RACCONTO DI NATALE
La democrazia è un bordello. Questo pensiero, di sconcertante rudezza e insipienza analitica, è mio malgrado il primo che mi è passato per la testa nell’ascoltare la telefonata di Berlusconi ad Agostino Saccà, il cui contenuto tutti conosceranno ormai a menadito, ma che ripropongo qui sopra (in versione audio) per i pochi a cui fosse sfuggita questa mirabile lezione di realismo politico. Mentre noi filosofi con la testa fra le nuvole ci riempiamo la bocca di Montesquieu e Calamandrei, la politica continua a funzionare secondo i suoi meccanismi di sempre, leggermente meno idealistici delle nostre cattedrali di pensiero, fatte di pura aria. Quando Berlusconi si era pubblicamente vantato di stare tramando per portare dalla sua parte alcuni senatori del centrosinistra, nella mia beata ingenuità avevo immaginato uno scenario da mercato del bestiame. Uno esce di casa la mattina presto, si reca di buon passo al grande mercato di Palazzo Madama, mercanteggia un po’ con i venditori (che coincidono, in questo peculiare settore economico, con la merce da acquistare), si accorda sul prezzo e si porta a casa, legati alla cavezza come animali da tiro, un po’ di senatori da utilizzare nelle faccende agricole. Uno scenario che, pur nella sua ripugnanza morale, lasciava almeno viva l’illusione che fosse il denaro, eterno fabbro delle vicende umane, il composto che lubrificava la macchina dell’attuale regime italiano, come di tanti altri regimi che lo hanno preceduto nei secoli a queste e altre latitudini.
Peccavo di ottimismo.
In realtà, come si può ben arguire dalla telefonata intercettata, i senatori italiani non si vendono in cambio del vile (ma familiare) denaro, bensì in cambio di favori e regalìe lavorative alle attricette e veline con cui trascorrono i loro momenti di spensieratezza extraconiugale. Guardate bene la foto qua sotto:

questa signora, che la decenza e l’esistenza delle querele mi vietano di definire con i termini che vorrei (l’immagine, del resto, rende superflua ogni ulteriore connotazione), avrebbe potuto essere la vera artefice della caduta dell’attuale governo italiano. La concessione di un posticino in Rai alla sua favorita era il prezzo richiesto da un senatore italiano per spostare il suo voto da una coalizione politica all’altra. C’è ancora chi si illude che le decisioni politiche e la solidità dei governi dipendano dagli accordi fra le coalizioni e dalla composizione degli interessi sociali da curare. In realtà sono i capricci delle gentildonne come
Ancora: nella telefonata Berlusconi insiste perché venga finalmente realizzata la bolsa fiction “Barbarossa”, che Bossi e
Ogni regime in declino, nello sfilacciarsi impietoso dei fondamenti morali a cui nessuno crede più, lascia affiorare in superficie la realtà miserabile dei suoi meccanismi interni, come il corpo di un animale morto da tempo lascia prima o poi fuoriuscire gli scarafaggi che continuavano a simularne il movimento.
Questa è la storia del declino della Francia dell’ancien régime e della donna che ne divenne, senza saperlo, il simbolo mortifero, lo scarafaggio affiorante. La conosciamo come Madame du Barry, le attribuiamo spesso il titolo di contessa, ma in realtà era solo una povera donna del popolo. Il suo vero nome era Marie-Jeanne Béçu de Cantigny, detta “Ange”, l’Angelo, come era conosciuta nei lussuosi bordelli di Parigi.

Era nata a Vancouleurs il 19 agosto 1743 da un frate francescano e da una popolana. Aveva ricevuto un’educazione sommaria nel convento di Saint-Aure a Parigi. Dopo i quindici anni, aveva vissuto in casa della madre, che contava sulla generosità degli amanti occasionali per garantire la sopravvivenza propria e della figlia. Aveva fatto la domestica, la commessa in un negozio di moda, la parrucchiera, si era concessa ad amanti innumerevoli molto prima di entrare a corte. Alta, avvenente, con una capigliatura di riccioli biondi che la rendeva irresistibile, sapeva vendersi con una grazia e una passione che le trucide veline sgambettanti e sboccate dell’avanspettacolo odierno si sognano di notte. La svolta nella sua vita avvenne grazie all’incontro con Jean Baptiste du Barry, avventuriero e sedicente “conte”, che la avviò alla prostituzione d’alto livello. Jeanne aveva solo 19 anni. Du Barry era soprannominato "Le Roué", con riferimento al supplizio della ruota, riservato ai peggiori farabutti. Fra i clienti fissi che du Barry assegnò a Jeanne c’era il duca di Richelieu, che divenne intimo della ragazza, fermandosi spesso a cenare da lei.
Nel 1768 du Barry e
Jeanne, che negli anni aveva affinato le proprie tecniche di adescamento fino a trasformarle in una scienza esatta, seppe sfruttare l’occasione in modo mirabile. Il Re, che versava in un terribile stato di depressione, avendo perduto in breve tempo non solo l’amata Pompadour, ma anche sua moglie e suo figlio, uscì dall’incontro con Jeanne come rinato e la volle subito con sé a corte. Re Luigi, a differenza degli odierni politici da lupanare, non aveva mai conosciuto le arti vivificanti di una prostituta professionista. Le sue amanti erano sempre state gelide donne della nobiltà o cortigiane impaurite e obbedienti, senza iniziativa né passione. La relazione che nacque tra lui e
Si parla spesso dei contrasti scoppiati a corte tra la futura regina Maria Antonietta e la contessa du Barry, descritta come una feroce e viziosa donna di potere. Non è vero. La du Barry, anche dopo che fu diventata la donna più potente di Francia, mantenne sempre un atteggiamento umile, non solo nei confronti della nobiltà di corte, ma perfino verso la servitù. Non possedeva neppure lontanamente il senso dell’intrigo che la sua posizione avrebbe richiesto. Era totalmente priva di quella capacità di pianificazione così comune fra le cortigiane (o tra le odierne aspiranti alle glorie della fiction), che serve loro a proteggersi dagli attacchi degli uomini. Non possedeva egoismo né ambizione. Nonostante tutto, mantenne sempre la semplicità genuina di una donna del popolo, di una Cenerentola portata a corte che non smette di ringraziare la sorte della propria fortuna. Nei confronti di Maria Antonietta mostrò sempre rispetto e perfino una sorta di ammirata venerazione.
Ma la futura regina di Francia, che era assai meno sciocca di come i libri di storia la descrivano, sapeva bene che cos’era la du Barry. Era un segno della fine: il marcio e la lussuria del potere improvvisamente svelate, l’insetto che fuoriesce dalla bocca di un corpo creduto vivo rivelando ai presenti l’orribile verità.
Fu per questo che, una volta diventata regina (dopo che Luigi XV era morto di vaiolo, contratto per via sessuale da una delle donne di popolo che i suoi funzionari continuavano regolarmente a reperirgli), fece immediatamente allontanare la contessa du Barry dalla corte di Versailles, ordinando che venisse confinata in una cella del monastero di Pont aux Dames. Come se allontanare lo scarafaggio rivelatore potesse servire a ridar vita a un cadavere. Finita in una squallida prigione, la du Barry non cessò mai di manifestare la propria gratitudine e il proprio rispetto per la corte di Francia e per Maria Antonietta, verso la quale non serbò mai alcun rancore. Grazie all’interessamento del principe di Ligne, riuscì ad ottenere da Maria Antonietta la libertà e potè entrare in possesso del castello di Louveciennes, dono del defunto Re di Francia di cui era stata la favorita. Aveva trentatrè anni, era ancora bellissima, ma non volle mai cercarsi un marito. Divenne una donna di grande cultura, animatrice di un circolo culturale che si rifaceva alle idee di Rousseau. Per uno dei paradossi della storia, la donna che aveva reso visibile al mondo la putrefazione della classe dominante era diventata la persona che avrebbe forse potuto innovarla dall’interno, impedendole di crollare sotto il peso della propria stessa corruzione. Ma era troppo tardi. La rivoluzione, non più frenata dall’illusione della sacralità regale, era alle porte. Quando iniziarono gli arresti e gran parte dei nobili furono costretti all’esilio, la du Barry offrì aiuto e rifugio a molti di loro nel proprio castello.
Non mancò di ribadire il proprio sostegno a Maria Antonietta e alla monarchia francese, dichiarandosi disponibile a prestare aiuto in qualunque modo. Nel 1791 venne diffusa la notizia che gran parte dei suoi gioielli erano stati rubati e che, per questo motivo, la contessa era costretta a recarsi spesso a Londra per seguire le tracce degli autori del furto. In realtà, come molti sospettavano, la du Barry stava vendendo a poco a poco tutti i propri oggetti preziosi in Inghilterra per fornire aiuto finanziario ai fuoriusciti francesi. Il nuovo governo rivoluzionario, insospettito dall’andirivieni, la fece arrestare l’8 dicembre del 1793. Lo stesso giorno, la contessa venne ghigliottinata in Place de
E’ Natale.
A Evelina Manna, Elena Russo e a tutte le donne che hanno tenuto alto il morale dei capi, svelando ciò che si celava sotto la patina onorevole di ciò che chiamavamo democrazia, vadano i miei migliori auguri di Buone Feste e di un futuro radioso.






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