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KING GEORGE

by Gianluca Freda (23/06/2008 - 23:15)


E’ morto a 71 anni George Carlin, nome che forse a un italiano non dice molto. Se cercate su internet, troverete molti siti che parlano di lui come di un grande comico. Non era un comico. Era un grande maestro dello spettacolo satirico, quella satira che dice la verità e denuncia il potere, quella che da tanto tempo non si vede più nelle desolate lande americane. Qualcuno lo ha definito “il Beppe Grillo americano”, il che è riduttivo ed è un ribaltamento della verità. Sarebbe più esatto dire che Beppe Grillo è diventato, col tempo, il George Carlin italiano, non sempre altrettanto incisivo. Ho tradotto e sottotitolato qui sopra uno dei suoi pezzi più celebri, per tutti quelli che non hanno mai avuto il piacere di ascoltare uno dei suoi spettacoli. Penso che nei prossimi giorni metterò sul blog qualcun'altra delle sue performance più famose. Auguro a George, dovunque egli sia adesso, di aver trovato ciò che cercava. Spero che si trovi di fronte al Sole, o a Joe Pesci, e non a quel coglione col triangolo in testa.

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IL MONDO E' PAESE

by Gianluca Freda (22/06/2008 - 21:17)


I DEMOCRATICI SONO PEGGIO DEI REPUBBLICANI?
di Cenk Uygur
dal sito The Smirking Chimp
Traduzione di Gianluca Freda
 

Il presidente Bush è il presidente più impopolare di tutti i tempi. Letteralmente. Nessun presidente nella storia americana ha avuto indici di gradimento così bassi. Nonostante ciò, continua comunque a fare polpette dei Democratici.

Se continuate a perdere contro il peggiore, questo cosa fa di voi?

Oggi il presidente Bush otterrà un’altra enorme vittoria sulla “telecom immunity” [la legge che concede alle compagnie di telecomunicazioni l’immunità per aver autorizzato ed eseguito  intercettazioni illegali, NdT]. La farà franca dopo aver violato la legge e avere ordinato alle compagnie private di violare la legge per lui, cosa che egli ammette senza peli sulla lingua. Egli utilizza l’argomentazione secondo la quale negli Stati Uniti d’America il presidente sarebbe al di sopra della legge. E i democratici non riescono a trovare il modo di replicare a questa argomentazione.

Io non ho alcun rispetto per i Democratici. Bisognerebbe essere pazzi per averne. Pazzi. Accecati dalla speranza o dalla partigianeria per avere rispetto per questo branco di perdenti. Continuano a ripeterci che non è possibile avere ragione del presidente più impopolare di tutti i tempi. Esiste una parola più forte di “perdente”? Se esiste dovrebbe essere applicata ai Democratici; se non esiste, bisognerebbe crearne una per i Democratici.

Da una parte, i Democratici continuano a ripetere che non si può far passare nessuna legge al Congresso perché ci sono 41 senatori Repubblicani che fanno ostruzionismo contro ogni provvedimento. Dall’altro lato, i Repubblicani riusciranno oggi a far passare al Congresso la legge sulla “telecom immunity”. I Democratici non hanno forse 41 senatori per bloccare questo provvedimento? Certo che li hanno. E’ solo che non hanno il coraggio. Sono collaborazionisti.

Credo che nessuna azione del presidente spingerebbe mai i Democratici a sfidarlo sul serio. Ha violato la legge, lo ha ammesso, glielo ha sventolato in faccia e poi ha fatto passare una legge che garantisce l’immunità alla sua violazione della legge. Quale altre leggi avrebbe potuto infrangere il presidente? Stando ai suoi precedenti, praticamente tutte.

Se i Democratici avessero voluto fare la cosa giusta, la strategia sarebbe stata terribilmente semplice. Far passare una legge sull’intelligence che ponesse fine alle infiltrazioni estere nelle agenzie di telecomunicazione (l’unico argomento di sicurezza nazionale che meriti di essere affrontato) e che non prendesse in nessuna considerazione una “telecom immunity”. Poi inviarlo al presidente. Lasciare che ponesse il veto. E a questo punto strillare ai quattro venti che il presidente stava mettendo a rischio la sicurezza nazionale. Perché sarebbe stato proprio così.

La “telecom immunity” non ha ormai più nulla a che vedere con la sicurezza nazionale. Prima di tutto perché è retroattiva, quindi non ha nulla a che fare con gli attuali problemi di sicurezza. Secondo, perché i trasgressori avranno il loro processo. Se hanno ragione, allora non hanno niente di cui preoccuparsi. Le loro azioni saranno giudicate legali e non ne saranno ritenuti responsabili. Problema risolto.

Non è che questa strategia sia difficile da attuare. E’ che i Democratici non vogliono attuarla. Questo perché non hanno intenzione di mettere in atto alcuna strategia, né di intraprendere alcuna battaglia, né di vincere una qualunque partita. Sono spaventati a morte dai Repubblicani, e questo proprio mentre i Repubblicani iniziano a fuggire verso le colline e a chiedersi quanti altri seggi in Congresso sono destinati a perdere.

Notazione a margine: tutto questo significa che i Democratici sono privi di coraggio. Potrebbe perfino significare che sono indifferenti e che mirano a perdere di proposito. Ma non significa che siano stupidi. Hanno calcolato che le sconfitte politiche porteranno a vittorie elettorali. E pare che abbiano avuto ragione. Ma queste sconfitte politiche avranno conseguenze drammatiche per il nostro paese e la nostra costituzione.

Pensate a questo, per esempio: se il presidente è legittimato ad ordinare a compagnie private di infrangere la legge per motivi di sicurezza nazionale, perché non dovrebbe ordinare a qualche azienda di entrare, ad esempio, in un edificio come il Watergate di Washington e dire poi che ciò è stato fatto per la sicurezza nazionale?

Dite che è assurdo? Ma cosa sono le intercettazioni non autorizzate se non una violazione di domicilio? Esse violano la privacy entrando nelle vostre conversazioni e comunicazioni personali, senza autorizzazione e in violazione della legge. Sappiamo forse quali persone sono state intercettate? Non potrebbe darsi che i Democratici stiano oggi legalizzando retroattivamente le intercettazioni compiute sui loro stessi telefoni?

Poiché sono un tipo ingenuo e credulone, io non penso che l’amministrazione Bush abbia fatto spiare i Democratici. Ma non ho nessuna base per affermarlo. Come facciamo a sapere se l’hanno fatto oppure no? Come possiamo sapere che i Democratici non stiano garantendo l’immunità perfino ad un’azione come questa? Non possono saperlo, perché non si sono neppure curati di scoprire chi sia stato intercettato e per quale motivo.

Ora devo fare le rituali considerazioni su quei membri del Partito Democratico che fanno il loro dovere. Citerò l’esempio standard di Russ Feingold (è un esempio standard perché sembra essere l’unico che compie il proprio dovere con frequenza regolare). Detto ciò, se credete che il congressista o senatore che avete votato sia uno di quelli onesti, probabilmente vi sbagliate. Questa è una capitolazione di massa. Sono quasi tutti d’accordo per portarla avanti.

E poi, naturalmente, ci sono le rituali considerazioni sui motivi per cui i Repubblicani sono peggio. Sì, certo che lo sono. Sono loro che hanno commesso i crimini per primi. Ma io li capisco, comprendo le loro motivazioni. E’ la stomachevole capitolazione dei Democratici che mi fa infuriare. Chi potrebbe mai avere rispetto per un collaborazionista? Non è forse questo il tipo di persone a cui meno vorreste essere associati?

Il principale vantaggio dei Democratici è che essi sanno che non abbiamo nessun altro a cui rivolgerci. Sanno che siamo abbastanza furbi da non votare per questi Repubblicani. E questo, sul breve termine, potrebbe anche essere vero. Ma sarà meglio elaborare un piano per fare fuori questi pagliacci al prossimo giro. Fate una lista delle persone che hanno collaborato con i Repubblicani nei momenti cruciali. E al momento dovuto, tutti loro dovranno ricevere una visitina da qualche loro oppositore nelle primarie. Facciamo una lista e controlliamola due volte. E non dimentichiamoci mai dei loro nomi. 

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TACI: IL NEMICO TI ASCOLTA

by Gianluca Freda (18/06/2008 - 21:38)


“Soltanto l’ingiustizia può abolire l’ingiustizia
Non nessuna parola abilmente pronunciata”

(Giovanni Giudici, L’appello, da “O Beatrice”)
 

“Toh, è tornato Berlusconi al governo?”. Così un astronauta appena tornato da Marte, dopo esservi rimasto due anni ad istruirsi sulla lingua delle popolazioni locali, commenterebbe la lettura dei titoli dei giornali di questi giorni. Non avrebbe alcun bisogno di conoscere gli eventi politici ed elettorali degli ultimi mesi. Gli basterebbe dare un’occhiata superficiale ai soli titoli di prima pagina, che parlano di “legge salva-premier”, di “opposizione che lascia l’aula”, di “disappunto del Presidente della Repubblica” per capire che è tornato in città, tale e quale, il malinconico teatrino che ha accompagnato la vita del paese per tutto il quinquennio 2001-2006.

Il copione è lo stesso di sempre. Berlusconi va a Palazzo Chigi e, all’improvviso, si sente artefice delle gloriose sorti e progressive di questa repubblica di cialtroni. Vuole poter fare a modo suo. Ma si sente limitato. Non tanto dai manovratori finanziari internazionali (per lo più USraeliani) che decidono ogni aspetto della politica italiana in apposite, ristrettissime riunioni di vertice. Contro costoro Berlusconi non assume alcuna iniziativa, anzi si sdilinquisce in profondi inchini e zuccherosi salamelecchi. Sono loro i padroni d’Italia e Berlusconi, da buon maggiordomo italiano, sa bene che ai padroni bisogna sempre portare rispetto. Ciò che gli fa rabbia e paura sono gli altri maggiordomi, quelli della coalizione rivale. I padroni trattano questi ultimi da interlocutori affidabili e privilegiati. Li invitano al Bilderberg. Donano loro posizioni di grande rilievo nelle istituzioni europee. Affidano a loro tutte le leggi e misure di polizia attraverso le quali ridurre l’Italia al silenzio e all’impotenza. Affidano a loro anche il compito di tenere sotto controllo il maggiordomo appena assunto (Berlusconi), che è sì marcio e corrotto fino al midollo (dunque ricattabile e manipolabile), ma anche troppo ricco e imprevedibile per essere considerato leale. Lui, poveraccio, si fa in quattro per guadagnarsi il plauso dei boss: accetta nella sua coalizione giudei sanguinari ed esaltati come Fiamma Nirestein, impone ai suoi organi mediatici una linea rigorosamente filoisraeliana, nomina il sionofilo Franco Frattini agli affari esteri, militarizza le città, favorisce ed esalta la corruzione politica, offre agli imprenditori mafiosi e collusi inceneritori e  discariche senza controlli su un piatto d’argento. Ma niente da fare, i boss continuano a preferire i maggiordomi “rossi”, servi di provata e antica fedeltà al Nuovo Ordine prossimo venturo. Allora Berlusconi – seguendo un copione consolidato – perde le staffe. Ah, non mi apprezzate? Volete fottermi? E io mi faccio una legge per sottrarmi al ricatto dei vostri camerieri! Vediamo chi la vince, vediamo!

Nascono così le leggi Gasparri, Cirami e Pittelli, i lodi Schifani, le leggi salva-Previti e salva-Dell’Utri, che tengono il povero cristo impegnato l’intera legislatura a lottare contro i suoi sorveglianti. Le gloriose sorti e progressive sono dimenticate. L’azione di governo si trasforma in una disperata e infinita partita a scacchi per sfuggire all’accerchiamento. Nella sua inenarrabile avidità e stupidità, l’uomo permette al suo stesso putridume morale di tenerlo inchiodato nell’angolo, affannato a difendere un impero mediatico tanto osceno quanto obsoleto, che – con lo sviluppo di internet – sarà pronto per il museo tra qualche anno. Così la corruzione degli uomini si trasforma nella loro catena e la storia dei duci italiani è anche la storia – e la condanna - di ogni italiano. 

E’ questo l’oscuro potere dell’apparato capitalista: il potere di mutare ogni sogno di gloria, per quanto perseguito con fatica, in un’arma perennemente puntata alla tua testa. Scriveva Franco Fortini: “Oppressori e sfruttatori (in occidente, quasi tutti; differenziati solo dal grado di potere che ne deriviamo), con la non-libertà di altri uomini si pagano l’illusione di poter scegliere e regolare la propria individuale esistenza”. Berlusconi credeva di poter regolare le sorti del paese modellandole a sua immagine e somiglianza. Invece non farà altro che lottare, per altri cinque anni e probabilmente fino al termine dei suoi giorni, per salvare la sua “roba” dalle trappole orchestrate dai suoi padroni per tenerlo in riga.

Questo spettacolo, piuttosto desolante, è spesso vivacizzato dall’entrata in palcoscenico di alcune comparse che tengono sveglio il pubblico con esibizioni ludiche di olimpionica faccia tosta. Ne è un esempio l’articolo di Giuseppe D’Avanzo, pubblicato oggi su Repubblica, che lancia acuti guaiti e latrati di disperazione contro l’attacco alla democrazia (non ci metto più neanche le virgolette, trattandosi di un sistema che mi dà ormai i rovesci di stomaco al solo sentirne il nome) rappresentato dalla legge sulle intercettazioni, attualmente in discussione in Parlamento. D’Avanzo, noto pasdaran dei maggiordomi di prima fascia, scrive:

“”Una rassicurante frustrazione" è la passione dominante in Italia, sostiene Giorgio Agamben. E’ il sentimento che prova chi è stato espropriato delle sue capacità espressive, è l'impulso di chi, "senza avere nulla per tirarsene fuori", si consegna a un silenzio dinanzi all'"intollerabile". E’ insostenibile in Italia lo stordito consenso a questa riduzione al silenzio, la quieta accettazione del vuoto di parole di un intero popolo di fronte al proprio destino.

Non c'è dubbio che contribuiscano a questo sentimento il disincanto delle élites, la debolezza dell'opposizione politica, il rumore dei media, la narcosi di un corpo sociale frastornato da una comunicazione nebbiosa, truccata, prepotente. Per l'ultima prova di forza di Berlusconi - un déjà vu - non accade nulla di diverso.”

Ma senti senti da che pulpito viene la predica sulla “riduzione al silenzio”. D’Avanzo è l’articolista di punta di un giornale che si è sempre distinto per la censura di tutte le notizie di un qualche interesse collettivo e politico. Ha zittito con risate di scherno il lavoro compiuto, spesso a rischio della carriera o della pelle, dai ricercatori della verità sull’11 settembre, quelli che D’Avanzo chiama con disprezzo “complottisti”. Ha messo la museruola alle ricerche sui brogli elettorali italiani del 2006 e a quelli americani del 2004. Incita senza sosta al linciaggio contro i “negazionisti” e un anno fa fu tra i principali apologeti dell’assalto a Robert Faurisson alla conferenza di Teramo. Chiama “antisemita” chiunque provi a denunciare la ferocia di Israele e il suo influsso malefico sull’economia e la politica degli stati europei. Se non trova “antisemiti” in giro contro cui aizzare i cani, se ne inventa qualcuno dal nulla, come accadde qualche mese all’autore del blog che Repubblica trasformò, con argomenti falsi e vergognosi, in un mostro da sbattere in prima pagina. Ha zittito ogni voce sull’esistenza del Trattato di Lisbona, evitando accuratamente di informare i suoi lettori su un provvedimento truffaldino che avrà effetti devastanti sulle loro vite. Ha taciuto sulle clamorose proteste (potete vederne una nel filmato qui sotto) avvenute all’interno dello stesso Parlamento Europeo all’atto di ratifica del trattato. Oggi tace sulla presa di posizione del presidente ceco Vaclav Klaus, che sul referendum irlandese ha detto: «I risultati sono, voglio sperare, un messaggio chiaro per tutti. E’ una vittoria della libertà e della ragione su progetti elitari artificiali e sulla burocrazia europea. Il progetto di trattato di Lisbona è finito oggi, con la decisione degli elettori irlandesi, e la sua ratifica non può continuare». Gli argomenti più gettonati su Repubblica sono: il terrorismo (dove sarà Osama?), l’antisemitismo (che brutto, che brutto!), il calcio (alèèè, l’Itaglia ha battuto la Spagnaaa...o era il Lussemburgo, boh...), il gossip (sapevate che il tenente Sulu di Star Trek è gay e sta per sposarsi?) e ovviamente la malvagità di Berlusconi.

Ora, vorrei dirlo con la massima serenità intellettuale: Berlusconi non è malvagio. Non più della media, almeno. E’ solo un italiano corrotto, corruttore, evasore, dedito alla piaggeria verso i potenti e all’abuso del potere che gli è stato conferito anziché al suo esercizio a vantaggio della collettività. Un italiano normale. Non diverso, in questo, dalla stragrande maggioranza degli italiani. Non diverso dai giornalisti di Repubblica, che utilizzano il loro potere nell’informazione per mettere a tacere le notizie sul Trattato di Lisbona e linciare gli irlandesi che lo hanno respinto, propinando però ai lettori corposi reportage sulle nozze Briatore-Gregoraci (io non ho ancora capito chi cacchio siano questi due, sarà che non leggo abbastanza Repubblica).

Berlusconi è solo un italiano come tanti. Uno dei tanti italiani che in un paese “normale” (usiamo questo termine per indicare una moralità pubblica di livello tollerabile) marcirebbe da tempo in un braccio di Regina Coeli, accanto alle celle di Prodi e Veltroni, di fronte a quelle di D’Avanzo e Scalfari. E in un paese “civile” (uso questo termine per definire una moralità pubblica di livello medio-alto, come ad esempio quella dell’Iran) finirebbe sforacchiato da un plotone d’esecuzione con l’accusa di Alto Tradimento, insieme ai compagni suddetti; per la gioia dei bambini, per i quali l’esecuzione di questi indegni figuri, opportunamente allestita nelle aree ricreative degli istituti scolastici o nei parchi-giochi durante le feste di compleanno, rappresenterebbe un’esperienza di alto valore educativo e formativo. Berlusconi pensa come l’italiano medio, è ignorante come l’italiano medio, corrotto e donnaiolo come l’italiano medio, considera il “posto” un privilegio personale e non un pubblico ufficio come l’italiano medio. L’italiano medio non è affatto stato “zittito” come guaisce D’Avanzo. E’ vivo e loquace, sta con Berlusconi e lotta insieme a lui. D’Avanzo compreso. 

Non è vero che, sul problema delle intercettazioni, gli italiani siano “ridotti ad uno stordito silenzio”. Basta sentire come latra D’Avanzo, articolista di un giornale che senza le intercettazioni non disporrebbe più del potere vicario di controllo sulla politica e di ricatto verso i comuni cittadini. Ricordate le “inchieste sui pedofili” (citate dallo stesso D’Avanzo nel prosieguo dell’articolo) che erano servite a Repubblica per infamare persone del tutto innocenti e diffondere nell’opinione pubblica paura e psicosi?

Basta ascoltare le tardive e isteriche sceneggiate dei compagni di merende del PD (Veltroni e Napolitano in primis) che fino a ieri celebravano – col sostegno della stampa – la gloria imperitura delle larghe intese e oggi tremano alla prospettiva di perdere il loro potere di ricatto sull’avversario. Non tace neppure la maggioranza degli italiani, che applaude e approva il provvedimento berlusconiano.

Non taccio neppure io, che provo schifo, fino ai conati, per un presidente del consiglio che si fa leggi su misura per sfuggire alla meritata galera. Ma il fatto è che le intercettazioni, in Italia, non servono affatto a mettere in galera i corrotti. Se così fosse, sarebbero da difendere a costo della vita. Invece nessun potente è mai finito in gattabuia in virtù di un processo, quali che siano le prove raccolte a suo carico e comunque siano state raccolte. Le intercettazioni, in questo paese, sono, nella migliore delle ipotesi, solo uno strumento di ricatto verso quei politici-maggiordomi che rifiutino di conformarsi alle direttive dell’elite bancaria e finanziaria che sta riprogettando il mondo a tavolino. Tu sgarri o pretendi troppa autonomia, e il giorno dopo la tua conversazione telefonica con l’amante o con il commercialista compare in prima pagina su Repubblica, con l’indignato commento di D’Avanzo. Nella peggiore delle ipotesi, le intercettazioni servono a diffondere nell’opinione pubblica la paura dell’inesistente (i pedofili) o a infamare le vittime di qualche strage di stato (ricordate le telefonate dei genitori di Carlo Giuliani pubblicate da Libero in occasione dell’apertura del processo ai massacratori della Diaz?).

Le intercettazioni servono a ricattare – con la complicità della stampa di regime – quei politici disobbedienti all’elite e “deboli” (nel senso che non sono tutelati direttamente dai loro burattinai e devono proteggersi coi loro mezzi, come il nano nazionale). Servono a rimettere in riga, a spegnere ogni pericolosa istanza critica verso il progetto elaborato dai nuovi padroni del mondo usraeliani. I politici “forti” (cioè i maggiordomi di prima fascia, come gli uomini del PD) non temono le intercettazioni. I loro accusatori, per quanto corpose siano le loro indagini preliminari e le intercettazioni su cui sono fondate, vengono zittiti con la rapidità del lampo. Non c’è bisogno di leggi ad personam. Il magistrato che indaga sui favoriti dell’elite occulta si vedrà sottrarre l’inchiesta con i pretesti più assurdi. Verrà attaccato e disonorato dalla stampa. Riceverà telefonate ed e-mail di minaccia contro familiari e parenti. I suoi beni immobiliari verranno dati alle fiamme, i suoi genitori moriranno in un misterioso “incidente”, stampa e TV lo chiameranno “esaltato”, infine verrà trasferito dal CSM per incompatibilità. Clementina Forleo e Luigi De Magistris dovrebbero saperne qualcosa. I potenti, quelli forniti di protezioni di alto livello, dormono comunque tra due guanciali, con o senza telefoni sotto controllo. E’ la piccola malavita, di cui Berlusconi è il simbolo nazionale, che si preoccupa. E reagisce come può, credendo – beata ignoranza – che il problema si possa risolvere prendendo in ostaggio il Parlamento e pretendendo, in cambio del suo rilascio, un certificato di eterna impunità. Ovviamente non funzionerà. I processi contro Berlusconi continueranno a proliferare e altre legislature andranno perdute nel tentativo di sottrarsi alle (giuste) condanne. Berlusconi dovrà rassegnarsi ad essere un maggiordomo di serie B e ad ubbidire non solo ai padroni di casa, ma anche ai maggiordomi delegati. Certo, potrebbe semplificarsi la vita diventando onesto. Sospendere gli intrallazzi, rinunciare a pagare giudici in cambio di sentenze favorevoli, smettere di nominare presidenti della RAI in cambio della fornitura vitalizia di puttane aspiranti alla gloria catodica. Sarebbe la soluzione più semplice: combattere l’immoralità altrui con la propria moralità personale anziché con un’immoralità di pari livello. Ma sarebbe umiliante per un Duce che aspiri ad essere amato dal popolo. Così poco italiano.

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THE PIGS ARE WALKING!

by Gianluca Freda (15/06/2008 - 16:43)


IRLANDA: COME IL PROSCIUTTO CONTRO LA TENIA
di Bruno Fontanesi
dal blog Il linguaggio dimenticato
(grazie ad @lecs per la segnalazione)
 

La Tenia (meglio nota col nome popolare di "verme solitario") è un parassita del maiale.

La sua forza sta nel nutrirsi dell' organismo ospite, ma senza quasi dare sintomi avvertibili, mantenendosi sempre ben nascosta all' interno dell' organismo stesso.

E nel sapere scegliersi bene l' ospite, in quanto al Maiale piace molto mangiare fino ad ingozzarsi, grufolare e rotolarsi nel fango, non avere pensieri e, nella sua profonda stupidità, il Maiale neanche si renderà conto dell' esistenza della Tenia che vive dentro di lui ...

Va da sé che anche qualche Maiale non sia un Analfabeta Totale, e sia capace di mettere assieme due dati... e comincerà a vedere nel suo organismo manifestarsi strani sintomi, che altro non si spiegano se non con la presenza attiva del subdolo Parassita ... ed essendo intelligente, il Maiale Consapevole sa bene a quale cura dovrà ricorrere per estirpare il Parassita, per il quale il maggior vantaggio è dato proprio dall' "invisibilità": "Farlo uscire allo scoperto" sarà la preoccupazione prima del Maiale Consapevole che intende liberarsi del pericoloso Parassita.

E sa anche che il metodo, del tutto naturale ed indolore, per poter fare ciò è assolutamente a portata di mano ... se il Parassita è goloso di Maiali, occorrerà stanarlo offrendogli lo stesso alimento...

Prosciutto... ricorrendo a un surrogato !!!

Nello specifico, si tratta di seguire queste indicazioni:

"Per una settimana, introdurre quotidianamente (e delicatamente!) per via rettale un grissino, rigorosamente avvolto con Prosciutto Crudo  - specificare bene che sia di Parma, o la tenia neanche vorrà assaggiarlo...

La tenia si nutrirà contenta della nuova prelibatezza, dimenticandosi momentaneamente del Maiale...

All' ottavo giorno (e qui sta il "quid" della cura) si introdurrà solamente il grissino... La tenia non saprà sopportare tanto oltraggio e, dimenticata ogni prudenza, oserà affacciarsi tra le chiappe del maiale, rendendosi visibile e quanto mai vulnerabile...

E qui il Maiale Consapevole avrà una chanche incredibile per liberarsi del Parassita... basterà semplicemente afferrarlo, e tirare con forza ... !!!!

La Parabola, (già attribuita a quel burlone dell' Apostolo Pietro venuto proprio nel cuore dell' Impero per fondarvi una inizialmente rivoluzionaria Chiesa) serva semplicemente a capire la grossa chanche che l' Irlanda, con il suo "NO" popolare alla ratifica del "Trattato di Lisbona", ha dato a tutti noi contro il "Parassita Globale"... perchè solo di una chanche temporanea si tratterà, statene ben certi, e non di una vittoria definitiva, come già ieri sera faceva notare il quotidiano "Repubblica" (che, quantomai lontano dal rispecchiare la radice latina del nome di cui si fregia, sappiamo benissimo a quali privatissimi interessi porge il megafono mediatico)...

Gli Eurocrati non si faranno certo arrestare da questo piccolo impasse ...

Ma, esattamente come la Tenia, davanti al nudo grissino saranno costretti a mostrare la testa...  

Ora sta a VOI acchiapparla !!!!

E con quel "VOI" non mi riferisco tanto ai vari "casalinghi loro malgrado" che, pur consapevoli, hanno ben pochi mezzi per poter opporsi al cappio invisibile che ci stringe il collo...

No, mi riferisco proprio a "VOI", i Maiali Coglioni e Inconsapevoli che viaggiano allegramente a bordo dei loro "Suv", convinti che la vita gliela dà... talmente impegnati a correre e a far soldi da neanche sapere, per la maggior parte, cosa dice e prevede il suddetto Trattato...

(e inconsapevoli di avere già il Parassita in corpo, di non essere nient' altro che Maiali che il Parassita lascia ingrassare per poter oggi comodamente succhiare, e domani disfarsi della vostra inutile carcassa)...

Coglionazzi, svegliatevi... certo, che per ora, il "mercato" (e chi lo fa) vi sta favorendo, esattamente come il piano Marshall nel dopoguerra ha favorito lo sviluppo economico di contadini, commercianti, artigiani, piccoli imprenditori... ma solo per poterli "risucchiare" più avanti, come ben visto in questo post ...

Perchè è esattamente così che funziona la "pompa aspiratutto" dell' economia virtuale voluta dai banchieri, e della politica al loro servizio... un' economia e una politica assolutamente "vuote e virtuali", che non hanno nessun senso e nessuna giustificazione se non nel loro potere di riuscire a "risucchiare" beni reali, proprietà, popolazioni, nazioni,  prima impadronendosene economicamente, e poi giuridicamente...

Ma, esattamente come la tenia, il Parassita Globale sa di non poter far questo da solo... sa bene di non avere, effettivamente, che la forza e la consistenza di un verme... e si servirà dei Maiali, lasciando che siano quelli gli organismi che si muovono in sua vece... provvedendo adeguatamente a sfruttarli, succhiandoli e nutrendosene fino a sfinirli...

E farà questo via-via, mantenendosi nell' ombra, per piccoli passi... avanzando per gradi sociali sovrapposti... cominciando a mangiarvi il retto, per poi passare allo stomaco, quindi al cuore, fino al cervello...

Prima è avvenuto con i piccoli artigiani, commercianti, imprenditori, dapprima favoriti (esattamente come maiali che il Piano Marshall ha voluto ingrassare) e poi costretti dal Parassita a chiudere bottega, a vendere, ad entrare nella grande distribuzione, a lasciarsi gestire da banche e company...

Ora è il vostro tempo, "Maiali con la fabbrichetta", che magari hanno convinto ad "ammodernare" portando la produzione all' estero... ora (come stanno già facendo) vi aumenteranno le spese di gestione che prima sembravano essere così vantaggiose... cominceranno con l' aumentare proprio quel petrolio così necessario per spostare le merci prodotte altrove... e, quando "non ci starete più dentro" perchè le spese esagerate vi renderanno "non più competitivi" sull' Onnisciente Mercato, vi costringeranno a chiudere, a vendere, o a "inglobarvi" in un giro più alto... il prossimo che il Parassita attaccherà.

Svegliatevi: L' Irlanda ha avuto il grande merito di farvi uscire il Parassita dal retto, portandolo allo scoperto proprio tra le vostre chiappe...

A "VOI", ora, saperlo afferrare, ed estirpare con forza.

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GENTE DI DUBLINO

by Gianluca Freda (14/06/2008 - 15:35)


Ma sì, brindiamo pure. Leviamo in alto le nostre pinte di Guinness e facciamo cin cin alla salute dei cittadini irlandesi, che ci hanno regalato qualche attimo di respiro. Ma rendiamoci conto che il progetto degli autocrati di Bruxelles – quello di un orwelliano governo centrale europeo che cancelli per sempre ogni sovranità nazionale – non è certo defunto, ma solo temporaneamente rallentato.

Fra tutte le dichiarazioni imbecilli sul risultato del referendum irlandese, spicca come sempre quella di Giorgio Napolitano, secondo la quale sarebbe ingiusto che all’1% degli europei sia concesso il diritto di decidere per tutti. Napolitano dimentica di dire che quell’1% è l’unica fetta di cittadini d’Europa a cui sia stato permesso di esprimere un parere sull’immondo Trattato di Lisbona. Con l’eccezione dell’Irlanda, il restante 99% dei cittadini d’Europa ha dovuto ingoiare il trattato a scatola chiusa, volente o nolente, senza potersi esprimere in merito. Se – come sarebbe giusto e opportuno, trattandosi di una decisione che pregiudica il nostro futuro  – referendum come quello irlandese si fossero tenuti in tutti i paesi membri, i NO sarebbero stati una valanga di proporzioni continentali. Napolitano ha aggiunto che chi si oppone a una decisione presa da tutti i paesi europei (voleva dire: dagli equivalenti di Napolitano, presenti purtroppo in quasi tutti i paesi europei) dovrebbe star fuori dall’UE. Forse la vecchiaia gli ha danneggiato l’udito: è esattamente questo che gli irlandesi hanno chiesto col loro referendum.

Ogni volta che gli europei sono stati chiamati alle urne per decidere sull’unificazione economica e politica del continente, i risultati sono stati fallimentari per gli imperatori di Bruxelles. I cittadini di Francia e Olanda, con i referendum del 2005, avevano affossato la cosiddetta “Costituzione Europea” (in realtà un fogliaccio che con linguaggio magniloquente pretendeva di trasformare in Costituzione tutti i precedenti trattati, rafforzandoli e conferendo alle direttive la natura di “leggi”). Gli eurocrati non si fermarono di fronte a questa bocciatura: riproposero tale e quale il testo respinto da francesi e olandesi cambiandogli il nome in “Trattato di Lisbona”. Questa volta si evitò di pubblicizzare troppo l’accordo, memori dell’esperienza precedente. La maggior parte degli abitanti d’Europa, a tutt’oggi, non è al corrente neppure della sua esistenza, ancor meno dei suoi contenuti. La ratifica fu data dai governi dei paesi membri, senza che i cittadini venissero interpellati né informati. I referendum, si sa, sono uno strumento utile solo quando c’è da pronunciarsi sull’orario di apertura dei negozi. Ma quando è in ballo un trattato che assoggetterebbe tutti i paesi d’Europa alle scelte compiute da Cipro o dalla Bulgaria, meglio evitare di coinvolgere il popolo. Soprattutto se queste scelte riguardano materie fondamentali come quelle sul sistema giudiziario, sull’istruzione, sulle alleanze internazionali. Il risultato potrebbe non essere quello sperato da Barroso.

Quest’ultimo, incassata l’ennesima mazzata irlandese (la prima era stata quella del Trattato di Nizza, altro attentato alla sovranità nazionale sventato nel 2001 dai cittadini d’Irlanda, che San Patrizio li benedica), si è democraticamente affrettato a dichiarare che degli irlandesi non gliene frega nulla e che il processo delle ratifiche proseguirà senza interruzioni. Gli hanno fatto eco buona parte degli yes-men europei, il che ci dà un’idea di quale sarebbe l’autonomia dei governi nazionali se il progetto di Barroso e dei suoi burattinai dovesse diventare realtà. Il Parlamento Europeo ha votato contro una mozione che chiedeva il rispetto per i risultati del referendum irlandese. Gordon Brown ha telefonato a Sarkozy dicendo che la Gran Bretagna ratificherà comunque il Trattato. Perfino Peter Sutherland, irlandese ed ex commissario europeo, ha detto “non posso credere che non si riuscirà a trovare un sistema per procedere lo stesso”. Non è dunque escluso che l’UE decida di applicare comunque il Trattato di Lisbona, riservandosi di definire in seguito i rapporti con i paesi che lo hanno respinto (tra questi potrebbe esserci anche la Repubblica Ceca, il cui presidente, Vaclav Klaus, sta meditando di indire un referendum sull’argomento).

Comunque vadano le cose, la marcia degli eurocrati verso il superstato sarà tutt’altro che trionfale. L’UE è un progetto creato a tavolino, artificiale e privo di anima, avversato dalla stragrande maggioranza degli abitanti del continente e ideato al solo scopo di rispondere agli interessi di dominio globale di pochi potenti, corrispondenti pressappoco al gruppetto di criminali riunitosi a Chantilly (Virginia) qualche giorno fa. Le difficoltà nel tenere in piedi un progetto così estraneo alla storia e alla cultura dell’Europa sono evidenti già oggi. La Grecia, al summit Nato dello scorso aprile, ha bloccato l’ingresso nell’UE della Macedonia, adducendo le solite perplessità di denominazione; la Germania teme l’ingresso di Georgia e Ucraina e le tiene sotto stretto controllo; la Polonia, paese di tradizione cattolica in un’Unione fondata su basi laiche, potrebbe avere qualcosa da obiettare su molte direttive europee, per esempio quelle sulla pianificazione familiare. La stessa Irlanda, anch’essa cattolica, ha visto trionfare i NO sotto il timore di un’estensione forzata a tutti i paesi membri delle leggi che consentono l’aborto; timore non necessariamente irragionevole e comunque indice dell’abuso che si compie pretendendo di unire sotto un’unica normativa centrale paesi di cultura e tradizione così diversa.

E’ a queste schermaglie che il Trattato di Lisbona intendeva porre fine, limitando drasticamente il potere delle entità nazionali di bloccare le politiche centrali. Ma questo è proprio ciò che agli irlandesi non è piaciuto; e che non piacerebbe a nessun popolo europeo, se solo avesse la possibilità di esserne informato e di esprimere pareri su questioni diverse dalle nomination del Grande Fratello (il reality televisivo, non Barroso). Se il progetto centralista dovesse mai diventare realtà, esso sarebbe causa di tensioni fortissime all’interno delle singole (ex) entità nazionali, costrette a digerire direttive centrali dannose, ostili e distruttive delle diverse identità culturali. Gli interventi “pacificatori” delle forze di polizia centrali diventerebbero a quel punto sempre più frequenti. Gli irlandesi, essendo meno capitalisticamente evoluti, e dunque più intelligenti della media del gregge europeo, non ci sono cascati e hanno momentaneamente sabotato questo tritacarne legislativo.

A guidare il sabotaggio c’era il glorioso Sinn Fein, unico tra i partiti irlandesi a schierarsi contro il Trattato, unito al gruppo Libertas, guidato dal miliardario Declan Ganley. Questi due soggetti hanno ottenuto un risultato strepitoso, dimostrando che gli eurocrati di Bruxelles, mai eletti da nessuno, non sono invincibili e che con un po’ di determinazione e di organizzazione è possibile mettere i bastoni tra le ruote al loro progetto di dominio sul continente. La campagna per il NO ha conquistato adepti a destra e a sinistra, prendendo le difese dei diritti dei lavoratori e della sostenibilità fiscale, schierandosi contro le privatizzazioni e contro l’aborto. I sostenitori del SI’ hanno invece puntato tutto su una campagna terroristica, minacciando l’aggravarsi della crisi economica del paese e agitando lo spettro di una esclusione dell’Irlanda dai gloriosi destini europei. Alla fine è stata proprio la parte di popolazione più disagiata sul piano economico che ha voltato le spalle a questi mercanti di paura.

Scrive Harry Browne su Counterpunch: “Il problema del Trattato è che era fin troppo facile per gli elettori collegare gli attuali problemi economici dell’Irlanda con il suo ruolo in Europa. Con la crescita della disoccupazione, si fa più viva l’attenzione verso tutti gli immigrati dell’est europeo che vengono a lavorare qui; mentre i prezzi delle case colano a picco, il presidente della Banca Centrale Europea annuncia un innalzamento dei tassi d’interesse; mentre gli allevatori sono preoccupati per il proprio futuro, la UE si accorda con il WTO per consentire l’ingresso di maggiori quantità di carni sudamericane nei mercati europei; i pescatori, disperati per la crescita dei prezzi del combustibile, organizzano il blocco dei porti principali e allo stesso tempo inveiscono contro le quote imposte dalla UE, che li costringono a gettare via tonnellate e tonnellate di pescato”.

Il NO al Trattato – che avrebbe annullato l’influenza dell’Irlanda in Europa, aperto la porta a politiche fiscali imposte dall’esterno e posto le leggi dell’UE al di sopra di quelle irlandesi – è stato un disastro per il neoeletto primo ministro Brian Cowen, che aveva sostenuto la campagna per il SI’ con tutte le proprie forze. Ma il 53,4% dei suoi concittadini ha dimostrato ora di non gradire la sua linea politica. Dopo il referendum, Declan Ganley ha dichiarato, con giusta soddisfazione: “Non si doveva dare per scontata la volontà del popolo irlandese. Nella loro enorme saggezza, gli irlandesi hanno preso il trattato, hanno guardato i suoi articoli e a quanto sembra hanno inviato all’elite di Bruxelles, mai eletta da nessuno, lo stesso messaggio dei nostri colleghi europei di Francia e Olanda”. Ha aggiunto: “Per amor di verità, bisogna dire che Mr. Cowen e i sostenitori del SI’ hanno fatto tutto ciò che potevano – incluso il ricorso ad alcuni colpi bassi – per ottenere i risultati voluti da Bruxelles, quindi nessuno potrà rimproverarli per questo. Ma ora Mr. Cowen ha il dovere di tornare a Bruxelles per chiedere che venga stipulato un accordo migliore”.

Ganley si illude. Il Trattato di Lisbona passerà così come è stato studiato dai burocrati europei o non passerà affatto. Una versione “edulcorata”, che preveda maggiore autonomia e maggiori garanzie per i singoli paesi dell’Unione, non è prevista nel progetto accentratore degli eurosauri. Non c’è il tempo, né la voglia, né la forza di riscrivere un nuovo trattato partendo da zero. Per fortuna, Ganley e tutti coloro che si sono battuti per il NO non sono soli in Europa. L’insofferenza verso la prepotenza dittatoriale di Barroso, dei suoi predecessori ed eredi nella Commissione e dei loro manovratori inizia a diffondersi a macchia d’olio in molti governi europei. Non c’è solo la nostra Lega di governo ad esprimere soddisfazione per il risultato del referendum irlandese. Perfino nell’allineatissima Francia sarkoziana, il primo ministro francese Francois Fillon, aveva dichiarato, prima del voto in Irlanda: “Se gli irlandesi decideranno di respingere il Trattato di Lisbona, naturalmente non ci sarà nessun Trattato di Lisbona”. La rabbia verso gli schiavisti eurocratici inizia a diffondersi in ogni angolo del continente e il risultato del referendum irlandese potrebbe amplificarla. Il tempo dirà se il coraggio dell’isola verde ci ha salvato da un futuro di subordinazione eurocentrica o ci ha solo regalato un attimo di tregua nella marcia dolorosa verso il nuovo ordine mondiale.

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BARUCH OBAMA

by Gianluca Freda (13/06/2008 - 00:35)


NO, I CAN’T!
di Uri Avnery
dal sito Counterpunch
Traduzione di Gianluca Freda
 

Dopo mesi di aspra competizione e di lotta spietata, Barack Obama è riuscito a sconfiggere la sua potente avversaria, Hillary Clinton. Ha compiuto un miracolo: per la prima volta nella storia un nero è diventato un candidato credibile per la presidenza del paese più potente del mondo.

E qual è la prima cosa che ha fatto dopo questa stupefacente vittoria? E’ corso alla conferenza dell’AIPAC, la lobby israeliana, dove ha tenuto un discorso che ha battuto tutti i record di piaggeria e servilismo.

La cosa è già di per sé abbastanza scioccante. Ancora più scioccante è il fatto che nessuno sia rimasto scioccato.

E’ stata una conferenza trionfale. Nemmeno questa potente organizzazione aveva mai visto niente di simile. 7000 funzionari ebrei, provenienti da tutti gli Stati Uniti, si sono radunati per accettare la sottomissione dell’intera elite di Washington, che è venuta a prostrarsi ai loro piedi. Tutti e tre gli aspiranti alla presidenza hanno tenuto discorsi in cui tentavano di superarsi l’un l’altro in adulazione. 300 fra senatori e membri del Congresso si sono accalcati nella sala. Chiunque desiderasse essere eletto o rieletto a qualsiasi carica, cioè chiunque nutrisse una qualsiasi ambizione politica, è venuto per vedere e farsi vedere.

La Washington dell’AIPAC è come la Costantinopoli dei bizantini al suo apice.

Il mondo ha assistito all’evento pieno di meraviglia. I media israeliani erano estasiati. In tutte le capitali del mondo la manifestazione è stata seguita da vicino e se ne sono tratte le conseguenze. Tutti i media arabi le hanno dedicato ampio spazio. Al Jazeera ha dedicato un’ora di dibattito a tale fenomeno.

Le conclusioni più estreme dei professori John Mearsheimer e Stephen Walt sono state confermate nella loro totalità. Alla vigilia della sua visita in Israele, giovedì prossimo, la lobby israeliana è venuta a trovarsi al centro della vita politica americana e del mondo intero.

Ma perché? Perché i candidati alla presidenza degli Stati Uniti sono convinti che la lobby israeliana sia così drasticamente essenziale alla loro elezione?

Certo, i voti degli ebrei sono importanti, soprattutto in molti stati “in bilico” che potrebbero essere decisivi per il risultato. Ma gli afro-americani rappresentano molti più voti, e così gli ispanici. Obama ha portato sulla scena politica milioni di nuovi elettori. A livello numerico, la comunità arabo-musulmana statunitense è anch’essa un fattore non certo irrilevante.

Alcuni dicono che tutto dipende dal denaro degli ebrei. Gli ebrei sono ricchi. Probabilmente fanno donazioni più cospicue, per le cause politiche, rispetto ad altri soggetti. Ma il mito del denaro ebraico onnipotente contiene una nota di antisemitismo. Dopotutto, anche altre lobby, in particolar modo le immense corporazioni multinazionali, hanno elargito a Obama (e anche ai suoi avversari) somme di denaro ragguardevoli. E lo stesso Obama ha orgogliosamente annunciato che centinaia di migliaia di comuni cittadini gli hanno inviato piccole donazioni, che ammontano complessivamente a decine di milioni di dollari.

E’ vero, è un fatto dimostrato che la lobby ebraica riesce quasi sempre a bloccare l’elezione di un senatore o di un membro del Congresso che non balli – e con fervore – al suono del piffero israeliano. In alcuni casi esemplari (che dovevano appunto servire da esempio) la lobby è riuscita a sconfiggere alcuni volti politici molto popolari offrendo il proprio supporto politico e finanziario in campagna elettorale a rivali perfettamente sconosciuti.

Ma in una competizione presidenziale?

                                                             ***

La palese piaggeria di Obama verso la lobby israeliana suscita più impressione degli analoghi atteggiamenti tenuti dagli altri candidati.    

Perché? Perché il suo vertiginoso successo alle primarie è stato interamente dovuto alla sua promessa di portare un cambiamento, di porre fine alle putride pratiche di Washington e di rimpiazzare i vecchi cinici con un individuo giovane e coraggioso che non scendesse a compromessi riguardo i propri princìpi.

E invece, udite udite, la prima cosa che egli fa dopo aver ottenuto la nomination dal suo partito è di scendere a compromessi coi suoi princìpi. Eccome!

L’elemento più rilevante che lo distingueva da Hillary Clinton e John McCain era l’opposizione intransigente, fin dal primo momento, alla guerra in Iraq. Era un atteggiamento coraggioso. Era un atteggiamento impopolare. Totalmente contrario agli interessi della lobby israeliana, le cui ramificazioni avevano calorosamente spinto George W. Bush a iniziare questa guerra per liberare Israele da un regime ostile.

Ed ecco che Obama si reca, strisciando nella polvere, ai piedi dell’AIPAC e abbandona la sua linea, giustificando una politica diametralmente opposta alle sue idee.

Passi l’aver promesso di salvaguardare a ogni costo la sicurezza di Israele. Questo è normale. Passi l’aver rivolto oscure minacce all’Iran, nonostante avesse promesso di incontrare i capi iraniani e risolvere pacificamente i problemi. Passi l’aver promesso di liberare i nostri tre soldati catturati (credendo, a torto, che tutti e tre siano ostaggi di Hezbollah, un errore che evidenzia, tra l’altro, quanto sia approssimativa la sua conoscenza dei nostri affari interni).

Ma la sua dichiarazione su Gerusalemme va oltre ogni limite. Non è un’esagerazione definirla scandalosa.

Nessun palestinese, nessun arabo, nessun musulmano, farà pace con Israele finché la zona di Haram-al-Sharif (detta anche Monte del Tempio), uno dei luoghi più sacri dell’Islam e uno dei simboli più importanti del nazionalismo palestinese, non tornerà sotto la sovranità dei palestinesi. Si tratta di uno dei punti centrali del conflitto.

Su questo argomento si arenò la conferenza di Camp David del 2000, nonostante l’allora primo ministro israeliano, Ehud Barak, si fosse mostrato disposto a concedere una qualche ripartizione di Gerusalemme.

Ed ecco che arriva Obama e recupera dalla pattumiera il consunto slogan “Gerusalemme indivisa, capitale di Israele per tutta l’eternità”. Fin dall’epoca di Camp David, tutti i governi israeliani sanno benissimo che questo mantra rappresenta un ostacolo insormontabile a qualunque processo di pace. Esso è perciò scomparso – in silenzio, quasi in segreto – dall’arsenale degli slogan ufficiali. Solo la destra israeliana (e quella ebreo-americana) ci si aggrappa ancora, entrambe per lo stesso motivo: soffocare sul nascere ogni possibilità di pace che richieda lo smantellamento degli insediamenti.

Nelle precedenti corse alla presidenza, i candidati compiacenti credevano fosse sufficiente promettere di spostare l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme. Dopo l’elezione, nessun candidato mantenne mai questa promessa. Tutti si fecero convincere dal Dipartimento di Stato che una cosa del genere avrebbe intaccato alcuni fondamentali interessi americani.

Obama si è spinto molto più in là. E’ possibile che si sia trattato di una semplice sparata e che egli stesse in realtà pensando fra sé e sé: okay, devo dire questa cosa se voglio essere eletto. Dopotutto, Dio è grande.

Ma anche in questo caso, una cosa non può essere ignorata: l’AIPAC fa così tanta paura che perfino questo candidato, che promette cambiamenti in ogni ambito, non osa sfidarla. Su questa materia egli accetta le peggiori e più retrograde posizioni di Washington. E’ pronto a sacrificare i più basilari interessi americani. Gli USA, in fondo, hanno un interesse vitale nel raggiungimento di una pace israelo-palestinese che permetterebbe di conquistare i cuori delle masse arabe, dall’Iraq al Marocco. Obama ha danneggiato la propria immagine presso il mondo musulmano e ipotecato il proprio futuro, se e quando sarà eletto presidente.

                                                                                ***

Sessantacinque anni fa gli ebrei americani restarono a guardare impotenti mentre i nazisti tedeschi sterminavano i loro fratelli e sorelle d’Europa. Furono incapaci di convincere il presidente Franklin Delano Roosevelt a fare qualcosa di significativo per fermare l’Olocausto. (E in quello stesso periodo, molti afro-americani non osavano avvicinarsi alle cabine elettorali per paura di vedersi aizzare contro i cani).

Che cosa ha prodotto questa vertiginosa scalata al potere dell’establishment ebraico americano? Talento organizzativo? Soldi? Abilità nell’arrampicamento sociale? Vergogna per la loro mancanza di coraggio all’epoca dell’Olocausto?

Più penso a questo sconcertante fenomeno, più forte diventa la mia convinzione (su cui ho già scritto in passato) che ciò che sta alla base di tutto sia l’analogia tra l’impresa americana e quella sionista, tanto sul piano fisico quanto su quello spirituale. Israele è una piccola America, gli Stati Uniti sono un enorme Israele.

I passeggeri del Mayflower, proprio come i sionisti della prima e seconda aliya (ondata migratoria), fuggirono dall’Europa portando nei propri cuori una visione messianica, religiosa o utopica. (Vero è che i primi sionisti erano per lo più atei, ma le tradizioni religiose avevano una forte influenza sulla loro prospettiva). I fondatori della società americana erano “pellegrini”, gli immigrati sionisti si facevano chiamare “olim”, abbreviazione di olim beregel, cioè pellegrini. Entrambi viaggiarono fino a una “terra promessa”, credendo di essere un popolo eletto da Dio.

Entrambi soffrirono molto nella loro nuova terra. Entrambi si vedevano come “pionieri”, che facevano germogliare le zone deserte, un “popolo senza terra in una terra senza popolo”. Entrambi ignorarono completamente i diritti delle popolazioni indigene, che consideravano subumane, selvagge e assassine. Entrambi videro la naturale resistenza delle popolazioni locali come prova della loro innata attitudine omicida, che giustificava le peggiori atrocità. Entrambi scacciarono i nativi e si impadronirono della loro terra come se fosse la cosa più naturale del mondo, accampandosi su ogni collina e sotto ogni albero, con una mano sull’aratro e la Bibbia nell’altra.

E’ vero, Israele non ha compiuto nulla di paragonabile al genocidio perpetrato contro i nativi americani, né alla schiavitù che negli Stati Uniti durò per molte generazioni. Ma da quando gli americani hanno rimosso queste atrocità dalla loro coscienza, non c’è più nulla che impedisca loro di paragonarsi agli israeliani. Sembra che nell’inconscio di entrambe le nazioni esista un fermento di senso di colpa represso che si traduce in negazione dei passati misfatti, in aggressività e sete di potere.

                                                                  ***

Com’è possibile che un uomo come Obama, figlio di padre africano, si identifichi in modo così completo nelle azioni compiute dalle passate generazioni di americani bianchi? Ciò evidenzia la capacità del mito di radicarsi nella coscienza di una persona, tanto da spingerla a identificarsi al 100% con un’immaginaria epopea nazionale. A questo va ad aggiungersi il bisogno inconscio di stare dalla parte dei vincitori, se possibile.

Perciò io non accetto senza riserve la speculazione: “Vabbè, deve parlare così per essere eletto. Quando sarà alla Casa Bianca tornerà ad essere se stesso”.

Non sono così sicuro che questo avverrà. Potremmo anche scoprire che questi atteggiamenti hanno una presa inaspettatamente forte sul suo mondo psichico.

Di una cosa sono certo: le dichiarazioni di Obama alla conferenza dell’AIPAC sono molto, molto dannose per la pace. E ciò che è dannoso per la pace è dannoso per Israele, dannoso per il mondo e dannoso per il popolo palestinese.

Se, una volta eletto, Obama terrà fede a queste affermazioni, si troverà costretto a dire, riguardo alla pace tra i due popoli di questo paese: “No, I can’t”. 

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ORGOGLIO E PREGIUDIZIO

by Gianluca Freda (11/06/2008 - 01:28)


IN DIFESA DEL PREGIUDIZIO
di Israel Shamir
tratto da The Truth Seeker, 8 giugno 2008
Traduzione di Gianluca Freda
 

Al di là del Golden Gate, su una riva sabbiosa del freddo Nord Pacifico, costellata di rocce nere e frequentata dalle sirene, riposa Marin County. In questa deliziosa zona della California, non sono le sirene a sedurre i marinai; gruppi di ben nutriti mammiferi (chiamati anche lamantini o mucche di mare) si affollano pacificamente sulla spiaggia, accanto ad umani altrettanto pacifici e tranquilli. Costoro (gli umani, non le mucche di mare) sono esseri piacevoli, biondi e abbronzati, amanti dello yachting, del vino bianco e della poesia Sufi; o almeno così mi sono sembrati durante una mia visita occasionale. La vita confortevole non rende i residenti indolenti e pigri, forse grazie al clima corroborante: Marine County è patria di una stirpe rara, quella dei radicali americani. Ho più lettori e amici laggiù che in tutta la città di New York.

Più di una volta mi sono sorpreso a pensare: la California del Nord e la sua gente sono troppo in gamba per gli Stati Uniti. Il confine dovrebbe essere posto a Monterey. Che gli Yankee si tengano i quartieri di Los Angeles pieni di avvocati zannuti, le loro spose dalle spalle larghe, i somministratori di steroidi e le divette siliconate che provvedono al loro sostentamento. La California del Nord dovrebbe fare l’autostop a qualche grossa balena e spostarsi sulla sponda atlantica dell’Europa, da qualche parte vicino alla Normandia. Non è un caso che questa striscia di terra sia appartenuta un tempo alla Russia e che della Russia abbia conservato parte della passione, anche se si affaccia sul Pacifico anziché sul Baltico.

Il loro giornale locale, il Coastal Post, è incredibilmente libero dal servilismo verso la Lobby. Così libero da aver perfino pubblicato il mio articolo Carter and Swarm, in difesa del presidente Jimmy Carter, dopo che egli aveva oltrepassato i limiti [per le sue denunce contro i crimini di Israele a Gaza, NdT] e la Lobby lo aveva messo sulla sua lista nera, minacciandolo di azioni giudiziarie in base a una bizzarra legge del 1799. La feroce polizia politica degli ebrei, la ADL (Anti Defamation League), ha attaccato il giornale e me, “opponendosi alla perpetuazione di stereotipi senza fondamento sull’esistenza di una malefica cabala ebraica che “preme per la guerra”, nonché ad altri stereotipi di Shamir, come quello dei “padroni ebraici dei media” che “tengono in pugno la politica dei partiti”.    

Questa è la mia replica agli attacchi dell’ADL.

IN DIFESA DEL PREGIUDIZIO

Stereotipi e pregiudizi sono una legittima parte della nostra vita. Essi esistono per rendere la nostra vita più facile. Se camminate per le strade buie di un sobborgo cittadino e notate un gruppo di teenager maschi, senza neanche una donna tra loro, il vostro pregiudizio vi spingerà ad eseguire una prudente deviazione. Se un vagabondo straccione cerca di vendervi un orologio d’oro, il vostro pregiudizio vi consiglierà di evitare di concludere l’affare. Se un’affascinante straniera vi chiede di andare a letto con lei, il vostro pregiudizio vi suggerirà di usare un profilattico o di darvela a gambe. La ADL ha ragione nel dire che esiste uno stereotipo sulla “malefica cabala ebraica” che “preme per la guerra”, e anche sull’esistenza di “padroni ebraici dei media” che “tengono in pugno la politica dei partiti”.

Uno stereotipo, o un pregiudizio, di solito è il risultato di una serie di esperienze spiacevoli compiute da persone che non li avevano tenuti in considerazione. I teenagers suburbani potrebbero malmenarvi, il vagabondo sta probabilmente cercando di liberarsi di merce che scotta, una sgualdrina sfacciata potrebbe attaccarvi la gonorrea. E le organizzazioni ebraiche hanno “premuto” per la Seconda Guerra Mondiale, per la guerra in Iraq e ora premono per la guerra contro Iran e Siria, il tutto mentre appoggiano l’apartheid in Israele. Giornali americani di grande diffusione, dal New York Times al Washington Post, dal Chicago Tribune al Los Angeles Times, hanno padroni ebraici e sono allineati con le posizioni dei partiti.

Il pregiudizio rende difficile la vita delle persone colpite dagli stereotipi, e questo a volte è ingiusto: il vagabondo potrebbe anche essere l’erede e legittimo proprietario dell’orologio d’oro, l’affascinante straniera potrebbe essere una casta creatura ammaliata dalla vostra bellezza e prestanza, i teenagers potrebbero stare discutendo del mito della caverna platonico; così come il riservato Israel Taub, ottuagenario discendente di una grande dinastia Hassidica, principe ebreo di qualcosa, sta in effetti spendendo il proprio patrimonio personale per ricostruire le case palestinesi distrutte dai soldati israeliani. Insieme al principe palestinese Nashashibi e al professore “WASP” McGowan, ha fatto costruire un memoriale in onore delle vittime del massacro di Deir Yassin, perpetrato dai sionisti. Secondo lui, Jimmy Carter ha ragione e l’AIPAC è perfino peggiore dei devastatori israeliani. Tuttavia, uomini del genere rappresentano più l’eccezione che la regola e negli incontri incidentali la persona prudente si limiterà a sperare per il meglio, aspettandosi il peggio.

Se una persona non ama i pregiudizi e gli stereotipi, può combatterli. Esiste un ottimo, benché difficile, sistema per combattere uno stereotipo che non vi piace: comportarsi in modo contrario allo stereotipo. Alla fine del 19° secolo, gli asiatici erano bollati come gente debole e sfaccendata, condannata dal destino a sottomettersi all’uomo bianco. Ai giapponesi questo stereotipo non piaceva, così si rimboccarono le maniche e affondarono la flotta russa, prima di fare la stessa cosa a quella americana. Negli anni ’50, le merci giapponesi erano considerate “patacche”. Loro non se la presero a male, ma si impegnarono di più e con l’arrivo degli anni ’80 le automobili giapponesi diventarono sinonimo di qualità.

Quindi, il pregiudizio può essere sconfitto. Se vivete in un ghetto, siate gentile verso gli stranieri e trasformate il vostro ghetto in un posto piacevole da visitare, dimostrando così che il pregiudizio è senza fondamento. E’ quello che hanno fatto i cinesi, i quali furono oggetto di terribili pregiudizi all’inizio del 20° secolo. Si misero d’accordo, eliminarono la piccola criminalità, e oggi il loro ghetto, Chinatown, è un posto delizioso in cui fare una passeggiata o andare fuori a cena. Il pregiudizio verso i cinesi scomparve, o rimase limitato a Mia Farrow.

Anche gli ebrei hanno combattuto diverse volte contro il pregiudizio e tutte le volte hanno vinto. Nel 18° secolo li si considerava degli analfabeti che vivevano ancora nel medioevo. Nel 19° secolo li si considerava non umani. Ogni volta, essi ascoltavano la saggezza contenuta negli stereotipi e si davano da fare per correggere il proprio comportamento. Possono farlo anche oggi. Possono dedicarsi a lavori che producano benessere generale, ripudiare le banche e i mercati azionari, fare regali di Natale, chiedere “il ritiro delle truppe dall’Iraq e nessun aiuto per Israele, che pratica l’apartheid”, mostrarsi amichevoli verso i propri vicini non ebrei. Non demonizzate e non minacciate di azioni legali chiunque non sia d’accordo con voi. Non trasformate i media nella vostra riserva privata. Provate a fare ciò e vedrete gli stereotipi appassire e dissolversi. In effetti, il sionismo era nato con l’idea di combattere gli stereotipi contro gli ebrei trasformando il denaro degli ebrei e i loro uomini nei media in contadini e soldati. Questo progetto ebbe un parziale successo, ma le vecchie abitudini sono dure a morire.

La ADL e i suoi ricchi sostenitori ebrei hanno scelto una strada più facile: aderire agli stereotipi e intimidire coloro che ne notano la rilevanza. Tutti insieme, essi corrispondono alla lettera allo stereotipo: sono guerrafondai (contro l’Iraq e ora contro l’Iran), nemici della libertà di parola (vedi attacchi contro Carter), protettori di farabutti (ricordate Marc Rich? [1]), spiano i dissidenti (come nel caso Blankfort in California [2]), abusano del sistema legale (facendo causa ai loro oppositori ideologici), agiscono come una casta (difendendo e nascondendo i crimini di Israele). E si permettono pure di parlare di “perpetuazione di stereotipi senza fondamento”! Di questo passo ci aspettiamo che una Spaghetteria si metta a combattere contro lo stereotipo degli italiani mangiaspaghetti.

Agli ebrei piace molto applicare stereotipi e pregiudizi, ma solo se li si applica a qualcun altro. Michael Kinsley, stella dell’opinionismo ebraico (Harvard, Oxford, LA Times, Slate, CNN, New Republic, Time, Economist, Harper), ha sdoganato gli stereotipi contro gli arabi:

“Se dei facinorosi minacciano qualcuno perché ha le sembianze di un arabo, questo è razzismo [perché viene fatto da altri, ISH] . Ma quando gli agenti di sicurezza di un aeroporto chiamano in disparte persone dalle sembianze arabe per un’ispezione più approfondita, questa è un’altra cosa [perché avviene sotto il controllo di un bravo ebreo, il signor Chertoff, ISH], infatti gli agenti dell’aeroporto hanno un motivo razionale per ciò che fanno. Un uomo dalle sembianze arabe che si dirige verso un aereo ha maggiori probabilità statistiche di essere un terrorista. Questa probabilità è infinitesimale, ma l’intera faccenda degli aeroporti è fondata su probabilità infinitesimali”.

Beh, l’intera faccenda della vita è fondata su probabilità molto piccole, ma le probabilità che un ebreo medio sia violentemente anti-arabo, guerrafondaio, nemico dell’Iran e sdraiato sulla linea del proprio partito non sono piccole per niente. Sono più che vincenti, tanto sul rosso quanto sul nero. Vi sono eccezioni, le quali sono però consapevoli di essere eccezioni. Gli stereotipi contro gli ebrei sono più che giustificabili e solo un cambiamento nei loro atteggiamenti potrà modificare questa situazione.

La ADL rappresenta un cattivo esempio per gli altri gruppi. Invece di darsi da fare per cambiare il proprio atteggiamento, fanno la fotocopia degli ebrei e poi si lamentano dei pregiudizi. Se i giapponesi avessero fatto così, oggi produrrebbero ancora automobili patacca, ma le leggi contro la discriminazione ci impedirebbero di dirlo. Le leggi contro la discriminazione e il politically correct possono mettere a tacere un problema, ma mai risolverlo.

Io ne so qualcosa: la comunità russa in cui vivevo aveva dei problemi d’immagine in un Israele noto per i suoi pregiudizi. Invece di frignare, i russi crearono un proprio teatro, oggi probabilmente il migliore in Israele, fondarono propri giornali e propri partiti politici, e alla fine si guadagnarono rispetto. Certo, furono aiutati molto dalla Russia di Putin, che diede nuovo vigore all’orgoglio russo. In California ho conosciuto i Musulmani Neri, uomini e donne stimati e dall’abbigliamento elegante, che si fanno rispettare senza bisogno di appellarsi alle leggi contro la discriminazione. Mi ricordano il giovane senatore Barak Obama, un altro leader che non ha bisogno del consenso né della difesa di nessuno.

Le persone devono essere uguali di fronte alla legge, questo è inutile dirlo. Ma stereotipi e pregiudizi di solito corrispondono alla realtà e cambieranno solo quando la realtà verrà cambiata.

La ADL non è uno strumento di prevenzione degli stereotipi, ma un’importante causa della loro perpetuazione. Con il loro esercito di avvocati, le loro risorse apparentemente illimitate e il loro accesso al potere, essi potrebbero impedire ogni pubblica espressione dei sentimenti collettivi. Ma non possono impedire i sentimenti, e i sentimenti repressi esploderanno prima o poi con forza più grande e devastante. Essi stanno ripetendo l’errore dei sovietici: il Partito aveva vietato le critiche, la gente aveva represso i propri sentimenti, ma la loro esplosione spazzò via le regole del Partito. I regimi democratici garantivano la libertà di parola e le critiche perché ciò rappresentava una valvola di sfogo ai sentimenti del popolo e attenuava la necessità di rivoluzioni violente. Oggi, col suo supremo potere di censura e intimidazione, l’ebraismo organizzato ha quasi recuperato il terreno perduto dal Partito.

Se gli aspiranti alla presidenza della Repubblica di tutti e tre i maggiori partiti vanno, col cappello in mano, a proclamare la loro fedeltà all’AIPAC, se un ex presidente non può esprimere il suo punto di vista senza essere brutalmente intimidito dalla ADL, allora l’America potrebbe aver bisogno di una rivoluzione per riprendersi la libertà di esprimere i propri sentimenti, a meno che il branco di frignoni degli attivisti della ADL non venga, in qualche modo, rimesso in riga prima che ciò accada.   

 

Note del traduttore:     

 [1] Marc David Reich è un commerciante ebreo-americano che nel 1983 fuggì dagli Stati Uniti per rifugiarsi in Svizzera. Era accusato (dal futuro sindaco di New York Rudolph Giuliani, all’epoca procuratore distrettuale) di evasione fiscale e di aver commerciato illegalmente petrolio con l’Iran durante la crisi degli ostaggi americani. Ottenne nel 2001, su pressione delle lobby ebraiche, il perdono presidenziale da Bill Clinton, poche ore prima che quest’ultimo lasciasse l’ufficio ovale a George W. Bush.

[2] Jeffrey Blankfort è un conduttore e produttore di programmi radiofonici per l’emittente KZYX di Mendocino, California. E’ giornalista dal 1970, si è sempre battuto per i diritti umani dei palestinesi e ha scritto molti articoli sull’argomento. E’ stato editore del Middle East Labor Bulletin e co-fondatore della Coalizione per la Palestina. Nel febbraio 2002 ha vinto una causa contro l’ADL per lo spionaggio illegale su vasta scala che era stato messo in opera ai suoi danni e a quelli di altri gruppi e attivisti politici (compresi alcuni attivisti anti-apartheid).

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LA MEDICINA CHE UCCIDE

by Gianluca Freda (06/06/2008 - 22:03)


IL CANCRO NON E’ UNA MALATTIA
Estratto dal libro Cancer is not a disease di Andreas Moritz
Traduzione di Gianluca Freda
 

Ciò che state per leggere potrebbe sconvolgere o smantellare dalle fondamenta tutto ciò che credete di sapere sul vostro corpo, sulla salute e sulla guarigione. Il titolo [di questo libro], Il cancro non è una malattia, potrà essere spiazzante per molti, provocatorio per alcuni, certo incoraggiante per tutti. Questo libro rappresenterà una rivelazione per coloro che possiedano una mente sufficientemente aperta da prendere in considerazione la possibilità che il cancro e altri disturbi debilitanti non siano vere e proprie malattie, bensì un ultimo disperato tentativo del corpo di restare in vita finché le circostanze lo permettono.

Forse resterete stupiti nell’apprendere che una persona affetta dalle principali cause del cancro (che sono poi la vera malattia) morirebbe probabilmente molto in fretta se non sviluppasse cellule cancerose. In quest’opera, cercherò di fornire le prove di questo fatto.

Affermo anche che il cancro compare soltanto dopo che tutte le altre difese e tutti gli altri meccanismi di guarigione dell’organismo hanno fallito. In circostanze estreme, l’esposizione a quantità massicce di agenti in grado di causare il cancro (carcinogeni) può provocare un collasso delle difese dell’organismo nell’arco di qualche settimana o qualche mese e permettere la crescita rapida e aggressiva di un tumore. Normalmente, però, ci vogliono molti anni, o perfino decenni, perché questi cosiddetti “tumori maligni” si formino.

Sfortunatamente, l’incomprensione di base o l’assoluta mancanza di conoscenza sulle ragioni che stanno dietro alla crescita dei tumori hanno trasformato i tumori “maligni” in mostri spaventosi senza altro scopo che quello di ucciderci per punirci dei nostri peccati o di aver abusato del nostro corpo. Invece, come state per scoprire, il cancro è dalla nostra parte, non contro di noi. Se non modifichiamo la nostra percezione di ciò che il cancro è realmente, esso continuerà a resistere alle cure, soprattutto ai metodi più “avanzati”. Se avete il cancro, e se il cancro è davvero parte di un complesso meccanismo di sopravvivenza del corpo e non una malattia – come io sostengo – dovrete trovare delle risposte alle seguenti, pressanti domande:

- Quali ragioni spingono il vostro corpo a sviluppare cellule cancerose?

- Una volta identificate queste ragioni, sarete in grado di modificarle? Che cos’è che determina la tipologia e la gravità del cancro da cui siete affetti?

- Se il cancro è davvero un meccanismo di sopravvivenza, cosa bisogna fare per impedire al corpo di ricorrere a questa drastica misura difensiva?

- Poiché il design genetico originale del corpo favorisce sempre la preservazione della vita e la protezione contro le avversità di ogni tipo, perché il corpo dovrebbe permettere l’autodistruzione?

- Perché quasi tutti i tipi di cancro tendono a scomparire da soli, senza bisogno di interventi   medici?

- Le radiazioni, la chemioterapia, la chirurgia, servono davvero a curare il cancro oppure coloro che sopravvivono al cancro guariscono per altre ragioni, NONOSTANTE questi trattamenti radicali e pieni di effetti collaterali?

- Che ruolo giocano la paura, la frustrazione, l’autocommiserazione e la rabbia repressa nell’origine e negli esiti del cancro?

 - Qual è la lezione di crescita spirituale che viene dal cancro?

Per affrontare le cause che stanno alla radice del cancro, dovrete trovare risposte concrete e soddisfacenti alle domande suddette. Se sentite in voi l’urgenza di dare un senso a questo evento in grado di cambiare la vita (il cancro è appunto questo), probabilmente ne guarirete. Il cancro può essere la vostra più grande opportunità di ripristinare l’equilibrio in tutti gli aspetti della vostra vita, ma può anche essere messaggero di traumi e sofferenze di enormi proporzioni. In un caso o nell’altro, siete sempre voi che controllate il vostro corpo.

Per vivere in un corpo umano, dovete avere accesso a una certa quantità di energia in grado di sostenere la vita. Potete usare questa energia per nutrirvi e sostenervi, oppure per debilitarvi e autodistruggervi. Nel caso in cui, consciamente o inconsciamente, scegliate la negligenza e l’abuso, anziché l’attenzione e il rispetto per voi stessi, il vostro corpo si troverà probabilmente a lottare per sopravvivere.

Il cancro è solo uno dei molti sistemi con cui il corpo cerca di modificare il modo in cui vedete e trattate voi stessi, compreso il vostro corpo. Questo ci porta inevitabilmente a parlare della salute spirituale, che gioca nel cancro un ruolo importante almeno quanto quello delle cause fisiche ed emotive.

Il cancro sembra essere una patologia confusa e imprevedibile. Sembra colpire chi è molto felice e chi è molto triste, ricchi e poveri, fumatori e non fumatori, persone in salute e persone meno in salute. Il cancro può colpire persone di ogni occupazione ed estrazione sociale. Tuttavia, se osate dare uno sguardo dietro la maschera dei suoi sintomi fisici, come la tipologia, l’aspetto e il comportamento delle cellule cancerose, scoprirete che il cancro non è poi così casuale e imprevedibile come sembra.

Cos’è che rende il 50% della popolazione americana così propensa ad ammalarsi di cancro, mentre l’altra metà della popolazione non corre alcun rischio? Incolpare la genetica non è che un pretesto che copre l’ignoranza delle cause reali. Del resto, qualsiasi bravo ricercatore genetico potrebbe dirvi che una simile convinzione è priva di ogni logica e del tutto antiscientifica (come spiegato nel libro).

Il cancro è sempre stato una malattia estremamente rara, tranne che nelle nazioni industrializzate degli ultimi 40-50 anni. I geni umani non hanno subito cambiamenti significativi per migliaia di anni. Perché avrebbero dovuto cambiare soltanto adesso in modo così drastico e decidere improvvisamente di uccidere moltitudini di persone? La risposta a questa domanda è straordinariamente semplice: i geni danneggiati o difettosi non uccidono nessuno. Il cancro non uccide la persona che ne è affetta! Ciò che uccide un paziente non è il tumore, ma le numerose ragioni che stanno dietro la mutazione delle cellule e la crescita tumorale. Queste cause dovrebbero essere il punto nodale di ogni trattamento contro il cancro, eppure la maggior parte degli oncologi è abituata ad ignorarle. Conflitti costanti, senso di colpa e di vergogna, ad esempio, possono facilmente paralizzare le più importanti funzioni del corpo e portare alla crescita di un tumore.

Dopo aver visitato migliaia di pazienti ammalati di cancro nell’arco di tre decenni, ho iniziato a riconoscere certi caratteristici modi di pensare, di credere e di sentire che sono comuni a molti di loro. Per essere più specifico, devo ancora incontrare un ammalato di cancro che non si senta gravato da una pessima immagine di se stesso, da conflitti irrisolti, da preoccupazioni, da traumi emotivi del passato ancora presenti nel suo subconscio. Il cancro, come malattia fisica, non si presenta se non di fronte a un forte disagio emotivo sottostante e ad una frustrazione profondamente radicata.

I pazienti ammalati di cancro soffrono tipicamente di mancanza di autostima e di autoconsiderazione e presentano spesso ciò che io chiamo un “problema irrisolto” nella loro vita. Il cancro può essere la spia di un conflitto interno di questo tipo. In più, il cancro può aiutarli ad affrontare questo conflitto e contemporaneamente a guarire. Per estirpare le erbacce, bisogna strapparle insieme alle loro radici. E’ così che dobbiamo affrontare il cancro, altrimenti, prima o poi, tornerà.

La seguente proposizione è molto importante nel nostro approccio al cancro: “Non è il cancro che fa stare male una persona; è il suo stare male che provoca il cancro”. Perché il cancro venga curato con successo, occorre che una persona ricostruisca l’interezza di ogni livello del proprio corpo, della propria mente, del proprio spirito. Una volta che le cause del cancro saranno state identificate, risulterà evidente che cosa è necessario fare per ottenere una guarigione completa.

E’ noto in medicina che ogni persona, in qualunque momento, ha nel proprio corpo delle cellule cancerose. Queste cellule non possono essere rilevate dai normali test fino a quando non si moltiplicano, diventando diversi miliardi. Quando i dottori annunciano ai loro pazienti che le cure prescritte hanno eliminato con successo tutte le cellule cancerose, si riferiscono solo alla quantità di cellule rilevabile dagli appositi test. Le normali cure contro il cancro possono abbassare il numero di cellule cancerose fino a livelli non più rilevabili, ma questo non significa che siano state completamente sradicate. Finché le cause della crescita tumorale restano intatte, il cancro può svilupparsi nuovamente in qualunque momento e con qualunque rapidità.

Curare il cancro ha ben poco a che fare con il liberarsi di un gruppo di cellule cancerose rilevabili. Trattamenti come la chemioterapia e le radiazioni sono certamente in grado di avvelenare o distruggere molte cellule cancerose, ma distruggono anche cellule sane nel midollo spinale, nel tratto gastrointestinale, nel fegato, nei reni, nel cuore, nei polmoni, ecc. il che porta spesso a danni permanenti e irreparabili di interi organi e sistemi dell’organismo. Una vera cura contro il cancro non può aver luogo a costo di distruggere altre parti vitali del corpo.

Ogni anno, centinaia di migliaia di persone curate “con successo” dal cancro, muoiono di infezioni, attacchi cardiaci, disfunzioni epatiche, renali e altre patologie, poiché i trattamenti anticancro producono una grande quantità di infiammazioni e devastazioni negli organi e nei sistemi del corpo. Ovviamente queste cause di morte non vengono imputate al cancro. Tale omissione statistica fa sembrare che si stiano facendo progressi nella lotta contro il cancro. In realtà, muoiono molte più persone a causa delle cure contro il cancro che per il cancro in sé. Una vera cura contro il cancro si potrà ottenere solo quando le cause della crescita eccessiva delle cellule cancerose saranno state rimosse o arrestate.

Il potere della parola

Il cancro è la seconda causa di morte in America. Secondo l’American Cancer Society, circa 1,2 milioni di casi di cancro verranno diagnosticati negli USA nel 2008. Più di 552.000 americani moriranno per questo motivo. Tra gli uomini, le tre diagnosi di cancro che si prevedono più diffuse sono quelle di cancro alla prostata (180.400 casi), cancro ai polmoni (89.500 casi) e cancro al retto (63.600). I tipi di cancro più diffusi tra le donne sono il cancro al seno (182.800 casi), cancro ai polmoni (74.600) e cancro al retto (66.600).

“Cancro” non è solo una parola, ma anche la definizione di un comportamento insolito o anomalo delle cellule del corpo. Tuttavia, in un contesto completamente differente, “cancro” è anche il nome di un segno zodiacale. Se qualcuno vi dice che siete del “cancro”, inizierete forse a tremare per paura di morire? Improbabile, visto che essere del segno zodiacale “cancro” non implica avere il cancro nel senso di malattia. Ma se il vostro dottore vi chiamasse nel suo ufficio e vi dicesse che avete il cancro, probabilmente vi sentireste paralizzato, confuso, terrorizzato, disperato o tutte queste cose insieme.

La parola “cancro” possiede il potenziale per giocare un ruolo assai inquietante e sgradevole, quello di emettere una sentenza di condanna a morte. Sembra quasi che l’essere ammalati di cancro inizi con una diagnosi di cancro, quando invece le cause potrebbero essere già presenti da molti anni prima che iniziassero i malori. Nell’arco di un breve momento, la parola “cancro” può capovolgere completamente il mondo di una persona.

Chi o che cosa ha mai concesso a questa semplice parola o definizione il potere di decidere della vita e della morte? Ed è poi davvero così? Non potrebbe darsi che la nostra convinzione sociale, collettiva che il cancro sia una malattia che uccide, congiunta ai trattamenti aggressivi che seguono la diagnosi, sia la vera responsabile dell’attuale, drammatica espansione del cancro nell’emisfero occidentale? Troppo azzardato, direte! In questo libro, comunque, io sostengo che il cancro non può avere alcun potere né alcun controllo su di noi se non gli permettiamo di crescere in risposta a convinzioni, percezioni, attitudini, pensieri, sentimenti che possediamo e alle scelte di vita che facciamo.

Avremmo ancora tanta paura del cancro se sapessimo cosa lo provoca o almeno capissimo qual è il suo scopo basilare? Probabilmente no. Se conoscessimo la verità, faremmo di tutto per rimuovere le cause e, quindi, creare le precondizioni perché il corpo guarisca da solo.

Avere scarsa conoscenza (che è ciò che chiamiamo ignoranza) è, in effetti, una cosa pericolosa. Quasi ogni persona, almeno nel mondo industrializzato, sa bene che bere acqua da una palude o da un lago inquinato può provocare diarrea e far rischiare la vita, eppure sono in pochi a capire che covare risentimento, rabbia e paura, mangiare “fast food”, additivi chimici e dolcificanti artificiali, non è meno pericoloso che bere acqua inquinata; ci vuole solo un po’ più tempo per uccidere una persona di quanto ne richieda un piccolo batterio.

Valutazione errata

Tutti noi sappiamo che se una casa ha solide fondamenta potrà resistere meglio ad agenti esterni, come ad esempio una tempesta. Come vedremo, il cancro non è altro che un indicatore del fatto che c’è qualcosa che manca nel nostro corpo e nella nostra vita intesa nella sua interezza. Il cancro è indice che la vita nel suo complesso (fisica, mentale e spirituale) poggia su fondamenta incerte ed è, a dir poco, piuttosto fragile. Sarebbe sciocco, da parte di un giardiniere, innaffiare le foglie appassite di un albero, pur sapendo benissimo che il vero problema non è dove sembra essere, cioè a livello di sintomi (le foglie secche). Innaffiando le radici della pianta, egli si rivolgerà direttamente alla causa del fenomeno e di conseguenza la pianta potrà riprendersi in modo rapido ed automatico.

Per l’occhio esperto di un giardiniere, le foglie appassite sono solo un sintomo, non certo mortale. Egli capisce che la deidratazione delle foglie non è che la conseguenza di una mancanza del nutrimento di cui hanno bisogno per sostentare se stesse e il resto della pianta.

Per quanto questa metafora naturalistica possa sembrare banale, essa ci consente di comprendere in profondità i complicati processi patologici dell’organismo umano. Essa descrive con precisione uno dei più potenti e fondamentali princìpi che stanno alla base di ogni forma di vita sul pianeta. Per quanta abilità possiamo aver sviluppato nel manipolare le funzioni del nostro corpo attraverso gli strumenti della medicina allopatica, il principio basilare dell’evoluzione non può essere violato senza dover pagare, come prezzo, quello di sofferenza e dolore – fisico, emotivo e spirituale – come effetto accessorio.

Io contesto con forza l’affermazione secondo la quale il cancro è una malattia che uccide. Al contrario, dimostrerò che il cancro non è affatto una malattia. Molte persone, che si erano viste diagnosticare un cancro “terminale”, hanno sfidato questa prognosi e ottenuto una totale guarigione.

Il bisogno di risposte

Non esiste tipologia di cancro, non importa quanto avanzata, a cui qualcuno non sia sopravvissuto. Se anche una sola persona è riuscita a guarire dal cancro, deve esistere un meccanismo che lo consente, proprio come esiste un meccanismo che genera il cancro. Ogni persona su questo pianeta ha la capacità di fare entrambe le cose. Se vi è stato diagnosticato il cancro, forse non sarete in grado di modificare la diagnosi, ma avete certamente il potere per agire sulle devastanti conseguenze che essa (la diagnosi) può avere su di voi. Il modo in cui guarderete al cancro e i passi che compirete dopo la diagnosi saranno gli elementi determinanti della vostra futura guarigione (o non guarigione).

Il riferirsi indiscriminatamente al cancro come a una “malattia mortale”, da parte di specialisti e gente comune, ha trasformato il cancro in una patologia dalle tragiche conseguenze per la maggioranza dei pazienti e delle loro famiglie. “Cancro” è divenuto sinonimo di immensa sofferenza, dolore e morte. E questo nonostante il fatto che il 90-95% di tutte le tipologie di cancro appaia e scompaia per conto proprio. Non passa giorno senza che il corpo produca milioni di cellule cancerose. Certe persone, se sottoposte temporaneamente a forte stress, producono più cellule cancerose del normale, che si raggruppano in ammassi e che poi spariscono quando la persona si sente meglio. La secrezione della sostanza anticancro contenuta nel DNA, l’interleuchina II, si abbassa in condizioni di stress fisico e mentale, per poi tornare alla normalità in condizioni di gioia e rilassamento. Per questo motivo, accade spesso che il cancro scompaia senza bisogno di alcun intervento medico e senza produrre danni concreti.

Proprio in questo momento, milioni di persone vanno tranquillamente in giro pur avendo dentro di sé il cancro, perché non hanno la minima consapevolezza di averlo. Vale a dire, milioni di persone guariscono dal cancro senza neanche saperlo. Infine, esistono molte più guarigioni spontanee dal cancro di quanti siano i casi di cancro diagnosticati e curati.

La verità è che sono assai pochi i casi di cancro che diventano “terminali”. Inoltre, una volta diagnosticate, alla maggior parte di queste patologie non viene lasciata la minima possibilità di guarire spontaneamente. Vengono immediatamente bersagliate con un arsenale di armi letali miranti alla distruzione delle cellule, come farmaci chemioterapici, radiazioni e bisturi da chirurgo. Il problema dei malati di cancro è che, terrorizzati dalla diagnosi, sottopongono i propri corpi a queste procedure che tagliano, bruciano, avvelenano e con ogni probabilità li conducono alla sentenza finale: “Dobbiamo dirle, con il più profondo dispiacere, che non c’è più nulla che si possa fare per lei”.

La domanda più importante non è quanto sia avanzata o pericolosa una tipologia di cancro, ma cosa sia necessario fare per non morirne. Perché certe persone superano il cancro come se fosse un raffreddore? Sono solo fortunate o esiste un meccanismo che mette in moto la guarigione? In altre parole, quali sono gli elementi che impediscono al corpo di guarire dal cancro in modo naturale, quali elementi nascosti rendono il cancro così pericoloso, se poi è pericoloso davvero?

La risposta a queste domande sta nella reazione della persona che si ammala di cancro e non nel livello di “malignità” o nello stadio più o meno avanzato a cui sembra essere progredito. Pensate che il cancro sia una malattia? Probabilmente risponderete di sì, vista l’opinione “autorevole” che l’industria farmaceutica e i mass media hanno inculcato alle masse per molti decenni. Eppure, la domanda più importante, quella che ci si pone di rado, rimane: “Perché credete che il cancro sia una malattia?”. Potreste rispondere: “Perché io so che il cancro uccide tutti i giorni qualche persona”. Vi chiedo: “E come fate a sapere che è il cancro che le uccide?”. Obietterete che molte persone che hanno il cancro, muoiono, quindi dev’essere per forza il cancro che le uccide. Del resto, vi direte, tutti i medici più esperti ci dicono così.

Lasciate che vi ponga un’altra domanda, una domanda piuttosto strana. “Come fate a essere certi di essere figli di vostro padre e non di un altro uomo?”. Perché vostra madre vi ha detto così? Cosa vi fa pensare che vostra madre vi abbia detto la verità? Probabilmente il fatto che voi le credete e non avete alcuna ragione di non farlo. In fondo è vostra madre e le mamme non mentono su queste cose. O forse sì? Anche se non saprete mai se la persona che credete essere vostro padre lo sia davvero, avete comunque trasformato ciò che credete a livello soggettivo in qualcosa che “sapete”, una verità irrefutabile.

Benché non esista alcuna prova scientifica che il cancro sia una malattia (anziché un meccanismo di sopravvivenza), molte persone continueranno a credere che sia una malattia perché così gli è stato detto di credere. Ma la loro convinzione è solo un sentito dire, fondato sulle opinioni di altre persone. Queste altre persone lo hanno sentito dire da qualcun altro. Alla fine, la “verità” secondo la quale il cancro sarebbe una malattia può essere ricondotta a pochi medici che hanno espresso le loro personali convinzioni e sensazioni su ciò che avevano osservato e le hanno riportate in articoli e saggi di medicina. Altri dottori si sono trovati d’accordo con la loro opinione e così, in breve tempo, è diventato un fatto “assodato” che il cancro sia una terribile malattia che in qualche modo si impadronisce delle persone per ucciderle. In realtà, la verità potrebbe essere molto diversa.

Saggezza delle cellule cancerose

Le cellule cancerose non sono parte di un processo patologico nocivo. Quando tali cellule si diffondono (metastatizzano) nel corpo, il loro scopo e obiettivo non è quello di distruggere funzioni corporee vitali, infettare cellule sane e annichilire il proprio ospite (il corpo). L’autodistruzione non fa parte del comportamento di nessuna cellula, a meno che, ovviamente, non si tratti di una cellula vecchia e pronta per essere sostituita. Le cellule cancerose, come ogni altra cellula, sanno che se il corpo muore anche loro moriranno. Solo perché tanta gente immagina che funzione delle cellule cancerose sia quella di distruggere il corpo, ciò non vuol dire che esse abbiano davvero lo scopo o la capacità di farlo.

Un tumore non è la causa della distruzione graduale del corpo, né lo porta davvero alla morte. Non c’è nulla in una cellula cancerosa che abbia anche solo remotamente la capacità di uccidere. Ciò che conduce alla disfunzione di un organo o dell’intero organismo è il depauperamento di tessuto cellulare provocato dalla privazione prolungata di elementi nutritivi e forza vitale. La drastica riduzione o l’interruzione dell’apporto di sostanze nutrienti vitali alle cellule di un organo non è in realtà una conseguenza del tumore, bensì la sua causa principale.

Per definizione, una cellula cancerosa è una cellula normale e sana che ha subìto una mutazione genetica tale da consentirle di vivere in un ambiente anaerobico (cioè privo di ossigeno). In altre parole, se si priva un gruppo di cellule dell’ossigeno (loro principale fonte d’energia), alcune di esse moriranno, ma altre riusciranno ad alterare la propria programmazione genetica e a mutare in modo piuttosto ingegnoso: riusciranno a vivere senza ossigeno e a ricavare parte del loro fabbisogno energetico dai prodotti di scarto del metabolismo cellulare.

Sarà più semplice comprendere il fenomeno delle cellule cancerose attraverso un paragone con i comuni microrganismi. I batteri, ad esempio, si dividono in due principali gruppi, aerobici e anaerobici, cioè batteri che hanno bisogno di ossigeno e batteri che non ne hanno bisogno. E’ importante capire questo punto, poiché nel nostro corpo vi sono più batteri che cellule. I batteri aerobici prosperano negli ambienti ossigenati. Essi contribuiscono alla digestione dei cibi e alla produzione di importanti elementi nutritivi, come la vitamina B. I batteri anaerobici, al contrario, possono comparire e crescere in ambienti non raggiunti dall’ossigeno. Essi provvedono ad eliminare le scorie, i depositi di sostanze tossiche e le cellule morte.

Il corpo considera il cancro una difesa dell’organismo, al punto tale che favorisce perfino la crescita di nuovi vasi sanguigni per garantire l’indispensabile apporto di glucosio e, dunque, la sopravvivenza e la diffusione delle cellule cancerose. L’organismo sa che le cellule cancerose non provocano, ma impediscono la morte; almeno per un certo tempo, cioè fino a quando la debilitazione di un organo porta al collasso dell’intero organismo. Se il meccanismo che mette in moto il cancro (fattori causali) viene affrontato nel modo appropriato, è possibile scongiurare tale risultato.

Si crede, di norma, che il nostro sistema immunitario ci protegga contro il cancro. Questo è vero solo in parte. Da un lato, il sistema immunitario distrugge con efficacia i milioni di cellule cancerose che un organismo sano produce come parte del quotidiano ricambio di 30 miliardi di cellule. Ma da un altro lato, il sistema immunitario non intraprende alcuna azione per eliminare le cellule cancerose che si sviluppano a seguito di accumulo di tossine, congestione e stress emotivo.

Tutti i tessuti del corpo, compresi quelli cancerosi, sono ricchi di globuli bianchi che dovrebbero eliminare il cancro, come le cellule T. Ad esempio, in caso di cancro al rene o di melanoma, i globuli bianchi possono costituire fino al 50% della massa cancerosa. Poiché queste cellule T riconoscono con facilità tessuti cellulari estranei o mutati come quelli delle cellule cancerose, ci si aspetterebbe che queste ultime venissero attaccate dalle cellule immunitarie. Invece il sistema immunitario permette alle cellule cancerose di servirsi delle sue funzioni per incrementare ed espandere il cancro ad altre parti del corpo. Le cellule cancerose producono specifiche proteine che dicono alle cellule immunitarie di non intralciarle e di aiutarle a crescere.

Perché il sistema immunitario dovrebbe collaborare con le cellule cancerose per l’estensione dei tumori? Perché il cancro è un meccanismo di sopravvivenza, non una malattia. Il corpo si serve del cancro per tenere lontane dal sistema circolatorio e linfatico – quindi dal cuore, dal cervello e da altri organi vitali - alcune letali sostanze carcinogeniche e altre scorie metaboliche dannose. Uccidere le cellule cancerose metterebbe a rischio la sua stessa sopravvivenza. Ripulire il corpo dalle tossine e dalle scorie accumulate con i metodi descritti nel mio libro Timeless Secrets of Health and Rejuvenation elimina la necessità delle cellule del cancro.

Il cancro non è una malattia; è l’ultimo e più disperato meccanismo di sopravvivenza che il corpo abbia a disposizione. Prende il controllo dell’organismo solo quando tutte le altre misure di autoconservazione sono fallite. Per guarire davvero il cancro e ciò che esso rappresenta nella vita di una persona, dobbiamo arrivare a capire che il motivo per cui il corpo consente ad alcune delle sue cellule di moltiplicarsi in modo anormale è di perseguire il proprio interesse, non di autodistruggersi. Il cancro è un tentativo di guarigione che il corpo compie a favore del corpo. Bloccare questo tentativo di guarigione, può distruggere l’organismo. Sostenere il corpo nel suo tentativo di guarigione, potrebbe salvarlo.

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BRAVE NEW WORLD

by Gianluca Freda (01/06/2008 - 00:49)


CONOSCI IL TUO NEMICO
di Paul Hein
dal sito Lew Rockwell
traduzione di Gianluca Freda
 

Nella parabola, il maestro non si meravigliò quando i suoi servitori gli riferirono che in mezzo al grano erano cresciute le erbacce. Lui sapeva di aver seminato solo semi buoni. “Questa è opera del nemico”, dichiarò, e naturalmente aveva ragione.

Oggi la nostra società è piena di erbacce. Avete comprato della benzina di recente? O del cibo, specialmente il riso? Quanto vale la vostra casa? Riesce a mantenere il suo valore? Avete fatto un viaggio in aereo di recente? Potete fumare nella vostra taverna preferita?

Venite fotografati quando andate in banca, al supermercato, ai grandi magazzini? La signora di Bombay che vi aiuta a installare il vostro modem vuole forse conoscere il vostro numero di previdenza sociale? Ai vostri figli viene proibito di recitare preghiere a scuola? Potete essere arrestati per aver detto qualcosa che offende un gruppo etnico di minoranza? Se avete una casa in affitto, riuscite a distinguere la solvibilità di un inquilino rispetto ad un altro?

Non meravigliatevi: tutto questo è opera di un nemico. Non si tratta solo dell’avidità delle compagnie petrolifere, o dell’inefficienza dei produttori di generi alimentari o del fatto che il proprietario della vostra taverna sia preoccupato per la salute dei suoi avventori. Qui c’è un sistema all’opera: una serie di misure organizzate e interconnesse elaborate da un nemico.

Il nemico è astuto. Non va in giro ad abbaiare ordini. Raramente sentirete la sua voce e quando ciò accadrà sarà sempre una voce dolce e ben modulata. La sua preoccupazione dichiarata, la sua preoccupazione maggiore, è sempre quella del benessere vostro e dei vostri figli. Ovviamente il vostro benessere è a rischio se l’ambiente non viene curato e tutelato! Non preoccupatevi; ci penserà lui a fare questo per voi. Anzi, è quasi un miracolo che il mondo sia sopravvissuto così a lungo senza la sua guida. Mettetevi nelle sue mani e rilassatevi.

Egli è lo Stato o un’istituzione dello Stato. E’ lo Stato, capite, che ha il potere di realizzare tutte queste belle cose. Non tutte le cose belle, comunque, vi sono visibili. Alcune vi vengono tenute nascoste, per il vostro bene. Il fine ultimo, come è stato apertamente dichiarato, è l’eliminazione dei confini artificiali e la creazione di un’unica unione mondiale di nazioni, con un corrispondente governo unico mondiale di sovrani illuminati (ovviamente!) che lavorino per il bene di TUTTA l’umanità! E’ un’idea da mozzare il fiato: il bene politico supremo, ma i suoi benefici potrebbero essere difficili da comprendere per l’uomo della strada, perciò esso si presenta in modo indiretto: attraverso la preoccupazione per l’ambiente, per la disponibilità di petrolio, per i tassi di scambio, ecc. E non dimentichiamo i trattati che scavalcano le norme costituzionali.

Quest’idea diventerà realtà più rapidamente se tutti gli uomini vengono posti più o meno sullo stesso piano, al medesimo “livello di gioco”. Unire nazioni ricche a nazioni povere potrebbe non far piacere ai ricchi, che nella loro limitatezza prospettica potrebbero sentirsi come frutti maturi pronti per essere colti. Inoltre, le persone più intelligenti potrebbero rendersi conto di avere ben poca necessità di un simile governo. Dunque, per creare il “livello di gioco” comune, lo standard di vita dei “ricchi” deve essere ridotto. Siamo testimoni di questo processo. A chi ci rivolgeremo quando la benzina sarà così costosa che viaggiare diventerà pressoché impensabile? Che cosa faremo quando arriverà la penuria di generi alimentari? Quando ciò che resta dei nostri risparmi perderà il suo potere d’acquisto, chi potrà darci sollievo?

Lo Stato è pronto ad affrontare tutti questi problemi! Certo, la storia ci insegna che quando lo Stato affronta un problema finisce sempre per aggravarlo, ma ciò avviene solo a causa dell’inesperienza e della mancanza di fondi. O almeno questo è ciò che lo Stato vuol farvi credere. Aggiungere altro denaro e nuovo personale porterà efficienza e prosperità, benché non necessariamente nel corso della nostra vita o di quella dei nostri nipoti. Queste cose richiedono tempo, e noi dobbiamo essere pronti al sacrificio per trasformarle in realtà.

Lo Stato, comunque, non è la forza principale che ci conduce verso questo mondo nuovo. Dietro lo Stato, e da esso nascosta, si trova la forza sociale più importante, l’éminence grise: il potere bancario. Le banche creano denaro dal nulla e vi caricano sopra gli interessi. Per ripagarle è necessario contrarre altri prestiti. Lo Stato è quello che si fa fare i prestiti più grossi, ma finché paga gli interessi il debito principale non ha bisogno di essere ripagato. E’ questa la ricompensa data allo Stato per aver legittimato questo abominio. Non c’è nulla di nuovo in questo sistema e possiamo imparare dal passato che esso porta inevitabilmente al fallimento.

Quando le banche iniziarono a creare denaro su vasta scala, alcune banche incrementarono i propri depositi (cioè i prestiti ricevuti) più rapidamente di altre. Se i correntisti di quella banca iniziavano a dubitare della sua solvibilità, potevano recarsi in banca con le loro note di credito e chiedere la restituzione del denaro. Questa era la cosiddetta “corsa alle banche” e serviva a rivelare la disonestà del banchiere che aveva rilasciato ricevute o note di credito per denaro che non possedeva. Con l’avvento della Federal Reserve la “corsa alle banche” divenne un capitolo dei libri di storia, perché non esisteva più nulla a cui correre. Le banche non dovevano più temere l’insolvenza, perché erano TUTTE insolventi. Trattavano tutte le stesse note di credito e neanche una di esse era redimibile. Problema risolto: almeno per il momento.

Ora i polli si stanno dirigendo verso il girarrosto. Un sistema che non può esistere senza la continua richiesta di prestiti non può che fallire quando il costo dei prestiti diventa semplicemente troppo alto. Quando sentiamo i funzionari della Federal Reserve che parlano di recessione, teniamo gli occhi aperti!

Ah, ma la ripresa potrebbe essere dietro l’angolo. Se il dollaro crolla, potremmo rimpiazzarlo, ad esempio, con l’Amero. Quando/se anche l’Amero crollerà, c’è sempre l’euro, che l’Unione Nordamericana di Canada, Messico e Stati Uniti potrebbe adottare quando si aggregherà all’Unione Europea. Una valuta può crollare solo rispetto a un’altra valuta. Una valuta unica, dunque, sarà impossibilitata a crollare, proprio come l’insolvenza cessa di esistere quando non esiste più la solvibilità.

Con un unico governo mondiale e un’unica valuta, avremo raggiunto il Nirvana o l’Utopia. Tutti i problemi che ci angosciano si dissolveranno nella storia ed entreremo in una luminosa Nuova Era.

Lo credete davvero? O tutto questo è opera di un nemico? Le erbacce ci arrivano già fino ai fianchi, e crescono in fretta.

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