IL DR. JEKYLL & MR. GIORDANO

Quando in Italia vigeva ancora la leva obbligatoria, uno dei metodi classici sfruttati dai chiamati alle armi per risparmiarsi un anno di levatacce, rifacimento delle brande e pulizia delle latrine era quello di fingersi matti. Esiste un’ampia e a volte divertente casistica di espedienti psichiatrici utilizzati dai giovani di leva per scampare alla noiosa incombenza. Accanto a performance d’irriferibile bassezza e scurrilità, vi erano anche alcune piccole perle di recitazione che avrebbero strabiliato qualsiasi impresario teatrale. Un tale che conoscevo mi raccontò di essersi presentato alla visita militare recitando senza interruzione e con tonalità oratorie “Il cinque maggio” manzoniano. Riformato in attesa di approfondimenti psichiatrici, improvvisò a braccio di fronte al medico militare una godibile performance schizofrenica. A tratti parlava normalmente, dicendo cose sensate, poi, di punto in bianco, iniziava a parlare con una voce in falsetto (che ripeteva spesso tra gli amici, suscitando l’ilarità generale) affermando, con una certa flemma, di essere ricoperto di formiche e chiedendo con cortesia un vasetto di marmellata o di sciroppo che deviasse l’attenzione degli insopportabili insetti.
L’espediente di fingersi matti per aver salva la pelle è nel nostro paese una tradizione culturale antica e gloriosa, la cui origine si perde nella notte dei tempi. La si applica un po’ in ogni ambito, da quello processuale a quello lavorativo, passando, con esiti di straordinario impatto creativo, per quello militare. Ma il settore in cui questa tradizione nazionale trova la sua più vasta applicazione è senza dubbio quello politico. Prendiamo, ad esempio, i senatori e deputati di Rifondazione Comunista. Il 20 ottobre scorso si tenne a Roma, con grande sventolìo di pezze rosse, una manifestazione della cosiddetta “sinistra radicale” che secondo le parole del segretario di RC, Franco Giordano, avrebbe avuto la finalità di esprimere una “critica verso i ritardi del governo nell'applicazione del programma e di sostenere nello stesso tempo la costruzione di una soggettività politica unitaria". E già qui una diagnosi di dissociazione della personalità sarebbe stata scontata in qualunque ambulatorio psichiatrico di buon livello. Giordano parlava del governo come se il suo partito non ne facesse parte, o come se ne facesse parte solo di notte, quando si trasforma in Mr. Hyde, vivendo durante il giorno un’esistenza casta e irreprensibile nei panni del Dr. Jekyll. Si sarebbe potuto chiedergli come spiegasse questa contraddizione. Probabilmente avrebbe risposto con una stridula voce in falsetto, abbracciando forte la poltrona di deputato e sussurrandole calde parole d’affetto. E tuttavia l’idea di costruire, col tempo, una “soggettività unitaria” poteva apparire comunque un proposito virtuoso, soprattutto per chi risulta visibilmente affetto da Sindrome di Stevenson galoppante.
Nel caso specifico di Giordano, la sindrome presentava caratteri di particolare gravità. Infatti, nel febbraio 2007, Giordano aveva allontanato dal partito il senatore Franco Turigliatto, reo di aver chiesto l’applicazione rigorosa del programma di governo e di essersi coerentemente astenuto su una mozione di politica estera presentata da D’Alema, che andava in direzione esattamente contraria. In occasione della ribellione di Turigliatto, Giordano aveva dichiarato: «Non mi nascondo che la nostra immagine è stata colpita dall'atteggiamento di Turigliatto. Voglio ribadire il giudizio negativo di un modo di fare politica totalmente autoreferenziale e distruttivo». Questo avveniva mentre Giordano era in piena fase-Hyde. Otto mesi dopo, rientrato nei miti panni del Dr. Jekyll, Giordano arringava le credule pezze rosse radunatesi in Piazza S. Giovanni sulla necessità di rispettare con coerenza il programma di governo. L’aggressione a Turigliatto, il quale mirava appunto al rispetto del programma con i fatti e la coerenza morale anziché con le gite in pullman, era già dimenticata. Un incubo notturno perpetrato in uno stato di demoniaca alterazione psichica da un doppio malvagio del Giordano sangiovanniero, scomparso nella bruma del mattino.
Col passare del tempo, i sintomi della dissociazione si sono fatti sempre più penosi, rivelando insospettate capacità infettive, rare in un disordine di natura psichica, che hanno contagiato l’intera comunità della sinistra radicale, estendendosi a volte, con risultati orribili a vedersi, alla stessa base militante.
Dopo l’inciucio balneare di governo e sindacati per approvare il protocollo sul welfare – con la messinscena di un repellente referendum da circo che ne ha simulato l’approvazione anche da parte dei lavoratori – Rifondazione aveva promesso, per l’autunno, tuoni e fulmini. I quali erano altamente auspicabili, visto che l’accordo santifica una condizione di sostanziale schiavitù per i co.co.pro e di miseria insostenibile per buona parte dei lavoratori dipendenti. A luglio scorso, l’orrore per questo ennesimo tradimento dei plutocrati sindacali e governativi ai danni dei lavoratori, aveva determinato l’entrata in guerra di Giordano-Jekyll, che aveva gridato dalle trincee: "Si apre un conflitto. Si apre una stagione di mobilitazione politica e sociale delle sinistre in tutto il paese; una stagione di iniziativa unitaria intesa a ristabilire la connessione fondamentale tra popolo e politica, tra le aspettative riposte da milioni di persone nell'Unione e l'azione concreta della maggioranza e del governo. Dall'esito di quel conflitto dipenderà il nostro voto in Parlamento". Giovanni Russo Spena, capogruppo di Rifondazione al Senato, aveva fatto eco: "[Il protocollo] è un'assurdità da tutti i punti di vista. E' evidente che noi, al contrario, abbiamo tutte le intenzioni di emendarlo e modificarlo profondamente". Poi Prodi gli ha iniettato il siero della trasformazione fiduciaria e oggi Giordano, digrignando i denti poderosi e facendo schioccare le nocche delle manone pelose, proclama con la vocetta della mamma di Norman Bates: “Il PRC voterà a favore della fiducia sul ddl per rispetto al vincolo di maggioranza e considerando le conseguenze di un eventuale voto contrario. Ma a questo punto c’è un vero e proprio riposizionamento strategico e a gennaio si dovrà aprire una nuova fase con una verifica politico-parlamentare”.
A questo punto un elettore sano di mente (per quanto possa essere sano di mente un elettore che, come il sottoscritto, aveva votato per questa ciofeca di partito calabrache) si chiederà se non sia per caso possibile un ricovero coatto d’urgenza nella camera imbottita più vicina. Cosa dovrebbe fregarcene di una verifica politico-parlamentare, utile solo a ridistribuire qualche poltrona di prestigio alla faccia di chi si arrabatta con due lavori per portare a casa neanche 800 euro al mese? Soprattutto, da quale canovaccio schizoide di disperazione politica è uscito il concetto di sacralità del “vincolo di maggioranza” nei confronti di una maggioranza che sfoggia con rivoltante faccia di tolla il disprezzo di tutti i vincoli assunti, tanto verso gli elettori quanto verso gli alleati politici? Se Giordano avesse strillato in falsetto che il voto di fiducia sul ddl gli è stato imposto dalle orde di formiche che sciamano sul suo corpo, minacciando di scarnificarlo, la scena del matto sarebbe risultata mediamente efficace e convincente. Ma lui ha voluto strafare. Si è addirittura inventato un “vincolo di maggioranza” verso una maggioranza che si vanta di mettere sotto i piedi ogni vincolo, ogni decenza, ogni barlume di coerenza politica, ogni principio morale in cui gli elettori di Giordano (di Giordano-Jekyll, almeno) sono soliti riconoscersi. Neanche il pazzo di Psycho avrebbe osato tanto.
La maggioranza di governo ha varato norme odiose e razziste nei confronti dei rom, al solo scopo di cavalcare il mal di pancia del popolino verso un dilagare dell’immigrazione che è la stessa strafottenza sociale del governo ad impedire di tenere sotto controllo. Di fronte alla rabbia dei suoi elettori, Giordano è rimasto seduto sul suo scranno, strabuzzando gli occhi e sbavando copiosamente.
Il governo ha affondato i Dico, i Pacs e molte altre amenità che allo stato attuale delle cose appaiono decisamente inessenziali, ma alle quali Rifondazione diceva di tenere moltissimo. Giordano è rimasto zitto zitto sulla sua poltrona, prorompendo di tanto in tanto in una fragorosa risata, col pugno levato al cielo.
Il governo ha impedito la realizzazione di una commissione d’inchiesta sui fatti di Genova, a mio personale avviso del tutto inutile e inauspicabile, ma che stava comunque a cuore a molti simpatizzanti di Rifondazione. Agli elettori sempre più furenti, Giordano ha recitato “Il cinque maggio” tenendo uno scolapasta in testa, sottolineando i versi “così percossa, attonita/la terra al nunzio sta” con una pausa di un quarto d’ora a bocca spalancata, con lo sguardo perso nel vuoto.
Il governo ha rafforzato – anziché eliminare, come era scritto nel programma – la legge 30, che santifica la precarietà lavorativa. Giordano ha spiegato ai suoi elettori che le formiche sono brutte bestie e lui non riesce a schiacciarle tutte.
Il governo ha perseguitato i lavavetri, incitato all’abbattimento delle baracche dei senzatetto e Giordano ha risposto alle invettive dei suoi elettori frugandosi nel naso.
Il governo ha distribuito il tesoretto agli industriali, scippato il TFR ai lavoratori con l’attiva partecipazione dei sindacati confederali, ha inasprito le norme contro chi fuma spinelli (ma non contro i senatori che mandano i propri portaborse a comprargli la cocaina), non ha abrogato la riforma delle pensioni prevista dalla legge Maroni – com’era sempre nel programma – e ha invece ulteriormente accresciuto l’età pensionabile, infine ha schiaffato il ddl sul welfare, integrato da un voto di fiducia dolorosamente acuminato, in un luogo che ogni lavoratore avrebbe preferito destinare ad altre funzioni. Agli elettori venuti a trovarlo con torce e forconi, Giordano si è mostrato mentre accarezzava benevolmente una mosca che gli si era posata sulla mano, affinché tutti pensassero che lui, il paladino dei lavoratori, non sarebbe capace di far male a una mosca.
Pare comunque che la simulazione di follia abbia funzionato. Rifondazione, secondo gli ultimi sondaggi, si è solo ridotta a percentuali da albumina (3 o 4% di preferenze) anziché sprofondare per sempre nell’oblio della vergogna, come avrebbe meritato e come io, sinceramente, a questo punto non posso esimermi dall’augurargli. Fanno ormai così pena, dementi come si presentano al loro ex elettorato, che qualche passante disposto a lanciargli una monetina nel cappello riescono sempre a trovarlo. Se la nuova legge elettorale introdurrà davvero lo sbarramento al 5 per cento, Giordano e le sue formiche torneranno, come meritano, e indipendentemente dalla creazione di improponibili “soggettività unitarie”, alla clandestinità, che è il loro habitat naturale e dove (qui non sono ironico) sono in grado di fornire alla società spunti assai migliori di quelli che offrono quando sono seduti su uno scranno parlamentare. Da parlamentari, sono capaci soltanto di rimestare aria fritta, organizzare manicomiali kermesse di piazza contro i decreti che hanno votato la sera prima, ingoiare rospi (o farsi deridere dai rospi: perfino una nullità come Dini, ormai, li prende per il culo) e fingere di provarci gusto per offrire agli elettori sbigottiti la giustificazone della follia. Sono capaci di fare soltanto ciò che fa ogni altro appartenente a quel ceto politico infingardo a cui si dicono legati da “vincolo di maggioranza”: incassare stipendi e pensioni miliardarie, tartassare lavoratori e contribuenti, vivere in abitazioni hollywoodiane offerte dagli enti pubblici alla faccia dei baraccati a cui mandano le ruspe, scorrazzare a destra e a manca in auto blu con convoglio di scorta, tanto sono i contribuenti a pagare bolli, assicurazioni e benzina. In una parola: sono capaci solo di spolpare il paese fino all’osso, come un’orda di formiche fameliche uscite da un brutto film dell’orrore. Non suscitano in me, ormai, altro desiderio che quello di schiacciarli, di liberarmi di loro a qualsiasi costo e a qualunque prezzo. Nessuno di voi ha per caso un vasetto di marmellata?
GLI AVVOLTOI DELLA PACE

L’INGANNO CHE DIVENTA VERITA’
di William A. Cook
da Counterpunch
Traduzione di Gianluca Freda
“Una voce sui colli si ode: pianto, gemiti dei figli di Israele, perché han pervertito la loro via, han dimenticato il Signore, loro Dio”, Geremia, 2:21
Questa settimana le forze del bene si riuniranno nella città di Anna, la regina che dominava sulle proprie colonie; un luogo appropriato per uno stato coloniale come Israele per decidere dei destini della sua colonia di Palestina, attentamente preservata dietro il suo infame muro di apartheid, ripetendo per l’ennesima volta la frode perpetrata contro il popolo americano e le Nazioni Unite, secondo la quale Israele vuole sinceramente la pace. I magnati che controllano la nostra stampa e i nostri canali TV cantano le lodi di Ehud Olmert e della Knesset israeliana, definendoli custodi della pace che tentano di portare un po’ di giustizia ai popoli di Palestina stanchi della guerra. Vengono così piantati i semi della discordia che germoglieranno in un raccolto di amara delusione, seguita dal pianto e dallo stridor di denti dei perpetratori di questo inganno.
Come può una persona ragionevole prendere sul serio l’ipotesi della pace in Palestina quando del governo Olmert fa parte il partito razzista di Avigdor Lieberman, che è favorevole all’espulsione dei palestinesi dalla loro terra ed ha ottenuto, in effetti, un “assassinio mirato” del summit ancor prima che venissero mandati gli inviti (vedi "Assassinating Annapolis" di Yossi Verter, su Ha’aretz del 15/11/07)? Come può una persona ragionevole prendere sul serio l’ipotesi della pace quando a organizzare l’incontro sono gli Stati Uniti, padrini dei neocon sionisti che controllano tanto Israele quanto la moltitudine dei membri dell’AIPAC che a loro volta controllano il nostro Congresso? Perfino adesso, mentre il mondo attende col fiato sospeso la possibilità della pace, il governo razzista di Olmert continua a tagliare l’elettricità al già decimato popolo di Gaza, perché non risponde alla legge internazionale, ma solo alla propria.
In termini brutali, il processo di pace curato da Condoleeza Rice è una barzelletta. Gli Stati Uniti non sono un arbitro imparziale. Sono in combutta col governo Olmert per disconoscere il governo democraticamente eletto della Palestina e con immensa faccia tosta hanno ingaggiato un politico screditato, Ahmud Abbas, come fantoccio per evitare di trattare col vero governo. Nel frattempo il nostro governo e quello di Israele hanno decimato il popolo palestinese rendendo la sua vita un inferno in terra e lo hanno fatto in aperto disprezzo delle leggi internazionali che vietano le punizioni collettive e impongono all’occupante di prendersi cura della popolazione su cui esercita il controllo. Oltre a queste azioni deplorevoli, questo “arbitro” equo ed imparziale non solo ha continuato a fornire ad Israele il suo denaro, sotto forma di 5 miliardi di dollari in “aiuti”, ma quest’anno ha pure aumentato la cifra, aggiungendo altri 15 miliardi per i prossimi 10 anni. Come può il mondo non vedere l’ipocrisia di queste azioni?
Ma il quadro appena fornito non spiega la vera ragione che rende impossibile la pace in Palestina. La vera ragione è connaturata alla realtà del sionismo e delle forze che controllano e sempre hanno controllato l’ascesa dello stato israeliano fin dall’inizio. Questa storia va raccontata, perché è in essa che risiede la maledizione di Geremia con cui vengono condannati quegli ebrei che “han pervertito la loro via, han dimenticato il Signore, loro Dio".
In un documento mai pubblicato fino ad oggi, che si trova nell’archivio Rhodes della Bodleian Library di Oxford (MSS.Medit. S. 20 (1), il Governo di Palestina (quello dell’epoca del Mandato Britannico) presentò un rapporto segreto al segretario di stato britannico attraverso il proprio Alto Commissario, Harold MacMichael. Il documento, intitolato "Approccio Ebraico alla Questione della Cooperazione Arabo-Ebraica durante il periodo 1919-1941" descrive i primi tentativi dei leader ebrei (prima dell’invasione delle popolazioni ebraiche che i sionisti portarono dall’Europa) di trovare un proprio spazio attraverso accordi e assimilazione dell’assai più numerosa popolazione araba. Il rapporto parla di due “scuole di pensiero” esistenti tra gli ebrei: un’opinione di maggioranza che guardava alla cooperazione con l’Agenzia Ebraica come a uno “strumento che può essere preso e messo da parte secondo il bisogno per costruire uno Stato in Palestina”; e un’opinione di minoranza che considerava essenziale la cooperazione con gli arabi per una permanenza duratura degli ebrei in Palestina. Una nota a margine dice che intellettuali, professionisti e socialisti appartenevano al secondo gruppo. Il rapporto definisce tre fasi della cooperazione.
a. Fase Uno, iniziata nel 1919 con l’accordo Feisal-Weizman, fondata sull’idealismo e sui principi liberali di una fruttuosa collaborazione con gli arabi; un accordo costruito sul presupposto che i due popoli avessero molte cose in comune e dovessero sostenersi a vicenda per ottenere reciproci benefici. L’occupazione di Damasco da parte delle truppe francesi, avvenuta l’anno seguente, provocò la fine di questo accordo, poiché Feisal perse il trono e non fu più in grado di ottemperare.
b. Nella seconda fase l’attenzione fu rivolta a un tentativo di compromesso politico, cioè all’istituzione di un modus vivendi in Palestina dal 1929 fino alla promulgazione della “Carta Bianca” britannica nel 1939.
c. La terza fase, quella in cui il rapporto è stato scritto, si riferisce alla situazione esistente nel periodo 1941-1947 tra
L’accordo Feisal-Weizman definiva in dettaglio i metodi attraverso i quali la “Dichiarazione di Balfour” avrebbe potuto essere rispettata e garantita, l’immigrazione ebraica su larga scala assorbita senza alterare i diritti delle popolazioni indigene e attraverso cui la libertà di culto, il controllo dei musulmani sui propri luoghi sacri, l’assistenza economica ai gruppi sionisti appena arrivati avrebbero potuto essere realizzati, con l’intesa che l’accordo sarebbe stato implementato grazie alle richieste presentate alla Conferenza di Pace per l’Indipendenza Araba in Palestina. Le parti non definivano
L’accordo Feisal-Weizman non morì in un colpo solo. Il Dr. Chaim Kalvarisky, che lavorava per conto della Brith Shalom, del Kidma Mizrahi e dei gruppi di cooperazione arabo-ebraica, su invito di un consigliere di Feisal preparò un progetto fondato sulle affinità storiche dei due popoli che avrebbe dovuto servire come fondamento della collaborazione; entrambi i gruppi avrebbero avuto l’opportunità di amministrare il paese, e inoltre venivano stabiliti alcuni criteri pratici per l’educazione basati sull’ideale di stretta cooperazione e libertà di immigrazione in Palestina per gli ebrei. I sionisti volevano invece una nazione sostenuta non dalla Federazione araba, ma dall’Europa e dagli Stati Uniti. Questo progetto fu presentato al Consiglio Sionista nel 1936 e fu immediatamente respinto. Il rifiuto fece crollare i sogni del Dr. Kalvarisky di uno stato in cui le culture araba ed ebraica potessero svilupparsi “fianco a fianco in perfetta e serena armonia”.
Il rapporto britannico sottolinea che
Il rapporto stesso, accompagnato da prove documentali provenienti dalle organizzazioni ebraiche che definiscono nel dettaglio le loro attività, dimostra che i sionisti avevano creato "(1) un esercito segreto e un sistema di spionaggio, (2) utilizzato il contrabbando, il furto e la fabbricazione di armi (3) l’immigrazione illegale, (4) la violenza e la disobbedienza civile, (5) propaganda ostile e sediziosa, e (6) un giro di vite ai diritti civili dei cittadini ebrei per imporre la propria volontà al popolo ebraico e minare il legittimo governo di Palestina". Quest’ultima voce è forse quella che dice di più, ma anche quella che è meno conosciuta e compresa. I sionisti controllavano le comunità ebraiche con l’intimidazione, la coercizione, l’aggressione fisica e perfino l’omicidio. Le prove, basate su documenti sequestrati alle organizzazioni ebraiche e presentate in appendice a questo rapporto (vedi appendici XXXVII, XLb e B, fra le altre) rivelano questi metodi per trattare gli ebrei che rifiutassero di cooperare.
A nessuno può sfuggire l’ironia della situazione che il governo israeliano si trova oggi ad affrontare, occupando
Non dobbiamo trascurare l’iniziale buona volontà degli ebrei, quelli veri, di migliorare la propria condizione attraverso la cooperazione con gli arabi che abitavano
Fino a che punto si spingeranno I sionisti pur di raggiungere i propri obiettivi predeterminati? Theodore Herzl, fondatore del movimento sionista, rese noti i propri intenti nel 1895: “Dobbiamo cercare di spingere la popolazione araba senza un soldo verso i confini, procurandole lavori in paesi di transito, e negarle qualsiasi forma d’impiego nel nostro paese. Il processo di espropriazione e quello di rimozione dei poveri devono essere portati avanti con discrezione e circospezione”. Iniziò così l’inganno che da allora ha caratterizzato la pulizia etnica e le azioni genocide dei sionisti. “Nel 1921 il Dr. Eder, membro della Commissione Sionista di Gerusalemme, disse al tribunale d’inchiesta britannico nominato per indagare sulle cause delle prime rivolte scoppiate tra arabi ed ebrei che “Può esserci solo una nazione in Palestina, cioè quella ebraica, e nessuna parità nei rapporti tra ebrei e arabi, ma solo il predominio ebraico, non appena il numero di appartenenti alla razza (ebraica) si sarà incrementato a sufficienza” (Sami Hadawi, Journal of Historical Review). “Un’unica nazione senza eguaglianza”; e così è stato, fin da allora.
Non dimentichiamo che dietro queste affermazioni si cela un subdolo insieme di presupposti, mai enunciati per paura che i loro orribili corollari potessero risultare evidenti; e cioè che il diritto degli ebrei di avere una nazione in Palestina è fuori discussione perché questo territorio è stato loro assegnato da Dio con un patto vecchio di 4000 anni. Come facciamo a saperlo? Perché un gruppo di rabbini ebrei, nel corso di un periodo che va dal
Chi è questo Dio? La comunità internazionale e la legge internazionale riconoscono forse a un piccolo gruppo di religiosi il diritto di affermare che la loro fede in un Dio che gli concesse quei territori molti secoli fa, conceda loro il diritto di confiscare la terra ai popoli che hanno vissuto e lavorato su di essa per oltre duemila anni? Se un tale diritto dovesse essere riconosciuto, allora i nativi americani, che proclamavano la sacralità della terra da loro occupata per migliaia di anni prima dell’arrivo degli europei, potrebbero chiedere che gli Stati Uniti vengano restituiti ai loro legittimi proprietari. Le loro pretese avrebbero anche maggiore validità, visto che essi non hanno mai abbandonato la terra che gli è stata rubata, mentre il 90% degli ebrei che vivono oggi in Israele sono immigrati e non erano mai stati prima in Palestina. Senza questa rivendicazione di diritti territoriali fondata su una questione risalente a secoli or sono, i sionisti non avrebbero alcun diritto sui territori di Palestina. Perciò questo gruppo secolare e “nazionalista” utilizza il credo religioso degli ebrei per imporre l’esistenza dello Stato di Israele. E questo dà luogo a due terrificanti conseguenze: la vera natura degli ebrei, come è stata definita da Rabbi Beck, è stata distrutta ed essi sono divenuti complici del genocidio in corso in Palestina; e anche il popolo palestinese è stato distrutto, le loro terre e coloro che hanno diritti tutelati dalla legge internazionale sono stati chiamati “terroristi”. Speranza distrutta, giustizia negata.
Tenendo presenti queste conseguenze, continuiamo a esaminare la marcia del sionismo nel corso degli anni. Nel 1943, il generale Patrick Hurley, in rappresentanza personale del presidente americano Franklin Delano Roosevelt, presentò ai sionisti alcuni progetti per l’espulsione degli abitanti musulmani e cristiani di Palestina e territori vicini e per la confisca dei loro beni. Queste informazioni vengono dalle pagine 776-777 del rapporto di politica estera degli Stati Uniti intitolato Near East and Africa [Vicino Oriente e Africa], Washington D.C., 1960, citato da Sami Hadawi nel Journal of Historical Review:
Le organizzazioni sioniste in Palestina si sono dedicate ad un programma ampliato che dovrebbe includere (1) la creazione di uno stato sovrano che comprenderà
Le carte di Rhodes citate più sopra contengono contengono documenti provenienti dall’Agenzia Ebraica e dall’Hagana che descrivono, fra l’altro, i dettagli dei piani A e B relativi al periodo dal
"Io qui presente giuro di dedicare tutta la mia forza, e di sacrificare la mia stessa vita, per la difesa (sic) e la lotta a favore del mio popolo e della mia Patria, per la libertà d’Israele e la redenzione di Sion".
In questo sacrificio individuale è visibile la realtà dell’inganno, poiché nessun individuo era libero di non prestare servizio, e dunque tutti gli ebrei erano legati alla volontà delle organizzazioni sioniste, che comprendessero oppure no il disegno completo dei loro progetti illegali, resi noti dal generale Hurley al presidente Roosevelt. La portata dei loro intenti è già visibile nel primo dei loro obiettivi evidenziati da Hurley: la “redenzione di Sion” significa in realtà “la creazione di uno stato sovrano che comprenderà
Per mantenere questo esercito segreto e illegale, l’organizzazione sionista aveva bisogno di fondi. Fu perciò creato un sistema fiscale che fu imposto a tutti gli ebrei, una tassazione che si aggiungeva a quella già imposta al governo del Mandato Britannico. Alcuni si ribellarono. Una lettera scritta in ebraico, datata 4 aprile 1946, inviata da Y. Gesundheit di Tel Aviv all’indirizzo di D. Ben Gurion dell’Agenzia Ebraica descrive tanto l’ammontare di questa tassa per il finanziamento dell’esercito quanto la necessità di fare ricorso alla violenza per istituire la nuova nazione.
Gesundheit esprime la propria preoccupazione per aver dovuto pagare “più di quanto potevo permettermi al Comitato di Salvezza, all’esplicita condizione che questo denaro fosse utilizzato solo per mettere in salvo i rifugiati provenienti dall’Europa e non per scopi a piacere o per fornire armi all’Hagana”. Insiste ancora su questo punto ed esprime ciò che prova come ebreo: “Sono contrario all’uso delle armi, se non per autodifesa. Non credo nella conquista del paese ottenuta facendo ricorso alla violenza, che essa sia diretta contro gli inglesi o contro gli arabi”. E si spinge ancora oltre citando le risposte fornite da Ben Gurion alla Commissione d’Inchiesta e dicendogli: “E’ impossibile ricostruire il paese e fondare uno Stato ebraico facendo ricorso a palesi bugie”. Ma le obiezioni di principio non avevano alcuna importanza per le organizzazioni sioniste. Nel documento che stabilisce in che modo debbano essere assegnati e raccolti questi fondi, c’è questo comma: “Chiunque appoggi un evasore o rifiuti di ottemperare alle direttive del comitato disciplinare, sarà punito con le necessarie sanzioni”. Le sanzioni menzionate potevano culminare con la morte (appendice XL b).
La formalizzazione del processo di espulsione adottato dalle organizzazioni sioniste all’approssimarsi degli anni critici 1946-1947 sono descritte in un altro documento che parla dei “piani C e D”. I contenuti di questi piani non compaiono nel rapporto MacMichael/Catling di Rhodes, ma sono presentati dal professor Ilan Pappe nella sua autorevole e assai documentata opera The Ethnic Cleansing of Palestine [La pulizia etnica in Palestina]. "Fu questo piano (D Dalet) che segnò il destino dei palestinesi abitanti nei territori su cui i sionisti avevano messo gli occhi per la creazione del futuro Stato ebraico. Indifferenti al fatto che questi palestinesi intendessero collaborare al progetto di uno Stato ebraico oppure opporsi ad esso, il Piano Dalet prevedeva l’espulsione totale e sistematica di questi popoli dalla loro terra”. (28)
Bisogna tener presente che questi piani segreti dell’Organizzazione richiedevano che i sionisti operassero in modo illegale contro il governo del Mandato Britannico. E questo nonostante il fatto che quel governo fosse essenzialmente filo-israeliano, poiché era
Permettetemi di chiudere questa sezione con una citazione del portavoce generale dell’esercito britannico, risultante da un’intervista al Dr. Weizman (Appendice XX b): “Se fossero state intraprese ulteriori azioni o se gli ebrei avessero creduto che l’Inghilterra intendeva distruggere il sionismo, ci sarebbe stato un 'bagno di sangue'. Niente avrebbe potuto impedirlo. Ci saremmo trovati a dover combattere non solo contro gli 80.000 uomini dell’Hagana, ma anche contro i 200.000 riservisti che stavano dietro di loro, e tutti avrebbero sparato contro di noi. Nessuno sarebbe stato più al sicuro in Palestina” (12/7/1946). E’ importante capire fino a che punto fossero forti le milizie ebraiche in quel momento. Esse erano senza dubbio, tanto nella loro convinzione quanto per le forze inglesi occupanti, il più grande esercito del Medio Oriente. Le grida dei sionisti secondo le quali questo piccolo gruppo di ebrei innocenti sarebbe stato alla mercè delle forze arabe che desideravano cacciarli non era nient’altro che una menzogna e una lamentazione studiata a tavolino per attirarsi la simpatia del popolo americano e dei suoi politici. E’ così che l’inganno nasconde la verità.
Seguì, naturalmente, la divisione della Palestina operata dalle Nazioni Unite nel 1947, con la definitiva entrata in vigore il 14 maggio 1948. Fra marzo e maggio di quell’anno, il mondo non si accorse di uno dei più malvagi, spietati, calcolati massacri mai perpetrato da un gruppo di persone che si definiscano civilizzate. L’esercito sionista si mise in marcia mentre le forze del Mandato Britannico restavano a guardare, incapaci di fermare la loro furia, la distruzione, gli stupri e la carneficina. Non c’è bisogno che io descriva questa fase nei dettagli, essa può essere studiata da chiunque desideri conoscere la storia recente attraverso le opere di studiosi israeliani come Benny Morris, che ha identificato 34 comunità arabe i cui abitanti vennero espulsi o sterminati, o meglio ancora attraverso il recente studio di Ilan Pappe The Ethnic Cleansing of Palestine.
I mezzi con cui fu attuata l’espulsione furono molti, psicologici, economici e militari. Unni e spade, cavalli e brutto carattere. I sionisti erano dotati di un’intelligence fredda e senza cuore e di una forza militare in grado di circondare una città da tre lati, far uscire gli abitanti dal quarto, uccidere chiunque facesse resistenza, stuprare le donne, abbattere le case o farle saltare con la dinamite mentre gli abitanti erano all’interno, incapaci di uscire, trasformando le case stesse in tombe e lapidi al tempo stesso, costringere i fuggiaschi a camminare a piedi per miglia e miglia fino ad un’altra zona araba o ad un altro paese, trasformandosi in rifugiati per isuccessivi 60 anni; il tutto mentre Israele continua senza vergogna a chiedere risarcimenti alle corti internazionali per gli ebrei espulsi dai paesi arabi tanti anni fa, indifferenti alla sofferenza che hanno inflitto ai nativi, ridotti in miseria, della terra che hanno rubato. Ciò costrinse quegli ebrei che non accettavano le mire nazionaliste dei sionisti o i metodi da essi impiegati ad elaborare propri progetti.
Ma la stampa americana non riporta niente di tutto questo. Gli americani credono ancora che siano gli ebrei ad essere aggrediti e che si stiano difendendo contro arabi assetati di sangue, arabi che erano già stati sconfitti dagli inglesi nel 1936, lasciando quel popolo senza una guida e senza un esercito degno di questo nome con cui difendersi. Ma questi fatti non vengono raccontati al pubblico americano né al nostro Congresso, che è schierato totalmente a favore dello spietato regime abbattutosi sul popolo di Palestina.
E’ ironico quanto l’ipocrisia vada di pari passo con l’arroganza. E’ ironico che il “diritto al ritorno”, istituito come principio dei diritti umani a favore di coloro che sono stati costretti a lasciare le proprie case e la propria terra, per garantirgli un risarcimento e la possibilità di tornare, sia stato distorto dallo stato sionista d’Israele per proteggere coloro che non erano mai stati nella terra di Palestina, solo in quanto appartenenti a una certa religione, impedendo allo stesso tempo il ritorno di chi è stato cacciato dalla propria casa e dai propri luoghi familiari. E’ ironico che uno stato fondato sul presupposto che solo gli appartenenti a una data religione abbiano diritto alla cittadinanza pretenda di farsi chiamare “democrazia”, e ripeta questa definizione così spesso che coloro che non conoscono la verità finiranno per crederci davvero. E’ ironico urlare al mondo che gli ebrei sono vittime dei terroristi, terroristi spietati che si fanno saltare in aria in mezzo alla gente, quando invece i “terroristi” sono essi stessi figli di uno sterminio, come dimostra l’attentato al King David Hotel di cui l’Hagana ha ammesso la responsabilità, con la sola differenza che possedeva i mezzi per far saltare in aria degli innocenti senza doversi suicidare, ed è questa la sola cosa che rende terroristi gli uni e “difensori del proprio paese” gli altri. E’ ironico che Israele vada a lagnarsi di fronte alle Nazioni Unite per le dichiarazioni del presidente iraniano che vorrebbe “cancellare Israele dalla carta geografica”, quando si tratta in realtà di una traduzione fasulla che serve al solo scopo di ottenere una condanna nei confronti dell’Iran per intenzioni genocide, mentre Israele conduce una lenta, straziante pulizia etnica del popolo palestinese da ormai 60 anni. E’ ironico che la nostra stampa americana presenti la nuova iniziativa di pace come un’offerta di Israele mirante per l’ennesima volta alla pace in Palestina, quando il governo Olmert può restare al proprio posto solo finché nega i presupposti stessi della pace, e cioè la restituzione della terra palestinese ai suoi legittimi proprietari e il pieno riconoscimento di uno Stato palestinese contiguo in grado di curare i propri affari indipendentemente dai voleri di Israele; qualcosa di simile al progetto del principe saudita, respinto da Sharon nel 2002.
Invece si ode una sola voce sui colli, una voce che svela l’ipocrisia del nostro governo e quella di Israele nel presentare per l’ennesima volta un falso piano di pace che servirà solo a fornire ai think tank israeliani altra materia per sottolineare quanto siano ingrati i palestinesi a non accettare qualche rimasuglio della loro terra; il tutto mentre Israele li rinchiude in Bantustan dove milioni di persone devono sopravvivere di espedienti, dipendendo dalla carità del mondo per i bisogni essenziali, poiché Israele ha rubato la loro acqua, i loro raccolti, i loro accessi al mare a est e a ovest; e pretende che essi riconoscano la legittimità dello Stato che ha distrutto la loro cultura, uno Stato che deve ancora riconoscere il diritto dei palestinesi ad esistere; e peggio ancora, pretende che essi interrompano la legittima difesa del proprio paese occupato, in ottemperanza alle leggi internazionali, mentre Israele grida al lupo trasformandosi nel governo di Mandato contro il quale i suoi stessi fondatori, da terroristi, avevano combattuto, chiedendo al mondo di condannare i giusti e proteggere i criminali; infine, quando il mondo impietosito chiede con pianti e con suppliche alla comunità internazionale che sia data finalmente giustizia ai palestinesi, ci sembra di sentire il grido sionista di Menachem Begin provenire dal monte del tempio: “Un ebreo non si piega a nessuno, eccetto che a Dio”, un Dio la cui volontà è stabilita dai sionisti e da loro soltanto. Ed è forse questo l’inganno più grande, che Dio parli attraverso le bocche di coloro che massacrano le creature di Dio. E’ così che abbiamo pervertito la nostra via e dimenticato il Signore nostro Dio.






Ultimi commenti