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    IL SOGNO DI UN UOMO RIDICOLO

    di Gianluca Freda (30/12/2007 - 05:33)


    PERCHE’ IL COUNCIL ON FOREIGN RELATIONS ODIA PUTIN
    di Mike Whitney
    da Counterpunch del 5 dicembre 2007
    Traduzione di Gianluca Freda
     

    Domenica scorsa [il 2 dicembre, NdT], il partito di Putin, Russia Unita, ha vinto alla grande le elezioni parlamentari del paese con il 63 per cento dei voti. E’ stata una vittoria poderosa. Russia Unita controlla adesso 306 dei 450 seggi della Duma, una maggioranza schiacciante. Il voto è stato un referendum sulla leadership di Putin, che è stata approvata a valanga. Ora è sicuro che anche se Putin, l’anno prossimo, dovesse dimettersi da presidente, come tutti si aspettano, resterà comunque lui il giocatore di primo piano nella politica russa del prossimo futuro.

    Vladimir Putin è probabilmente il leader russo più popolare della storia, anche se non lo si direbbe dalla lettura dei media occidentali. Secondo un recente sondaggio del Wall Street Journal, la percentuale di gradimento verso la persona di Putin nel novembre 2007 era dell’85 per cento, il che fa di lui il capo di stato più popolare che esista oggi al mondo. La popolarità di Putin deriva da molti fattori. Possiede una personalità intelligente e carismatica. E’ animato da un fiero nazionalismo e ha lavorato instancabilmente per migliorare la vita dei cittadini russi e per riportare il paese alla passata grandezza. Ha trascinato 20 milioni di russi fuori da una povertà opprimente, ha migliorato il sistema scolastico, sanitario e pensionistico, ha (parzialmente) nazionalizzato le industrie più importanti, ha ridotto la disoccupazione, incrementato la produzione e le esportazioni, ridato vigore al mercato russo, rafforzato il rublo, innalzato il tenore di vita complessivo, ridotto la corruzione di governo, incarcerato o esiliato gli avidi oligarchi e ammassato riserve di capitale per 450 miliardi di dollari.

    La Russia non è più alla mercè dei predoni come lo fu dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Putin ha posto fine a tutto questo. Ha ripristinato il controllo sulle immense risorse del paese e le sta utilizzando per migliorare la vita del suo popolo. E’ un taglio netto con gli anni ’90, quando l’ubriacone Eltsin precipitò la Russia nel disastro economico per seguire gli editti neoliberisti di Washington, vendendo i Gioielli della Corona di Russia ai rapaci oligarchi. Putin ha rimesso in ordine la casa Russia; ha stabilizzato il rublo, rafforzato le alleanze economico/militari nella regione e rimosso i gangster corporativi che avevano rubato i beni nazionali della Russia in cambio di pochi spiccioli. Oggi gli oligarchi sono in carcere o hanno dovuto fuggire dal paese. La Russia non è più in vendita.

    La Russia è tornata ad essere una grande potenza mondiale e una vitale fonte di idrocarburi. La sua stella è in rapida ascesa, proprio mentre quella americana inizia a dissolversi. Ciò potrebbe spiegare perché Putin sia tanto disprezzato in Occidente. Freud la chiamerebbe forse invidia del petrolio, ma la questione è più complessa. Putin ha avviato una serie di trasformazioni sociali che fanno a pugni con i dogmi di base del neoliberismo, cioè con i princìpi che governano la politica estera americana. Egli non appartiene a quella fratellanza di corporazioni bancarie che ritiene di dover spartire tra i propri membri la ricchezza del mondo, a prescindere dalla sofferenza e dalla distruzione che può derivarne. Il principale interesse di Putin è la Russia: il benessere della Russia, la sovranità della Russia e il posto della Russia nel mondo. Non è un sostenitore del globalismo.

    E’ per questo che l’amministrazione Bush ha circondato la Russia con basi militari, ha rovesciato i regimi confinanti con le sue rivoluzioni colorate (organizzate dalle ONG e dai servizi segreti americani), ha interferito con le elezioni russe e ha minacciato di dispiegare un sistema di armamenti nucleari (ufficialmente a scopo difensivo) nell’Europa dell’Est. La Russia è vista come un potenziale rivale delle ambizioni imperialistiche americane e deve quindi essere contenuta o sovvertita.

    Nei primi anni della sua presidenza, si credeva che Putin avrebbe ottemperato alle richieste occidentali e accettato un ruolo subordinato nel sistema a centralità USA-UE-Israele. Ma questo non è accaduto. Putin ha difeso ostinatamente l’indipendenza della Russia e ha resistito all’integrazione nel sistema dominante.

    Il trionfalismo che aveva attraversato Washington dopo la caduta del Muro di Berlino è stato ora sostituito dalla paura tangibile di una crescita del potere russo, proprio nel momento in cui il prezzo del petrolio continua a salire. Le placche tettoniche del potere geopolitico iniziano a spostarsi gradualmente verso Est. E’ per questo che gli USA si sono uniti al Grande Gioco e stanno cercando di mettere radici stabili in Eurasia. Nonostante ciò, non è difficile immaginare uno scenario in cui l’accesso americano alle ultime grandi riserve di petrolio e gas naturale del pianeta – i tre trilioni di barili di petrolio e gas naturale del Bacino del Caspio – potrebbe essere completamente bloccato dalla risorgente superpotenza russa.

    Il più potente fra i “think tank” di Washington, il Council on Foreign Relations, ha da tempo previsto questo problema e ha deciso che la politica statunitense verso la Russia doveva essere totalmente ridefinita.

    John Edwards e Jack Kemp furono messi a capo di una task force del CFR il cui compito era quello di costruire il pretesto per un attacco frontale contro Putin. E’ qui che nacque l’idea che Putin stesse “riportando indietro la democrazia”. Nel loro articolo La Russia nella direzione sbagliata”, Edwards e Kemp affermavano che una “partnership strategica” con la Russia non era più possibile. Sostenevano che il governo russo stava diventando sempre più autoritario e la società sempre meno “aperta e pluralista”.

    Kemp e Edwards fornirono così le basi ideologiche su cui fu strutturata l’intera campagna propagandistica contro Putin. E fu una campagna di dimensioni impressionanti. Una ricerca su Google News mostra circa 1.400 articoli su Putin provenienti da varie fonti giornalistiche. Quasi tutti contengono esattamente la stessa retorica, le stesse chiacchiere, le stesse falsità, le stesse calunnie. E’ impossibile trovare anche un solo articolo su 1.400 che si discosti di una virgola dai punti di discussione predefiniti dal Council on Foreign Relations.

    E’ interessante osservare fino a che punto i media siano diventati un megafono propagandistico degli interessi di sicurezza nazionale. I sondaggi su Putin confermano la sua enorme popolarità, eppure i media continuano a presentarlo come un tiranno. Un atteggiamento totalmente incongruo.

    In molti articoli Putin viene bollato come “antidemocratico”; un’accusa che non viene mai rivolta alla famiglia reale saudita che vieta alle donne di guidare, impone loro di coprirsi dalla testa ai piedi e le condanna alla lapidazione in caso d’infedeltà. Inoltre in Arabia Saudita la decapitazione è ancora la condanna più diffusa per i reati capitali.

    Quando il re saudita Abdullah viene in visita negli Stati Uniti, nessuno lo rimprovera per il trattamento repressivo imposto dal suo regime contro la popolazione. Anzi, viene onorato con splendide foto che ritraggono lui e George Bush mentre passeggiano a braccetto tra i prati di Crawford.

     


    Perché Putin viene accusato di “riportare indietro la democrazia”, mentre il fantoccio americano Mikhail Saakashvili può dichiarare a piacimento la legge marziale e schierare i suoi robocop armati di manganello contro i dimostranti, picchiandoli fino allo svenimento prima di farli deportare nei gulag georgiani? Le immagini della sanguinosa repressione di Saakashvili sono state pubblicate dalla stampa estera, ma non negli Stati Uniti. Invece, i media tenevano puntate tutte le telecamere su Garry Kasparov (collaboratore del Wall Street Journal e fanatico di destra) mentre veniva portato in manette in una caserma di Mosca per aver manifestato senza autorizzazione.

    Il vero crimine di Putin è quello di servire gli interessi nazionali della Russia anziché quelli del capitale globale. Nonché quello di rifiutare il modello di mondo “unipolare” voluto da Washington. Come ha detto a Monaco: “Il mondo unipolare è un mondo in cui esiste un solo padrone, un solo sovrano; un unico centro di autorità, un unico centro di forza, un unico centro decisionale. A conti fatti questo modello è pernicioso non solo per coloro che vivono all’interno del sistema, ma anche per lo stesso sovrano, poiché lo distrugge dall’interno. E, cosa più importante, il modello stesso è difettoso poiché alla sua base non c’è, né potrebbe esservi, un fondamento morale per la moderna civiltà”.

    E ha aggiunto:

    “Stiamo assistendo a un disprezzo sempre più grande per i principi basilari del diritto internazionale... Assistiamo ad un uso spropositato e quasi incontrastato della forza – forza militare – nelle relazioni internazionali, forza che sta spingendo il mondo in un abisso di conflitti permanenti. Sono convinto che abbiamo già raggiunto il momento decisivo, quello in cui dovremo seriamente ripensare l’architettura della sicurezza globale”.

    Ben detto, Vladimir.
    Putin non è un santo, ma non merita le sferzate che riceve dai media occidentali.
     

    Una parola conclusiva su Garry Kasparov

    Domenica scorsa, mentre il partito “Russia Unita” di Putin si avviava ad una vittoria schiacciante, la Reuters era occupata a scattare penose foto ad un Kasparov che, con viso terreo e mostrando schede elettorali simili a quelle della Florida, sosteneva che le elezioni erano state truccate. “Non hanno solo manipolato i voti”, frignava Kasparov, “Hanno violentato l’intero sistema elettorale. Queste elezioni mi ricordano le elezioni del periodo sovietico, quando non esisteva scelta... Putin troverà pane per i suoi denti se intende governare come Stalin”.

    Stalin? Così adesso Putin è Stalin? Prima di tutto, da quand’è che la Reuters si interessa con tanta solerzia delle irregolarità elettorali? Dev’essere un’evoluzione recente, perché non si riusciva a trovarla da nessuna parte durante le elezioni presidenziali del 2000. E da quand’è che hanno iniziato ad interessarsi al “dissenso politico”? Di sicuro non hanno mai sprecato troppa pellicola per le manifestazioni contro la guerra tenutesi negli Stati Uniti. Dobbiamo dunque pensare che siano più interessati alla democrazia russa che a quella americana?

    E perché la Reuters è così pronta a regalare prezioso spazio editoriale a un giocatore di scacchi fallito, interessato solo a rendersi ridicolo strepitando contro i brogli elettorali? Queste non sono notizie; è propaganda.

    Quanto a Kasparov e alle sue accuse imbecilli: dovrebbe essere felice di vivere nella Russia di Putin anziché in quella di Stalin, o a quest’ora si troverebbe, con le catene ai piedi, su un treno diretto verso le vaste distese siberiane.

    E comunque, che ci fa Kasparov a Mosca? E come mai a questo ometto – senza praticamente nessuna base politica – viene riservato così ampio spazio nella narrativa dei media occidentali? E’ solo per screditare le elezioni e gettare un altro po’ di fango su Putin o c’è dell’altro?

    Garry Kasparov dovrebbe abbandonare la politica e dedicarsi a ciò che sa fare meglio: la recitazione comica. Vedere Kasparov girellare per Mosca con il suo cestino di invidiose amenità e il suo entourage di marmittoni dei media occidentali è come guardare “Le straordinarie avventure di Mr. Bean al Cremlino”, una miserabile performance in una squallida commedia di serie B. Uno spettacolo penoso.

    Il partito di Kasparov, “Un’altra Russia”, non ha raggiunto nemmeno il 2 per cento nei sondaggi. E’ una pagliacciata assoluta. In effetti, perfino la Reuters lo ammette (con riluttanza) nel suo lancio d’agenzia.

    Ecco la velina. Reuters: “Kasparov e il suo movimento dissidente “Un’altra Russia” non prenderanno parte alle elezioni parlamentari di domenica prossima, non essendo riusciti a registrarsi come partito. GODONO DI SCARSO SOSTEGNO FRA I RUSSI, MA HANNO UN GRANDE SEGUITO IN OCCIDENTE”. “Un grande seguito in Occidente”? Chissà perché non ne sono sorpreso?

    Quindi, in parole povere, Kasparov non ha la minima base elettorale in Russia, eppure gli sono stati forniti cameramen e troupe giornalistiche che lo seguono riprendendo ogni scemenza che dice. Fantastico. Ma chi credono che sia? Nelson Mandela?

    Kasparov collabora al Wall Street Journal di Rupert Murdoch; quindi possiede già una piattaforma regolare per il lancio delle sue sparate contro la “tirannia” di Putin. Di solito, uno non ottiene spazio editoriale sulla prima pagina del WSJ a meno che le sue opinioni politiche non siano un po’ più a destra di quelle di Augusto Pinochet. Il che è probabilmente il caso di Kasparov. Nell’edizione del WSJ di sabato scorso Kasparov si è prodotto nel suo ultimo assurdo soliloquio, sparlando di Putin e commemorando la sua straziante ordalia di 5 giorni nelle galere moscovite.

    Benché Kasparov abbia raggranellato ben poco sostegno in Russia, egli sembra avere molti leali seguaci nell’elite di Washington. Stando a Wikipedia: “Nel 1991 Kasparov ha ricevuto il premio Keeper of the Flame [Custode della Fiamma] dal Center for Security Policy (un think tank americano), per la sua resistenza anticomunista e per il contributo alla diffusione della democrazia. Kasparov è un destinatario eccezionale, poiché il premio viene solitamente conferito a “individui che abbiano consacrato la propria carriera politica alla difesa degli Stati Uniti e dei valori americani nel mondo”. Hmmmm... “individui che abbiano consacrato la propria carriera politica alla difesa degli Stati Uniti e dei valori americani nel mondo”. Non è forse la definizione di un agente americano?

    Stando ancora a Wikipedia: “Nell’aprile 2007 si sostenne che Kasparov era membro del Consiglio di Sicurezza del Center for Security Policy, una “organizzazione apartitica e senza scopo di lucro specializzata nell’identificare politiche, azioni e risorse vitali per la sicurezza nazionale americana”. Kasparov confermò tutto e aggiunse di essersi dimesso subito dopo essere venuto a conoscenza della situazione. Sottolineò di NON ESSERE AL CORRENTE DI ESSERE UN MEMBRO DELL’ORGANIZZAZIONE e fece intendere di essere stato incluso in essa per sbaglio, dopo aver ricevuto nel 1991 il premio “Keeper of the Flame” dall’organizzazione stessa. Tuttavia Kasparov mantenne il proprio legame con la leadership dei neoconservatori, tenendo discorsi presso istituzioni come lo Hoover Institute”. 

    Ecco una lista di altre personalità che hanno ricevuto il premio “Keeper of the Flame”: 2007-Senatore Joe Lieberman. 2004-Generale Peter Pace. 2003- Paul Wolfowitz. 2002- Generale Richard Meyers. 1998-Donald Rumsfeld. 1996-Newt Gingrich. 1995-Ronald Reagan. 1990-Casper Weinberger.

    Kasparov è un’anomalia o è un pezzo importante di questa congrega di pazzoidi di estrema destra? E chi sono i principali esponenti del Center for Security Policy? Richard Perle, Douglas Feith, Frank Gaffney, James Roche e Laura Ingraham. Mamma mia! Tutto l’ufficio centrale del nido del cuculo neocon! Ora dimmi, caro lettore: con amici come questi, cosa dovremmo pensare della performance di Kasparov a Mosca? Sarà davvero interessato a “promuovere la democrazia” o stava solo recitando un copione preparato a Washington?

    Negli Stati Uniti, Kasparov è diventato il nodo centrale delle elezioni russe, la fonte primaria di qualsiasi analisi “obbiettiva”. La NPR ripete ogni mezz’ora le sue affermazioni fasulle. Le altre agenzie d’informazione non sono da meno. Egli è divenuto la lente distorta attraverso la quale l’America osserva la democrazia russa. Questo ci dice molto di più sulla stretta mortale che i neocon ancora possiedono sui media di qualunque dibattito riguardante la Russia. Il fallimento di Kasparov ci offre la possibilità di osservare dall’interno il funzionamento dei media di regime. Essi non sono nient’altro che un megafono propagandistico per organizzazioni di estrema destra che, tramite loro, portano avanti una sanguinosa strategia imperiale. Fidel Castro ha sintetizzato a meraviglia la situazione quando ha detto, qualche giorno fa: “I media sono lo strumento più sofisticato mai messo a punto dalla tecnologia allo scopo di uccidere esseri umani e soggiogare o sterminare intere popolazioni”.

    Sante parole, Fidel. 

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    IN MEMORIAM

    di Gianluca Freda (28/12/2007 - 20:11)

    COSA ACCADRA’ ADESSO IN PAKISTAN?
    di Omer Subhani
    tratto dal sito Counterpunch
    Traduzione di Gianluca Freda

    1. Devo iniziare parlando dell’impressione che mi ha fatto di recente. Era una donna politica corrotta, più interessata alla propria eredità politica che al benessere della sua nazione e del suo popolo. Oggi il Presidente Bush ha detto che la Bhutto era una persona che si batteva contro il terrorismo. Lo aveva fatto, per convenienza, solo dopo l’11/9. Ma a metà degli anni ’90 era apertamente filo-talebana e il governo pakistano era uno dei pochi al mondo che riconoscesse quel regime neo-Khawarij.

    2. La sua morte potrebbe generare grossi problemi in Pakistan, ma io penso che Musharraf saprà affrontare il problema e introdurrà probabilmente qualche sistema di legge marziale che consenta di arginare la violenza e le sommosse. Dovrà rinviare le elezioni, ma solo di poco, o i suoi oppositori potrebbero iniziare a gridare che sta cercando di bloccare il processo politico.

    3. Sono rimasto piuttosto sorpreso dal modo in cui la stampa americana ha presentato la Bhutto. Stamattina la CNN ha cambiato tre volte la sua fotografia intorno alle 8.45. In ogni immagine si cercava di dipingerla come una sorta di angelo caduto. In realtà, si trattava di una donna che aveva venduto il proprio popolo al solo scopo di incrementare il proprio conto in banca e di uccidere gli oppositori politici.

    4. Pakistan e democrazia: cosa succederà adesso? Nawaz Sharif è un emerito nessuno. Musharraf cammina sul ghiaccio sottile. Chi guiderà il Pakistan? La situazione qui è molto tetra, ma una cosa è certa: molti pakistani sono persone moderate, inclini ai valori occidentali di democrazia e libertà nel loro senso più vero. Sono progressisti e liberali sotto molti punti di vista. L’estremismo non ha molta presa sul Pakistan, ma si teme comprensibilmente che quella parte dell’esercito legata ai talebani e ad Al Qaeda possa prendere il potere come a suo tempo fece Musharraf. Io non penso che ciò sia probabile, ma resta comunque una possibilità. I pakistani hanno bisogno di unirsi e di puntare davvero alla democrazia.

    5. Sono disgustato dai media americani. La loro descrizione della Bhutto come una specie di martire è biasimevole e inappropriata. Certo, aveva fatto davvero un buon lavoro a dipingere se stessa come una specie di faro di speranza per il Pakistan. Eppure questa donna avrebbe potuto essere arrestata in qualunque momento dall’Interpol a causa del riciclaggio di denaro in cui lei e suo marito erano coinvolti in 3 o 4 paesi diversi. Era una pura e semplice imbrogliona, eppure i nostri splendidi organi di stampa stanno facendo di lei la nuova Madre Teresa. E’ come se Michael Vick, tra dieci anni, si candidasse a senatore della Georgia, venisse assassinato e tutti dicessero solo che era un grande giocatore di football senza neppure citare la sua condanna per aver addestrato cani da combattimento. E’ così orwelliano.

    6. L’eredità della Bhutto: l’impressione che ha lasciato di sé è quella di una donna che lottava per la democrazia e combatteva l’estremismo. E’ così che verrà ricordata fino all’Armageddon. Ma i dissidenti e i progressisti che conoscono un po’ meglio la sua storia, sanno che cos’era realmente. Combattè per la democrazia solo quando le fece comodo, ma nel periodo in cui era al potere la corruzione e l’assassinio degli avversari politici erano per lei all’ordine del giorno. Era una truffatrice e sebbene non meritasse di terminare la propria vita in un modo così orribile, dovremmo comunque ricordarla come una persona che aveva a cuore solo se stessa e il proprio conto corrente.

    7. La mia inchiesta ad Harvard mi aveva convinto che la Bhutto non sarebbe durata molto in Pakistan. Sfortunatamente per lei, la mia inchiesta si è rivelata fondata. Musharraf uscì vivo a malapena da due tentativi di assassinio che ebbero luogo alcuni anni fa, e nel frattempo ce ne sono stati molti altri. La sicurezza di Musharraf era curata dall’esercito pakistano e gli attentati alla sua vita provarono che l’esercito era stato infiltrato da simpatizzanti dei talebani e di Al Qaeda. Se lui aveva intorno a sé il miglior sistema di sicurezza possibile e, nonostante ciò, era stato quasi ucciso, come avrebbe mai fatto la Bhutto a restare viva? Non c’è riuscita, come oggi abbiamo sfortunatamente potuto vedere.

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    I SOLITI SOSPETTI

    di Gianluca Freda (28/12/2007 - 14:50)


    Prima di versare troppe lacrime sulla sua fine, vediamo di ricordare, fuor di retorica, chi era realmente Benazir Bhutto, assassinata a Rawalpindi nella giornata di ieri. La Bhutto era stata accusata di corruzione e malversazione durante i suoi due incarichi come primo ministro del Pakistan, il primo alla fine degli anni ’80, il secondo a metà degli anni ’90. Secondo le accuse, la Bhutto avrebbe incassato oltre 1,5 miliardi di dollari, in buona parte da tangenti sulle concessioni governative. Un'accusa che non si è mai neppure curata di smentire o negare. Quando un giornalista le domandava della veridicità dei capi d'imputazione che le erano costati l'esilio dal suo paese, la Bhutto si limitava a parlare d'altro, oppure, arrogantemente, interrompeva all'improvviso l'intervista, alzandosi e uscendo dalla stanza. Si era presentata, dopo sei anni di esilio dorato, come l’unica persona in grado di fermare la deriva dittatoriale di Musharraf e di ripristinare la “democrazia” in Pakistan. I suoi discorsi sulla “democrazia” erano doppiamente sgraditi ai cittadini pakistani. Sia perché “democrazia”, come si è visto negli ultimi anni, è ormai per due terzi del mondo non solo sinonimo di un sistema di governo screditato e malfunzionante, ma anche un ignobile pretesto con cui gli occidentali giustificano i loro massacri; sia perché, nel periodo in cui era premier, la Bhutto aveva adottato restrizioni delle libertà e dei diritti che a quelle di Musharraf non avevano proprio nulla da invidiare. Sotto il suo governo, il Pakistan ebbe uno dei periodi di più aperta violazione dei diritti umani che la storia del paese ricordi. La Bhutto era notoriamente legata a doppio filo al regime americano, che intendeva fare di lei un docile pupazzo con cui sostituire l’ex fantoccio Musharraf, il quale, dopo anni di sfrenato servilismo verso gli USA e di appoggio alle loro guerre di sterminio, aveva iniziato a recalcitrare e a voler fare di testa propria. Osannata dai governi occidentali, ma assai poco apprezzata in patria, la Bhutto si era fatta conoscere per le proprie apparizioni ai gran galà politici di Miami, dove si presentava indossando vestiti perfino più succinti e scollati di quelli delle signore del luogo. Il che non è certo un crimine, ma neppure il miglior biglietto da visita per una donna che intenda candidarsi a guidare una nazione di religione musulmana. La sua rivalità con Musharraf era più apparente che reale, variava d’intensità con il variare delle contingenze politiche ed era comunque subordinata all’unico fine che alla Bhutto interessasse veramente: prendere nuovamente nelle proprie mani le leve del potere pakistano. Al di là delle chiacchiere di facciata, era stato lo stesso Musharraf a firmare l’amnistia che aveva consentito alla Bhutto di scrollarsi di dosso le condanne per corruzione, di tornare in patria nell’ottobre scorso e di rientrare prepotentemente nella competizione politica. Di lei perfino il New York Times scriveva: “Il suo comportamento all’epoca in cui deteneva il potere e la danza dei sette veli in cui si è abilmente prodotta al momento del suo ritorno – un momento opponendosi al generale Musharraf, poi dando l’impressione di volersi accordare con lui il momento successivo, senza mai far comprendere le sue vere intenzioni – ha suscitato fra i pakistani non meno sfiducia che speranza”.

    Tenendo presente tutto questo, possiamo legittimamente porci la domanda: chi ha ordinato il suo assassinio? Normalmente, per rispondere a una domanda di questo tipo, la prima cosa da chiedersi è: cui prodest? A chi giova la scomparsa violenta della Bhutto dall’agone politico pakistano? La risposta, in questo caso, non è semplice, poiché le persone che potevano essere interessate all’eliminazione di questo poco amato leader dell’opposizione erano parecchie. Proviamo a stilare un elenco dei possibili sospetti.

    - Pervez Musharraf: a mio avviso è, tra tutti i possibili indiziati del delitto, quello che ha meno probabilità di averlo commissionato davvero. La sua posizione è attualmente assai pericolante, stretto com’è tra la diffidenza degli ex alleati americani, l’opposizione di una parte della magistratura e delle forze militari e la rabbia della popolazione. Inasprire la situazione facendo uccidere la Bhutto sarebbe stata una stupidaggine di proporzioni colossali e Musharraf è un dittatore corrotto e opportunista, non un dittatore stupido. Esiste una remota possibilità che egli abbia pensato, con l’eliminazione del leader dell’opposizione, di indebolire il PPP, suo principale rivale politico, di avere un pretesto per rimandare ulteriormente le elezioni e di rafforzare lo stato d’emergenza allo scopo di neutralizzare una volta per tutte i sostenitori della parte politica avversa. Ma si tratta di un’ipotesi che, personalmente, mi appare assai peregrina e cedevole se sottoposta ad un’analisi politica realistica.

    - Al Qaeda: e quando mai non è sospettata. Anzi, a sentire i resoconti del sito news.com.au, vicino a Rupert Murdoch, dunque all’informazione di regime pilotata dai neocon americani, sarebbe la principale responsabile del caos nel paese. Gli americani, secondo lo stesso sito, si starebbero già attrezzando (ma guarda un po’ la coincidenza) per rafforzare la propria presenza in Pakistan, allo scopo di impedire a questo babau di prendere possesso del paese dopo esser stato cacciato dall’Iraq (!). Ora, anche le teste più legnose dovrebbero ormai aver capito che Al Qaeda, intesa come rete terroristica internazionale, non è che uno dei tanti – e sinistri – parti di fantasia dei servizi segreti israelo-occidentali. Ciò però non vuol dire che non esistano, in alcuni paesi, gruppi terroristici organizzati (e variamente finanziati da multinazionali e servizi d’intelligence occidentali e non) la cui forza politica e militare è fuori discussione. Il Pakistan è uno dei paesi in cui il terrorismo islamico organizzato possiede una sua rilevanza indiscutibile. Questi gruppi aspirano a rimuovere Musharraf dal potere e a prenderne il posto. La prospettiva di avere una donna come futuro presidente del paese non poteva certo essergli gradita. Dunque, una volta tanto, i gruppi terroristici potrebbero aver avuto davvero un qualche ruolo anche nella progettazione dell’omicidio e non solo nella fornitura di manovalanza (ma andiamoci cauti e che non diventi un vizio).

    - Nawaz Sharif: per due volte primo ministro del Pakistan, deposto dal colpo di stato di Musharraf nel 1999 ed esiliato in Arabia Saudita, era riuscito, dopo numerose peripezie, a tornare nel paese e a mettersi a capo della Lega Musulmana del Pakistan, partito con cui progettava di partecipare alle elezioni del prossimo 8 gennaio. Dopo vari incontri con Benazir Bhutto, era nato il progetto di boicottare le prossime elezioni a meno che i giudici deposti da Musharraf in nome dell’emergenza non fossero stati rimessi al loro posto. Il 3 dicembre, la Commissione Elettorale gli aveva vietato di partecipare alle elezioni in considerazione dei suoi precedenti per terrorismo e dirottamento (nel 1999 aveva cercato di impedire all’aereo di Musharraf di atterrare a Karachi). Il 10 dicembre aveva comunicato alla Commissione Elettorale che avrebbe partecipato comunque alle elezioni di gennaio, divieto o non divieto. Ora, dopo la morte della Bhutto, ha nuovamente annunciato il boicottaggio delle elezioni. Un tipo indeciso, non c’è dubbio. Comunque, la sua alleanza con la Bhutto aveva costretto Musharraf a fissare una data per le elezioni e a dimettersi da capo delle forze armate. Ora, con la morte dell’ex “alleata”, è riuscito a sbarazzarsi di un personaggio la cui popolarità e le cui ambizioni rivaleggiavano con le sue. L’opposizione politica potrebbe perfino passare sotto la sua guida. Un personaggio spregiudicato e senza scrupoli, da tenere d’occhio.

    - la solita CIA e il solito Mossad: inutile dire che, fra tutti i possibili sospetti, questi sono i miei preferiti. Dovunque vi sia un’azione mirante a creare caos, divisioni e guerra civile, la mano di questi due onnipresenti moloch è sempre visibile. Una nazione dilaniata dalle lotte intestine (quindi una non-nazione) è molto più facile da tenere sotto controllo di un paese dal potere fortemente accentrato. Soprattutto per ciò che attiene agli armamenti militari (che in Pakistan comprendono, incidentalmente, un certo numero di testate atomiche). Soprattutto se la figura accentratrice rischiava di essere lo stesso capo delle forze armate, quale Musharraf era fino a pochi giorni or sono. Comunque, se i servizi segreti americani e israeliani (con la collaborazione più o meno stretta di quelli pakistani) sperano di creare il caos nel paese, potrebbero anche avere qualche brutta sorpresa. Musharraf, oggi, sa benissimo che il suo destino e il suo potere sono appesi a un filo. Se le esplosioni di rabbia cittadina, gli incendi di auto e veicoli, gli scontri con la polizia sono già iniziati nella giornata di ieri, secondo un copione già visto e rivisto, non è affatto detto che l’attuale presidente tolleri senza reagire il dilagare delle proteste. Musharraf potrebbe sfruttare la situazione per un’ulteriore giro di vite ai diritti civili e per arrestare e perseguire chiunque sia anche solo lontanamente sospettato di avere legami con i fondamentalisti. Se l’intelligence americana e israeliana sperava, con l’assassinio della Bhutto, di dare il colpo di grazia al potere di Musharraf, potrebbe scoprire con rammarico di averlo in realtà rafforzato. Tutto dipende dalle scelte che il presidente pakistano compirà nelle prossime ore. Se permetterà al caos di dilagare indisturbato o se farà troppe concessioni alle forze militari americane, che si stanno già attrezzando per rafforzare la propria presenza nel paese, la prossima pallottola o il prossimo attentato suicida potrebbero essere diretti a lui. Un rischio che la Bhutto aveva messo in conto, ma che Musharraf non sembra affatto disposto a correre.

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    SCALA VERSO LE STELLE

    di Gianluca Freda (27/12/2007 - 18:51)

    Alcune sere fa, discutendo con certi parenti, la discussione è andata a cadere sul mio scetticismo verso le cosiddette “Missioni Apollo”, quelle che avrebbero portato gli astronauti sulla luna. E’ noto come la penso al riguardo: le prove che si trattasse di una messinscena, oltretutto penosa e male organizzata, sono ormai così numerose e così largamente diffuse su internet che non starò certo a ribadirle. A un certo punto della discussione, qualcuno  ha detto con tono ferale: “Neghi perfino una cosa che hai visto con i tuoi stessi occhi”. Questo, ovviamente, ha posto fine al dibattito. Se uno crede che gli uomini vadano sulla luna, che ci vadano con la tecnologia pre-informatica disponibile nel 1969 e che vedere uno spettacolo in TV equivalga a “vedere una cosa con i propri occhi”, non resta molto da dire. Per poter discutere con uno così bisognerebbe ricostruire dalle fondamenta la sua percezione della realtà e io non ho abbastanza tempo a disposizione, né abbastanza pazienza. Comunque mi è venuta la curiosità di andare a rivedere le immagini dell’”allunaggio” del 1969, quelle che “avevo visto con i miei occhi” all’età di 4 anni, quelle in cui un attore da strapazzo in uno studio del Langley Research Center compì un piccolo passo che fece fare un immenso balzo in avanti al dominio della finzione mediatica sulla percezione umana della realtà.

    Il filmato è quello che si vede qui sopra, cortesia di Youtube. Qui sotto, invece, potete vedere alcune foto della stessa missione (Apollo 11) scattate con la famosa Hasselblad, la fotocamera in dotazione ai cosiddetti “astronauti”. Le foto sono tratte dal sito della NASA e possono essere viste, in versione ingrandita, rispettivamente a questo e quest’altro indirizzo.

     


     

     

     

    Vi prego di notare la sottilissima scaletta che permise ad Armstrong di scendere sulla (chiamiamola così) “superficie lunare”. Viene da chiedersi: come mai per accompagnare la discesa degli astronauti su una superficie sconosciuta e ostile venne costruita una scaletta così poco solida? Un qualsiasi scaletto da muratore, acquistato in ferramenta, avrebbe offerto agli omini michelin dell’Apollo 11 un’affidabilità antinfortunistica assai maggiore. La spiegazione della NASA è che sulla luna i corpi umani hanno solo 1/6 del loro peso sulla Terra e dunque la scaletta, per quanto esigua, era più che sufficiente per l’ambiente lunare. E fin qui la spiegazione, per quanto impietosamente rivelatrice della tirchieria della NASA, sarebbe ancora comprensibile. Meno comprensibile è perché i geniali tecnici della NASA abbiano costruito una scaletta che, come si vede dalla foto 2, non raggiunge la base del modulo e non arriva al suolo, costringendo i malcapitati astronauti a compiere un balzo all’indietro nel buio per poter raggiungere il terreno. E’ un piccolo passo per un uomo, ma è anche un discreto balzo per una caviglia e le slogature sono sempre in agguato. Per le prossime missioni lunari, consiglio agli astronauti di non fidarsi troppo dell’ente spaziale americano e di procurarsi il necessario per l’allunaggio al più vicino centro commerciale della OBI. Con poca spesa potranno portarsi sul modulo lunare una solida scaletta telescopica in alluminio che ridurrà al minimo i rischi di storte e lussazioni.

    Però... aspettate un momento!

    Guardate adesso la scaletta che compare nel filmato, il filmato della stessa missione lunare, quello che avevo “visto con i miei occhi”.

     


     

    Questa sì che è una bella scala solida! Dritta come un fuso, con sostegni laterali larghi e affidabili e – quel che più conta – estesa fino a toccare il suolo! Avevo sbagliato a dubitare della NASA. Ora so che hanno utilizzato la scaletta rachitica solo per dare più suspence alle foto, mentre per il filmato del “piccolo passo” ne hanno usata una come dio comanda, in grado di reggere la stazza di un imbianchino calabrese da 120 chili. Ora so che della NASA e dei suoi filmati trasmessi in mondovisione ci si può fidare ciecamente. L’ho visto con i miei occhi.

    (Ringrazio per la dritta Ted Twietmeyer di www.data4science.net)

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    RACCONTO DI NATALE

    di Gianluca Freda (23/12/2007 - 17:42)

    La democrazia è un bordello. Questo pensiero, di sconcertante rudezza e insipienza analitica, è mio malgrado il primo che mi è passato per la testa nell’ascoltare la telefonata di Berlusconi ad Agostino Saccà, il cui contenuto tutti conosceranno ormai a menadito, ma che ripropongo qui sopra (in versione audio) per i pochi a cui fosse sfuggita questa mirabile lezione di realismo politico. Mentre noi filosofi con la testa fra le nuvole ci riempiamo la bocca di Montesquieu e Calamandrei, la politica continua a funzionare secondo i suoi meccanismi di sempre, leggermente meno idealistici delle nostre cattedrali di pensiero, fatte di pura aria. Quando Berlusconi si era pubblicamente vantato di stare tramando per portare dalla sua parte alcuni senatori del centrosinistra, nella mia beata ingenuità avevo immaginato uno scenario da mercato del bestiame. Uno esce di casa la mattina presto, si reca di buon passo al grande mercato di Palazzo Madama, mercanteggia un po’ con i venditori (che coincidono, in questo peculiare settore economico, con la merce da acquistare), si accorda sul prezzo e si porta a casa, legati alla cavezza come animali da tiro, un po’ di senatori da utilizzare nelle faccende agricole. Uno scenario che, pur nella sua ripugnanza morale, lasciava almeno viva l’illusione che fosse il denaro, eterno fabbro delle vicende umane, il composto che lubrificava la macchina dell’attuale regime italiano, come di tanti altri regimi che lo hanno preceduto nei secoli a queste e altre latitudini.

    Peccavo di ottimismo.

    In realtà, come si può ben arguire dalla telefonata intercettata, i senatori italiani non si vendono in cambio del vile (ma familiare) denaro, bensì in cambio di favori e regalìe lavorative alle attricette e veline con cui trascorrono i loro momenti di spensieratezza extraconiugale. Guardate bene la foto qua sotto:

     


     

    questa signora, che la decenza e l’esistenza delle querele mi vietano di definire con i termini che vorrei (l’immagine, del resto, rende superflua ogni ulteriore connotazione), avrebbe potuto essere la vera artefice della caduta dell’attuale governo italiano. La concessione di un posticino in Rai alla sua favorita era il prezzo richiesto da un  senatore italiano per spostare il suo voto da una coalizione politica all’altra. C’è ancora chi si illude che le decisioni politiche e la solidità dei governi dipendano dagli accordi fra le coalizioni e dalla composizione degli interessi sociali da curare. In realtà sono i capricci delle gentildonne come la Manna a decidere della vita e della morte delle legislature. Viene da chiedersi quante delle leggi tributarie, poliziesche e radiotelevisive che ci soffocano siano state approvate (o non approvate) non in virtù degli equilibri di potere su cui fantastichiamo, bensì dell’acquisita o negata concessione di particine marginali in fiction da due soldi all’amante di questo o quel parlamentare. La democrazia è un bordello e le entreneuse sono le vere artefici del nostro destino. Ne volete la prova del nove? Ascoltate bene l’intercettazione. Credevamo tutti che Saccà fosse stato nominato direttore generale della Rai in vista di chissà quale ardito progetto propagandistico, di chissà quale articolato e diabolico programma di gestione dell’informazione in favore del centrodestra. Invece, nello sdilinquirsi piaggesco della conversazione, Saccà rivela che Berlusconi non gli ha mai chiesto favori e che la sua unica funzione alla Rai era quella di fornire “qualche donna per tenere alto il morale del capo”. Saper procacciare carne fresca ai membri della casta: è questa la qualità essenziale che viene richiesta a un direttore generale della Rai nell’epoca della dissoluzione dell’Impero d’Occidente.

    Ancora: nella telefonata Berlusconi insiste perché venga finalmente realizzata la bolsa fiction “Barbarossa”, che Bossi e la Lega sembrano avere molto a cuore. Ma l’impressione è che tanta insistenza non sia dovuta alla volontà di glorificare, a scopo di propaganda politica, le gesta di Alberto da Giussano, che per l’ignorantissimo elettore medio della Lega è – nella migliore delle ipotesi - solo un nome in un contesto storico dai contorni nebbiosi; e che sia dovuta invece all’impellente necessità di mettere a tacere gli strilli di una non meglio precisata “soldatessa” leghista, compagna di letto di chissà quale pezzo grosso del partito. Un postribolo. Un viale periferico gremito di automobilisti infoiati. Questa è la democrazia nella sua evoluzione terminale.

    Ogni regime in declino, nello sfilacciarsi impietoso dei fondamenti morali a cui nessuno crede più, lascia affiorare in superficie la realtà miserabile dei suoi meccanismi interni, come il corpo di un animale morto da tempo lascia prima o poi fuoriuscire gli scarafaggi che continuavano a simularne il movimento.

    Questa è la storia del declino della Francia dell’ancien régime e della donna che ne divenne, senza saperlo, il simbolo mortifero, lo scarafaggio affiorante. La conosciamo come Madame du Barry, le attribuiamo spesso il titolo di contessa, ma in realtà era solo una povera donna del popolo. Il suo vero nome era Marie-Jeanne Béçu de Cantigny, detta “Ange”, l’Angelo, come era conosciuta nei lussuosi bordelli di Parigi.

     

    Era nata a Vancouleurs il 19 agosto 1743 da un frate francescano e da una popolana. Aveva ricevuto un’educazione sommaria nel convento di Saint-Aure a Parigi. Dopo i quindici anni, aveva vissuto in casa della madre, che contava sulla generosità degli amanti occasionali per garantire la sopravvivenza propria e della figlia. Aveva fatto la domestica, la commessa in un negozio di moda, la parrucchiera, si era concessa ad amanti innumerevoli molto prima di entrare a corte. Alta, avvenente, con una capigliatura di riccioli biondi che la rendeva irresistibile, sapeva vendersi con una grazia e una passione che le trucide veline sgambettanti e sboccate dell’avanspettacolo odierno si sognano di notte.  La svolta nella sua vita avvenne grazie all’incontro con Jean Baptiste du Barry, avventuriero e sedicente “conte”, che la avviò alla prostituzione d’alto livello. Jeanne aveva solo 19 anni. Du Barry era soprannominato "Le Roué", con riferimento al supplizio della ruota, riservato ai peggiori farabutti. Fra i clienti fissi che du Barry assegnò a Jeanne c’era il duca di Richelieu, che divenne intimo della ragazza, fermandosi spesso a cenare da lei.

    Nel 1768 du Barry e la Béçu progettarono il grande colpo: adescare il Re di Francia, Luigi XV, e sostituire nelle sue grazie la potentissima Madame Pompadour, da poco scomparsa. Il piano fu studiato nei minimi particolari. Con l’aiuto di Sieur le Bel, uomo di fiducia della corte francese, venne organizzato un incontro erotico tra Jeanne e il sovrano. Anche nel Settecento c’erano funzionari che si occupavano di tenere alto il morale del capo.

    Jeanne, che negli anni aveva affinato le proprie tecniche di adescamento fino a trasformarle in una scienza esatta, seppe sfruttare l’occasione in modo mirabile. Il Re, che versava in un terribile stato di depressione, avendo perduto in breve tempo non solo l’amata Pompadour, ma anche sua moglie e suo figlio, uscì dall’incontro con Jeanne come rinato e la volle subito con sé a corte. Re Luigi, a differenza degli odierni politici da lupanare, non aveva mai conosciuto le arti vivificanti di una prostituta professionista. Le sue amanti erano sempre state gelide donne della nobiltà o cortigiane impaurite e obbedienti, senza iniziativa né passione. La relazione che nacque tra lui e la Béçu fu dirompente. Lo fu non solo per la vita del sovrano, ma per la stessa aura di sacralità che ancora circondava il Re nell’immaginario del popolo francese. La relazione del Re con una prostituta dei bassifondi parigini, durante il periodo in cui avrebbe dovuto rispettare il lutto per la morte della Regina, fu il colpo di grazia per una monarchia già da tempo detestata per i suoi eccessi, per le sue guerre, per la distanza sprezzante dai problemi della nazione francese e della sua gente. A poco servirono gli espedienti del sovrano, che diede in sposa Mademoiselle L’Ange a Guillaume du Barry (un grasso e sudicio fannullone, perennemente ubriaco, fratello di Jean Baptiste) per procurarle il titolo di contessa che le avrebbe fornito il diritto di restare a corte. Il gioco era scoperto, ogni fiducia della gente di Francia nel sistema monarchico e nella sua dignità morale crollava in pezzi, nel completo disinteresse della classe nobiliare e di un Re divenuto una marionetta nelle mani di una prostituta e del suo scaltro lenone. Il decomporsi della fiducia nella monarchia in una nazione già oberata dai debiti di guerra fu una catastrofe istituzionale che andò ad aggiungersi all’incombente precipizio economico. Madame du Barry divenne in breve tempo l’unica vera regina di un paese scopertosi all’improvviso un bordello di cui la casta nobiliare poteva disporre a piacimento. Il suo bordello personale. Sieur Le Bel, che aveva compreso l’impatto devastante dello scandalo creato con la sua complicità sui destini della nazione francese, morì divorato dal rimorso poco tempo dopo. Alcuni dicono che fu avvelenato per impedirgli di rivelare tutti i dettagli che conosceva.   

    Si parla spesso dei contrasti scoppiati a corte tra la futura regina Maria Antonietta e la contessa du Barry, descritta come una feroce e viziosa donna di potere. Non è vero. La du Barry, anche dopo che fu diventata la donna più potente di Francia, mantenne sempre un atteggiamento umile, non solo nei confronti della nobiltà di corte, ma perfino verso la servitù. Non possedeva neppure lontanamente il senso dell’intrigo che la sua posizione avrebbe richiesto. Era totalmente priva di quella capacità di pianificazione così comune fra le cortigiane (o tra le odierne aspiranti alle glorie della fiction), che serve loro a proteggersi dagli attacchi degli uomini. Non possedeva egoismo né ambizione. Nonostante tutto, mantenne sempre la semplicità genuina di una donna del popolo, di una Cenerentola portata a corte che non smette di ringraziare la sorte della propria fortuna. Nei confronti di Maria Antonietta mostrò sempre rispetto e perfino una sorta di ammirata venerazione.

    Ma la futura regina di Francia, che era assai meno sciocca di come i libri di storia la descrivano, sapeva bene che cos’era la du Barry. Era un segno della fine: il marcio e la lussuria del potere improvvisamente svelate, l’insetto che fuoriesce dalla bocca di un corpo creduto vivo rivelando ai presenti l’orribile verità.

    Fu per questo che, una volta diventata regina (dopo che Luigi XV era morto di vaiolo, contratto per via sessuale da una delle donne di popolo che i suoi funzionari continuavano regolarmente a reperirgli), fece immediatamente allontanare la contessa du Barry dalla corte di Versailles, ordinando che venisse confinata in una cella del monastero di Pont aux Dames. Come se allontanare lo scarafaggio rivelatore potesse servire a ridar vita a un cadavere. Finita in una squallida prigione, la du Barry non cessò mai di manifestare la propria gratitudine e il proprio rispetto per la corte di Francia e per Maria Antonietta, verso la quale non serbò mai alcun rancore. Grazie all’interessamento del principe di Ligne, riuscì ad ottenere da Maria Antonietta la libertà e potè entrare in possesso del castello di Louveciennes, dono del defunto Re di Francia di cui era stata la favorita. Aveva trentatrè anni, era ancora bellissima, ma non volle mai cercarsi un marito. Divenne una donna di grande cultura, animatrice di un circolo culturale che si rifaceva alle idee di Rousseau. Per uno dei paradossi della storia, la donna che aveva reso visibile al mondo la putrefazione della classe dominante era diventata la persona che avrebbe forse potuto innovarla dall’interno, impedendole di crollare sotto il peso della propria stessa corruzione. Ma era troppo tardi. La rivoluzione, non più frenata dall’illusione della sacralità regale, era alle porte. Quando iniziarono gli arresti e gran parte dei nobili furono costretti all’esilio, la du Barry offrì aiuto e rifugio a molti di loro nel proprio castello.

    Non mancò di ribadire il proprio sostegno a Maria Antonietta e alla monarchia francese, dichiarandosi disponibile a prestare aiuto in qualunque modo. Nel 1791 venne diffusa la notizia che gran parte dei suoi gioielli erano stati rubati e che, per questo motivo, la contessa era costretta a recarsi spesso a Londra per seguire le tracce degli autori del furto. In realtà, come molti sospettavano, la du Barry stava vendendo a poco a poco tutti i propri oggetti preziosi in Inghilterra per fornire aiuto finanziario ai fuoriusciti francesi. Il nuovo governo rivoluzionario, insospettito dall’andirivieni, la fece arrestare l’8 dicembre del 1793. Lo stesso giorno, la contessa venne ghigliottinata in Place de la Concorde. Aveva cinquant’anni, trenta dei quali trascorsi a prostituirsi alla casta dominante, tra i bordelli di Parigi e quelli di Versailles. Non morì di malattia o di botte, come sarebbe stato lecito aspettarsi, ma di coraggio e di consapevolezza politica. Quella consapevolezza che nasce dalla riflessione sulle esperienze vissute, che trasforma le umiliazioni accumulate in pensiero e in azione. Il popolo urlò di gioia vedendo rotolare nel cesto la testa sanguinante della Messalina, della troia di Versailles, della puttana del Re. Il popolo non perdona chi lo disillude, rivelando il marciume del potere a cui la sua stessa credulità ha offerto una patina di improbabile onorevolezza.

    E’ Natale.

    A Evelina Manna, Elena Russo e a tutte le donne che hanno tenuto alto il morale dei capi, svelando ciò che si celava sotto la patina onorevole di ciò che chiamavamo democrazia, vadano i miei migliori auguri di Buone Feste e di un futuro radioso.    

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    LE VERITA' NASCOSTE

    di Gianluca Freda (21/12/2007 - 23:55)

    La sera del 10 ottobre del 2006, gruppi armati della resistenza irakena colpivano la base americana di Camp Falcon, la più grande base americana in Iraq, 13 chilometri a sud della Zona Verde di Baghdad. La base venne rasa completamente al suolo, con un’immensa esplosione di cui avevo a suo tempo presentato il filmato (lo ripropongo qui sopra). Al momento dell’attacco, nella base si trovavano circa tremila persone, quasi tutte di nazionalità americana, tra soldati, ufficiali e personale addetto a varie mansioni. Gli incendi generati dall’esplosione continuarono a divampare per giorni e giorni. Le autorità del Ministero della Difesa americano si affrettarono a dichiarare che non c’erano state vittime, che nella base c’erano solo un centinaio di persone (a sorvegliare equipaggiamento militare del valore di miliardi e miliardi di dollari!) e che si erano registrati solo un paio di feriti lievi.

    La verità, come non è difficile immaginare, è molto diversa.

    Nell’attacco alla base Falcon la macchina militare americana perse buona parte del suo equipaggiamento militare e dei suoi veicoli da trasporto, fra i quali sei elicotteri Apache e un numero imprecisato di Humvee (le jeep blindate dell’esercito). E’ anche per questo che la situazione irakena è oggi completamente fuori controllo e che le notizie (non ufficiali) che vengono dalla Zona Verde parlano di “conquistatori” assediati nel loro stesso fortilizio, quotidianamente bersagliati da colpi d’artiglieria ai quali non hanno alcuna possibilità di reagire. Contrariamente alle ridicole affermazioni delle autorità americane, il giorno successivo all’esplosione si contarono almeno 319 vittime dell’attacco, anche se il numero effettivo delle perdite non è mai stato reso noto. A questo indirizzo potete trovare un elenco delle vittime accertate (certamente molto inferiori alla cifra reale).  La lista è stata redatta grazie ai registri dell’ospedale militare americano di al-Habbaniyah, che si trova 70 km. a ovest di Baghdad. Il personale dell’ospedale riferì di aver iniziato a ricevere personale militare americano deceduto o ferito nelle ore immediatamente successive all’esplosione. I giornali americani e occidentali si sono guardati bene dal dare risalto a questa vicenda, che è di fatto passata quasi totalmente sotto silenzio. Alcune foto satellitari dei resti della base (che già a suo tempo avevo pubblicato) vennero diffuse dall’agenzia russa Novosti Press. Si trovano con una semplice ricerca su internet e danno un’idea abbastanza precisa del disastro. Di questa catastrofe militare americana il cittadino occidentale che non possieda una connessione internet e non sia abituato a procurarsi l’informazione dalle fonti alternative (solitamente in lingua inglese) non ha avuto alcuna notizia. Se si pensa che le truppe americane vennero ritirate dalla Somalia in seguito all’abbattimento di un solo elicottero BlackHawk, non è difficile immaginare quali sarebbero potuti essere gli effetti sulla presenza militare americana in Medio Oriente se la notizia di questo macello fosse arrivata all’opinione pubblica. Fortunatamente (per il Pentagono) i media hanno compiuto ancora una volta il loro dovere, che è quello di nascondere e manipolare le notizie vere e scomode, sostituendole con tonnellate di scemenze senza importanza che mantengono distratto l’uomo della strada, sostituendo la realtà con un universo virtuale in cui il citrullo disinformato può bearsi e continuare a compiere il suo dovere di schiavo-consumatore.

    Il disastro della Base Falcon spiega anche alcuni “strani” sviluppi della politica americana dell’ultimo anno, per esempio le inspiegabili “dimissioni” di Donald Rumsfeld. E’ vero che Rumsfeld aveva gestito la guerra in Iraq nel peggiore dei modi, che era un inetto sanguinario e ignorante, che la sua presenza nell’amministrazione americana rischiava di offrire all’opposizione democratica un facile strumento propagandistico per guadagnare consensi alle elezioni. Ma la presenza di personaggi squallidi e incapaci nell’amministrazione USA non era certo limitata a Rumsfeld e ciò non è mai stato fonte di preoccupazione per il potere d’oltreoceano. Senza contare che Rumsfeld, per quanto indegno, avrebbe saputo difendersi benissimo da qualunque accusa con la stessa faccia di bronzo che lui e i suoi compagni di massacri avevano mostrato in altre occasioni. Il vero motivo delle dimissioni di Rumsfeld fu probabilmente quello di offrire ai generali americani, già infuriati per l’incapacità del governo USA, un capro espiatorio per il disastro di Camp Falcon. Disastro ignoto al lettore citrullo del New York Times o del Corriere della Sera, ma fin troppo conosciuto dagli alti ufficiali dell’esercito, umiliati e sconfitti dal tragico mix di incapacità dei vertici politici e di abilità strategica della troppo sottovalutata resistenza irakena.

    Qui sotto traduco la testimonianza che la solita fonte interna alla Green Zone (che pubblica regolarmente i propri reportage nella rubrica Green Zone Folies, presso www.tbrnews.org ) diede a suo tempo dell’esplosione di Camp Falcon, a cui ebbe modo di assistere dal palco d’onore della sua postazione sita a pochi chilometri di distanza.

                                                                            *  *  *

    “Baghdad, 12 ottobre 2006,

    Martedì scorso ero nella mia stanza a scrivere una lettera a un amico. Sapevo che sarebbe stata censurata, perciò cercavo di essere il meno preciso possibile riguardo le condizioni in cui si vive quaggiù.

    Intorno alle 23.00 ci fu un’immensa esplosione a sud della Zona Verde, seguita, a intervalli, da altre esplosioni molto forti, che furono in totale circa trenta o quaranta e andarono avanti per tutta la notte. Salii sul tetto e vidi una grande fontana di fiamme, ondate di fumo e detriti incandescenti che schizzavano in aria come fuochi d’artificio del quattro di luglio.

    Il personale correva per tutto l’edificio, con gli occhi sbarrati dal terrore, domandandosi se la nostra base sarebbe stata colpita subito dopo. Normalmente, sentire esplosioni lontane che provengono da varie zone di Baghdad è per noi routine quotidiana. Succede ogni volta che un nuovo convoglio salta in aria a causa delle bombe degli insorti. Ma questa volta il rumore fu molto più forte e durò molto più a lungo di qualunque altra cosa che avessi mai udito.

    Fu impossibile dormire con tutte quelle esplosioni e al mattino mi feci la barba e andai nel mio ufficio. Tra parentesi: sono fortunato ad avere una stanza le cui finestre non siano rivolte verso Baghdad. Gli insorti hanno fucili da cecchino, di solito americani, calibro 50, situati in edifici da cui si può controllare la zona da lontano; più di una volta, membri del personale che si stavano radendo davanti alla finestra del bagno si sono ritrovati col cervello spiaccicato sui muri dopo che il cecchino li aveva presi di mira. Il suono degli spari arriva dopo e mai, neppure una volta, gli uomini della nostra sicurezza sono riusciti a individuare le postazioni dei cecchini.

    In ufficio ho appreso che la Base Falcon di Operazioni Avanzate, una delle belle idee dei nostri ufficiali anziani con la testa nelle nuvole per piazzare postazioni fortificate in vari luoghi (come ad as-Saqr, capitale della provincia di Al Anbaar), era stata colpita da un’azione nemica, si era incendiata ed era poi improvvisamente esplosa a causa del surriscaldarsi delle tonnellate di munizioni in essa immagazzinate.

    Camp Falcon si trova a Sukkaniya, nel quartiere meridionale di Baghdad chiamato ad-Durah. La “Base Falcon di Operazioni Avanzate” era la più recente e la più altamente fortificata delle nostre postazioni.

    C’era il forte rischio che attentatori suicidi di Ramadi cercassero di attaccare la Falcon con veicoli carichi di esplosivo, perciò intorno alla base erano state disposte pesanti barriere di cemento, studiate proprio per prevenire simili attacchi. Ciò non ha scoraggiato i membri della Resistenza, che hanno sparato contro la Falcon lo stesso tipo di proiettili di mortaio che sparano in continuazione contro il cosiddetto “super sicuro” quartier generale della Zona Verde. La Falcon era anche il più grande arsenale di armi del Quartier Generale Americano a sud di Baghdad ed era dunque un bersaglio molto appetibile. In quest’occasione, come abbiamo poi sentito dire (ma gli ufficiali negano!), la Resistenza ha usato razzi Grad e Katyusha invece dei soliti proiettili di mortaio e i risultati sono stati immediati, duraturi e assolutamente devastanti.

    L’installazione è ora ricolma