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IL GRANDE GIARDINIERE

by Gianluca Freda (27/04/2008 - 15:54)

“Il più grande complotto mai esistito è sempre stato nel fatto che non esiste nessun complotto. Nessuno ce l’ha con voi. A nessuno importa un tubo se vivete o morite. Ecco, vi sentite meglio adesso?”
(Dennis Miller)

“I media, ben lungi dall’essere una cospirazione per attenuare la consapevolezza politica delle persone, possono essere visti come una cospirazione per nascondere la reale entità dell’indifferenza politica.”
(David Riesman)

“Ora che possiamo controllare la meteorologia, creare terremoti e onde di marea e sfruttare tutto questo come arma di guerra, ci serve un trattato.”
(Claiborne Pell, senatore e membro del Comitato d’Intelligence del Senato USA, citato da The Providence Journal Bulletin, 1975). 
 

Da bambino lessi un racconto di fantascienza di cui non ricordo più il titolo né l’autore. Nel racconto, la Terra era stata invasa da una razza di alieni giganteschi, alti più di un chilometro. Dopo lo sconcerto iniziale, i terrestri si erano abituati agli invasori, figure di altezza smisurata che camminavano sopra le loro città come se nemmeno esistessero. Gli alieni sembravano non notare l’esistenza dei terrestri e delle loro opere, non più di quanto un uomo potrebbe notare l’esistenza di una colonia di microbi o di parassiti. Il loro muoversi tra gli umani non produceva crolli, né devastazioni: semplicemente, ogni volta che i loro piedi calpestavano edifici e luoghi abitati, sulla zona si vedeva stendersi, per qualche istante, una grande ombra, che svaniva non appena l’alieno si allontanava. Dopo un po’ gli umani avevano imparato a non fare più caso agli invasori, considerandoli parte del paesaggio. Esisteva un ristretto gruppo di umani che continuava, imperterrito e inascoltato, a lanciare l’allarme, a mettere in guardia contro il pericolo rappresentato dai giganti. Tutto inutile. La stragrande maggioranza dell’umanità era troppo impegnata a badare alle proprie faccende per ascoltare questi folli deliri complottisti. Il complotto camminava di fronte a loro, alto più di un chilometro e piuttosto visibile, ma c’era chi sosteneva che i giganti erano sempre esistiti e il mondo era sempre andato così, dunque perché preoccuparsi?

Un bel giorno gli alieni iniziano a irrorare l’atmosfera con una specie di gas. Gli anticomplottisti a oltranza dicono che non c’è motivo di allarmarsi, i giganti stanno solo spruzzando aromi per rendere l’aria più profumata. Il racconto si conclude con il dialogo tra due terrestri, anticomplottisti e razionali, che osservano i giganti da lontano, continuando a prendersi cura dei propri giardini fioriti.

“E’ profumo quello che stai spruzzando sulle tue rose, Jim?”.

“No. E’ DDT contro i parassiti. Perché?”.

Questo racconto mi è tornato in mente qualche giorno fa, mentre osservavo il cielo primaverile sopra la mia città riempirsi nuovamente di scie chimiche. Avete presente le scie chimiche? Quelle che “preoccupano solo i complottisti che credono agli alieni e ai rettiliani”. Quelle che non esistono, oppure, a scelta, “sono sempre esistite, perché il cielo è sempre stato così”. Quelle che servono a “concimare i campi”, anche quando si vedono comparire sopra le metropoli. Quelle che “ma dài, sono solo nuvole”. Quelle delle quali – come sostiene Luca Mercalli, il metereologo parruccone visibile nel filmato qui sopra – non bisogna discutere per non andare fuori tema o perché “ci sono anche altri che devono parlare”. Quelle che non esistono e se per caso esistessero “ci sono cose più importanti di cui preoccuparsi”. Quelle che se una cosa è visibile ma non spiegabile va considerata semplicemente inesistente. Quelle che tutti vedono, ma non allarmano nessuno, perché se i media non ne parlano vuol dire che non sono pericolose.

Del resto, perché dovrebbero esserlo?

Non è forse profumo quello che ogni buon giardiniere spruzza sulle proprie rose?

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LA CHIESA: IL SEME DEL MALE - 2

by Gianluca Freda (26/04/2008 - 11:56)


LA CHIESA E IL SUO LAVAGGIO DEL CERVELLO
parte seconda

Intervista di Biagio Catalano a Domenico Pacitti
dal sito Justresponse
Traduzione di Gianluca Freda
 

Catalano: Visto l’attuale stato del disastro politico, economico e sociale in Italia, lei consiglierebbe a un futuro studente di imbarcarsi in un lungo (e molto oneroso) corso di studi in Italia? O c’è il pericolo di ritrovarsi, alla fine, non solo senza lavoro, ma anche condizionati nel proprio modo di pensare, contribuendo così all’incremento degli “ignoranti istruiti” d’Italia o dei candidati alla "fuga di cervelli"?

Pacitti: Il mio consiglio è di valutare se l’istruzione universitaria sia davvero l’unica strada per un avanzamento e di considerare le possibili alternative. Un paese come l’Italia, nel quale fino a tempi piuttosto recenti esisteva un alto tasso di analfabetismo, tende a sopravvalutare l’educazione universitaria. Sarebbe difficile trovare dei genitori italiani che non considerino il conseguimento di una laurea da parte del proprio figlio o figlia come un grande risultato. In questi casi, quando l’educazione universitaria è ritenuta indispensabile, consiglio di seguire i corsi universitari con il doppio obiettivo di imparare una materia e di trasformare il sistema. Ciò significa acquisire la volontà e le capacità necessarie ad organizzare un’azione studentesca estesa ed efficace.

Quando gli studenti italiani protestano, lo fanno immancabilmente per le condizioni di studio, per le tasse e per gli alloggi. Non protestano mai contro le procedure corrotte che generano i loro insegnanti. Evidentemente questo non è importante per loro, il che significa che gran parte della colpa del triste stato delle università italiane è da attribuire agli studenti stessi. Quegli studenti che vorrebbero essere giudicati sul merito, ma che non vogliono provare a modificare il corrotto sistema italiano, dovrebbero andarsene all’estero, contribuendo alla “fuga dei cervelli”... ma dovrebbero anche essere preparati a vedere sminuite le qualifiche ottenute all’estero e le possibilità di ottenere una cattedra al loro ritorno in Italia.

Catalano: In uno dei suoi articoli [Fondamenti cattolici della corruzione in Italia], che ho recentemente citato [in L’esegesi dello “sterco di Satana”], riferendosi al legame tra religione e economia lei evidenzia una stretta relazione tra il fallimento politico ed economico italiano e il cattolicesimo. Dal suo punto di vista, esistono ragioni intrinseche di carattere geo-climatico che potrebbero giustificare la nascita del cattolicesimo, delle sue familiari caratteristiche, il suo sviluppo come strumento di controllo di massa, proprio nell’area italiana?

Pacitti: Ogni indagine che ci aiuti a far luce sul ruolo degli elementi climatici e geografici sui processi formativi che hanno forgiato le caratteristiche dei nostri antenati e delle antiche civiltà della penisola italiana, va certamente incoraggiata. Non vedo motivo per cui questi fattori non potrebbero aver giocato almeno un ruolo di contributo.

Ad esempio, il fatto che l’Italia sia una penisola, insieme alla sua collocazione mediterranea, l’ha resa ovviamente un fondamentale centro di commerci nell’antichità, e questo potrebbe aver favorito il diffondersi di una mentalità mercantile fra gli abitanti. La questione è sicuramente degna di essere oggetto di studi approfonditi lungo le linee che lei suggerisce.

Si potrebbe usare il metodo della variazione concomitante, cioè cercare altri esempi in cui caratteri geografici e climatici analoghi abbiano prodotto tratti culturali simili; e poi cercare casi in cui clima, geografia e cultura non siano relazionabili, oppure lo siano in modo parzialmente diverso. Si dovrebbe, ovviamente, tener conto dei parametri storici per cercare di arrivare alla verità, isolando i fattori rilevanti. Lo storico francese Fernand Braudel, morto nel 1985, ha compiuto importanti ricerche in questo campo. So che esiste una Fondazione Braudel a New York che porta avanti il suo lavoro, ma non ho seguito gli ultimi sviluppi.

Catalano: Professore, ad un’analisi accurata risulta immediatamente ovvio che la storia dell’Impero romano e quella del Vaticano sono interdipendenti. A suo avviso, perché tanti accademici e la stessa opinione pubblica sembrano incapaci di percepire l’evidenza dei fatti, e cioè che la cristianità fu una creazione politica dell’Impero romano?

Pacitti: Una delle ragioni è che semplicemente non conoscono la loro storia. Un’altra è che l’indottrinamento della scuola e dell’università contiene le loro indagini entro una cornice sicura e predefinita. Gli accademici tendono a iper-specializzarsi in un unico settore. Ciò porta spesso ad una forma di istupidimento o rigor mortis mentale che impedisce loro di vedere certe situazioni nel loro giusto contesto e nell’esatta prospettiva, o di essere in grado di interpretare i risultati delle loro ricerche in modo appropriato. Un principiante indipendente e intelligente, perfino se autodidatta, è probabilmente più libero da questi considerevoli limiti. Un altro motivo sta nel fatto che, in tutta evidenza, non esiste una motivazione forte – e anzi vi sono molti disincentivi – a perseguire il tipo di ricerca che lei suggerisce, poiché essa non è politicamente utile.

L’opinione pubblica, in Italia e altrove, continua ad essere guidata in gran parte da coloro che controllano i media. E’ certamente vero che dall’epoca di Platone fino all’età moderna, passando per il medioevo, vi è stata una continuità nella degenerazione, come se una specie di forza corruttrice avesse assimilato e trasformato tutto ciò con cui veniva in contatto in qualcosa di basso e immorale. La profonda e insaziabile sete di potere all’interno della penisola italiana, che risale all’alba dei tempi, è un fenomeno che non trova paragoni nell’intera storia umana.

Vale forse la pena di ricordare ai nostri lettori che l’Impero Romano si fa generalmente iniziare con la battaglia di Azio nel 31 a.C. e finire con Romolo Augustolo nel 476 d.C. A partire dall’inizio del sesto secolo, l’Impero d’Occidente si era evoluto nell’Impero Bizantino. Si potrebbe anche dire che il Sacro Romano Impero ebbe inizio con Ottone il Grande nel 962, o perfino con Carlo Magno nell’800, e ricevette il suo definitivo coup de grâce solo nel 1806, a seguito della sconfitta di Francesco d’Austria ad opera di Napoleone. Abbiamo dunque un fenomeno rimarchevole e pressoché unico nella storia: una stessa città, Roma, ha generato i due imperi più potenti che il mondo abbia mai visto, che, presi insieme, si sono estesi per un arco di oltre duemila anni. Per dirla con Agostino d’Ippona, uno, la Città dell’Uomo, era temporaneo e mortale, l’altro, la Città di Dio, era eterno e non soggetto a quei fenomeni che abbattono gli imperi e pongono fine alle civiltà.

Catalano: Lei ha parlato della Controriforma e del Concordato come di eventi chiave nella riaffermazione del cattolicesimo e della sua perniciosa influenza sulla storia d’Italia e del mondo. Lei crede che sia possibile invertire questi processi, e se sì, come?

Pacitti: Il punto importante della Controriforma, o Riforma Cattolica, i principi della quale furono suggellati dal Concilio di Trento del 1563, è che in un momento in cui tutti gli altri paesi europei compivano giganteschi balzi in avanti, la Chiesa Cattolica Romana compiva un gigantesco passo indietro verso il medioevo. La necessità di credere in dogmi assurdi, come la transustanziazione, i sacramenti e la vita eterna, venne enfaticamente riaffermata, mentre le riforme furono quasi esclusivamente burocratiche. Il Concordato, d’altro canto, fu parte dei patti lateranensi che Mussolini stipulò con la Santa Sede nel 1929.

La creazione di uno Stato del Vaticano indipendente, il consolidamento dei poteri della Chiesa e la garanzia di nuovi poteri – in particolare il controllo sul sistema educativo del paese – furono tra le concessioni fatte da un dittatore onnipotente che però riconosceva, allo stesso tempo, l’enorme forza e influenza della Chiesa, con le sue centinaia di milioni di adepti sparsi per il mondo. Questa mossa, che fu del tutto politica e a quell’epoca assai utile per Mussolini, fu però decisamente pessima per il popolo italiano. Come la Controriforma, anche il Concordato fece un passo decisivo nella direzione sbagliata. Nonostante l’apparente limitazione di una parte di questi danni ad opera della Costituzione del 1948, la mentalità italiana contemporanea rimane dominata dalla Chiesa. Come si fa a invertire più di 2.000 anni di condizionamento sociale e psicologico? Io credo che non esista alcuna misura che, se adottata da sola, possa avere successo.

C’è bisogno di due cose: una serie di misure adottate all’unisono e allo stesso tempo la percezione da parte del pubblico che i cambiamenti siano permanenti. Anche se la mini-rivoluzione di Antonio Di Pietro avesse avuto successo, sarebbe bastato il mero peso del passato a diffondere la convinzione che un futuro governo avrebbe potuto invertire tutti i cambiamenti importanti. Le misure positive dovrebbero includere: politici che siano in grado di fornire al paese un esempio moralmente ineccepibile; pubbliche ricompense per la buona condotta e punizioni per la cattiva condotta; radicale riforma delle scuole e delle università nazionali; iniziative volte ad evidenziare la necessità di abolire la religione, in considerazione degli immensi danni che essa ha provocato; e la necessità di espandere la vecchia identità in favore di una nuova e positiva identità europea. Poiché è poco probabile che tutto ciò avvenga, possiamo ragionevolmente accettare che l’attuale mentalità resti prevalente ancora per un certo tempo.

Catalano: Perché crede che la classe politica italiana, a prescindere dal colore, mostri l’irresistibile desiderio di aggrapparsi in modo quasi subliminale alla politica e all’ideologia tradizionalmente espresse dal Vaticano, senza preoccuparsi degli effetti che quest’alleanza produce sull’opinione pubblica italiana e straniera? E’ solo una questione di banale clientelismo o ci sono altri fattori determinanti?

Pacitti: Osservare la debolezza e instabilità dei loro governi, da un lato, e il potere e l’influenza della Chiesa Cattolica dall’altro, ci fornisce l’evidente risposta. Si ha l’impressione – e non solo in Italia – che il termine “politico onesto” sia un ossimoro, una pura e semplice contraddizione in termini. L’azione politica è largamente incompatibile con l’osservanza di criteri morali, o almeno questo è ciò che mi è sempre sembrato.

In Italia, per tradizione, i politici entrano in politica con il fine di diventare potenti e influenti – certo un riflesso della loro debolezza e instabilità interna – e di ammassare ricchezza attraverso l’arte di trasferire fondi pubblici a conti bancari privati. Nessuno, in Italia, entra in politica per fare davvero il bene del popolo italiano. Ciò vuol dire che la colpa è soprattutto degli italiani stessi, i quali non hanno intrapreso azioni adeguate per porre fine a questa situazione. Vuol dire che non facendo nulla, con la loro inazione prolungata e intenzionale, essi hanno dato il proprio tacito consenso a questa classe politica criminale.

Nelle scorse elezioni, Berlusconi disse ai suoi candidati di rivolgersi ai loro elettori come se fossero bambini di undici anni. Questo dà il quadro di come siano visti oggi gli elettori. L’Italia non ha mai avuto una rivoluzione come quella francese, con la sua ghigliottina, e non ha mai beneficiato in pieno dello spirito dell’Illuminismo. In un certo senso molte nazioni hanno il governo che meritano. E così anche gli italiani, per la loro debolezza di volontà, per la mancanza di coraggio, per la loro mentalità condizionata dalla Chiesa, hanno avuto i governi e il sistema politico che meritavano.

Catalano: Molti opinionisti, giornalisti e conduttori televisivi italiani hanno oggi un background cattolico o sono in gran parte allineati. Lei crede che sarà possibile, nel medio termine, una defenestrazione di questa generazione inquinata, che possa fornire un esempio ai giovani che vogliono diventare buoni giornalisti? E se sì, quali strumenti si dovrebbero usare?

Pacitti: Qui non c’entra nulla l’essere cattolici praticanti, poiché molti dei principali giornalisti italiani sono ebrei, musulmani e buddisti. Il guaio è che tutti possiedono le richieste qualità di servilismo e di autocensura istintiva che gli permettono di restare nell’ambiente. E questi sono caratteri culturali italiani profondamente radicati che fanno parte dell’eredità di un modo di pensare inculcato dalla Chiesa.

L’aspetto più pernicioso della risultante distorsione mediatica consiste nell’illusione che all’ascoltatore, lettore o telespettatore venga presentata tutta la gamma delle opinioni possibili. La verità è che le opinioni radicali o indipendenti vengono accuratamente e sistematicamente filtrate per il loro potenziale sovversivo, il che è una notevole restrizione della libertà d’espressione. Quindi i presentatori di cui lei parla sono meno pericolosi quando agiscono apertamente come maggiordomi dei loro burattinai politici piuttosto che quando sembrano operare con meticolosa imparzialità; poiché in quest’ultimo caso l’arte dell’inganno è perpetrata in modo sottile, come in una gara di scacchi, attraverso la sofisticata elaborazione di verità parziali che messe insieme producono un’immagine fasulla.

Del resto, considero l’eliminazione di questa casta corrotta tanto improbabile quanto l’eliminazione della corrotta classe politica, per gli stessi motivi della risposta precedente: debolezza e passività, che sono parte del marchio indelebile impresso dalla Chiesa sulla mentalità italiana.

Catalano: Lei pensa che affamare e ridurre all’ignoranza un intero paese rappresenti una tecnica efficiente di manipolazione demagogica? Se sì, in che modo e con quali metodi ciò viene attuato in Italia?

Pacitti: No. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ha compreso ormai da tempo che l’indottrinamento sistematico ad opera dei media è molto più efficace per controllare il pensiero della gente rispetto ai vecchi metodi che sfruttavano la fame e la miseria. E l’Italia impara continuamente dagli Stati Uniti. Gli italiani sono un popolo creativo per natura, la cui creatività deve essere ristretta entro certi confini ben definiti, affinché non divenga politicamente pericolosa o sovversiva. Un popolo affamato è potenzialmente più pericoloso di un popolo ben nutrito e dotato di appropriato intrattenimento.

La promozione di una conoscenza culturale “sicura” viene considerata accettabile. Ma allo stesso tempo, secondo il CNS, occorre tenere la gente all’oscuro di certi problemi. E questo, di nuovo, significa controllo mediatico... non solo di cosa e come viene comunicato, ma, cosa più importante, di cosa deve essere omesso.

Catalano: Professor Pacitti, grazie per la sua gentile collaborazione. Presto verremmo ancora a parlare con lei e a beneficiare delle sue opinioni. 

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AGGIORNAMENTO DIALER

by Gianluca Freda (24/04/2008 - 01:09)

Allora: da quel che leggo su altri blog che hanno avuto il mio stesso problema, pare che la fonte del dialer che infestava questo sito  fosse proprio il contatore, che ho rimosso. Prego gli utenti che hanno avuto la sventura di imbattersi nel dialer (e che usano Win XP) di compiere le seguenti operazioni:

1) Andate alla cartella Documents and SettingsNome utente. Qui potreste trovare uno o più file aventi per icona una specie di mondo blu, con il nome composto da 8 o più lettere ed estensione .exe. Sono tutti dialer, cancellateli senza pietà. Se necessario, eseguite anche un controllo con AVG FREE.

2) Non basta cancellare il dialer, poiché sembra che il programma java 'Base Actvitied Limited' che è stato installato nei pc infetti ricrei il dialer ogni volta che si torna sul sito. Perciò, dopo aver cancellato i dialer, fate così:

1. Andate su pannello di controllo e quindi aprite il programma di configurazione Java.

2. Cliccate su 'Protezione' quindi su 'Certificati'.

3. Selezionate il certificato 'Base Actitivities Limited' e quindi cliccate su rimuovi.

Questo dovrebbe risolvere definitivamente il problema.

Chiedo scusa a tutti per l’inconveniente. In futuro eviterò di fidarmi dei contatori gratuiti. Speriamo adesso di poter tornare a parlare di cose serie.   (GF)

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LA CHIESA: IL SEME DEL MALE

by Gianluca Freda (23/04/2008 - 21:46)


LA CHIESA E IL SUO LAVAGGIO DEL CERVELLO
Prima parte

Intervista di Biagio Catalano a Domenico Pacitti
Tratto dal sito Justresponse
Traduzione di Gianluca Freda

 

Nota del traduttore: credo sia la prima volta che mi capita di tradurre in italiano l’intervista di un giornalista italiano ad un insegnante italiano. Già questo basterebbe a capire quanto le posizioni di Domenico Pacitti, attualmente insegnante di lingua inglese e letteratura americana all’Università di Pisa, siano sgradite e impubblicabili in Italia. Così sgradite e impubblicabili da poter essere espresse solo (o soprattutto) in inglese, nel sito JUST Response di cui lo stesso Pacitti è direttore. E questo non solo per la sempiterna prepotenza del potere politico e per la censura dell’establishment italico contro ogni opinione “deviante”, ma anche per il disinteresse del gregge nazionale verso ogni punto di vista non omologato. Tutto ciò che non sia riconducibile alla guerra tra bande in cui si risolve il quadro politico e non comporti la professione di fede per l’una o per l’altra cosca, viene semplicemente ignorato dai montoni con la matita copiativa. Se un’opinione non serve a far vincere la “mia” cosca, se non mi dà garanzia di clientele, se non procura a mio nipote un posto da scaldapoltrona in qualche ente pubblico, allora, anche se ben argomentata, è un’opinione inutile. Anzi, non è neppure un’opinione, dunque è superfluo e pericoloso pubblicarla. E lo è altrettanto leggerla. Questa intervista – assolutamente inutile – di un bravo giornalista italiano ad un ottimo docente italiano, pubblicata in lingua inglese, è per coloro che non sanno fare a meno dei punti di vista del tutto ininfluenti sulla carriera. E perfino un tantino rischiosi.

 

Biagio Catalano: Professor Pacitti, vedo dai suoi scritti che lei si definisce un ateo. In che senso, esattamente, lei è un ateo?

Domenico Pacitti: Sono ateo nel senso che non conosco nessuna ragione convincente per sostenere l’esistenza di una divinità suprema. Non credo neppure nell’immortalità, nella vita eterna, nel paradiso o nell’inferno, nei miracoli o che Gesù Cristo sia il figlio di Dio. Naturalmente non posso dimostrare in modo definitivo l’inesistenza di Dio, allo stesso modo in cui non posso dimostrare in modo definitivo l’inesistenza di un ristorante italiano in attività sul pianeta Plutone o che il nostro mondo sia popolato da spettri che esistono al di là della nostra percezione. Ma considero del tutto ragionevole il mio scetticismo su tutti e tre questi argomenti e mi assumo l’onere della prova per il fatto di stare dalla parte di coloro che enunciano tali proposizioni. Il termine ‘agnostico’ lo riserverei a coloro che si lasciano coinvolgere più profondamente da questo problema e scoprono di non poter esprimere certezze in un senso o nell’altro.

Catalano: Qual è stato il suo primo contatto con il cattolicesimo romano e come è diventato un ateo?

Pacitti: Ricordo che intorno all’età di 4 anni, a Glasgow, dove sono nato e cresciuto, domandai a mia zia delle immagini sacre che teneva nel suo messale della domenica. Una mostrava un San Michele trionfante che trafiggeva con una lancia un Lucifero caduto. Un’altra raffigurava l’Arcangelo Gabriele con la tromba che avrebbe suonato un giorno per annunciare la fine dei tempi. Ricordo di essermi immediatamente chiesto perché mai un Dio benevolo avrebbe dovuto promuovere un simile, spietato spargimento di sangue e togliere sadicamente il tappeto del tempo da sotto i nostri piedi. Ma non ricevetti alcuna risposta soddisfacente alle mie insistenti domande. Avevo la vaga sensazione che la religione non avesse un senso letterale e che dovesse essere vista in termini simbolici o mitologici, anche se a quell’epoca non avrei saputo esprimere la cosa in questi termini. Penso di non aver mai creduto seriamente a tutte queste storie. Perciò direi che non sono mai diventato ateo: semplicemente non sono mai diventato religioso.

Catalano: In che modo le sue prime esperienze scolastiche hanno rafforzato il suo ateismo?

Pacitti: Nell’istituto religioso che frequentai tra i cinque e i nove anni, le suore ci facevano imparare il catechismo a memoria: “Chi ti ha creato? Dio mi ha creato. Perché Dio ti ha creato? Dio mi ha creato per conoscerlo, amarlo e adorarlo in questo mondo, così che io possa essere felice con lui in eterno nell’altro”, e robe del genere. A questo punto avevo capito benissimo che erano stati i miei genitori, e non Dio, a crearmi e consideravo un affronto verso di loro l’attribuire tale atto, nel bene o nel male, a Dio o il pretendere che io amassi lui più di quanto amavo loro.

Il concetto di adorazione mi è sempre apparso intollerabilmente servile, umiliante e indegno di qualunque persona dotata di amor proprio. Né il dover chiamare “Sorella” una suora e “Padre” un prete serviva a migliorare le cose. Una parte del catechismo ci chiedeva di accettare che ogni volta che si celebrava una messa avveniva letteralmente un miracolo e che questo miracolo consisteva nella trasformazione, ad opera del prete, del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo. Ricordo che domandai alle suore se la transustanziazione non dovesse, per caso, essere interpretata in senso simbolico, come il morso che Adamo diede alla mela. Il raccapricciato responso fu che tutto doveva essere accettato in senso assolutamente letterale e che io dovevo imparare a non avere tutti questi dubbi come San Tommaso.

Devo aggiungere che la decisione dei miei genitori di mandarmi in scuole cattoliche private fu fondata sulla mera considerazione dei loro presunti alti standard educativi, poiché i miei genitori non furono mai cattolici praticanti né furono particolarmente interessati alla mia educazione religiosa.

Catalano: Può raccontarci qualcosa delle sue esperienze scolastiche successive?

Pacitti: L’educazione religiosa delle scuole primarie e secondarie che frequentai presso i gesuiti aggiunsero all’indottrinamento per memorizzazione un’altra forma di indottrinamento più sottile: l’autocensura istintiva. Questo veniva ottenuto consentendo e perfino incoraggiando la formulazione di domande, a patto che esse ricadessero all’interno della cornice dottrinale accettata; in altre parole, purché esse non rappresentassero una sfida radicale alla dottrina. Tutto ciò che ricadeva al di là dei confini prestabiliti era inammissibile.

Iniziai a notare che il comportamento di coloro che credevano in Dio, nella vita eterna e nell’immortalità era in palese contraddizione con i loro professati convincimenti. Una volta uno dei miei insegnanti morì dopo aver ricevuto gli estremi sacramenti, il che doveva garantirgli un sicuro passaggio verso il paradiso, e io non riuscivo a capire perché tutti fossero così tristi. Dovrebbero rallegrarsi, pensavo. E mi chiedevo che ne sarebbe stato di coloro i quali, essendo morti senza ricevere l’indispensabile trattamento preferenziale, sarebbero arrostiti all’inferno in ossequio a questa bizzarra dottrina.  

Catalano: Esistono episodi o conflitti personali particolarmente memorabili di cui può parlarci?

Pacitti: Vi furono alcuni incidenti. Posso parlarle di quello che ebbe il maggiore impatto su di me. Quando avevo nove anni diedi l’esame d’ingresso per una scuola primaria dei gesuiti a Glasgow e lì ebbi la mia prima esperienza dell’ingiustizia che è tipica del cattolicesimo romano. Il rettore, un certo padre Tracy, uomo intossicato dal potere clericale, ce l’aveva con gli italo-scozzesi che mandavano i bambini a lavorare nelle attività di famiglia prima che avessero completato i corsi scolastici e diceva di voler dar loro una lezione. Beh, la lezione arrivò sotto forma del rifiuto di accettare il candidato con i voti più alti, che ero io, per il fatto che venivo da una famiglia italiana. Invece, ad altri italo-scozzesi, quelli raccomandati, venne garantito un posto nella scuola. L’azione determinata dei miei genitori alla fine mise il rettore in ginocchio. Ricordo ancora l’angoscia sul viso di mia madre quando le chiesi se potevo avere la mia uniforme scolastica e le assicurai di non aver fatto nessun errore all’esame.

Mi dissero la verità solo dopo che il problema era stato risolto e in quell’occasione appresi anche che il rettore era rimasto molto seccato per aver dovuto avere a che fare con una donna, essendo mio padre troppo disgustato per incontrare il rettore di persona. Fu un’esperienza ulteriore che confermò la mia visione secondo la quale i preti sono virus della società, che corrompono la verità e infettano il pensiero.

Catalano: Professore, in che senso e fino a che punto la religione porta il peso della responsabilità per l’educazione socio-culturale dell’individuo, con particolare riferimento all’Italia?

Pacitti: Mi permetta di chiarire che io mi oppongo a tutte le religioni, poiché esse sono irrazionali e diffondono false credenze. Qui parliamo, nello specifico, del cattolicesimo romano. Gli esempi che ho appena citato riguardano il Regno Unito solo in senso molto limitato, poiché presentano alcuni dei marchi inconfondibili della Chiesa Cattolica italiana: l’avvelenamento delle menti dei giovani attraverso un indottrinamento volto a inculcare stupidaggini; la restrizione arbitraria della libertà di pensiero attraverso la ginnastica dell’autocensura; l’uso di concetti di gratuita violenza fisica e psicologica avente lo scopo di terrorizzare per raggiungere fini prestabiliti; la mancanza di rispetto per i meriti personali; l’ossessione per il potere e la gerarchia; l’accettazione della filosofia delle raccomandazioni e degli scambi di favori; il disprezzo per la verità, per la giustizia e per i princìpi più alti; la mancanza di rispetto e perfino il disprezzo verso le donne; e l’ipocrisia.

In Italia la situazione è ovviamente molto peggiore, poiché questi pregiudizi sono stati per secoli parte della normale vita quotidiana, nel senso più ampio possibile. Nei casi migliori, la religione cattolica romana incoraggia i credenti a compiere certi atti moralmente positivi e ad astenersi dal compierne altri moralmente negativi. Ma immancabilmente per le ragioni sbagliate. In questo senso, molto limitato, il cattolicesimo romano può essere considerato positivo. Dall’altro lato, soprattutto in Italia, l’etica del perdono ha portato ad una profonda corruzione di valori come verità e giustizia. Ha anche favorito la debolezza di volontà, offrendo scarsi incentivi all’obbedienza alle leggi.

Credo che in questo caso il male superi di gran lunga il bene e che la religione cattolica romana debba essere ritenuta la principale responsabile di una corruzione endemica e profondamente radicata. Nel frattempo, con la pubblicazione del suo catechismo, Herr Ratzinger (§43 ss.), non contento evidentemente dell’abissale record di corruzione detenuto dalla sua Chiesa, ha compiuto un importante passo verso la legittimazione di quell’atroce massacro umano provocato dalle bombe e da altre armi. Ricorderà inoltre che all’alba dell’invasione alleata dell’Iraq, il Vaticano disapprovò le proteste pacifiste in Italia, fondamentalmente per il motivo che il Vaticano si riteneva l’unica autorità autolegittimatasi a intervenire sull’argomento. Né le proteste pacifiste ricevettero dai media italiani l’attenzione che meritavano, il che non è certo una sorpresa.

Catalano: Lei ha una conoscenza molto solida del sistema universitario italiano, essendo lei stesso un docente. In molti dei suoi articoli lei parla in modo instancabile, assai critico e senza mezze misure dell’anormale stato di degenerazione delle università italiane. A cosa è dovuto questo disastro e quali problemi potrebbe causare sul lungo periodo?

Pacitti: Come si può avere una scuola o un’università credibile all’interno di un sistema che non solo non riconosce l’elemento fondamentale del merito, insieme ai valori supremi di verità, giustizia e autentica libertà di pensiero e di espressione, ma nutre addirittura verso tutte queste cose un cinico disprezzo e punisce in continuazione gli insistenti tentativi di valorizzarle? La competizione per una cattedra che è già stata assegnata in anticipo non merita di essere chiamata competizione. Un esame in cui tutti imbrogliano e i professori fanno favoritismi non è un esame.

Un’università italiana non merita di essere chiamata università poiché molte connotazioni comunemente associate alle università vere e proprie sono dolorosamente assenti. Abbiamo bisogno di riflettere sul fatto che ogni docente, oltre a insegnare i contenuti della propria materia, insegna allo stesso tempo, probabilmente in modo del tutto inconscio, attraverso l’esempio che fornisce, proprio come i bambini imparano più dall’esempio dei propri genitori che dall’istruzione esplicita. Gli studenti, inconsciamente, assimilano quest’ultimo aspetto. In un’università italiana il docente che vi fornisce l’insegnamento è, nella migliore delle ipotesi, colpevole di complicità passiva nella perpetuazione di un sistema corrotto, poiché non è credibile che egli non sia consapevole dei diversi meccanismi di corruzione, eppure la debolezza di volontà e la paura di reprimende gli impediscono di denunciarli.

Anche qui la mentalità italiana, generata dalla Chiesa Cattolica Romana, impedisce di percepire un simile comportamento per ciò che è. Dovrebbe essere fin troppo ovvio che le persone che scelgono di non denunciare la verità, pur conoscendola, che optano per il muro di silenzio, divengono automaticamente complici dei criminali e corresponsabili della corruzione. Ma il condizionamento culturale cattolico oscura sistematicamente questa e altre simili percezioni. Nella peggiore delle ipotesi il vostro docente giocherà un ruolo attivo in quella corruzione in modo regolare e duraturo. Che possibilità hanno gli studenti se coloro che rivestono il ruolo formativo sono essi stessi impresentabili? Un attento studio dei meccanismi attraverso i quali la conoscenza viene assimilata nel  contesto di una classe contribuisce ad evidenziare questo aspetto. Ecco perché, in Italia, l’educazione gioca un ruolo chiave nel rinforzare e perpetuare la corruzione e la perversione di valori fondamentali.

(1- continua)

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DEMOCRAZIA: COME CI UCCIDE, COME UCCIDERLA

by Gianluca Freda (23/04/2008 - 15:12)


ELEZIONI – INTERVISTA A N. CHOMSKY
scritto da huey, dal sito cittadiariano
(grazie al lettore @lecs per la segnalazione)
 

Ho scovato un’interessante intervista a Chomsky (”guru” della sinistra USA che non stimo particolarmente, voglio dirlo per onestà), in cui espone i motivi della “disaffezione” al voto dell’elettore americano, sintetizzabili nell’espressione “helplessness”, ossia “senso di impotenza”. In pratica, l’elettore ha preso coscienza che il suo voto NON FA alcuna differenza, e che non ha nessuna influenza sul cambiamento politico. Ciò è tanto più vero in quanto negli USA ci sono solo due partiti, uno di destra ed un altro di estrema destra, come ebbe a dire Gore Vidal. Una finta “bipolarizzazione”, insomma, accentuata dal fatto che praticamente tutti i membri del Congresso e del Senato sono a libro paga di una delle potenti lobby USA, quando non ne siano addirittura parte integrante (grazie alle “partecipazioni” azionarie o alle opzioni detenute).

Purtroppo la tendenza italiana è simile, ed in questo senso la nascita di PD - PDL può essere solo deleteria, come ho abbondantemente rilevato e motivato altrove.

Non dovrebbe rassicurarci, con la scusa della “maggiore governabilità”, ma piuttosto preoccuparci: oggi in Italia oltre 1/3 dei cittadini votanti NON SONO rappresentati in Parlamento. E quelli “rappresentati” non lo sono realmente, perché i loro rappresentanti prendono ordini dai vertici di partito, controllati dai poteri forti. E sarà sempre peggio.

P.S.: l’intervista è del febbraio 2002. Sei anni dopo, è profetica e di un’attualità sconcertante.


Deterring democracy in Italy
intervista a N. Chomsky

Pacitti: Silvio Berlusconi, plurimiliardario magnate dei media, ha vinto le elezioni italiane nonostante sia in balia delle accuse criminali e del conflitto tra affari ed interessi politici. Sembra che gli italiani siano meno interessati alla questione morale e più interessati a quello che Berlusconi possa fare per loro.

Chomsky: Perché pensa che la situazione sia diversa in Gran Bretagna e negli Stati Uniti?

Pacitti: È questo che spero che ci spieghi.

Chomsky: La risposta è che non è diverso.

Pacitti: Può elaborare il concetto?

Chomsky: Alcuni mesi fa qui c’è stata un’elezione. Ora, io non so in Italia, ma qui la popolazione è “sondata” estensivamente, in modo massiccio, cosicché noi abbiamo una conoscenza abbastanza buona degli atteggiamenti pubblici. C’è, infatti, ad Harvard un progetto chiamato “L’Elettore che Svanisce”, che mi sembra molto significativo. Si occupa di analizzare nei dettagli i risultati elettorali per tentare di determinare perché gli elettori stanno perdendo interesse nelle elezioni da venti anni a questa parte. Una delle cose che viene misurata è il senso di “helplessness”, di impotenza cioè, ovvero si percepisce sempre di più che non è possibile fare niente che agisca sul processo politico. Il senso di impotenza ha colpito pesantemente quest’anno, ben oltre ogni precedente. Di fronte all’elezione approssimativamente il 75% della popolazione ha percepito che non c’era alcuna competizione, che era solo una sorta di gioco tra sottoscrittori ricchi, “boss” di partito ed i media. L’industria delle relazioni pubbliche, della pubblicità, ha creato i candidati, addestrandoli ad usare certi gesti e determinate parole che i ricercatori di marketing indicavano come utili ai fini elettorali. Alla fine nessuno diceva ciò che pensava, nessuno capiva e molti pensavano che si trattasse di qualcosa privo di senso, solo una specie di gioco di marketing, di pubbliche relazioni.

Pacitti: E pensa che ciò che sta accadendo in Italia sia simile?

Chomsky: Posso dire che è molto simile, ma io non conosco l’Italia come gli Stati Uniti. Questa è una tendenza che partì dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna e che risale alla prima parte del secolo. Era naturale che dovesse nascere nei paesi più democratici. Negli anni ‘20 qui si capì subito – negli altri paesi più tardi – che non era più possibile controllare la gente con la forza.I paesi stavano diventando più democratici. Il diritto di voto si stava estendendo. Il Partito Conservatore britannico - abbiamo i loro verbali interni – all’epoca della Prima Guerra Mondiale comprese che non c’era più alcun modo di tenere la generalità della popolazione fuori del sistema elettorale. Compresero che si andava verso il suffragio universale e che dovevano perciò rivolgersi a quello che chiamarono “guerra politica”. Sono chiamate pubbliche relazioni, ma significa propaganda, cioè il tentativo di controllare gli atteggiamenti delle persone ed i loro pensieri dirigendoli verso altre preoccupazioni.Non potendo controllare il popolo con la mera forza, lo si tiene comunque fuori dall’”arena politica”. Lo stesso veniva fatto negli Stati Uniti. Infatti, si registrava una crescita enorme dell’industria delle pubbliche relazioni. Nelle società più avanzate, più democratiche, c’è da credere che appena una società ottiene più libertà, la propaganda sostituisce la violenza come mezzo di controllo del popolo.

Pacitti: Berlusconi è stato imputato in una serie di processi penali in cui è stato condannato. Ma a causa della legge italiana sulla caduta in prescrizione dei reati, in effetti nessuna di queste sentenze è stata applicata. Un recente libro elenca quattordici imputazioni contro Berlusconi. Nell'ultimo decennio ha collezionato pene detentive per un totale di sei anni e cinque mesi per corruzione, finanziamento illegale e falso in bilancio.

Chomsky: Per gli standard Usa si tratta di banalità.

Pacitti: Nel 1990, Berlusconi fu condannato per spergiuro dopo aver negato la sua appartenenza alla loggia Massonica P2, una organizzazione anti-comunista che ha usato i servizi segreti per fini politici. La condanna di Berlusconi fu annullata da un'amnistia generale. Il sostegno degli Stati Uniti alla P2 sembrerebbe confermare quello che lei sta dicendo.

Chomsky: Precisamente. L'Italia, come sappiamo, è stata il principale obiettivo degli Stati Uniti fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Lo scopo era quello di minare la democrazia in Italia. Negli anni ’40, c'era la grande paura che la Sinistra vincesse un’elezione democratica. In particolare, nel 1948 la Sinistra aveva un grande prestigio. Voglio dire che aver sostenuto la resistenza contro il Fascismo era un fatto molto importante in quel periodo, così come supportare i sindacati. Proprio mentre la Sinistra si apprestava a vincere le elezioni, gli Usa iniziarono a cospirare. Non so se a lei è noto, ma il primo piano del Consiglio di Sicurezza Nazionale [NSC1, si veda in proposito il memorandum in “Storia del Consiglio di Sicurezza Nazionale 1947-1997"] riguarda l’obiettivo di minare la democrazia in Italia. Questo era il problema dell’epoca. E conclusero che potevano minare il processo democratico ricorrendo all’arma degli aiuti alimentari – e non credo che ci sia bisogno di ricordarle che in quel periodo c’era molta gente letteralmente affamata – alla reintegrazione della polizia fascista (cosa che fu effettivamente fatta) e ad altre cose del genere tra le quali il sabotaggio dei sindacati. Se tutto questo non fosse stato sufficiente e la Sinistra nonostante tutto avesse vinto, gli Stati Uniti avrebbero tentato la carta di una “mobilitazione nazionale”, appoggiando nel contempo una serie di attività paramilitari contro il governo. La politica del Consiglio di Sicurezza Nazionale prevalse, e continuò fino agli anni settanta e forse oltre. Voglio dire che le nostre conoscenze arrivano solamente fino agli anni settanta perché lì i documenti si fermano. Il sostegno alla P2 va inserito in questo contesto. In altre parole, lo sforzo di minare la democrazia italiana ha radici antiche. A confronto, Berlusconi non sta organizzando attività militari per rovesciare il governo. Ciò che accade oggi non è corretto, ma non è grave quanto quello che è accaduto in passato. Ed è lo stesso qui. A Clinton non è accaduto di avere molti processi per corruzione. Ma guardiamo il “curriculum” di Reagan e di alcuni esponenti della sua amministrazione [1981-89].

Pacitti: C'è più di un sospetto qui in Italia che Berlusconi abbia avuto un sostegno dalla Mafia siciliana alle elezioni nazionali.

Chomsky: Sì, ma da dove venne la Mafia siciliana? Non nacque dal nulla. La Mafia, come lei sa, era stata distrutta da Mussolini. E come fu ricostituita la Mafia? Fu ricostituita quando gli eserciti americani e britannici sbarcarono prima in Sicilia e poi in Italia meridionale; e la stessa cosa accadde in Francia meridionale e la criminalità fu ricostituita come un’“agenzia” per minare la resistenza e minare la Sinistra.

Pacitti: Quindi, lei ha esaminato nei dettagli la vicenda italiana?

Chomsky: Non ho fatto ricerche originali ma ho valutato la vicenda comparando diverse fonti. Quindi, per esempio, nel mio libro Deterring Democracy uno dei capitoli [capitolo 11: la Democrazia nelle Società Industriali], contiene dei riferimenti al principale progetto statunitense e britannico dopo la Seconda Guerra Mondiale: minare la resistenza contro il Fascismo e ripristinare il tradizionale sistema politico. C’è un riferimento all’Italia, che viene approfondito in un altro libro successivo, che si avvale di rivelazioni ulteriori. E sull’argomento c'è un libro molto buono che ho recensito da qualche parte [World Orders, Old and New, Londra, 1997]. Uno storico italiano [Federico Romero, The United States and the European Trade Union Movement 1944-1951, Nord Carolina, 1989-1992] giudica addirittura positivamente il fatto che gli alleati abbiano disarmato la resistenza e riportato il “Comitato di Liberazione Nazionale” all’ordine, perché i “liberi movimenti politici e sociali da sempre ispiravano diffidenza agli Alleati” in quanto “difficili da controllare”. Romero descrive gli sforzi degli inglesi e degli americani finalizzati a minare i gruppi operai e la resistenza contro il Fascismo in Italia settentrionale. Nonostante il giudizio positivo, la descrizione è di grande interesse in quanto molto accurata.

Pacitti: E la base per questo processo fu posta subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, giusto?

Chomsky: Sì, e non solo per l'Italia. È stato un fenomeno mondiale. Lo stesso è avvenuto in Giappone. Uno studio notevole è appena stato pubblicato – ha vinto il premio Pulitzer [Hirohito and the Making of Modern Japan di Herbert P. Bix] - su come gli Stati Uniti riabilitarono l’Imperatore Hirohito dopo la Seconda Guerra Mondiale come parte dello sforzo complessivo di sostenere il Fascismo e minare la Sinistra. È stato un fenomeno mondiale.

Pacitti: Dunque, i casi italiani di corruzione risultano assai meno gravi della casistica americana?

Chomsky: Menzionerò solo un altro esempio per convincerla. In Francia, proprio accanto l’Italia, ci fu una grande resistenza anti-fascista e forti movimenti operai. Il sud della Francia fu colpito con intensità seconda solamente al caso italiano. L’obiettivo era sempre il sabotaggio della Sinistra e dei sindacati. Così fu restaurata la Mafia corsa in Francia meridionale e quella è stata la fonte del traffico di eroina nel mondo. Per ripagarli dei “servizi politici” gli americani consegnarono ai corsi il monopolio della produzione di eroina. E con questo siamo alla “French connection”, giusto? Così nacque il problema della droga nel dopoguerra. Queste sono cose importanti. Basta dare un’occhiata al “NSC1” che ho citato prima, il primo memorandum del “Consiglio di Sicurezza Nazionale”, così cruciale nel contesto, richiedeva se necessario, come dicevo, la coercizione. Diciamo in prima istanza il ricatto del cibo e - se non bastasse - il sabotaggio delle elezioni. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto sobillare una “mobilitazione nazionale”, e quindi preparare la guerra e sostenere le attività paramilitari interne italiane.

Pacitti: Da quello che lei sta dicendo deriva che Berlusconi sarebbe stato appoggiato fin dall’inizio dalla Mafia, che a sua volta è stata spalleggiata dagli Stati Uniti.

Chomsky: Sì, gli Stati Uniti avevano restaurato la Mafia, che in precedenza era stata distrutta.

Pacitti: Quindi in Italia stiamo vedendo solo “metà della storia”. Posso chiederle qualcosa di più sul caso Berlusconi? So che non le piace dare consigli e senza dubbio non me ne darà alcuno. Ma molta gente radicale in Italia sta chiedendosi cosa fare. C’è chi ha iniziato a scrivere libri che raccolgono i casi di corruzione e di ingiustizia, dalla Mafia a Berlusconi fino ai casi socialmente accettati di corruzione accademica. So che lei ha posto il problema all'interno di un contesto più largo, globale, ma c'è qualche cos’altro che noi potremmo e dovremmo fare stando qui e che non stiamo facendo e che va oltre un contesto italiano?

Chomsky: La risposta a queste domande è la stessa, al di là di quale sia il caso specifico. Non ci sono segreti che non siano stati scoperti negli ultimi duemila anni. Nello specifico italiano, tra “Mafia connections”, criminalità e così via i fatti dovrebbero essere sufficientemente conosciuti. Ma la domanda è un’altra: a chi importa realmente? Per quanto posso capire, il vero problema è che in Italia la gente grosso modo sa, magari non i dettagli, ma effettivamente non gliene importa.

Pacitti: E perché pensa che non ci sia interesse e coinvolgimento?

Chomsky: Il popolo subisce una pressione tremenda, non solo in Italia ma in tutto il mondo. Il tentativo è quello di rimuovere la popolazione dall’arena politica. Questo viene chiamato neo-liberismo, un modello che ha il suo zoccolo duro in Gran Bretagna e negli Stati Uniti - di nuovo i paesi più avanzati - ma che si espande ovunque, col risultato di invertire quello che accadde negli anni sessanta. Quello che accadde negli anni sessanta aveva terrorizzato le élite internazionali. Questo emerge in modo netto, e forse nel modo più netto, in The Crisis of Democracy, il più sorprendente documento sull’argomento.

Pacitti: Fu pubblicato nel 1975 ed era il primo studio della Commissione Trilaterale fondata da David Rockefeller. Giusto?

Chomsky: Sì. La Commissione era una élite, una élite internazionale liberista, da Europa, Stati Uniti e Giappone. Ed era formata prevalentemente da persone dell’amministrazione Carter, che erano quasi interamente “liberal” nel senso americano del termine, cioè socialdemocratici ed internazionalisti. Tutta questa gente era profondamente turbata da quanto accadeva in tutto il mondo negli anni sessanta. Ciò che li turbava maggiormente era la crescita della democrazia, cioè la parte della popolazione – le donne, i lavoratori, le minoranze, gli anziani – solitamente apatica e passiva che entrava nell’arena politica e tentava di imporre le proprie richieste. Stavano entrando in un territorio proibito. Iniziarono a pensare che il sistema politico fosse nelle mani delle tirannie private, di poteri privati, e stavano cominciando ad erodere proprio questi poteri. Quella è la crisi della democrazia secondo la “Trilateral”. Affermarono dunque che troppa democrazia non va bene, occorre più moderazione, era necessario riportare la gente all’apatia ed alla passività. Affermarono di essere turbati e richiamarono le istituzioni responsabili dell’indottrinamento – termine loro, non mio – dei giovani. Si riferivano alle scuole, ai funzionari, ai media, alle chiese che anziché indottrinare stavano diventando troppo indipendenti e “pensanti”, troppo attivi. Avrebbero dovuto agire per invertire appunto “la crisi della democrazia”. Ci sono stati da allora sforzi notevoli per riportare le persone alla marginalità, e questo tentativo assume molte forme. Una forma è la “minimizzazione” dello Stato in chiave neoliberista. Sottrarre le decisioni all’arena pubblica per portarle in mani private è un’altra forma di privatizzazione. Un'altra forma è la centralizzazione delle autorità finanziarie. La Banca Centrale Europea ha autorità enorme e non è responsabile di fronte al parlamento. Ancora più importante è la liberalizzazione della finanza a partire dagli anni ‘70, smantellando il sistema Bretton Woods. Questo crea ciò che gli economisti chiamano un parlamento virtuale, che deve dare retta agli investitori, altrimenti loro possono distruggere l'economia. Ciò restringe enormemente il raggio d’azione dei governi. Ma ci sono anche dei gruppi di potere estremamente importanti che hanno in comune un accordo sostanziale sulla necessità della commercializzazione dei servizi. L’idea dominante è quella di privatizzare i servizi, cioè tutto quello che lo Stato può garantire – istruzione, sanità, ecc. Liberalizzando si aprono i servizi alla competizione privata, e questo significa trasferirne il controllo ai privati.

Pacitti: È precisamente quello che Berlusconi ha in mente.

Chomsky: Precisamente. Ma è solo una componente di un processo mondiale, dovuta ai problemi che comporta la crescita del processo democratico. Si sta concretizzando ovunque come un tentativo di erodere la Sinistra. Non è più possibile in Occidente controllare il popolo con la violenza. Non lo puoi semplicemente sbattere in una stanza delle torture. Occorrono altri mezzi. Uno di questi è la propaganda. Un altro è un consumismo parossistico, che cerca di condurre la gente verso consumi sempre più massicci. Negli Stati Uniti l’economia ha sofferto a causa delle politiche neoliberiste, come è stato il caso in tutto il mondo, tale economia essendo sostenuta in notevole misura dallo spendere dei consumatori. Il debito delle famiglie supera il reddito. E questo viene giudicato positivamente, perché intrappola la gente nel debito. Così hai solo da lavorare duramente e non pensare. Così fin dall’infanzia i bambini sono inondati di messaggi che dicono: compra, compra, compra e così via. Lo stesso avviene a livello internazionale. Il Terzo Mondo è intrappolato nel debito imposto dall’immensa propaganda del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Sono congegni finalizzati a controllare le popolazioni e ad assicurare il potere alle tirannie locali. Questo è quello che avviene nell’era della libertà.

Pacitti: Pensa che l'unica cosa da fare qui in Italia sia tentare di svelare tutto questo?

Chomsky: Occorre provare a spiegare alla gente cosa accade. Non è una questione di piccole corruzioni qui o lì. Questi sono fatti marginali. Le persone hanno ragione a non essere preoccupate di questo. Questo è corrotto, quello è corrotto. E allora? Ciò che è veramente importante sono i metodi profondi e sistematici di controllo della popolazione. Uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, Alexander Hamilton, descriveva il popolo come una grande bestia che deve essere controllata. Come la mise il maggior compilatore della Costituzione, James Madison, i ricchi della nazione devono controllare ciò che accade.

Pacitti: E pensa che noi dovremmo raccontare la verità continuando a scrivere libri ed articoli?

Chomsky: Noi dobbiamo organizzare; dobbiamo organizzare le persone. Non servono i libri se sono letti solo da alcuni accademici. Le cose cambiano se essi riescono a raggiungere il grande pubblico e diventano così parte degli sforzi organizzativi; per esempio, quegli sforzi che sono riusciti finalmente a creare azioni di protesta a livello internazionale. E ciò emerge dalla organizzazione di massa. Non è sufficiente scrivere libri. Gli obiettivi della privatizzazione sono ovvi e non saranno fermati scrivendo libri. Saranno fermati da una resistenza unita su basi internazionali. Questa è la via per fermare il neoliberismo.

Pacitti: Lei è d’accordo che valga la pena scrivere sulla parte italiana del quadro per chiarirlo?

Chomsky: Ne vale la pena se tale scrivere è parte di uno sforzo organizzativo. Se si scrive qualcosa per lettori accademici che leggono in una biblioteca, va bene. Ma scrivere serve davvero soltanto se qualcuno lo trasforma in azione. Ma la cosa essenziale è che le parole siano usate. Voglio dire, è come quando si fa scienza. Possiamo usarla per aumentare la comprensione e la ricerca, oppure in modo tale da beneficiare il popolo? Se è così, va bene.

Pacitti: Molte grazie. Sono sicuro che i nostri lettori troveranno i suoi commenti, come sempre, illuminanti e stimolanti.

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Noam Chomsky, linguista, filosofo ed attivista politico statunitense, è considerato da molti il maggiore intellettuale al mondo e uno dei principali pensatori dei tempi moderni. Si definisce “una specie di socialista anarchico” ed è da lungo tempo un instancabile sostenitore dei diritti umani. Ha scritto più di 30 libri ed innumerevoli articoli attaccando e smascherando la politica estera degli Stati Uniti. È generalmente ritenuto il fondatore della scienza linguistica moderna per aver trasformato lo studio del linguaggio e della mente oltre 40 anni fa. È docente al Dipartimento di Linguistica e Filosofia al Massachusetts Institute of Technology.

Domenico Pacitti è un giornalista internazionale e docente universitario. Come corrispondente per The Times Higher Education Supplement e per The Guardian di Londra e come redattore di World Parliamentarian in Bruxelles, ha scritto oltre 300 articoli contro la corruzione in Italia, soprattutto in ámbito universitario. Ha insegnato filosofia, linguistica e cinese nelle università nel Regno Unito ed in Italia. Attualmente insegna lingue e letterature inglese e americana all'Università di Pisa.

Per altre interviste di Domenico Pacitti a Noam Chomsky, si vedano:

A new twist in an old turn of phrase (The Times Higher Education Supplement, London: Mar 24 2000)

Truth to tell (The Guardian, London: Apr 18 2000)

Evolution of revolution: Chomsky’s minimalism (EL Gazette, London: Jan 2000)

Chomsky offers advice to teachers on the use of science (EL Gazette, London: July 2001)

Si vedano inoltre:

The face of revolution: an interview with Antonio Di Pietro (World Parliamentarian, Brussels: Feb 2001)

Conflicting interests: an assessment of Silvio Berlusconi (World Parliamentarian, Brussels: May 2001)

Dead souls: why the soul of Italian academia is dead (Parliament Magazine, Brussels: Mar 22 1999)

’s numismatic Mr Prodi – guru or godfather? (Parliament Magazine, Brussels: May 17 1999)

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LOST & FOUND

by Gianluca Freda (22/04/2008 - 22:37)


SUL BAMBINO AMERICANO ‘MIRACOLATO’ A ROMA
di Enrico Galoppini
dal sito cpeurasia
 

Un esempio, piuttosto sofisticato, di manipolazione delle menti attraverso i telegiornali. È bene abituarsi a leggere le "notizie" non per quel che sembrano ma per le reazioni che intendono provocare.

Questa sera (21/4/08), la cosa assolutamente sbalorditiva dei telegiornali italiani era l'argomento della "notizia d'apertura": un bambino americano di 10 anni in gita a Roma coi suoi genitori si è perso, per poi essere rintracciato qualche ora dopo.

Va bene che già ci siamo abituati a "prime notizie" del tipo "pirata della strada investe vecchietta" e simili, ma un bambino che si perde e poi viene ritrovato non si capisce proprio quale "notizia" possa rappresentare. Al massimo potrebbe figurare nelle curiosità di un tg locale, ma se con tutti i bambini che si perdono ogni giorno per questo qua si apre un telegiornale un motivo ci dev'essere, mi sono chiesto.

La prima risposta potrebbe essere: tutta quest'importanza deriva dal fatto che si tratta di un bambino americano, rappresentante di un'umanità di serie A, e l’Italia è una colonia degli Stati Uniti. Altri bambini non fanno mai "notizia", anche se ‘spariscono’ in un altro modo: si pensi ai bambini palestinesi trucidati dall'esercito sionista, che non solo non sono mai l'argomento della "notizia d'apertura", ma vengono eufemisticamente contati tra i "morti palestinesi", compresi quelli di polmonite.

Ma il motivo di tutto il patema mediatico effuso dalle tv non era questo.

A questo punto bisogna fare mente locale al fatto che i tg, che sembrano tanto banali, sono invece strumenti raffinati, confezionati da staff di psicologi, i quali anche se non intervengono direttamente nella fabbricazione della notizia influiscono in maniera determinante nell'imprimere il taglio della notizia stessa, con l'inserimento di alcuni dettagli apparentemente insignificanti e di tutto ciò che va a condizionare inavvertitamente lo spettatore. Si tratta di lasciargli alcune impressioni sfruttando determinate associazioni d'idee, con l'obiettivo di produrre gli stati d'animo desiderati e prese di posizione pro o contro qualcuno o qualcosa, sulla base d’elementi irrazionali ma carichi di simbolismo per chi è già adeguatamente predisposto.

Si rilegga ora la notizia nei suoi elementi essenziali.

Così, invece, la dà il sito di "Repubblica"

Quello che resta impresso è dunque che il bambino americano è scomparso in Vaticano e poi è ricomparso in Via Vittorio Veneto, dove c'è l'ambasciata degli Stati Uniti. Si consideri che un bambino è il simbolo dell'innocenza, e tutti sono turbati dalla scomparsa di un bambino. Ovviamente, il luogo in cui un bambino scompare non viene percepito come un "bel posto". Questo "brutto posto" è il Vaticano.

A questo punto bisogna ricordarsi che proprio in questi giorni il Papa era negli Stati Uniti, dove ha riscosso un notevole successo, soprattutto nel recuperare una situazione difficile per la Chiesa dopo lo "scandalo dei preti pedofili", vicenda che al di là di qualche possibile caso di pedofilia in abito talare ha assunto le dimensioni di un affare di tipo diverso: un "affare di Stato". O una macchinazione ordita per ricattare un ambiente da imbarcare nello “scontro di civiltà”.

Il bambino, si ricordi, è la vittima della pedofilia. Quindi il bambino americano rappresentava tutti i bambini americani vittime dei mostruosi “preti pedofili”. Infatti, “è sparito in Vaticano”… e dove “riappare” il bambino? All’ambasciata americana, a 4 km di distanza (il bambino si chiamata Ethan, che in ebraico significa “forte”, “potente”, “resistente”…). Un miracolo! La degna conclusione di ore di ansia vissute da chi ha seguito la vicenda sulle radio e le tv, in una specie di “Chi l’ha visto” in diretta. Un “miracolo” associato all’ambasciata del suo Paese, quella di un Paese “buono”, era la degna conclusione di questa “notizia”. I bambini vengono inghiottiti dai preti, ma la Grande Madre America li protegge.

Questo per quanto riguarda la manipolazione delle menti operata da questo capolavoro di psicologia mediatica.

Ma la cosa va anche letta come un messaggio in codice, un avvertimento al Vaticano da parte di chi evidentemente non ha digerito il successo della visita del Papa negli Stati Uniti, magari anche su cose che non sappiamo. Come a dire: “occhio che se sgarrate facciamo scoppiare un altro scandalo dei preti pedofili”.

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LA MAMMA MORTA

by Gianluca Freda (21/04/2008 - 19:45)


POVERA "MAMMA": E' MORTA E SI CONTINUA
A SCUCIRLA E RICUCIRLA!
di Gianfranco La Grassa
dal sito Ripensaremarx

Quando muore la mamma, nei confronti della quale (almeno questa è stata la mia esperienza) resta sempre assai solido il “cordone ombelicale”, i figli si riuniscono intorno al letto dove la salma è stesa con gli occhi chiusi e un pallore cereo sul volto, e piangono, piangono. Il dolore è forte, si è consci fin dal primo momento che, quando la ferita in qualche modo rimarginerà, resterà una cicatrice che tornerà, a intervalli, a dolere forte. In parole povere, soprattutto chi è vissuto a lungo in casa con sua madre, sentirà che un pezzo della sua vita se ne è andato con lei, che la vita futura non potrà più essere la stessa, che l’animo si rattrappirà spesso in spasimi improvvisi al ricordo di ciò che fu e non tornerà mai più.

Dopo un paio di giorni al massimo, però, è necessario seppellire la morta o, oggi meglio ancora, cremarla; tanto il vero ricordo non è in un corpo interrato o incenerito, è dentro di noi. Il dolore si assopirà ma resterà sempre pronto a nuovi periodici sussulti; la mancanza della “mamma” non sarà mai sanata in via definitiva. Tuttavia, la ragione ci dice che il maledetto tempo – che tutto corrode, e scaraventa inesorabilmente nell’inerte passato quanto di più vitale abbiamo vissuto – ha ormai provocato l’irreparabile e l’irrevocabile. Normalmente non accade che i figli, continuando a disperarsi e strapparsi i capelli, restino accanto al letto per giorni e giorni; e poi, davanti al progressivo disfacimento del cadavere, chiamino un imbalsamatore e successivamente, vedendo la salma permanere nella sua immobilità, un altro ancora, e poi un altro e subito dopo uno successivo, incazzandosi sempre più perché il cadavere assume un aspetto via via peggiore; a furia di scucire e ricucire, il bel viso pallido e sereno va assomigliando a quello del mostro di Frankestein, non si sa più se quei tronconi sono gambe o braccia, ecc. Soprattutto, il fetore ammorba l’aria, comincia ad uscire dalla stanza e a dar fastidio ai vicini, c’è pericolo di qualche epidemia.

Diventa indispensabile porsi qualche alternativa. O entra nella stanza una squadra di disinfestatori (con opportuna bendina sul viso), che mettono innanzitutto la camicia di forza ai pochi familiari ancora in lacrime e testardamente aggrappati alla salma, instradandoli verso case di cura per malattie mentali; e senza perdere altro tempo bruciano sul posto la salma perché è già troppo infetta per essere trasportata al cimitero. Oppure se lo stabile, in cui vi è la stanza della morta, è abbastanza isolato, gli si piazza sotto una potente carica di dinamite, si fa saltare il tutto e poi si fanno passare accuratamente sopra le macerie alcuni carri lanciafiamme. O ancora, soluzione più morbida, si mura ermeticamente la stanza, in modo che non ne esca più fetore e bacilli infettanti, e si lasciano i dementi senza cibo né acqua e con il solo ossigeno che quella stanza contiene prima d’essere murata.

In un paese di stupido buonismo (che non è bontà, ma una “malattia grave dell’anima”) come l’Italia, si dovrà seguire l’ultima via. Però, almeno questa, seguiamola. Lasciamo intanto morire i “comunisti” che sono già sulla buona strada; e poi, speriamo che via via segua l’intera sinistra (a partire dai sindacati di Stato). Quando infine – in non so quali tempi, dato che la situazione è autenticamente mefitica – ogni cellula di questa sinistra sarà in disfacimento, possiamo essere sicuri che sarà in stato di avanzata putrefazione anche la destra che noi conosciamo; questa destra può esistere solo perché ormai – a partire dalla mitica Classe – ogni comparto sociale, che non viva sul mero assistenzialismo statale, non ne può più della sinistra, la considera una vera pestilenza del paese (naturalmente, prescindo per il momento da chi l’alimenta e vi sta dietro, cioè dalla spero ormai ben nota GFeID). Bisogna infliggere una dura lezione all’assistenzialismo statale (a partire da quello fornito alla GFeID); si vedrà allora entrare in dissolvimento la sinistra e dunque, per mancato obiettivo da colpire, anche la destra.

Ripeto che sarebbe assurdo fare previsioni sui tempi; tuttavia, è in questa direzione che debbono muoversi tutti coloro che sono contrari agli imbalsamatori e che avvertono il pericolo rappresentato da questa pestilenza. Secondo la mia opinione, il blog deve chiamare a raccolta tutti quelli che via via avranno coscienza della necessità della disinfestazione. Sappiamo che contiamo poco, ma quel poco lo dovremmo fare. Sarebbe stato nostro dovere precipuo dare a tempo debito onorata sepoltura alla “mamma morta”, che se lo meritava ampiamente perché è stata, per me, una buona mamma. Tuttavia, non ci siamo riusciti anche perché la “cara mamma” aveva messo al mondo alcuni figli con padri impestati dalla sifilide; sono questi suoi figli (e nostri fratellastri) da condurre adesso in casa di cura o da murare nella stanza. Certo, sarebbe stato bello sottrarre loro la salma della “mamma tanto amata” prima che la facessero putrefare. Non ce l’abbiamo fatta; pensiamo ad isolare almeno gli “usciti di testa”. Che non combinino altri guai!  

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PROBLEMA TROJAN

by Gianluca Freda (21/04/2008 - 18:08)

ATTENZIONE!

Alcuni lettori mi hanno segnalato che all'apertura del blog compare sullo schermo una finestra dell'antivirus in cui si chiede se scaricare o meno un certo file, probabilmente un dialer. Per la verità a me non succede nulla di simile con nessuno dei computer che uso (casa, lavoro, università, biblioteca, ecc.) ma poiché le segnalazioni sono diverse, il problema probabilmente esiste. Ho provato a cancellare dal blog tutti i javascript sospetti. Mi manca solo di cancellare il contautenti come ultimo tentativo , dopodiché non mi resterà che rivolgermi ad un esorcista. Nel frattempo credo sia superfluo consigliarvi di NON ACCETTARE ASSOLUTAMENTE IL DOWNLOAD DI NESSUN TIPO DI FILE all'apertura del blog. I dialer sono innocui per chi ha una connessione ADSL, ma per chi ha una vecchia connessione analogica potrebbero comportare un salasso fraudolento di migliaia di euro. Chiedo agli utenti che mi hanno segnalato il problema la gentilezza di avvisarmi nel caso esso dovesse persistere anche dopo le modifiche. Grazie.

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CHE CI SIAMO PERSI

by Gianluca Freda (16/04/2008 - 21:08)

L’OPPIO DEI POPOLI
di Pier Paolo Pasolini
dal Corriere della Sera del 9 dicembre 1973

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l'adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L'abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la "tolleranza" della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all'organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d'informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d'informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l'intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè - come dicevo - i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane. L'antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l'unico fenomeno culturale che "omologava" gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale "omologatore" che è l'edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c'è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s'intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?

No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d'animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i "figli di papà", i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli. Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l'hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l'analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari - umiliati - cancellano nella loro carta d'identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di "studente". Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo borghese, nell'adeguarsi al modello "televisivo" - che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale - diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio "uomo" che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali. La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto "mezzo tecnico", ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c'è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l'aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre.

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COME FINIRA'

by Gianluca Freda (15/04/2008 - 20:23)




IL COLLASSO FINANZIARIO AMERICANO
PORRA’ FINE ALLA GUERRA DI BUSH E CHENEY

di Mike Whitney
dal sito Informationclearinghouse
traduzione di Gianluca Freda
 

“Venite a vedere i nostri obitori straripanti e cercate per noi i nostri bambini...

Potreste trovarli in un angolo o nell’altro, una piccola mano che fuoriesce, con il dito puntato verso di voi...

Venite a cercarli fra le macerie dei vostri bombardamenti “chirurgici”, potreste trovare una piccola gamba o una piccola testa... che implora la vostra attenzione.

Venite a vederli ammassati nelle discariche, mentre dissotterrano brandelli di cibo...

Venite, venite a vedere...”

(Layla Anwar, Aquiloni in volo)
 

 Gli Stati Uniti hanno vinto ogni battaglia combattuta in Iraq, ma hanno perso la guerra. Le guerre si vincono sul piano politico, non su quello militare. Bush non lo capisce. Si aggrappa ancora alla convinzione che sia possibile imporre la stabilità politica attraverso la forza. Ma si sbaglia. L’uso della forza schiacciante non ha fatto altro che estendere la violenza e incrementare l’instabilità politica. Oggi l’Iraq è ingovernabile. Era questo l’obiettivo? Miglia e miglia di muri di cemento si snodano attraverso Baghdad per separare le parti in conflitto; il paese è frammentato in centinaia di pezzi più piccoli, ciascuno controllato dai comandanti della milizia locale. Questi sono i segni di un fallimento, non di un successo. Ecco perché i cittadini americani non approvano più l’occupazione. Sono solo pragmatici; sanno che il piano di Bush non funzionerà. Come dice Nir Rosen: “L’Iraq è diventato la Somalia”.

L’amministrazione americana sostiene ancora il primo ministro irakeno Nouri-al Maliki, ma Maliki non è che un insignificante fantoccio che non avrà alcun ruolo nel futuro del paese. Non ha una base di sostegno popolare e non controlla nulla, a parte i muri della Green Zone. Il governo di al Maliki è una mera facciata araba progettata per convincere il popolo americano che siano in corso dei progressi politici, ma in realtà non c’è nessun progresso. E’ un disastro. Il futuro è nelle mani degli uomini che imbracciano le armi; sono loro che hanno diviso l’Iraq in feudi controllati localmente e sono loro che, alla fine, decideranno chi dovrà governare lo Stato. In questo momento, la battaglia tra le varie fazioni viene descritta come “guerra settaria”, ma questo termine è volutamente fuorviante. La battaglia in corso è di natura politica: le varie milizie competono l’una con l’altra per stabilire chi dovrà riempire il vuoto aperto dalla caduta di Saddam. E’ una lotta per il potere. I media amano dipingere questo conflitto come uno scontro fra arabi mezzi matti, “rinnegati e terroristi”, che si eccitano all’idea di assassinare i propri concittadini, ma questo è solo un modo di demonizzare il nemico. La violenza, in realtà, è del tutto razionale: è la reazione inevitabile alla dissoluzione dello Stato e all’occupazione da parte di truppe straniere. Molti esperti militari avevano previsto che ci sarebbero state esplosioni di lotte interne in seguito all’invasione, ma i politici incompetenti e i media acclamanti hanno scrollato le spalle di fronte ai loro avvertimenti. Ora la violenza è nuovamente esplosa a Bassora e a Baghdad, e non c’è in vista una conclusione. Solo una cosa sembra sicura: il futuro dell’Iraq non sarà deciso dalle urne elettorali. Bush ha voluto assicurarsene.

L’esercito USA non ha alcun controllo sull’Iraq né possiede la forza per gestire ciò che accade sul territorio. E’ solo una delle tante milizie in lizza per il potere in uno Stato dominato dai signori della guerra. Dopo ogni operazione, l’esercito è costretto a ritirarsi verso il proprio campo o la propria base. Questo punto va sottolineato, per comprendere che l’occupazione non ha alcun futuro. Semplicemente, gli USA non possiedono forze militari sufficienti per occupare un territorio o per ripristinare la sicurezza. Al contrario, la presenza delle truppe americane incita alla violenza, perché sono visti come forze di occupazione, non come liberatori. Un sondaggio rivela che la stragrande maggioranza degli irakeni vuole che le truppe americane lascino il paese. I militari hanno portato troppa distruzione e ucciso troppe persone per potersi aspettare che questo atteggiamento cambi in tempi brevi. La poetessa e blogger irakena Layla Anwar riassume i sentimenti di molte vittime della guerra in un post pubblicato recentemente sul suo sito An Arab Woman Blues:

“Alle porte di Babilonia la Grande, state ancora lottando, combattendo, inseguendo ora questo ora quello, incarcerando, bombardando dal cielo, riempiendo obitori, ospedali, cimiteri di cadaveri e ambasciate e confini di code per il visto d’uscita.

Non c’è un solo irakeno che desideri la vostra presenza. Non c’è un solo irakeno che tolleri la vostra occupazione.

Ho notizie per voi, figli di puttana: non controllerete mai l’Iraq, né in sei anni, né in dieci, né in venti... avete attirato su di voi l’odio e la maledizione degli irakeni, degli arabi e del resto del mondo... ora affrontate la vostra agonia” (Layla Anwar; "An Arab Women's Blues: Reflections in a sealed bottle")

Bush spera forse di far cambiare opinione a Layla e ai milioni di altri irakeni che hanno perduto i loro cari o sono stati costretti all’esilio o hanno visto il proprio paese e la propria cultura schiacciata sotto il tacco dell’occupazione straniera? La battaglia per i cuori e le menti è perduta. Gli USA non saranno mai i benvenuti in Iraq.

Secondo un’indagine della rivista medica britannica “Lancet” più di un milione di irakeni sono stati uccisi nel corso della guerra. Altri quattro milioni sono stati trasferiti da una zona all’altra del paese o hanno dovuto fuggire all’estero. Ma le cifre non ci dicono nulla sulla magnitudine del disastro che Bush ha provocato attaccando l’Iraq. L’invasione è la più grande catastrofe umanitaria in Medio Oriente dalla Nakba del 1948. Gli standard di vita hanno subito un declino precipitoso in ogni settore: mortalità infantile, acqua potabile, approvvigionamenti alimentari, forniture mediche, educazione, energia elettrica, occupazione, ecc. Perfino la produzione petrolifera è ancora al di sotto degli standard di prima della guerra. L’invasione è stata il più totale fallimento politico dall’epoca del Vietnam; è andato tutto storto. Il cuore del mondo arabo è sprofondato nel caos. La sofferenza è incalcolabile.

Il problema principale è l’occupazione; essa è il catalizzatore primario della violenza ed è un ostacolo ad un accordo politico. Finché l’occupazione prosegue, le battaglie continueranno. I proclami secondo i quali il cosiddetto “incremento di truppe” avrebbe modificato il panorama politico sono largamente esagerati. A questo proposito l’ex Ten. Gen. William Odom ha affermato in un’intervista rilasciata a Jim Lerher News Hour:

“L’incremento di truppe ha accresciuto l’instabilità militare e non ha ottenuto nulla sul piano del consolidamento politico... le cose oggi sono di gran lunga peggiorate. E non vedo come possano migliorare. Tutto questo poteva già essere previsto un anno e mezzo fa. E continuare a coprirlo con il comodo velo di confortevoli mezze verità serve solo a ingannare il pubblico americano e a non fargli capire quanto sia complessa la situazione... Quando si dice che si sta verificando una libanizzazione dell’Iraq si dice il vero, ma non per colpa dell’Iran, ma proprio perché sono stati gli USA a consentire questo tipo di frammentazione. E questo è avvenuto nel corso degli ultimi cinque anni... Il governo al Maliki oggi è allo sbando... Pensare che vi sia stato un progresso è assurdo. Il governo di al Maliki usa il suo Ministero dell’Interno come uno squadrone della morte. Dire che al Sadr è un estremista e che Maliki sta dalla parte dei buoni significa sorvolare sulla realtà che qui non ci sono i buoni”.  (Jim Lerher News Hour)

La guerra in Iraq era già perduta prima che venisse sparato il primo colpo. Il conflitto non ha mai goduto dell’appoggio del popolo americano e l’Iraq non ha mai rappresentato una minaccia per la sicurezza nazionale degli USA. Tutto il pretesto della guerra era fondato su menzogne; si è trattato di un colpo di Stato organizzato dalle elite e dai media per realizzare un progetto di estrema destra. Ora la missione è fallita, ma nessuno vuole ammettere i propri errori ritirandosi; così la strage prosegue senza interruzione.

Come finirà?

L’amministrazione Bush ha deciso di perseguire una strategia che non ha precedenti nella storia americana. Ha deciso di continuare a combattere una guerra che ha già perso sul piano morale, strategico e militare. Ma combattere una guerra perduta ha i suoi costi. L’America è oggi molto più debole di quando Bush assunse la presidenza nel 2000; lo è sul piano politico, economico e militare. Il potere e il prestigio degli USA nel mondo continueranno a deteriorarsi finché le truppe non verranno ritirate dall’Iraq. Ma è improbabile che ciò accada prima che siano state tentate altre opzioni. Le declinanti condizioni economiche dei mercati finanziari stanno esercitando sul dollaro un’enorme spinta verso il basso. Il mercato delle equities e dei bond corporativi è allo stremo; il sistema bancario sta collassando, la spesa dei consumatori è in calo, gli introiti fiscali decrescono e il paese è diretto verso una recessione dolorosa e duratura. Gli USA lasceranno l’Iraq prima di quanto credano molti analisti, ma non sarà in un momento di nostra scelta. Al contrario, il conflitto terminerà quando gli Stati Uniti non saranno più in grado di condurre la guerra. Quel momento non è lontano.

La guerra in Iraq segna la fine dell’interventismo USA per almeno una generazione, forse anche più a lungo. Il fondamento ideologico della guerra (attacco preventivo-cambio di regime) si è rivelato una giustificazione senza fondamento per un’aggressione proditoria. Qualcuno dovrà esserne ritenuto responsabile. Dovranno essere istituiti tribunali internazionali per stabilire a chi debba essere addebitata la responsabilità della morte di oltre un milione di irakeni. 

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L'ELETTORE, ECCO IL NEMICO

by Gianluca Freda (15/04/2008 - 01:55)


Per passare in bellezza il pomeriggio, ho ascoltato la diretta elettorale di Radio Popolare. E’ un’esperienza insieme divertente e allucinante, come essere rapito da un’orda di alieni appassionati di vecchie comiche di Stanlio e Ollio. Telefonano ascoltatori straziati, alcuni furibondi con gli astensionisti, altri piangenti per la disfatta del PD e per l’harakiri della Sinistra Arcobaleno. E questa è la parte divertente. La parte allucinante è quella in cui conduttori e ascoltatori analizzano le cause della disfatta. Parlano come se la democrazia in Italia fosse un’entità realmente esistente. Parlano della “sconfitta elettorale” come se le elezioni fossero davvero ciò che decide il destino di un paese. Come se il porcellum e i brogli elettorali delle scorse politiche non ci fossero mai stati. Come se le sparate elettorali dell’una e dell’altra parte dovessero essere prese sul serio. Come se la celebrazione del rituale arcaico della matita copiativa evocasse realmente, in carne e sangue, la divinità-cadavere della sovranità popolare. Parlano di Berlusconi e Veltroni (l’uomo che – lo ricordo – ha rilasciato pochi giorni fa un’intervista al giornale israeliano Maariv sostenendo che il muro di Gaza è un’iniziativa sacrosanta) come se tra l’uno e l’altro esistesse davvero una differenza politica. Loro la vedono, dunque probabilmente esiste, essendo la realtà un ente rigorosamente soggettivo. Ed è un vero peccato che la realtà sia abbandonata alla definizione di una maggioranza di soggetti la cui attività preferita è quella di rimestare a mani nude tra due merde per stabilire quale puzza di meno. La realtà è frutto di un accordo, di un patto tra soggetti percipienti e – se posso esprimere il mio modesto parere – il patto di definizione del reale stipulato tra questi visionari sprovveduti inizia a starmi veramente stretto.

Questa vasta maggioranza di poveretti mi fa un po’ pietà, ma allo stesso tempo un po’ orrore, quasi più della masnada di farabutti che è stata chiamata a ricoprire il ruolo onorifico di “casta governante” (non certo “a governare”) per i prossimi cinque anni. E’ una maggioranza irriducibile. Non cessa di vedere buoni e cattivi, il “peggio” e il “meno peggio”, nemmeno di fronte alle migliaia di lestofanzìe e soperchierie che la loro squadra – quale che sia – ha compiuto nelle sue ormai plurime permanenze al governo. Non vede il burattinaio che manovra i burattini nemmeno quando esce clamorosamente allo scoperto, dà un calcio al teatrino di cartapesta e sghignazza a tutte mascelle in faccia al pubblico. Sono loro i veri estremisti. Non si arrendono mai, non rinunciano mai all’illusione lisergica di uno “Stato” e di un “popolo sovrano” e quando l’effetto dell’acido si esaurisce continuano imperterriti a costruire la loro distorta realtà a suon di strilli, di pianti, di autocritiche, di improperi a vanvera. Non è ancora finito lo spoglio delle schede e già Mister Se Po’ Ffa’ flirteggia con Berlusconi, complimentandosi con lui per aver schiantato la sua coalizione-Frankenstein, non rinunciando a scimmiottare le costumanze americane nemmeno nel momento della disfatta. Da parte sua, il liftato arcoreo, che potrebbe governare con abbondante maggioranza, tende invece la mano inciuciante all’avversario stracciato, in evidente ossequio al volere di coloro che gli tirano i fili. Di fronte a queste realtà (di minoranza) il piagnisteo di coloro che frignano per la sconfitta della “sinistra” o esultano per la vittoria della “destra” diventa, nella realtà necessariamente soggettiva in cui necessariamente vivo, un rumore di fondo grottesco, una petulante voce infantile incapace di comprendere un quadro i cui connotati sono fin troppo chiari.     

Sono loro, gli elettori, i veri qualunquisti. L’impegno politico, che richiede riflessione, coraggio e progettazione non fa per loro. Schiaffano ogni tanto una bella X su una scheda, ed ecco fatto il loro nobile dovere di cittadini modello. Mica hanno tempo da perdere, loro. Si abbassano a votare un simbolo qualunque, un progetto qualunque, un lestofante qualunque, un blaterare qualunque purché siano “cosa loro”: il loro simbolo, il loro lestofante, il loro profluvio di parole senza contenuto.

Sono loro i veri disfattisti. Non vedono altra realtà (e ce la impongono, in quanto maggioranza) che quella in cui due bande rivali di predatori si contendono il potere e ogni persona non può far altro che associarsi all’una o all’altra, implorando di aver salva la vita. Non sanno immaginare nulla di diverso da questo squallore senza sbocco e finché la loro realtà sarà quella condivisa, nulla di diverso esisterà mai. Bertinotti si toglie dai piedi – con lauta pensione - dopo aver tradito chi aveva sperato in lui, dopo aver scippato il tfr ai lavoratori, rifinanziato le missioni militari, scarcerato i lestofanti, lasciato al palo gli stipendi, perseguitato lavavetri e immigrati, avallato la persecuzione e rimozione dei magistrati che indagavano sui reati dei suoi colleghi di coalizione; e loro piangono questa liberazione come “fine della sinistra”.

La prepotenza degli elettori infesta di mostri la realtà che essi stessi hanno creato, imponendola come l’unica possibile. Ci costringono a vivere in un incubo popolato di cadaveri che camminano: la destra, la sinistra, le elezioni, la democrazia, il fascismo (eccolo che torna!), il nazismo. Categorie-zombi putrefatte da oltre mezzo secolo, periodicamente esumate dalle tombe e imbellettate per essere esposte al pubblico, a riprova dell’improponibilità di qualsiasi sogno di cambiamento. Il loro ebete appoggio politico legittima la perpetuazione all’infinito delle ruberie, del signoraggio, della barbarie poliziesca, della maleducazione e della strafottenza con cui i loro beniamini – dell’una e dell’altra parte – ci guardano dall’alto dei loro “democratici” seggi parlamentari. Non c’è fuga dalla loro realtà virtuale, salvo quella di rifiutarsi di prendervi parte. E’ a questo che doveva e dovrà servire il non voto: recuperare la propria dignità e il controllo sulla realtà rifiutandosi di prender parte ad un gioco truccato, in cui ogni “elettore” è un pollo da spennare, il pubblico pagante che legittima l’ennesima oscena recita del teatro di Mangiafuoco. Doveva servire a questo, ma non è andata bene: solo il 4% di astenuti in più rispetto alle scorse politiche, ed è questa l’unica sconfitta elettorale di cui mi sento di dolermi.

Ed ora, dagli “sconfitti”, ecco qualche progetto per il futuro, utile per capire da chi saremmo stati “governati” in caso di vittoria dell’altra testa del serpente bicefalo. Chissà che qualcuno dei penitenti di Radio Popolare, leggendo, non asciughi le lacrime e decida di tenerle da parte per occasioni più meritevoli.

Progetti per il futuro (futuro?)

«Noi siamo partiti da un distacco a settembre di 22 punti e progressivamente sono stati recuperati in quella che continuo a definire una grande rimonta politica ed elettorale che ci consente oggi di portare in Parlamento e di insediare nel paese la più grande forza riformista che l'Italia abbia mai avuto» (W. Veltroni, dichiarazione d’intenti post-mazzata)

«Il Piddì è inaffidabile e indecoroso” (Emma Bonino, colta da improvvisa sete di decoro post-ministeriale)

« Io potrei essere utile al ministero degli Esteri» (Emma Bonino, colta da improvvisa sete di Ministero degli Esteri post-ministeriale)

“Rimonta straordinaria, aspettiamo la notte. Chi aveva parlato di una distanza di 10 punti ora è servito. Siamo soddisfatti, l'Italia aspettava cose nuove, noi gliele abbiamo date e l'Italia ha risposto bene” (E. Realacci, dichiarazione allucinatoria post-mazzata)

“I nostri prossimi obiettivi: l'opposizione, e la convergenza sulle riforme delle quali il paese ha grande bisogno" (W. Veltroni, dichiarazione post-elettorale a un paese che avrebbe bisogno di tutto, ma proprio di tutto, tranne che della convergenza sulle riforme)

"Abbiamo perso, ma è nata anche una speranza nuova. Abbiamo fatto un investimento, la nostra è la sfida del secolo" (Pierluigi Bersani, l’uomo del secolo)

"Per noi si apre una stagione di opposizione nei confronti di una maggioranza che avrà difficoltà a tenere insieme ciò che è difficile tenere insieme. Noi siamo disponibili per le riforme" (W. Veltroni, un uomo sempre disponibile)

"Ora occorre riesumare (sic) il lavoro della Bicamerale" (S. Berlusconi, the body snatcher)

"Oggi è una giornata che verrà ricordata perchè cambia gli equilibri della politica italiana e apre una stagione diversa"  (D. Franceschini, il La Palisse italiano)

Il Pd ha segato il ramo dell'albero su cui era seduto"  (F. Bertinotti, segato)

“La mia vicenda di direzione politica termina qui, purtroppo con una sconfitta”  (F. Bertinotti, non tutto il male viene per nuocere)

"La nostra sarà un'opposizione sul programma di una grande forza riformista ma rinnoviamo sin da subito la piena disponibilità ad affrontare immediatamente le riforme istituzionali necessarie di cui il Paese ha bisogno" (W. Veltroni, un’unica idea, ma solida)

"Faremo un'opposizione costruttiva. Abbiamo ottenuto un risultato elettorale importante, lavoreremo perchè l'Italia possa avere una sfida riformista al governo"  (W. Veltroni, dichiarazione costruttiva rilasciata dopo un risultato elettorale importante)

"Dobbiamo ripartire ricostruendo una casa per la sinistra"  (F. Giordano, in collaborazione con Sam Raimi)

"Permettetemi di esprimere la soddisfazione mia personale e dell'intero Viminale, perché l'unificazione di diversi momenti elettorali ha funzionato. La macchina ha funzionato"  (G. Amato, l’uomo che si soddisfa con poco)

Gli Stati Uniti sono pronti a lavorare con chiunque vinca le elezioni italiane" (Kurt Volker, sottosegretario di Stato USA, non s’era capito)

«Da oggi, ogni primo lunedì del mese, i lettori potranno acquistare, sempre con un solo euro, il Riformista e Le nuove ragioni del Socialismo» (Pubblicità su Il Riformista. Tutto a un euro)

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LA BUFALA DEL RISCALDAMENTO GLOBALE

by Gianluca Freda (08/04/2008 - 13:17)


QUANDO L’ICEBERG AFFONDA IL BUON SENSO
di Franco Battaglia
da Il Giornale del 29 marzo 2008
 

Un prezioso lettore mi informa che il distacco di un colossale iceberg (13.000 kmq), occorso pochi giorni fa in Antartide, sarebbe stato riportato dal Tg1 di prima serata addirittura come prima notizia, «manco fosse uno tsunami», col solito allarmismo corroborato dall'intervista a uno dei soliti «esperti» consulenti della Rai. Nel caso specifico, pare che l'«esperto» fosse un laureato in agraria che dice di essere climatologo e uso a giurare, dall'alto della sua agronomia, che l'attuale riscaldamento globale sarebbe colpa delle emissioni antropiche di gas serra. È bene avvisare subito i lettori che la scienza ha già dimostrato che col riscaldamento globale l'uomo non c'entra, come fa fede il Rapporto del N-Ipcc - presentato a New York lo scorso 3 marzo e naturalmente ignorato dal Tg1 - dall'inequivocabile titolo: «È la natura e non le attività umane a governare il clima». L'N-Ipcc è un organismo scientifico internazionale, simile all'Ipcc ma privo del controllo politico dei governi (la «N» sta per «non-governativo»), di cui fanno parte fisici dell'atmosfera, geologi, climatologi e scienziati di scienze affini. Tra gli italiani, nell'N-Ipcc ci sono anch'io, ma segnalo soprattutto il professor Renato Ricci, già presidente delle Società di fisica sia italiana che europea. Invece, l'Ipcc - voluto dai governi perché desse loro una patente scientifica alle dissennate scelte di politica energetica e ambientale, a cominciare da quel disastro che è il protocollo di Kyoto - è l'organismo che nel 2007 fu gratificato del premio Nobel, ma di quello politico per la pace, visto che non poteva prenderne uno per la scienza, essendocene poca o punto nei comunicati dall'Ipcc sottoscritti ogni 5 anni a partire dal 1990.

E veniamo all'iceberg. Il maggiore dell'Aeronautica Fabio Malaspina - fisico del clima e vero esperto - precisa che quello che il Tg1 riporta come evento eccezionale conseguente alle attività industriali, eccezionale non è. Ad esempio, ricorda il maggiore, era il 14 aprile 1912 quando, urtato da un iceberg, affondò il Titanic, quasi giunto a destinazione davanti a New York (che, ricordo, è alle latitudini di Napoli). Magari gli agronomi consulenti della Rai diranno che anche quello fu per colpa delle attività industriali - chissà quali - sino al 1912. Peccato che nella sua Storia naturale del lontano 1749, in piena piccola era glaciale, George-Louis Leclerc così ci informa: «Nel 1725 i navigatori hanno trovato i ghiacci ad una latitudine in cui non se ne trovano mai nei nostri mari settentrionali. In quell'anno non vi fu, per così dire, estate, e piovve quasi di continuo: così non soltanto i ghiacci dei mari settentrionali non si erano sciolti al 67º parallelo nel mese di aprile, ma se ne trovarono in giugno anche al 41º». Ricorda il maggiore Malaspina che, anche se sui media i poli sono presentati dal punto di vista climatologico molto simili, l'Artico è un oceano circondato da continenti (i ghiacci sono prevalentemente sull'acqua), mentre l'Antartide è un continente circondato dagli oceani. Una enorme differenza, questa, che contribuisce ai processi che, in questo ultimo periodo, inducono i ghiacci marini in Antartide ad aumentare, come accade già da molti anni, con un record di estensione raggiunto lo scorso anno (notizia naturalmente passata totalmente sotto silenzio).

Per farla breve, la verità allora è che il distacco del colossale iceberg, lontano dall'essere la prova che in Antartide i ghiacci stanno diminuendo (come tutte le Agenzie hanno strillato disinformate), esso è invece la conseguenza del fatto che, lì, i ghiacci, sono aumentati come non mai. E visto che siamo in tema, consentitemi di chiudere consigliandovi una piacevolissima lettura, fresca di stampa e che, anche se non scientifica, è scientificamente scrupolosa e attendibile, perché tali i giornalisti che ne sono autori (Antonio Gaspari e Riccardo Cascioli): «Che tempo farà: falsi allarmismi e menzogne sul clima» (Piemme editore).

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FRITTURA D'ARIA

by Gianluca Freda (07/04/2008 - 23:41)


Mi scrive un lettore:

Egr. Sig. Freda,

al posto di invitare a boicottare Israele, giusto perchè è di moda in una certa controcultura italiana e per mera ed insensata ottusità, boicotti i simboli di cui si circonda sul suo sito o, ancor meglio, inviti a boicottare le olimpiadi di Pechino.
La leggenda ebraica? La lotta di liberazione sovietica? La libertà di opinione è una cosa grande e sacrosanta ma non deve creare ed alimentare sentimenti di odio e disprezzo.
Non mi permetto consigli, ma accetti solo un suggerimento in pace e armonia (qualità profonde di cui è pregna la cultura ebraica), al posto di limitarsi a leggere la storia in superficie, lo faccia osservando nelle profonde pieghe, che solo le persone attente alla verità riescono a vedere.
Shalom.

Giovanni

 
Gentile signor Giovanni,

facendo appello a tutta la pace e armonia di cui attualmente dispongo (certo inferiori a quelle che Israele diffonde a piene mani a Gaza, negli insediamenti dei coloni e nei territori occupati in generale; ma si sa, con noi goym bisogna accontentarsi) mi permetto di offrirle anch’io un modesto suggerimento: non confonda mai la libertà d’opinione, che – come lei giustamente sottolinea -  è cosa grande e sacrosanta, con la libertà di diffondere aria fritta al posto di concetti e argomentazioni. Le opinioni espresse in questo sito possono non piacere, e infatti non piacciono, a molti. Ma condivisibili o incondivisibili che siano, sono sempre opinioni argomentate, non sequele di luoghi comuni. E’ sicuro che si possa dire altrettanto della sua cortese missiva?

Lei scrive che il boicottaggio contro Israele è “di moda”. Magari, dico io. Se così fosse non riceverei ogni mese decine di mail come la sua. Nel nostro paese i due (?) principali schieramenti politici fanno a gara tra loro per offrirsi a Israele come zerbino. Fini rinnega con nonchalance i suoi trascorsi ideologici per genuflettersi con la kippà in testa di fronte ai leader sionisti. Prodi invita Olmert a Roma solo per lasciarsi teleguidare dalle sue direttive e ripetere come una filastrocca i discorsi che il premier israeliano gli ha fatto imparare a memoria. Berlusconi candida l’estremista Fiamma Nirestein in ossequio agli ordini ricevuti, pur sapendo che è malvista dai suoi elettori e che, una volta entrata in Parlamento, farà politica (come lei stessa ha dichiarato) nell’interesse di Israele e non del paese in cui è stata eletta. E questo solo per restare in Italia. Se ci spostiamo nel resto del mondo, le cose non cambiano molto. Angela Merkel si è recentemente recata in Israele per mettere in scena un umiliante atto di contrizione suo e del suo popolo di fronte a un Parlamento straniero, per colpe commesse solo in parte e ormai antiche quanto la radio a galena. Tony Blair, durante il suo mandato di Primo Ministro, è stato così ansioso di servire Israele da accettare di fronteggiare la rivolta del suo stesso governo pur di non condannare la criminale invasione del Libano nell’estate 2006. In Canada, Stockwell Day, ministro della pubblica sicurezza, ha appena firmato con Israele un patto per «migliorare la cooperazione nel settore della sicurezza pubblica», il che vuol dire, in soldoni, consentire agli agenti israeliani di infiltrarsi nei servizi segreti del Canada, nei suoi corpi di polizia, nei suoi servizi correzionali. E sorvolo sugli Stati Uniti, paese i cui interessi nazionali sono ormai indistinguibili da quelli delle lobby ebraiche che finanziano le sue istituzioni e le sue cariche pubbliche. Dove la vede, caro Giovanni, la “moda” del boicottaggio contro Israele? Io vedo l’esatto contrario, almeno finché le parole avranno la funzione di esprimere la realtà del mondo. Le sue parole mi sembra che abbiano una funzione diversa: quella di creare un mondo alternativo in cui boicottare Israele è “di moda” e gli israeliani, poverini, sono odiati e bistrattati da tutti. Vittimismo. Parole in libertà. Aria fritta.

Altro esempio di aria fritta: lei scrive che la cultura ebraica è piena di “elementi di pace e di armonia”. E’ come dire che la pioggia, quasi sempre, è un po’ umida. Una frase così banale da non avere assolutamente nessun significato. Nessuna cultura che io conosca, compresa quella ebraica, è fatta solo di pace e armonia, né pace e armonia sono elementi distintivi di una cultura, né hanno necessariamente un valore positivo. La cultura greca e quella latina erano (anche) violente e guerrafondaie, ma non per questo mi sentirei di destinarle alla pattumiera per far posto a quella ebraica, anche ammesso – e non certo concesso -  che quest’ultima si componga solo di inni alla fratellanza fra i popoli. Del resto, non mi sembra di aver mai parlato di “cultura ebraica”, argomento che conosco solo fino a un certo punto e che ho sempre lasciato volentieri alla competenza di persone più esperte di me. Su questo sito ho parlato, casomai, di politica dello Stato d’Israele, argomento che con la cultura, e perfino con l’ebraismo, ha poco o nulla a che vedere. Perché mettere nello stesso calderone tanti concetti diversi per ricavarne un minestrone insipido e irritante? Forse perché l’unico modo di difendere Israele e la sua abietta politica genocida è ormai quello di aprire la bocca e lasciare uscire l’aria. E’ irrilevante la forma sintattica che essa assumerà una volta fuoriuscita dall’epiglottide. E’ il rumore quello che conta. Fare baccano per impedire di riflettere e di ragionare su ciò che accade, frastornare le orecchie per confondere la vista. Così ogni bombardamento israeliano sui cittadini di Gaza, ogni strage compiuta da Tsahal viene sommersa da dibattiti senza capo né coda, purché molto rumorosi. Ogni opinione argomentata viene sepolta non dagli argomenti di un’opinione contraria – difficile da strutturare e da sostenere -  ma sotto milioni di decibel di gargarismi. Senza senso. Senza contenuti. Pura aria concentrata.

Se è vero che ogni opinione è degna di rispetto e deve avere diritto di cittadinanza, è però urgente imparare a non confondere le opinioni con l’aria fritta. Quest’ultima non è tutelata da nessuna norma costituzionale. E se lo fosse, quella norma andrebbe urgentemente abrogata.

Chi vuole boicottare i simboli presenti sul blog (immagino lei si riferisca agli antichi attrezzi da lavoro che compaiono nel titolo) e le olimpiadi può farlo liberamente, anche su questo sito. Adoro gli articoli che parlano male del comunismo, soprattutto se lo fanno con intelligenza, e li pubblico volentieri. Il boicottaggio delle olimpiadi, poi, mi manderebbe in sollucchero. Ma impastare queste considerazioni con Israele e la sua politica – che non c’entrano un tubo - è strategia tipica della disinformazione. Una strategia del frastuono straniante e insensato che può avere successo con i poveri lettori dei quotidiani cartacei, ormai avulsi dal mondo e chiusi nella realtà virtuale che gli scribacchini a cottimo hanno costruito per loro. Non certo con chi è abituato a frequentare internet e sa riconoscere una torta d’aria fritta quando ne vede una.

Sarei anche curioso di sapere, gentile Giovanni, se i suoi proclami di sacralità della libera espressione si applicano anche alle moltissime persone oggi rinchiuse in carcere, perseguitate, licenziate, esiliate, processate per aver asserito che forse il famoso “olocausto” di cui lo Stato d’Israele ha fatto una lucrativa religione non è andato esattamente come ci è stato raccontato. Che forse le camere a gas erano una bufala. Che forse i morti sono stati molti meno dei sei milioni che servono a Israele per continuare a campare di risarcimenti. Che forse la persecuzione degli ebrei non è stata dovuta alla “follia” del nazismo, ma a precise cause storiche su cui nessuno ha il coraggio di indagare; forse perché si scoprirebbe che sionisti e nazisti avevano molti accordi e molti obiettivi in comune. Forse perché si capirebbe che i revisionisti che respingono l’ufficialità olocaustica lo fanno sulla base di documentazioni ponderose e di studi accurati, non con le chiacchiere e le cerimonie commemorative che piacciono tanto alle masse. Sono proprio loro, i revisionisti, che scrutano “nelle profonde pieghe” della storia, che non si fermano alla superficie, che rifiutano l’accettazione acritica di un dogma in cambio del quieto vivere.

Le masse adorano l’aria fritta e i proclami sulla sacralità della libertà di parola. Non si scompongono se gli autori di quei proclami torturano, arrestano e censurano mentre inneggiano a Voltaire. Si chiama “bipensiero” o “doublethinking” come lo chiamava Orwell: pensare una cosa e allo stesso tempo il suo esatto contrario, senza notare la contraddizione. E’ una ginnastica mentale che ogni Stato autoritario impone ai suoi sudditi. Per funzionare ha bisogno di un bel po’ di rumore di fondo (o, se si preferisce, di roboante aria fritta) che impedisca di vederne l’assurdità e che azzeri la riflessione. In ogni Stato autoritario l’aria fritta viene prodotta e diffusa in quantità industriali, affinché ogni individuo ne abbia a disposizione la sua dose quotidiana e sia incentivato a produrne a sua volta. I minestroni di concetti, le aporie logiche, le disquisizioni astratte, l’anatema sulla realtà concreta e visibile, i luoghi comuni spacciati per “opinioni” da rispettare e tutelare, sono gli strumenti con cui ogni regime zittisce i suoi critici o ne impedisce la nascita.

Non ci provi con me, gentile lettore. Non farò proprio nulla “al posto di boicottare Israele”, semmai potrei fare qualcosa “in aggiunta” ammesso che mi si forniscano motivazioni accettabili. Magari nella sua prossima mail che – ne sono sicuro – sarà meno vaga, confusa e sfrigolante di ossigeno impanato di questa.

Shalom. 

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PROMEMORIA ELETTORALE

by Gianluca Freda (05/04/2008 - 15:45)


CARTA STRACCIA IN TRE ATTI
di A. Berlendis
dal sito Ripensaremarx
 

Sinistramente il leader degli arcobaleni si è accodato al coro secondo cui il gesto di Berlusconi di stracciare il programma del PD era violento. In effetti è solo l’estetismo politico che contraddistingue il ceto politico e la sua base sociale, che consente loro di non vedere come la forma del gesto di Berlusconi sia uguale al modo in cui questi sinistri hanno stracciato nel contenuto il  loro programma durante la loro permanenza nel governo Prodi.

1. In questi ultimi due anni abbiamo assistito, relativamente ai programmi, una farsa ad in tre atti.

Durante il primo atto—primavera 2006— le quattro formazioni oggi coalizzate nella sinistra arcobaleno si riconoscevano nel programma elettorale del centrosinistra che conteneva obiettivi che chiameremo per comodità, di tipo A, che vanno in una determinata direzione, ed obiettivi che chiameremo di tipo B che vanno nella direzione opposta : il programma era quindi  un contenitore la cui funzione era connaturata alla forma del partito ‘pigliatutto’. Conseguentemente non si enucleavano le priorità, né emergevano le contraddittorietà tra diversi punti, né tra obiettivi rispetto allo stesso punto.

Ad esempio : a pag 164 del Programma dell’Unione si sosteneva che l’“obiettivo generale imprescindibile delle nostre politiche economiche e sociali è costituito dalla difesa del potere d’acquisto dei salari e delle pensioni” (obiettivo di Tipo A) ma anche a pag 209 dal rispetto delle “compatibilità finanziarie”  (obiettivo di tipo B).

A pag 102 si riteneva riferendosi all’Iraq “l’occupazione un grave errore” (obiettivo di Tipo A) ma anche si prevedevano  “azioni concrete per sostenere la transizione democratica” (obiettivo di tipo B)….

Durante il secondo atto—febbraio 2007—, dopo la crisi  le stesse formazioni oggi riunite nella Sinistra arcobaleno concordano (con l’oggi PD) i “Dodici punti non negoziabili. Approvati in poco più di un'ora da tutti i leader del centrosinistra riuniti con Prodi a Palazzo Chigi. C'è la politica estera con la missione in Afghanistan e la fedeltà alla Ue e alla Nato; … c'è la Tav; ci sono il riordino del sistema pensionistico e il rilancio di una politica della famiglia.  Manca quasi completamente un riferimento a politiche sociali e del lavoro” (www.repubblica.it, 22 febbraio 2007)

La scomparsa degli obiettivi di tipo A ( la—falsa— timida critica alla strategia egemonica USA, la sbandierata difesa delle condizioni di vita dei lavoratori…)  ha rivelato quali erano i veri obiettivi  che contavano e quali invece erano gli associati obiettivi di copertura ideologica: ha reso manifesta la natura sociale del governo di centrosinistra.

Durante il terzo atto—febbraio 2008— la costituitasi Sinistra arcobaleno ripropone  i precedenti obiettivi di tipo A, a  cui aveva rinunciato pur di rimanere al governo appena un anno prima, allo scopo di difendere la sua quota di mercato elettorale, con annessi sottoprodotti derivati dall’acquisizione di posizioni.

Ed ecco rispuntare nel programma ,la difesa dei salari e delle pensioni,la critica alle missioni militari,l’opposizione alla TAV, ecc.

2. Una prima ragione di questa apparente schizofrenia  è dato dal fatto che il programma elettorale della sinistra arcobaleno risponde a  due necessità :

    * da un lato rappresenta uno strumento ideologico con cui il ceto politico di sinistra, impegnato nella competizione per non perdere le proprie quote di potere, tenta di  mantenere legate a sé strati sociali sbriciolati ed eterogenei che costituiscono la sua (risicata, ma al momento ancora persistente) base sociale;

    * dall’altro essa fornisce a quegli stessi strati sociali sbriciolati ed eterogenei  una possibilità di identificazione e di riconoscimento, al di là di ogni sua efficacia politica dentro una fase e al di là di ogni suo o meno effettivo perseguimento.

Gli obiettivi diventano entità da evocare,non da perseguire effettivamente, svolgendo una funzione di mantenimento della coesione  attorno ad essi.

E’ perfettamente inutile rimproverare—come fanno coloro che si sono spostati alla sua sinistra— l’incoerenza tra i programmi enunciati e la pratica politica perseguita, dal momento che la funzione dei programmi è proprio quella di venir enunciati per contribuire al mantenimento della coesione , ed è proprio questa l’unica funzione  che sono chiamati ad assolvere.

E’ proprio l’eterogeneità e la volatilità di questi esili strati sociali che costituiscono il referente residuo per la sinistra arcobaleno a consentire questi salti logici acrobatici. Gli interessi di questa base sociale sono convergenti in un punto con gli interessi dei loro rappresentanti istituzionali : la dipendenza dallo Stato, per ciò che esso può dare, cioè leggi e denaro.

3. La critica  quindi non deve riguardare tanto il mancato perseguimento di quel programma con più coerenza. In realtà ai sinistri dell’arcobaleno si deve  obiettare  proprio la natura sociale di quegli obiettivi. Si potrebbe cominciare da  quanto  ha scritto a suo tempo  il sociologo di sinistra Luca Ricolfi segnalando che “da qualche mese nel lessico della politica italiana è entrata una nuova espressione : sinistra  radicale. […] Se si ricorre ad una nuova espressione è anche perché nessuna delle forze politiche etichettate come radicali, neppure i due partiti comunisti, può oggi ragionevolmente essere accusata di estremismo o massimalismo. Estremisti e massimalisti erano i partiti che combattevano per cambiare il sistema sociale in modo profondo e definitivo….

Invece Bertinotti ha chiarito una volta per tutte che di ‘abolizione della proprietà privata’ si potrà parlare,eventualmente, fra qualche secolo. Nessun leader della cosiddetta sinistra radicale chiede più di uscire dalla NATO. Nessuno chiede aumenti salariali superiori all’inflazione. … Nessuno chiede di nazionalizzare le industrie di interesse strategico. […] Insomma, anche i vecchi partiti ‘estremisti’ sono diventati moderati, molto moderati.

Allora perché parlare di sinistra ‘radicale’? […] credo che faremmo un miglior servizio alla chiarezza e alla verità se smettessimo di usare l’aggettivo radicale. Nel linguaggio della politica, la parola radicale evoca una volontà di cambiamento di riforme profonde, di interventi incisivi. Proprio il contrario di ciò che la sinistra radicale sembra oggi in grado di volere.” Ricolfi L’arte del non governo. (“Da Prodi a Berlusconi e ritorno”, Longanesi editore, 2007, pg 116-117).

Va precisato che la radicalità a cui si riferisce Ricolfi, è una radicalità riferita ad obiettivi della precedente fase storica, e  che (eventuali) nuovi agenti strategici anticapitalistici dovranno a loro volta rimettere in radicale discussione, alla luce del bilancio storico e delle profonde innovazioni teoriche (come quelle proposte da Gianfranco La Grassa) derivanti dall’esperienza storica del comunismo novecentesco.

4. Una spiegazione plausibile  circa la natura sociale e la funzione degli obiettivi enunciati sta nell’essere divenuti questi partiti apparati di Stato, nel senso che sono organismi di inclusione di strati e segmenti sociali, tramite l’impiego delle tipiche risorse statali.

Dopo la fine del PCI, un primo  troncone, maggioritario (PDS-DS-PD) si è indirizzato verso la forma del partito elettorale di massa con l’obiettivo immediato di andare al governo in sostituzione del ceto politico DC-PSI messo fuori causa dall’operazione giudiziaria di Mani Pulite. L’altro troncone, minoritario (PRC), ha  riproposto, in condizioni storiche profondamente mutate, la forma del partito di integrazione  di massa, con le sue funzioni di direzione politica, elaborazione teorica, luogo di costruzione di un’identità collettiva, di rappresentanza istituzionale. In realtà stava costruendo anch’esso, ma con la falsa coscienza di stare attuando niente di meno che la ‘rifondazione del comunismo’, un partito elettorale di massa di sinistra, con ‘masse’ sempre più esigue.

Nel breve periodo questa (auto)illusione si è consumata e sono emersi con evidenza i caratteri del partito elettorale, cioè di un partito in cui il momento elettorale diventa non più solo decisivo (come per il partito di integrazione di massa), ma esclusivo, a scapito della capacità di leggere il modificarsi delle fratture sociali, della capacità di organizzare i dominati nelle mutate configurazioni del conflitto sociale, della capacità di produrre una socializzazione politica autonoma. Conseguentemente diventa prioritaria la funzione di rappresentanza istituzionale, che subordina a sé, e quindi svuota, le altre funzioni. Il ruolo dei parlamentari e degli amministratori diventa quindi decisivo rispetto a quello dei funzionari di partito. Si realizza così uno spostamento del baricentro dell’attività del partito dal conflitto sociale  agli apparati di Stato, in primo luogo per la partecipazione al governo.

Al declino dell’apparato del partito di massa, fondato sul rapporto tra funzionari e militanti, è  seguita quindi la crescita del partito elettorale di massa che ha la sua fonte principale di legittimazione e di retribuzione nella competizione elettorale e nelle posizioni organizzative (parlamentari, di governo e sottogoverno—centrale e locale—e negli enti pubblici, cioè controllati dallo Stato) ad esso direttamente collegate.

Entrando, anche se con una collocazione ampiamente subordinata, sempre più nello Stato con la partecipazione alle coalizioni governative, il PRC ha ottenuto dallo Stato risorse (finanziamenti, accesso ai media, strutture, personale  direttamente e indirettamente pagato dalle istituzioni, posti negli enti  controllati dallo Stato, ecc) che ha potuto investire nelle competizione politica. Questo ha comportato il suo trasformarsi in un’agenzia statale di finanziamento, di collocamento, di risarcimento simbolico per i propri membri e per i propri referenti sociali; a sua volta questi referenti sociali hanno imparato a comportarsi come un gruppo di pressione che ricerca incentivi materiali—nella misura in cui sono ottenibili, dati i vincoli accettati — ed incentivi simbolici, che possono temporaneamente surrogare i primi. Per il partito elettorale di massa di sinistra (in ogni sua sfumatura), le ‘masse’ sono come nel titolo del libro di Kracauer: ‘Le masse come ornamento’ …E se le masse diventano un ornamento, i programmi non possono che diventare un utile decorazione manipolabile.

5. Il problema di fondo però, per chi si colloca nella prospettiva del come si dovrebbero porsi ipotetici agenti strategici anticapitalistici è, come prima e minima mossa iniziale, “riformulare in termini di ‘distanza’ il problema del rapporto fra politica e Stato. Distanza significa che la pratica politica non deve essere più orientata o dettata dalle scadenze fissate dallo Stato. Ad esempio quando convoca le elezioni, quando interviene nei conflitti, quando dichiara una guerra o quando annuncia misure dettate dalla crisi economica.

Mi sembra priva di interesse, ad esempio, la partecipazione alle scadenze elettorali, il cui solo effetto è di mortificare la politica. Nessuna delle questioni fondamentali verrà modificata in questo quadro.

Distanza significa che le decisioni devono essere prese in piena autonomia rispetto a ciò che i  governi, i media, l’economia—lo Stato in senso molto ampio, quindi—ritengono importanti e che decidono di imporre nell’agenda politica.”  (Badiou, Il manifesto, 11-02-2007).

A chi si ritrae inorridito da questa prospettiva penso si debba rispondere come Lenin rispose a coloro che non volevano rompere con la sinistra di quell’epoca, anche dopo l’appoggio dei partiti socialisti ai propri governi nel primo conflitto imperialistico mondiale, per continuare “come se non fosse accaduto nulla di grave, come se ci fosse stato un leggero errore accidentale; …accomodare la vecchia risoluzione, come se non fosse avvenuta una divisione profonda di principio !!!

[…] Sappiamo che c’è una gran quantità di gente che vorrebbe seguire appunto questa via e limitarsi a qualche frase di sinistra. Noi non siamo sulla stessa via. Ci siamo messi e proseguiremo su un’altra via…”  (Lenin, ‘Il fallimento della  II Internazionale’).

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