NASRALLAH FOR PRESIDENT

BEIRUT SULL’ORLO DELLA GUERRA
di Rannie Amiri
dal sito Counterpunch
Traduzione di Gianluca Freda
“Se avessimo voluto realizzare un colpo di stato, vi sareste svegliati questa mattina in una prigione o in mezzo al mare. Noi non vogliamo questo. Si tratta di un problema politico, che ha una soluzione politica nelle elezioni anticipate”
(Sayyid Hassan Nasrallah, in un commento indirizzato al governo filoamericano del Libano, Al-Manar TV, 8 maggio 2008)
Quando gli uomini di Hezbollah sono tornati ai loro quartieri dopo la dimostrazione di forza di venerdì scorso, allorché la loro autorità si era estesa all’intera zona occidentale di Beirut, molti cittadini hanno iniziato a capire quanto il loro paese sia prossimo al precipizio della guerra civile. E questa paura non è ancora scomparsa.
Con gli eventi degli ultimi giorni l’opposizione libanese ha voluto inviare un chiaro messaggio al governo di coalizione, in carica dal 14 marzo, guidato dal primo ministro Fouad Siniora e dai suoi alleati Walid Jumblatt, Rafiq Hariri e Samir Geagea: la nostra pazienza verso di voi si sta esaurendo.
La situazione ha iniziato a precipitare la mattina del 6 maggio, quando il Consiglio dei Ministri di Siniora ha deciso di licenziare il capo della sicurezza dell’Aeroporto Internazionale di Beirut, il brigadiere Wafiq Shukair – sospetto simpatizzante di Hezbollah – per aver autorizzato l’installazione all’interno dell’aeroporto di un sistema di telecamere ritenuto in grado di monitorare gli spostamenti dei membri del governo (il Dr. Franklin Lamb ha in seguito smontato queste affermazioni. Egli ha intervistato Qassim Allaq, direttore della compagnia privata Jihad al-Bina, il quale ha rivelato che le telecamere si trovano lì da più di 20 anni. I contenitori che le nascondono e il suolo su cui sono installate appartengono alla compagnia di Allaq e finora non sono stati oggetto di contenzioso).
Allo stesso tempo, il governo ha dichiarato che il sistema di telecomunicazioni gestito da Hezbollah rappresentava una minaccia per la sicurezza nazionale e lo ha bollato come “illegale e incostituzionale”. E’ da notare che durante l’invasione israeliana del Libano del luglio 2006, questo network era rimasto impenetrabile all’intelligence israeliana ed era stato fondamentale per la difesa del paese, fornendo alla resistenza l’unico mezzo di comunicazione sicuro.
Il giorno seguente il Sindacato Generale del Lavoro ha organizzato uno sciopero generale per protestare contro il rifiuto del governo di alzare i salari minimi, nonostante il rincaro dei generi alimentari e dei beni di prima necessità. Hezbollah e Amal, due dei principali partiti che si oppongono al governo, hanno appoggiato lo sciopero, ma le proteste sono presto degenerate in guerriglia, con i dimostranti che bruciavano copertoni, erigevano barricate e bloccavano le strade, costringendo l’aeroporto alla chiusura e la capitale all’isolamento.
L’8 maggio il Segretario Generale di Hezbollah, Sayyid Hassan Nasrallah, ha tenuto un’insolita videoconferenza per rispondere alle accuse contro Hezbollah, parlare del licenziamento di Shukair, della presunta illegalità del sistema di telecomunicazioni del gruppo e della crisi in corso.
Ha detto: “Il nostro sistema di comunicazioni è un normale network telefonico e rappresenta l’arma più importante per qualsiasi resistenza. Durante
Dopo aver definito l’ordine di smantellamento dato dal governo come “...equivalente a una dichiarazione di guerra e all’inizio di una guerra contro la resistenza e le sue armi nell’interesse dell’America e di Israele”, Nasrallah non ha lanciato nessuna chiamata alle armi.
Nonostante ciò, nelle strade sono ben presto scoppiati scontri tra fazioni, con gli sciiti che sostenevano l’opposizione e i sunniti che appoggiavano il governo. Secondo i rapporti, diciotto persone sono rimaste uccise negli scontri. Si tratta del peggior episodio di violenza settaria che il Libano abbia visto dalla sanguinosa guerra civile del 1975-1990.
Non si può sorvolare sull’ironia del fatto che il Consiglio dei Ministri di Siniora abbia definito “incostituzionale” il sistema telefonico di Hezbollah. Da quando nel novembre 2006 cinque ministri sciiti si dimisero dall’esecutivo di Siniora, è il governo stesso a dover essere considerato incostituzionale.
E non dimentichiamo gli atti che questo “esecutivo”, privo di cinque ministri, ha posto in essere negli ultimi anni.
Il corrispondente di Ha’aretz, Avi Issacharoff, autore di Spider Webs - The Story of the Second Lebanon War, scrive:
“Per la prima volta, possiamo rivelare... che gli stati arabi moderati e i paesi vicini al governo libanese hanno inviato da più parti messaggi al governo israeliano, chiedendo che Israele continui la guerra fino alla totale sconfitta di Hezbollah”.
Fu Saad Hariri, leader della maggioranza parlamentare, capo del Movimento per il Futuro e figlio dell’ultimo primo ministro Rafiq Hariri, a far rilasciare molti militanti radicali salafiti o a garantire loro l’amnistia per scatenarli contro Hezbollah. La stessa cosa avvenne con Fatah al-Islam. Ciò si trasformò in un boomerang e produsse nel 2007 il fiasco del campo profughi di Nahr al-Barad, a Tripoli.
Seymour Hersh scrive nell’articolo “The Redirection” (The New Yorker, 3 marzo 2007): “In un intervista rilasciata a Beirut, un membro del governo Siniora ha ammesso la presenza di jihadisti sunniti operanti in Libano. “Abbiamo un atteggiamento liberale che consente a membri di Al Qaeda di essere presenti in Libano”.
Nella sua conferenza stampa, Nasrallah ha appropriatamente commentato: “Questo non è un governo, è una banda”.
L’opposizione preme per un accordo di divisione del potere con la coalizione in carica, attraverso la quale i propri ministri possano vedersi riconoscere il potere di veto sulle decisioni dell’esecutivo. Ciò appare ragionevole alla luce delle azioni compiute dal primo ministro, che stringeva accordi con gli israeliani mentre essi uccidevano e mutilavano i cittadini del suo paese. Questa richiesta è diventata l’ostacolo principale all’elezione di un nuovo presidente e alla creazione di un governo funzionale in Libano.
Com’era prevedibile, Arabia Saudita, Egitto e Giordania hanno convocato una riunione d’emergenza della Lega Araba per questa settimana. Sono questi paesi – tutti monarchie o dittature – che si sentono più minacciati dalla crisi libanese. La radice della loro paura è incarnata nella dichiarazione di Nasrallah, riportata all’inizio di questo articolo, con la quale si chiede una soluzione politica: responsabilità del governo, controllo sul suo operato ed elezioni. Ciò è un anatema per re Abdullah d’Arabia Saudita, per re Abdullah di Giordania e per l’egiziano Hosni Mubarak, perché essi temono che anche i loro popoli possano un giorno avanzare simili richieste.
Nonostante questo conflitto venga spesso rappresentato in termini settari – sunniti contro sciiti – ciò è solo un travestimento. Esso riguarda invece rivendicazioni di legittima rappresentanza politica e il desiderio di coloro che si oppongono ai progetti di USA e Israele sulla regione di non essere più marginalizzati.
Sarebbe opportuno che il primo ministro Siniora e la sua coalizione del 14 marzo, dopo aver visto non solo di cosa Hezbollah è capace ma anche quanto sia in grado di tenersi a freno, accettassero seri ed autentici negoziati per formare un governo unitario e basato sulla condivisione del potere. Hezbollah e l’opposizione si sono trattenuti fino ad ora, benché la false accuse mosse contro di loro abbiano messo alla prova i loro limiti e la loro pazienza e siano servite solo a portare Beirut sull’orlo del disastro.
Come ha avvertito lo stesso Nasrallah: “Ho detto, di fronte a Jumblatt, che chiunque alzi la mano contro la resistenza si vedrà tagliare le braccia. Israele ci ha provato con
MR. GOD, I SUPPOSE...
“E’ così che a forza di correr dietro a quelle immagini, io le raggiunsi. Ora so di averle inventate. Ma inventare è una creazione, non già una menzogna”.
(Italo Svevo, La coscienza di Zeno)
La prima cosa che mi viene da dire sull’analisi fatta da Marco Travaglio a “Che tempo che fa” sulla situazione politica e dell’informazione in Italia è: Travaglio è Dio. Non è un complimento e nemmeno un modo di dire. E’ una banale constatazione del settore di attività in cui si è trovato a operare l’altro giorno, per circa mezz’ora, il simpatico giornalista. “Quante querele hai ricevuto per il tuo nuovo libro?”, gli ha chiesto Fazio. “Nemmeno una, perché chi querela non legge libri. In televisione, invece, basta che li nomini”. Le collusioni di Schifani con Nino Mandalà, futuro boss di Villabate, erano state descritte nel dettaglio nel nuovo libro di Travaglio e Gomez “Se li conosci li eviti” (ed. Chiarelettere, € 14,60), senza che questo provocasse non dico il putiferio istituzional-mediatico visto negli ultimi giorni, ma neppure una sommessa protesta. Travaglio aveva scritto, tra l’altro:
“Secondo il pentito Francesco Campanella, negli anni Novanta il piano regolatore di Villabate, strumento di programmazione fondamentale in funzione del centro commerciale che si voleva realizzare e attorno al quale ruotavano gli interessi di mafiosi e politici, sarebbe stato concordato da Antonino Mandalà con [Enrico]
Le stesse cose aveva detto Lirio Abbate, giornalista che oggi vive sotto scorta, senza che foglia mediatico-istituzionale si muovesse. Il motivo è evidente. Quanti di voi erano al corrente dei trascorsi di Schifani con Mandalà & C. prima che Travaglio ne parlasse in diretta TV? Quanti si erano presi la briga di leggersi da cima a fondo il pesante tomo di Travaglio-Gomez o gli articoli di Abbate? Il giornalismo scritto non impensierisce il potere. Pochi in Italia leggono e quei pochi, prima di accettare per buono ciò che hanno appreso, aspettano che sia
Trascinandola in TV, Travaglio ha donato alla malandrineria di Schifani il soffio della vita. La collusione intrallazziera e canagliesca della seconda carica dello Stato, sospesa fino a ieri nel limbo dell’irrealtà, tra luce ed ombra, è oggi una realtà che vive, respira e cammina tra di noi. Schifani e i suoi protettori di destra e di sinistra non possono più sopprimere questa sgradevole creatura senza prima avere accesso alla fucina catodica da cui ha origine il mondo che vediamo. E’ per questo che invocano piagnucolando il “contraddittorio”. E’ per questo che s’incazzano.
Prima che ci arrivassero anche Ungaretti e Heidegger, già i maghi della remota antichità avevano capito che la realtà è un atto di nominazione. Esiste solo ciò che possiede un nome, ciò che non siamo in grado di nominare non siamo neppure in grado di pensarlo, tantomeno di vederlo. Nella parola risiede – e vi giuro che non è soltanto una contorta elucubrazione filosofica – il potere della creazione. “In principio era il Verbo ed il Verbo era Dio”. E’ per questo che ogni impoverimento del lessico è anche – letteralmente – un evento di rarefazione della realtà. E’ per questo che il potere catodico punta alla devastazione culturale e all’impoverimento espressivo. Una realtà rarefatta è più facilmente controllabile. Ciò che non ha un nome, non esiste. Viceversa, la creazione di una parola, la nominazione, è sempre creazione di una nuova realtà materiale. Ungaretti portava alla luce, con poesie fatte di brevissimi e intensi atti di nominazione, realtà immense che sembravano emergere dal nulla della pagina bianca. Gadda, che nella “Meditazione milanese” si riproponeva di indagare il meccanismo di funzionamento della realtà, creò a questo scopo il suo lessico immenso, barocco, sperimentale che genera ancora oggi potenti emicranie negli studenti di letteratura. Quel che Ungaretti, Gadda, Heidegger non avevano capito (ma che gli antichi sciamani già sapevano benissimo) è che la nominazione generatrice non va compiuta in un luogo qualsiasi, ma in un luogo magico o sacro, da ministri del culto che abbiano il privilegio di accedervi. Travaglio, a “Che tempo che fa”, era uno di quei sacerdoti in uno di quei luoghi. In TV, come lui stesso ha detto, “basta la nomination”, ed ecco che le collusioni mafiose e le soperchierie dei potenti emergono dalla prigione del nulla in cui il silenzio sacerdotale le aveva relegate, prendono vita e fuggono, nude come vermi e piene di vergogna, a nascondersi nel mondo degli uomini.
L’intervento di Travaglio-Dio, su uno sfondo di cielo azzurro solcato dalle nuvole d’inquietante valore simbolico, è stato così produttivo sul piano della modellazione cosmica da rivelare la pochezza degli stessi sacerdoti mediatici, scatenandone l’ira. Non credo si tratti soltanto di preoccupazione per le possibili ritorsioni dei loro protettori politici. E’ invidia. Fazio si è dissociato dalle creature generate nel corso del suo rito, terrorizzato e umiliato dall’idea di aver perso il controllo sulla celebrazione. Curzi ha accusato Travaglio di “voler creare un altro scandalo”, cioè di volersi sostituire a Curzi nell’opera di creazione quotidiana di mostri da sbattere in prima pagina. Sacrilegio! Claudio Cappon ha definito “deprecabile e ingiustificabile” il comportamento di Travaglio, recatosi alla liturgia della creazione per assistervi e finendo, invece, per celebrarla. I decrepiti lucumoni se la fanno addosso al pensiero di essere presto rimpiazzati da divinità più fantasiose e fertili di loro.
“La gerarchia delle notizie”, ha spiegato Travaglio, “la decidono i politici. Intanto perché comandano sulla televisione. Stanno cercando di far fuori Anno Zero mettendo insieme Consiglio d’Amministrazione, Commissione di Vigilanza e Authority. Sono tre organismi politici che tappano la libertà d’informazione... i giornalisti lo sanno e si regolano di conseguenza. La notizia diventa tale quando i politici iniziano a parlare di quella notizia. L’ANSA dirama quaranta esternazioni dei politici e quella diventa una notizia”. E’ la rivelazione al volgo del sommo segreto rituale, fatta dagli stessi gradini del tempio. Suprema empietà, non tanto per i contenuti – già trattati fino alla noia dai siti internet di mezzo mondo – quanto per il luogo in cui è stata compiuta, un luogo di potere negromantico che ha trasformato in realtà viva e scalciante ciò che prima era solo una lamentevole tiritera da blogger segaioli.
E ancora: “Il commissariato alla monnezza di Napoli non serve a smaltire la monnezza, ma a smaltire rifiuti tossici politici; non sapendo dove metterli, li si manda lì”.
“Il clima politico induce a un rapporto, diciamo, di distensione tra l’opposizione e la maggioranza. Non si può scrivere che Schifani ha avuto delle amicizie con i mafiosi perché non lo vuole né la destra né la sinistra”. I lettori di questo e altri blog avranno sentito dire queste cose fino a farsele uscire dalle orecchie e non riusciranno a coglierne, per assuefazione, la valenza sovvertitrice. Ma noi blogger non siamo (per ora) Dio e non abbiamo accesso al tempio della creazione. Travaglio sì. Le parole pronunciate durante la funzione televisiva hanno preso vita, generato nuovi pensieri in milioni di fedeli, corrotto le fondamenta stesse dell’autorità della casta sacerdotale, originato nuove realtà. Hanno scatenato il panico tra i sacerdoti strappando dalle loro mani il monopolio della creazione del mondo. Nessun tardivo anatema potrà porvi rimedio. Tanto più – e qui un blogger fa fatica a non sprofondare negli abissi della superbia – che l’opera demiurgica di Travaglio è stata largamente ispirata dalle discussioni politiche su internet e sempre da esse ha ricevuto avallo, diffusione e legittimazione. I blogger non saranno déi, né preti, ma rivestono già il ruolo di ispiratori e propagandisti della divinità. Non saremo Dio, ma siamo in missione per conto di Dio. Ahò, scusate se è poco.
QUALCOSA DI SINISTRA (!)

IL “COMPAGNO” TREMONTI
di G.P.
dal sito Ripensare Marx
Succede, ad un tratto, che le rappresentazioni del mondo con le quali pretendevamo di ricostruire la realtà nella nostra testa non ci spieghino più nulla di quello che avviene sotto i nostri occhi.
A dir la verità, non proprio di una cosa di oggi si tratta, in quanto sono ormai “secoli” che andiamo sostenendo l’inservibilità della dicotomia destra-sinistra su questo primo spicchio di secolo XXI e su buona parte di quello che è già passato. Si prende coscienza, allora, di uno stravolgimento degli schemi e della inutilità delle vecchie categorie, dei paradigmi ossificati con i quali avevamo diviso manicheamente i buoni dai cattivi, i colti dagli arroganti, i generosi dagli altruisti, i servi dai valorosi.
La “chambre introuvable”, formatasi dopo le elezioni del 13 e 14 aprile, avrebbe dovuto essere un coacervo di reazionari fedeli al "ducetto", al re ed a Santa Romana Chiesa, ed in parte lo è. Ma dove si collocano ancora i peggiori servi del sistema, seppur piegati e spossati dal peso della sconfitta?
A sentire i nuovi membri del governo, che possono contare su una larga maggioranza parlamentare, il bivacco di manipoli è logisticamente posto a sinistra di questa camera, poiché (e come dargli torto!) in due anni, sotto la guida del banditore di corte Sir Romano Prodi, l’alta finanza e l’industria fallita, hanno liberamente approfittato delle pubbliche risorse come mai era avvenuto prima.
Eppure, programmaticamente e storicamente da lì, dagli uomini di sinistra, dovevano risuonare parole di fuoco e di condanna contro i saprofiti della Grande Finanza e Industria Decotta. Almeno, si pensava che quello fosse il luogo naturale da dove i paladini della giustizia sociale avrebbero denunciato il sacco nazionale messo in atto dai poteri forti.
Invece, in due anni abbiamo sentito spargere miele sulle istituzioni finanziarie europee e nazionali, tutte controllate dal potente apparato banco-industriale d’oltre Atlantico (l’alleato caritatevole che nel suo braccio armato insegna al mondo come si sta al mondo), e abbiamo ascoltato, a menadito, le prediche dei sacerdoti che fanno uso della sacralità contabile per ingarbugliare il mistero della fede mercatista che tutto regola attraverso la fantomatica mano invisibile.
Chi perorava queste tesi (la sovranità del mercato), se la prendeva con il popolo bue, recalcitrante alla spremitura e al morso di Dracula, se la prendeva con la rozza e incolta plebaglia riottosa ad accogliere la loi naturelle de l’economie, e mentre questa agiva sotto i vessilli della sinistra, gli ignoranti popolani pretendevano pure di divincolarsi dall’azzanno dei cani in doppiopetto col doppio cognome.
Oggi, invece, in una delle sue prime uscite pubbliche, il Ministro dell’economia Tremonti, dice solennemente che i sacrifici andranno distribuiti e che non saranno le classi meno abbienti a portare il peso delle difficoltà di tutto il paese. Motivo per cui, petrolieri e banchieri dovranno aprire il portafoglio e ridare, più o meno, il maltolto. E se non lo faranno, abbassando i mutui con i quali dissanguano la gente, dovranno caricarsi il fardello della maggiore pressione fiscale. Ben detto! Avremmo voluto di più, ma si sa che i conventi sono austeri e passano quello che passano. Ma ora ditemi, o voi tutti semicolti di sinistra che impallidite al crescere del crepitio portato dai passi delle orde mongole berlusconiane: quante volte avete sentito pronunciare queste parole ad un Padoa-Schioppa, ad un Visco, ad un Bersani ecc. ecc.?
Forse Tremonti sarà presto costretto a retrocedere su ben altre posizioni, forse lo butteranno fuori come già successo precedentemente, ma riconosciamo a Cesare (Giulio) quel che era di Cesare (imperatore): il coraggio del cambiamento. Qualcuno, nella compagine governativa ha già messo le mani avanti dicendo che sono parole e opinioni personali del Ministro che dovranno essere discusse (o, meglio, calmierate e forse anche azzerate) dall’intero esecutivo. Probabilmente è quello che avverrà. Ma gli uomini della finanza e dell’industria parassitaria sono molto preoccupati e per bocca di alcuni insigni rappresentanti (come Faissola presidente dell’ABI) ammettono che con questo governo dovranno scendere a nuovi patti; è finita l’era della cuccagna prodiana, quando la finanza dettava legge, il governo eseguiva e Montezemolo incassava.
Siamo uomini di mondo e sappiamo, dapprincipio, che quasi nulla andrà come sperato, tuttavia rendiamo onore a chi sceglie almeno di cominciare per il verso giusto.
I LADRI DI BAMBINI

I SEQUESTRATORI DEL TEXAS
di Israel Shamir
dal sito thetruthseeker
Traduzione di Gianluca Freda
All’inizio di aprile, alcuni poliziotti texani armati fino ai denti hanno assalito un remoto ranch dei Mormoni, hanno arrestato gli uomini e portato via le donne, i loro bambini e i loro neonati, separando questi ultimi dalle madri. Un giudice ha perfino consentito la separazione dei neonati in fase d’allattamento, affidandoli a genitori adottivi.
Questo caso di sequestro di persona, in cui la polizia ha strappato 437 tra bambini e neonati ai loro genitori che preferivano condurre una vita familiare alternativa in comune, ha portato gli Stati Uniti ben oltre qualsiasi tetra visione totalitaria mai prospettata dal realismo politico. Gli americani sono già entrati nel regno dell’ingegneria sociale estrema prevista dallo scrittore lisergico Aldous Huxley. In quel regno degli Stati Totalitari Uniti, le famiglie felici vengono distrutte e neonati e bambini vengono dati in adozione a coppie monogame. Lo Stato si impossessa dei figli di quegli individui che rifiutino di esporli al potere rimbecillente della TV [1] o che rifiutino di mandarli in scuole di stato. Alcuni hanno perfino perduto la vita: nello Utah un tal John Singer è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco per aver tentato di tenere il proprio figlio lontano dalla scuola. L’olocausto di Waco, con dozzine di genitori e bambini assassinati senza aver commesso altro peccato che quello di voler essere ostinatamente indipendenti, è stata solo la prima fase dell’eliminazione della vita privata in America.
La polizia del Texas ha giustificato la propria azione con false dichiarazioni. Ha affermato che un membro della famiglia, tale Sarah Barlow, avrebbe sporto denuncia. Ben presto è però risultato chiaro che la denuncia era stata presentata da un’anonima donna esterna alla comunità, con un curriculum di false testimonianze, probabilmente in combutta con la polizia. Non era mai esistita nessuna Sarah Barlow. Le brave mogli e figlie dei dissidenti texani sono state sottoposte ad una terribile pressione psicologica, paragonabile alla tortura: non è stato loro permesso neppure di dar da mangiare ai loro figli, a meno che non rilasciassero false testimonianze contro i loro padri e mariti. E’ stupefacente che tutte loro abbiano resistito alla tortura e siano rimaste fedeli. Cosa ha spinto la polizia texana ad usare misure così estreme contro persone che conducevano pacificamente le loro vite?
C’è una buona ragione per questo sterminio della privacy: la politica di Dominio Totale promossa dai neocon non si applica solo a remoti paesi, come l’Afghanistan senza regole o
In un mondo normale, i sequestri di persona del Texas verrebbero condannati da ogni voce esistente fino alla liberazione dei bambini e alla loro restituzione alla tutela dei genitori, fino all’incarcerazione dei rapitori in una sicura prigione. Invece, i giornali e i siti internet americani si preoccupano dell’inalienabile diritto dei monaci tibetani a possedere schiavi e dei malvagi cinesi che interferiscono con questo diritto. Discutono se i giapponesi possano o no mangiare le balene (no, non potrebbero) e se le corporazioni USA possano affamare milioni di persone trasformando il loro cibo in carburante (sì, potrebbero farlo). Allo stesso tempo, consentono che la più antica e più naturale delle libertà, quella di crearsi una vita familiare, venga erosa e spazzata via. Perché i candidati alla presidenza come Obama, Clinton e McCain non chiedono l’immediato rilascio dei prigionieri del Texas, prima che il regime di Bush cavalchi verso l’alba per imporre al genere umano il proprio prontuario di relazioni consentite?
I nemici della vostra libertà, i proprietari dei vostri media, hanno preparato già da tempo questo massacro. Diffondono voci maligne di frequenti abusi parentali sui bambini per spezzare il legame naturale tra genitori e figli. Hanno costruito dal nulla il crimine di corteggiamento di una ragazza e lo hanno chiamato “molestia”. Si sono inventati la “peste del 20° secolo”, l’AIDS, nonostante questa malattia occupi una posizione infinitesima nella lista delle patologie pericolose, superata di gran lunga dall’obesità. Hanno promosso ed elevato l’attività omosessuale sui loro canali televisivi e nella propaganda ufficiale, il tutto allo scopo di eliminare la famiglia e trasformarvi in obbedienti utensili nelle loro mani.
Hanno predicato a un’umanità furibonda che chiunque si opponga alla loro apoteosi dell’amore gay è solo un bigotto che interferisce con una questione di scelta individuale tra adulti consenzienti. Ora, questo sofisma in Texas non conta un bel niente: un gruppo di adulti consenzienti è stato arrestato e imprigionato a causa di una scelta personale; non per aver praticato il sesso selvaggio o per aver organizzato orge o per aver turbato la quiete pubblica, ma per aver creato relazioni solide e affettive attraverso un matrimonio poligamo, simile a quello approvato dagli ebrei dell’antichità e dall’intero Oriente – musulmani, indù, buddisti – dei nostri giorni, in parole povere, dalla stragrande maggioranza del genere umano. Se c’è una ristrettezza mentale bigotta, essa consiste proprio in questa persecuzione dell’America contro le famiglie alternative. La presunta persecuzione dei pederasti in Iran è una nocciolina se paragonata a questo attacco al modo più tradizionale di intendere la vita familiare in America.
Poligamia o monogamia? Questo, in fondo, è un problema di usanze locali e preferenze personali. L’Oriente permette la poligamia, l’Occidente permette la sodomia. L’Oriente non si preoccupa della differenza di età, l’Occidente vive nella paura dei matrimoni minorili. Apparentemente, il giovanotto dell’est preferisce godersi la beatitudine maritale con più fanciulle nubili allo stesso tempo; l’anglo-americano ama invece farsi sodomizzare da gentiluomini più anziani di lui. Per questo motivo, l’uomo anglo-americano cerca in continuazione di spostarsi verso est, di fuggire nel regno della libertà sessuale, oppure – se è un uomo contento della sua condizione - di conquistare ed eliminare questo regno. Questa potrebbe essere una buona spiegazione delle guerre mediorientali,
Gli indomiti abitatori dei villaggi della mia Palestina praticano la poligamia, come ho già detto altrove: “Sono stato ospite della confortevole casa di Hassan, costruita sulla sua terra, a Yanoun. Hassan ha più di ottant’anni, è un vecchio forte e maestoso, indossa una galabiye grigia e un abaya, una specie di lunga veste con un mantello sulla sommità. La sua galabiye è stretta da una larga cintura di cuoio a cui è appeso un pugnale corto e affilato. Le sue mani hanno una forma gradevole e sono dure come se fossero state cesellate nella pietra locale quando mi stringe la mano. L’anno scorso Haji Hassan è andato in pellegrinaggio alla Mecca, ma resta in primo luogo ed essenzialmente un uomo di paese. Nostro Signore e Nostra Signora di Palestina hanno benedetto Hassan. Si è sposato, ha avuto diversi figli e figlie, poi ha preso una seconda moglie e ne ha avuto degli altri, finché è stato circondato da dodici ragazzi, maschi forti e fanciulle graziose. La sua spaziosa casa a tre piani, con altre più piccole dipendenze esterne, potrebbe competere con il maniero di Beg. Vi sono molti alberi di ulivo, che egli ha piantato sulle colline, e davanti alla sua casa c’è una vigna, con grappoli gialli e pesanti. Al mattino la seconda moglie di Hassan, una donna alta e solenne sui sessant’anni, mi ha portato un succo d’oliva, verde e denso, insieme ad un pane di campagna grande e rotondo, lo hubz baladi, cotto da lei appena mezz’ora prima. Formaggio di capra bianco e duro, timo salato, un grappolo d’uva e un bicchiere di tè dolce con foglie di maramiye (salvia) completano il pasto. La prima e più anziana moglie di Hassan sedeva insieme a noi, scaldandosi al tepore del sole invernale” [2].
E’ normale avere due mogli, è normale averne una sola, è normale anche non averne nessuna, come scelgono di fare molti monaci. E’ anche normale avere due mariti, come accade sulle montagne del Tibet, del Ladakh e del Nepal. (In Occidente lo chiamano ménage a trois, ed è un espediente che consentì a Lily Brick di vivere felice insieme a Vladimir Mayakovsky e Osip Brick). Ogni situazione di questo tipo è normale, se vi è il consenso delle parti coinvolte. Ciò che è anormale è l’interferenza dello Stato nell’unione di uomini e donne.
Lo Stato americano dedica troppa attenzione alla vita sessuale dei suoi sudditi. In circostanze normali, le macchie sul vestito di M.lle Levinsky susciterebbero apprensione solo nella sua lavanderia; le scappatelle di Mr. Spitzler sarebbero seccanti solo per sua moglie e lo stile di vita familiare “allargato” della comunità texana sarebbe solo affar suo. Fino al 1960, la polizia e l’FBI erano soliti arrestare uomini e donne di razze diverse che osassero darsi appuntamento a letto. E’ un sentimento ancora radicato nella coscienza americana. Recentemente, un giovane nero americano è stato condannato a dieci anni di carcere per aver avuto sesso orale con una ragazza bianca.
Un’altra ossessione sessuale delle autorità americane è la “pornografia infantile”, interpretata nel senso più ampio possibile. Agenti provocatori dell’FBI inviano mail contenenti immagini di anime giapponesi e poi assaltano felicemente i ricevitori delle mail. Spesso ciò avviene con precise finalità politiche: Kevin Strom, dissidente americano e oppositore della guerra in Iraq, è stato recentemente condannato a due anni di carcere per aver conservato sul suo computer una mail con la foto di una ragazzina (in realtà si trattava di una foto dell’attrice Brooke Shields).
Nell’eterna ricerca della “mano nascosta”, gli uomini hanno creato molte figure improbabili, dai Massoni, ai Savi di Sion, agli Alieni Grigi, ai Rettiliani, o perfino – come propose per scherzo l’esoterista russo Alexandre Dougin – a un antico ordine segreto di sacerdotesse che tira i fili del mondo da dietro le quinte. Sulla stessa falsariga, con un po’ di fantasia, si potrebbe immaginare una cabala di vecchi rimbambiti infuriati con i maschi, o perfino di eunuchi (come nella Cina medievale o a Bisanzio), che costituiscano un governo USA sotterraneo, che ordinino all’FBI di rapire bambini e distruggere le famiglie del Texas, che spingano Bush a sottomettere il Medio Oriente e a sopire negli uomini – tanto orientali quanto americani – la naturale tendenza a competere per la conquista delle grazie femminili.
Noi israeliani siamo stati dominati dalle nostre Savie Streghe di Sion, da Golda Meir fino all’attuale presidente della Corte Suprema, Dorit Beinish, e ciò che noi facciamo oggi, gli americani lo ripetono domani, come ha notato Steve Niva nel suo ottimo saggio I muri di Baghdad, sottotitolo Il modello israeliano arriva in Iraq. “Ciò che vediamo oggi in Iraq ha molto a che fare con una profonda e capillare “israelizzazione” della strategia e delle tattiche militari USA. L’Iraq è stato virtualmente ingabbiato in un carapace di muri di cemento e filo spinato, rinforzato dall’occupazione aerea dei cieli, proprio come a Gaza, dove 1,5 milioni di palestinesi vivono oggi in una gabbia senza uscita, mentre Israele controlla l’ingresso di beni essenziali alla sopravvivenza attraverso terminali ad alta tecnologia posti ai confini e scatena “raid di profondità” e “omicidi mirati” dal cielo ogni volta che qualcuno offre resistenza”.
Queste immaginarie arpie del potere non riescono a comprendere che le donne sono attratte per natura dagli uomini.
Esiste una nuova legge israeliana in base alla quale ogni atto relazionale tra uomo e donna è da considerarsi coercitivo, e se i due lavorano nella stessa azienda, rappresenta sempre una molestia. In parole povere, non deve più esistere il corteggiamento, e neppure il sesso. Una coppia israeliana aveva avuto una lunga e tumultuosa relazione per alcuni anni; facevano l’amore dappertutto, dalla camera blindata dell’azienda fino alla sala dei computer, ma quando la relazione fu scoperta, la donna sporse denuncia per molestie e coercizione, uscendone con un bel risarcimento di qualche centinaia di migliaia di dollari. Un più recente e perfino migliore disegno di legge israeliano propone di multare i clienti delle prostitute con una somma forfettaria di diecimila dollari a favore della prostituta.
D’altronde, gli imitatori americani del modello israeliano non riescono a capire perché certe donne preferiscano dividere un uomo con altre donne, o perché alcuni uomini decidano di condividere una donna con altri, come l’Abbé Prevost scrisse di Manon Lescaut. Essi rovineranno per sempre le vostre vite, spingendovi verso la distopia di Huxley, in cui non c’è più distinzione tra i sessi.
Per quanto dolore suscitino la prigionia della Palestina, la devastazione dell’Iraq e le minacce all’Iran, io non posso fare a meno di provare dolore per voi, americani, che siete le prime vittime e i primi schiavi del Nuovo Ordine Mondiale che il vostro paese vuole imporre al resto del mondo. Siamo coinvolti insieme in questa lotta, abbiamo un nemico comune, e questo nemico non si trova in Corea del Nord, ma a Washington DC.
[1] I giudici che si sono occupati del caso di sequestro di persona in Texas e di altri casi simili, hanno addotto la circostanza che i bambini fossero tenuti lontano dalla TV come giustificazione per dare i bambini in affidamento.
[2] Tratto da Leggendo Douglas Adams a Yanoun
LA FIERA DELL'IGNOMINIA

IL SALONE DI TORINO CONTESTATO
di Valerio Evangelisti
dal sito www.carmillaonline.com
Il 10 maggio ci sarà, a Torino, una manifestazione nazionale contro il Salone del Libro di Torino. Credo che sia la prima volta che viene indetto un corteo contro una fiera letteraria. Eppure, prima di chiedersi se ciò abbia un senso, ci si dovrebbe domandare quanto di effettivamente letterario ci sia nel Salone del Libro, e quanto invece vi sia di politico.
La scelta della Salone del Libro di Torino di celebrare la nascita dello Stato di Israele, alla base della protesta, ha origini sospette e contenuti ambigui.
Non è normale che a proporre (imporre?) l'evento alla Fiera del Libro di Torino e al Salone del Libro di Parigi sia stato lo stesso governo israeliano. Di solito, eventi del genere sono proposti dal Ministero della Cultura di un paese, dall'associazione degli editori o da organi simili.
Non è normale che gli autori invitati, per partecipare al Salone di Parigi, abbiano dovuto sottoscrivere una dichiarazione con la quale si impegnavano a non criticare il loro governo (vedi qui).
Non è normale fingere di ignorare che la data del 1948 celebra sia la nascita di Israele che la cacciata di centinaia di migliaia di palestinesi, con il terrore, dai luoghi in cui vivevano da secoli. Ciò è stato ampiamente documentato, tra gli altri, dallo storico Benny Morris (per inciso, israeliano e nazionalista) nel suo libro The Birth of the Palestinian Refugee Problem, Cambridge University Press, 2004, sulla base di una massa di documenti (si veda anche E.L. Rogan, A. Shlahim ed., The War for Palestine. Rewriting the History of 1948, Cambridge University Press, 2001). Celebrare un evento significa celebrare anche l'altro, concomitante.
Non è normale che la celebrazione della nascita di uno Stato - cosa abbastanza incongrua in una manifestazione letteraria - avvenga proprio mentre quello Stato, reduce dai bombardamenti sul Libano che nessuno ha dimenticato, attua su Gaza la più feroce delle sue azioni di strangolamento, tagliando l’elettricità, i rifornimenti alimentari, i medicinali e impedendo persino il transito delle ambulanze (già 130 palestinesi di ogni età, ammalati gravi, sono morti per questo).
Si dirà che a Gaza predomina Hamas. E' vero, ma proprio Israele ha incoraggiato la crescita di Hamas, quando le serviva per logorare le altre forze palestinesi. Si veda J. Dray, D. Sieffert, La guerre israélienne de l'information. Désinformation et fausses symétries dans le conflit israélo-palestinien,
Non è normale, anche se rientra nel novero della mera goffaggine, tirare uno schiaffo all'Egitto, ritirando all’ultimo momento l’invito che gli era stato rivolto, sia pure informalmente.
La storia dei governi di Israele successiva al 1948 non è tanto più gloriosa, malgrado l'epica che le è stata costruita sopra.
Da ragazzino fui ingannato anch'io, e credetti che la "guerra dei sei giorni" fosse stata combattuta dal Davide Israele contro un Golia rappresentato dai paesi arabi aggressori. Persino questa realtà un tempo certa appare dubbia, dopo il libro di Benny Morris Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001. Ed. Rizzoli, 2001. Ciò che seguì è noto e non sto a riassumerlo. Una serie ininterrotta di espansioni territoriali giustificate con l’invocazione di un perenne “diritto all’autodifesa”.
Mi preme solo sottolineare, perché poco nota, l’azione internazionale svolta dallo Stato di Israele in quadranti del mondo estranei ai conflitti in cui era coinvolto.
Israele ha sempre sostenuto i Duvalier di Haiti, padre e figlio. Ha inviato armi e consulenti in Guatemala, in Honduras e tra i contras che attaccavano il Nicaragua sandinista. Ha tuttora forze consistenti impiegate nella sanguinosa antiguerriglia del presidente colombiano Uribe. Per non parlare del costante sostegno israeliano al Sudafrica pre-Mandela e ad altri regimi reazionari africani.
Del resto il regime interno israeliano, malgrado le apparenti forme democratiche, somiglia tantissimo all'apartheid del vecchio Sudafrica. Nessun arabo palestinese inglobato fin dal 1948, pur avendo cittadinanza israeliana da decenni, è ammesso nell'esercito, per dirne una. Il resto lo lascio alla testimonianza di un israeliano coraggioso, Yoram Binur, che si finse palestinese e in un libro, Il mio nemico, ed. Leonardo, 1981, narrò la sua esperienza terrificante. Binur non è affatto un filo-palestinese, tutt'altro. Si limitò a raccontare la verità.
Una verità che non ha fatto che peggiorare. E' sotto gli occhi di tutti lo scandalo degli insediamenti di coloni ebraici in Gaza e Cisgiordania. Quanto più Israele si impegnava ufficialmente ad abbatterne, tanto più se ne costruivano. Ciò in nome del sempiterno richiamo al "diritto di Israele alla sopravvivenza", alibi per commettere crimini d'ogni tipo chiamati “autodifesa”.
E' vero che frazioni di palestinesi, nella loro storia, si sono macchiate e si macchiano di eccessi sanguinosi, però non è superflua la domanda: chi ha cominciato?
Analogamente, il "terrorismo palestinese" su larga scala nacque verso il 1968, venti anni dopo il terrorismo israeliano sui palestinesi e lo svuotamento della Palestina dalla sua popolazione originaria.
Attualmente, oltre a strangolare Gaza e Cisgiordania, il governo di Israele ha cominciato a infierire anche sui palestinesi che hanno la sua cittadinanza.
Creato il nemico, spintolo all'integralismo islamico, riaffiorano i propositi di cancellarlo per sempre, proprio come etnia. Persino alcuni ministri israeliani ne parlano senza riserve.
E questo lo Stato cui il Salone del Libro di Torino intende rendere onore, celebrandone la nascita: una specie di apologia del colonialismo moderno.
E ora veniamo al tema degli scrittori. La protesta contro il Salone del Libro di Torino equivale a una condanna al rogo di autori e opere?
Già una selezione di scrittori imposta dal governo Olmert, dalle sue ambasciate e dai suoi uffici di propaganda, dietro sottoscrizione (almeno a Parigi) di un impegno a non criticare le proprie autorità nazionali, risulta sospetta.
Si obietterà che gli scrittori israeliani popolari in Europa sono notoriamente “dissidenti”. Grande abbaglio. I nomi più illustri circondati da tale fama, Grossman, Oz, Yehoshua, si sono pronunciati a favore dei bombardamenti sul Libano (Grossman con tardivi ripensamenti) e, nel caso di Yehoshua, a favore del "muro della vergogna". Quest'ultimo ha anzi dichiarato a un quotidiano italiano che non vorrebbe mai avere un arabo per vicino di casa. La loro indipendenza dal potere è una leggenda che circola solo dalle nostre parti. Non è un caso se altri importanti scrittori israeliani, come Benny Ziffer, responsabile del supplemento culturale del quotidiano Haaretz, non solo hanno denunciato l’atteggiamento di Grossman e compari, ma, per primi, hanno incitato a boicottare i Saloni di Parigi e Torino (vedi qui). Lo scrittore Jamil Hilal, di cui Ernesto Ferrero aveva preannunciato la presenza a Torino, ha replicato molto seccamente: “Non parteciperei in alcun modo a un evento che legittima l'occupazione coloniale di Israele e lo strangolamento dei palestinesi della Striscia di Gaza, e in un'occasione che segna la sottrazione della terra e la pulizia etnica del popolo palestinese.”
La cultura ebraica in tutto ciò non c'entra nulla. L'ebraismo non è una razza, bensì una religione con la serie di tradizioni che l'accompagnano. Se vogliamo “un popolo”, però alla luce di quelle tradizioni, non di connotazioni etniche. Gli ebrei, nel mondo, hanno posizioni molto diverse. Tanti israeliani spesso non hanno religione alcuna, e sono classificati come tali per via delle credenze dei genitori. Tel Aviv è una delle città più laiche al mondo.
Qui non si parla di ebraismo, bensì di geopolitica. Certo, contro chi critichi la politica del governo israeliano scatta regolarmente l’accusa di antisemitismo. Accusa che ha smontato con molta efficacia l’ebreo americano Norman G. Finkelstein in uno studio molto accurato: Beyond Chutzpah. On the Misuse of Anti-Semitism and the Abuse of History, University of
Al di là delle singole personalità partecipanti, la protesta che investe il Salone del Libro di Torino non è contro autori e opere, né tantomeno contro "gli ebrei", ma contro un'operazione propagandistica concordata tra governi.
Aggiungo alcuni elementi.
Di recente, lo storico e scrittore israeliano Ilan Pappé (di lui si veda, tra l’altro, A History of Modern Palestine, Cambridge University Press, 2004) è stato costretto, per le minacce che riceveva in Israele, a lasciare la cattedra che occupava presso l'università di Haifa e a trasferirsi in Inghilterra.
Propugnava la convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi.
Potremmo dirlo fortunato. Se non altro si è salvato la vita. I vari governi israeliani hanno assassinato moltissimi scrittori, poeti, intellettuali palestinesi, da Ghassan Kanafani, a Wael Zwaiter, traduttore in italiano de Le mille e una notte (Alberto Moravia, che gli era amico, dedicò alla sua scomparsa uno dei suoi articoli migliori), a Naïm Khader, che era solo un uomo di pace. Più decine di altri, uniti dal torto di dare alla causa palestinese un’intelligenza.
Domanda: è giusto glorificare in un Salone del Libro uno Stato (non una "cultura", ma una successione di governi ispirati alle stesse linee) che esilia scrittori propri ed elimina, tramite sicari, scrittori appartenenti a una diversa etnia che si intende cancellare?
Io lo trovo disgustoso.
PS. Tutti gli autori citati nel mio pezzo, nessuno escluso, sono israeliani oppure ebrei, a volte di nascita e a volte di religione.
ZAPPATORE
“Musica, musicante!
Fatevi mórdo onore...
Stasera, 'mmiez'a st'uommene aligante,
abballa un contadino zappatore!”
(Mario Merola)
“Zapping” è una trasmissione radiofonica di Rai1 condotta, da circa 14 anni, da tal Aldo Forbice. Ho sentito con le mie orecchie alcune persone definire questo ponderoso scialacquio di megahertz un “programma d’informazione”. A queste persone vorrei manifestare la mia più profonda solidarietà umana e porgere i miei auguri di pronta e completa guarigione. Supplico gli infermieri di non stringere troppo le cinghie di cuoio del lettino ai loro polsi e di portargli ogni tanto qualche sigaretta. Nel programma di Forbice la maggior parte delle telefonate degli ascoltatori ricevono repliche del seguente tenore: Ascoltatore: «Dottor Forbice io le riconosco di avere condotto nella sua trasmissione molte battaglie civili. Che cosa penserebbe di condurre un’altra battaglia per la raccolta di firme per la reintegrazione dei tre giornalisti che sono stati esclusi dal fare trasmissioni come sa lei?» Forbice: «Come si permette? Questa è una trasmissione Rai. E in Rai di queste cose non si discute. Buonasera e grazie» (butta giù il telefono). Oppure: all’epoca dell’elaborazione del porcellum, un ascoltatore telefona affermando che non gli pare corretto modificare la legge elettorale a pochi mesi dal voto. Forbice lo zittisce: "Ma tutte le leggi elettorali si fanno negli ultimi mesi della legislatura, questo è normale...". L’ascoltatore ribadisce che sarà anche normale, ma non gli sembra accettabile. Forbice sbraita: “... Ho detto che è normale, dunque è anche accettabile, se non fosse normale non sarebbe accettabile, se la lingua italiana ha ancora un senso. Buonasera". E butta giù il telefono. E’ difficile definire questo ardito innovatore della lingua italiana, questo demiurgo d’audaci sinonimi, in termini non querelabili. Si potrebbe definirlo il Bokassa del suo miserabile palinsesto, ma questo non aiuterebbe a distinguerlo dagli innumerevoli imbrattatori italiani di frequenze meritevoli dello stesso titolo. Lo definirò dunque semplicemente “zappatore”, in ossequio al titolo della sua trasmissione e alla sua impareggiabile cultura umanistica e giornalistica.
Come ogni sotto-beneficiario di microscopico feudo, Zappatore non ama i nemici dell’economia curtense. Fra costoro c’è anche Beppe Grillo, che Zappatore ama attaccare con lo humour e la proprietà di linguaggio tipiche del calloso e nerboruto piantator di barbabietole. Vero è che Grillo, in virtù delle baggianate che ogni tanto non riesce a fare a meno di proferire, offre il fianco agli attacchi con una frequenza sempre più preoccupante. Ma finché avrà contro zotici armati soltanto di zappe e forconi, non corre pericolo di vita e può tranquillamente permettersi, semel in anno, qualche frescaccia, che, opportunamente assolta da repliche argomentate, fa solo bene alla salute.
Per esempio: Grillo, sul suo blog, si è adirato per la pubblicazione online, da parte dell’agenzia delle entrate, dei redditi dichiarati dai cittadini italiani nel
“I rapimenti di persone saranno facilitati, il pizzo potrà essere proporzionato al reddito dichiarato. La criminalità organizzata non dovrà più indagare, presumere. Potrà andare a colpo sicuro collegandosi al sito dell’agenzia delle entrate. I nullatenenti e gli evasori non avranno comunque nulla da temere. Chi paga le tasse sarà punito, chi ne paga molte potrà essere sequestrato, taglieggiato, rapinato. Le rapine in villa si faranno finalmente in tutta Italia e non saranno concentrate nel Lombardo Veneto.”
Ora, è chiaro che in queste poche righe c’è una tale concentrazione di frescacce da alimentare una piccola centrale nucleare. Le dichiarazioni dei redditi di cittadini e aziende sono pubblici per legge fin dal 1973. E’ dovere dell’agenzia delle entrate rendere pubblici questi dati, come è diritto di ogni cittadino conoscerli. E’ semmai stupefacente che a poche ore dalla pubblicazione le autorità minaccino di arresto i cittadini che esercitano questo loro diritto (senza peraltro neppure contestare l’operato di chi ha messo i dati su internet). La criminalità organizzata non ha certo bisogno di vedere i dati online per andare a colpo sicuro. E se mai ne avesse bisogno, povera criminalità organizzata! Finirebbe per sequestrare bidelli e operai, i quali, stando alle dichiarazioni dei redditi, guadagnano più di commercialisti e gioiellieri. Inoltre, con questa improvvida sfuriata, Grillo ha mostrato di nutrire preoccupazioni da magnate, che ben poco interessano la moltitudine di precari e profughi della globalizzazione che rappresentano lo stuolo dei suoi seguaci. Essere rapiti dall’anonima sarda non è esattamente la paura principale di cassintegrati e operatori di call center. Insomma, Grillo ha toppato stavolta così alla grande che qualsiasi avversario dotato di minima intelligenza dialettica avrebbe potuto agevolmente ridurlo in fettuccine. Fortunatamente per lui – e per chi come il sottoscritto nutre per Grillo, nonostante tutto, una certa simpatia – aveva contro lo Zappatore.
Il bifolco a onde medie, provocato da un ascoltatore, non ha trovato di meglio - prima di sbattergli il consueto telefono in faccia – che rammentare al popolo i 4 milioni e passa di euro percepiti da Grillo nel 2005. Immagino che nell’idioma rurale dei nostri progenitori ciò voglia dire: “Ahò, sete straccioni e ve strusciate ai damerini, ma nun ve vergognate? Nun lo vedete che questo predica bene e razzola male?”.
Torni pure alle sue succose melanzane, buon dottor Forbice. Grillo, in realtà – se queste sono le accuse – predica bene e razzola bene, nonostante qualche occasionale sproloquio. I suoi soldi vengono dal suo lavoro, non dalle tasse dei cittadini. I milioni che guadagna vengono dal contante che molti cittadini, per scelta e non per imposizione fiscale dello Stato, sborsano per assistere ai suoi spettacoli e acquistare i suoi DVD. Non come certi conduttori radiofonici, che sbafano a ufo i soldi dei contribuenti – provenienti dal canone RAI – offrendo come contropartita solo gutturalità sintattiche, bestialità argomentative e cornette sbattute nel muso. Grillo utilizza parte del denaro che guadagna per fare spesso (non sempre, ma nessuno è perfetto) ottima informazione, anziché per trasformare in melanzane i suoi ascoltatori e trattarli di conseguenza. Grillo non ha mai fatto mistero dei suoi corposi introiti, a differenza di certi coltivatori diretti dal reddito imprecisato. “Io sono il contribuente numero 30 dello Stato italiano”, ha dichiarato egli stesso in molti spettacoli. Su quei soldi paga regolarmente le tasse, il che è raro per un italiano e per un genovese è quasi eroico.
Dice Zappatore che si regalano soldi a Grillo ogni volta che si clicca sul suo sito. Io questo mese ci avrò cliccato un migliaio di volte. Mamma mia, chissà che salasso la prossima bolletta di Fastweb! Del resto anche i soldi che ogni cittadino, volente o nolente, deve donare a Zappatore sono regalati, soprattutto per coloro che, avendo traslocato in un quartiere dotato di rivendita ortofrutticola, non hanno più bisogno di usufruire del servizio pubblico offerto dagli zappatori di Stato.
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