"MISSION ACCOMPLISHED" / 2
CONTRO L’ESERCITO DEL MAHDI
di Patrick Cockburn
dal sito Counterpunch
Traduzione di Gianluca Freda
Le forze americane e britanniche stanno giocando un ruolo di crescente supporto verso l’offensiva lanciata dal primo ministro iracheno Nouri al-Maliki contro i miliziani dell’Esercito del Mahdi. Ieri gli americani hanno lanciato attacchi aerei contro Bassora [che è nelle mani dei miliziani di Moqtada al-Sadr, NdT] e hanno combattuto contro i miliziani nelle strade di Baghdad, mentre consiglieri britannici assistono le truppe dell’esercito iracheno a Bassora.
Maliki ha ritirato la propria richiesta che i miliziani consegnassero le armi entro ieri ed ha esteso l’ultimatum all’8 aprile. E’ un’implicita ammissione del fatto che l’esercito e la polizia iracheni non sono riusciti a scacciare l’Esercito del Mahdi da nessuna delle sue roccaforti nella capitale e nell’Iraq meridionale. L’esercito iracheno si è scontrato con l’ostinata resistenza dei miliziani dell’Esercito del Mahdi, oppure i soldati e la polizia si sono rifiutati di combattere e sono passati dall’altra parte. “Non ci aspettavamo un combattimento così intenso”, ha detto un ufficiale dell’unità d’attacco destinata al distretto di Tamimiyah a Bassora, dove i sostenitori di Moqtada al-Sadr, capo dell’Esercito del Mahdi, godono di ampio supporto.
L’ufficiale ha detto che durante i combattimenti quattro dei suoi uomini sono rimasti uccisi e 15 feriti. “Alcuni dei miei uomini mi hanno detto che non hanno intenzione di tornare a combattere finché non saranno dotati di miglior supporto e miglior protezione”, ha aggiunto. Il Ministro dell’Interno ha minacciato di sottoporre gli uomini a corte marziale per il loro rifiuto di combattere. Le truppe governative che arrivano a Bassora si lamentano di essere prese di mira dalla stessa polizia locale, fedele ad al-Sadr. Alcuni membri di un’unità di polizia hanno fatto a pugni con i loro superiori che si erano rifiutati di partecipare alla battaglia.
Il fallimento della minaccia di Maliki di eliminare l’Esercito del Mahdi e i crescenti segnali di dissenso nelle unità dell’esercito stanno minando la sua autorità. “E’ possibile che Moqtada e l’Esercito del Mahdi emergano da questa crisi più forti di prima”, ha avvertito un politico iracheno che ha chiesto di restare anonimo.
La paura che l’assalto a sorpresa di Maliki contro l’Esercito del Mahdi si concluda senza alcun concreto risultato sul territorio contribuisce a spiegare perché gli aerei americani stiano lanciando bombe su Bassora e perché veicoli corazzati statunitensi abbiano compiuto incursioni nel quartiere di Sadr City a Baghdad. L’esplosione di violenza degli ultimi quattro giorni sta ridicolizzando le affermazioni di George W. Bush secondo le quali l’America starebbe per voltare pagina in Iraq.
La crisi ha posto anche il governo britannico di fronte a un dilemma. Se i 4.100 soldati inglesi di stanza presso l’aeroporto si limiteranno a fare da spettatori alla battaglia in corso in città, i critici si chiederanno cosa ci stiano a fare laggiù. Ma se invece interverranno in quella che è essenzialmente una battaglia tra due fazioni sciite, si ritroveranno coinvolti in una lotta per Bassora dalla quale è probabile che non emerga nessun vincitore.
E’ un mistero il motivo per cui Maliki abbia deciso di lanciare un assalto contro l’Esercito del Mahdi dopo che al-Sadr, il mese scorso, aveva prorogato per altri sei mesi il cessate il fuoco. La spiegazione più verosimile è che Maliki, che gode di scarso supporto al di fuori della città santa di Kerbala, abbia ricevuto pressioni dal Supremo Concilio Islamico dell’Iraq (ISCI), suo principale alleato, perché lanciasse contro i sadristi un attacco immediato. I sadristi hanno la possibilità di ottenere buoni risultati contro l’ISCI nelle elezioni provinciali che si terranno in ottobre in seguito a un accordo stipulato col vicepresidente americano Dick Cheney durante la sua visita a Baghdad all’inizio di questo mese.
l’ISCI voleva schiacciare i sadristi prima delle elezioni e ciò è più semplice da realizzare prima che gli americani riducano il numero delle proprie truppe in Iraq. Ma se Maliki non dovesse riuscire a dare forza al proprio attacco nel corso della prossima settimana, egli non avrà fatto altro che indebolire la sua posizione. I suoi avversari lo considerano da tempo un burattino degli americani e chiedono che si dimetta.
La misura dell’anarchia che regna in Iraq è data dal fatto che non è chiaro da chi siano controllati ampi settori di territorio. Secondo un rapporto, l’Esercito del Mahdi si sarebbe impadronito del centro della città di Nassiriya.
Nessuno sa da che parte stiano i vari settori dei servizi segreti. Un ulteriore colpo alla credibilità dell’affermazione secondo la quale l’incremento di truppe avrebbe ripristinato la legge e l’ordine è venuto dal fatto che uno dei due portavoce iracheni per il piano di sicurezza a Baghdad – che rappresenta il fulcro della strategia dell’incremento – è stato rapito e tre delle sue guardie del corpo sono state uccise prima che la sua casa venisse incendiata. La vittima è Tahseen Sheikhly, un sunnita comparso spesso al fianco degli ufficiali americani per proclamare il successo dell’incremento di truppe.
Ieri nella capitale è stato imposto il coprifuoco. L’offensiva dell’esercito iracheno contro le milizie sciite del fondamentalista Moqtada al-Sadr a Bassora non è riuscita ad ottenere risultati significativi, nonostante la richiesta del primo ministro iracheno Nouri al-Maliki di “combattere fino alla fine”.
Anziché essere una dimostrazione di forza, l’incerto assalto governativo sta rivelando la traballante autorità del governo su buona parte di Baghdad e sul sud dell’Iraq. Mentre la situazione sfuggiva al controllo di Maliki, alcuni sabotatori hanno fatto saltare uno dei due principali oleodotti vicino Bassora, bloccando un terzo delle esportazioni di greggio dai pozzi intorno alla città. Il prezzo internazionale del petrolio è immediatamente salito di 1 dollaro al barile, prima di tornare ai livelli precedenti.
A Baghdad, decine di migliaia di sostenitori di al-Sadr, il cui zoccolo duro sta nei ceti sciiti più poveri, hanno marciato per le strade lanciando slogan con cui si chiedeva il rovesciamento del governo Maliki. “Chiediamo la deposizione del governo Maliki”, ha detto uno dei dimostranti, Hussein Abu Ali. “Esso non rappresenta il popolo. Rappresenta Bush e Cheney”.
Il bastione principale del movimento sadrista è la poverissima Sadr City, che ha una popolazione di due milioni di persone ed è quasi una città gemella di Baghdad. Questo ghetto densamente popolato è stato sigillato dalle truppe americane. “Siamo intrappolati da ieri nelle nostre case senza acqua né elettricità”, ha detto un residente di nome Mohammed. “Non possiamo fare il bagno ai nostri bambini né lavarci i vestiti”.
Le strade sono controllate dai combattenti dell’Esercito del Mahdi, molti dei quali dicono di aspettarsi da un momento all’altro un attacco totale da parte degli americani, benché ciò appaia improbabile visto che gli Stati Uniti affermano che un eventuale attacco alle milizie sciite è un problema di competenza irachena.
Poco fa un bombardamento coordinato con colpi di mortaio ha colpito la principale caserma di polizia della città lungo la linea dello Shatt-el-Arab e si sono sentiti forti colpi d’arma da fuoco lungo la strada principale della zona sud della capitale. Una fonte del Ministero degli Interni ha affermato che 51 persone sono rimaste uccise e 200 ferite in tre giorni di combattimento a Bassora. C’è stato anche il tentativo di assassinare il capo della polizia di Bassora e nell’attentato tre delle sue guardie del corpo sono rimaste uccise da una bomba.
E’ probabile che le ripercussioni dell’attacco a sorpresa di Maliki contro l’Esercito del Mahdi andranno ben oltre l’Iraq. Gli americani devono aver autorizzato l’attacco, benché avessero in precedenza approvato il cessate il fuoco di sei mesi, proclamato da Sadr il 29 agosto e poi rinnovato a febbraio, che è stato una delle ragioni principali del calo della violenza in Iraq. Sadr ha dichiarato che la tregua continua ma il cessate il fuoco non ha ormai più molto significato.
Due giorni fa il presidente Bush ha lodato Maliki affermando che egli “sta conducendo una dura battaglia contro miliziani e criminali”. Ha detto che il primo ministro iracheno ha preso una decisione coraggiosa “scegliendo di perseguire i gruppi illegali che operano a Bassora”.
Ma la rapida escalation della violenza potrebbe sgonfiare l’ottimismo americano riguardo il “successo” dell’incremento di truppe e portare ad un punto di svolta in questa guerra che dura da cinque anni.
Appena arrivato al potere, Maliki aveva cercato di equilibrare le forze dell’ISCI e quelle dei sadristi, ma si era poi rapidamente avvicinato al primo dei due partiti mostrando crescente ostilità verso al-Sadr. L’ultima grande battaglia tra i sadristi e il governo iracheno sostenuto dagli americani era avvenuta a Najaf nel 2004 ed era terminata grazie all’intervento dell’ayatollah Ali al-Sistani, che aveva deciso di umiliare i sadristi, ma non schiacciarli. Egli voleva evitare che la comunità sciita si dividesse in due fazioni in guerra tra loro. E’ possibile che l’ayatollah tenti ancora di fare da mediatore, ma Maliki potrebbe avere difficoltà ad accettare un compromesso dopo aver affermato che le sue truppe avrebbero preso il controllo di Bassora.
Il governo ha inviato a Bassora 15.000 soldati e un egual numero di poliziotti, ma si tratta di cifre non troppo consistenti in una città di due milioni di abitanti. La polizia è strettamente legata alle milizie e potrebbe rivelarsi un alleato poco affidabile contro l’Esercito del Mahdi.
"MISSION ACCOMPLISHED"

GLI AMERICANI ASSEDIATI NELLA GREEN ZONE
di Dieter Bednarz
da Der Spiegel Online (visto sul sito Salon.com )
Traduzione di Gianluca Freda
Baghdad, 28 marzo 2008
Sarah non è il tipo di donna che perde facilmente la calma. Come impiegata del Dipartimento di Stato americano, ne ha viste troppe perché ciò sia possibile. I suoi superiori a Washington l’hanno inviata spesso nelle zone più pericolose del mondo. Oggi Sarah lavora come “agente speciale” nell’unità di protezione individuale dell’ambasciata statunitense di Baghdad, dove è responsabile della sicurezza degli ospiti d’alto livello.
Da martedì scorso, il lavoro di Sarah è stato quello di provvedere alla sicurezza della parlamentare tedesca Elke Hoff. E da mercoledì, Sarah è stata costretta a rivolgersi alla sua ospite – “Scusi tanto, signora” – in modo più brutale del consueto: “Si sbrighi! Dobbiamo toglierci da qui e andare al riparo!”.
Sarah ha già indosso l’elmetto e il giubbotto antiproiettile quando, col suo team di addetti alla sicurezza, spinge in fretta una piccola delegazione di membri del parlamento tedesco, il Bundestag, a bordo di un veicolo corazzato. Il frastuono dei razzi e delle granate arriva subito dopo.
Il team di sicurezza non dice alla delegazione tedesca dove siano esattamente caduti i missili. Dover ammettere che sono in corso attacchi contro
Gli attacchi alla I.Z. o “International Zone”, come l’esercito americano ha soprannominato l’ex quartiere Karkh, costituiscono una delle più clamorose sfide alle Forze Armate americane mai avvenuta in Iraq. Il quartiere si estende per poco meno di sette chilometri quadrati (
Il dittatore iracheno Saddam Hussein aveva scelto questa zona, collocata strategicamente in un’ansa del fiume Tigri, come residenza dei suoi palazzi. Qui vivevano i fedelissimi del regime e solo ai più leali collaboratori del despota era permesso di entrarvi.
Ancora oggi il paese viene governato da questo quartiere, l’accesso al quale non è diventato più semplice. Decine di migliaia di soldati e diplomatici vivono e lavorano dietro altissimi muri di cemento. Si stima che circa 4.000 persone, per la maggior parte soldati e membri del personale di sicurezza, vivano sul suolo dell’ambasciata americana, all’interno di uno degli ex palazzi di Saddam.
Questa enorme area è una specie di “piccola America” in mezzo a un paese ostile. Anche se il numero degli attacchi si è dimezzato rispetto al picco dell’insorgenza di tre anni fa, le agenzie di stampa occidentali hanno contato ancora ben 455 attacchi, in tutto l’Iraq, nel corso della settimana passata. Gli stranieri – e soprattutto gli americani – si sentono al sicuro solo all’interno della IZ.
Il tumulto nella Green Zone è proseguito giovedì.
Nella zona speciale c’è posto anche per alcuni iracheni privilegiati. Nella Green Zone vivono il Primo Ministro Nouri al-Maliki, che ha lì il proprio ufficio, e i ministri più importanti. Il Parlamento iracheno ha posto qui la propria sede temporanea, all’interno di un ex centro per conferenze che Saddam aveva fatto costruire nei primi anni ’80. Vi risiedono anche gli iracheni più influenti, come il parlamentare sunnita Mithal al-Alusi. Al-Alusi è uno dei politici più popolari dell’Iraq del dopoguerra ed è dunque una delle persone che la delegazione della Hoff avrebbe voluto incontrare.
Al-Alusi si è abituato a vivere in costante pericolo di vita. Una volta la minaccia veniva da Saddam e dai suoi servizi segreti, oggi viene dagli insorti, ad esempio dalla milizia guidata dal religioso sciita Muqtada al-Sadr. Al-Alusi attribuisce alle Brigate Badr la responsabilità degli attacchi con razzi e colpi di mortaio avvenuti negli ultimi giorni. Gli attacchi, afferma al-Alusi furibondo, sono stati una “provocazione deliberata”.
Al-Alusi è anche uno dei pochi ad azzardare una spiegazione. I due più alti rappresentanti degli Stati Uniti in Iraq – il Gen.David Petraeus, capo delle truppe in Iraq, e l’ambasciatore Ryan Crocker – dovrebbero consegnare entro una settimana i loro rapporti sulla situazione nel paese. Secondo al-Alusi, le analisi sulla situazione della sicurezza che verranno inviate a Washington non concluderanno che “l’America ha la situazione sotto controllo”, almeno non se “Sadr e i suoi sostenitori in Iran potranno fare a modo loro”.
Nessuno dubita che questo fanatico religioso detesti gli americani più di chiunque altro e che voglia scacciarli dal paese il più presto possibile. Si ritiene anche verosimile che Sadr abbia legami con gli sciiti di Teheran. Secondo gli esperti della sicurezza occidentale, la prova più recente della connessione tra al-Sadr e Teheran sta nel fatto che i proiettili che colpiscono
Gli attacchi alla zona di sicurezza mirano anche a colpire il governo iracheno del primo ministro al-Maliki, sciita. Alcuni osservatori politici a Baghdad sono anche convinti che razzi e proiettili di mortaio siano diretti più al primo ministro che agli americani. Pochi giorni fa il laico al-Maliki ha dichiarato guerra al fanatismo religioso di al-Sadr.
A partire dallo scorso weekend, truppe governative hanno iniziato a perseguire in modo energico “terroristi, banditi e alcuni soggetti stranieri”, come cautamente affermato dal portavoce del governo Ali al-Dabbagh. Al-Dabbagh, che è un esperto diplomatico, evita di dire che il vero bersaglio degli attacchi governativi è la milizia di al-Sadr, che pare abbia creato una roccaforte nel sud del paese ricevendo rinforzi dai combattenti iraniani.
Ciononostante, al-Dabbagh si affretta a enfatizzare i successi delle truppe governative irachene. Nella capitale vi sono credibili rapporti secondo i quali i nemici del governo si starebbero ritirando in un altro paese, al di là del confine. Ma nessuno dice che questo paese è l’Iran, probabilmente a causa della recente partnership tra Baghdad e il regime di Teheran.
La visita a Baghdad del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, avvenuta all’inizio di questo mese, è stata comunque un “evento storico” per il governo iracheno, soprattutto alla luce del fatto che l’ex dittatore Saddam aveva spinto entrambi i paesi in una guerra durata otto anni che aveva provocato milioni di vittime. Ora, invece, Baghdad e Teheran stanno pianificando programmi di cooperazione economica per il valore di miliardi di dollari, con gran scorno di George W. Bush.
Washington sembra davvero condannata all’impotenza riguardo gli attacchi alla sua unica vera roccaforte in Iraq. Si dice che gli attacchi arrivino dalla parte orientale della città, che è sotto il controllo di al-Sadr e della sua milizia. A quanto sembra, gli insorti lanciano i loro missili e colpi di mortaio da rampe mobili per poi sparire immediatamente all’interno dei quartieri densamente popolati.
I funzionari che operano nell’ambasciata USA pensano che gli insorti stiano tentando di attirare gli americani in una trappola per costringerli a lanciare “attacchi aerei che provocherebbero molti morti e feriti”. Del resto, gli americani non possono permettersi un sanguinoso combattimento casa per casa nei quartieri controllati da al-Sadr, soprattutto dopo che le forze armate americane hanno registrato questo mese il loro quattromillesimo morto in Iraq.
Di conseguenza gli americani, almeno per il momento, si limitano a nascondersi, perfino di fronte a politici in visita come la parlamentare tedesca Hoff, alla quale si sarebbe invece voluto presentare un quadro dei progressi in Iraq.
Martedì sera, la “stimata ospite” berlinese, della cui sicurezza l’ambasciata USA si era incaricata, è stata spostata in una nuova sistemazione: dall’Hotel al-Rashid, ai limiti della zona di sicurezza, dove venivano alloggiati gli ospiti del governo ai tempi di Saddam, all’ambasciata americana. La piccola delegazione tedesca verrà fatta ripartire giovedì, prima del previsto.
TERAPIA SHOCK
Va bene. Tento il tutto per tutto. So che esistono alcuni limiti morali di rispetto verso i lettori, verso la persona umana e la pubblica decenza che dovrebbero vietare al tenutario di un blog di pubblicare certi filmati atroci. Ma ormai sono disposto a tutto pur di convincere i cittadini in età di voto a disertare le urne e ad abbandonare al loro destino i repellenti burattini del teatrino nazionale. Ho deciso perciò di ricorrere ad una terapia-shock. Se i due filmati riportati qui sopra (la cui segnalazione devo all’attivo lettore @lecs) non vi spingeranno a rinunciare alle insane pulsioni elettorali del prossimo 13 aprile, allora non ci sono più speranze. La visione dei filmati è sconsigliata a chi è già determinato ad astenersi dal voto: potrebbe produrre una recrudescenza di pulsioni violente, sfociante nei casi più gravi in fantasie omicide e assalti a mano armata alle sedi istituzionali e partitiche. Sconsiglio inoltre la visione:
- alle donne in gravidanza, anche meramente isterica.
- ai minori di anni 18, agli infanti e soggetti equiparabili (volantinatori e attacchini di partito, spettatori di “Porta a Porta”, ecc.)
- ai soggetti in stato di depressione, ai cardiopatici, agli affetti da sintomatologie biliari e coronariche, ai portatori di handicap da tesseramento sindacale e partitico.
- ai giornalisti di Repubblica, ai loro ascendenti e discendenti, alla loro parentela in linea retta e collaterale e a tutta la razza loro.
- ai proprietari, usufruttuari, conduttori e/o amministratori di un cervello in buone condizioni.
Per i coraggiosi: tenete comunque a portata di mano il sacchetto per il vomito e fatevi assistere nella visione da una persona a voi affettivamente legata. Le precauzioni non sono mai troppe.
BUONUMORE NEI MERCATI

di Bill Bonner
dal sito 321gold.com
Traduzione di Gianluca Freda
Lo sentite questo suono?
E’ il suono della risata degli dei. Essi ridono della Northern Rock, della Bear Sterns e di tutti gli angeli, arcangeli, serafini e cherubini dell’industria finanziaria. Questi genii credevano di aver messo un braccialetto di controllo alle caviglie dell’incertezza. Credevano che con i loro nuovi strumenti sarebbero riusciti a modellare il rischio, quantificarlo e controllarlo. Ora stanno fallendo... e gli dei si rotolano sul pavimento dal ridere.
Ma restate in ascolto, perché le risate più grosse devono ancora venire.
Alan Greenspan, il funzionario statale più noto del mondo dopo Ponzio Pilato, ha scritto questa settimana un articolo sul Financial Times. Per far risparmiare tempo al lettore, ridurremo la sua mezza pagina di circonlocuzioni sulla crisi finanziaria odierna a 5 semplici parole: non è stata colpa sua. Una forza ignota e imprevedibile si è impadronita dei mercati finanziari, ha spiegato il poveretto... una specie di “materia oscura” che ha costretto le persone a comportarsi in maniera un po’ buffa. Secondo Mr. Greenspan, la fonte essenziale del problema sta tutta nell’industria edilizia. Per qualche motivo (egli ha deciso di non rivelare quale) ha costruito troppo. “La crisi finirà”, ha proseguito, “quando i prezzi delle case si stabilizzeranno e con essi il valore delle equities sulle abitazioni concesse con mutui a rischio”.
Mr. Greenspan ha anche spiegato che la “fiducia” nel mercato è stata “profondamente scossa” “quando
Ha poi proseguito sull’onda di questa domanda retorica, che era essenzialmente un’elaborata messinscena, studiata per mandare i cani ad abbaiare contro l’albero sbagliato. I sistemi di controllo del rischio, asserisce, “non riescono a cogliere appieno ciò che io credo sia stato, fino a oggi, solo un evento periferico al ciclo degli scambi e alla gestione finanziaria: le istintive reazioni umane che producono altalene di euforia e paura, le quali ripropongono se stesse generazione dopo generazione, senza che ne nasca una curva d’apprendimento”. L’ex capo della Fed ha ragione. Il pubblico va soggetto ad altalene emotive. Peccato però che egli abbia dimenticato di citare il suo personale contributo all’euforia del periodo 2002-2007.
Guardando ai passati episodi di depressione maniacale del mercato, è difficile trovare casi in cui la vorticosa altalena emotiva non sia stata accentuata da qualcosa che era nell’acqua. Non ci sarebbero state né la bolla del Mississippi né quella del South Sea se John Law non avesse inventato la banca centrale –
I prezzi pianificati dalla struttura centrale hanno inviato i segnali sbagliati e hanno spinto la gente a fare dei calcoli erronei. E nessun prezzo provoca tanti calcoli erronei quanto il prezzo del credito, controllato alla radice dai banchieri centrali. Ovviamente tutti possono sbagliare. Ma per provocare un disastro come quello che vediamo oggi nei mercati finanziari ci vuole una teoria. E i banchieri centrali, naturalmente, ce l’avevano.
Le basi della moderna teoria delle banche centrali furono gettate nello stesso anno di nascita di Alan Greenspan: il 1926. Fu allora che uno dei primi economisti “neoclassici”, il professor Irving Fisher, pubblicò la sua “Relazione Statistica tra
Poi, “negli anni ‘70”, scrive sul Wall Street Journal il Premio Nobel Edmund Phelps, “una nuova scuola di economisti neoclassici sostenne che l’economia di mercato, benché rumorosa, era fondamentalmente prevedibile. Tutti i rischi dell’economia, si affermava, sono guidati da eventi puramente casuali – come il lancio di una moneta – soggetti a regole probabilistiche conosciute”.
Nel 2001
Oggi
Il professor Fisher visse abbastanza per vedere gli dei che ridevano di lui. Pochi giorni prima del crollo dei mercati del ’29, egli scriveva: “I prezzi azionari hanno raggiunto quello che sembra un picco che resterà alto in permanenza”. Poi, quando arrivò il crollo, disse: “Il mercato si sta solo scrollando di dosso le frange più lunatiche” e proclamò che i prezzi sarebbero tornati presto a livelli anche più alti. Pochi mesi dopo Fisher aveva perso la sua fortuna e la sua reputazione, ma continuava a dire agli investitori che la ripresa era proprio dietro l’angolo.
Finora, Alan Greenspan si è beccato solo qualche sogghigno quando ha cercato di spiegare dov’era e cosa stava facendo mentre prendeva forma la bolla più grande della storia. E più lo spiega, più la gente capisce: che la “scienza” delle banche centrali è solo una fregnaccia e che Mr. Greenspan è un babbeo.
LIBERARSI DALLA DEMOCRAZIA

DEMOCRAZIA: IL DIO CHE HA FALLITO
di Hans-Hermann Hoppe
traduzione tratta dal sito de “Il Domenicale”
In questo articolo Hans-Hermann Hoppe, professore di economia all’Università di Nevada, Las Vegas e editore del Journal of Libertarian Studies, parla del suo libro Democrazia: il dio che ha fallito (edito in Italia da Liberilibri, 2006, pp. 463, 19 €), evidenziandone le linee portanti e la prospettiva di analisi storica.
Teoria e storia
Vorrei chiarire anzitutto, come la teoria sia indispensabile per interpretare correttamente la storia. La storia – il semplice succedersi di eventi nel tempo – è “cieca”. Non rivela nulla sulle cause e gli effetti di tali eventi.
Ad esempio, potremmo trovarci d’accordo sul fatto che l’Europa feudale fosse povera, che l’Europa monarchica fosse più ricca, e che l’Europa democratica sia ancora più ricca. Oppure sul fatto che l’America del diciannovesimo secolo, nella quale vigevano imposte ridotte e poche regolamentazioni, fosse povera, mentre l’America contemporanea, con tasse alte e molte regolamentazioni, sia più ricca.
Tuttavia, bisogna chiedersi se l’Europa fosse povera a causa del feudalesimo, e sia diventata più ricca grazie alla monarchia e alla democrazia. O l’Europa si è invece arricchita nonostante monarchia e democrazia? Oppure le due cose non sono neppure correlate?
Allo stesso modo, l’America di oggi è più ricca a causa di tasse più alte e imponenti regolamentazioni o nonostante le une e le altre? Ovvero, l’America sarebbe ancora più prospera se tasse e regolamentazioni fossero rimaste ai livelli del diciannovesimo secolo?
Gli storici in quanto storici non possono rispondere a tali domande, e nessun tentativo di giocare con la statistica può cambiare questo fatto. Ogni sequenza di eventi è compatibile con un gran numero di interpretazioni mutuamente confliggenti, incompatibili l’una con l’altra.
Per scegliere quale di queste interpretazioni tra loro inconciliabili si debba adottare, noi abbiamo bisogno di una teoria. Per “teoria” intendo una proposizione la cui validità non riposi sull’esperienza ma possa essere stabilita a priori. Ciò non significa dire che si possa prescindere del tutto dall’esperienza quando si sostiene una proposizione teorica. Tuttavia, ciò significa che se pure l’esperienza è importante, le intuizioni teoriche si estendono logicamente oltre, e trascendono, una particolare esperienza storica. Le proposizioni teoriche riguardano infatti la necessità di fatti e relazioni e, eventualmente, l’impossibilità di altri fatti e relazioni. L’esperienza può così servire ad illustrare le implicazioni di una teoria. Ma l’esperienza storica non può né stabilire un teorema né confutarlo.
La teoria economica e politica, specie quella avanzata da parte della cosiddetta Scuola austriaca, è uno scrigno che contiene molte proposizioni di tal genere. Per esempio, una più ampia quantità di un bene è preferibile a una più piccola quantità dello stesso bene; la produzione deve precedere il consumo; ciò che viene consumato oggi non potrà essere consumato di nuovo in futuro; prezzi fissati al di sotto dei prezzi di mercato condurranno a periodi di scarsità; senza proprietà privata nei fattori di produzione, e senza i prezzi che ne derivano, il calcolo economico risulta impossibile; un aumento nella quantità di moneta circolante non può andare ad aumentare la ricchezza sociale ma può soltanto redistribuire ricchezza che già esiste; il monopolio (l’assenza di libero accesso ad un mercato) conduce a prezzi più alti e per giunta ad una inferiore qualità rispetto a quella che si otterrebbe in regime di concorrenza; ogni cosa e ogni quota di una data cosa non possono essere possedute, in un dato momento, che da un unico soggetto; la democrazia (regola della maggioranza) e la proprietà privata sono incompatibili.
Se la teoria non può essere un sostituto della ricostruzione storica, tuttavia senza una certa comprensione teorica è difficile evitare gravi errori nell’interpretazione dei dati storici. Per esempio, il noto storico Carroll Quingley sostiene che l’invenzione del sistema bancario a riserva proporzionale sia stata una delle cause principali dell’esplosione di ricchezza senza precedenti che ha accompagnato la rivoluzione industriale, e un numero imprecisato di storici hanno associato il disastro economico del socialismo di marca sovietica all’assenza di democrazia.
Da un punto di vista teorico, tali interpretazioni vanno rigettate categoricamente. Un aumento nella quantità di circolante non può condurre a una maggiore prosperità, ma può soltanto redistribuire la ricchezza. L’esplosione di ricchezza durante la rivoluzione industriale ebbe luogo nonostante il sistema bancario a riserva proporzionale.
Analogamente, il disastro economico del socialismo non può essere ricondotto all’assenza di democrazia. Esso è sistematicamente causato dall’assenza della proprietà privata nei fattori di produzione.
La storia, per come ci viene spesso presentata, è piena di simili interpretazioni truffaldine. La teoria ci permette di escludere certi supposti “resoconti” storici, mostrando che essi sono impossibili ed incompatibili con la natura delle cose. In virtù degli stessi principi, ci consente di contemplare altre cose come possibilità che potranno effettivamente verificarsi nel corso della storia, anche se esse non sono ancora state sperimentate.
Una storiografia revisionista
Ciò che intendo fare è presentare brevemente una ricostruzione revisionista della storia occidentale moderna: dall’ascesa delle monarchie assolute, a spese dell’ordine feudale, fino alla trasformazione – iniziata con la rivoluzione francese e completatasi essenzialmente con la fine della prima guerra mondiale – degli Stati occidentali in Stati democratici, per quindi giungere all’ascesa degli Stati Uniti al rango di “impero universale”. Scrittori d’impostazione neo-conservatrice come Francis Fukuyama hanno interpretato questi sviluppi come un processo di civilizzazione, e ci hanno annunciato che la “fine della storia” sarebbe arrivata con il trionfo della democrazia occidentale (cioè statunitense) e la sua “mondializzazione” (rendere il mondo sicuro per la democrazia).
La mia interpretazione teorica è totalmente differente. Essa presuppone la confutazione di tre miti storiografici.
Mito numero uno
Il primo, e più importante, è il mito secondo cui l’emergere degli Stati da un precedente ordine politico non-statuale sia stato la causa del progresso economico e della crescita della civiltà. In realtà, la teoria insegna che ogni progresso deve essere accaduto nonostante l’istituzione dello Stato, e non per sua causa.
Lo Stato è definito convenzionalmente come un ente particolare che esercita il monopolio della tassazione e della giurisdizione, essendo decisore ultimo su un determinato territorio. Per definizione, quindi, ogni Stato, quale che sia la sua costituzione, è economicamente e moralmente deficitario. Ogni monopolio è un “male” dal punto di vista dei consumatori. Una situazione di monopolio, si badi, è quella nella quale non vi è possibilità di libera entrata in una data linea di produzione, per cui solo una particolare agenzia, A, può produrre X.
Ogni monopolio è un “male” per i consumatori poiché, una volta che il monopolista è protetto nei confronti di nuovi potenziali competitori, il prezzo di ciò che produce sarà maggiore, e la qualità inferiore, di quanto avverrebbe in regime di libero accesso al mercato. E un monopolista che sia anche decisore ultimo è, ovviamente, particolarmente deleterio. Poiché mentre gli altri monopolisti producono beni inferiori, un giudice monopolista, oltre a produrre beni inferiori, produrrà mali, poiché esso è anche giudice nei conflitti di cui è parte. Conseguentemente, invece di prevenire e risolvere conflitti, il decisore ultimo monopolista tenterà di causare e provocare conflitti per poter così risolvere ogni disputa a suo stesso vantaggio.
Non solo nessuno accetterebbe di fornirsi del bene “risoluzione delle dispute” presso un tale monopolista, ma nessuno mai sarebbe d’accordo a lasciare che tale giudice fissi da sé, unilateralmente, il prezzo per i suoi “servizi”. Come è prevedibile, tale monopolista farebbe uso di sempre più risorse (le entrate fiscali) per produrre sempre meno beni e per perpetrare sempre più mali. È ovvio che questa non è una ricetta per assicurarsi protezione, ma per venir oppressi e sfruttati. L’esistenza dello Stato si traduce di fatto non nella cooperazione pacifica e nell’ordine sociale, ma in conflitto, provocazione, aggressione, oppressione e impoverimento. Cioè, essa mette in atto un processo di de-civilizzazione. Questo è ciò che la storia degli Stati c’insegna. È innanzitutto e soprattutto la storia di un numero infinito di milioni di vittime innocenti.
Mito numero due
Il secondo mito concerne la transizione storica dalle monarchie assolute agli Stati democratici. Vi è un accordo pressoché universale sul fatto che la democrazia rappresenti un avanzamento rispetto alla monarchia assoluta e sia causa di progresso economico e morale. Tale interpretazione risulta curiosa alla luce del fatto che la democrazia è stata all’origine di ogni forma di socialismo: della social-democrazia europea, del liberalism e del neo-conservatorismo americani, così come del socialismo sovietico, del fascismo italiano e del nazionalsocialismo tedesco. È ancora più importante notare, tuttavia, come la teoria contraddica e smentisca questa interpretazione: posto che le monarchie e le democrazie sono deficitarie in quanto Stati, la democrazia è comunque peggiore della monarchia.
Esaminando l’una e l’altra da un punto di vista teorico, è evidente come la transizione dalla monarchia alla democrazia riguardi null’altro che il fatto che il “proprietario” di un monopolio ereditario (il principe, o re) sia rimpiazzato da “custodi” dello stesso monopolio, temporanei e intercambiabili (presidenti, primi ministri, membri del parlamento). Sia i re che i presidenti produrranno mali; però un re, siccome è il proprietario del monopolio della forza e può eventualmente venderlo o trasmetterlo in eredità ai figli, si curerà di evitare che le sue azioni si ripercuotano negativamente sul valore del capitale di tale monopolio. Come proprietario del “suo” territorio, il re sarà al confronto più lungimirante. Per preservare o eventualmente aumentare il valore della sua proprietà, tenderà a sfruttare i suoi sudditi con moderazione e in modo calcolato.
Viceversa, i “custodi” democratici temporanei e intercambiabili non sono proprietari del paese, ma finché sono in carica è permesso loro farne uso a proprio vantaggio. Essi posseggono il suo attuale valore d’uso, ma non il suo valore di capitale. E questo non basta ad eliminare lo sfruttamento, anzi rende tale sfruttamento più miope (essendo orientato esclusivamente al presente) e sconsiderato, cioè perseguito senza alcun riguardo per il valore del capitale di un paese.
E non è nemmeno un pregio della democrazia il fatto che esista libertà di entrata per quel che attiene ogni posizione di governo (mentre in una monarchia l’accesso ad una posizione di governo è a discrezione del re). Al contrario, bisogna sottolineare come soltanto la concorrenza nella produzione di beni sia una cosa positiva. La concorrenza nella produzione di mali non è affatto buona: anzi, è essa stessa un male.
I re, che erano tali per ragioni dinastiche, potevano rivelarsi dilettanti imbelli oppure addirittura brave persone. E, nel caso fossero invece “pazzi”, essi sarebbero stati presto messi in condizione di non nuocere o, se ce ne fosse stato bisogno, uccisi, da parenti stretti preoccupati per le sorti della dinastia.
Di converso, la selezione di chi governa attraverso le elezioni popolari rende pressoché impossibile che una persona innocua o persino onesta possa mai raggiungere la vetta del potere. Presidenti e primi ministri agguantano le loro posizioni come risultato della propria bravura, quali demagoghi privi di inibizioni morali. Ancora, la democrazia assicurerebbe virtualmente la presenza al governo di soli uomini pericolosi.
In particolare, la democrazia promuove un aumento nel tasso sociale di preferenza temporale (orientamento al presente) ed in tal modo causa l’“infantilizzazione” della società. Ciò implica tasse continuamente in crescita, il passaggio da un sistema di gold standard a un sistema che fa perno sul denaro cartaceo (paper money) e una vieppiù importante inflazione, un flusso legislativo senza fine, e un debito “pubblico” sempre in crescita.
Così, la democrazia conduce ad un risparmio sempre più esiguo, ad una maggiore incertezza legale, al relativismo morale, all’assenza di una vera legge e al crimine. Inoltre, la democrazia è uno strumento per la confisca della ricchezza e del reddito, e per la loro redistribuzione.
Ciò implica l’ “esproprio” legislativo della proprietà di alcuni – i proprietari di un dato bene – e la “distribuzione” di esso ad altri – i non proprietari della medesima cosa. E siccome ciò che viene redistribuito è presumibilmente qualcosa che ha valore – della quale i proprietari hanno troppo ed i non proprietari hanno troppo poco – ogni redistribuzione siffatta implica che l’incentivo a produrre qualcosa che valga viene sistematicamente ridotto.
Infine, le democrazie comportano un cambiamento radicale nel modo di condurre la guerra. Potendo, in virtù della tassazione, esternalizzare i costi delle loro aggressioni sugli altri, sia i re che i presidenti saranno sempre più aggressivi e guerrafondai di quanto non siano normalmente gli uomini. Tuttavia, il motivo che spinge un re alla guerra è tipicamente una disputa sull’eredità e sul possesso di un dato territorio.
L’obiettivo di un tale conflitto è tangibile e territoriale: guadagnare il controllo su piccole estensioni di terra ed i suoi abitanti. E per raggiungere questo obiettivo è nell’interesse del sovrano distinguere fra i combattenti (i suoi nemici, e obiettivo dell’attacco) e i non-combattenti e le loro proprietà (da lasciar fuori dalla guerra e cui non arrecare danno).
La democrazia ha trasformato le “guerre limitate” dei re in guerre totali. Il motivo per cui si va in guerra è diventato ideologico – è stato contrabbandato di volta in volta sotto la parola d’ordine della “democrazia”, piuttosto che quella della “libertà”, della “civiltà”, dell’ “umanità”. L’obiettivo è sfuggente: la “conversione” ideologica dei perdenti preceduta dalla loro resa “incondizionata” (la quale, dato che nessuno può mai esser certo della sincerità di una conversione, potrebbe richiedere mezzi quali l’omicidio di massa dei civili).
In tal modo la distinzione fra combattenti e non-combattenti si fa più opaca e sotto la democrazia è destinata a scomparire, mentre le masse diventano protagoniste della guerra (a causa della coscrizione, e non certo per volontà popolare) ed i “danni collaterali” diventano parte della strategia militare.
Mito numero tre
Il terzo mito da sfatare è che non ci sia alternativa alle social-democrazie occidentali, ricalcate sul modello americano. Ancora una volta, un’analisi di tipo teorico suggerisce qualcosa di diverso.
In primo luogo, questa credenza è falsa poiché il moderno Stato sociale non è un sistema economico “stabile”. Esso è condannato a collassare sotto il suo stesso parassitismo, esattamente come il socialismo nella sua variante sovietica è imploso una decina d’anni fa. Ancora più importante, tuttavia, è il fatto che un’alternativa economicamente stabile alla democrazia esiste. Il nome che propongo per tale alternativa è: “ordine naturale”.
In un ordine naturale ogni risorsa scarsa, inclusa tutta la terra, è posseduta privatamente, ogni impresa è finanziata dai consumatori (che ne acquistano volontariamente i prodotti) oppure da benefattori privati, e vi è libero accesso ad ogni linea di produzione, inclusa la sicurezza, l’arbitraggio e il peacemaking.
Mentre nel corso della sua storia lo Stato moderno ha progressivamente disarmato i propri sudditi in modo di poterli dominare e derubare con più facilità (rendendoli al contempo più vulnerabili agli attacchi dei terroristi e dei comuni criminali), un ordine naturale è caratterizzato dalla presenza di una cittadinanza armata.
A questa caratteristica si unisce poi la presenza di compagnie d’assicurazioni, che giocano un ruolo importante come fornitori di sicurezza e protezione.
Gli assicuratori incoraggiano il possesso di armi offrendo tariffe inferiori ai propri clienti armati (ed esperti nell’uso di quelle stesse armi). Per la loro stessa natura, le assicurazioni sono agenzie difensive. Solo un danno “accidentale” – non autoinflitto, causato o provocato – è “assicurabile”.
Ad aggressori e provocatori verrebbe rifiutata copertura assicurativa e dunque essi verrebbero indeboliti. E siccome le assicurazioni dovrebbero indennizzare i loro clienti nel caso siano vittime di un danno, esse sarebbero costantemente preoccupate della prevenzione di aggressioni criminali, del recupero delle proprietà rubate e della restituzione alle vittime (o del loro risarcimento).
Inoltre, la relazione fra un’assicurazione e un cliente è contrattuale. Le regole del gioco sono fissate e accettate dagli uni e dagli altri.
Un’assicurazione non può “legiferare” o cambiare unilateralmente i termini del contratto. In particolare, nel caso un assicuratore voglia attrarre una clientela sempre più ampia, egli deve contemplare nei contratti che stipula una soluzione per i prevedibili conflitti non solo fra i clienti di una stessa agenzia, ma anche fra questi e i clienti di un’altra assicurazione.
Per un’assicurazione, l’unico modo per risolvere in modo soddisfacente le conflittualità di questo secondo tipo è legarsi essa stessa contrattualmente con una terza parte, che svolga la funzione di arbitraggio. È altrettanto ovvio che le compagnie d’assicurazione in conflitto devono accordarsi sull’arbitro o sulla compagnia d’arbitraggio cui affidare il compito di dirimere una disputa, e a sua volta per risultare gradito alle assicurazioni un arbitro deve produrre un servizio (in termini di procedura legale e giudizio sostanziale) che possa raccogliere il più ampio consenso possibile tra i suoi clienti.
Così, contrariamente alle condizioni in cui versiamo nell’epoca dello statalismo, un ordine naturale è caratterizzato da una legge stabile e predicibile e da una crescente armonia legale.
Inoltre, c’è un altro modo nel quale le compagnie d’assicurazione promuoverebbero lo sviluppo di un’autentica sicurezza. Gli Stati non hanno soltanto disarmato i cittadini portando via loro le armi, ma gli Stati democratici in particolare l’hanno fatto derubandoli del diritto di escludere e promuovendo invece, attraverso varie politiche cosiddette “anti-discriminatorie” (politiche di affirmative action e multiculturali), una forma di integrazione forzata. In un ordine naturale, il diritto di escludere che è intrinseco nella stessa idea di proprietà privata sarebbe restituito ai proprietari.
Di conseguenza, abbassando il costo della produzione della sicurezza e migliorando invece la sua qualità, un ordine naturale sarebbe caratterizzato da varie forme di discriminazione legittima: separazione spaziale, segregazione, omogeneità culturale, esclusività e esclusione.
Inoltre, se gli Stati hanno minato le istituzioni sociali intermedie (famiglie, chiese, comunità locali, e club), e i gradi ed i livelli d’autorità ad esse associati così da aumentare il proprio potere nei confronti di individui uguali ed ugualmente isolati, un ordine naturale è segnatamente anti-egualitario: sarebbe “elitario”, “gerarchico”, “proprietarista”, “patriarcale”, e la sua stabilità dipenderebbe in parte dall’esistenza di un’aristocrazia naturale – volontariamente riconosciuta e conscia della propria importanza.
Strategia
Come si potrebbe passare dallo scenario presente a quello che ho brevemente delineato in questa occasione? Sono convinto che la risposta stia nella possibilità di innescare una serie di “secessioni” che riducano drasticamente le dimensioni delle unità politiche.
Comunemente si presuppone che le unità politiche più grandi – e alla fine un unico governo mondiale – comportino mercati più vasti e un aumento della ricchezza. Ma piuttosto che riflettere una verità, questo punto di vista ortodosso dimostra semplicemente che la storia viene scritta dai vincitori.
L’integrazione politica (centralizzazione) e l’integrazione economica (mercato) sono due fenomeni completamente distinti. L’integrazione politica comporta una maggiore capacità per uno Stato di imporre tasse e regolamentare la proprietà (esproprio). L’integrazione economica rappresenta una estensione della divisione interpersonale ed interregionale della partecipazione al lavoro e al mercato.
Esiste, inoltre, un’importante relazione indiretta fra le dimensioni di uno Stato e il suo tasso di integrazione economica. Un governo centrale con poteri su territori vasti – molto meno di un unico governo mondiale – non può nascere ab ovo. Tutte le istituzioni che hanno il potere di tassare e regolamentare la proprietà privata devono, al contrario, nascere piccole. Le dimensioni piccole contribuiscono alla moderazione. Un governo piccolo ha molti concorrenti, e se tassa e regola i suoi cittadini più dei suoi concorrenti sarà inevitabilmente soggetto a subire l’emigrazione del lavoro e del capitale.
Come abbiamo visto, è proprio il fatto che l’Europa avesse una struttura fortemente decentralizzata composta da innumerevoli unità politiche indipendenti che spiega l’origine del capitalismo nel mondo occidentale. Non è un caso che il capitalismo sia nato in condizioni di estrema decentralizzazione politica: nelle città-stato del Nord Italia, nella Germania meridionale e nei Paesi Bassi secessionisti.
La competizione fra piccoli Stati per avere soggetti da tassare li pone in conflitto fra loro. Il risultato di questi conflitti tra Stati è che pochi di essi riescono a espandere i loro territori. Naturalmente, sono diversi i fattori che determinano quali stati vincono in questo processo di eliminazione concorrenziale, ma a lungo termine il fattore decisivo risulta la quantità relativa di risorse economiche a disposizione di un governo. A parità di condizioni, minore è l’onere fiscale e di regolamentazione imposto da un governo alla sua economia, e più cresce la quantità di ricchezza nazionale dalla quale lo Stato può attingere per sostenere conflitti con gli Stati vicini. Gli Stati che tassano e regolamentano al minimo le proprie economie – gli stati liberali – in genere riescono a espandere il loro territorio alle spese di quelli non liberali. Tuttavia, man mano che i governi più liberali sconfiggono quelli meno liberali, essi stessi avranno sempre meno incentivi a continuare una politica improntata ai principi liberali.
Avvicinandosi allo scenario di uno Stato mondiale unico, scompaiono tutte le possibilità di opporsi a un governo votando coi piedi (nel senso di emigrare in Stati meno oppressivi). Dovunque si vada, si ritrovano le stesse strutture fiscali e la medesima regolamentazione. Eliminato così il problema dell’emigrazione, viene meno uno dei principali freni all’espansione dei governi.
Alla luce di tutto ciò, quindi, vi sono argomenti a favore della secessione.
Inizialmente, la secessione non significa altro che spostare il controllo sulla ricchezza nazionale da un grande governo centrale ad uno più piccolo e regionale. Dipende in gran parte dalla politica regionale se questo porterà a maggiore o minore integrazione economica e benessere. Comunque la secessione stessa ha un impatto positivo sulla produzione, giacché una delle prime ragioni che l’hanno determinata è tipicamente la convinzione dei secessionisti di essere sfruttati da altri.
Inoltre, come il centralismo tende alla fin fine a promuovere la disintegrazione economica, così la secessione tende a incoraggiare l’integrazione e lo sviluppo economico. La secessione comporta sempre maggiori opportunità di migrazione interregionale. Per evitare di perdere la parte più produttiva della sua popolazione, un governo secessionista è spinto sempre più ad adottare politiche interne relativamente liberali.
In particolare, più un paese è piccolo, maggiore è lo stimolo a scegliere il libero mercato. Qualsiasi interferenza del governo nel commercio con l’estero limita necessariamente le possibilità di scambi infraterritoriali mutuamente vantaggiosi, causando così un relativo impoverimento. Ma, nell’ipotesi su avanzata, più un paese e il suo mercato interno sono piccoli, più drammatico sarà questo effetto. Un paese delle dimensioni degli Stati Uniti, per esempio, potrà raggiungere uno standard di vita relativamente alto anche rinunciando al commercio con l’estero. Se invece, per esempio, le città o le contee a predominanza serbe all’interno della Croazia secedessero da questa e perseguissero lo stesso tipo di protezionismo ne conseguirebbe un disastro. Quindi, più piccolo è un territorio e il suo mercato interno, più è probabile che esso scelga il libero scambio.
La secessione, allora, non rappresenta un anacronismo, ma la forza potenzialmente più rivoluzionaria della storia, soprattutto alla luce del fatto che, con la caduta dell’Unione Sovietica, ci siamo mossi più vicino che mai alla creazione di un “nuovo ordine mondiale”.
La secessione promuove l’integrazione e lo sviluppo. Il processo di centralizzazione ha creato governi sempre più intrusivi e onerosi, la minaccia di uno statalismo globale preoccupato di assicurare il nostro benessere si fa sempre più opprimente, così come l’incubo di guerra e stagnazione, o addirittura di un declino degli standard di vita.
La secessione, se sufficientemente diffusa, può imporre una svolta a questa situazione. Il mondo sarebbe composto da decine di migliaia di diversi paesi, regioni e cantoni e da centinaia di migliaia di libere città indipendenti come le “bizzarrie” rappresentate oggi da Monaco, Andorra, San Marino, Liechtenstein, Hong Kong, Singapore. Il risultato sarebbe un grande aumento delle opportunità per migrazioni economicamente motivate, entro una logica di libero scambio, e una valuta internazionale come l’oro. Sarebbe un mondo caratterizzato da una prosperità, una crescita economica e un progresso culturale senza precedenti.
SO?
Buona parte dei giornali internazionali, compresi quelli italiani, hanno dato questa mattina un paio di notizie interessanti sullo stato della guerra americana in Iraq. La prima notizia è che fra le truppe americane sarebbe stato raggiunto il quattromillesimo morto ammazzato; cifra che ha evidentemente per gli alchimisti dei media un qualche valore esoterico, da me non immediatamente percettibile, che li spinge a dare alla faccenda un rilievo assai più vasto del modesto “e chi se ne frega” con cui personalmente l’avrei commentata. Del resto, molti avranno ormai capito che le cifre fornite dal Pentagono sui caduti americani per essere minimamente credibili devono essere moltiplicate almeno per tre o per quattro, se non per dieci (mettendo nel numero anche i morti per effetto dell’uranio impoverito), il che non rende comunque il mio commento sulla vicenda molto diverso dal precedente.
Stamattina abbiamo anche appreso che la cosiddetta Zona Verde, l’unica miserabile porzione di Iraq su cui gli americani potevano vantarsi di avere un qualche controllo, è ormai anch’essa un tirassegno in cui i soldati statunitensi svolgono la vitale funzione di paperelle di compensato. Per la verità non si tratta di una scoperta rivoluzionaria. Ne avevano già dato notizia i blogger di mezzo mondo, compreso il modesto sottoscritto, per esempio in questo articolo tratto da TBR News in cui un anonimo che lavora all’interno della Green Zone scriveva tra l’altro: “Sono fortunato ad avere una stanza le cui finestre non siano rivolte verso Baghdad. Gli insorti hanno fucili da cecchino, di solito americani, calibro 50, situati in edifici da cui si può controllare la zona da lontano; più di una volta, membri del personale che si stavano radendo davanti alla finestra del bagno si sono ritrovati col cervello spiaccicato sui muri dopo che il cecchino li aveva presi di mira. Il suono degli spari arriva dopo e mai, neppure una volta, gli uomini della nostra sicurezza sono riusciti a individuare le postazioni dei cecchini”. Gli attacchi con razzi e colpi di mortaio contro l’installazione americana a Baghdad sono piuttosto frequenti, e da tempo, ma fa comunque un certo effetto vedere che per una volta perfino i media mainstream abbiano dato notevole risalto alla faccenda. I casi sono due: o questa volta l’attacco è stato più pesante del solito (e avrei qualche dubbio) oppure, per motivi a me ignoti, qualcuno ha deciso che è ora di sollevare almeno parzialmente il velo di silenzio sulla reale entità del disastro americano in Iraq.
Sia come sia, quello che mi interessa sottolineare è la perfetta concordanza di opinioni esistente – per una volta – tra me e Dick Cheney riguardo lo spinoso problema dei soldati USA che la resistenza irachena costringe, di tanto in tanto, a far prendere aria alle budella.
Intervistato stamattina dalla giornalista Martha Raddatz nel programma della ABC “Good Morning America”, Cheney, detto “the Dick”, si è così espresso riguardo gli attacchi alla Green Zone e all’effetto che questa carneficina può avere sul pubblico americano:
CHENEY: Dal punto di vista della sicurezza, credo sia opinione generale che abbiamo fatto grandi progressi [!], che l’incremento di truppe ha funzionato. E’ stato un enorme successo. [!!]
RADDATZ: Due terzi degli americani pensano che non valga la pena di combattere questa guerra.
CHENEY: Embè?
RADDATZ: Embè? Non le interessa cosa pensa il popolo americano?
CHENEY: No. Non credo che si possa abbandonare la rotta solo a causa delle fluttuazioni nei sondaggi d’opinione.
Ora, Cheney “the Dick” dice alcune cose che non sono del tutto esatte. Per esempio l’avversione alla guerra in Iraq non è una “fluttuazione” dell’opinione pubblica americana, dato che il consenso alla guerra è andato scemando in modo perfettamente lineare nel corso degli anni, passando dal 68% di favorevoli nel 2003 al 36% di oggi. Lo stesso Cheney, il mese scorso, aveva dichiarato: “Il popolo americano non accetterà mai un ritiro dall’Iraq”, confondendo – comprensibilmente, del resto – il popolo americano con le fantasie senili aleggianti nella sua crapaccia vuota e pelata.
Ma a parte queste osservazioni, tutto sommato trascurabili, vorrei fare mio, da ora in poi, il mirabile motto con cui The Dick ha deciso di andare incontro alla catastrofe.
L’America ha perso la guerra. Embè?
I suoi bambocci da campo sono carne da macello alla mercè di forze ben più ardite e determinate di loro. Embè? Schiattano come mosche. Embè? La guerra in Iraq ha portato al definitivo discredito internazionale degli Stati Uniti, per non parlare della rovinosa crisi economica che i suoi costi hanno contribuito a peggiorare. E a noi che ce frega? Il popolo americano vorrebbe che la guerra finisse. Tanto piacere. Se la tengano e godano fino in fondo della gloria imperitura che i loro valorosi condottieri da salotto hanno procurato al paese. Le pareti dei bagni di trincea imperiali, decorate con frammenti d’encefalo di babbeo, non sono poi così inadeguate all’arredamento da campo fornito dal Ministero della Guerra.
Lo ha detto Dick Cheney, l’uomo con più bypass che neuroni, che potrebbe stirare le zampe da un momento all’altro dopo aver condotto il proprio paese ad una rovina ignominiosa e irrimediabile.
Embè? E’ il commento più ovvio e razionale. Sarebbe bello che lo ripetessimo tutti in coro.
UNO O DUE?

L’ILLUSIONE DELLO STATO UNICO
di Michael Neumann
dal sito Counterpunch
Traduzione di Gianluca Freda
La soluzione dello “Stato unico” è un attraente ideale scambiato per un’opzione concreta.
Molti argomenti a favore dello “Stato unico” non si concentrano sulla sua fattibilità materiale. Disquisiscono invece se una tale soluzione sia giusta e su quanto sia ingiusta la soluzione opposta dei “due Stati”.
Questi argomenti ribadiscono l’ovvio. Certo che la soluzione dei “due Stati” è ingiusta. Essa cementa l’usurpazione sionista del territorio palestinese. Lascia impuniti coloro che hanno perpetrato tale usurpazione, senza neppure offrire un compenso alle loro vittime. Peggio ancora, essa perpetua l’esistenza di uno Stato fondato sulla supremazia razziale. Il concetto israeliano di “ebraicità”, la caratteristica di coloro che dovrebbero tenere la sovranità nelle proprie mani, è in ultima analisi un concetto biologico. E’ fondato sulla consanguineità. In sostanza, questa consanguineità non si misura – come avviene in altri paesi – sul tempo di residenza di ogni gruppo familiare all’interno dello Stato sovrano, ma semplicemente sulla vicinanza a chiunque sia considerato “ebreo” nel senso razziale del termine.
Che dire allora della soluzione dello “Stato unico”? Sento dire in giro che essa sarebbe davvero molto giusta. Ma in cosa consiste, esattamente? A quanto pare essa vagheggia una società in cui ebrei e palestinesi possano godere degli stessi diritti democratici. Un ebreo, un voto, un palestinese, un voto.
Sotto almeno un profilo, questa soluzione dello “Stato unico” è ancor meno giusta di quella dei “due Stati”. Essa infatti lascia intatta la “proprietà ebraica”, compresi gli insediamenti. Alcuni sostenitori dello “Stato unico” menzionano apertamente questa circostanza, anche se poi non ne parlano mai quando criticano la soluzione dei “due Stati”. Altri evitano di parlare degli insediamenti oppure fanno riferimenti vaghi alle sentenze internazionali. Non certo un metodo promettente per iniziare l’espulsione di quei fanatici disposti a tutto.
Una soluzione “Stato unico” che appaia giusta non è mai stata proposta da nessuna delle personalità coinvolte in questo dibattito. Non ricordo che nessuno, incluso Hamas, l’abbia mai proposta in tempi recenti. Una soluzione “giusta” dovrebbe innanzitutto rimediare alle ingiustizie compiute dal sionismo. Per fare ciò occorrerebbe molto di più che un semplice Stato “binazionale” in Palestina. Occorrerebbe che gli ebrei venuti in Palestina come sionisti se ne andassero, e con essi i loro discendenti. (Non si tratterebbe di pulizia etnica: la popolazione ebraica originaria potrebbe restare, insieme ai propri discendenti). Oltre a ciò, occorrerebbe garantire massicci risarcimenti, nell’ordine dei miliardi, a tutti i palestinesi che hanno perduto le proprie case e le loro vite. Questo risarcimento dovrebbe porre rimedio non solo alle espropriazioni, che sono essenzialmente un crimine contro la proprietà, ma a tutte le morti e le sofferenze che i palestinesi hanno dovuto subire a causa del progetto sionista. Dovrebbero essere organizzati procedimenti penali contro quelle migliaia di israeliani che si sono macchiati di violazione dei diritti umani e le condanne dovrebbero comportare il pagamento di risarcimenti ulteriori. Le aziende israeliane che hanno approfittato dell’occupazione e/o l’hanno sostenuta dovrebbero andare soggette a risarcimenti ancor più corposi e punitivi.
Uno Stato del genere potrebbe forse rimediare, per quanto possibile, ai torti del conflitto israelo-palestinese, ma neppure questo lo renderebbe uno Stato giusto. Se coloro che propongono lo “Stato unico” tengono così tanto alla giustizia, perché mai credono che basti istituire un unico Stato palestinese e giustizia sarà fatta? Non dovrebbero parlare anche di giustizia per i poveri e gli emarginati in questo nuovo, meraviglioso futuro? Risolvere un conflitto etnico assicura forse giustizia economica e sociale per tutti?
Stiamo esagerando con le pretese di giustizia? O i sostenitori dello “Stato unico” sono seri come dicono di essere nelle loro rivendicazioni di giustizia, oppure non lo sono. Se lo sono, allora dovrebbero interessarsi a tutti i tipi di ingiustizia in Palestina. Se invece intendono sacrificare la giustizia alla praticabilità, allora è tempo di stabilire che cosa sia praticabile e che cosa no.
La soluzione dei “due Stati”, al di là di alcune insensate affermazioni sul fatto che i coloni sarebbero ormai “troppo radicati”, è praticabile. Se Israele si ritira e i palestinesi ottengono uno Stato sovrano, i coloni se ne andranno in gran fretta, proprio come quei coloni che avevano giurato che sarebbero morti piuttosto che abbandonare Gaza. La soluzione dei “due Stati” consentirebbe davvero ai palestinesi di avere uno Stato sovrano, perché è questo che significa “due Stati”. Non significa avere uno Stato e un non-Stato; nessun palestinese che appoggi l’idea dei “due Stati” accetterebbe mai qualcosa di meno della sovranità.
Questo ovviamente non vuol dire che Israele sarebbe mai disposto ad accettare uno Stato palestinese autenticamente sovrano. Ma è proprio per questo che è ridicolo credere che Israele possa mai concedere lo “Stato unico”. Una cosa è smantellare gli insediamenti. Essi rappresentano e avvantaggiano solo una ristretta minoranza di israeliani. Per un numero assai maggiore di israeliani, essi rappresentano solo un gran mal di testa. L’occupazione è costosa; procura a Israele un disprezzo quasi universale; richiede confini semi-aperti che limitano le misure di sicurezza; e soprattutto costringe Israele a disseminare le proprie forze militari su tutto il territorio, anziché concentrarle in punti specifici per compiere operazioni più efficienti.
La soluzione dei “due Stati” è praticabile perché molti israeliani potrebbero accettarla. La soluzione dei “due Stati” non modifica ciò che Israele rappresenta: ed è questa l’obiezione moralistica a questa soluzione. Israele è uno Stato ebraico; non può essere altro. I sostenitori dello “Stato unico” sembrano credere che Israele sarebbe disposto ad abbandonare la ragione stessa della propria esistenza e allo stesso tempo ad esporsi non al rischio, ma alla certezza di essere “invaso dagli arabi”. Ciò significherebbe la volontà di accettare tutto ciò che una maggioranza araba potrebbe porre in atto, incluso il pieno diritto al ritorno e l’espropriazione degli usurpatori sionisti. Si può seriamente immaginare uno scenario del genere? Ci sono volute migliaia di vite e molti anni per eliminare gli insediamenti da Gaza: non per eliminare Israele, che laggiù è ancora sovrano, ma solo gli insediamenti. Quanto tempo ci vorrebbe prima che Israele accettasse di rinunciare alla propria esistenza, ai propri fondamenti e alla sicurezza di tutti i cittadini ebrei?
Ma prescindiamo pure dal tempo necessario. Magari i sostenitori della “soluzione dei due stati” sono troppo teneri, troppo frettolosi di vedere i palestinesi dei territori occupati liberi dalla loro agonia. Supponiamo di prenderci, con tutta la calma, il sangue e la fame che ne conseguiranno, il tempo necessario ad implementare uno Stato unico. Qui entra in gioco la più strana di tutte le illusioni: che mettendo insieme in un unico Stato due popoli antagonisti, la loro rivalità svanirà di colpo. E perché mai? Quali questioni saranno state risolte? Palestinesi ed ebrei cesseranno di competere per il potere? Gli ebrei israeliani, dopo aver perduto il loro Stato ebraico, si sentiranno forse disposti a rinunciare anche alle loro case e alle loro attività? Il binazionalismo trasforma forse gli uomini in angeli?
La storia recente suggerisce altro. Lo Stato binazionale più facilmente paragonabile alla Palestina è il Libano, dove vivono oggi molti palestinesi. Anche fatta la tara delle morti seminate dalle invasioni israeliane, laggiù la carneficina ha superato in magnitudine quella dell’intero conflitto israelo/palestinese. Gli esempi più incoraggianti di stati binazionali, il Belgio e
Il fatto è che uno Stato unico non garantisce nulla. Com’è noto, il processo democratico non assicura affatto che la volontà della maggioranza prevalga davvero. I gruppi economici dominanti sanno bene come confondere, dividere e conquistare. Potrebbero benissimo, con un misto di corruzione e manipolazione, restare dominanti. Possibile che al giorno d’oggi ci sia ancora bisogno di sottolineare queste cose? In Palestina, il gruppo economico dominante è composto di ebrei israeliani. Essi potrebbero benissimo fare pressione per un’espansione ulteriore degli insediamenti. Questa espansione sarebbe sostenuta dall’apparato repressivo dello Stato binazionale, con una presenza permanente su tutti i territori occupati, dove, in nome della giustizia, nemmeno un centimetro quadrato di territorio dovrebbe restare di esclusivo uso palestinese. Certo, ci sarebbero “arabi” ad Haifa e Tel Aviv, come del resto ci sono anche oggi. Ci sarebbero anche ebrei a Nablus, Jenin, Ramallah e in ogni altra zona in cui essi possano acquistare terreno dai palestinesi disperati. Tutto questo non crea necessariamente un festival dell’amore.
Non serve a niente promettere che tutte le cose belle verranno dopo. Come? Si afferma che uno Stato unico sarebbe portatore di giustizia, non a seguito di massacri ma a seguito di elezioni. E come? Milioni di ebrei si rassegneranno ad andarsene se la maggioranza dirà che devono farlo? Accetteranno di pagare risarcimenti pesantissimi? Accetteranno di essere denunciati o imprigionati per aver esercitato ciò che essi considerano un loro diritto di autodeterminazione e perfino di sopravvivenza? Se non è così e se i sostenitori dello “Stato unico” prevedono in realtà un bagno di sangue, allora dovrebbero spiegarci e farci capire perché credono che un bagno di sangue possa portare giustizia ai palestinesi.
Contro queste obiezioni, i sostenitori dello “Stato unico” continuano ad affermare che una simile soluzione è giusta. Ma se gli appelli alla giustizia fossero sufficienti a convincere gli israeliani ad abolire Israele, allora il problema non sarebbe mai esistito. Forse è per questo che la più recente manifestazione dell’ideologia dello Stato unico –
Ad esempio, oggi in Israele molte proprietà palestinesi sono occupate da ebrei fermamente convinti di avere diritto alle proprie case. Queste persone verranno espulse oppure no? Altro esempio: i coloni verranno cacciati dai loro insediamenti? Verranno disarmati? Da quale esercito? I sionisti verranno espulsi dalle forze armate? E come? Non troviamo nemmeno un accenno di risposta. Al contrario, troviamo solo affermazioni generiche (vedi qui).
Forse è per questo che né Fatah né Hamas, che insieme rappresentano circa il 100% dei palestinesi dei territori occupati, perdono tempo col binazionalismo.
Che i palestinesi privati dei loro territori abbiano diritto al ritorno è cosa più che ovvia. E’ altrettanto ovvio che dovremmo tutti amarci l’un l’altro e riunire i poveri e gli oppressi sotto la nostra protezione. Quel che è meno ovvio è in che modo si possa realizzare tutto questo.
E’ stato detto che la soluzione “dei due stati” cancellerebbe il diritto al ritorno. Ciò vuol dire confondere la soluzione in sé con le parole che la accompagnano. In realtà qualunque accordo che istituisca uno Stato palestinese comporterebbe una tale rinuncia da parte dei sottoscrittori palestinesi. Ma le contingenze morali e storiche devono porre simili affermazioni nella giusta prospettiva.
Sul piano morale, il diritto al ritorno non è una concessione contrattuale, come quella di un accordo commerciale, a cui sia possibile rinunciare; non più di quanto si possa rinunciare al diritto alla libertà di parola. Se avete quel diritto, continuerete ad averlo. D’altronde i leader palestinesi non potrebbero, di loro iniziativa, annullare un diritto che appartiene ai palestinesi stessi. Cosa più importante, nel mondo reale le rinunce verbali non sopravvivono ai mutamenti delle relazioni di potere.
Per adesso, Israele non concederà ai palestinesi il diritto al ritorno; “pretenderlo” è il più inutile degli atteggiamenti. Quel diritto verrà riconosciuto solo se i palestinesi diventeranno abbastanza potenti da imporlo. Se e quando ciò accadrà, il fatto che alcuni leader abbiano verbalmente rinunciato a quel diritto non significherà nulla. I palestinesi potranno dire: quella non era la nostra volontà; è stata una rinuncia per cause di forza maggiore; coloro che rinunciarono, non avrebbero dovuto farlo. Oppure, più semplicemente: avevamo rinunciato a quel diritto, ma ora le cose sono cambiate. Diritto o non diritto, ora vogliamo tornare alle nostre case e faremo pressione per poterlo fare. La storia è piena di rinunce cartacee che perdono ogni iota del proprio valore col mutare dei tempi.
L’aspirazione ad un singolo Stato è fin troppo comprensibile, ma l’ideologia dello “Stato unico” non lo è. Essa si fonda su affermazioni morali e di buona volontà che per me sono letteralmente incomprensibili. Forse questa maschera d’ottimismo copre l’incapacità di riconoscere che la violenza, giustificata o no, ha prodotto alcuni risultati: l’evacuazione degli insediamenti di Gaza e la disponibilità di Israele a prendere in considerazione nuove evacuazioni. Gli appelli morali, al contrario, non hanno mai prodotto nulla.
Migliaia di palestinesi hanno sofferto, si sono sacrificati e sono morti per uno Stato palestinese sovrano. La “soluzione dei due stati” offre loro quello Stato in termini che gli israeliani potrebbero anche essere costretti ad accettare. Non c’è invece alcuna possibilità che accettino uno Stato unico che conceda ai palestinesi qualcosa di anche lontanamente somigliante a dei diritti.
In nome del realismo, gli ideologi dello Stato unico abbandonano l’obiettivo della sovranità palestinese per inseguire un’illusione: che gli israeliani possano dare tutta
FIAMMA TRICOLORE

Sulle elezioni politiche italiane ho mantenuto finora un quasi assoluto silenzio radio. Un po’, lo ammetto, per i super-impegni che mi hanno lasciato poco tempo di dedicarmi al blog. Un po’ per scelta. Non ho nessuna intenzione di fungere da fanfara, per quanto microbica, al teatrino stucchevole della miliardesima recita “democratica”. Che i fantocci istituzionali continuino pure a inscenare le loro sempre meno credibili rivalità ideologiche. Che i loro organi di partito continuino pure a pompare le loro gesta in prima pagina e in prima serata come se dalle loro miserabili comparsate dipendesse il destino dell’universo. Io, nel mio piccolo, eviterò di dedicare all’uno o all’altro dei burattini in scena ogni possibile supplemento di spazio. Che le loro greggi continuino, se gli piace, a mettersi gli occhiali stroboscopici per scorgere minute differenze tra due coalizioni indistinguibili. Identiche tra loro per la strafottenza verso i problemi del paese, per l'irresponsabilità terminale, per la capacità di seppellire l’ondata di disperazione che monta dalla società civile con valanghe e valanghe di ciarle a vanvera. La loro “lotta” per il posticino da parlamentare non mi interessa e non mi riguarda più. Se qualcuno vuole prendersi la briga di perdere dieci minuti del suo tempo per tracciare una inutile X a casaccio in cabina elettorale – oltre, naturalmente, a quella di foraggiare a vita i bagordi di questa masnada di buffoni criminali - faccia pure. Il tempo è suo e il cervello pure.
Oggi, però, interrompo brevemente il silenzio radio per fornire ai miei cinque lettori una notizia di impressionante magnitudine politico-sociale. Vale la pena di perderci dieci minuti.
Siete pronti? Bene. E’ successo qualcosa di straordinaria rilevanza per i destini del paese, qualcosa a cui i media nazionali stanno giustamente dedicando un’attenzione minuziosa.
Si è incazzata Fiamma Nirestein.
La ragione dell’incazzatura sta nella pubblicazione, ad opera del “Manifesto”, della vignetta di Vauro che riproduco qui sopra. In essa, come vedete,
La vituperata, non trattenendo la nobile furia né gli schizzi palatali, si è così espressa sul gravissimo avvenimento: «Un disegno antisemita nella sostanza e nella forma. Di fatto mi ritrovo nella stessa condizione in cui vengono ritratti i soldati israeliani quando vengono rappresentati dalla stampa antisemita: stella di David e svastica nazista. Io ho la stella di David e il fascio... [...] È la riprova di quanto ho scritto nel mio libro dedicato all’antisemitismo progressista. Visto che non sono candidata in una lista di sinistra, divento automaticamente un mostro fascista. Sono certa che Vauro mi odia perché mi sono sempre schierata a favore di Israele».
E quando mai. Se rigo la portiera della macchina ad un candidato qualsiasi, sono un balordo qualsiasi. Ma se rigo la portiera di un candidato ebreo filosionista, allora è una cosa seria: mi trasformo nientepopodimeno che in un antisemita.
Ora, io sorvolerei sul fatto che la vignetta di Vauro non era antisemita per niente, limitandosi a stigmatizzare il pelo sullo stomaco (storico e ideologico) dimostrato dalla Fiamma Tricolore nell’entrare a far parte della stessa coalizione che comprende
Per completezza d’informazione, cito qui alla rinfusa alcune dichiarazioni della Fiamma (sposata a un colonnello dell’esercito israeliano) sulla questione israelo-palestinese, così che ciascuno possa farsi una sua idea sull’etichetta da attribuirle. La cosa le risulterà, spero, gradita, essendo ella stessa una cultrice delle etichette (“antisemita”, “progressista”, “sinistra”, ecc.).
- «Mi riconosco nel PDL perché sulla questione del Medio Oriente non si è fatto influenzare dalla propaganda anti-israeliana. Qui non c’è chi è andato a braccetto con un deputato Hezbollah in Libano. Io sono stata candidata da Fini, un politico che stimo enormemente perché è andato in Israele, con la kippà in testa, a riconoscere le colpe del fascismo».
- «Ogni Paese ha diritto a difendersi. Solo agli ebrei nella storia è stato negato il diritto all’autodifesa, e così è anche oggi».
- «La parola d’ordine degli ebrei deve essere ‘Orgoglio ebraico’, nel senso dell’orgoglio
per la nostra storia e la nostra identità nazionale [...]. Orgoglio ebraico significa che dobbiamo rivendicare l’unicità identitaria del popolo ebraico e il suo diritto ad esistere: dobbiamo agire come non sia mai stati riconosciuto, perché oggi, di nuovo, non è più riconosciuto. Nella difesa della nostra identità dobbiamo essere, come dice Hillel Halkin, più duri che possiamo e più liberali di chiunque altro».
Avete etichettato
COSA SAREMMO SENZA BUROCRATI

“
dal sito byebyeunclesam
Con queste parole il generale di Corpo d’Armata in ausiliaria Fabio Mini definisce le proprie posizioni in merito all’assetto dell’esercito italiano e del futuro esercito europeo. Vi proponiamo al riguardo una citazione delle considerazioni essenziali che Mini ha svolto recentemente al convegno dell’Istituto Studi Ricerche Informazioni Difesa (ISTRID) e che saranno approfondite in un libro di prossima uscita.
“I ventisette paesi dell’Unione Europea hanno milioni di addetti alla sicurezza. L’esempio e i dati di riferimento europei così cari ai nostri contabili in uniforme quando vogliono dimostrare che siamo “i fanalini di coda” sono in verità le prove di uno scandalo di proporzioni enormi nella gestione delle risorse. Con i suoi 27 paesi, l’Unione ha 1.887.688 soldati e tre milioni di soldati di riserva: oltre il doppio delle forze americane. Ha 12.352 carri armati mentre Usa e Russia non superano gli 8.000 ciascuno; ha più navi e sommergibili (288) della Russia (81) e degli Stati Uniti (190) messi assieme, ha più aerei da combattimento (3.041) della Russia (2.242) e tanti quanti gli Usa (3.099), più aerei da trasporto (860) di Usa (550) e Russia (293) assieme. I 27 paesi spendono 200 miliardi di dollari per
Secondo i conti del nostro Ministero della Difesa, l’Italia, oggi, con i suoi dichiarati 16 miliardi di dollari di budget rappresenta l’8% del totale europeo per un costo di circa 84.000 dollari per uomo o donna alle armi. Tuttavia, quando tutti i paesi dell’Unione devono decidere un’operazione comune devono chiedere fondi straordinari riuscendo a malapena a mettere insieme qualche migliaio di uomini. Non riescono ad esprimere né una forza operativa credibile né una politica più dignitosa del comodo traino da parte degli Stati Uniti e della sudditanza nei loro riguardi. Questo vuol dire che in Europa veramente stiamo sprecando risorse, tempo e intelligenza. E’ perciò inevitabile che con questo tipo di politica si perda consenso, e anche per questo ogni anno siamo costretti ad assistere al gioco delle parti tra chi vuole tagliare e chi piange per avere. (…)
In Europa ci si lamentava di non avere una politica estera e di sicurezza comune perché mancava un esercito europeo. Per varare il progetto di un esercito di 60.000 uomini ci sono voluti quasi dieci anni ed ancora non è completato. Quando vedrà la luce non sarà comunque un esercito né economico né integrato. Richiederà risorse aggiuntive, o da sottrarre ad altre esigenze, e sarà la sommatoria di varie disponibilità “compatibili”. Quello che uscirà, quando uscirà, sarà nel migliore dei casi lo strumento per “lavare i piatti” di qualcun altro e sarà “compatibile” nel senso che dovrà essere compatito. (…)
All’Europa dei 27 paesi, o ai 24 paesi europei della Nato, serve una componente militare della sicurezza, professionale, integrata e permanente dell’ordine di 150.000 uomini, 1.000 carri armati, 30 navi e sommergibili da combattimento e 300 aerei. Uno strumento simile è in grado di garantire tutte le funzioni di sicurezza comuni con efficienza nel quadro di una politica comune qualsiasi, anche di vassallaggio. Mantenendo la proporzione d’impegno attuale, l’Italia dovrebbe fornire 15.000 uomini, 25 carri armati, 3 navi e 30 aerei. (…) Vale a dire che l’Italia dovrebbe destinare meno del 10 percento della spesa attuale per dare all’Europa e alla NATO un contributo molto superiore in uomini e qualità di quello attuale per uno strumento finalmente omogeneo e integrato. Se poi l’Italia volesse dotarsi di una forza nazionale da impiegare per le emergenze militari e civili e, soprattutto, per sottrarre le forze armate al controllo delle logge, delle cosche e dei comitati d’affari restituendole al territorio e al tessuto sociale al quale appartengono, il modello non è quello del ripristino della leva obbligatoria che ogni tanto qualcuno agita per assorbire altre risorse, ma quello della Riserva o della Guardia Nazionale. Questa componente può integrarsi con le strutture di protezione civile regionali, può essere il nucleo per la mobilitazione, può essere regionalizzata e federalizzata, può rispondere alle emergenze di qualsiasi tipo e sostenere le forze di polizia nell’ordine pubblico. (…)
Si possono poi soltanto immaginare i vantaggi in efficienza e i risparmi che si realizzerebbero sui 30 miliardi di euro che oggi spendiamo in Italia per le varie polizie se si avviassero l’unificazione delle forze di sicurezza interna e la seria integrazione di alcuni settori della polizia e dell’intelligence a livello europeo. Più che perseguire un nuovo ed ennesimo modello di difesa si tratta di realizzare il primo modello integrato di sicurezza. Dove l’idea della sicurezza comprende il controllo del territorio, lo sviluppo, la solidarietà e la salvaguardia delle prerogative nazionali. (…)
Cosa impedisce la realizzazione dell’integrazione? L’unica risposta plausibile è anche la più agghiacciante: le forze armate e di sicurezza, la loro dimensione e la loro qualità sono ormai indipendenti dalle reali esigenze operative e dalle risorse economiche. Non sono al servizio della sicurezza, ma di chi le vede come mucche da mungere, bacini clientelari, territori di caccia grossa per le lobby o modelli stravaganti e costosi come quelli esibiti nelle sfilate di moda. (…)
Nei sistemi democratici, dove la sicurezza è un bene pubblico e non lo scudo dei potenti, la motivazione si ottiene con l’apprezzamento e lo stimolo costanti. Il controllo è principalmente quello che gli stessi cittadini operatori e fruitori della sicurezza come servizio pubblico riescono liberamente a manifestare. Il silenzio, l’indifferenza, la disattenzione, il malcelato imbarazzo di fronte ai problemi della sicurezza e della condizione militare, il periodico e distratto fervorino in occasione dei successi e persino la retorica di fronte alle bare dei Caduti sono altrettanti attentati alla motivazione.”
L'ALTRO TIBET

Ciao Gianluca,
si parla con troppa leggerezza di Tibet e buddismo. Grillo giunge al punto di dire: "Il buddismo non è una religione di conquista, non ha causato stragi secolari come le religioni monoteiste. Il buddista può essere ucciso, ma *non uccide*."
Balle colossali! Il Tibet, esattamente come qualsiasi altra società stratificata, nel passato ha fatto pagare ai molti gli agi ed i privilegi dei pochi. Il buddismo, esattamente come qualsiasi altra religione, ha mantenuto la divisione delle caste e ha operato contro l'interesse della grande maggioranza della popolazione.
C'è questo interessantissimo articolo che ho letto qualche anno fa (recentemente è stato aggiornato) che spiega tutto con una certa precisione.
Un estratto:
In tempi non sospetti (anni '60) Stuart e Roma Gelder intervistarono un servo di un monastero buddista, tale Tsereh Wang Tuei che commise il grave reato di rubare due pecore al monastero. Punizione buddista: entrambe gli occhi cavati e mano mutilata. Il parallelo tra Tibet del Dalai Lama ed il peggio del medioevo europeo è evidente, conclude Tom Grunfeld nel suo libro "The Making of Modern Tibet". In realtà fino all'avvento dei cinesi nel 1959, il Tibet era una teocrazia dove la terra arabile era lavorata dai servi (glebae) e i cui frutti venivano divisi tra i latifondisti secolari ed i Lama. Il monastero di Drepung era il più grande latifondo mondiale con i suoi 185 feudi, 25.000 servi, 300 grandi pascoli e 16.000 pastori. I giovani tibetani venivano prelevati dalle loro famiglie e obbligati a soggiornare nel monastero a vita. Tashì-Tsering, monaco, afferma che la pedofilia era comune nei monasteri tibetani, e lui stesso fu violentato all'età di 9 anni. Nel Tibet del Dalai Lama la grande maggioranza delle gente era composta da servi che non avevano diritto a istruzione, a cure mediche e che erano vincolati a lavorare gratis per tutta la vita per il loro padrone; che fosse un latifondista o un monastero poco cambia. Poi c'erano gli schiavi. Anche i servi che non potevano pagare i debiti (i monasteri facevano anche da banche con interessi variabili dal 20 al 50%) finivano schiavi. In quel clima feudale le punizioni erano violente: occhi cavati, lingue mozzate, amputazioni erano le punizioni che ladri, servi in fuga o insubordinati si meritavano.
Tale stato di prostrazione sociale veniva mantenuta in vita dalla teoria del debito karmico: chi si trovava in condizioni miserabili doveva capire che era una giusta punizione per avere avuto una vita precedente dissoluta, e doveva accettarla per potere avere dei miglioramenti nella vita successiva.
Qui c’è un altro articolo interessante, dove si legge (punto di vista cinese):
Prima della liberazione, il Tibet era un inferno in terra in cui i lavoratori hanno sofferto per secoli sotto la più oscura e reazionaria delle schiavitù... i servi erano trattati come oggetti di proprietà e si trovavano in stato di servitù ereditaria. Erano frequenti le mutilazioni fisiche, e perfino l’uccisione, dei bambini. Una prova fu scoperta da Sir Charles Bell (“ Tibet past and present”, 1929). Egli riferì che in uno stupa che marcava il confine tra Tibet e Bhutan si trovava un’urna contenente il sangue e I corpi di un bambino e di una bambina di 8 anni, uccisi appositamente a questo scopo (p. 80).
Lo stesso Bell scrive:
A volte gli schiavi erano bambini rapiti ai loro genitori. In altri casi, il padre e la madre troppo poveri per mantenere il proprio figlio lo vendevano a qualcuno che offriva in cambio lo “sho-ring”, cioè il “prezzo del latte materno”; dopodiché costui poteva crescere il bambino e tenerlo per sé oppure venderlo come schiavo. Questi bambini venivano in gran parte dal Tibet sud-orientale e dai territori delle tribù selvagge che vivono tra Tibet e Assam. Il Dalai Lama e i suoi sostenitori, inclusi gruppi come Amnesty International, non hanno ancora presentato un chiaro resoconto sulla schiavitù in Tibet. Temiamo che se lui e i suoi seguaci tornassero al potere, ripristinerebbero la pratica della schiavitù di stampo buddista. (vedi http://www.etext.org/Politics/MIM/faq/tibet.html).
Poi c'è il libro di Anna Louise Strong "When the serfs stood up in Tibet" (qui in versione pdf).
Poi ci sono articoli che parlano del buddismo in Mongolia; i danni che questa religione ha fatto anche lì sono identici. L'ottavo Bogdo-Gegen, Jebtsundamba Khutagt, (Buddha Vivente) morì di sifilide. Forse sarebbe ora di contestualizzare anche il buddismo.
Buona giornata
Giorgio (aka Altro)





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