitori dovrebbero spostare il corpo del figlio tra le macerie per poi rimetterlo nella stessa posizione? Forse per migliorare l’illuminazione, che nella foto 4 lasciava un po’ a desiderare? Inchiniamoci in un doveroso chapeau al professionismo degli ineccepibili fotografi della Reuters.
ETEROGENESI DEI FINI

CONSEGUENZE DELLA GUERRA IN GEORGIA
di Boris Kagarlitsky (direttore del Centro Studi sulla Globalizzazione di Mosca)
dal sito Counterpunch
traduzione di Gianluca Freda
Per fortuna la guerra tra Georgia e Russia è stata di breve durata, ma le sue ripercussioni si faranno sentire per un bel po’ di tempo. Sconfiggendo
Mentre i funzionari americani e i media globali criticavano
Forse
La guerra in Georgia è stata un duro punto di svolta nelle relazioni USA-Russia. Da oggi in poi, il desiderio di punire Mosca sarà una componente fondamentale della politica estera americana. Il sottostante conflitto d’interessi si trasformerà in un confronto prolungato.
Paradossalmente, è probabile che questo conflitto si riveli un’ottima notizia per
In aggiunta, Washington e Londra stanno minacciando di svolgere indagini sui conti bancari all’estero di alcuni importanti funzionari russi. E’ sorprendente che ciò non sia stato fatto prima. I russi non possono che trarre vantaggio da un’eventuale guerra degli Stati Uniti contro il riciclaggio del denaro, soprattutto se in ciò sono coinvolti alti esponenti del governo russo.
Nel condannare l’intervento russo in Georgia, gli Stati Uniti si sono rivolti all’opinione pubblica internazionale e hanno minacciato Mosca di isolamento globale. Ma sono gli Stati Uniti ad essere sempre più isolati nel mondo. Negli ultimi cinque anni Washington ha ricevuto critiche da tutto il mondo, compresi i suoi alleati in Europa. Di conseguenza l’acuirsi del conflitto tra Mosca e Stati Uniti rende
DEMOCRAZIA: CON COSA SOSTITUIRLA?

Massimiliano Olivo mi scrive:
Ho finito di leggere Democrazia - il dio che ha fallito.
Minchia che libro, non posso che ringraziarti di averlo recensito sul blog.
La tesi, credo tu la conosca, è quella di una totale rivoluzione per portare il mondo a nazioni transnazionali (non geograficamente localizzate) dove il ruolo dei governi sia giocato da assicuratori privati in concorrenza (certamente non le assicurazioni che conosciamo) con cui chiunque possa scegliere di assicurarsi. Per fare un paragone è come se io, sempre vivendo a Trieste, potessi scegliere se essere musulmano o tedesco ed a questo "stato" "pagare le tasse". Sarei sottoposto alle leggi tedesche quando pago i premi all'assicuratore che mi impone una condotta tedesca per assicurarmi, musulmano quando pago i premi all'assicuratore che mi impone una condotta musulmana.
Devo dire che mi sono rimasti dei dubbi riguardo alla proposta, probabilmente sensata ed unica possibile, di utilizzare arbitrati (attraverso agenzie specializzate in arbitraggi) come metodo di risoluzione dei conflitti locali tra abitanti sottoposti a legislazioni diverse (se io tedesco a Trieste ho un contenzioso con un musulmano a Trieste), la cosa è di una rivoluzionarietà spaventosa: talmente avanti che non la raggiungeremo mai.
Ciò che mi preme di dire è che in fin dei conti questa soluzione dal mio punto di vista propone l'unica forma di socialismo possibile, nel senso di sostenibile. Fa di più, somma il massimo del liberismo possibile al massimo del socialismo possibile, anche se lo fa proponendo un mondo apparentemente più selvaggio delle democrazie social democratico europee.
Apro una breve parentesi, io di assicurazioni ne capisco, visto che mi ci guadagno da vivere, per chi non è del settore magari quanto sopra può sembrare strano.
Perché l'assicurazione è socialista? Perché trasferisce trasversalmente, cioè da me verso gli altri assicurati, il rischio. Se io rischio di perdere il lavoro al 50% tu rischi di perdere il lavoro al 50% ed entrambi paghiamo una polizza per assicurarci contro il rischio di perdere il lavoro, abbiamo condiviso il rischio. Statisticamente solo uno dei due perderà il lavoro e l'altro avrà contribuito al suo mantenimento con il premio che ha pagato. Socialismo reale.
Perché il massimo del liberismo?
La socializzazione del rischio è se ci pensi bene il fine ultimo di ogni stato: noi abbiamo l'inps che ci vende assicurazioni vita (purtroppo scegliendo lei il prezzo) l'inail ci vende assicurazioni contro gli incidenti sul lavoro (purtroppo scegliendo lei il prezzo), pagando un premio veniamo assicurati, attraverso la scuola pubblica, dal rischio di analfabetismo (e anche qui il premio ci viene imposto) ecc... Cosa a cui non avevo mai pensato (grazie Hoppe) è che anche la tassazione per la protezione è un premio assicurativo per acquistare una polizza di protezione della persona e della proprietà (purtroppo neanche qui scegliamo il prezzo).
Lo stato ci assicura.
Quindi qual è la massima libertà se non quella di poter scegliere chi ci assicura, cioè scegliere a quale legislazione sottostare? Questo in pratica significa poter scegliere in quale nazione vivere senza dover per forza abbandonare il luogo in cui si è nati o in cui si vuole vivere. Fantastico.
Saluti, complimenti ed un invito. Posta di più.
Grazie, Massimiliano, la tua sintesi delle idee di Hoppe è mirabile. Vorrei poter postare di più, ma a volte mi manca il tempo, altre volte le idee meritevoli di essere postate. Fortuna che ogni tanto si trovano pensatori come Hoppe e lettori come te che forniscono materiale di riflessione e discussione. (GF)
TBILISI FOR DUMMIES

dal sito TBRNews
traduzione di Gianluca Freda
Questo stringato ma eloquente riassunto dell’attuale situazione politica internazionale, tratto da TBRNews, è stato scritto da un funzionario – di cui ho già tradotto altri articoli - operante all’interno del governo americano e che mantiene, per ovvi motivi, uno stretto anonimato. (GF)
Washington, D.C., 17 agosto 2008 – Alcune persone che lavorano nel mio ufficio, con molta voce e poco coraggio, venerdì scorso mi hanno retoricamente domandato che cosa cerchino di ottenere i russi con l’invasione della Georgia. Come molti degli scemi che lavorano qui, essi non leggono i rapporti, che pure abbondano, perciò mi sono preso il disturbo di spiegar loro che cosa vogliano ottenere i russi.
Prima di tutto vogliono distruggere
Vogliono localizzare e distruggere gli enormi depositi di armamenti – incluse le armi di piccolo calibro, quelle leggere da fanteria, i veicoli corazzati e gli autocarri – forniti alla Georgia dagli Stati Uniti.
Questo lo hanno già fatto.
In poche parole, vogliono distruggere a tal punto
Vogliono impiantare una forte presenza militare in Ossezia del Sud e in Abkhazia, così che
Un altro obiettivo della Russia, va da sé, è quello di rovinare a tal punto la reputazione nazionale e internazionale del traballante presidente georgiano, Mikhail Saakashvili, che il popolo georgiano finisca per deporlo o ucciderlo.
Soprattutto, il temibile Vladimir Putin, che è di fatto alla guida delle operazioni, vuole mostrare - a Bush e a tutti i deboli ma volonterosi popoli del blocco orientale - cosa succede a chi insiste a leccare il culo di una Washington senza più artigli.
L’esercito belga è assai meglio equipaggiato di quello americano e nessuno dei due riuscirebbe a torcere un pelo alla Russia in una guerra sul terreno.
La milizia americana, un tempo potente e terribile, è oggi un penoso pateracchio, le sue truppe di terra sono sfiancate dalla maratona di cinque anni contro la guerriglia irakena e afghana, i suoi tanto decantati elicotteri e veicoli corazzati sono in riparazione nei magazzini del Texas, distrutti dalla sabbia del deserto irakeno.
Se
Tra parentesi, in Inghilterra, uno dei viscidi tabloid di Rupert Murdoch ha scritto che Putin minaccia di usare armi nucleari contro
L’equilibrio del mondo si è spostato in soli sei giorni, grazie alla presunzione e alla stupidità di Washington e Tel Aviv e al maniaco presidente della Georgia.
Ho detto queste cose ai miei colleghi di lavoro con la testa piena d’aria e quando ho finito di parlare mi hanno detto che ero pazzo.
Dite a qualcuno che un enorme uragano si sta dirigendo verso le regioni della Florida o del Golfo del Messico in cui egli vive e lo vedrete immediatamente prepararsi a fare un picnic sulla spiaggia!
Che Dio salvi tutti noi, perché Bush non potrà farlo.
CRONACHE DI GOTHAM

“E’ il momento disperato in cui si scopre che quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina”.
(Italo Calvino, Le città invisibili)
Il Cavaliere Oscuro ritorna è il fumetto che tutti, prima o dopo, hanno letto. Anche chi non ama i fumetti (di solito perché non li legge). Anche chi detesta Batman. La prima volta che lessi questo immenso capolavoro (scritto e disegnato da Frank Miller e inchiostrato da Klaus Janson) fu nel gennaio del 1989, sulla rivista Corto Maltese della Rizzoli. La traduzione dall’inglese (piuttosto imprecisa, a dire il vero) era affidata ad un certo Enzo G. Baldoni, collaboratore della Rizzoli e futuro fotografo freelance nelle zone più calde e pericolose del pianeta. Baldoni, all’epoca, conosceva bene l’inglese, ma lo slang non era il suo forte, così che alcune pagine della storia, in cui la malavita di Gotham si esprime nel gergo dei bassifondi, risultavano incomprensibili nella traduzione italiana.
Avevo ventiquattro anni a quell’epoca e l’opera di Miller mi sembrò soltanto la più straordinaria storia a fumetti che avessi mai letto. Non sapevo, non potevo immaginare di avere per le mani una terribile e veridica profezia sul destino dell’occidente; una di quelle profezie maledette che solo la letteratura di alto livello può pronunciare con tanta freddezza e disinvoltura. Probabilmente non lo sapeva nemmeno Frank Miller. L’arte, quando è davvero tale, è un’entità viva e spaventosa che parla da una dimensione oscura ad una sibilla in stato di trance. E’ una Dama non cercata, come la chiama il poeta Giovanni Giudici nel suo saggio omonimo: una tetra signora che viene a trovarti all’improvviso mentre stai pensando ad altro e sa essere tanto più chiara nel vaticinio quanto più sei capace di non offrirle resistenza, di lasciarle parlare la sua lingua senza interloquire, di dissolverti per lasciarti sostituire dalla sua voce.
Nel gennaio 1989 vivevamo in un mondo diverso. L’Unione Sovietica era un gigante di cui nessuno avrebbe potuto prevedere il crollo di lì a pochi mesi. Internet e i telefonini cellulari erano ancora fantascienza. Il lavoro salariato, la scuola, le istituzioni dello Stato esistevano ancora, o almeno così ci sembrava. La guerra era ancora guerra, una bestialità senza aggettivi (“giusta”, “umanitaria”, “di liberazione”, ecc.) su cui nessun politico avrebbe osato compiere esperimenti grammaticali. Frank Miller era ancora uno scrittore di fumetti, un po’ fascista ma geniale. Non il pietoso fanatico che oggi ciancia di patriottismo a stelle e strisce, applaude lo sterminio in Iraq e maledice Osama e Al Qaeda come se fossero realtà tangibili anziché comparse di un ignobile fumetto scritto dalle agenzie di intelligence. E sì che, in materia di personaggi da fumetto, Miller dovrebbe essere un’autorità assoluta.
E’ difficile credere che un’opera così poderosa e densa di significato come Il Cavaliere Oscuro ritorna sia stata scritta da un autore così miope. A meno di supporre, appunto, che l’arte sia una entità che si scrive da sé, quanto più l’autore è disposto a lasciarsi possedere da essa, ad annullarsi – o a rendersi mero utensile amanuense - per lasciarle il posto. Un demone che invade con le proprie visioni chi ha il coraggio di guardarlo negli occhi. Cosa che il Miller di oggi non sembra più in grado di fare.
Nel 1989 l’occidente si apprestava a celebrare il suo trionfo sul comunismo, ad assumere le vesti sacerdotali della Verità Unica governata dal Pensiero Unico; ma il Cavaliere Oscuro – e
Un’oscurità che in meno di due decenni è diventata il nostro emblema, l’immagine che vediamo quando pensiamo a noi stessi. Ho letto ieri questa recensione al nuovo film di Batman (Il Cavaliere Oscuro, appunto), in proiezione in questi giorni nelle sale.
L’autore definisce il film “odioso”, scrive che “l'assenza [nel film] di qualsiasi possibile concetto di redenzione per lo spirito umano è impressionante”, inorridisce quando la gente di Gotham “bandisce letteralmente dalla città ogni possibilità di eroismo alla fine della pellicola, dimostrando che merita qualsiasi cosa gli accada, o, aggiungo io, ‘ci accada’". Ha ragione da vendere. Ma gli stessi motivi che lo spingono a detestare la pellicola, inducono me a pensare che si tratti di uno dei film più importanti che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni. A differenza dell’opera a fumetti, il film di Christopher Nolan non ha nulla di profetico. Il cinema, a differenza della letteratura, non è mai stato un buon canale di comunicazione per
Non è colpa di Nolan, né di Miller, né di Batman se abbiamo finito per pensare a noi stessi in questi termini. Quando un impero è prossimo alla fine, c’è sempre una Dama letteraria che viene ad annunciarne la caduta. E c’è sempre un “cavaliere oscuro” che ne rispecchia la putrefazione in atto. Penso al Don Chisciotte di Cervantes, immenso e triste cavaliere del tramonto che incarnava la decadenza di un Impero su cui nessuno avrebbe creduto di vedere il sole tramontare. Oppure al Guillaume d’Orange del Couronnement de Louis, emblema della dissoluzione del sistema feudale, legato da solenne giuramento di fedeltà ad un re ingiusto, incapace e venduto alle ambizioni dei grandi feudatari e del clero secolare.
Il Cavaliere Oscuro è un film “maledetto” non tanto per i decessi, gli arresti e gli incidenti che hanno funestato il suo cast, ma perché è il compimento di una maledizione lanciata vent’anni fa contro l’occidente dall’omonima opera a fumetti. Una maledizione tanto più terribile perché lanciata alla vigilia del giorno del trionfo, appena prima della capitolazione sovietica. “Questo è ciò che sarete, questo è ciò che siete sempre stati”. Ma avevamo un nemico, a quell’epoca, e l’importanza del nemico era nel dono benedetto della cecità.
Due considerazioni, per finire. Primo: non ricordo opere letterarie della seconda metà del XX secolo che possano eguagliare Il Cavaliere Oscuro ritorna per chiaroveggenza politica. Ma ricordo molte opere a fumetti che potrebbero stargli alla pari. Quando rileggo l’Alan Moore di Watchmen, di V for Vendetta, di From Hell, di Swamp Thing, credo di capire perché la letteratura tradizionale abbia prodotto nell’ultimo mezzo secolo così pochi testi memorabili.
Secondo: anni fa andai a intervistare Giovanni Giudici per la mia tesi di laurea. Giudici è un vecchietto umile, timido e schivo, poco abituato alla pubblicità e alle interviste, perfino a quelle rilasciate per cortesia a un ignoto laureando in letteratura. Parlammo della situazione politica, del declino della classe operaia e naturalmente della sua poesia. Mi disse che aveva smesso di scrivere poesie. “Non vengono più”, furono le sue esatte parole. Disse proprio così: “Non vengono più”. Forse voleva dire “non mi vengono” e aveva solo eliminato un pronome nella parlata colloquiale. Ma non credo. Aveva una certa tristezza negli occhi, come di chi abbia passato tutta la vita con un’amica antica e misteriosa, che veniva a trovarlo tutte le sere e che da qualche tempo, inspiegabilmente, non si fa più sentire.
Davvero finisce così, Oscura Signora? Davvero abbiamo detto tutto ciò che c’era da dire?
SU POPPER E IL METODO SCIENTIFICO

Nella perdurante irreperibilità dei commenti (Spero che i capoccioni di Dada tornino al più presto dalle ferie) pubblico questo commento inviatomi da Giorgio Menon in relazione all’articolo La vanvera della scienza. Qui mi limito a condividere in pieno la citazione di Lakatos: che gli scienziati abbiano la testa dura non esiste il minimo dubbio. (GF)
Troppo spesso Popper viene citato come ultimo baluardo del metodo che permette di distinguere vera scienza da pseudoscienza. Ma basta leggere un po' di libri di epistemologia per capire che il dividere il mondo a metà con l'accetta è operazione mai facile. In particolare non si può parlare di Popper senza menzionare i suoi falsificatori, Lakatos e Feyerabend. Se il metodo di Popper sta tutto nel suo termine “convenzione: la falsificazione dovrà di conseguenza essere considerata come una proposta di accordo o convenzione”. Tale accordo nei confronti di Lakatos o Neurath (ad es) non fu mai ratificato, e questo da solo getta una luce alquanto sinistra su tutta l'opera popperiana, prodiga di consigli consigli nei riguardi di chicchessia ma invariabile nei principi propri. Trovo questo limite preoccupante. Scrive Neurath (pro verificazionismo e scettico nei confronti del falsificazionismo): "Uno scienziato nella scelta di una certa enciclopedia non rinuncia senz'altro a una teoria a causa di un qualche risultato negativo." Rincara la dose Lakatos: "Scientists have thick skins. They do not abandon a theory [merely] because facts contradict it." (Gli scienziati hanno la testa dura. Non abbandonano una teoria solo perchè dei fatti la contraddicono).
Popper, infastidito dal tentativo di Lakatos di falsificarne il contenuto, gli scriverà sarcasticamente: "Grazie per confondere ciò che ho cercato così attentamente di spiegare".
Lakatos interpreta Popper così: chi si dimostra tenace nei confronti delle proprie teorie è immorale e deve essere bandito dal consesso scientifico. Popper aveva in mente Marx e Freud, che non sopportava.
Peccato poi Popper stesso si sia tenacemente attaccato alle proprie teorie schivando tutti quei tentativi di falsificazione che le avrebbero migliorate. Ma per tornare al rapporto scienza/filosofia che l'articolo tratta credo che il commento finale spetti a Neurath:
"Noi possiamo tranquillamente pensare che un ricercatore coronato da successo metterà da parte l'ipotesi falsificante, da considerarsi "corroborata" secondo la tesi di Popper, se sulla base di serie
riflessioni di carattere molto generale la giudicherà un ostacolo per lo sviluppo della scienza".
Quindi se Mengele o Trotta sono convinti la morale contrapposta alla curva di congelamento di un umano o un certa lettura del redshift siano "un ostacolo per lo sviluppo della scienza" è bene che questo ostacolo sia rimosso. Nel nome della scienza, of course. Con buona pace di Popper e di tutta l'epistemologia.
Amen
LE DEMOCRAZIE GIUDIZIARIE / 3

IL DOMINIO DEI SAGGI (terza parte)
di Israel Shamir
dal sito www.israelshamir.net
traduzione di Gianluca Freda
3. La sorellanza combattente
Nei progetti della Corte vi è anche l’appoggio al femminismo attivo e pugnace. Il presidente della Corte Suprema, Dorit Beinish, e la sua migliore amica, il giudice Edna Arbel, sono ferventi femministe che si ispirano a Gloria Steinem. A Tel Aviv si discute, con opinioni divergenti, se queste due amino le donne o semplicemente detestino gli uomini. Personaggi del genere sono certamente utili e necessari alla società, ma sono assolutamente inadatti a detenere i poteri dittatoriali che hanno acquisito. Questo argomento viene discusso raramente per paura di essere etichettati come ‘sessisti’; proprio come i Democratici americani non hanno il coraggio di combattere apertamente i neocon perché non potrebbero sopravvivere all’accusa di antisemitismo.
Sarà bene ricapitolare brevemente le azioni compiute dalla sorellanza, per convincersi dell’appoggio fornitole dai giudici. Le organizzazioni lesbiche e femministe hanno accelerato il programma per convertire il paese alla loro fede: hanno organizzato parate del gay pride perfino a Gerusalemme, anche se esse infastidiscono i pii e conservatori abitanti della città. Eseguono rumorose manifestazioni contro gli uomini via via indicati dalla Beinish. La persecuzione degli eterosessuali ritenuti colpevoli di molestie e abusi ha assunto le dimensioni di una caccia alle streghe di Salem. Sotto il patrocinio della Beinish è stata promulgata una nuova legge che classifica ogni relazione eterosessuale tra due colleghi di lavoro come abuso sessuale, se non addirittura stupro. La maggioranza, cioè le famiglie composte da uomini e donne, viene discriminata, non avendo a disposizione gli stessi introiti di gay e lesbiche.
Le femministe forzute e aggressive occupano troppo spazio televisivo e rivestono eccessiva influenza. Sono settarie e si difendono l’una con l’altra; criticare una di queste donne viene considerato un attacco ai diritti femminili. Nello stato ebraico le lesbiche sono diventate gli ebrei degli ebrei: influenti, potenti, combattive e protette dalla paura che incute l’etichetta di sessismo. In verità non avrebbero di che lamentarsi: la prospera e numerosa comunità lesbica è ben integrata in tutti i settori della vita pubblica. Dal punto di vista della religione ebraica, il lesbismo non è un peccato (al contrario dell’omosessualità maschile). In realtà esse stanno perseguendo una ridefinizione sessuale dell’intera società e in questo hanno trovato alcuni alleati estremamente antidemocratici: la ridefinizione dei sessi non è un modo per gratificare i desideri sessuali, ma una forma assai efficiente di addomesticamento sociale.
Sotto l’influsso della sorellanza combattente, Israele ha subito una mutazione. Un tempo gli ebrei americani mandavano i propri figli a sposarsi in Israele; oggi Israele è diventato il posto in cui cercare un partner dello stesso sesso. Un tempo Israele era un paese di uomini mascolini e donne femminee; ora non più. Le cose sono cambiate dall’era ‘macho’ della Guerra dei Sei Giorni, quando l’omosessualità era bandita, il Ministro della Difesa Dayan, con il suo unico occhio, si scopava tutte le reclute di sesso femminile e l’esercito israeliano annientava tre armate arabe in un’unica settimana. Oggi l’omosessualità non è un ostacolo, un ministro può essere denunciato per aver baciato una ragazza e l’esercito viene sconfitto da un manipolo di libanesi barbuti. Indipendenti per tradizione, le donne ebree lo sono diventate oggi ancora di più, tanto da militare nelle unità di combattimento alla pari degli uomini e da essere protette dagli sguardi passionali da una polizia sempre in stato d’allerta.
Beinish e Arbel sono rappresentanti di questo gruppo. La donna che essi sperano di veder diventare Primo Ministro d’Israele, Tzipi Livni, Ministro degli Esteri ed ex agente dei servizi segreti, appartiene alla sorellanza, ha passato milioni di dollari alle organizzazioni gay guidate dalle sue patriottiche sorelle. La sua vittoria è praticamente scontata.
La sorellanza combatte in modo particolarmente acceso gli uomini che fanno parte di altre comunità, quelle non ashkenazite, non solo in virtù del proprio razzismo, ma anche perché queste comunità – gli ebrei orientali, arabi, russi – non si sono sottomesse all’addomesticamento e alla ridefinizione sessuale. Esse tengono d’occhio e infine distruggono ogni personaggio pubblico intelligente o carismatico che venga fuori da queste comunità. A questo scopo lo fanno sorvegliare dalla polizia e alla fine organizzano la sua caduta.
- Aryeh Deri, l’astuto e pio fondatore del partito religioso Shas (“l’Hamas ebraico”), fu fatto pedinare per dieci anni, finché non si riuscì a montare contro di lui un’improbabile accusa e a mandarlo in prigione.
- Avigdor Lieberman, leader brutale ma avvenente del partito russo. I molti commenti sessisti sul suo conto e sui membri del suo partito si concentrano sui loro baffi, evidente simbolo dell’odiata mascolinità. Lieberman è stato convocato di tanto in tanto dalla polizia, e ciascuno di questi eventi è stato ben pubblicizzato rendendo pubblici i sospetti attraverso
- Arcadi Gaydamak, il carismatico uomo d’affari e filantropo russo, è un affarista di stampo romantico, un po’ bucaniere. Una specie di Henry Morgan o di Cecil Rhodes. Nel suo passato vi sono missioni nella giungla dell’Angola e sulle montagne della Jugoslavia, l’amicizia con i guerriglieri dell’MPLA e con i militanti serbi. Ora si è candidato a sindaco di Gerusalemme. E’ stato attaccato dalla sorellanza nel momento stesso in cui ha deciso di entrare in politica. E’ stato accusato di riciclaggio di denaro nell’affare Bank Hapoalim, ma le accuse non sono approdate a nulla nonostante molti anni di indagini e di cattiva pubblicità. Non è mai stato incriminato, ma il suo nome è stato infangato e molti israeliani hanno paura di farsi vedere in sua compagnia. Anche lui ha chiesto di essere incriminato o proclamato innocente, ma la sorellanza ha preferito tenere la spada di Damocle appesa sopra la sua testa.
E’ possibile che questi uomini siano corrotti e che la polizia abbia semplicemente compiuto il proprio dovere indagando sulle segnalazioni dei loro misfatti? Se andate dalla polizia a lamentarvi che casa vostra è stata svaligiata o che vi hanno rubato la macchina, probabilmente vi diranno che non hanno tempo né risorse per occuparsi di simili indagini. Hanno cose più importanti da fare, come sprecare migliaia di ore di lavoro e milioni di dollari a combattere i politici. E il bersaglio viene sempre stabilito dalla sorellanza combattente.
(3 – fine)
LE DEMOCRAZIE GIUDIZIARIE / 2

IL DOMINIO DEI SAGGI (seconda parte)
di Israel Shamir
dal sito www.israelshamir.net
traduzione di Gianluca Freda
2. Legge o Democrazia?
Ehud Olmert potrà piacere o non piacere, ma è stato eletto dal popolo per svolgere il suo lavoro. Noi abbiamo eletto Olmert. Si può essere felici o infelici di questo risultato, ma bisognerebbe rispettare la volontà della maggioranza. Noi abbiamo eletto Olmert, Katsav e Ramon, mentre non abbiamo eletto Miss Beinish e la sua sorellanza combattente, benché ella creda di sapere ciò di cui abbiamo bisogno meglio di noi. In una democrazia, la volontà del popolo andrebbe rispettata. Un primo ministro dovrebbe badare al governo del paese, lavoro già abbastanza duro, invece di perdere tempo a rispondere a domande della polizia.
Olmert è stato neutralizzato come primo ministro perché nessuno è in grado di sopravvivere ad un assalto combinato dei media e del potere giudiziario. A quanto sembra, ad Olmert sarebbe tornata utile una Legge Berlusconi, che proteggesse il suo esecutivo dalle indagini di polizia e dalle azioni legali. Le indagini relative al fatto che Olmert avesse o no portato sua moglie in vacanza a spese del governo potevano aspettare la fine del suo mandato.
Ma il problema è più ampio; dobbiamo decidere se preferiamo la democrazia o il dominio della legge. Questi due tipi di regime non sono affatto identici; sono anzi diametralmente opposti. In democrazia il popolo governa attraverso i propri rappresentanti eletti; nel dominio della legge, I Saggi (o giudici) regnano supremi. Oggi la democrazia israeliana è di fronte a una grave sfida, più grave della Crisi Altalena: se non impediamo alla polizia e alla Corte di intromettersi negli affari politici, la democrazia sarà perduta.
Qui occorre aprire una breve parentesi. In origine esistevano tre rami del governo o del ‘potere’: legislativo, esecutivo e giudiziario, come descritto da Montesquieu e come sancito dalla costituzione americana nel 18° secolo. Nel 20° si è visto nascere un quarto potere, i media.
Il potere legislativo, nel nostro caso
Ma il potere giudiziario, cioè
Questo fatto fu notato dal professore di giurisprudenza americano Robert Bork, che scrisse: “Il dominio della legge voluto da Aharon Barak... è in realtà... il dominio dei giudici, una tendenza alla quale egli stesso ha offerto il massimo contributo. Forse [Barak] è convinto che i giudici siano semplicemente superiori sul piano intellettivo e morale agli altri protagonisti della politica nazionale”.
I sostenitori della supremazia della Suprema Corte deridono l’ebraismo ultra-ortodosso di Mea Shearim, che accetta le regole dettate dai propri saggi; ma poi essi stessi vogliono farci tornare tutti sotto il dominio dei Saggi, sebbene di saggi scelti da loro. Karl Popper diceva giustamente che questa non è che una nuova forma di totalitarismo. In questo caso, di totalitarismo liberale.
Vi sono alcuni sempliciotti che definiscono questi giudici “di sinistra”. Un blogger attivista di destra, impegnato a favore della famiglia, se da un lato ha fatto correttamente notare la tendenza anti-famiglia della Corte, dall’altro ha definito i suoi membri Le Diaboliche Streghe di Sinistra. Si può essere d’accordo oppure no sulle “diaboliche streghe”, ma di certo esse non hanno nulla a che fare con
- I diritti dei lavoratori vengono guardati con cipiglio, come se fossero un affronto all’umanità. La maggior parte dei lavoratori israeliani sono oggi assunti con contratti stipulati da subappaltatori di lavoro, eliminando così i benefici della previdenza sociale.
- I giudici sono a favore dello spostamento del peso fiscale sui lavoratori, mentre gli usurai non pagano tasse.
- I giudici non proteggono gli inquilini dall’aumento degli affitti e permettono ai proprietari di incassare affitti non gravati da tasse.
- Sono contro i figli. Ecco perché vengono favoriti l’aborto e i matrimoni gay; le parate del gay pride vengono approvate, mentre la vita delle famiglie con bambini diventa sempre più difficile.
- Perfino il loro argomento prediletto, l’eguaglianza fra i sessi, non ha portato ad una società più equilibrata ma ha solo incentivato le ragazze ad unirsi alle unità di controinsurrezione.
- Essi autorizzano la tortura, il rapimento di civili, la demolizione delle case dei palestinesi, la confisca delle loro terre e la costruzione degli insediamenti.
- Essi accettano a scatola chiusa la versione dei servizi segreti su qualunque argomento.
- Appoggiano il Comitato per l’Assassinio, o comitato per le “esecuzioni extra-legali”.
- Appoggiano la costruzione illegale del Muro.
- Non hanno mai avuto scrupoli a imprigionare civili rapiti illegalmente, da Mordecai Vanunu a Marwan Barghouti.
- Avversano la religione perché odiano tutto ciò che abbia l’odore della compassione.
Se questa è la “sinistra”, allora la destra cos’è? Vediamo di capirci: costoro non sono né di sinistra né di destra, sono una terza via, quella dei liberali totalitari. I liberali totalitari sono profondamente antidemocratici perché nutrono un perenne sospetto verso la maggioranza. Usano i diritti delle minoranze per fare a pezzi il governo della maggioranza. Non agiscono affatto nell’interesse delle minoranze, il cui nome pronunciano invano. Le usano invece come uno strumento per ottenere il potere supremo. La loro visione del mondo è essenzialmente quella di Leo Strauss, il padrino dei neocon, “un uomo profondamente ostile all’idea di governo del popolo. Egli era convinto che fosse diritto naturale dei saggi e dei forti dominare le società per adempiere ai propri voleri, utilizzando anche l’inganno se necessario”.
Un inganno è ad esempio il presentare
- In realtà, i giudici oggi a capo della Corte Suprema, Beinish e Arbel, sono personalmente responsabili dello scoppio della prima intifada. Quando erano pubblici ministeri se ne uscirono con uno sporco trucco legale, di quelli che un rabbino chiamerebbe “kasher aval masriach”, (“è kosher, ma fa schifo”). Solo una minoranza di terre palestinesi erano state parcellizzate e privatizzate, mentre la maggioranza dei terreni di uso pubblico erano stati definiti ‘terre del Sultano’. Le due avvocatesse liberali ‘di sinistra’ sostennero che queste terre appartenevano allo Stato Ebraico, poiché esso era oggi l’equivalente del Sultano, e così consentirono allo Stato di sequestrare le terre comuni palestinesi e conferirle ai coloni. Aharon Barak autorizzò questo scippo. Fu questa confisca di massa a scatenare
- Sono responsabili anche della Seconda Intifada, poiché furono loro a permettere ad Ariel Sharon di marciare sul Monte del Tempio.
- Sono responsabili del terrorismo, poiché esso è generato dalla loro lampante ingiustizia. Quando condannarono Nahum Korman a soli sei mesi di lavori sociali per l’omicidio di un bambino palestinese, essi fecero capire ai palestinesi che non avrebbero potuto aspettarsi soddisfazione legale da questa Corte.
- Sono responsabili della Seconda Guerra del Libano, poiché bloccarono il rilascio di Kuntar dopo il ritiro israeliano dal Libano.
- Più di chiunque altro, sono responsabili di aver creato il sistema di apartheid in Israele.
Non dobbiamo permettere ai giudici di scaricare le loro colpe sui poteri esecutivo e legislativo, cioè sul governo e sulla Knesset. Essi interferiscono così spesso e così in profondità negli affari di stato che dovrebbero assumersene essi stessi la responsabilità.
Certo, non sarebbero stati in grado di acquisire questo potere supremo senza l’importante aiuto da parte dei media. I media sono un altro potere non eletto e non democratico. In Israele i media appartengono a cinque ricche famiglie che nominano direttori e giornalisti come più gli sembra opportuno, decidono chi sia loro amico e chi nemico, se si debba attaccare Olmert o
Questi due poteri non eletti e non democratici – media e sistema giudiziario – hanno iniziato a cospirare contro il parlamento eletto e contro il governo. In tutti i giornali si può leggere che il pubblico disprezza i parlamentari e non si fida del governo. I media promuovono questi sentimenti, minando così alla base i poteri democratici. Polizia e giudici fanno tutto ciò che possono per confermare i nostri sospetti. Lasciano trapelare le loro decisioni sui giornali e danno inizio alla caccia alle streghe. Come risultato, i politici eletti da noi appaiono corrotti, se non del tutto criminali, deboli, e lo stesso concetto di democrazia come governo della maggioranza viene minato alla base.
Quando il potere giudiziario e quello mediatico si sono alleati e hanno preso il controllo dei poteri esecutivo e legislativo, essi hanno determinato uno spostamento di paradigma. Questo spostamento è globale, non semplicemente locale. Recentemente, in Turchia, l’Alta Corte ha deciso di mettere fuori legge il partito di maggioranza; nelle Filippine, l’Alta Corte ha bloccato un accordo stipulato dal governo con i ribelli musulmani. Negli Stati Uniti le corti danno il via libera agli aborti e ai matrimoni omosessuali, alla demolizione dei sindacati e all’insicurezza sociale. E’ un enorme successo del totalitarismo liberale. Chi è convinto che la supremazia della legge sia una cosa buona dovrebbe rendersi conto che essa ha liquidato la democrazia tanto definitivamente quanto avrebbe potuto fare un comune colpo di stato. Ciò ha portato al dominio degli anonimi ‘Saggi Anziani’, mentre la gente normale è stata esclusa da ogni decisione.
La vera destra e la vera sinistra dovrebbero guardare con orrore a questa mutazione, visto che tali movimenti hanno la propria base nella volontà del popolo. Essi cercano l’approvazione popolare; cercano di attirare le persone dalla propria parte. Perfino i movimenti politici più estremi, da quelli fascisti a quelli comunisti, si rivolgono al popolo per ottenere il proprio mandato. Nel loro profondo, essi sono democratici, poiché credono nel governo della maggioranza. Oggi è tempo che sinistra e destra si uniscano per recuperare la democrazia, riportando il potere giudiziario alle sue normali dimensioni.
Il popolo non ha mai avuto molta voce in Israele: il paese è stato guidato per anni da un unico partito e da un unico esercito, con il potere che passava dolcemente da un capo di partito a un generale o viceversa. Nonostante ciò, vi è stata almeno un’occasionale apparizione della democrazia e una possibilità di estendere la base democratica. Oggi
Sotto il dominio della Corte, Israele sta entrando nel reame oscuro di una dittatura senza volto e senza nome. Non è la dittatura che ci avevano insegnato a temere, con il dittatore in groppa a un cavallo bianco circondato da pretoriani o che parla in uno stadio alle masse inebetite. Non ci sono ritratti dei nuovi dittatori nelle nostre case; non ci viene chiesto di adorarli; è l’esatto contrario, non ci è consentito sussurrare i loro nomi o anche solo sospettare della loro esistenza. Essi non si candidano ai pubblici uffici, non chiedono la nostra opinione, ma sono loro a decidere cosa verrà fatto.
Essi non appartengono alla destra o alla sinistra. Destra e sinistra sono termini parlamentari, mentre queste persone sono contro la democrazia. Essi distruggono i leader appariscenti, affabili e carismatici; solo ai politici corrotti e miserabili viene consentito di sopravvivere alle loro purghe, perché costoro non oserebbero mai sfidare i dittatori senza nome. Ad ogni generazione, la statura morale dei politici israeliani va rimpicciolendosi, finché essi scompaiono per lasciar posto soltanto a un nome.
C’è il bisogno urgente di spazzare via il potere della polizia e della Corte. Devono tenersi lontani dagli affari dello Stato e lasciare in pace i parlamentari. Dovrebbero pensare al loro lavoro invece di andare a caccia di maldicenze. Questo urgente ritorno all’antico non potrà essere realizzato senza una qualche cooperazione tra destra e sinistra.
(2 – continua)
LE DEMOCRAZIE GIUDIZIARIE

Nota del traduttore: questo articolo-fiume di Israel Shamir viene pubblicato qui in tre “puntate”, a causa delle dimensioni. La traduzione e pubblicazione dell’articolo è stata fonte per me di qualche perplessità deontologica. Accanto ad alcune parti mirabili (come la prima parte, che descrive impeccabilmente il meccanismo politico della democrazia israeliana, che è poi simile a quello di tutte le democrazie occidentali) vi sono altre parti che mi sembrano meno brillanti ed altre che trovo decisamente incondivisibili. Ad esempio la seconda, in cui Shamir si lancia in una sorta di apologia del sistema democratico, il che è davvero curioso per uno come lui che nello stesso articolo descrive le magagne e il marciume dello stesso sistema. Forse Shamir è convinto che ciò che egli così accuratamente descrive e che noi tutti possiamo vedere rappresenti una “devianza” della democrazia, anziché la democrazia quale è sempre stata e sempre sarà, solo privata dei veli che per qualche decennio ce ne avevano nascosto il brutto muso. Comunque sia, mi sono chiesto se fosse opportuno pubblicare questo articolo e se esso fosse adeguato o meno alla linea del blog. Mi sono reso conto quasi subito che si trattava di una domanda cretina. L’articolo è interessante e fuori dagli schemi e questo basta e avanza a tradurlo in italiano e diffonderlo. Del resto, la “linea del blog” non so bene neppure io quale sia, dunque è inutile farsi troppe seghe.
Se volete commentare l’articolo, potete scrivermi in mail, visto che, come avrete notato, da qualche giorno i commenti ordinari sono fuori uso (immagino a causa di qualche ennesimo aggiornamento di Dada sulla piattaforma). Le vostre mail (se accettabili) verranno pubblicate sul blog. Speriamo che passi in fretta anche questa nottata. (GF)
IL DOMINIO DEI SAGGI
di Israel Shamir
dal sito www.israelshamir.net
traduzione di Gianluca Freda
1. Chi ha fatto fuori Olmert (e perché)
Non vorremmo essere nei panni del Primo Ministro israeliano, Ehud Olmert. Ha meno probabilità di sopravvivere di una palla di neve all’inferno. Ogni giorno che passa, giornali e TV danno notizia di nuove imputazioni a suo carico e annunciano altre indagini di polizia. Lo spettatore israeliano apprende spesso di nuovi presunti misfatti attribuiti a Olmert prima che lo stesso Primo Ministro ne abbia notizia. La polizia non lascia semplicemente filtrare i dettagli dei singoli casi: li lascia scorrere impetuosi come un torrente tropicale. Le accuse hanno colpito Olmert come le bombe a frammentazione da lui sganciate sul Libano inerme: piccole ma numerose.
Le accuse sono a dir poco evanescenti. Si può trovarle riassunte qui. Voi ed io abbiamo probabilmente commesso azioni simili. Olmert è stato accusato di aver caricato le stesse spese a due istituti differenti, di aver accettato contributi in denaro liquido, di aver portato la sua famiglia all’estero in un viaggio aereo senza osservare scrupolosamente la distinzione tra i fondi di sua proprietà e quelli dei contribuenti. Probabilmente il precetto biblico “Non metterai la musoliera al bue che trebbia il grano” (Deut. 25:4) sarebbe stato sufficiente a liquidare queste accuse. Invece la polizia lo ha perseguito,
Questa vicenda può servire a evidenziare chi realmente governi Israele. Mentre i media amplificano, i giudici giudicano.
Per inciso, questi poteri non hanno alcuna base giuridica. Il professore americano di diritto Richard Posner ha fatto notare che i giudici israeliani si sono arrogati questi poteri “senza il beneficio di un provvedimento costituzionale o legislativo. Viene in mente Napoleone che strappa la corona dalle mani del papa e se la mette sulla testa”.
L’uomo che strappò ad Israele la corona e se la mise sulla testa non fu Arik Sharon. Fu il precedente capo della Corte, Aharon Barak, l’uomo più potente della politica israeliana. Posner definiva Barak “un despota illuminato... che ha conferito ai giudici un potere mai sognato neppure dall’aggressiva Corte Suprema [americana]”. Dopo il suo ritiro, il fango dei suoi servi si riversò fuori dai media sia cartacei che elettronici. Barak era stato costretto a ritirarsi per raggiungimento dell’età massima prevista dalla legge, ma rimase comunque una forza assai potente che operava da dietro le quinte.
La sua successione, affidata all’ambiziosa Dorit Beinish, ha portato al culmine il conflitto tra il potere esecutivo e quello giudiziario. E’ iniziato un tiro alla fune, con il governo che cercava di riportare
Le guerre di successione si concentrarono intorno al Comitato di Nomina dei giudici, presieduto dal Ministro della Giustizia che è nominato dal primo ministro, mentre l’investitura effettiva dei giudici viene fatta dal presidente d’Israele. Sarà una semplice coincidenza, ma tutte e tre queste persone sono rimaste vittima di killeraggio politico!
Nel 2006 il Ministro della Giustizia Haim Ramon si oppose alla nomina di Dorit Beinish alla carica di Chief Justice. Il suo progetto era anche quello di infrangere la tradizione non scritta di eleggere alla Corte Suprema solo i candidati ad interim scelti dalla Corte stessa tra i facenti funzione temporanei e di nominare invece un candidato esterno, un avvocato o un giudice non appoggiato dalla Beinish.
Ramon stava toccando un nervo scoperto e la reazione fu feroce. Nel giro di un mese, Ramon si ritrovò sotto inchiesta per molestie sessuali; Nel luglio 2006 gli venne vietata la nomina dei giudici e nel gennaio 2007 egli venne arrestato.
Le cose erano andate in questo modo: una soldatessa era venuta a visitare il Ministro della Giustizia Ramon; costei lo guardava con occhi pieni di adorazione e chiese di essere fotografata insieme a lui. Alla fine Ramon diede un bacio alla ragazza, la quale dichiarò in seguito di essersi aspettata un bacio, ma un bacio paterno e meno appassionato di quello che aveva ricevuto. La ragazza se ne andò esprimendo il proprio disappunto per quel bacio alla francese e tornò in America Latina. Un ufficiale di polizia prese l’aereo per l’America Latina, riuscì a rintracciare la ragazza e letteralmente la costrinse a presentare una denuncia penale. La poliziotta che conduceva le indagini ammise durante il processo di aver minacciato la ragazza di incriminazione se non avesse sporto denuncia.
I giornali e le TV discussero della vicenda nel dettaglio, ma praticamente nessuno (eccetto qualche blogger) osò domandare chi fosse stato a chiedere la testa di Ramon. Fu un giornalista ebreo-americano a rompere il voto del silenzio e a ricollegare questo “omicidio giudiziario mirato” con la lotta per la supremazia portata avanti dalla Corte. Halpern scrisse sul Forward: “Molti insinuano che i giudici e l’Attorney General ce l’avessero con Ramon perché si era opposto alla nomina del giudice Dorit Beindish come capo della Corte Suprema. L’essere finito sotto processo gli ha impedito di fare un’altra nomina, così come la carcerazione gli ha impedito di apportare le progettate modifiche al sistema giudiziario”.
Allo stesso tempo anche il presidente d’Israele, Moshe Katsav, l’uomo che materialmente conferisce ai giudici l’investitura, è venuto a trovarsi sotto tiro. Anche lui era contrario all’ascesa della Beindish al ruolo di Fuhrer e ha pagato caro per questo.
Una ragazza del suo ufficio, conosciuta con lo pseudonimo di “A”, sporse denuncia per molestie sessuali. Nel corso delle indagini risultò evidente che stava mentendo. Aveva realmente avuto una relazione con il presidente e aveva cercato di ricattarlo. Le sue bugie erano così evidenti che la stessa accusa fu costretta a scaricarla, ma nel frattempo i media avevano vissuto una giornata campale, anzi, un mese campale. Le insinuazioni dei media diedero luogo a molte denunce; sembrava che ogni donna che avesse mai lavorato con Katsav saltasse fuori a tentare la fortuna, e alcune delle accuse apparivano coerenti. Le femministe furibonde - la sorellanza combattente di Beinish e Arbel – tennero manifestazioni quotidiane chiedendo le palle di Katsav o almeno le sue dimissioni. Nell’agosto 2006 gli venne proibita la nomina dei giudici, a pochi giorni di distanza dalle dimissioni di Ramon. Come se non bastasse, il 7 settembre 2006 la polizia israeliana dichiarò di essere in possesso delle basi indiziarie per l’incriminazione.
Quello stesso giorno il Comitato Elettivo dei giudici approvò la successione di Dorit Beinish alla Corte Suprema. Katsav rinunciò a partecipare “per evitare contrasti”. Si tenne a distanza anche dalla cerimonia di giuramento della Beinish, che ha luogo di norma nel palazzo presidenziale; in questo caso si tenne alla Knesset, così che fu un’altra donna, la portavoce della Knesset, a ricevere il giuramento.
Katsav accettò di essere incriminato per comportamento immorale, poi cambiò idea, ma fu comunque costretto a dimettersi lasciando il posto vacante a Shimon Peres, uomo astuto e molto gradito alla Beinish.
Olmert capì che non solo la sua carriera, ma la stessa posizione del governo legittimo erano ormai a rischio. Si tenne dentro per lungo tempo questi pensieri eretici. Nel 2002 la sorellanza combattente aveva preso di mira un altro politico maschio, il Ministro per
Olmert scese sul sentiero di guerra facendo tornare Ramon nel proprio esecutivo in una posizione di prestigio (sia pure non in quella di Ministro della Giustizia) e assumendo un nuovo Ministro della Giustizia, il professor Daniel Friedmann, personaggio che era stato tra i più vivi oppositori dello strapotere della Corte Suprema. Friedmann organizzò un attacco su due fronti, facendo entrare nella Corte Suprema il primo giudice di nomina esterna e proponendo di limitare i poteri della Corte con una legge che le impedisse di deliberare su questioni politiche, di sicurezza e di budget. Venne immediatamente preso di mira dai giudici della Corte Suprema in pensione, specialmente dall’ex presidente Aharon Barak e dall’ex vicepresidente Mishael Cheshin, gli uomini che avevano introdotto l’attuale sistema, che avevano incoronato Dorit Beinish e che continuavano a darle consigli. Mentre ai giudici in carica è proibito parlare ex-cathedra, la stessa cosa non vale per i giudici in pensione. Questi ultimi conservano il titolo di giudice e ricevono la pensione spettante a un giudice, con la differenza che non fanno altro che parlare. Costoro andarono alla Knesset, ai giornali e in TV a descrivere le azioni di Friedmann come un “colpo di stato”.
Invitarono Olmert a licenziare Friedmann e a lasciare che le cose procedessero come al solito. Ma Olmert voleva restituire il potere esecutivo al governo, all’organo legittimamente eletto, strappandolo agli autocrati usurpatori. Restò attaccato al fucile. Ehud Barak, leader laburista e ministro del governo di Olmert, minacciò le proprie dimissioni e una possibile crisi di governo se Olmert non avesse licenziato Friedmann; ma Olmert, inamovibile, rifiutò di piegarsi e disse che preferiva lasciar andare Barak piuttosto che privarsi di Friedmann.
Allora Olmert venne attaccato personalmente. Trovarono un ebreo americano, tale Morris Talansky, che affermava di aver passato banconote accartocciate nel palmo sudato di Olmert. Nel corso dell’interrogatorio fu chiaro che il tizio adorava vantarsi di aver dato soldi ad ogni primo ministro israeliano, incluso Yitzhak Rabin, autentico specchio d’onestà. Aveva anche minacciato di far saltare in aria certi rabbini che non volevano pagarlo. L’attendibilità delle sue affermazioni fu messa seriamente in dubbio. Ma i nemici di Olmert non si fermarono: ogni giorno saltava fuori una nuova denuncia, una nuova accusa di corruzione. Se veniva smentita, se ne inventavano un’altra. Con la polizia e l’Attorney General a loro disposizione, le loro risorse erano pressoché illimitate.
Nel frattempo i giudici in pensione erano usciti allo scoperto. Chiedevano le dimissioni di Olmert, dimenticando completamente la regola per cui “si è innocenti fino alla prova di colpevolezza”; proprio come avevano fatto negli analoghi casi di Katsav e Ramon. Dalia Dorner, giudice in pensione, dichiarò: “Non esiste cultura della politica in Israele e la gente non presta attenzione alle notizie sulle malefatte dei potenti”.
Alla fine, Olmert dovette cedere alla forza suprema della Corte Suprema. Fu una vittoria della Legge sull’arbitrio e la corruzione dei politici? Non siatene così sicuri.
(1 - continua)
LA MEDICINA: IL MALE DEL XXI SECOLO

POTETE FIDARVI DELLA CHEMIOTERAPIA PER CURARE IL CANCRO?
di Andreas Moritz
dal sito Naturalnews
traduzione di Gianluca Freda
L’ex addetto stampa della Casa Bianca, Tony Snow, è morto nel luglio 2008 all’età di 53 anni a seguito di una serie di trattamenti di chemioterapia per il cancro al colon. Nel 2005 Snow, dopo una diagnosi di cancro, aveva subito l’asportazione del colon ed era stato sottoposto a sei mesi di chemioterapia. Due anni dopo (2007), Snow fu sottoposto ad operazione chirurgica per rimuovere una crescita cancerosa nella zona addominale, in prossimità del punto in cui il cancro si era manifestato in origine. “Si tratta di una patologia del tutto curabile”, gli aveva detto il Dr. Allyson Ocean, oncologo gastrointestinale del Weill Cornell Medical College. “Molti pazienti, grazie alle nostre terapie, riescono a lavorare e a vivere una vita qualitativamente normale dopo essere stati curati. Chiunque veda questa situazione come una condanna a morte, si sbaglia”. Ma naturalmente oggi sappiamo che era il Dr. Ocean ad essere mortalmente in errore.
I titoli dei giornali hanno proclamato che Snow è morto di cancro al colon, pur sapendo che egli non aveva più il colon. A quanto pare, il cancro maligno era “tornato” (da dove?) e si era “esteso” al fegato e ad altre parti del corpo. La verità è che la chirurgia al colon aveva gravemente pregiudicato le normali funzioni di eliminazione delle scorie, sovraccaricando il fegato e i tessuti di materiali tossici. La precedente serie di trattamenti chemioterapici aveva infiammato e danneggiato in modo irreversibile una gran quantità di cellule del suo corpo, oltre a distruggere il suo sistema immunitario. Una ricetta perfetta per creare nuove forme di cancro. Ormai incapace di far fronte alle cause del cancro originario (in aggiunta a quelli creati in seguito), il corpo di Snow sviluppò nuove forme di cancro al fegato e ad altre parti del corpo.
I media, ovviamente, insistono nell’affermare che Snow è morto di cancro al colon, perpetuando così il mito per cui sarebbe solo il cancro, e non la cura, ad ammazzare le persone. Pare che nessuno osi sollevare l’importante obiezione che per un ammalato di cancro la guarigione diventa estremamente difficile se si viene sottoposti al sistematico avvelenamento della chemioterapia e a radiazioni letali. Se venite morsi da un serpente velenoso e non prendete un antidoto, non è forse probabile che il vostro corpo venga sopraffatto dal veleno e non riesca più a funzionare?
Prima che Tony Snow iniziasse i trattamenti di chemioterapia per il secondo cancro al colon, egli appariva ancora forte e in salute. Ma dopo poche settimane di trattamento iniziò a perdere la voce, il suo aspetto divenne fragile, il colorito diventò grigio e perse tutti i capelli. Era stato il cancro a fargli questo? Certamente no. Il cancro non produce nessuno di questi effetti, è l’avvelenamento chimico a produrli. Egli sembrava ora più malato di una persona morsa da un serpente velenoso.
I media mainstream parlano mai delle schiaccianti prove scientifiche che dimostrano che la chemioterapia produce zero benefici nei cinque anni medi di sopravvivenza dei pazienti malati di cancro al colon? O di quanti oncologi lottino per i propri pazienti e li difendano contro un trattamento chemioterapico che – loro lo sanno bene – li farebbe morire più in fretta che se non ricevessero nessuna cura? Vi fidereste a mettere la vostra vita nelle loro mani sapendo che la maggior parte di loro non prenderebbe neppure in considerazione la chemioterapia se il cancro fosse diagnosticato a loro? Cosa sanno, loro, che voi non sapete? La notizia si sta diffondendo rapidamente negli Stati Uniti: i decessi provocati dai medici hanno ormai superato i 750.000 all’anno. Probabilmente molti dottori non hanno più fiducia in ciò che fanno, e per ottime ragioni.
“Molti malati di cancro in questo paese muoiono di chemioterapia... La chemioterapia non elimina il cancro al seno, al colon o ai polmoni. Questo fatto è documentato da oltre un decennio. Nonostante ciò i dottori ricorrono ancora alla chemioterapia contro questi tumori... Le donne ammalate di cancro al seno moriranno probabilmente più in fretta con la chemioterapia che senza”. (Alan Levin, Dottore in Medicina).
Un’indagine del Dipartimento di Oncologia Radiologica del Northern Sydney Cancer Centre, in Australia, sul contributo della chemioterapia ai 5 anni di sopravvivenza di 22 adulti affetti da tumori maligni, ha mostrato risultati stupefacenti: il contributo complessivo della chemioterapia citotossica ai 5 anni di sopravvivenza di questi adulti è stata stimata in percentuale del 2,3 % in Australia e del 2,1 % negli USA. [
La ricerca è fondata su dati del 1998 del Cancer Registry australiano e dello statunitense Surveillance Epidemiology and End Results. L’attuale tasso medio di sopravvivenza al cancro degli adulti, della durata di 5 anni, è riscontrato in oltre il 60% dei casi in Australia e in misura non inferiore negli USA. A paragone, il contributo della chemioterapia alla sopravvivenza (un mero 2,3 %) non è sufficiente a giustificare le enormi spese che essa richiede e le terribili sofferenze a cui i pazienti vanno incontro a causa dei gravi e tossici effetti collaterali risultanti da questo tipo di trattamento. Con una miserevole percentuale di successo del 2,3 %, vendere la chemioterapia come trattamento medico (anziché come una truffa) è una delle più gravi azioni fraudolente che si possano commettere. Una normale chemioterapia fa guadagnare all’establishment medico una cifra sbalorditiva, che va dai 300.000 al milione di dollari all’anno; fino ad oggi ha fruttato a coloro che promuovono questa pseudo-cura (che in realtà è veleno) oltre 1 trilione di dollari. Non c’è da stupirsi che l’establishment medico cerchi di tenere in vita questa truffa il più a lungo possibile.
Nel 1990 il noto epidemiologo tedesco Ulrich Abel, della Clinica dei Tumori dell’Università di Heidelberg, condusse la ricerca più completa mai eseguita sui farmaci chemioterapici. Abel contattò 350 centri medici, chiedendo che gli inviassero tutto ciò che avevano pubblicato sulla chemioterapia nel corso degli anni. Egli esaminò ed analizzò migliaia di articoli scientifici pubblicati sulle riviste mediche più prestigiose. Ad Abel occorsero diversi anni per raccogliere e valutare i dati. Il suo studio epidemiologico, che fu pubblicato il 10 agosto 1991 su The Lancet, avrebbe dovuto mettere in allarme tutti i dottori e gli ammalati di cancro sui rischi di una delle terapie più comuni utilizzate contro il cancro e altre malattie. Nel suo saggio, Abel giungeva alla conclusione che il tasso complessivo di successo della chemioterapia “lasciava allibiti”. Secondo la sua ricerca, non esisteva alcuna prova scientifica reperibile in nessuno degli studi esistenti che dimostrasse che la chemioterapia “fosse in grado di estendere in misura apprezzabile la vita dei pazienti affetti dalle forme più comuni di cancro”.
Abel sottolinea che raramente la chemioterapia migliora la qualità della vita. Descrive la chemioterapia come una “devastazione scientifica” e dichiara che nonostante l’inesistenza di prove scientifiche della sua efficacia, né i dottori né i pazienti vogliono abbandonarla. I principali media non hanno mai parlato di questo studio di immensa importanza, il che non è sorprendente visti gli enormi interessi nel settore dei gruppi che sponsorizzano i media, cioè delle compagnie farmaceutiche. Una recente ricerca ha trovato zero recensioni del lavoro di Abel sulle riviste americane, benché esso sia stato pubblicato nel 1990. Credo che ciò non dipenda dal fatto che il suo lavoro sia poco importante, ma dal fatto che è irrefutabile.
La verità su questo problema sarebbe troppo costosa per le compagnie farmaceutiche ed è divenuta perciò inaccettabile. Se i mass media riferissero la verità, e cioè che i farmaci, inclusi quelli chemioterapici, vengono utilizzati per compiere un autentico genocidio negli Stati Uniti e nel mondo, i loro principali finanziatori (le compagnie farmaceutiche) sarebbero costretti a ritirare la loro pubblicità ingannevole dalle TV, dalle radio, dalle riviste e dai giornali. Ma nessuno di questi gruppi ha voglia di fare bancarotta.
Molti medici si spingono fino al punto di prescrivere farmaci chemioterapici a pazienti con tumori maligni troppo avanzati per un intervento chirurgico, ben sapendo che non ne risulterà alcun beneficio. Eppure essi definiscono la chemioterapia un trattamento efficace contro il cancro, e i loro inconsapevoli pazienti credono che “efficace” sia sinonimo di “curativo”. In realtà i medici si riferiscono alla definizione di farmaco “efficace” data dalla FDA, cioè un farmaco che nell’arco di 28 giorni sia in grado di produrre una riduzione del 50% o più della massa tumorale. Ma dimenticano di dire ai loro pazienti che non esiste alcuna correlazione tra il ridurre un tumore in 28 giorni e il curare il cancro o l’allungare la vita. In altre parole, si può vivere con un tumore non curato altrettanto a lungo di quanto si potrebbe farlo con un tumore ridotto o eliminato dalla chemioterapia (o dalle radiazioni).
La chemioterapia non ha mai dimostrato di avere effetti curativi contro il cancro. Per contro, il corpo è in grado di curarsi da solo, ed è proprio quello che fa sviluppando il cancro. Il cancro è più un meccanismo di guarigione che una malattia. La “malattia” è il tentativo del corpo di curarsi da uno squilibrio sopravvenuto. E in alcuni casi questo meccanismo di guarigione continua a funzionare anche dopo che una persona è stata sottoposta a chemioterapia (e/o radiazioni). Sfortunatamente, come è stato dimostrato dalle ricerche summenzionate, le possibilità di una completa guarigione si riducono enormemente quando i pazienti vengono trattati con farmaci chemioterapici.
Gli effetti collaterali dei trattamenti sono spesso orribili e fonte di grande sofferenza per i pazienti e per i loro cari, il tutto in nome del trattamento medico affidabile. Benché la cura farmacologica sia somministrata con la promessa di migliorare la qualità della vita dei pazienti, il buon senso ci dice che una medicina che li fa vomitare e perdere i capelli, distruggendo allo stesso tempo il loro sistema immunitario, fa in realtà l’esatto contrario. La chemioterapia può produrre nei pazienti ulcerazioni alla bocca che mettono a rischio la loro vita. Aggredisce il sistema immunitario, distruggendone miliardi di cellule (globuli bianchi). I suoi mortali veleni producono infiammazioni in ogni parte del corpo. I farmaci possono produrre ulcerazioni in tutto l’apparato intestinale. L’effetto collaterale più comune sperimentato dai pazienti in chemioterapia è la completa mancanza di energie. I nuovi farmaci addizionali che vengono somministrati oggi a molti pazienti possono impedire la percezione di alcuni effetti collaterali, ma non riducono affatto gli effetti spaventosamente distruttivi e soppressivi della chemioterapia in sé. Ricordate che il motivo per cui la chemioterapia riesce a ridurre la massa di alcuni tumori sta nell’immensa distruzione che provoca nel corpo.
Se siete ammalati di cancro, forse penserete che il sentirsi stanchi sia un effetto della malattia. In realtà raramente è così. Il sentirsi insolitamente stanchi è più spesso dovuto all’anemia, che è un comune effetto collaterale di molti farmaci chemioterapici. Tali farmaci possono ridurre drammaticamente i vostri globuli rossi, e ciò riduce la disponibilità di ossigeno a 60-100 trilioni di cellule del vostro corpo. Potete sentire letteralmente l’energia che viene risucchiata da ogni vostra cellula, una specie di morte fisica senza morte. L’affaticamento da chemio ha un impatto negativo sulle attività quotidiane dei pazienti nell’89% dei casi. Senza energia non può esservi gioia né speranza e tutte le funzioni corporee ne risentono.
Un effetto collaterale a lungo termine è che i corpi di questi pazienti finiscono per non rispondere più nemmeno ad approcci curativi nutrizionali o di rafforzamento immunologico. Tutto questo contribuisce a spiegare il motivo per cui gli ammalati di cancro che non si sottopongono a nessun trattamento hanno un tasso di guarigione quattro volte più alto di coloro che si sottopongono a cura. La cosa triste è che la chemioterapia non è curativa per il 96-98% delle tipologie di cancro. Prove certe (per la maggioranza delle casistiche di cancro) che la chemioterapia abbia una qualsiasi influenza positiva sulla sopravvivenza o sulla qualità della vita, semplicemente non esistono.
Presentare la chemioterapia come una cura contro il cancro è a dir poco ingannevole. Con i danni permanenti che produce al sistema immunitario e ad altre importanti parti del corpo, la chemioterapia è diventata una delle principali cause di malattie da trattamento, come malattie cardiache, epatiche, intestinali, immunitarie, infezioni, danni cerebrali, disturbi da stress doloroso e invecchiamento precoce.
Prima di rassegnarsi ad essere avvelenati, gli ammalati di cancro dovrebbero porre domande precise ai loro medici e chiedere che gli vengano mostrate ricerche o prove in grado di dimostrare che una riduzione della massa tumorale si traduca realmente in aumento della speranza di sopravvivenza. Se vi diranno che la chemioterapia è la vostra migliore chance di sopravvivenza, saprete che vi stanno mentendo o che sono semplicemente disinformati. Come è chiaramente dimostrato dalla ricerca di Abel, non esiste nessuna prova di questo genere in tutta la letteratura medica. Assoggettare i pazienti a chemioterapia li priva della possibilità di cercare o di rispondere ad una cura reale ed è un atto meritevole di azione penale.
(Il libro di Andreas Moritz Il cancro non è una malattia – è un meccanismo di sopravvivenza spiega quali siano le vere cause del cancro e come eliminarle. E’ reperibile presso www.ener-chi.com e www.amazon.com ).
PASSATO E PRESENTE

(Un giorno, in un futuro non molto lontano, pagheremo caro per aver dimenticato tutte quelle cose che un tempo ci rendevano ciò che siamo).
SCUOLA: 1957 vs. 2007
dal sito The Truth Seeker
traduzione di Gianluca Freda
Scenario: Jack va a caccia di quaglie prima di andare a scuola, entra nel parcheggio della scuola con il fucile nel furgone.
1957 – Arriva il vicepreside, vede il fucile di Jack, va alla sua macchina e prende il proprio fucile per mostrarlo a Jack.
2007 – La scuola viene chiusa, viene chiamato l’FBI, Jack viene portato in carcere e non vedrà mai più il proprio fucile né il proprio furgone. Vengono chiamati dei medici per assistere gli studenti e gli insegnanti traumatizzati.
Scenario: Johnny e Mark fanno a pugni dopo la scuola.
1957 – Si raduna una folla. Mark vince. Johnny e Mark si stringono la mano e diventano amici.
2007 – Viene chiamata la polizia, arrivano le squadre SWAT, Johnny e Mark vengono arrestati. Accusati di aggressione, vengono entrambi espulsi dalla scuola, anche se era stato Johnny a cominciare.
Scenario: Jeffrey fa baccano in classe e disturba gli altri studenti.
1957 – Jeffrey viene mandato dal preside e si becca una ramanzina. Ritorna in classe, si siede tranquillo e non disturba più la lezione.
2007 – A Jeffrey vengono somministrate dosi massicce di Ritalin. Diventa uno zombi. Gli viene fatto il test per
Scenario: Billy rompe il finestrino dell’auto del suo vicino di casa e suo papà lo prende a frustate con la cintola.
1957 – Billy, la volta dopo, sta più attento, cresce come una persona normale, va al college e diventa un affarista di successo.
2007 – Il papà di Billy viene arrestato per abuso su minore. Billy viene tolto alla potestà dei genitori e entra a far parte di una gang. Lo psicologo pubblico suggerisce alla sorella di Billy che anche lei ricorda di aver subito abusi e il loro papà finisce in prigione. La mamma di Billy ha una relazione con lo psicologo.
Scenario: Mark ha mal di testa e prende un’aspirina a scuola.
1957 – Mark divide la sua aspirina con il preside nella sala fumatori.
2007 – Viene chiamata la polizia, Mark è espulso dalla scuola per violazione delle leggi antidroga. La sua auto viene perquisita alla ricerca di droga e armi da fuoco.
Scenario: Pedro, al liceo, viene rimandato in inglese.
1957 – Pedro frequenta i corsi estivi, passa l’esame d’inglese e va al college.
2007 – Il caso di Pedro diventa un affare di stato. In tutta la nazione vengono pubblicati articoli di giornale che sostengono che richiedere la conoscenza dell’inglese per accedere all’università è una cosa razzista.
Scenario: Johnny prende dei fuochi d’artificio avanzati dal 4 di luglio, li mette in una bottiglia di vernice e fa esplodere un formicaio.
1957 – Muore qualche formica.
2007 – Vengono chiamati il BATF,
Scenario: Johnny cade mentre corre durante la ricreazione e si sbuccia un ginocchio. La sua maestra, Mary, lo trova in lacrime e lo abbraccia per consolarlo.
1957 – In breve tempo, Johnny si sente meglio e torna a giocare.
2007 – Mary viene accusata di pedofilia e perde il lavoro. Sconta 3 anni di carcere in una prigione di stato. Johnny viene sottoposto a 5 anni di psicoterapia.
MENTRE I CINESI CORRONO IL TRIATHLON...

GLI STATI UNITI ATTACCANO
di Paul Joseph Watson
dal sito Prison Planet
Traduzione di Gianluca Freda
Venerdì 8 agosto 2008,
Forze armate della Georgia, addestrate ed equipaggiate dal Pentagono e dal governo americano, hanno ucciso questa mattina 10 uomini delle forze di peacekeeping russe, in un attacco provocatorio degenerato in conflitto militare; ma la copertura mediatica dell’evento mira a far credere che
I resoconti diretti raccolti questa mattina hanno spiegato nel dettaglio come le forze georgiane abbiano ucciso 10 peacekeeper russi e ne abbiano feriti altri 30, una provocazione che ha spinto le forze russe a dare inizio alle operazioni militari, ma il fatto che le milizie della Georgia siano responsabili di aver dato inizio al conflitto è stato completamente insabbiato nelle notizie successivamente fornite dai media.
“
L’ultima esercitazione, denominata Immediate Response 2008, tenutasi il mese scorso, ha visto la partecipazione di non meno di 1.000 soldati americani a fianco di truppe georgiane in una simulazione di conflitto.
Inoltre, la stessa “Rivoluzione delle Rose”, che portò al potere nel 2003 il presidente Mikhail Saakashvili, filoamericano e formato ad Harvard, fu interamente sostenuta ed organizzata dalla Central Intelligence Agency.
La rabbia dei russi per il sostegno fornito dagli Stati Uniti alla Georgia e per le aspirazioni di quest’ultima ad entrare nella NATO si è progressivamente inasprita negli ultimi mesi e le tensioni si sono fatte più forti in seguito al tentativo degli USA di installare scudi missilistici in Polonia e Repubblica Ceca; scudi che secondo la maggioranza degli osservatori non avrebbero nulla a che fare con l’Iran e che avrebbero in realtà lo scopo di contrastare la superiorità militare russa nella regione.
In più, il sito filoisraeliano Debkafile riferisce che unità di fanteria georgiane sarebbero state “aiutate da esperti militari israeliani” ad occupare questa mattina la capitale della separatista Ossezia del Sud, Tskhinvali.
DebkaFile si sofferma sul reale significato geopolitico degli eventi di oggi:
Gli esperti geopolitici di DebkaFile notano che a livello di superficie i russi appoggiano i separatisti dell’Ossezia del Sud e della vicina Abkhazia come risposta al rafforzamento dell’influenza americana nella piccola Georgia e fra i suoi 4,5 milioni di abitanti. Ma a livello più immediato, il conflitto è stato provocato dalla competizione per il controllo degli oleodotti che portano gas e petrolio fuori dalla regione del Caspio.
I russi potevano anche tollerare l’ambizione del presidente filoamericano della Georgia, Mikhail Saakashvili, di far entrare il suo paese nella NATO. Ma hanno opposto una drastica chiusura ai progetti di quest’ultimo e delle compagnie petrolifere occidentali, comprese quelle israeliane, di deviare gli oleodotti provenienti dall’Azerbaijan e i gasdotti provenienti dal Turkmenistan, che passano per
Gerusalemme è fortemente interessata a deviare il petrolio e i gasdotti del Caspio verso il terminale turco di Ceyhan, anziché verso le strutture russe. Intensi negoziati sono in corso tra Israele, Turchia, Georgia, Turkmenistan e Azerbaijan affinché gli oleodotti raggiungano
L’ex Ministro del Tesoro di Ronald Reagan, Paul Craig Roberts, ha detto oggi all’Alex Jones Show che l’intero scenario sa di manovra orchestrata dalla fazione neocon che controlla
Sia Condoleeza Rice che John McCain hanno oggi chiesto alla Russia di ritirare immediatamente le sue forze dalla Georgia.
Nel frattempo i network americani sembrano più interessati alla non-notizia delle scappatelle di John Edwards, proprio mentre un conflitto che potrebbe avere conseguenze geopolitiche poderose e devastanti è sul punto di esplodere.
Venerdì mattina le avventurette extraconiugali di Edwards hanno dominato
Uno dei nostri lettori ha inviato il seguente contributo, che spiega dettagliatamente ciò che sta avvenendo:
Molte persone non sono capaci o non vogliono valutare la storia e i fatti con la propria testa... imbecilli...
Coloro che non imparano dalla storia sono condannati a ripeterla.
Nel 1992
Fu creata a quell’epoca una forza di pace composta da osseti, russi e georgiani. E verso la fine del 1992, l’OSCE inviò una missione in Georgia per monitorare le operazioni di peacekeeping.
Da allora fino al 2004 l’Ossezia rimase sostanzialmente pacifica.
Nel giugno 2004 iniziò a crescere la tensione, allorché le autorità georgiane incrementarono gli sforzi contro il contrabbando nella regione. Rapimenti, sparatorie e bombardamenti occasionali fecero dozzine di morti e feriti.
Il 13 agosto venne raggiunto un accordo per il cessate il fuoco, che fu però ripetutamente violato.
Le tensioni crebbero nel 2008 e le esplosioni di violenza divennero sempre più frequenti nelle zone di confine.
Una citazione dalla Reuters:
In una riunione d’emergenza delle Nazioni Unite tenutasi giovedì sera,
Dall’UK Times online:
Mr. Saakashvili, un avvocato che ha studiato negli Stati Uniti e che nel 2004 succedette a Edward Shevarnadze cercando fin da allora di allinearsi il più possibile all’occidente, ha paragonato l’azione russa all’invasione dell’Afghanistan del 1979 e si è appellato al mondo perché intervenga. “
LA VANVERA DELLA SCIENZA

COSA E’ SUCCESSO ALLA VERA SCIENZA?
dal sito Holoscience
Traduzione di Gianluca Freda
Così come la scienza moderna è divenuta autoreferenziale nella propria ricerca di riconoscimento e finanziamenti, allo stesso modo anche la teoria di ciò che la scienza dovrebbe essere è rimasta contagiata da questa tendenza. Valutare una teoria basandosi sui “gradi di credenza” potrebbe anche essere utile, se solo gli studiosi non ignorassero, minimizzassero e respingessero in continuazione le prove falsificanti e se non forzassero le innumerevoli incertezze dei loro modelli per adattarle alle nuove scoperte. L’esempio più lampante di tale comportamento nella scienza moderna è il rifiuto di accettare l’evidente realtà del redshift intrinseco dei quasar. La cosmologia fondata sul Big Bang sarebbe già cadavere fondandosi su questa sola osservazione, ma la “credenza” continua a tenere caldo quel corpo senza vita. Mentre permettiamo ai pochi scienziati che giudicano i dati a partire dalle loro convinzioni di conservare il controllo delle pubblicazioni, dei finanziamenti e delle riviste scientifiche, la vera scienza è già morta.
Il 7 maggio scorso il New Scientist ha pubblicato l’articolo di Dave Matthews: Dobbiamo cambiare la nostra definizione di scienza?.
“Identificata più di 70 anni fa come carattere fondante della vera scienza dal filosofo Karl Popper, la falsificabilità è stata sempre vista da molti scienziati come un’arma affidabile per tenere lontana la minaccia della pseudoscienza.
Il vecchio pensatore viennese è stato acclamato come il più grande filosofo della scienza da personaggi del calibro di Steven Weinberg, vincitore del premio Nobel per la fisica, e il celebre libro di Popper Logica della scoperta scientifica è stato definito dal cosmologo Frank Tipler ‘il libro più importante del secolo’. Però i tempi cambiano. La definizione di scienza data da Popper è stata messa a dura prova dall’emergere di idee scientifiche che sembrano sconfessarla. Dai tentativi di comprendere la natura fondamentale dello spaziotempo alle teorie che tentano di descrivere gli eventi precedenti al Big Bang, le frontiere della scienza stanno generando una quantità di idee apparentemente impossibili da falsificare”.

Non è ben chiaro come certe persone possano affermare che Popper “identificasse la falsificabilità come carattere fondante della vera scienza” se hanno letto sul serio
Il libro non parla tanto della scienza, quanto di un atteggiamento: una disposizione a scoprire e mettere alla prova nuove idee, piuttosto che difendere dogmi consolidati contro l’inevitabile mutevolezza della vita. Nella pagina seguente, Popper scrive:
“Perciò non ho problemi ad ammettere che per pervenire alle mie proposte sono stato guidato, in ultima analisi, da giudizi di valore e predilezioni personali. Ma spero che le mie proposte possano apparire accettabili a coloro che attribuiscono valore non solo al rigore logico, ma anche alla libertà dal dogmatismo; che ricercano l’applicabilità pratica, ma sono attratti anche di più dall’avventura della scienza e da scoperte che, incessantemente, ci costringono a confrontarci con nuove e inattese domande, sfidandoci a sperimentare risposte finora mai sognate.”

L’articolo del New Scientist continua:
“Gran parte dell’attrattiva [di Popper] risiede nella logica tagliente che sta alla base del concetto di falsificabilità. Popper la illustra attraverso l’ormai celebre esempio del cigno nero.
Supponiamo che una teoria ipotizzi che tutti i cigni sono bianchi. Il modo più ovvio di provare questa teoria è di andare a verificare se ciascun cigno sia realmente bianco. Ma c’è un problema. Non importa quanti cigni bianchi si possano trovare, non si potrà mai essere certi che non esista un cigno nero nascosto da qualche parte. Dunque, non sarà mai possibile dimostrare che la teoria è vera. Viceversa, il ritrovamento anche di un solo cigno nero sarà la prova che la teoria è falsa. Questo è il potere fondamentale della falsificazione: la capacità di rendere falsa un’affermazione universale con un singolo esempio. Una capacità, sottolineava Popper, che discende direttamente dai teoremi della logica deduttiva”.
Commento: Popper pone l’accento sulla verifica e ribadisce che essa è una cosa che sono gli scienziati a decidere di fare. Non esiste di per sé nel mondo oggettivo (e passivamente definito); è una persona che deve farla (oppure, come più comunemente accade di questi tempi, non farla). L’idea di Popper non è affatto “messa duramente alla prova” dalle moderne teorie; semplicemente, i moderni scienziati hanno deciso di non scoprire nuove idee. C’è una gran quantità di cigni neri che nuotano nel laghetto della scienza; ma gli scienziati hanno deciso di classificarli come specie diversa piuttosto che andare in cerca di una nuova teoria che renda conto dell’esistenza dei cigni neri.
Il filosofo Colin Howson della London School of Economics del Regno Unito “è convinto che sia tempo di abbandonare l’idea di Popper che sia possibile definire il procedimento scientifico utilizzando la logica deduttiva. Al contrario, occorrerebbe concentrarsi su ciò che gli scienziati fanno nella realtà: mettere insieme gli elementi di prova delle diverse teorie valutando la loro plausibilità relativa. Howson è tra i principali sostenitori di una visione alternativa della scienza fondata non sulla semplicistica logica vero/falso, ma sul concetto assai più sottile di ‘gradi di credenza’. Alla base di questo concetto vi è la fondamentale connessione tra il concetto soggettivo di ‘credere’ e il freddo, sterile computo delle probabilità...”
Commento: Questo è il punto in cui ci si distacca dalla vera scienza, il punto in cui la percezione della probabilità che ciò che si crede sia vero finisce per determinare il corso della scienza.
Ciò dovrebbe suonare familiare; dopotutto, è ciò che gli scienziati fanno per vivere. Si tratta di una prospettiva di ragionamento scientifico con una solida base teoretica. Al centro di essa vi è un teorema matematico, secondo il quale ogni sistema di credenza razionale obbedisce alle leggi della probabilità. In particolare alle leggi proposte da Thomas Bayes, il matematico inglese del 18° secolo che fu pioniere dell’idea di capovolgere radicalmente la teoria della probabilità. A differenza del concetto di scienza di Popper, la prospettiva bayesiana non collassa nel momento in cui viene a contatto con la vita reale. Si fonda invece sull’assunto dell’accumulo di prove positive a favore di una teoria.
Commento: è questo modo di pensare che ha consentito alla teoria del Big Bang di restare in vita, quando invece avrebbe dovuto collassare nell’istante stesso in cui è venuta a contatto con la vita reale; cioè con l’osservazione che oggetti ad alto redshift (i quasar) sono collegati a galassie con redshift basso. In termini semplici, il redshift non è affatto la prova dell’espansione dell’universo. Non possiamo ‘riavvolgere’ il tempo fino a un metafisico evento di ‘creazione’, il Big Bang. Ciò che abbiamo visto non è scienza. E’ un procedimento che adatta selettivamente le prove ad una credenza nel Big Bang. Una tale credenza non è razionale e non troverebbe supporto neppure nei parametri bayesiani.
L’astrofisico Robert Trotta dell’università di Oxford razionalizza il metodo bayesiano. “A prima vista potrebbe sembrare sorprendente che un banale risultato matematico ottenuto da un oscuro ministro presbiteriano vissuto più di 200 anni fa possa esercitare ancora tanto interesse riguardo a così tante discipline, dall’econometria alla biostatistica, dall’analisi del rischio finanziario alla cosmologia. Pubblicato postumo nel 1763 grazie a Richard Price, “Un saggio sulla risoluzione dei problemi nella dottrina delle probabilità” del rev. Thomas Bayes (1701 (?) – 1761) non aveva in sé nulla che potesse far prevedere la crescente importanza e l’enorme campo di applicazioni che la teoria bayesiana delle probabilità avrebbe acquisito più di due secoli dopo. Tuttavia, se ci si riflette, c’è un’ottima ragione per l’indiscutibile ascesa dei metodi bayesiani in questa particolare epoca storica: l’incremento esponenziale delle capacità di calcolo dei computer ha reso gestibili per la prima volta massicce quantità di dati numerici, aprendo così la porta allo sfruttamento delle potenzialità e della flessibilità di una vasta gamma di strumenti bayesiani. Grazie ad apparecchi di calcolo sempre più rapidi ed economici, problemi di computazione prima irresolubili divengono affrontabili, e algoritmi per le simulazioni numeriche fioriscono quasi nell’arco di una notte...
La cosmologia è stata forse tra le ultime discipline ad abbracciare i metodi bayesiani, uno sviluppo guidato in particolar modo dall’esplosione dei dati disponibili avvenuta nell’ultimo decennio. A ogni modo, visti i problemi di calcolo difficili e computazionalmente complessi, i cosmologi continuano ad elaborare nuove soluzioni che vanno ad aggiungersi alla ricchezza di una letteratura bayesiana in crescita continua”.
Commento: le affermazioni di Trotta si possono ridurre ad un elogio della possibilità, ottenuta in tempi recenti, di giocare ai videogame con i dati in maniera più efficace. Lo scopo è quello di produrre modelli computerizzati che imitino il più fedelmente possibile la ‘vita reale’. Tuttavia questi modelli cosmologici non stanno in piedi se non introducono immaginari buchi neri, materia oscura ed energia oscura come “fattori di compensazione” che permettano di far tornare i conti. Ancora una volta, questa non è scienza, è giocare ai videogame con il computer. A giudicare dai loro bollettini scientifici, i cosmologi continuano ad elaborare nuova fantascienza che andrà sicuramente ad aggiungersi alla ricchezza del ridicolo di cui la loro ‘letteratura’ potrà godere nel futuro. Questo abuso delle metodologie bayesiane è sintomatico di una disconnessione delle scienze dalla realtà.
L’articolo del New Scientist continua:
“Gli scienziati iniziano con l’esame di una serie di spiegazioni contrastanti riguardo un determinato fenomeno, poi vengono le osservazioni e infine la matematica bayesiana viene utilizzata per calcolare il livello di attendibilità guadagnata o perduta da ciascuna delle teorie rivali. In parole povere, essa mette a confronto le probabilità di ottenere i risultati osservati da parte di ciascuna delle contrastanti teorie. La teoria che ottiene le probabilità più alte verrà considerata quella che ha ricavato il maggior livello di attendibilità a partire dai dati”.
Commento: l’idea di Bayes di calcolare “le probabilità di ottenere i risultati osservati da parte di ciascuna delle contrastanti teorie” può essere utile per comparare piccole variazioni a partire da un unico convincimento iniziale, ma falsa completamente la situazione quando viene applicata a convincimenti iniziali contrastanti. I “risultati osservati” sono strettamente dipendenti dalle teorie, le quali dicono agli osservatori che cosa osservare, come osservarlo, quale valore attribuirgli e in che modo interpretarlo. Per fare un esempio, Matthews cita il cosmologo Lawrence Krauss della Case Western Reserve University di Cleveland, Ohio:
“Non è possibile stabilire se una teoria è realmente non falsificabile”. [Krauss] cita il caso di una curiosa conseguenza della Relatività Generale, nota come “effetto anello di Einstein”. In un articolo pubblicato nel 1936, Einstein dimostrava che la luce di una stella lontana può essere distorta dal campo gravitazionale di un’altra stella, producendo intorno ad essa un anello luminoso. Si trattava di una predizione spettacolare, ma anche, come diceva lo stesso Einstein, di qualcosa che gli astronomi non avevano ‘alcuna speranza di osservare’, poiché l’anello sarebbe stato troppo piccolo per essere visto. Con tutta la sua genialità, Einstein aveva fatto i conti senza l’ingegno degli astronomi, che nel 1998 portò alla scoperta del primo esempio di un perfetto ‘anello di Einstein’, creato non da una stella, ma da un’enorme galassia lontana miliardi di anni luce”.
Commento: chiaramente l’autore non ha idea che erano possibili anche altre spiegazioni: eiezione multipla di nuclei galattici attivi, anelli di plasma, ecc. L’interdipendenza tra teorie ed osservazioni è presente anche in qualcosa di semplice come l’osservazione di un elettrone: stiamo osservando una particella dotata di una sua velocità oppure una carica che forma una corrente elettrica? O magari qualcosa che nessuno ha ancora immaginato?

Una regola fondamentale da osservare prima di applicare la metodologia di Bayes è di domandarsi se una determinata situazione richiede o no un test di probabilità. Ad esempio, un astronomo ottiene l’immagine di un quasar con redshift alto che sembra stare davanti ad una galassia con redshift basso. Altri astronomi non sono convinti e chiedono di considerare a posteriori la probabilità che il quasar sia in realtà più vicino a noi della galassia. In un caso come questo, l’esame dei dati non è una questione di ‘probabilità’ (né a priori né a posteriori). E’ semplicemente questione di credere o non credere all’evidenza. Se non vi si crede, bisogna essere preparati a spiegare perché. Si sta accusando chi presenta la prova di falsificazione? Si sta affermando che il quasar è un ‘riflesso’ e che non si trova veramente in quella posizione? Sollevare questioni probabilistiche in casi in cui l’evidenza è così lampante è un atteggiamento evasivo. E’ disonesto.
Le probabilità non sono prezzi sulla base dei quali paragonare le mele e le arance di diverse credenze iniziali. Le probabilità incorporano le stesse credenze iniziali che gli scienziati dovrebbero scoprire e discutere. La teoria fondata su assunti familiari sarà ritenuta sempre più probabile di quelle fondate su assunti non familiari. Le probabilità bayesiane sono poco più che considerazioni di familiarità espresse in forma numerica. La “conoscenza sicura” è nemica della scoperta scientifica.
L’autore non porta il discorso da nessuna parte. “Alla fine” non riesce a capire il punto di vista di Popper e si impantana nella richiesta conformista di una parità di valutazione (rivisitata) il cui unico risultato è stato quello di bloccare il progresso: “Le osservazioni empiriche... stabiliscono se una teoria va presa sul serio”. Come se le persone non avessero nessun ruolo. Invece no, sono gli scienziati a decidere se prendere sul serio i dati, se darli per scontati o se scoprire nuove combinazioni di dati, idee e credenze iniziali.
Pare che i moderni scienziati non impareranno nulla dalla storia. Essi sembrano avversare le opzioni teoretiche meno familiari più che in passato, il che risulterà chiaro solo agli scienziati del futuro. La valutazione delle teorie secondo la probabilistica bayesiana da parte di coloro che decidono quali teorie testare e quale importanza attribuire ai dati, serve solo a perpetuare questo aspetto disfunzionale della scienza. Quando il sospettato è anche giudice e giuria, il verdetto non potrà essere vera scienza.
ANTO'... FA FREDDO! ANTO'... FA CALDO!

“Comunque, un matematico che riuscisse a sostenere la sua profezia con terminologia e formule matematiche, non verrebbe capito da nessuno ma sarebbe creduto da tutti”
(Isaac Asimov, Preludio alla Fondazione)
Non c’è dubbio che i mass media possiedano una loro straordinaria coerenza. Da oltre cent’anni continuano a profetizzare, torvi e severi come arcangeli dell’Apocalisse, una catastrofe climatica che incombe sulle zucche vuote di noi peccatori gaudenti. E noi, ridanciani ignoranti, ci ostiniamo da altrettanto tempo a sopravvivere senza riguardo alle terribili fini del mondo che questi saggi e studiosi emuli di Noè vanno generosamente annunciando di decennio in decennio. La loro abnegazione nell’attesa fideistica del Giorno del Giudizio meteorologico è caratterizzata da una costanza ammirevole. L’unica cosa che è cambiata più volte, nel corso degli anni, è la temperatura del Grande Disastro Climatico Finale.
Oggi i media ci vanno raccontando che, causa i nostri immondi peccati di consumatori indefessi e assassini dell’ambiente, faremo tra pochi anni la meritata fine del pollo alla diavola o dell’affogato al caffè.
Ma negli anni ’70 il Grande Disastro strombazzato dai media era di un altro tipo: fresco e dissetante come una granita al limone. “Un’altra Era Glaciale?”, domandava nel 1974 la rivista Time Magazine ai suoi accaldati e speranzosi lettori. L’articolo garantiva che, stante il progressivo raffreddamento della temperatura terrestre riscontrato da tutti i più insigni climatologi, una nuova glaciazione sarebbe iniziata da lì a qualche anno, qualche decennio al massimo. Il giornale Newsweek scriveva che le prove di un raffreddamento progressivo del globo terrestre avevano “iniziato ad accumularsi in modo così massiccio che i metereologi fanno fatica a tenerne il conto”.
Ma il più attivo tra gli avventisti della Grande Ghiacciata era il giornalista Walter Sullivan. Già all’inizio degli anni ’70 gli articoli sul New York Times di questo gelataio mediatico regalavano refrigeranti brividi ai lettori prospettando invasioni di pinguini a Times Square. “Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica”, scriveva Sullivan martedì 27 gennaio 1972, “stanno conducendo indagini su larga scala per stabilire come mai il clima dell’Artico stia diventando più freddo e perché alcune zone del Mar Glaciale Artico siano diventate negli ultimi tempi minacciosamente più spesse e se l’estensione di questa coltre ghiacciata contribuisca a preparare nuove Ere Glaciali”. L’articolo si intitolava: “Gli esperti del clima scorgono tracce di Era Glaciale”.
Faccio sommessamente notare che questi tetri indizi di catastrofe non vengono mai colti dalla gente comune, che persiste inconsapevole ad accendere il camino d’inverno e a farsi vento con il New York Times d’estate (visto che serve a qualcosa?). Solo gli “esperti”, gli “studiosi”, gli “scienziati”, i “climatologi”, i “metereologi”, i dotti luminari sanno che stiamo per morire tutti e sono così altruisti da venircelo a dire. Sono sinceramente preoccupati per la nostra sopravvivenza. Come mai faremmo senza di loro?
Il 31 ottobre 1972, Sullivan raggiungeva la terribile certezza nell’articolo intitolato: “Gli scienziati [sempre loro] temono che l’equilibrio climatico nel mondo stia per finire”. “Dallo studio di campioni di ghiaccio estratti dalla calotta groenlandese, sembra che 89.500 anni fa qualcosa di catastrofico abbia modificato il clima, portandolo da una temperatura maggiore di quella odierna a quella di una piena Era Glaciale”. E sta per succedere di nuovo, sozzi peccatori impenitenti, pareva ghignare lo scribacchino. Che aspettate a pentirvi, per le ossa di san Giuda?
Alla vigilia di Ferragosto del 1975, Sullivan, forse per fare un dispetto ai suoi lettori soffocati dall’afa, cambiava repentinamente opinione. Nell’articolo Tendenza al riscaldamento del clima: due articoli contestano l’idea che sia in arrivo un nuovo periodo glaciale, Sullivan scriveva: “Il clima del mondo sta cambiando. Di questo gli scienziati [immancabili] sono fermamente convinti. Ma perché e in quale direzione lo stia facendo è oggetto di un acceso dibattito”.
Ma il 21 dicembre 1975, rinfrescatosi le idee con l’arrivo della prima neve, Sullivan tornava sui suoi passi nell’articolo Gli esperti [e quando mai] temono un grave pericolo se i fumi inquinanti raffredderanno
Basta così. Ma fino ai primi anni ’80 Sullivan e molti “giornalisti” come lui continuarono a pubblicare articoli di questo tenore, naturalmente sotto l’autorevole consulenza di insigni scienziati e studiosi. “Quest’inverno Chicago è rimasta paralizzata dalla neve. L’inverno scorso fu Boston.
Aaaaaaaaaahhhh! E’ finitaaaaah! Si salvi chi può! Etc., etc. Etcì!
Forse Sullivan non sapeva (o magari, a ben pensarci, sapeva benissimo) di essere stato un grande innovatore. Aveva infatti svecchiato e reinventato il mito del Grosso Botto Climatico in voga fino a pochi anni prima. Infatti, fino all’inizio degli anni ’60, il terribile destino che attendeva l’umanità secondo la litania della pseudo-informazione di allora, non era troppo diverso da quello profetizzato oggi: riscaldamento globale e tutti rosolati come rosticciana e salsicce.
Il crescente riscaldamento della Terra è evidente ai poli, strillava tale Gladwin Hill sul New York Times del 15 febbraio 1959, aggiungendo: “Alcune scoperte nell’Artico confermano la teoria dell’innalzamento delle temperature globali. Un misterioso riscaldamento del clima si sta lentamente manifestando nell’Artico, dando vita a un ‘serio problema internazionale’. Lo ha detto oggi il Dr. Hans Ahlmann, noto geofisico svedese”. Un geofisico svedese, mica baubau miciomicio. Lo avessi detto io che anche nell’Artico, come nel resto del mondo, le temperature salgono e scendono, non mi avrebbe creduto nessuno. Ma nel 1957 (due anni prima) lo stesso giornale titolava: “Gli scienziati [aarghhh!] concordano: il mondo è più freddo”. Poi, nel 1959, non concordavano più. Poi ancora, l’8 ottobre 1961, concordavano di nuovo: Il clima della Terra si raffredda. Ma nell’articolo si leggeva: “La teoria che il mondo si stia lentamente riscaldando ha ricevuto nuove conferme dai dati delle temperature”. Boh. Forse la catastrofe definitiva è imminente davvero: con tutti questi passaggi improvvisi dal caldo al freddo, la povera vecchia Palla Azzurra rischia di schiattare di broncopolmonite o rinite fulminante. E non dite che gli illustri scienziati non vi hanno avvertito.
Dalla consultazione dei reperti d’archivio, scopriamo anche che già negli anni ’40 non c’erano più le stagioni di una volta. Infatti, venerdì 30 maggio 1947, il solito NYT, nell’articolo Il riscaldamento climatico nell’Artico fa sciogliere i ghiacciai e alza il livello degli oceani, dicono gli scienziati, scriveva: “Il nostro clima sta forse cambiando? Il succedersi di estati temperate e di inverni miti da diversi anni a questa parte, culminato lo scorso inverno nella quasi totale assenza di croste di ghiaccio nella valle dell’Hudson, rende questa domanda pertinente. I concittadini più anziani ci dicono che gli inverni non sono più freddi come quando loro erano giovani, e noi tutti abbiamo potuto notare una notevole diminuzione media del freddo in quest’ultimo decennio”. In questo caso assistiamo ad un inedito team-up tra scienziati e vecchi rincoglioniti di paese che si sostengono l’un l’altro nel vaticinio di una caldana poderosa che spazzerà via il male dal mondo.
Ma già alla fine del XIX secolo, sotto la presidenza di Benjamin Harrison, per la precisione il 23 giugno 1890, il NYT compiangeva i bei vecchi tempi, quando gli inverni erano inverni e le estati estati, preventivando cataclismatici rivolgimenti delle temperature. IL NOSTRO CLIMA: PERCHE’ QUESTI INVERNI MITI E QUESTE ESTATI TEMPERATE? [ma perché cazzo non siete mai contenti?]. LE PROVE GEOLOGICHE DELLA PREVALENZA ALTERNATA DI ATMOSFERE SEMITROPICALI [se volete sapere che significa, chiedetelo agli scienziati]. “Poiché il clima di ogni paese ha una relazione inseparabile con le caratteristiche fisiche dei suoi abitanti, l’attenzione del Governo si è rivolta, da alcuni anni a questa parte, alla raccolta di precise statistiche meteorologiche nel territorio di tutti gli Stati Uniti”. In questo caso la causa del Riscaldamento Globale erano i venti tropicali e non lo scioglimento dei ghiacciai artici, forse perché non tutti sapevano ancora con precisione che diavolo fosse l’Artico. Ciò rendeva l’umanità molto più felice.
Purtroppo nel 1895 già il Times ricominciava a menarla con la glaciazione: “Prospettive di un nuovo periodo glaciale: i geologi pensano che il mondo stia per ghiacciarsi di nuovo”.
Per finire, cito anche lo splendido e significativo titolo di un articolo d’epoca comparso sul NYT del 5 gennaio 1855: “Uno sguardo alle notizie riportate dai media di lamentele sul fatto che il clima non è perfetto, raccolte da John Shotsky”. Orribile questa mancanza di perfezione. Un anno rischiamo di estinguerci congelati e sommersi, l’anno dopo soffocati nel Girarrosto Purificatore della vendetta della Terra Stuprata. Che mondo di merda. Se non ci fossero giornalisti e scienziati ad avvertirci del pericolo avremmo già fatto la fine dei dodo. Il che, a giudicare dal livello dell'informazione mediatica e dal discernimento della maggioranza dei suoi fruitori, non sarebbe forse una gran perdita per l’universo.
P.S.: chiudo con un appello accorato. Qualcuno ha per caso più visto il Buco nell’Ozono? Che gli è successo? Si è richiuso? E’ imploso come l’isola di Lost alla fine della quarta stagione? Era qui fino ad un attimo fa e ora non riesco più a trovarlo in nessun notiziario. Non trovo più neppure la sovrappopolazione, l’epidemia di aviaria e il Millennium Bug. Forse sono caduti nel Buco prima che implodesse. Vi supplico, aiutatemi a ritrovarli. Non posso vivere senza le mie paure. Garantisco mancia competente.
A "REPUBBLICA" IL PULITZER DELLA PANZANA

Che Repubblica fosse un giornale stracolmo di bufale era cosa nota da tempo. Ma questa volta siamo al capolavoro. Mi inchino umilmente (GF)
GLI SCOOP DI JORDI –
di Maurizio Matteuzzi
da Il Manifesto del 20 luglio 2008
(visto sul blog di Annalisa Melandri)
Chapeau a
In metà anno ha fatto una serie di scoop strabilianti. In sequenza: il 18 gennaio un incontro-intervista con Gabriel Garcia Marquez a Cartagena, notoriamente non facile da avvicinare; il 9 maggio un'intervista al venezuelano Hugo Chavez nel palazzo di Miraflores a Caracas; il 6 giugno un'intervista «in un luogo segreto della foresta amazzonica» con i due leader massimi delle Farc dopo la morte di Tirofijo, Alfonso Cano e Mono Jojoy; l'11 luglio incontro-intervista, in un luogo imprecisato di Bogotá, forse lo stesso palazzo presidenziale di Nariño, con il presidente colombiano Alvaro Uribe, l'eroe della cinematografica liberazione della Betancourt di qualche giorno prima (il 2 luglio), un altro che per avvicinarlo bisogna sputar sangue; il 18 luglio in un luogo imprecisato della selva forse in Colombia forse in Ecuador, un nuovo incontro-intervista con Alfonso Cano nel giro di un mese. Straordinario, considerato che mezzo mondo cerca Cano, a cominciare dagli efficientissimi reparti anti-guerriglia di Uribe. E che, a quanto si sa Cano sono (erano) 8 anni che non dava interviste.
Scoop che si devono tutti a un solo uomo. Jordi Valle si chiama, un ingegnere petrolifero che è nato in Catalogna ma vive sul lago di Como e «scrive per divertimento» (lo dice lui). Un amateur quindi, ma uno che, a quanto si legge nelle sue interviste, conosce ed è conosciuto. «Ti trovo sempre bene, don Gabriel», dice a Gabo. «Gli ricordo che...» fa a Uribe. Chavez «lo interrompiamo per chiedergli...». Il Mono Jojoy lo «aspetta davanti a una birra». Intimità e autorevolezza, capacità di trovare e avvicinare in qualsiasi momento gente che i giornalisti di mezzo mondo (e in qualche caso anche i servizi segreti) non si sognano nemmeno di poter localizzare e avvicinare.
Roba da rosicare dall'invidia.
Cappello. Anche se - a nostro modesto parere -
I colombiani, invidiosi anche loro, non ci stanno. Caracol, forse la radio più autorevole dell'America latina, dice di aver parlato con Valle al telefono e di aver concluso che è «un mitomane». L'ambasciata colombiana a Roma ha smentito l'intervista a Uribe, precisando che il presidente non concede interviste a nessuno da molti mesi. La stessa presidenza della repubblica colombiana (www.presidencia.com.co) ha addirittura diffuso venerdì scorso un comunicato in cui sostiene di aver scritto una lettera alla direzione di Repubblica già l'11 luglio per precisare che «il Presidente Alvaro Uribe non ha mai fatto le false dichiarazioni» attribuitegli dal «giornalista Jordi Valle». Anzi Uribe sostiene «di non aver mai incontrato il signor Valle né di avergli concesso alcuna intervista» e intigna ancora affermando che «il signor Valle dal 2002 non ha mai messo piede alla presidenza della repubblica». E non solo a Palazzo Nariño: dai registri di migrazione del Das, il Dipartimento amministrativo di sicurezza, non risulta che qualcuno «che dice di chiamarsi Jordi Valle sia mai entrato in Colombia».
Chissà che prima o poi non si faccia vivo anche Alfonso Cano.
* * *
Dal sito della Presidenza della Repubblica di Colombia (traduzione di Gianluca Freda):
COMUNICATO
Il giornale italiano Repubblica, sul suo supplemento Il Venerdì, ha pubblicato lo scorso 11 luglio un articolo contenente false dichiarazioni che il giornalista Jordi Valle attribuisce al presidente colombiano Álvaro Uribe Vélez.
Lo stesso giorno il Governo ha smentito questa intervista in una lettera inviata alla direzione del periodico, nella quale segnala che: “Il presidente Alvaro Uribe non ha mai rilasciato tali dichiarazioni. Il Mandatario non si è mai incontrato con il signor Valle né gli ha mai concesso alcuna intervista. Il signor Valle non ha più contattato
Secondo il registro degli ingressi del Dipartimento Amministrativo di Sicurezza (DAS), colui che afferma di chiamarsi Jordi Valle – che secondo la versione dei mezzi di comunicazione sarebbe di nazionalità italiana e si sarebbe incontrato col presidente Uribe lo scorso 26 giugno – non è neppure entrato in Colombia.
Le false affermazioni attribuite al presidente colombiano – la settimana scorsa sul dibattito politico negli Stati Uniti e oggi sulla ‘Operación Jaque’ – contravvengono al corretto esercizio del giornalismo e provocano un grave danno alla Colombia.
* * *
FALSE INTERVISTE SU REPUBBLICA,
di Gennaro Carotenuto
Il caso delle interviste impossibili pubblicate dal supplemento Il Venerdì, di
In questi giorni si era scomodato addirittura il Caporedattore de Il Venerdì, Attilio Giordano, per preannunciare un documento inoppugnabile sul supplemento Il Venerdì di ieri. Ieri era il gran giorno e la delusione è stata cocente.
A p. 128, c’è una letterina firmata dal discusso ambasciatore di Colombia a Roma, Sabas Pretelt (nella foto), di recente inquisito per lo scandalo di corruzione che portò alla rielezione di Álvaro Uribe, noto come Yidispolitica, dal nome della parlamentare Yidis Medina, condannata per essere stata corrotta da Pretelt stesso.
Ebbene Sabas Pretelt nella lettera non legittima in nessun modo l’articolo di Jordi Valle, che non viene neanche nominato, né smentisce in alcun modo la smentita del proprio governo che afferma esplicitamente che l’articolo sia falso. Si limita a dire che, in riferimento ad alcune affermazioni offensive contro Barak Obama attribuite al presidente colombiano, “il Signor Presidente Alvaro Uribe Vélez giammai si è riferito in termini squalificanti verso nessun candidato alla Casa Bianca.”
Quindi nella lettera, non disponibile online e pubblicata in un angolo marginale del supplemento, non c’è nessun documento inoppugnabile, nessuna pezza di appoggio, nulla che dimostri che l’intervista ad Uribe e tantomeno le altre siano vere. L’unica cosa che resta è il comunicato ufficiale del governo colombiano che afferma testualmente: “El Mandatario jamás se reunió con el señor Valle ni le concedió entrevista alguna”, ovvero, “Il presidente non ha mai incontrato il signor Valle né gli ha mai concesso un’intervista”. Ovvero Sabas Pretelt fa un magro favore a





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