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IN CERCA DI FUNGHI

by Gianluca Freda (26/11/2007 - 20:33)


Harry Brunsner Report
tratto da TBRnews.org
Traduzione di Gianluca Freda
 

Nota dell’editore: Mr. Brunsner è un’eccellente fonte di alto livello, interna all’intelligence che fornisce servizi informativi sulla situazione all’estero.

La situazione in Pakistan al 21 novembre 2007 è pressappoco la seguente: deciso ad aggrapparsi al potere ad ogni costo, soprattutto per l’accesso che esso garantisce a donazioni di denaro contante illimitate e senza controlli da parte degli Stati uniti, il generale Pervez Musharraf  rifiuta di recedere dalla draconiana proclamazione della legge marziale in Pakistan. Le minacce e le richieste di Washington hanno generato soltanto la vaga promessa di “future elezioni”, ma da parte di Musharraf non vi è stata alcuna azione rivolta a chiarire ciò che appare come un problema molto serio. I fondamentalisti islamici al confine con l’Afghanistan diventano ogni giorno più forti e mentre l’esercito pakistano è impegnato a fronteggiare le proteste interne essi stanno avanzando verso territori un tempo considerati saldamente nelle mani delle forze armate. La rabbia dell’opinione pubblica per le restrizioni della libertà diventa un problema insignificante dinanzi alla situazione, oltremodo critica, dell’arsenale nucleare pakistano. In effetti, la crisi nazionale sta celando quello che è il problema più critico: nessuno nel settore che si occupa della sicurezza americana sembra avere considerato la possibilità che qualcuno, provvisto di accesso ai “core” delle testate nucleari, possa squagliarsela con due o tre di essi, rimpiazzandoli con sfere delle stesse dimensioni fabbricate con uranio impoverito, materiale di cui gli USA hanno utilizzato centinaia di tonnellate come munizioni di calibro 50 e proiettili anticarro, sia in Iraq che in Kosovo. Le munizioni all’uranio impoverito sono considerate “innocue” dagli USA e i controlli su di esse sono estremamente generici. Chiunque abbia delle conoscenze in ambiente militare potrebbe riuscire con facilità ad ottenere centinaia di libbre di questo materiale, sotto forma di munizioni all’uranio impoverito, e rimodellarlo in sfere metalliche che riproducano perfettamente, nell’aspetto, nelle dimensioni e nel peso, i veri “core” atomici. Resterebbe solo da sostituire le sfere di uranio impoverito a quelle di uranio altamente arricchito (HEU) durante le ispezioni e i procedimenti di controllo.  Non conosciamo le procedure di supervisione pakistane, che sono certamente strettamente segrete, ma è sicuro che tali ispezioni vengono eseguite regolarmente, molto probabilmente da due o forse tre persone, e rappresentano una comoda opportunità per eseguire la sostituzione quando il collega è distratto o è girato dall’altra parte. Se le ispezioni consistessero in una semplice conta numerica, e non includessero un test con i contatori geiger (il che è improbabile, eccettuati controlli occasionali per assicurarsi che i “core” non si siano deteriorati) la sostituzione potrebbe non venire notata per anni.

Questo scenario dovrebbe scatenare un pandemonio se qualcuno affermasse pubblicamente che una cosa del genere è già avvenuta. Non solo potrebbe essere facilmente accaduta in Pakistan, ma in qualsiasi parte del mondo in cui siano conservati dei “core” per testate nucleari. Ogni installazione nucleare dovrebbe rimboccarsi le maniche e controllare le migliaia di “core” esistenti in magazzino. Tuttavia, poiché il Pakistan pullula di folli islamici, che hanno nelle propria fila anche alcuni scienziati, l’idea che una cosa del genere possa avvenire laggiù è ancor più terrificante.

Detto tutto questo, sappiamo, in base ad informazioni molto attendibili, che almeno sei core nucleari sono stati trafugati e sostituiti con dei falsi. Questo è avvenuto negli ultimi due mesi e mezzo. Benché si sappia che il furto è avvenuto, nessuno sa chi lo abbia compiuto (anche se dev’essere stato portato a termine con collaborazioni militari ad alto livello) e nessuno sa che cosa i ladri intendano fare col materiale trafugato. Le nostre fonti sostengono che, in una scala da uno a dieci, nove indica la probabilità di un attacco contro l’India, probabilmente nell’enorme mercato di Delhi. Naturalmente non possiamo avvertire l’India di questa situazione, perché, se intraprendessimo un’operazione militare contro il Pakistan, che in questo momento è in seria considerazione, l’India ci servirebbe come base d’appoggio. Per questo motivo, abbiamo detto all’India (mentendo) di avere sotto custodia tutte le armi atomiche. Ciò che non abbiamo detto è che sei “core” sono stati trafugati e non abbiamo idea di dove si trovino, di chi li abbia presi o di che cosa si abbia intenzione di farne. Poiché nell’azione dovrebbe essere coinvolto personale militare pakistano di alto livello, la cui copertura è molto forte e continuamente aggiornata, non siamo stati in grado di penetrare i loro sistemi di sicurezza. Ostentare amicizia è la parola d’ordine, ma la realtà è che si sta tramando nell’ombra.

                                                                           *  *  *

Nota di Gianluca Freda: ho tradotto e pubblicato questa notizia non tanto perché la reputi credibile, ma perché la trovo preoccupante per motivi diversi da quelli esposti. Terroristi islamici che trafugano core nucleari? Mi sembra un po’ improbabile. E’ più facile che siano i soliti servizi segreti israelo-americani a compiere o semplicemente a inscenare il furto per poi realizzare un attentato atomico false flag in qualche ridente cittadina, scaricando la colpa sulla solita Al Qaeda. Articoli come questo potrebbero far parte della messinscena, anticipando la responsabilità dei “terroristi islamici” prima di andare in onda con i fuochi d’artificio. A questo proposito consiglio di rileggere questo vecchio articolo di Maurizio Blondet, in cui si dava notizia di un incredibile furto avvenuto nella centrale atomica di Pelindaba, in Sudafrica. Blondet faceva notare il fatto che a questo avvenimento così clamoroso, non era stato dato risalto sulla stampa di nessun paese. “Questo tipo di copertura degli aggressori”, scriveva Blondet, “avviene, a memoria di chi scrive, solo in casi specialissimi: quando gli aggressori sono la Vittima, la Vittima per eccellenza: ricordate l’Itavia, ad esempio. Il che non è poi tanto strano, se si pensa ai lunghi e proficui rapporti che in fatto di armamenti hanno unito per decenni il Sudafrica e quel piccolo Paese mediterraneo costantemente minacciato”. In caso di attentati atomici, prima di iniziare a strillare come invasati contro il nuovo (o il vecchio) Bin Laden, vediamo di tenerlo presente.

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COME MUORE UN ITALIANO

by Gianluca Freda (24/11/2007 - 02:00)


L’Italia è quel felice paese nel quale se il dito indica la luna, solo lo stolto guarda la luna. L’uomo saggio tiene gli occhi ben puntati sul dito, per scongiurare il rischio di trovarselo infilato dove non desidera mentre è intento a contemplare il firmamento. Così, di fronte alla notizia dell’attesa rivolta dei giornalisti RAI, infuriati per l’imprevedibile rivelazione che la loro azienda non fa né servizio pubblico né informazione, ma solo vassallaggio ai ceti politici (berlusconiani e non) che emergono via via dai liquami della politica, è opportuno trattenere l’istintiva tentazione di stappare lo spumante al grido di “era ora!” e cercare invece di capire quale ennesima fregatura si stia tramando ai nostri danni.

Il fatto è che Repubblica, organo di stampa del Partito Unico dei Vassalli del Nuovo Ordine Mondiale, ha fatto una scoperta incredibile. Pensate: RAI e Mediaset non si facevano concorrenza, come noi tutti credevamo, ma intrallazzavano fra loro, attraverso uomini di fiducia del biscione prestati all’azienda di Stato, per offrire ai teleutenti un prodotto uniforme e in linea con la volontà politica del guitto di passaggio a Palazzo Chigi (Berlusconi, nel caso in esame). Roba da non crederci! Chi l’avrebbe mai detto?

In verità l’avrebbe detto – e infatti l’ha detto – un sacco di gente negli ultimi tredici anni. Per tacere dell’umillimo sottoscritto, parliamo di Gianni Minà, uno che alla RAI aveva lavorato una vita prima di essere defenestrato dal cambio di regime che sconvolse l’Italia all’inizio degli anni ’90. In questo suo vecchio articolo, risalente all’inizio del 2002, Minà fa nomi e cognomi degli uomini Mediaset insediati da Berlusconi nel servizio pubblico all’epoca del suo primo governo e poi tenuti al loro posto anche dai successivi governi dell’Ulivo; segno che fare concorrenza a Mediaset e contrastare Berlusconi non era esattamente una priorità né per la RAI né per gli esecutivi di centrosinistra succedutisi tra il 1996 e il 2001. Repubblica, naturalmente, si guarda bene dal domandarsene il perché. Cito qualche passo dall’articolo:

“Si è arrivati al punto, ad un certo momento, durante il consiglio d'amministrazione presieduto da Zaccaria, di assumere un manager della Fininvest (il dottor Brugola) alla direzione della divisione che amministra Rai 1 e Rai 2 e di mettere in mano della sua assistente, dottoressa Maria Teresa Corvini, tutto l'ufficio casting dell'azienda. Qualunque autore o conduttore di trasmissione doveva passare da lei per avere gli ospiti. La Rai, che aveva proposto fino a qualche tempo prima un modello di funzionario (magari grigio, ma spesso competente), e un modello di artisti o di comunicatori di sicura capacità, ha visto mettere a quel punto da parte i suoi uomini a vantaggio di producer e animatori da villaggio turistico provenienti nella migliore delle ipotesi dalle agenzie di pubblicità. E non solo: ha visto arrivare come protagonisti o ospiti in tutti i programmi gli autori, i presentatori, i comici, i figuranti e le starlet di Mediaset, insomma il personale "in soprannumero" alla televisione commerciale.”.   

“Ed allora i fatti mi dicono che, per esempio, durante gli ultimi governi di centro sinistra il direttore di Rai 1, la rete ammiraglia del servizio pubblico radio televisivo era Agostino Saccà, eletto pochi giorni fa direttore generale della nuova Rai del Polo. E poi uno degli assistenti più importanti del direttore generale Celli era l'avvocato Comanducci (attuale direttore amministrativo della divisione che sovrintende a Rai 1 e Rai 2), che durante la presidenza di Letizia Moratti divideva proprio con Saccà l'incarico di curare la segreteria dell'attuale ministro della pubblica istruzione che io, pateticamente, cercavo di incontrare per chiedere ragione della mia esclusione. Ed ancora Clemente Mimun è stato ed è il direttore del Tg2. Per meriti indiscutibili, certo, ma così come le mie, anche le sue idee sono note a tutti. Così come quelle di Vespa, al quale il centro sinistra ha assicurato, fino all'apparizione di "Chiambretti c'è", un programma "protetto", cioè che non doveva avere concorrenza nelle altre reti Rai”.

In pratica, Repubblica ha scoperto l’acqua calda con tredici anni di ritardo e per scoprirla ha dovuto pure ricorrere alle immancabili intercettazioni telefoniche. Intercettazioni che rappresentano la materia prima di tutte le sue umide e tardive scoperte, senza che nessuno si domandi da dove provenga e da cosa sia giustificato questo rapporto privilegiato del noto organo di partito con il Grande Orecchio che origlia e registra ogni nostra conversazione telefonica, mettendola poi da parte per future evenienze e futuri scoop.

L’articolo di Minà sorvola su una questione che il lettore attento riuscirà comunque a leggere tra le righe. E cioè: per quale motivo i governi di centrosinistra non hanno epurato, e anzi hanno in ogni modo favorito, l’avvento di infiltrati del loro presunto “nemico politico” nelle fila della TV di Stato? La domanda ha una semplicissima risposta, a patto che si smetta di guardare la situazione dell’informazione italiana immaginando inesistenti rivalità politiche e conflitti ideologici di cui non c’è traccia. Il fatto è che nella prima metà degli anni ’90 la TV italiana ha subito un processo radicale di omologazione, imbarbarimento e collasso di libertà d’espressione che è servito ad attuare la completa decerebrazione dell’opinione pubblica. Questa decerebrazione era necessaria per preparare il terreno alla perdita di sovranità del nostro paese a vantaggio di poteri sovranazionali (e di tutti i disastri che ne sono seguiti) eliminando il rischio che opinionisti incontrollabili mettessero a repentaglio l’intera operazione. In questo processo di omologazione, l’infiltrazione di dirigenti Mediaset in una televisione pubblica lottizzata, sì, dai tanti partiti, ma proprio per questo connotata da un suo peculiare “pluralismo”, capitava a fagiolo. Personaggi come il dottor Brugola e la Maria Teresa Corvini, di cui parla Minà, sono serviti ad appiattire sugli immondi standard dei network americani – che hanno avuto nelle reti Mediaset il loro “cavallo di Troia” per la penetrazione all’interno del nostro paese – una TV di Stato che, con tutti i suoi limiti, rappresentava pur sempre una preoccupante anomalia nell’uniformità monolitica dell’informazione e della percezione della realtà di cui ogni regime ha bisogno. Gli uomini Mediaset hanno imposto alla RAI la loro insipida ricetta americana: telegiornali fatti di cronaca rosa e nera, calcio, canzonette, dichiarazioni insulse di politici insulsi su questioni insulse; devastazione della capacità di parola e di pensiero della maggioranza della popolazione ottenuta con trasmissioni di uno squallore e di una degradazione umana indescrivibili; asservimento agli investimenti degli sponsor pubblicitari, che rendono facilmente ricattabile qualunque direttore che si metta in testa di discostarsi dall’ortodossia; terrore  diffuso a piene mani con trasmissioni che mettono senza tregua sotto i riflettori stragi, omicidi, sordidi eventi di cronaca nera, incerte e remote azioni di un incerto e remoto “terrorismo”. Si diffonde volutamente la paura nell’opinione pubblica, perché la paura rende immobili, giustifica la soppressione dei diritti, nasconde gli enormi problemi di una nazione e dei suoi cittadini dietro il ruggito di qualche mostriciattolo raccattato dove capita o inventato di sana pianta.

Questa “reductio ad unum” della molteplicità dell’intrattenimento e dell’informazione è stata attuata grazie al trapianto di cellule berlusconiane infette (gli uomini Mediaset, portatori non sani di omologazione culturale) in un corpo “sano” (quello della TV di Stato, che aveva svenduto ai partiti il proprio onore, ma non il proprio carattere peculiare). E grazie anche alla complicità del centrosinistra, a cui i poteri d’oltreoceano hanno garantito la titolarità vitalizia del feudo italiano a condizione che eseguissero senza fiatare i progetti di devastazione economica, territoriale e culturale imposti dall’imperatore. Se Prodi, D’Alema, Ciampi, Amato non hanno mosso un dito per fermare l’invasione berlusconiana della RAI, è solo perché l’invasione era parte del contratto che avevano firmato con chi li aveva trasformati da reietti di un comunismo in rovina in padroni assoluti di un feudo da depredare a piacimento. Berlusconi, sciocco, avido, incolto e incapace di comprendere qualunque programma che esuli dalla mera acquisizione di ricchezze e potere personali, si è prestato inconsapevolmente alla realizzazione dello schema, senza vederne i contorni né curarsene. Ogni rivolta dei giornalisti RAI che prescinda da questo scenario, limitandosi a scandalizzarsi della riprova di cose già risapute, è puro teatro e desiderio di vendetta privata.

Ora che l’opera di appiattimento culturale è compiuta, Berlusconi non serve più. Il segnale per il suo linciaggio è stato dato. I suoi ex alleati lo hanno sconfessato e maledetto. Il centrosinistra ha avuto il via libera per liberarsi di ciò che resta di lui. Repubblica ha dato la stura all’ennesima “rivelazione” di ciò che era già stato rivelato da un pezzo, montando il caso sul suo mezzo chilo di cartaccia giornaliero. I giornalisti della RAI e le loro futili e tardive proteste servono, se dotati della giusta cassa da risonanza, ad amplificare le grida che sono il segnale convenuto di ogni linciaggio di buon livello.  Gli ultimi spasmi d’agonia dell’uomo di Arcore, con il suo Partito del Popolo fondato in mezz’ora con la forza della disperazione, sono imbarazzanti e orribili a vedersi. Sotto il lampione che attende di sostenere il peso dondolante della sua carcassa, Montezemolo e i suoi armigeri sono già in posizione per colmare il grande vuoto. Il circo berlusconiano, ignobile e repellente quanto si vuole, sta per essere sostituito da un grande centro senza colore che sarà il completamento della macchina normalizzante progettata quindici anni fa, alla cui realizzazione Berlusconi ha fornito un immenso contributo e sotto i cui cingoli sta per restare schiacciato. Sarà un centro senza niente intorno, senza estremità da cui distinguersi, che prenderà il posto dei frizzi e dei lazzi dell’ultimo pagliaccio che abbia trovato asilo nella politica italiana. Se pensate che niente al mondo possa essere peggio di una politica dominata da un pagliaccio, allora non siete mai stati in un cimitero.

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TIME OUT

by Gianluca Freda (23/11/2007 - 18:58)


NOTIZIE FLASH: FORSE IL TEMPO NON ESISTE
(per non parlare della sua direzione)

di Tim Folger
dal sito discovermagazine.com
Traduzione di Gianluca Freda
 

Nessuno tiene conto del tempo meglio di Ferenc Krausz. Nel suo laboratorio dell’Istituto Max Planck di Ottica Quantica, a Garching, in Germania, egli ha cronometrato il più piccolo intervallo di tempo mai osservato. Krausz utilizza pulsazioni di laser ultravioletto per cronometrare i salti quantici, assurdamente brevi, degli elettroni all’interno degli atomi. Gli eventi che è riuscito ad osservare durano all’incirca 100 attosecondi, cioè 100 quintilionesimi di secondo. Per mettere la cosa in prospettiva, 100 attosecondi stanno a un secondo come un secondo sta a 300 milioni di anni.

Ma perfino Krausz si trova ben lontano dalla frontiera del tempo. Esiste un regno temporale noto come “Scala di Planck” in cui anche gli attosecondi si trascinano come fossero eoni. Esso segna il limite della fisica conosciuta, una regione in cui distanze e intervalli sono così brevi che gli stessi concetti di spazio e tempo iniziano a dissolversi. Il tempo di Planck – la più piccola unità di tempo che possieda ancora un significato fisico – è pari a 10-43 secondi, meno di un trilionesimo di trilionesimo di attosecondo. E dopo? Tempus incognito. Almeno per ora.

I tentativi di comprendere il tempo al di sotto della Scala di Planck hanno portato ad una svolta di crescente bizzarria nel campo degli studi di fisica. Il problema, in breve, è che forse il tempo non esiste al livello fondamentale della realtà fisica. Ma se è così, allora che cos’è il tempo? E perché esso è così palesemente e tirannicamente onnipresente nella nostra esperienza? “Il significato di tempo è diventato tremendamente controverso nella fisica contemporanea”, spiega Simon Saunders, docente di filosofia della fisica all’Università di Oxford. “La situazione è così sgradevole che la miglior cosa da fare è quella di proclamarsi agnostici”.

I problemi col tempo iniziarono un secolo fa, quando le teorie einsteiniane della relatività speciale e generale demolirono l’idea del tempo come costante universale. Una delle conseguenze è che passato, presente e futuro non sono entità assolute. Le teorie di Einstein crearono anche una spaccatura nel mondo della fisica, poiché le norme della relatività generale (che descrivono la gravità e la struttura macroscopica del cosmo) sembrano incompatibili con quelle della fisica quantistica (che governa il reame del microscopico). Circa quattro decenni fa, il noto fisico John Wheeler, che all’epoca insegnava a Princeton, e il vecchio Bryce DeWitt, allora all’Università del North Carolina, elaborarono una straordinaria equazione che offre una possibile cornice per unificare relatività e fisica quantistica. Ma l’equazione di Wheeler-DeWitt è sempre stata controversa, anche perché infligge un altro e ancor più beffardo colpo alla nostra comprensione del tempo.

“Nell’equazione di Wheeler-DeWitt il tempo, semplicemente, scompare”, dice Carlo Rovelli, fisico dell’Università del Mediterraneo a Marsiglia, in Francia. “E’ un problema che ha fatto scervellare molti studiosi. Forse il modo migliore di pensare alla realtà quantica è quello di abbandonare il concetto di tempo. La descrizione dei fondamenti dell’universo dovrebbe prescindere dal tempo”.

Nessuno è ancora riuscito ad usare l’equazione di Wheeler-DeWitt per integrare la teoria dei quanti con la relatività generale. Eppure, una nutrita minoranza di studiosi, compreso Rovelli, è convinta che per fondere con successo i due grandi capolavori della fisica del 20° secolo si debba inevitabilmente descrivere un universo in cui, in ultima analisi, il tempo non esiste.

La possibilità che il tempo non esista è nota tra gli studiosi come “problema del tempo”. Si tratta forse del più grande, ma non certo dell’unico, enigma temporale. Candidato per il secondo posto nella classifica delle stranezze: il fatto che le leggi della fisica non riescano a spiegare perché il tempo si muove sempre verso il futuro. Tutte le leggi – siano quelle di Newton o di Einstein o le curiose regole quantiche – funzionerebbero altrettanto bene se il tempo scorresse all’indietro. Eppure, per quanto ne sappiamo, il tempo è un processo a senso unico: non torna mai indietro, benché nessuna legge lo vieti.

“E’ piuttosto misterioso il motivo per cui siamo soggetti ad una così evidente freccia del tempo”, dice Seth Lloyd, ingegnere di meccanica quantistica al MIT. (Quando gli domando che ora è, mi risponde: “Boh. Abbiamo già finito?”). “La spiegazione consueta di questo fenomeno è che per specificare cosa avviene in un sistema, bisogna specificare non solo le leggi fisiche, ma anche una condizione iniziale o finale”.

La madre di tutte le condizioni iniziali, dice Lloyd, è il Big Bang. I fisici sono convinti che l’universo sia iniziato come una palla di energia, molto semplice ed estremamente compatta. Anche se le leggi della fisica non danno ragione della freccia del tempo, è l’attuale espansione dell’universo a darne ragione. Man mano che l’universo si espande, esso diventa sempre più complesso e disordinato. Il disordine crescente – che i fisici chiamano crescita dell’entropia – è guidato dall’espansione dell’universo, che potrebbe essere all’origine di ciò a cui pensiamo come l’incessante marcia in avanti del tempo.

Da questo punto di vista, il tempo non è qualcosa che esiste separatamente dall’universo. Non c’è un orologio che ticchetta al di fuori del cosmo. Molti di noi tendono a concepire il tempo come lo concepiva Newton: “Tempo assoluto, vero e matematico, che di per sé, e per sua stessa natura, scorre uniformemente, a prescindere da tutto ciò che è esterno ad esso”. Ma come Einstein ha dimostrato, il tempo è parte della stessa materia dell’universo. Contrariamente a ciò che Newton credeva, i nostri comuni orologi non misurano qualcosa di indipendente dall’universo. In realtà, dice Lloyd, gli orologi non misurano affatto il tempo.

“Ultimamente sono stato al National Institute of Standards and Technology di Boulder”, dice Lloyd. (Il NIST è il laboratorio governativo in cui si trova l’orologio atomico, che è il punto di riferimento per la misurazione del tempo in ogni nazione). “Lì ho detto qualcosa tipo ‘I vostri orologi misurano il tempo con grande precisione’. Loro mi hanno risposto: ‘I nostri orologi non misurano il tempo’. Ho pensato, wow, come sono umili questi tipi. Ma loro mi hanno spiegato: ‘E’ il tempo ad essere definito su ciò che i nostri orologi misurano’. Ed è vero. Quegli orologi definiscono gli standard temporali in tutto il mondo. Il tempo è definito dal numero di scatti dei loro orologi”.

Rovelli, sostenitore dell’universo senza tempo, afferma che i guardiani del tempo del NIST hanno ragione. Inoltre, il loro punto di vista si accorda perfettamente con l’equazione di Wheeler-DeWitt. “In realtà noi non vediamo mai il tempo”, spiega. “Noi vediamo solo orologi. Se diciamo che un oggetto si muove, ciò che vogliamo dire in realtà è che quell’oggetto si trova nella tal posizione quando la lancetta del nostro orologio si trova nella tal posizione, e così via. Diciamo di misurare il tempo con gli orologi, ma vediamo solo le lancette degli orologi, non il tempo in sé. E le lancette degli orologi sono variabili fisiche come tutte le altre. In un certo senso stiamo barando, perché ciò che realmente studiamo sono variabili fisiche come funzione di altre variabili fisiche, ma noi rappresentiamo questo come se ogni cosa si evolvesse nel tempo.

L’equazione di Wheeler-DeWitt ci dice che dobbiamo smetterla di giocare a questo gioco. Anziché introdurre questa variabile fittizia – il tempo, che in sé non è osservabile – dovremmo limitarci a descrivere le relazioni tra le diverse variabili. La domanda è: il tempo è davvero una proprietà fondamentale della realtà o è solo l’apparenza macroscopica delle cose? Io direi che è solo un effetto macroscopico. Qualcosa che emerge solo nelle cose di grandi dimensioni”.  

Per “grandi dimensioni” Rovelli intende qualsiasi cosa che esista molto al di sopra della misteriosa Scala di Planck. Attualmente non esiste nessuna teoria fisica che descriva in modo soddisfacente come sia fatto l’universo al di sotto della Scala di Planck. Una possibilità, se i fisici riuscissero a unificare la teoria dei quanti e la relatività generale, è che spazio e tempo possano essere descritti in base a una versione modificata della meccanica quantistica. In una tale teoria, spazio e tempo non sarebbero più fluidi e continui. Sarebbero invece fatti di piccoli frammenti – quanti, in gergo fisico – proprio come la luce è composta di singole particelle di energia chiamate fotoni. Questi frammenti sarebbero i mattoni costitutivi dello spazio e del tempo. Non è facile immaginare che lo spazio e il tempo siano fatti di qualcos’altro. Dove dovrebbero esistere i componenti dello spazio e del tempo, se non nello spazio e nel tempo stessi?

Come spiega Rovelli, in meccanica quantistica tutte le particelle di materia e di energia possono essere descritte come onde. E le onde possiedono una proprietà insolita: può esistere un numero infinito di esse nella medesima posizione. Se un giorno si riuscisse a dimostrare che spazio e tempo sono composti di quanti, i quanti potrebbero esistere sovrapposti tutti insieme in un unico punto senza dimensione. “In questa visuale, in un certo senso, spazio e tempo scompaiono”, dice Rovelli. “Non esiste più lo spazio. Solo quanti che sono come sovrapposti l’uno all’altro senza essere realmente immersi nello spazio”. 

Rovelli ha lavorato con uno dei più grandi matematici del mondo, Alain Connes del Collège de France di Parigi, proprio su questa materia. Insieme hanno elaborato una struttura per spiegare in che modo ciò che noi sperimentiamo come tempo emerga da una realtà che, a livello di base, è priva di tempo. Secondo la descrizione di Rovelli, “il tempo potrebbe essere un concetto approssimativo, qualcosa che emerge su ordini di grandezza macroscopici. Un po’ come il concetto di “superficie dell’acqua”, che ha senso a livello macroscopico, ma perde ogni significato a livello atomico”.

Rendendosi conto che questa spiegazione riesce solo a rendere più fitto il mistero del tempo, Rovelli afferma che buona parte della conoscenza che oggi diamo per scontata era un tempo egualmente stupefacente. “Capisco che non si tratti di questioni intuitive. Ma è proprio a questo che serve la fisica: scoprire nuovi modi di pensare al mondo, proporli e vedere se funzionano. Immagino che quando Galileo disse che la Terra girava, la cosa risultasse a molti altrettanto incomprensibile. Per Copernico, lo spazio non era la stessa cosa che era per Newton e lo spazio di Newton non era lo spazio di Einstein. C’è sempre qualcosa in più da imparare”.

Einstein, per esempio, trovava conforto nella propria rivoluzionaria concezione del tempo. Nel marzo 1955, quando morì il suo caro amico Michel Besso, scrisse una lettera per confortare la famiglia dello scomparso: “Adesso se n’è andato da questo strano mondo un po’ prima di me. Ma questo non significa nulla. Le persone come noi, che credono nella fisica, sanno che la distinzione tra passato, presente e futuro è solo un’illusione ostinatamente persistente”.

Rovelli sente che un’altra rivoluzione nel modo di concepire il tempo è proprio dietro l’angolo. “Nel 1905 uscirono gli studi di Einstein e il modo in cui le persone pensavano allo spazio-tempo cambiò all’improvviso. Siamo di nuovo nel pieno di un momento simile”, mi dice. Quando la polvere si poserà, il tempo – qualunque cosa sia – potrebbe rivelarsi qualcosa di anche più strano e illusorio di quanto Einstein credesse. 

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UN VELENO CHIAMATO AMERICA

by Gianluca Freda (21/11/2007 - 18:49)


VACCINAZIONI FORZATE IN UN
TRIBUNALE DEL MARYLAND

di Mike Adams
dal sito www.newstarget.com
Traduzione di Gianluca Freda
 

Facendo seguito alle minacce rivolte dallo Stato del Maryland contro i genitori che rifiutano di fare vaccinare i propri figli, diversi bambini sono stati radunati in un tribunale di Prince George, sorvegliati da personale armato e provvisto di cani da attacco. All’interno, i bambini sono stati vaccinati con la forza, molti contro la loro volontà, per ordine del procuratore generale dello Stato del Maryland, di diversi giudici del luogo e del locale Direttore dell’Istituzione Scolastica; tutti costoro hanno cospirato illegalmente, minacciando di carcerazione i genitori dei bambini se non avessero sottoposto i loro figli alle vaccinazioni.

Lo Stato del Maryland è dunque ricorso a tattiche da Gestapo per imporre al popolo le proprie direttive sanitarie, privando i genitori del diritto di decidere come proteggere i propri figli dalle malattie infettive. Le autorità sanitarie hanno già annunciato il proposito di rapire, in sostanza, i genitori e buttarli in galera, separandoli dai bambini per un periodo che può durare fino a trenta giorni, se continueranno a rifiutarsi di sottoporre i figli a vaccinazione. Tutto questo verrà fatto sotto la minaccia delle armi, con personale armato e cani da attacco addestrati, assicurandosi che tutti restino in riga e sopprimendo ogni germoglio di pubblico dissenso contro questa politica di vaccinazione orwelliana.

La stessa campagna di stampa condotta contro questi genitori è palesemente illegale. Nessuna legge, nel Maryland, impone la vaccinazione dei bambini, dunque i genitori che la rifiutano non possono essere accusati di aver violato alcuna legge. Per questo la sanità del Maryland e le istituzioni scolastiche usano metodi da Gestapo, minacciando di incriminare i genitori per violazione degli obblighi parentali, criminalizzandoli per aver osato proteggere i propri figli dalle pericolose sostanze chimiche scoperte nei vaccini (tra le quali il thimerosal, un additivo chimico che contiene una sostanza neurotossica a base di mercurio).

La disperazione della medicina organizzata è sempre più evidente

Via via che un numero sempre maggiore di genitori viene informato dei pericoli delle vaccinazioni e del loro stretto legame con l’autismo, le autorità sanitarie di Stato vanno trasformandosi in “Medicina a Mano Armata” per costringere la gente ad assoggettarsi ai veleni della medicina tradizionale. I genitori che tentano di salvare i propri figli dalle chemioterapie assassine, vengono arrestati e si vedono portar via i bambini dai Servizi di Protezione per l’Infanzia (vedi QUI); e gli oncologi, un tempo armati soltanto di macchinari per le radiazioni e di siringhe di chemioterapici, ora si armano di agenti di pubblica sicurezza e di altre autorità di polizia locale che usano armi cariche per imporre “il volere dello Stato” ai genitori che fanno resistenza.

Perfino l’AAPS, l’Associazione Americana Medici e Chirurghi, ha annunciato la propria ferma condanna della campagna di “Medicina a Mano Armata” dello stato del Maryland. In un comunicato stampa del 16 novembre, l’AAPS afferma:

“L’Associazione Americana Medici e Chirurghi ha condannato quest’oggi la “retata di vaccinazioni” eseguita questa settimana a Prince George, nel Maryland, e ha promesso di fare tutto il possibile per sostenere quei genitori che rifiutano di vaccinare i propri figli.

“Questo sfoggio di potere distrugge il consenso fondato sull’informazione e i diritti dei genitori”, ha affermato Kathryn Serkes, direttrice delle politiche dell’AAPS, uno dei pochi gruppi sanitari nazionali che rifiutano le sovvenzioni delle compagnie farmaceutiche.

In uno scenario che ricorda i raduni di bestiame, il procuratore dello stato ha inviato mandati di comparizione a più di 1600 genitori che non hanno presentato il certificato di vaccinazione per i propri bambini. Solo che anziché impugnare un pungolo per il bestiame, il procuratore di stato ha deciso di agitare una siringa per tenere in riga la “mandria”.

 QUI si può leggere il resto del comunicato stampa.

Medicina a Mano Armata: perché gli spacciatori di droga si affidano a tattiche da Gestapo

La medicina tradizionale (farmacologica) è l’unico sistema curativo del mondo così impopolare presso i consumatori informati che deve essere amministrata sotto la minaccia di una pistola. Non esiste nessun altro sistema curativo al mondo che debba ricorrere a simili metodi per reclutare i propri pazienti.

Mentre in Maryland si svolgevano i fatti del 17 novembre, gli attivisti Jim Moody e Kelly Ann Davis del sito SafeMinds (www.SafeMinds.org) sono riusciti a presentarsi di fronte alle telecamere dei notiziari e ad esprimere a gran voce la propria avversione per questa politica di vaccinazione coatta. Eppure, stranamente, molti genitori si sono messi in fila come bestie pronte ad essere marchiate, senza mettere in discussione la moralità o la legalità del sistema che stanno contribuendo a sostenere.

Anche un blog per la libertà della salute che si chiama Center for the Common Interest (www.CommonInterest.info) ha dato ampio risalto alla vicenda e riferisce che un attivista locale di nome Donovan Hubbard ha ripreso tutto l’accaduto e sta per mettere il video online (NewsTarget vorrebbe contattare Donovan e/o pubblicizzare il suo video. Se sapete come contattarlo, chiamateci per cortesia al (520) 232-9300).

Cosa farà adesso la Medicina a Mano Armata?

Mentre continua ad emergere la verità sugli estremi pericoli dei vaccini e dei prodotti farmaceutici, la Big Pharma è sempre più disperata, non sapendo più come costringere il pubblico a fidarsi dei suoi prodotti. Ora sta lavorando in stretta collaborazione con le autorità politiche (inclusi i governatori di diversi stati) per rendere coercitive le vaccinazioni sui bambini. Ciò contempla la criminalizzazione dei genitori che rifiutino di esporre i propri figli ai pericoli derivanti da queste sostanze chimiche.

In sostanza, la Big Pharma spera di trasformare in criminali i seguaci della medicina naturale.

La FDA ha già criminalizzato le compagnie produttrici di supplementi nutrizionali che osino dire la verità sui benefici alla salute derivanti dai loro prodotti (Leggete QUI la storia degli assalti a mano armata contro le compagnie produttrici di supplementi vitaminici).

Inoltre, i genitori che rifiutano di iniettare ai propri figli i prodotti farmaceutici imposti da Big Pharma, verranno criminalizzati, radunati e incarcerati per “rifiuto di accondiscendere alle politiche sanitarie”. Tutto ciò viene perpetrato dallo Stato col pretesto di “proteggere i bambini” dai genitori che credono nella medicina naturale (è folle, vero, pensare che proteggere i propri figli da sostanze chimiche tossiche è oggi un crimine negli Stati Uniti?).

Il fine ultimo di tutto questo è l’applicazione delle tattiche di Medicina a Mano Armata a tutti noi. Compresi gli adulti e gli anziani. Chiunque soffra, per esempio, di colesterolo alto e non si assoggetti ai farmaci statinici della Big Pharma, potrà essere arrestato, legato a un tavolo e curato contro la sua volontà. Chi è affetto da cancro, potrà essere arrestato per aver scelto di curarlo con medicine botaniche sicure ed efficaci, anziché con farmaci brevettati e fonti di alti profitti per la Big Pharma. Se pensate che già oggi le prigioni siano strapiene a causa degli arresti per possesso di marijuana e per altri crimini di nessun rilievo, aspettate che lo Stato inizi ad arrestare tutte le mamme e i papà del paese che rifiutano di partecipare al pazzesco e dannosissimo sistema farmacologico che domina oggi la sanità americana.

Lo Stato è molto esplicito riguardo alla medicina: se volete restare liberi cittadini, dovete assoggettarvi alle droghe sintetiche fabbricate dalle stesse corporazioni che controllano i regolamenti sanitari del governo. Qualsiasi persona che faccia resistenza a queste “cure”, verrà additata come minaccia alla salute pubblica, una definizione che agli occhi di molti burocrati di governo viene subito dopo quella di “terrorista”. Essi credono dunque che non debba esservi limite al livello di forza da utilizzare per costringere la gente a sottoporsi ai trattamenti farmaceutici della Big Pharma. Oggi usano guardie armate e cani da attacco. Domani potrebbero utilizzare il “water boarding” o altri metodi di tortura. Pensate sia impossibile? Ripensateci: solo cinque anni fa, nessuna persona sana di mente avrebbe mai creduto che dei genitori che non volevano vaccinare i propri figli potessero finire in prigione, che i loro bambini potessero essere rapiti dalle autorità di Stato e costretti a sottoporsi a pericolose iniezioni di prodotti chimici sotto la minaccia delle armi. Invece questo è proprio ciò che accade oggi nello Stato del Maryland. E’ accaduto sabato scorso, per la precisione.

Dov’è lo sdegno?

La cosa più interessante in questa storia di utilizzare la minaccia del carcere per costringere i bambini a vaccinarsi, non sta in chi si ribella a tutto questo, ma in chi sceglie di restare in silenzio.

La American Medical Association, ad esempio, non ha detto nulla contro questo tipo di politica. E neanche la Food and Drug Administration. E dov’è lo sdegno della Associazione Ospedaliera del Maryland? Nessuna di queste associazioni sembra aver qualcosa da obiettare alla Medicina a Mano Armata. Il fatto che dei genitori vengano ammassati in una stanza e i loro bambini costretti a subire iniezioni di prodotti chimici tossici, a queste organizzazioni non sembra interessare. E perché dovrebbe interessargli? Tutte queste organizzazioni sono strettamente connesse alla Big Pharma. A quanto pare sono tutte a favore delle vaccinazioni universali e non ho dubbi che alcuni loro membri (soprattutto nella AMA) siano decisamente favorevoli alla politica di vaccinazioni forzate della Medicina a Mano Armata che viene messa in pratica nel Maryland proprio in questo momento.

La medicina organizzata è convinta che la gente sia troppo stupida per poter prendere da sola le decisioni riguardanti la propria salute. Burocrati e medici, questo ci viene detto, sono i soli ad aver diritto di prendere delle decisioni e chiunque non le condivida verrà etichettato come criminale, arrestato e processato. Non si tratta di un’esagerazione. Si tratta, in effetti, di una descrizione spaventosamente accurata dell’attuale politica di profilassi dello Stato del Maryland.

Non molto tempo fa, gli americani si sarebbero sollevati in massa e avrebbero protestato contro questa specie di tirannia sanitaria. I notiziari avrebbero denunciato la politica di vaccinazioni del Maryland con un linguaggio forte e con accuse durissime. La gente avrebbe sfilato per le strade, chiedendo la libertà di decidere della propria salute. Ma oggi l’America è diversa. La gente è drogata di farmaci e inebetita dal fluoruro. E’ troppo intossicata per ragionare, è indotta a sottomettersi da un governo fondato sulla paura che invoca la tirannia interna per avere ogni opportunità di controllare le persone, manipolarle e spingerle a fare ciò che esso desidera.

L’America “libera” che conoscevamo è morta da molto tempo ed è stata rimpiazzata dagli Stati Uniti dell’America Corporativa, dove metodi polizieschi vengono utilizzati per sostenere politiche sanitarie devastanti e chi governa lo Stato non pensa più che ci sia qualcosa di sbagliato nel radunare la popolazione con la forza ed eseguire esperimenti medici su larga scala sui suoi figli. In fondo è questo che sono i vaccini: un enorme esperimento medico, i cui effetti saranno conosciuti solo dopo che una generazione sottoposta all’avvelenamento di massa sarà venuta e passata.

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COME NON SCIUPARE UNA RIVOLUZIONE

by Gianluca Freda (19/11/2007 - 19:26)


LETTERA APERTA A BEPPE GRILLO E AI GRILLINI
di Matteo Pistilli
A cura del Coordinamento Progetto Eurasia
dal sito della rivista OPPOSTA DIREZIONE
 
www.cpeurasia.org
mail: cpeurasia@yahoo.it
 

Cari amici di Beppe Grillo,

non possiamo esimerci dallo scrivervi queste poche righe, proprio ora che le vostre speranze, i vostri temi hanno conosciuto la ribalta. Già, perché porsi in modo netto, come avete fatto voi, in un atteggiamento di opposizione all’attuale sistema politico italiano, comporta spesso la condanna all’esilio e la marginalizzazione dalla vita pubblica del Paese. Invece, guidati intelligentemente dal vostro famoso tribuno, vi siete ritagliati un importante spazio e riuscite a mantenerlo grazie alla convinzione che vi anima e grazie anche a questo sistema ormai decrepito che non aspettava altro che qualche coraggioso capace di scagliare la prima pietra. Ora, però, ed è per questo che ci permettiamo di recarvi questo messaggio, ci sono diverse questioni che ci preoccupano; questioni di non poco conto e che riguardano prima fra tutte il destino dei vostri impegni. Riuscirete a mantenere fede alle parole dette, agli obiettivi che vi siete posti? E dopo tante parole così necessarie, riuscirete ad intraprendere la strada adeguata a colpire il cuore delle questioni che avete sollevato?

Osiamo rivolgerci a voi, perché come avrete capito, è ormai molto tempo che ci interessiamo a molti dei temi da voi affrontati in passato e che continuate ad affrontare oggi: la corruzione, l’economia falsata, la mancanza di rappresentatività, lo stato sociale, gli inganni del sistema finanziario e chi più ne ha più ne metta; alcuni problemi possono essere affrontati separatamente, ma la maggioranza fanno parte di tutto un sistema che tutela se stesso e la propria classe dirigente. Ed è proprio questa la prima critica che vi vogliamo sollevare, secondo noi punto di debolezza che alla lunga vi renderà impotenti e vi risucchierà nella palude dei disonesti: affrontate il sistema politico come se davvero fosse qualcosa di slegato e indipendente dal sistema economico-politico-sociale mondiale, o comunque occidentale/atlantico; lo affrontate come se l’Italia possa essere riformata senza badare agli equilibri ed alle disposizioni giunte da oltre oceano; la verità è che in Italia, come nel resto dell’Europa occidentale, manca la sovranità! Nel nostro Paese sono presenti migliaia di militari americani, giunti per assicurarsi la nostra terra alla fine della seconda guerra mondiale e mai più andati via! Ma non è questione dei soli militari. Il fatto è che i politici che voi attaccate (giustamente) per la loro corruzione ed incapacità, non hanno realmente nessun tipo di potere. Essi sono solo marionette mosse a piacimento dai burattinai internazionali, dagli Stati Uniti, dalle Organizzazioni transnazionali, finanziarie e non, da questi controllate. Come potete pensare di raggiungere i vostri obiettivi andando ad operare sull’effetto della malattia (i nostri parlamentari e tutto il sistema politico italiano) senza invece agire sulla sua causa (il complesso del sistema politico ed economico atlantico)?

Avete proposto un referendum che andrebbe ad operare inserendo alcune leggi che ritenete necessarie per il buon funzionamento della Repubblica: scelta dei candidati da parte degli elettori, massimo due mandati al parlamento e impossibilità per i pregiudicati di candidarsi. In una situazione di piena sovranità, queste misure possono sicuramente assicurare una più limpida vita parlamentare, essendo volte al tentativo di abbattere la corruzione. Ma crediamo, per diversi motivi, che il vostro sforzo, sebbene valido, sia inutile: intanto perché è molto improbabile (per non dire impossibile) che il referendum riesca a produrre i suoi effetti senza essere affossato o modificato, ma soprattutto perché, come già detto, anche se, per assurdo, le leggi da voi proposte riescano a raggiungere la validità, essendoci una situazione di totale mancanza di sovranità, a ben poco servirebbero e non produrrebbero gli effetti desiderati. A che serve controllare l’accesso alle camere di determinati parlamentari, quando oggi, tutti, dal primo all’ultimo hanno in comune la sottomissione al potere americano? In più entrerebbe in funzione su di voi quel meccanismo da sempre utilizzato per conservare il sistema da eventuali perturbatori dello status quo: riusciranno a farvi credere, in un modo o nell’altro, che i vostri sforzi sono stati vani a causa di un qualche motivo a voi estraneo così che fra decine di anni ancora farete i discorsi di oggi, ancora tenterete di percorrere le stesse strade di oggi, così che avrete sempre la speranza di riuscire a mettere in pratica le vostre idee negli stessi modi, obiettivi che per sempre saranno lì lì per essere raggiunti, ma mai conquistati davvero; è quello che succede da una cinquantina d’anni ai vari gruppi politici e partiti che sperano di cambiare la situazione italiana; ovviamente la speranza è tutta dei militanti, e che dicono oggi quello che dicevano ieri e vengono come ieri mobilitati contro questo o quell’altro pericolo urgente, con l’assicurazione che la prossima legislatura, vedrete (bla, bla, bla).

Ci auguriamo sinceramente che voi riuscirete a non entrare in questo circolo vizioso, magari facendovi fagocitare dai vari girotondisti (ottimi rappresentanti di eterni insoddisfatti sempre ad attendere la grazia di qualcuno, ma sempre disposti a piegarsi al volere di chi comanda), che stanno già tentando di aggregarvi alle loro chiacchiere, facendovi diventare parte dello status quo che difendono. Un altro tema a noi caro, che affrontate anche voi, è la definitiva perdita di significato delle categorie politiche di sinistra e destra. Non siamo stati noi i primi ad affrontare questo discorso, che era già in auge all’inizio del novecento, quando la differenza fra i vari capi dei gruppi nel Parlamento risiedeva nel solo fatto di difendere gruppi di interessi diversi. Oggi è ancora così, con l’aggiunta che i gruppi di interessi contrapposti, non sono più così contrapposti, anzi spesso e volentieri sono proprio gli stessi. Destra e sinistra, nella vostra polemica, non hanno più senso perché rappresentate da parlamentari corrotti e inefficienti, ma in realtà possiamo assicurarvi, parlando da amici, che semmai è l’inverso: i parlamentari riescono ad essere corrotti ed inefficienti proprio sfruttando le possibilità che gli vengono dal binomio in questione; non ci sono più (se mai ci siano state è da vedere), differenze reali, riguardanti la politica pratica, che potessero identificare destra e sinistra; se notiamo i presupposti ideologici semmai, troviamo differenze di altro tipo, che però non è corretto e onesto identificare come “destra” o “sinistra”.

Il discorso sarebbe lungo e soprattutto lasciamo ai numerosi studiosi di politica il compito di affrontare la questione più approfonditamente (dall’inizio del 1900 ad oggi saranno migliaia i politologi che hanno fatto notare questa problematica, ovviamente tenuta ai margini da chi ha sempre tratto profitto dalla conservazione del binomio). Il problema risiede nel fatto che non si può affrontare una questione del genere dall’interno delle logiche di cui lo stesso sistema politico bipolare o bipartitico si nutre: alla denuncia dell’inconsistenza delle differenze fra destra e sinistra deve seguire un nuovo approccio pratico e ideologico, una consapevolezza dei propri obiettivi e un realismo legato a doppio filo ad una radicalità (non estremismo) di vedute. Destra e sinistra, così come in Italia, rappresentano la strategia d’azione della liberal-democrazia di marca statunitense anche in tutte le altre nazioni sottoposte alla tutela atlantica; attraverso queste due compagini i grandi poteri riescono a legiferare in ogni campo a proprio piacimento, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, accontentando l’industriale e l’impresa mafiosa; impossibile affrontare la questione prendendo come esempio un Mastella o un qualsiasi altro politico italiano: non possiamo fronteggiare un disegno globale come un fatto esclusivamente nostrano. Ovunque, i partiti politici, quando si rifanno a due o più schieramenti, quando predicano l’alternanza rispondono a logiche mondializzanti di fronte alle quali siamo impotenti se intendiamo agire localmente; i problemi di corruzione, inefficienza e via dicendo che osserviamo sul nostro suolo, sono gli stessi che si osservano in tutti i satelliti della potenza americana o, più moderatamente, negli aderenti al suo sistema internazionale.

In tutta Europa (e oltre) vengono affrontate le stesse tematiche; in tutta Europa vengono mantenute in vita destra e sinistra (per poi accordarsi al momento di costituire un governo e creare le Grandi Coalizioni che i nostri politici tanto desiderano) proprio perché sono necessarie alla sopravvivenza del sistema. Cari amici di Beppe Grillo, questi sono - a grandi linee - i dubbi che ci attanagliano quando osserviamo e ci rallegriamo delle vostre prese di posizione; come vedete sono questioni piuttosto diverse da quelle che vengono prese in considerazione nei grandi media (per esempio l’accusa di qualunquismo e di antipolitica che noi gireremmo volentieri ai mittenti), ed è forse questo che più di ogni altra cosa dovrebbe farvi un attimo riflettere: gli appartenenti alla casta collaborazionista vi accusano di tutto, ma mai entrano nel merito delle questioni che ponete, questo perché sanno o sperano di potervi, prima o poi, plagiare direttamente o attraverso la partecipazione ai loro teatrini; cominci da subito la vostra battaglia per non perdere la via intrapresa, per rendere la vostra lotta realistica ed efficace. Vi invitiamo a rifletterci su e ci uniamo al vostro grido, mandando a quel paese i nostri parlamentari e soprattutto i loro padroni d’oltreoceano.

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SI PUO' DARE DI PIU'

by Gianluca Freda (18/11/2007 - 02:52)

La sezione “Voice of the White House” del sito TBRnews.org è tenuta da un ignoto personaggio che opera all’interno della Casa Bianca e che, svolgendo il ruolo di “talpa”, informa i lettori del sito, settimana dopo settimana, di ciò che accade nell’epicentro del potere americano. Sul sito è recentemente comparsa questa notizia, foriera di ardite speranze.

 

Voice of the White House, 16 novembre 2007
dal sito www.TBRnews.org 
Traduzione di Gianluca Freda
 

“E’ tradizione da tempo consolidata che nella Giornata del Veterano il Presidente degli Stati Uniti deponga una corona di fiori sulla Tomba del Milite Ignoto, sita nel Cimitero Nazionale di Arlington”

Ma quest’anno Bush, anziché deporre la corona di fiori, se n’è andato in vacanza in Texas, lasciando la celebrazione della cerimonia al vicepresidente Dick Cheney. E’ stata semplice arroganza? O stupidità? Nessuna delle due cose. Gira voce alla Casa Bianca che siano stati gli stessi servizi segreti interni a impedire a Bush di partecipare alla cerimonia, a causa di ciò che essi hanno definito “l’esistenza di un piano piuttosto verosimile per assassinarlo”.

Ho annusato un po’ in giro e pare che George W. Bush abbia ricevuto finora più minacce di morte di qualunque altro presidente nella storia. L’anno scorso si è scoperto che un ignoto cecchino aveva sparato contro le finestre della Stanza Ovale. Il proiettile non aveva penetrato i vetri rinforzati, ma un piccolo cratere in una delle vetrate ha reso evidente ciò che era accaduto. Nessuno sul tetto della Casa Bianca (dove vi è un presidio permanente che ha il compito di prevenire eventuali attacchi dall'alto all’edificio) ha sentito alcun rumore, perciò si sospetta che sia stata utilizzata un’arma con silenziatore. Nonostante le minuziose indagini, non si è riusciti a capire da dove il cecchino abbia sparato e non si è neppure sicuri del momento in cui l’attacco ha avuto luogo.

I Servizi Segreti hanno appreso che mentre Bush si trovava in visita a Mainz, in Germania, c’è stato un altro rapporto, altrettanto credibile, questa volta da parte del controspionaggio tedesco, in cui si parlava dell’esistenza di un piano per far saltare in aria l’auto del presidente americano durante i suoi spostamenti nella città tedesca. Tutti i passaggi sono stati immediatamente sigillati, gli ingressi fognari sono stati sottoposti a forte sorveglianza armata, le case e le botteghe lungo il percorso sono state evacuate e a tutte le finestre è stato piazzato personale tedesco addetto alla sicurezza.

Questo argomento è molto delicato ed è severamente proibito anche solo farne cenno, ma qui molti operai hanno rifiutato l’assegnazione all’ufficio postale della Casa Bianca essendovi la forte paura che congegni chimici o esplosivi possano in qualche modo superare le pur strettissime misure di sicurezza.

Vi prego di notare che non una sola parola di questo problema corrente è trapelata sui media americani e, per preciso ordine, mai trapelerà. Arlington è un luogo vasto, relativamente poco sorvegliato e sempre pieno di visitatori, parenti di defunti, funerali in corso e così via. L’area è inoltre fitta di alberi e si ritiene che un cecchino nascosto in un albero potrebbe facilmente sfuggire ai controlli. Viviamo in tempi davvero molto interessanti.

(http://www.tbrnews.org/Archives/a2787.htm)

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UN DOBERMANN SENZA PIU' ZANNE

by Gianluca Freda (17/11/2007 - 00:56)


Secondo un rapporto che l’ex colonnello americano Laurence Wilkerson ha presentato venerdì scorso al Congresso, la Russia di Putin e l’Iran di Ahmadinejad sarebbero sul punto di accordarsi per la creazione di un ente monopolistico per l’estrazione e la fornitura di gas naturale di dimensioni tali da fare impallidire la stessa OPEC. A questo accordo, di cui è intuitiva l’immensa rilevanza geostrategica, Mosca e Teheran - i cui rapporti erano nel passato tradizionalmente gelidi - sarebbero giunte a causa delle continue minacce ai loro interessi politici, alle loro risorse e alla loro integrità territoriale portata avanti da una politica statunitense di feroce e criminale miopia. Spinti dalla cieca dedizione agli interessi di Israele, i neocon ebreo-americani non si sono accontentati di distruggere l’economia nazionale, la fiducia dei cittadini americani e l’immagine degli Usa all’estero attraverso una serie di guerre di aggressione che perseguivano le mire di dominio di Tel Aviv, anziché gli interessi nazionali statunitensi. Hanno anche ritenuto di dover estendere quest’aggressività intransigente a paesi assai meno inermi dell’Iraq, quali sono appunto Iran e Russia. Per ciò che riguarda la Russia, si è tentato dapprima di “circondarla”, trasformando le repubbliche ex sovietiche in stati satellite degli USA, assorbiti dalla NATO o governati da quisling americani messi al potere dalle varie finte “rivoluzioni” (è il caso della Georgia di Saakashvili e dell’Ucraina di Juščenko) finanziate dai servizi segreti americani. Poi si è cercato di minacciarla da vicino con il progetto di piazzare missili balistici nei territori di Polonia e Repubblica Ceca.

Per ciò che riguarda l’Iran, è nota l’intransigenza degli americani verso il programma nucleare iraniano, un programma destinato all’inizio a scopi essenzialmente civili, ma che le minacce americane stanno indirizzando verso un comprensibile ampliamento militare. Gli Stati Uniti hanno adottato fin dall’inizio la consueta politica del njet: niente trattative con Teheran. Hanno minacciato la repubblica islamica di attacchi nucleari, hanno fatto tutto il possibile per ottenere dall’ONU sanzioni che preludessero ad una nuova guerra, hanno ammassato nel Golfo Persico una delle più poderose forze navali mai viste. Di fronte a questo disprezzo assoluto e minaccioso del diritto internazionale, Mosca e Teheran hanno ritenuto opportuno mettere da parte le vecchie inimicizie e fare fronte comune. Gli incontri ufficiali della Sco (l’alleanza fra Iran, Russia e Cina) si sono andati intensificando, come anche le esercitazioni militari congiunte. Si è iniziato a parlare di collaborazione in settori strategici fondamentali, quali energia, telecomunicazioni e trasporti. Si è aperto un progetto che prevede di estendere l’alleanza a tutti i paesi dell’Asia Centrale. La Sco è diventata, tra le altre cose, un’organizzazione che mira a diventare il fulcro di un mercato asiatico dell’energia e a creare rapporti privilegiati con l’Unione europea. Il 16 ottobre scorso, al meeting dei paesi del Mar Caspio tenutosi a Teheran, Putin – che è il primo uomo politico russo a mettere piede in Iran dal 1943 - ha ufficialmente posto l’Iran sotto la propria protezione: il programma nucleare dell’Iran non si tocca e guai a chi proverà a minacciare il suo territorio, ha detto Putin in sintesi. Detto dal leader di un paese la cui potenza nucleare è tuttora superiore a quella americana, la cosa assume una certa rilevanza. L’isolamento in cui la stupidità strategica degli ebreo-americani cercava di stringere i due paesi nemici si è ribaltata in uno scenario in cui sono ora gli Stati Uniti che rischiano di trovarsi isolati, impoveriti dal crollo della valuta nazionale, umiliati sul piano bellico.

Perfino gli indecenti e ferocissimi leader israeliani hanno cominciato a prendere atto della situazione. I proclami di guerra e le lagne sul “diritto di Israele a difendersi” (attraverso il solito genocidio di arabi, come quello che praticano da più di 70 anni contro la Palestina o come quello che hanno costretto gli USA a intraprendere contro l’Iraq) hanno lasciato il posto ad analisi apparentemente più realistiche e ragionate; ma che poste sulla bocca dei governanti del “cane rabbioso e imprevedibile” – come lo stesso Israele ama definire se stesso sperando di spaventare i vicini – suonano al contempo come una dichiarazione di resa e come un segnale di crisi definitiva del sistema politico-militare israeliano, già marcito sotto il peso della corruzione, della sconfitta libanese e della crescente sfiducia della società israeliana nei valori posti un tempo alla base dello Stato.

Secondo l’agenzia Reuters, il primo ministro Israeliano Ehud Olmert ha invitato i suoi ministri a presentare proposte su come gestire la prospettiva di un Iran nucleare, data ormai per inevitabile. Niente più minacce di incursione aerea. Niente più strilli sulla “minaccia terroristica”, a cui nessun governo crede più e in nome della quale nessuno sarebbe così folle da sacrificare i vantaggiosi accordi energetici che il team russo-iraniano intende offrire all’Europa. Perfino la lobby israeliana in America, a furia di premere sul governo americano per un attacco all’Iran, sembra essersi spompata. A ciò ha contribuito anche la silenziosa ribellione di alcuni alti esponenti dell’esercito USA, tutt’altro che desiderosi di imbarcarsi in un’altra catastrofe militare per far contenti i sionisti. All’inizio dell’anno l’ammiraglio William Fallon, allora a capo del Centcom, il comando centrale di difesa americano, in aperta sfida ai piani neocon, aveva detto: “Un attacco all’Iran non avverrà mai sotto la mia supervisione”. E così è stato.

Secondo la Reuters, una fonte vicina a Olmert avrebbe detto: “Occorre studiare le implicazioni a lungo termine, ad esempio come mantenere le nostre capacità di deterrenza e di risposta militare o come attenuare l’impatto sulla società israeliana della paura generata da un Iran nucleare”. Si dà ormai per scontato che l’Iran stia per diventare una potenza atomica e che non esistano mezzi realistici per impedirgli di diventarlo. Si badi bene: questo dispaccio potrebbe anche essere un subdolo tentativo dell’amministrazione israeliana di ribadire con altri metodi la solita solfa. E cioè: “Attenti, l’Iran ha l’atomica! Siamo tutti in pericolo! Visto che avevamo ragione?”, in un momento in cui all’apparizione della prima atomica iraniana mancano ancora anni, se non decenni. Ma visto il tono dimesso della dichiarazione e il carattere semi-clandestino della diffusione della notizia, è probabile che le cose non stiano così. Gli israeliani non hanno più carte da giocare per impedire all’Iran di mettere a punto, com’è giusto e auspicabile, la sua porzione di deterrente nucleare e non sanno più che pesci prendere.

Il ministro Ami Ayalon, che fa parte del gabinetto di sicurezza del governo israeliano, in un impeto di quella sincerità che nasce dallo smarrimento, ha affermato: “Prima di tutto vogliamo chiarire che questa situazione è una minaccia non solo per Israele, ma per il mondo intero”. E fin qui niente di nuovo sotto il sole, le solite bubbole e le solite frasi fatte. Alzi la mano chi si sente DAVVERO minacciato da UNA atomica iraniana più che dalle 500 di Israele. Ma la novità arriva laddove Ayalon aggiunge: “Secondo, dobbiamo prendere in attento esame tutte le possibilità di azione preventiva. E terzo, dobbiamo prevedere la possibilità che queste opzioni potrebbero non funzionare”. Ma senti senti. Un ministro del governo israeliano che ammette, finalmente, ciò che tutti ormai possono vedere: e cioè che a furia di latrare e fare il muso feroce senza mai mordere (o mordendo solo chi è totalmente indifeso, come palestinesi e irakeni) i dobermann israeliani hanno capito di non fare più paura a nessuno. Salvo sorprese, che non si possono mai escludere, l’intelligenza e la diplomazia di Putin hanno dato scacco matto ai due Stati più aggressivi del mondo contemporaneo senza sparare un solo proiettile. Se avessero un briciolo di sale in zucca, i governanti di USA e Israele potrebbero fare tesoro della lezione di strategia diplomatica offerta da Putin, studiarla a fondo, elaborarne una propria e prepararsi al prossimo round. Ma fortunatamente per noi non sarà così. Forse peccherò di ottimismo, ma credo che la fine della possibilità di Israele di tenere i vicini mediorientali sotto la costante minaccia della sua reazione rabbiosa e imprevedibile rappresenti l’inizio della fine di Israele stesso.

Israele non può vivere in un Medio Oriente pacificato, in cui le armi della diplomazia valgano più di quelle atomiche. Non può coesistere con altri stati arabi che, sul piano militare, possano trattarlo da pari a pari. Fin dalla sua nascita, Israele ha vissuto e prosperato sulla barbarie. Guerre, genocidi, massacri, terrore, apartheid, ghetti, spoliazione di terre e ladrocinio di risorse sono state le sole cose che ha saputo portare nei territori a suo tempo concessigli dall’impero britannico. L’odio e il risentimento che ha sparso a piene mani non si spegneranno di certo ora che il dobermann ha perso le zanne. Già oggi, Israele è il posto meno sicuro di tutto il pianeta in cui un ebreo possa vivere. In Europa, in America, perfino in stati arabi nemici come l’Iran, le comunità ebraiche sono rispettate e da più di 60 anni nessuno torce loro un capello. In Israele devono fare i conti, e sempre più dovranno farlo in futuro, con un vicinato che li vede, non certo a torto, come una popolazione estranea, capace solo di commettere malvagità.  L’Europa è stata per secoli la loro dimora, il centro dei loro interessi culturali e commerciali e fatta salva la breve parentesi nazista – fomentata, peraltro, dagli stessi sionisti che avevano bisogno di abitanti per la nazione artificiale che stavano creando – a conti fatti non se la sono passata male, essendo diventati la categoria più ricca e potente del globo. Oggi, in Europa, gli ebrei sono ormai così al sicuro che per tenere in vita il loro vittimismo sono costretti a frignare sui vandalismi cimiteriali. Nessuno che si decida non dico a picchiare, ma anche solo a prendere a parolacce un ebreo per poter finalmente strillare alla persecuzione con qualche ragione visibile. Quanti ebrei saranno ancora disposti a vivere nel mezzo del deserto, circondati dall’odio delle popolazioni che hanno martirizzato per decenni, quando in qualsiasi altro paese del mondo potrebbero vivere e curare i propri affari in pace e serenità? Soprattutto ora che, come ammette il ministro Ayalon, gli equilibri strategici che avevano sempre visto l’entità sionista in posizione di supremazia stanno per andare a gambe all’aria?

C’è nella collettività ebraica – non nei singoli suoi appartenenti che, come tutti gli individui, fanno storia a sé – una costante culturale che impedisce di rapportarsi al prossimo se non in termini di superiorità razziale, ribadendo in continuazione la propria forza e la propria natura di “popolo eletto”, conferita direttamente da Dio. Vivere da Stato fra gli Stati, in un rapporto di parità e rispetto reciproco, per la collettività israeliana non è nemmeno pensabile, non solo per l’inimicizia che si è guadagnata in 70 e passa anni di terrorismo, ma perché non è nella sua psicologia. Secoli di diaspora l’hanno resa incapace di ragionare come le comunità statali con una base territoriale stabile ragionano da millenni. E questa è anche colpa nostra. Ma gli stessi secoli di contatti con le popolazioni più diverse non le hanno insegnato l’integrazione, né la banale verità che si può tranquillamente, e con migliori risultati, mantenere viva la propria tradizione, religione e cultura senza atteggiarsi a vittime e senza vedere in ogni goy un potenziale carnefice, da tenere a bada o da abbattere. E questa è tutta colpa loro. Se a questo si aggiunge che agli interessi economici ebraici, variegati, capillari e molteplici, una centralità territoriale fissa sta per tradizione assai stretta, si può ben capire che una dissoluzione dell’entità statale israeliana, in un non lontano futuro, rappresenta uno scenario assai più che probabile.

Gli ebrei, come popolo, possiedono una cultura millenaria, che ha dato al mondo autentici gioielli di pensiero e importanti pagine di storia.

Lo Stato Ebraico ha saputo dare al mondo solo guerra, instabilità e orrore. Se in un prossimo futuro dovesse scontare con la dissoluzione la propria cruenta asocialità politica, non penso che vedremmo molte lacrime al suo funerale.

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UN NUOVO PERICOLO PER LA DEMOCRAZIA

by Gianluca Freda (15/11/2007 - 11:59)


Anche questa mattina il governo è stato battuto al Senato su un emendamento della CdL riguardante il sostegno alle strutture centrali e periferiche del Ministero dell’Economia. Quando sono in ballo i suoi stipendi e il suo potere, la Casta sa agire con una certa determinazione. Lamberto Dini e alcune sue fedelissime truppe da sbarco, con l’ausilio dei soliti senatori latino-americani perennemente all’asta (Luigi Pallaro ed Edoardo Pollastri), hanno votato insieme all’opposizione mandando sotto la maggioranza. Cresce nel paese la fibrillazione in vista di una possibile caduta del governo. Alcuni auspicano lo scivolone della maggioranza, il crollo definitivo di un governo che – bisogna proprio ammetterlo – si è rivelato perfino peggiore di quello berlusconiano che lo aveva preceduto e il ritorno d’urgenza alle urne. Altri continuano a strillare come galline impazzite che l’eventuale caduta del governo ci regalerebbe altri cinque anni di Berlusconi, il fascismo, i passi dell’oca, la “fine della democrazia” (che secondo loro sarebbe dunque iniziata, in qualche fantasioso punto del remoto passato) e la fine del mondo come lo conosciamo.

Vorrei tranquillizzare entrambe le fazioni: nessuna delle cose da esse sperate o paventate accadrà. I motivi sono già stati spiegati un’infinità di volte, ma giova ripeterli, per chiarire quali siano, dietro il teatrino di rivalità politiche fondate sull’ideologia, le vere ragioni che tengono in piedi qualunque governo del mondo e il nostro in particolare.

L’opposizione non ha nessuna voglia di far cadere il governo. Non gliene potrebbe fregare di meno e anzi la caduta del governo in questo momento sarebbe per essa una vera iattura. Perché? Semplice. Il 29 ottobre 2008 è la data a cui bisogna arrivare perché i senatori e deputati di ogni schieramento, che siano stati eletti per la prima volta, maturino il diritto alla lauta pensione parlamentare che verrà loro erogata per il resto delle loro vite. Far cadere il governo adesso significherebbe rinunciare a vivere a sbafo, vita natural durante, alle spalle dei cittadini. Credete che siano così stupidi? Tutt’al più un eventuale capitombolo della maggioranza potrebbe portare alla nascita del solito “governo tecnico”, che consenta ai nullafacenti di raggiungere la data fatidica del pensionamento d’oro. Dunque le elezioni, prima della primavera 2009, ce le possiamo scordare. Gli strilloni del fascismo alle porte possono anche andare a farsi una dormitina. Niente fascismo, almeno fino al 2009. Il che, viste le qualità dell’attuale ceto politico, non è necessariamente una buona notizia.

Berlusconi, il quale può comprensibilmente farsi un baffo della pensione parlamentare, sta facendo il diavolo a quattro. E’ così ansioso di tornare in sella che non solo ha pagato alcuni parlamentari della maggioranza per votare con l’opposizione, ma se ne è perfino vantato pubblicamente; sconsideratezza che, in un paese serio, gli sarebbe costata la carica e probabilmente la galera. Ma, fortunatamente per lui, siamo in Italia e se così non fosse, del resto, non ci sarebbe un Berlusconi in Parlamento. Il fatto è che tutte le sue manovre si sono rivelate vane. I suoi “alleati”, Fini e Casini, hanno pubblicamente sconfessato il suo desiderio di eutanasizzare il governo e tornare alle urne. Niente spallata, hanno detto, e se si deve discutere di legge elettorale, lo si farà con tranquillità e davanti ad una buona tazza di tè. A chi serve tutta questa fretta?

Di fronte all’ammutinamento, il povero nano arcoreo è caduto in depressione, il che per un barzellettiere infartuato è l’anticamera della fine. Non necessariamente solo politica. La coalizione di cui si ostina a fingersi capo è ormai ridotta ad un mucchietto di detriti. Fini si è inimicato i suoi elettori mettendosi in testa la kippà e rinnegando il duce. Casini è inesistente e pensare a lui come un possibile sostituto del barzellettiere è pura follia. Bossi è un morto vivente, come i suoi elettori, che continuano a ripetere stancamente riti e slogan vecchi di vent’anni che non fanno più paura a nessuno. L’età avanza. Gli interventi chirurgici si intensificano e non sono più soltanto quelli di ristrutturazione della chioma, come ai bei tempi. I lavoratori autonomi, grande serbatoio di voti per Forza Italia, sono ormai alla fame; e la fame non gli permette più di apprezzare come un tempo le divertenti kermesse di chiacchiere e barzellette che rappresentano il nucleo del programma politico berlusconiano. Quando si arriverà alle elezioni, nel 2009 o più avanti, il povero nano – sempre che sia ancora tra i mortali – avrà perso l’ossatura stessa del proprio partito, il quale già inizia a registrare le prime scissioni. Se pure dovesse ottenere alle elezioni i voti necessari per mettere insieme una coalizione (con un po’ di trucchi elettronici e di accordi sottobanco con i poteri bancari potrebbe anche riuscirci), si ritroverà comunque a capo di un governo traballante e sgarrupato come quello attuale. Niente potere assoluto. Niente balletti sul balconcino di Piazza Venezia. Le reni della Grecia resteranno integre. Gli intrallazzi, le ruberie, le truffe all’Unione Europea, gli inciuci con l’industria parassitaria nazionale continueranno con la consueta regolarità, come avviene anche oggi. I miei amici comunisti che temono di dover tornare sulle montagne con l’archibugio in spalla possono dunque rilassarsi e continuare a godersi le serate in discoteca e i battibecchi in mailing list sul “nuovo fascismo che avanza”. In realtà non avanza un bel niente, eccetto il nulla della politica e del pensiero. Il quale, ormai, ha anche smesso di avanzare, avendo conquistato ogni avamposto possibile.

Esistono altri pericoli, oltre a quello berlusconiano ormai decotto, da cui gli animatori della sinistra da balera devono guardarsi, per scongiurare un fastidioso ritorno alla clandestinità? Sì. C’è il pericolo che la sparuta minoranza consapevole esistente in questo paese – quella che conosce bene la realtà della politica celata dal paravento ideologico – riesca ad organizzarsi per spazzare via l’intero teatro dei burattini. Chissà, magari tramite internet, utilizzato una volta tanto per scambiarsi informazioni anziché mp3 e filmini porno. E’una possibilità remota, ma è una possibilità. Questi devianti di minoranza potrebbero essere così disgustati dalle prospettive che hanno di fronte, da tentare il tutto per tutto. Potrebbero interrompere l'attesa dell’uomo della provvidenza che magicamente risolva i problemi del paese e iniziare a mettersi in gioco. Fondare partiti nuovi. Pubblicizzarli tramite internet, che è il medium pubblicitario del futuro. Candidarsi in proprio alle elezioni, amministrative e politiche. Tornare a fare politica discutendo di fatti e problemi concreti anziché della destra, della sinistra, del centro e dei relativi dogmi rinsecchiti. Potrebbero candidarsi, proporre idee innovative, battersi e vincere alle elezioni, con quella determinazione dei disperati che riesce a volte ad avere ragione di ogni avversità e perfino dei brogli elettorali. E’ questo il vero pericolo che i comunisti da mailing list hanno oggi di fronte e sarebbe rischioso sottovalutarlo. Mortalmente rischioso.

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L'OLOTRUFFA IN "SINTESI"

by Gianluca Freda (13/11/2007 - 19:13)


“Tùti òdiano, tùto mondo òdia, pechééé, pechééé?”
(Linucs)

 

Per festeggiare questa notizia, che dedico ai sionofili di tutto il mondo con il mio consueto saluto, traduco di seguito un articolo dello storico americano Mark Weber che fa un po’ il punto sul revisionismo storico sull'olocausto, riassumendo tutto ciò che chiunque voglia parlare di questo argomento con cognizione di causa dovrebbe sapere.
 

OLOCAUSTO: ASCOLTIAMO ENTRAMBE LE PARTI
di Mark Weber
dal sito www.ihr.org
Traduzione di Gianluca Freda
 

Tutti noi abbiamo sentito dire che il regime nazista uccise sistematicamente circa sei milioni di ebrei durante la II Guerra Mondiale, in gran parte attraverso le camere a gas. Lo sentiamo dire in continuazione dalla televisione, dai film, dai libri e dagli articoli che compaiono su giornali e riviste. I corsi di informazione sull’Olocausto sono obbligatori in molte scuole. In tutto il paese si tengono ogni anno cerimonie di commemorazione dell’Olocausto. Ogni grande città americana possiede almeno un museo dedicato all’Olocausto. A Washington, DC, il Museo Memoriale dell’Olocausto attira centinaia di migliaia di visitatori ogni anno.
 

Gli studiosi contestano la storia dell’Olocausto

Ma non tutti accettano la versione ufficiale dell’Olocausto. Fra gli scettici possiamo citare il Dr. Arthur Butz della Northwestern University, Roger Garaudy e il Prof. Robert Faurisson in Francia, e lo storico britannico David Irving, autore di vari bestseller.

Questi autori revisionisti non “negano l’Olocausto”. Essi riconoscono la catastrofe subita dagli ebrei d’Europa durante la II Guerra Mondiale. Non discutono il fatto che un gran numero di ebrei sia stato crudelmente strappato alle proprie case, rinchiuso in ghetti sovraffollati o deportato verso i campi di concentramento. Riconoscono che molte centinaia di migliaia di ebrei europei sono morti o sono stati uccisi, spesso in circostanze orribili.

Ma allo stesso tempo gli storici revisionisti presentano una quantità imponente, sebbene spesso ignorata, di prove a sostegno del proprio punto di vista, secondo il quale non vi sarebbe stato alcun progetto di sterminare gli ebrei d’Europa da parte dei tedeschi, le testimonianze relative agli omicidi di massa nelle “camere a gas” sarebbero spesso fasulle e la cifra di sei milioni di morti ebrei durante la guerra sarebbe un’esagerazione.
 

Molte affermazioni sull’Olocausto sono state abbandonate

Dalla II Guerra Mondiale la storia dell’Olocausto è cambiata un bel po’. Molte affermazioni relative allo sterminio, che un tempo erano largamente accettate, sono state lasciate cadere nel dimenticatoio.

Ad esempio, si è affermato per anni con sicurezza che gli ebrei venivano uccisi in camere a gas a Dachau, Buchenwald e in altri campi di concentramento sul territorio tedesco. Questa parte del racconto dello sterminio si è rivelata così insostenibile che è stata abbandonata ormai da molti anni. Nessuno storico serio dà oggi credito all’esistenza, che un tempo si riteneva provata, di “campi di sterminio” nel Reich germanico pre-1938. Perfino il celebre “cacciatore di nazisti” Simon Wiesenthal ha dovuto riconoscere che “non ci furono campi di sterminio in territorio tedesco” (1)

I principali storici dell’Olocausto affermano oggi che un gran numero di ebrei fu gasato in soli sei campi, situati in quella che è oggi la Polonia: Auschwitz, Majdanek, Treblinka, Sobibor, Chelmno e Belzec. Tuttavia, le prove relative alle gasazioni in questi sei campi non sono qualitativamente diverse da quelle, oggi ritenute senza fondamento, presentate a suo tempo per le presunte “gasazioni” in territorio tedesco.

Durante il grande processo di Norimberga del 1945-46 e nel decennio successivo alla fine della II Guerra Mondiale, Auschwitz (soprattutto Auschwitz-Birkenau) e Majdanek (Lublino) furono considerati i due più importanti “campi della morte”. A Norimberga le vittoriose forze alleate accusarono i tedeschi di aver ucciso quattro milioni di ebrei ad Auschwitz e un altro milione e mezzo a Majdanek. Oggi nessuno storico serio accetta queste cifre assurde. (2)

Inoltre, negli anni recenti, sono state raccolte prove incontrovertibili che non si conciliano con le testimonianze di attività di sterminio di massa in questi campi. Per esempio, alcune dettagliate fotografie aeree di Auschwitz-Birkenau, scattate in diversi giorni del 1944 – all’apice delle presunte attività di sterminio – non mostrano tracce di mucchi di cadaveri, ciminiere fumanti o masse di ebrei in attesa della morte, tutte cose che sarebbero chiaramente visibili se le voci che parlano di sterminio all’interno del campo fossero vere.

La “confessione” postbellica del comandante di Auschwitz, Rudolf Höss, citata spesso come prova fondamentale nella storia dell’Olocausto, si è rivelata essere una falsa testimonianza ottenuta con la tortura. (3)
 

Altre affermazioni assurde sull’Olocausto

Per un certo periodo si è seriamente sostenuto che i tedeschi ricavavano sapone dai cadaveri degli ebrei (4) e che sterminavano metodicamente gli ebrei col vapore e l’elettricità.

A Norimberga gli ufficiali americani accusarono i tedeschi di aver ucciso gli ebrei a Treblinka non nelle camere a gas, come si afferma oggi, ma facendoli bollire fino alla morte in “camere a vapore”. (5)

I giornali americani, citando il rapporto di un testimone sovietico dall’appena liberato campo di Auschwitz, raccontarono nel 1945 ai lettori che i metodici tedeschi avevano ucciso gli ebrei utilizzando “una grata elettrificata su cui centinaia di persone potevano essere fulminate simultaneamente [e] poi spostate verso i forni. Esse venivano cremate quasi immediatamente, ricavando dai loro corpi fertilizzante per i vicini campi di cavoli”. (6)

Queste e molte altre bizzarrie riguardanti l’Olocausto sono state silenziosamente abbandonate col passare degli anni.
 

Le malattie uccisero molti detenuti

Tutti conoscono le terribili fotografie dei detenuti morti o moribondi trovati in campi di concentramento come Bergen-Belsen e Nordhausen, liberati dalle truppe americane e britanniche nelle ultime settimane della guerra in Europa. Molte persone accettano queste fotografie come prova dell’”Olocausto”.

In realtà, questi detenuti morti o moribondi furono le sfortunate vittime delle malattie e della malnutrizione provocate dal totale collasso della Germania negli ultimi mesi della guerra. Se davvero ci fosse stato un sistematico programma di sterminio, gli ebrei trovati vivi dagli alleati alla fine della guerra sarebbero stati molti di meno. (7)

Di fronte all’avanzare delle truppe sovietiche, una gran quantità di ebrei, negli ultimi mesi di guerra, venne evacuata dai campi e dai ghetti orientali verso i restanti campi della Germania occidentale. Questi campi divennero ben presto tremendamente sovraffollati, il che vanificò gli sforzi di prevenire la diffusione delle malattie. Inoltre, il collasso del sistema dei trasporti tedesco rese impossibile rifornire i campi del cibo e delle medicine necessarie.
 

Testimonianze inattendibili

Gli storici dell’Olocausto si affidano soprattutto ai cosiddetti “testimoni sopravvissuti” per sostenere la versione ufficiale. Ma simili “prove” sono notoriamente inattendibili e sono ben pochi i sopravvissuti che affermano di aver assistito a omicidi di massa.

Il direttore degli archivi dello Yad Vashem, il Museo israeliano dell’Olocausto, ha confermato che buona parte delle 20.000 testimonianze di sopravvissuti conservate nel museo sono “inattendibili”. Molti sopravvissuti, desiderando “sentirsi parte della storia”, hanno dato sfogo alla propria immaginazione, afferma il direttore Shmuel Krakowski. (8) Il prof. Arno Mayer dell’Università di Princeton, ha scritto: “Le fonti per lo studio delle camere a gas sono, al contempo, rare e inattendibili... Non è possibile negare le molte contraddizioni, ambiguità ed errori delle fonti esistenti”. (9)
 

Documenti tedeschi confiscati

Alla fine della II Guerra Mondiale gli alleati confiscarono un’enorme quantità di documenti tedeschi relativi alla politica della Germania verso gli ebrei durante il periodo di guerra, che viene spesso definita “soluzione finale”. Ma non è mai stato trovato un solo documento che si riferisca a un programma di sterminio. Al contrario, i documenti trovati mostrano che la “soluzione finale” era un programma di emigrazione e deportazione, non di sterminio.

Uno dei documenti più importanti è un memorandum del Ministero degli esteri tedesco, datato 21 agosto 1942. (10) “L’attuale guerra offre alla Germania l’opportunità e anche il dovere di risolvere la questione ebraica in Europa”, si legge nel documento. La politica “di promuovere l’evacuazione degli ebrei in stretta cooperazione con il Reichsführer SS [Heinrich Himmler] è ancora in vigore”. Il memorandum nota che “il numero di ebrei così deportati verso Est non basta a soddisfare le locali richieste di manodopera”.

Il memorandum cita il Ministro degli Esteri von Ribbentrop, affermando che “alla fine di questa guerra tutti gli ebrei dovranno aver lasciato l’Europa. Questa è stata un’irremovibile decisione del Führer [Hitler] ed è anche l’unico modo di affrontare questo problema, poiché l’unica soluzione possibile è quella globale e generale, mentre le misure individuali non sarebbero di gran giovamento”.

Il memorandum si conclude con l’affermazione che “le deportazioni [degli ebrei dell’Est] sono un passo ulteriore sulla strada di una soluzione definitiva... La deportazione verso il Governo Generale [polacco] è una misura provvisoria. Gli ebrei saranno in seguito trasferiti verso i territori occupati dell’Est [sovietico], non appena le condizioni tecniche lo permetteranno”.
 

Hitler e la “soluzione finale”

Non c’è nessuna prova documentale che Hitler abbia mai dato l’ordine di sterminare gli ebrei. Al contrario, i documenti evidenziano che il leader tedesco voleva che gli ebrei lasciassero l’Europa, con l’emigrazione, se possibile, o con la deportazione, se necessario. Un documento confidenziale trovato dopo la guerra nei registri del Ministero della Giustizia del Reich rivela il suo pensiero. Nella primavera 1942, il Segretario di Stato Schlegelberger annotava in un memorandum che il capo della Cancelleria di Hitler, Hans Lammers, lo aveva informato che “il Führer [Hitler] gli ha detto ripetutamente [a Lammers] che vuole che la soluzione del problema ebraico venga rinviata a dopo la fine della guerra”. (11)

E il 24 luglio 1942, Hitler confermò a persone a lui vicine la propria determinazione a rimuovere dall’Europa tutti gli ebrei dopo la fine della guerra: “Gli ebrei sono interessati all’Europa per ragioni economiche, ma l’Europa deve respingerli, non fosse altro che nel proprio interesse, visto che gli ebrei sono razzialmente più forti. Dopo che la guerra sarà finita, mi atterrò rigorosamente a questo progetto... Gli ebrei dovranno andarsene ed emigrare verso il Madagascar o in qualche altro stato nazionale ebraico”. (12)
 

Le SS di Himmler e i campi

In tempo di guerra gli ebrei rappresentavano una porzione rilevante della forza lavoro tedesca ed era quindi nell’interesse della Germania tenerli vivi.

Il 28 dicembre 1942 la direzione amministrativa dei campi SS inviò una direttiva a tutti i campi di concentramento, compreso Auschwitz, criticando con durezza l’alta incidenza della morte per malattia fra i detenuti e ordinando che “i medici dei campi utilizzino tutti i mezzi a loro disposizione per ridurre in modo significativo il tasso di mortalità nei vari campi”. Veniva inoltre ordinato: “I dottori dei campi dovranno controllare più frequentemente che in passato la nutrizione dei prigionieri e, coordinandosi con l’amministrazione, proporre soluzioni migliorative ai comandanti di campo... I dottori di campo dovranno vigilare affinché le condizioni operative nei diversi luoghi di lavoro siano le migliori possibili”.

Infine, la direttiva sottolineava che “il Reichsführer SS [Himmler] ha ordinato che il tasso di mortalità venga ridotto ad ogni costo”. (13)
 

Sei milioni

La cifra di sei milioni di morti ebrei durante la guerra, che ci viene incessantemente ripetuta, è un’esagerazione. Uno tra i principali giornali della neutrale Svizzera, il quotidiano Baseler Nachrichten, stimava nel giugno 1946 che non più di 1,5 milioni di ebrei europei potevano essere morti sotto il dominio tedesco durante la guerra. (14) In effetti, milioni di ebrei sopravvissero al dominio tedesco durante la II Guerra Mondiale, compresi molti di coloro che erano stati internati ad Auschwitz e in altri “campi di sterminio”.
 

“Olocaustomania” a senso unico

Benché la II Guerra Mondiale sia finita più di 60 anni fa, non c’è stata tregua nel flusso costante di film aventi per tema l’Olocausto, di cerimonie di “commemorazione dell’Olocausto” e di corsi d’informazione sull’Olocausto.

Il rabbino capo d’Inghilterra, Immanuel Jakobovits, ha appropriatamente descritto la propaganda sull’Olocausto come “una vera e propria industria, con profitti notevoli per scrittori, ricercatori, registi, costruttori di monumenti, progettisti di musei e perfino politici”. Ha anche aggiunto che diversi rabbini e teologi sono “partner di questo lucroso affare”. (16)

Per molti ebrei, l’Olocausto è praticamente una nuova religione. Il rabbino Michael Goldberg parla di “culto dell’Olocausto” con “i suoi articoli di fede, i suoi riti, i suoi santuari”. (17) In questa campagna propagandistica – che lo storico ebreo-americano Alfred Lilienthal chiama “olocaustomania” – gli ebrei vengono ritratti come vittime assolutamente incolpevoli e i non ebrei come esseri moralmente retrogradi che possono trasformarsi da un momento all’altro in nazisti assassini.

Per molti ebrei, la principale lezione che deriva dall’Olocausto è che i non ebrei, in un certo senso, sono tutti da guardare con sospetto. Se un popolo così istruito ed evoluto come quello tedesco può rivoltarsi contro gli ebrei, allora nessuna nazione non ebraica può essere del tutto degna di fiducia.

Alle vittime non ebree non viene riservato lo stesso trattamento. Ad esempio, in America non vi sono memoriali, centri di studi o cerimonie annuali per le vittime del dittatore sovietico Stalin, che fece di gran lunga più vittime di Hitler, o per le decine di milioni di vittime del dittatore cinese Mao Zedong.
 

L’Olocausto che semina odio

La storia dell’Olocausto viene utilizzata spesso per fomentare odio e ostilità, soprattutto contro il popolo tedesco, gli europei dell’est e la Chiesa Cattolica.

Il noto scrittore ebreo Elie Wiesel è un ex detenuto di Auschwitz che ha ricoperto l’incarico di direttore dell’Holocaust Memorial Council americano. Nel 1986 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. Questo sionista fervente ha scritto nel suo libro Legends of Our Time: “Ogni ebreo, da qualche parte del proprio essere, dovrebbe riservare una zona all’odio – un odio forte, virile – per ciò che il tedesco rappresenta e per ciò che continua ad esistere in ogni tedesco”. (18)
 

Cui prodest?

La campagna di commemorazione dell’Olocausto è di vitale importanza per gli interessi di Israele, che deve la propria esistenza agli enormi finanziamenti annuali pagati dai contribuenti americani. Serve a giustificare il massiccio sostegno offerto dagli USA a Israele e a giustificare le altrimenti ingiustificabili politiche israeliane.

Paula E. Hyman, insegnante di storia ebraica moderna all’Università di Yale, ha osservato: “Per ciò che riguarda Israele, l’Olocausto può essere usato per mettere a tacere le critiche politiche e sopprimere il dibattito; esso rafforza il sentimento degli ebrei di essere un popolo eternamente perseguitato che può confidare unicamente in se stesso per la propria difesa. L’evocazione della sofferenza patita dagli ebrei sotto il nazismo sostituisce spesso gli argomenti razionali e serve a convincere i dubbiosi della legittimità dell’attuale politica del governo israeliano”. (19)

Norman Finkelstein, professore ebreo che insegna alla DePaul University di Chicago [insegnava, purtroppo, ora è stato fatto licenziare, NdT], scrive nel suo libro L’industria dell’Olocausto che “invocare l’Olocausto” è “un espediente per delegittimare ogni critica verso gli ebrei”. Aggiunge: “Attribuendo agli ebrei la totale esenzione da ogni colpa, il dogma dell’Olocausto immunizza Israele e la comunità ebraica americana dalle legittime critiche... L’Organizzazione Ebraica Americana ha sfruttato l’Olocausto nazista per sviare le critiche verso Israele e le sue politiche moralmente indifendibili”. Finkelstein parla anche dello sfacciato “ladrocinio” ai danni della Germania, della Svizzera e di altri paesi da parte di Israele e della comunità ebraica internazionale “allo scopo di estorcere miliardi di dollari” (20)

Un altro motivo per cui la leggenda dell’Olocausto si è rivelata così durevole sta nel fatto che i governi delle principali potenze hanno un forte interesse a tenerla viva. Le potenze uscite vincitrici dalla II Guerra Mondiale – Stati Uniti, Russia e Inghilterra – hanno tutto da guadagnare nel dipingere lo sconfitto regime hitleriano il più negativamente possibile. Più si fa apparire quel regime come malvagio e satanico, più facilmente la causa alleata – e i mezzi che furono usati per perseguirla – potrà essere presentata come giustificata e perfino nobile.
 

Conclusione

In molti paesi, lo scetticismo sull’Olocausto è messo a tacere o perfino espressamente vietato.

Negli Stati Uniti, molti insegnanti sono stati licenziati per avere espresso punti di vista eretici su questo argomento. In Canada, negli Stati Uniti e in Francia, accade spesso che energumeni aggrediscano gli scettici dell’Olocausto. Uno di questi ultimi è stato perfino ucciso per le sue opinioni. (21)

In alcuni paesi, tra cui Francia e Germania, la “negazione dell’Olocausto” è un reato. Molte persone sono state incarcerate, pesantemente multate o costrette all’esilio per avere espresso dubbi su certi aspetti della versione ufficiale dell’Olocausto.

Nonostante le leggi contro la “negazione dell’Olocausto”, la pubblica censura, le intimidazioni, le incessanti campagne di “commemorazione dell’Olocausto” e perfino le aggressioni fisiche, un documentato scetticismo riguardo la versione ufficiale dell’Olocausto sta rapidamente espandendosi in tutto il mondo.

Questa tendenza è salutare. Ogni capitolo della storia, compreso quello del trattamento riservato agli ebrei d’Europa durante la II Guerra Mondiale, dovrebbe essere oggetto di studi critici obbiettivi. Un dibattito senza vincoli e uno scetticismo documentato sulle vicende storiche – perfino su quelle “ufficiali” – è essenziale in una società libera, aperta e matura.

 

Note

1.  Books & Bookmen (Londra), Aprile 1975, p. 5; “Gassings in ,” Stars and Stripes (edizione europea), 24 gennaio 1993, p. 14; “Wiesenthal Re-Confirms: 'No Extermination Camps on German Soil’”, in The Journal of Historical Review, maggio-giugno 1993, pp. 9-11.
( http://www.ihr.org/jhr/v13/v13n3p-9_Staff.html )

2. Allied indictment at Nuremberg Tribunal. International Military Tribunal (IMT) “blue series,” Vol. 1, p. 47; Raul Hilberg, The Destruction of the European Jews (Holmes & Meier [3 voll.], 1985), p. 1219; Peter Steinfels, "Auschwitz Revisionism," The New York Times, Nov. 12, 1989.

3. Rupert Butler, Legions of Death ( Inghilterra: 1983), pp. 235-237; R. Faurisson,  “How the British Obtained the Confessions of Rudolf Höss,” in The Journal of Historical Review, Winter 1986-87
( http://www.ihr.org/jhr/v07/v07p389_Faurisson.html ).

4. Mark Weber, “Jewish Soap", in The Journal of Historical Review, Estate 1991, pp. 217-227.
( http://www.ihr.org/jhr/v11/v11p217_Weber.html )

5. Documento di Norimberga PS-3311 (USA-293). International Military Tribunal (IMT) “blue series,” Vol. 32, pp. 153-158; IMT, Vol. 3, pp. 566-568; Vedi anche: M. Weber, Treblinka,” in The Journal of Historical Review, Estate 1992, pp. 133-158
( http://www.ihr.org/jhr/v12/v12p133_Allen.html )

6. Washington (DC) Daily News, 2 febbraio 1945, pp. 2, 35. (dispaccio della United Press da Mosca).

7. Vedi: M. Weber, Bergen-Belsen Camp: The Suppressed Story,” in The Journal of Historical Review, maggio-giugno 1995, pp. 23-30.
( http://www.ihr.org/jhr/v15/v15n3p23_Weber.html)

8. B. Amouyal, “Doubts Over Evidence of Camp Survivors”, in The Jerusalem Post (Israele), 17 agosto 1986, p. 1.

9. Arno J. Mayer, Why Did the Heavens Not Darken? (Pantheon, 1989), pp. 362-363.

10. Documento di Norimberga NG-2586-J. Tribunale Militare di Norimberga (NMT) “green series,” Vol. 13, pp. 243-249.

11. Documento di Norimberga PS-4025. Citato in: D. Irving, Hitler's War (Focal Point, 2002), p. 497. Facsimile alle pagine 606 e 607.
(Pubblicato anche sul sito  http://www.fpp.co.uk/Himmler/Schlegelberger/DocItself0342.html)

12. H. Picker, Hitlers Tischgespräche im Führerhauptquartier (Stoccarda, 1976), p. 456.

13. Documento di Norimberga PS-2171, Annex 2; A. de Cocatrix, Die Zahl der Opfer der nationalsozialistischen Verfolgung (Arolsen: International Tracing Service/ICRC, 1977), pp. 4-5; Nazi Conspiracy and Aggression (NC&A) “red series,” Vol. 4, pp. 833-834.

14. Baseler Nachrichten, 13 giugno 1946, p. 2.

15. Vedi: M. Weber, “Wilhelm Höttl and the Elusive 'Six Million'” in The Journal of Historical Review, sett.-dic. 2001
( http://www.ihr.org/jhr/v20/v20n5p25_Weber.html)

16. H. Shapiro, “Jakobovits”, in The Jerusalem Post (Israele), 26 novembre 1987, p. 1. 

17. M. Goldberg, Why Should Jews Survive? (Oxford Univ. Press, 1995), p. 41.

18. Legends of Our Time (New York: Schocken Books, 1982), Cap. 12, p. 142.

19. P. E. Hyman, “New Debate on the Holocaust”, su New York Times Magazine, 14 settembre1980, p. 79.

20. Norman G. Finkelstein, The Holocaust Industry (Verso, 2003), pp. 37, 52, 130, 149.

21. Vedi: R. Faurisson, “Jewish Militants: Fifteen Years, and More, of Terrorism in ”, in The Journal of Historical Review, Marzo-Aprile 1996, pp. 2-12
( http://www.ihr.org/jhr/v16/v16n2p-2_Faurisson.html) ;
M. Weber,  The Zionist Terror Network ( http://www.ihr.org/books/ztn.html)

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ULTIMISSIME DALL'INQUISIZIONE EBRAICA

by Gianluca Freda (11/11/2007 - 16:45)


da L’Express France di giovedì 8 novembre 2007:

Vincent Reynouard, 38 anni, è stato condannato giovedì dal tribunale di Saverne (Basso Reno) alla pena di un anno di prigione per aver contestato, nelle sue pubblicazioni, l’esistenza della Shoah.

Vincent Reynouard, da anni insegnante di matematica, è stato condannato a un anno di carcere e a 10.000 euro di ammenda per negazione di crimini contro l’umanità, secondo quanto disposto dalla sentenza. E’ stato perseguito per aver diffuso in musei, movimenti d’iniziativa, comuni e aziende di diversi settori, un opuscolo di 16 pagine intitolato: “Holocauste? Ce qu'on vous cache” [“Olocausto? Quello che non sapete”, che si può leggere QUI, NdT]. In questo opuscolo, di cui ha riconosciuto di essere l’autore, Reynouard nega il genocidio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, definendolo “propaganda”. Padre di famiglia di 38 anni, era stato licenziato nel 1997 dalla scuola pubblica per aver messo in ordinazione, presso il liceo di Honfleur dove insegnava, alcuni testi che rimettevano in discussione il massacro di Oradour-sur-Glane ad opera di una divisione SS del Reich. Aveva anche proposto ai suoi allievi un esercizio sulle statistiche di mortalità all’interno del campo di Auschwitz, basandosi su una pubblicazione revisionista. Vincent Reynouard risiede attualmente a Bruxelles, dove anima diversi siti internet revisionisti, stando alla Licra (Lega Internazionale Contro il Razzismo e l’Antisemitismo) che si è costituita parte civile. “E’ una condanna esemplare”, ha detto il presidente della Licra, Raphaël Nisand, che ha definito Reynouard “uno dei capi del negazionismo francese”. La Licra ha ottenuto 3.000 euro di danni e interessi.

 

VINCENT REYNOUARD: ARRESTATO,
MALTRATTATO E MINACCIATO
DI CARCERAZIONE

di Robert Faurisson
tratto dal sito dell’Adelaide Institute
Traduzione di Gianluca Freda
 

Ieri, lunedì 19 settembre 2005, alle 9.30 del mattino, tre poliziotti belgi in uniforme si sono presentati presso l’abitazione di Vincent Reynouard a Bruxelles.

Hanno rotto i sigilli che erano stati apposti sulla porta del suo studio la settimana scorsa e hanno sequestrato tutte le pubblicazioni destinate alla distribuzione, mettendole in 13 o 14 scatole.

Poi hanno portato Vincent Reynouard in un luogo dove gli hanno posto con educazione alcune domande. Gli hanno preso le impronte digitali. Dopo un attesa di tre ore in una cella di tribunale, dove gli erano stati fatti togliere i lacci delle scarpe e la cintura e dove, in compagnia di un arabo molto agitato, poteva udire rumori, strilli e urla incessanti, è stato ammanettato e scortato nell’ufficio di un magistrato esaminatore.

Il magistrato era una donna sui quarant’anni di nome Anne Gruwez. Arrogante (“qui comando io”), incurante di celare la propria ostilità e di tormentare in continuazione l’accusato (“Parli più forte”, “Parli più piano”, “Si sieda composto”...), questa signora teneva un ritratto di Dreyfus appeso al muro dell’ufficio.

Con l’odio negli occhi, ha interrogato a lungo Vincent Reynouard, poi gli ha detto che lo avrebbero messo in libertà provvisoria a cinque condizioni.

E cioè:

1) Che cessasse ogni attività revisionista;

2) Che si astenesse dal tenere qualunque conferenza;

3) Che si sottoponesse ad esame psichiatrico;

4) Che facesse di tutto per trovarsi un lavoro;

5) Che si rendesse reperibile ai futuri interrogatori.

Alle 6.45 del pomeriggio, a Vincent Reynouard sono stati restituiti i lacci delle scarpe, la cintura e tutto il suo patrimonio, ammontante a €2.46.

Dopo la prima visita della polizia, avvenuta una settimana fa, la signora Reynouard, che è in attesa del suo sesto figlio, aveva avuto alcuni problemi di salute. (Contrariamente a quanto avevo scritto nei miei articoli precedenti, la coppia ha già cinque bambini, non quattro).

Sconvolta per la seconda irruzione della polizia e preoccupata all’idea che il marito potesse finire in prigione e di ritrovarsi sola coi bambini, i suoi problemi si sono ripresentati.

Chiunque conosca Vincent Reynouard sa bene che persona gentile egli sia. Gli stessi poliziotti non hanno negato di conoscere bene la sua gentilezza. La donna che lo ha interrogato non può non averlo notato. E’ dunque ancor più imperdonabile il trattamento che gli ha riservato.

Ricordo ai lettori l’indirizzo di Vincent Reynouard:

Vincent Reynouard
107, Chausée de Vleurgat
B-1000 Brussels,

Belgio 

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ECONOMIA QUANTISTICA

by Gianluca Freda (10/11/2007 - 17:56)


In fisica quantistica, uno dei paradossi più noti al grande pubblico è quello del celeberrimo “gatto di Schroedinger”. Erwin Schroedinger lo elaborò nel 1935, per evidenziare le assurdità in cui si rischia di incappare nel momento in cui si prova ad estendere le teorie quantistiche dai sistemi subatomici, pieni di fotoni ed elettroni, al macrocosmo che costituisce la nostra vita quotidiana. In sostanza: si prenda un gatto e lo si chiuda in una scatola opaca, tale che ad un osservatore esterno sia impossibile vedere cosa accade all’interno. Insieme al gatto, metteremo nella scatola una fiala di acido cianidrico. Sopra la fiala c’è un martello, collegato ad un meccanismo che è a sua volta collegato ad un contatore geiger. Il geiger misura il decadimento, nell’arco di un’ora, di un atomo di sostanza radioattiva. C’è il 50% di probabilità che la sostanza decada e il 50% di probabilità che non decada. Se il decadimento avviene, il geiger aziona il martello che rompe la fiala di veleno, uccidendo il povero felino. Se il decadimento non avviene, il gatto potrà veder sorgere una nuova alba. Ora, in fisica quantistica lo stato di una particella subatomica è espresso come “superposizione” di stati, cioè come insieme di stati possibili, il cui arco di valori è calcolato dall’apposita equazione di Schroedinger. In questo arco di valori una particella può presentarsi contemporaneamente in due stati apparentemente incompatibili, ad esempio decaduta e non decaduta. E’ solo l’intervento di un osservatore, che esegua una misurazione sulla particella, che fa sì che essa acquisisca uno stato definito. Si parla in questo caso di “collasso dell’equazione d’onda”. Dopo un’ora, l’atomo che decide la sorte della povera bestia sarà in uno stato di superposizione. La particella, in termini quantistici, sarà contemporaneamente decaduta e non decaduta, almeno finché qualcuno non andrà a verificare il suo status. Allo stesso modo il gatto sarà contemporaneamente vivo e morto, almeno finché un osservatore non aprirà la scatola per sapere che ne è stato di lui.

Il paradosso ha fatto scervellare generazioni di scienziati sulla domanda: poiché nessuno ha mai visto in giro un gatto che sia contemporaneamente vivo e morto, qual è il punto in cui un sistema cessa di poter essere descritto nei termini quantistici di superposizione di stati e va individuato in uno solo degli stati possibili? Sono nate anche un’infinità di squallide battute e barzellette su questo paradosso, molto diffuse in ambito scientifico. Ad esempio: “La signora Schroedinger dice al marito: caro, ma che diavolo hai fatto al gatto? Sembra mezzo morto!”.

Io non ho idea di come e se il paradosso di Schroedinger possa essere risolto, sottraendo il gatto al suo tristissimo limbo di indeterminazione quantica. Vorrei però evidenziare alcune possibili applicazioni del paradosso di Schroedinger in campo economico.

L’altro giorno, sui mercati borsistici, il dollaro ha perduto un altro 2 per cento del suo valore. In un anno si è deprezzato, rispetto all’euro, di circa il 70%, riducendo a misera cosa il surplus commerciale dell’Europa verso gli USA, un tempo notevole. Ciò ha provocato una fuga precipitosa dal dollaro in tutte quelle economie che ne avevano acquistato quantità enormi da tenere come riserva. Cheng Siwei, vicepresidente del parlamento cinese, ha annunciato che la Cina continuerà a “diversificare” 1,4 trilioni di riserve in dollari verso altre valute più forti, come l’euro. Traduzione: il dollaro è ormai carta straccia e non sappiamo più cosa farcene. Se il dollaro va a fondo, molte banche internazionali rischiano di perdere anche le mutande, vista l’enorme quantità di questa valuta presente nei loro forzieri. Ma il panico è ormai giunto a tali livelli che  nessuno ragiona più. Si salta fuori precipitosamente dalla nave che affonda, senza troppo pensare al gelo dell’oceano. Anche gli Emirati Arabi, il Qatar, il Kuwait e la Siria, per limitarsi al solo Medio Oriente, hanno annunciato la propria intenzione di disfarsi dei dollari. Il Vietnam e la Tailandia hanno seguito la folla. Hong Kong tenta di resistere alla tentazione e di tenere i nervi saldi, ma l’esempio cinese non lascia ben sperare per il futuro. Perfino l’Iraq ha annunciato, per bocca del capo della locale Banca Centrale, di voler disfarsi dei dollari, definendola “una politica prudente”.

L’oro è schizzato a 98 dollari all’oncia, il petrolio veleggia verso i 100 al barile, la General Motors ha annunciato perdite per 39 miliardi di dollari, i prezzi delle case in America continuano ad affondare e le banche si dirigono speditamente verso il disastro. Ad esempio i due colossi Citigroup e Merril Lynch sono a un passo dalla bancarotta. Le svalutazioni dei portafogli contenenti le cartolarizzazioni dei mutui subprime hanno creato una voragine di 8,4 miliardi di dollari per la Merril e di 6,5 miliardi per Citigroup. Scrive Charles Hugh Smith nel suo “Empire of Debt: The Great Unraveling”:

Se le loro scommesse perdute venissero rilevate dal mercato, Citicorp e Merril Lynch verrebbero dichiarate insolventi. Perché? Perché esse sono insolventi, proprio in questo momento. Il motivo dell’insolvenza è palese: le perdite superano il loro capitale. Ricordate che queste aziende dichiarano beni per 100 miliardi di dollari (o giù di lì), ma il loro vero capitale netto è tra il 2,5 per cento e il 5 per cento di questa cifra, una mera frazione dei beni dichiarati. In altre parole: una perdita del 5% sarebbe sufficiente a spazzarle via. Il gioco è finito ormai e i giocatori che tentano di nascondere le perdite potranno durare al massimo qualche giorno o qualche settimana”.

Lo stesso sta accadendo per alcuni noti istituti europei: in Inghilterra la Northern Rock ha accusato perdite così colossali che la Banca d’Inghilterra, nel disperato tentativo di salvarla, le ha versato liquidità per una cifra che arriverà fra poco a 50 miliardi di sterline, cioè 71 miliardi di euro, pari al 5% del PIL britannico. Nel settembre scorso il panico si era impadronito dei correntisti dell’istituto, che avevano creato code chilometriche davanti agli sportelli per ritirare i propri risparmi. Ciò aveva fatto temere una ripercussione a catena sugli altri istituti, che al momento non è certo scongiurata.

Nel disastro degli hedge fund investiti su subprime è stato coinvolto anche il gruppo Barclays. Barclays Capital, il ramo bancario del gruppo, ha un’esposizione verso due hedge fund del gruppo Bear Sterns che stanno per collassare dopo essere stati investiti dalla crisi dei subprime. All’inizio di novembre i titoli dell’azienda sono crollati dopo che si era sparsa la voce di un nuovo prestito d’emergenza (dopo quello della fine di agosto) richiesto alla Banca d’Inghilterra nel tentativo di colmare il buco. Alla fine di ottobre, insieme alla Royal Bank of Scotland (altro istituto coinvolto nel disastro creditizio), Barclays aveva chiesto 30 miliardi di dollari alla Federal Reserve americana per salvare i clienti americani dell’istituto che avevano acquistato security fondate sui mutui, divenute spazzatura.

Insomma: il sistema bancario americano e gran parte di quello mondiale è un morto che cammina. Come nel paradosso di Schroedinger, vive in un limbo quantico: è un gatto morto e putrefatto, intrappolato in una scatola da cui non può uscire, che però continua ad essere vivo avvalendosi dei vantaggi della superposizione. Infatti, nessuno può certificare la sua morte finché un osservatore pietoso non si deciderà ad aprire la scatola. Proprio per questo, il cadavere vi si è barricato all’interno. Ha blindato il coperchio e lo ha avvitato da dentro per impedire il collasso della funzione d’onda, ben sapendo che se un osservatore importuno andasse a curiosare, la funzione d’onda non sarebbe l’unica cosa destinata al collasso.

Per fare ciò, le banche hanno classificato una cospicua parte dei loro beni (corrispondente almeno a quel fatidico 5 per cento) come beni di “livello 3”, cioè tali che è la banca stessa a determinarne il valore secondo il proprio giudizio. Ad esempio, i beni di “livello 3” della Goldman Sachs avrebbero un valore “autodeterminato” di 72 miliardi di dollari, il doppio del suo capitale di base, pari a 36 miliardi. L’esistenza stessa della Goldman dipende dal fatto che questi beni conservino questa valutazione. Ma negli Stati Uniti questo nascondiglio quantico rimarrà inviolato per poco. Il nuovo regolamento, noto come FASB 157, costringe le banche a riferirsi a “prezzi di mercato” nel valutare i propri possedimenti. Quando il regolamento verrà applicato, tutti potranno vedere gli scarafaggi che scorrazzano sulla carcassa dell’infelice creatura. Secondo alcuni analisti, il nuovo regolamento potrebbe provocare un ridimensionamento nella valutazione dei beni in possesso delle banche pari ad almeno 200 miliardi di dollari. Il che costringerebbe le banche ad aumentare le proprie riserve di capitale, sferrando il colpo di grazia alla loro possibilità di offrire denaro in prestito.

Le banche stanno già dando un netto giro di vite ai requisiti richiesti per ottenere finanziamenti per il mutuo e questo proprio in un momento in cui il settore immobiliare avrebbe un disperato bisogno di sostegno agli acquisti. Negli USA i mutui di grossa entità (quelli superiori a 417.000 dollari, detti “jumbo loans”) sono già impossibili da ottenere, a prescindere dal curriculum di solvibilità e correttezza del richiedente. Il 40% delle altre tipologie di mutuo, dai subprime ai mutui a tasso variabile, sono già state eliminate. Il settore immobiliare, che negli ultimi anni ha dato lavoro a 2 nuovi occupati su 5, è alla canna del gas. Ha un invenduto arretrato di 11 mesi da smaltire e i nuovi cantieri si sono fermati all’unisono ora che le nubi si addensano su quello che è stato, negli anni appena trascorsi, il settore trainante dell’economia americana e mondiale. Inutile dire che nel momento in cui il FASB 157 griderà a tutti che il re è ancora più nudo di quel che già si pensava, la situazione non migliorerà.

Quanto al dollaro, la sua scatola quantica è ormai a pezzi e tutti possono ammirarne il macabro contenuto. Nel 1945, con gli accordi di Bretton Woods, gli USA avevano promesso di mantenere la convertibilità in oro del dollaro, se non in termini generali, almeno per i governi stranieri. Ciò era stato possibile grazie al fatto che nel corso della Seconda Guerra Mondiale gli USA avevano fornito aiuti ai paesi belligeranti richiedendo pagamenti in oro. Questo li aveva resi proprietari di gran parte delle riserve d’oro mondiali. Il dollaro diventava in questo modo la valuta di riferimento. Ma negli anni successivi, gli USA, per finanziare le loro guerre, inondarono il mondo di dollari, in quantità enormemente superiori a quelle che era possibile coprire con l’oro disponibile. Il 15 agosto 1971, il governo americano dichiarò la propria impossibilità di far fronte alle richieste dei paesi stranieri di convertire in oro i dollari che avevano ricevuto in cambio delle merci e dei servizi offerti. Fu in quel giorno che il dollaro stirò le zampe nella sua scatola, come un gatto avvelenato da una fiala di gas. Per tenere lontani gli osservatori che ne constatassero e inverassero il decesso, gli USA strinsero un patto di ferro con l’Arabia Saudita e poi con i membri dell’OPEC affinché il petrolio estratto nei loro paesi venisse venduto e scambiato solo in cambio di dollari. Se l’oro non poteva più garantire la persistenza dell’equazione d’onda del dollaro, sarebbe stato il petrolio a tenere viva l’ambiguità quantistica di un dollaro defunto sì, ma pur sempre vivo, rendendolo indispensabile per l’acquisto dell’unica fonte energetica di cui nessuna economia poteva fare a meno. Ora che le nuove borse petrolifere russa e iraniana consentono di acquistare il petrolio in valute diverse da quella americana, la scatola si è aperta, rivelando il suo orribile contenuto. Non è stato un bello spettacolo.

Per la fisica quantistica la realtà non è che un fascio di infinite possibilità delle quali è l’osservatore a determinare l’evoluzione. E’ chi osserva a determinare, con il proprio atto, la trasformazione in realtà – almeno nella sua realtà - di ciò che era una mera potenzialità. Gli osservatori hanno scelto, fino ad oggi, di scambiare beni, lavoro e materie prime in cambio di pezzi di cartaccia garantiti solo da se stessi. Le banche hanno scelto di riempire i propri forzieri con tonnellate di questa robaccia, come se si trattasse di gioielli preziosi e salvifici. Chi ha bisogno di una casa, ha scelto di spezzare l’equazione d’onda nel punto in cui lavorare trent’anni come un negro per ottenere qualcosa che i nostri nonni costruivano in un anno soltanto, prendendosela comoda e con un minimo investimento nei materiali, è una realtà condivisa e accettabile. Chi ha dei risparmi, ha creduto intelligente finanziare con essi una realtà quantistica in cui il miglior modo di investirli era quello di scambiarli con obbligazioni fondate su altre obbligazioni garantite dal niente. Mi chiedo: che diavolo aspetta tutta questa gente ad aprire la scatola? Se si decideranno a farlo, potrebbero avere la delusione, ma anche l’illuminazione, di scoprire che non contiene altro che la carcassa di un gattaccio morto asfissiato. Oppure di trovarci dentro un gatto vivo e vegeto, secondo la preferenza dell’osservatore. Nel qual caso, sarebbe davvero arrivato il momento di prendere a calci questa dannata e paradossale bestiaccia.
 

(Nessun gatto è stato maltrattato per la stesura di questo articolo. Uno, anzi, è stato perfino nutrito con una scatola di kitekat in cambio della cessazione immediata dello strofinìo contro le caviglie dell’autore).

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L'UOMO CHE VISSE DUE VOLTE

by Gianluca Freda (08/11/2007 - 04:23)


«Il nostro ruolo è nella capacità del movimento operaio di esercitare appieno la propria egemonia su quei settori dei giovani delusi dall’esperienza estremista. È necessario quindi per il movimento operaio ed il suo partito d’avanguardia rendere più esplicito il rapporto tra lotta quotidiana e prospettiva di trasformazione dello stato, far comprendere alle giovani generazioni il proprio patrimonio teorico ed esplicare alcune questioni centro della elaborazione del marxismo italiano [...] Solo così sarà possibile recuperare alla milizia rivoluzionaria i giovani delusi dall’estremismo».

(Walter Veltroni, “Una vita da cambiare: la droga”, articolo pubblicato su “Roma Giovani”, periodico della FGCI del novembre 1974)
 

«Ogni volta che tra i partiti politici si parla di socialismo alcuni di essi, in primo luogo la DC, partono in voli pindarici descrivendo a tinte fosche, come in un libro di Carolina Invernizio, il carattere dittatoriale e le soppressioni della libertà che a parere loro vigerebbero nei paesi socialisti. Non abbiamo mai esitato a far sentire alta la nostra voce quando abbiamo ritenuto che in questo o quel paese un intervento esterno comprimesse la libertà di quel popolo, così come non abbiamo mai mancato di sviluppare un dibattito serrato sulle questioni della democrazia socialista. Ma sempre in questi dibattiti si è affermato il carattere franco e aperto che caratterizza le discussioni tra partiti fratelli».

(Walter Veltroni, “I giovani, la libertà, il socialismo”, su Roma Giovani n. 4/5, maggio 1975)
 

«Si esalta nell’originale elaborazione italiana l’affermazione di Lenin secondo la quale la democrazia e il socialismo si saldano fortemente e la rivoluzione democratica apre la strada a quelle socialiste, mentre la soluzione socialista porta a compimento quella democratica».

(W. Veltroni, ibidem)
 

«I compagni vietnamiti ci hanno detto: “La nostra lotta è giusta, uniti vinceremo”. Ed hanno sconfitto la grande potenza americana e sono entrati a Saigon dove lavorano per costruire un Vietnam pacifico e indipendente. [...] Sui muri di Saigon i soldati del GRP hanno scritto le parole che Ho Ci Min pronunciò nel ’68 prima dell’offensiva del TET: “Questa primavera sarà migliore di ogni altra; la notizia delle vittorie riempie di gioia tutto il paese, Nord e Sud, gareggiando in coraggio sconfiggono lo Yankee. Avanti, la vittoria è nelle nostre mani”. L’Indocina, l’Africa, l’America latina, la Cina, Cuba Socialista, il Portogallo, la Grecia, i paesi socialisti dell’Est europeo, tutto il mondo si colloca sulla strada della libertà e del progresso. Libertà, progresso, giustizia sociale, valori che si affermano in dimensioni sempre più ampie tra i giovani e che vanno tutte nella direzione del socialismo. Esso, lo sappiamo, non è dietro l’angolo. Coscienti di questo nel chiedere ai giovani il voto al PCI sentiamo di dover proporre qualcosa di più: un impegno coerente di coscienza e di lotta. Questa è la linea che prospettiamo ma non ne esistono, ne siamo convinti, altre».

(W. Veltroni, ibidem)
 

«Occorrerebbe, per svolgere un’opera di reale rinnovamento, che la DC condannasse sé stessa per il suo passato, per l’espulsione dei comunisti dal governo dopo la guerra, per aver venduto agli americani il proprio partito, e il nostro paese, per aver giocato la carta della legge truffa. [...] La domanda di una società nuova si è fatta “senso comune” nell’animo della gioventù, spetta a noi tradurla nella lotta conseguente per la rivoluzione italiana».

(W. Veltroni, articolo su “Roma Giovani”, 1976)
 

«Per trent’anni siamo stati dipendenti economicamente e politicamente dagli Stati Uniti, la DC è stata connivente con la guerra nel Vietnam. Kissinger può indisturbato rivolgere apprezzamenti sulla situazione politica italiana, i ministri DC e chissà chi altro prendono i soldi dalle fabbriche di aerei americane. Alla faccia dell’indipendenza e dell’autonomia! Diceva Togliatti, parlando alla Federazione Romana nel ’44: “A coloro, agenti di questa politica antinazionale, che dicono: la nostra rovina sono i comunisti, sono i socialisti; cacciamo i socialisti e i comunisti dal potere, poi vedrete tutto quello che riceveremo, gli Stati Uniti ci manderanno i dollari, l’Inghilterra ci darà chissà quanti chilometri di sabbia nell’Africa sui quali potremmo ricostruire ancora una volta un nuovo e bellissimo impero… a costoro diciamo: voi siete dei nemici per l’Italia”».

(W. Veltroni, ibidem)
 

«Occorre comprendere come oggi stesso “fare politica” significa edificare mattone per mattone una società nuova, significa partecipare al progetto ambizioso della vittoria della rivoluzione proletaria in occidente, di quella rivoluzione che noi portiamo avanti e che tutti i giovani debbono vivere e far vivere da oggi».

(W. Veltroni, ibidem)
 

"Il Kennedismo è stato, con la socialdemocrazia svedese, la più alta forma di governo sperimentata dai democratici in società occidentali avanzate [...]. A questa specie non appartengono, per me, i governi socialisti che si sono succeduti negli anni 80 in Europa".

(W. Veltroni, prefazione al suo libro “Il sogno spezzato” su Robert Kennedy, fratello di John sotto la cui presidenza iniziò l’aggressione statunitense al Vietnam che provocò quasi cinque milioni di morti, 1999)


"Quelle foto sono agghiaccianti [riferito alle foto dei campi di concentramento in Cambogia pubblicate sul libro “L’illusione del bene” di Cristina Comencini, NdR] e non sono diverse da quelle che fra dieci giorni vedrò andando ad Auschwitz. Sono diversi i colori delle bandiere, sono diverse le motivazioni, ma le vite degli esseri umani sono le stesse. [...] Quel che bisogna dichiarare per essere creduti rispetto a ciò che è stata la storia del comunismo si trova nella vita concreta di milioni di persone. La vita non merita di essere archiviata sotto diverse specie in ragione delle motivazioni che hanno spinto a fare l'una o l'altra cosa, perché il significato di entrambe è lo stesso e cioè la riduzione della libertà, la soppressione della possibilità di vivere la propria vita manifestando le proprie idee e avendo la propria religione".

(W. Veltroni, dichiarazione del 29 ottobre 2007 alla presentazione del libro della Comencini)
 

«Comunismo e libertà sono stati incompatibili. Io ero un ragazzo, allora, ma consideravo Breznev un avversario, la sua dittatura un nemico da abbattere ».

(W. Veltroni, altra dichiarazione recente)

 

Alla direzione del neonato Partito Democratico:

Mi congratulo con tutti voi per la scelta di Walter Veltroni come segretario della nuova formazione politica, alla quale darò sicuramente il mio voto alle prossime elezioni. In un momento in cui la denigrazione gratuita del comunismo sta prendendo sempre più piede nella vulgata comune, la scelta di un personaggio che sappia difendere con tanto coraggio la lotta proletaria e l’avversione all’imperialismo americano suscita la mia gioia più profonda. Grazie per aver restituito forza all’orgoglio di un vecchio comunista.

Gianluca Freda

P.S.: Il Walter Veltroni che avete scelto alla guida del PD è quello del 1975-76, vero?

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LA CASTA D'OLTREOCEANO

by Gianluca Freda (07/11/2007 - 17:18)



TRADITORI?
di Cindy Sheehan (1)
dal sito www.cindyforcongress.org
Traduzione di Gianluca Freda
 

“L’America è una nazione priva di una vera e propria classe criminale; ad eccezione, forse, del Congresso”.
(Samuel “Mark Twain” Clemens)
 

Oggi, 6 novembre, Dennis Kucinich ha esercitato le sue prerogative congressuali e ha presentato alla Camera il suo progetto di legge (H Res 333) per l’impeachment del vicecriminale Richard D. Cheney. Alcuni si chiedono come mai la risoluzione sia stata presentata proprio oggi. Sarà stato a causa dell’avvicinarsi del congresso in Iowa? O forse Dennis ha a cuore la nostra Costituzione e intende prevenire un imminente attacco all’Iran? Comunque sia, una risoluzione che chiedesse l’impeachment di uno o di tutti i membri della Banda Bush era attesa da tempo ed è stata sostenuta da molti elementi di quella base progressista che chiede a gran voce la pace e il perseguimento dei responsabili.   

Appena la risoluzione è stata presentata, il leader della maggioranza alla Camera, Steny Hoyer (Democratici, Maryland), ha proposto una mozione per approvare o respingere la risoluzione. La votazione, che doveva durare quindici minuti, è durata invece oltre un’ora, poiché i voti, che all’inizio erano favorevoli per 3 a 1 a un rifiuto della risoluzione, hanno iniziato ad andare nella direzione opposta quando i repubblicani hanno spostato i loro voti dalla colonna del “sì” a quella del “no” (non perché siano improvvisamente diventati dei veri patrioti, ma perché fanno sempre un uso cinico della manipolazione politica). Dapprima, i Democratici hanno votato a schiacciante maggioranza per respingere la risoluzione, seguendo le direttive della loro leadership traditrice secondo la quale le parti della Costituzione che parlano dell’impeachment, dello spionaggio senza garanzie eseguito contro cittadini americani e dell’incarcerazione e della tortura di cittadini senza processo, non sarebbero più valide. La banda Bush e il Congresso di Pelosi/Hoyer SpA, hanno riscritto la Costituzione col sangue di quasi 4.000 americani e di oltre un milione di irakeni innocenti.

Poiché Hoyer non ha avuto successo nel suo obbediente tentativo di respingere la risoluzione, egli ha immediatamente proposto un’altra mozione per inviare la risoluzione alla Commissione Giustizia della Camera, presieduta da John Conyers (Democratici, Minnesota). Questa mozione è passata con il “sì” della maggior parte dei Democratici. Così, con ogni probabilità, l’odierna mozione di Dennis finirà a languire in commissione insieme all’altra che era stata presentata alla commissione sette mesi fa. Ieri Conyers ha difeso l’ignobile demolizione della Costituzione da parte della speaker della Camera, affermando: “Se (la Pelosi) desse la precedenza a queste cose (alla giustizia, forse?), considerato il numero di proposte legislative che abbiamo in esame... verrebbe a crearsi un ritardo che rischierebbe di inficiare la nostra produttività per tutto il 110° Congresso”. Beh, visto che la passata “produzione” del 110° Congresso è servita solo a spaventare la Turchia e a dare a George miliardi di altri dollari per continuare la letale (il 2007 è stato l’anno peggiore per numero di morti in Iraq) occupazione, legittimando al contempo i crimini di George, inficiare la sua “produttività” potrebbe essere un’ottima idea.

L’ex capo della maggioranza alla Camera, Tom DeLay, è un criminale che ha sfruttato la propria posizione di leader per ottenere finanziamenti personali per la sua famiglia e i suoi sostenitori. Tom DeLay fu costretto a dimettersi da capo della maggioranza quando il suo gabinetto fu colpito da un’ondata di scandali le cui implicazioni stanno ancora coinvolgendo altri membri del Congresso. La scelta di Nancy Pelosi come primo portavoce donna della Camera fu sconvolgente e certamente molto attesa, ma la Pelosi si è poi rivelata non solo un fallimento, ma un disastro per la democrazia. Lo ha ammesso lei stessa la settimana scorsa, quando ha detto che avrebbe dato al Congresso un voto molto basso. Si comporta come se fosse un burattino inerme in balia dell’ordine nazionale delle cose. Se solo il mondo non fosse pieno di “senatori e repubblicani”, allora sì che sarebbe in grado di fare bene il suo lavoro! Ma se il mondo non fosse pieno di senatori e deputati, di democratici e repubblicani, mio figlio sarebbe ancora vivo e io sarei ancora una madre lavoratrice di Vacaville, California. Spesso dobbiamo lavorare e cavarcela in un insieme di circostanze che non sono ideali, ma che non devono impedirci di svolgere il nostro lavoro con integrità e coraggio. Non dovrebbero impedirci di essere efficaci, ma quando si parla della Congresso SpA è proprio questo che quasi sempre avviene.

Benché io sia ancora una volta delusa (ma non sorpresa) dagli odierni maneggi alla Camera dei Rappresentanti, non posso dire di essere mai stata a favore dell’impeachment del solo Dick Cheney. In effetti, Dennis mi ha detto che era questa la sua intenzione solo pochi giorni prima di presentare la H Res 333. Dennis e altri sostenevano che se chiedessimo prima l’impeachment di George, Dick diventerebbe presidente. Già, ma chi crede ancora che Dick non sia stato comunque presidente negli ultimi sette anni? Se Dick venisse colpito per primo dall’impeachment, George nominerebbe un nuovo vicepresidente che sarebbe altrettanto ignobile, se non peggiore, e sappiamo tutti che il Congresso approverebbe immediatamente la scelta di George (fatto salvo forse qualche mugugno isolato). Sono sempre stata a favore di chiedere l’impeachment simultaneo per entrambi, ma ora non ne sono più così sicura. Se George e Dick venissero tolti di mezzo, allora qualche altro strumento dell’establishment corporativo, come Nancy Pelosi, diventerebbe presidente per gli ultimi mesi di ciò che è già stato un fallimento catastrofico.

L’intero branco di co-cospiratori della Banda Bush, che alcuni chiamano “leadership dei Democratici”, deve essere rimosso dalle sue posizioni di potere alla Camera. In particolare, Nancy e Steny devono lasciare il posto a dei leader che rappresentino la base progressista e non abusino oltre dell’incarico che gli abbiamo affidato, della nostra passione e delle nostre organizzazioni.

Ci sono alcune cose che possiamo tentare di fare per tenere vivo il sogno di Dennis (che è anche nostro):

Contribuire alla campagna elettorale di Dennis. Ieri il candidato repubblicano Ron Paul ha raccolto quattro milioni di dollari in un solo giorno, dando una scossa decisiva alla sua candidatura. Dimostrate a Dennis il vostro sostegno e il vostro amore con i vostri contributi. Egli si è messo contro entrambi gli schieramenti, il che richiede una buona dose di integrità e di coraggio.

Contattate il senatore Conyers per spingerlo a compiere il suo dovere di investigare sulle accuse contenute nell’H Res 333, tenendo le udienze dovute e intensificando le convocazioni dei testimoni.

Chiamate anche gli altri membri della Commissione Giustizia.

Chiamate il senatore Jerry Nadler, la cui sub-commissione ha utilizzato l’H Res 333 come cuscino per le sedie per sette mesi.

Sostenete la mia candidatura e quella di altri candidati progressisti indipendenti. Se nel vostro distretto non c’è un candidato decente, candidatevi voi stessi, o cercate qualcuno da incoraggiare e sostenere.

Non importa quanto il Congresso vi sembri corrotto, calcolatore, infido e avverso, non arrendetevi mai! All’establishment piacerebbe molto vederci sparire e tacere per continuare a rapinare e distruggere tutto ciò che è importante per noi.

Ora siamo svegli, e non dobbiamo addormentarci mai più.

“Le Persone prima della Politica”
Sostieni Cindy al Congresso.  
 

(1) Cindy Sheehan è la madre di Casey Austin Sheehan, uno dei tanti giovani militari americani uccisi in Iraq. Casey Austin Sheehan è morto il 4 aprile 2004. Cindy è autrice del libro “Peace Mom” ed è diventata il simbolo del movimento americano contro la guerra.

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PER UNA VALORIZZAZIONE DEL CRIMINE ITALIANO

by Gianluca Freda (06/11/2007 - 00:49)


Stando a quel che leggo su internet, Marco Ahmetovic, il rom ventiduenne che nell’aprile scorso ammazzò quattro ragazzi di Appignano del Tronto guidando ubriaco, ha fatto fortuna. Si è beccato, sì, qualche anno di arresti domiciliari (peraltro in un residence di lusso), ma adesso è conteso dai media a suon di sporte di quattrini. La sua “storia” verrà raccontata da “Verissimo”, l’immonda trasmissione di Canale 5, che sborserà al pirata della strada non so quante decine di migliaia di euro per i diritti d’autore del suo capolavoro fuori carreggiata. Ahmetovic sarà testimonial, sempre in cambio di sostanziose elargizioni, “di una campagna di sensibilizzazione per scoraggiare la guida sotto l’influenza di alcol e droghe”. A giudicare dal monte di quattrini che sta beccando per aver fatto fuori quattro persone da ubriaco, non so quale potrà essere l’efficacia deterrente di una simile iniziativa. E’ conteso da tutte le trasmissioni TV e da tutti i rotocalchi per massaie rintronate. Sta scrivendo un libro di memorie intitolato “Anch’io sono un essere umano” (spero che il libro contenga delle buone argomentazioni in proposito), per il quale pare gli siano già stati pagati 150.000 euro di diritti. E’ seguito, come un’autentica star, dall’agente dei vip Alessio Sundas, che gli cura anche le pubbliche relazioni, spiegandogli come comportarsi in pubblico e cosa dire nelle interviste.

Tutto questo mi ha fatto venire una splendida idea.

State a sentire: una di queste sere esco e me ne vado al bar, dopodiché mi ubriaco come un tricheco. Sono pressoché astemio, dunque dovrebbero bastare un paio di bicchieri di grappa o di “latte di suocera” a ottenere l’effetto desiderato. Esco, metto in moto la mia potente Rover 400 e la dirigo a tutta velocità contro il primo drappello di sfigati che mi capita a tiro. Operai, gruppi di boy scout, mandrie di ciclisti in tour domenicale, va bene qualsiasi cosa. Se tra i fumi dell’alcool riesco a mantenere ancora un po’ di consapevolezza, punto dritto contro uno di quei branchi di ignominiosi discotecari grugnenti che infestano le notti del weekend. Saranno in pochi a sentire la loro mancanza e il peso sulla mia coscienza ne sarà alleviato. Mi faccio arrestare, scelgo un alberghetto comodo in cui trascorrere i domiciliari e resto in attesa delle proposte di collaborazione, che fioccheranno numerose. Incasso i generosi emolumenti e li metto su un conto in Brasile, dove con poche decine di migliaia di euro ti compri una casa da favola. Scrivo un bel libro di memorie della mia vita, che è per la verità piuttosto insulsa, eccezion fatta per quel meraviglioso momento catartico in cui ho stirato il suddetto branco di beoti danzanti come un mucchietto di fazzolettini puliti. Faccio da testimonial in un paio di campagne sulla sicurezza stradale: “Ragazzi, mi raccomando, non arrotate la gente: ve lo dice uno che arrotando la gente si è fatto un monte di soldi”. Incasso tutto, mi godo qualche anno di meritata fama mediatica, dando qualche festicciola nel mio alberghetto, poi, appena esaurita la “condanna” o all’arrivo del primo indulto, via verso Copacabana a godermi la pensione.

In questo mio ardito progetto pensionistico esiste tuttavia una piccola falla: il fatto che non sono un rom e nemmeno un immigrato, ma un comune cittadino italiano. E i cittadini italiani che stirano altri cittadini italiani (o anche stranieri) non fanno notizia. Nessuno li invita a “Verissimo” o a “Porta a Porta”, nessuno compra i loro libri di memorie, nessuno li intervista. I giornali non pubblicano le loro imprese in prima pagina a titoli cubitali. Questo è un trattamento riservato agli stranieri che ammazzano gli italiani e serve a sottolineare che un italiano vale di più di uno straniero. Repubblica non pubblicherà mai un reportage sui funerali di un italiano morto in uno scontro con un altro italiano ubriaco o imprudente. Succede tutti i giorni, ma se non c’è un rom alla guida i lettori passano alla pagina dei fumetti. Il Corriere e Libero non dedicheranno per settimane servizi speciali alle reazioni rabbiose del popolo. Maurizio Blondet non la menerà per cento articoli di fila su un incidente la cui responsabilità non sia imputabile a uno straniero. I pirati della strada italiani, così numerosi che potrebbero riunirsi in un apposito sindacato, sono gravemente discriminati. Nessuno li odia e quindi, in fondo, nessuno li ama. Per loro niente inviti nei salotti buoni di Vespa e della De Filippi. E così, addio pensione.

La stessa intollerabile discriminazione va rilevata per altre categorie di criminali professionisti. Se un rom accoppa un italiano, TV, giornali e riviste danno alla faccenda lo stesso risalto che darebbero a uno sbarco degli extraterrestri. Descrizioni del luogo del delitto, interviste ai parenti della vittima, invettive dell’uomo della strada contro la “minaccia rumena” vanno avanti per giorni e giorni, preparando il campo alla meritata fortuna mediatica dell’autore. Se un italiano accoppa un altro italiano, niente riflettori: la notizia si spegne in un battibaleno dopo un fioco passaggio nelle pagine di cronaca. E sì che anche gli italiani possono vantare, nel campo, ottimi professionisti. Qualche giorno fa, una studentessa inglese, Meredith Kercher, è stata ammazzata in un appartamento di Perugia. Pare che le indagini si stiano indirizzando verso alcuni studenti locali, sui quali però, trattandosi di italiani, le autorità mantengono uno strettissimo riserbo. Se fossero stati rom o extracomunitari, i giornali avrebbero già pubblicato i loro nomi e cognomi fin dai primi minuti, offrendo loro quella grande opportunità di carriera che agli autori nostrani, invece, viene ingiustamente negata.

A Roma, un altro farabutto professionista, proveniente da quella grande palestra di farabutti professionisti che è l’esercito italiano, ha sparato all’impazzata sulla folla, con un bilancio provvisorio, fino a questo momento, di due morti e sette feriti. Tu guarda che deve fare un criminale italiano per farsi notare. E nonostante tutto, per lui niente fama e niente allori. Repubblica continua a tenere la notizia in sordina, Vespa non telefona, il governo non propone l’espulsione dal paese di 5.000 ufficiali dell’esercito, cosa che costituirebbe un ottimo spunto per un’autobiografia romanzata, oltre che – per inciso – un sollievo per gran parte della cittadinanza. Gli artisti italiani, anche se di grande livello, vengono sempre ignorati a favore degli stranieri. Nemo propheta in patria.

Anzi, è ancora più grave. Ogni opera criminale faticosamente compiuta da artigiani nazionali, viene prontamente attribuita agli stranieri se non si ha la prontezza di rivendicarne il diritto d’autore. Del famoso delitto di Erba (due donne e un bambino massacrate dai vicini a coltellate) era stata immediatamente attribuita l’ideazione al coniuge tunisino della donna – nonostante egli si trovasse all’estero – prima che i due lombardissimi vicini di casa se ne facessero riconoscere la giusta paternità. Qualcuno, lassù, non ama il crimine made in Italy. Ma perché?

Perché il crimine non è utile al potere se non può trasformarsi in emergenza. E perché possa trasformarsi in emergenza c’è bisogno della paura dell’opinione pubblica, che formi intorno ad esso il necessario alone di consensuale isterismo. I media possono amplificare ad arte questa paura. Ma essa deve avere una profonda radice nella psiche collettiva su cui sia possibile fare leva. Si può far leva sulla paura degli stranieri, entità enigmatiche provenienti da un mondo a noi ignoto, che parlano lingue ignote. Ma un comune criminale nostrano non sarà mai un punto d'appoggio sufficiente.

Quando una vostra paura atavica diviene “emergenza”, pubblicamente riconosciuta dalle istituzioni, non c’è più niente da fare: siete fottuti.

Con la paura del brigatismo rosso giustificarono negli anni ’70 le leggi d’emergenza, grazie alle quali oggi potete finire in galera preventivamente, accusati di crimini dei quali non esiste la minima prova. E rischiate di rimanerci un bel pezzo se un comune delinquente, desideroso di depennare qualche anno di carcere alla propria condanna, decide di accusarvi di crimini che non avete mai neppure sognato. Il brigatismo sarebbe stato una misera cosa, senza i finanziamenti, gli appoggi e le infiltrazioni dei servizi segreti americani e dei loro quisling italiani. Praticamente, lo avevano inventato e nutrito le stesse persone che dicevano di combatterlo con queste leggi liberticide. Mi ricordo, da bambino, il filmato del processo brigatista a Roberto Peci, con quella voce camuffata in sottofondo che sembrava appartenere ad un’orrenda entità dell’oltretomba. Quella voce mi faceva paura. Ed era esattamente a questo che doveva servire. Il potere crea mostri fasulli che servono a giustificare la liberazione di mostri legislativi nel corpo della società civile, mostri che fanno a pezzi le nostre vite. I brigatisti di ieri e i rom di oggi svolgono la stessa, identica funzione.

Hanno cercato di uccidere internet e di strapparcelo dalle mani con l’”emergenza pedofilia”, vi ricordate? Nel 1997, quando muovevo i miei primi passi sul web, era molto difficile spiegare alla gente che quello strano schermo con tastiera che tenevo nella mia stanzetta non mi serviva per il traffico di fanciulli. E anche quando l’equazione internet = pedofilia non fu più sostenibile, l’emergenza fasulla fu comunque utile per rendere il potere sempre più intrusivo, sempre più legittimato a impicciarsi di questioni tra genitori e figli nelle quali non dovrebbe mettere becco.

L’”emergenza corruzione” (detta anche “Mani Pulite”) è servita a regalarci la classe politica più corrotta e più serva di uno Stato straniero che si sia mai vista in questo paese.

L’”emergenza disoccupazione” è servita a togliere lavoro e diritti, conquistati in decenni di lotte, a chi li aveva, senza offrire nulla a chi era disoccupato, e anzi aggravandone a dismisura il disagio e le prospettive.

L’”emergenza pensioni”, con le relative scempiaggini di contorno (i giovani che avrebbero dovuto lavorare per i vecchi) è servita anch’essa a devastare il nostro futuro. Ora i giovani non pagano più la pensione ai vecchi, i quali sono ridotti a mangiare alla mensa dei poveri. E come potrebbero farlo, del resto, costretti come sono a fare gli sguatteri a progetto nei call center in cambio di stipendi che non bastano a pagare neanche le spese per la benzina? Loro, i giovani, la pensione non la vedranno mai più e nessuno la pagherà per loro. 

Perfino le piccole e credibili emergenze, come quella della sicurezza sulle strade, sono servite al solo scopo di tartassare gli utenti con multe, sanzioni, autovelox, decurtazioni di punti e obblighi assurdi (i fanali accesi anche di giorno), gonfiando i portafogli della casta senza che il bilancio degli incidenti automobilistici ne risultasse minimamente migliorato. Qui dove vivo, il giornale locale si chiama “Libertà”, ma molti lo hanno ribattezzato “L’Eco dell’Arrotato”, vista la frequenza con cui le fototessere dei defunti in incidenti d’auto compaiono sulle prime pagine.

Ed è inutile parlare dell’emergenza delle emergenze, quella di alqaeda, del terrorismo decotto e degli anarcoinsurrezionalisti che ne fanno le veci nei momenti di stanca. C’è stato un tempo in cui il potere metteva un impegno maggiore almeno nelle favole che raccontava.

Il potere sa essere generoso con i babau che ne preservano e ne accrescono il controllo sulla massa. E’ per questo che i brigatisti “pentiti” godono di sconti di pena e ricevono posti di lavoro in associazioni finanziate da enti locali, con salari che un laureato non brigatista oggi si sogna. E’ per questo che i politici corrotti della prima repubblica hanno trovato posti, stipendi e pensioni d’oro nella seconda. E’ per questo che i rom stragisti e ubriachi, eretti con grande successo a simbolo dell’intera comunità rom in Italia, ricevono offerte di pubblicazione che un professore universitario non otterrebbe mai da nessuna casa editrice e gettoni di presenza milionari da parte del melmoso sistema dell’informazione spettacolo per casalinghe morte di fame. Mentre noi, poveri e onesti pirati della strada italiani, dobbiamo accontentarci di un modesto processo per direttissima e di portare la macchina dal carrozziere.

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11 SETTEMBRE 1941

by Gianluca Freda (05/11/2007 - 00:03)

Molto prima dell’attacco a Pearl Harbour, i preparativi per l’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale erano già largamente in corso. Come sempre la guerra era stata preparata a tavolino dall’amministrazione americana, dai banchieri ebraici e dai loro strumenti di propaganda. La ripresa dell’industria bellica aveva garantito enormi profitti ai suoi finanziatori. I cinema erano già pieni di film di propaganda che esaltavano la gloria della guerra. Il pretesto della minaccia alla patria (solita solfa) aveva garantito all’amministrazione Roosevelt un terzo mandato alla presidenza, cosa mai avvenuta prima in America, e gli aveva consentito di ridurre drasticamente i poteri del Congresso a vantaggio dell’esecutivo. L’11 settembre del 1941 (data sempre fatidica), il trasvolatore e politico Charles Lindbergh, all’epoca membro dell’America First Committee, il comitato americano che si opponeva all’entrata in guerra, tentò di spiegare ai cittadini di Les Moines, nell’Iowa, ciò che stava succedendo. Invano. Meno di tre mesi dopo, l’attacco giapponese ricercato e favorito in tutti i modi dall’amministrazione americana avrebbe aperto le porte alla guerra e poi a quell’asservimento dell’Europa agli Stati Uniti e al potere ebraico di cui stiamo ancora pagando le terribili conseguenze. Lindbergh fu screditato e attaccato da tutti i media americani. Ancora oggi, a 33 anni dalla sua morte, circola la voce che lo vorrebbe un collaborazionista e seguace del nazismo. Ora sapete il perché.

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ANTISEMITISMO: UNA BUFALA EBRAICA

by Gianluca Freda (04/11/2007 - 16:50)



INTERVISTA A ISRAEL SHAMIR
di Raja Bahari
Tratto dal sito www.israelshamir.net
Traduzione di Gianluca Freda

Questa intervista è stata rilasciata qualche tempo fa a FiB, la principale rivista svedese di estrema sinistra, e offre alcune semplici risposte alle solite domande. Utile!
 

Domanda: Lei afferma che oggi l’antisemitismo non esiste più. Può spiegare cosa intende dire?

Shamir: L’antisemitismo era una teoria razziale che ebbe breve successo verso la fine del 19° secolo, secondo la quale, così come le zebre sono ciò che sono, anche gli ebrei sarebbero ciò che sono; possiederebbero cioè certe caratteristiche razziali che li rendono naturali nemici della razza nordica, proprio come il lupo è nemico del coniglio. Quest’idea era sconosciuta in precedenza, poiché secondo la Chiesa e gli Ulema il problema tra ebrei e gentili era solo di natura religiosa; la conversione di un ebreo al cristianesimo o all’Islam eliminava il problema. Le idee razziali sono oggi piuttosto fuori moda; e non ho mai conosciuto una persona che considerasse gli ebrei una razza a parte, pericolosa per le altre.
Oppure, per scegliere un approccio meno scontato, l’antisemitismo viene definito come “odio verso gli ebrei per ciò che sono”. Un simile fenomeno è oggi completamente svanito. Esistono persone che si oppongono alla politica degli ebrei, ma nessuno che si opponga agli ebrei in sé.
Ecco perché possiamo dire che l’antisemitismo è scomparso dopo aver vissuto una vita molto breve. Gli ebrei tendono a utilizzare questa parola per definire obiezioni perfettamente legittime, e anzi lodevoli, alle loro politiche; per esempio alle politiche di Israele, ecc, ma si tratta solo di un’etichetta fatta per offendere.

Domanda: Quando lei dice che l’antisemitismo oggi non esiste più, lei lo definisce una vecchia teoria razziale. Ne deduco che lei definisce, per esempio, il vandalismo contro i cimiteri ebraici o contro le proprietà private come “obiezioni alla politica ebraica”. Se un giovane di origine ebraica, abitante in Svezia e non impegnato in politica, viene picchiato da neonazisti, lei come definisce questo? Non esiste forse una violenza e un odio verso gli ebrei fondati sul fatto che sono ebrei, al di là del fatto che questa definizione si riferisca a una razza, a un’etnia o a una religione? Lei definirebbe questo odio e questa violenza “obiezione alla politica ebraica”?

Shamir: Gli atti illegali e criminali sono semplicemente tali, e il modo in cui un criminale ragiona ha poca importanza. A nessuno è permesso compiere atti di vandalismo contro i cimiteri o picchiare le persone, che siano ebree o no. Lei crede che se un goy [non ebreo] viene picchiato o se un cimitero non ebraico subisce atti di vandalismo, questo sia meno grave? Si tolga gli ebrei dalla testa. Se un atto è criminale, è criminale, se non lo è, allora non è criminale. Non c’è ragione di presumere che gli ebrei siano speciali; che il pestaggio di un ebreo sia un affronto più grave del pestaggio di un goy.
Lei chiede: “Se un giovane di origine ebraica, abitante in Svezia e non impegnato in politica, viene picchiato da neonazisti, lei come definisce questo?”.
Non mi pare che simili eventi accadano più di frequente delle violenze di gruppo di qualsiasi altro tipo. In Francia, i militanti ebrei picchiano abbastanza spesso gli antisionisti, ma non ho mai sentito parlare di un caso in cui un francese abbia picchiato un ebreo che non fosse fasullo. A New York, la Lega per la Difesa Ebraica picchia e ammazza i goym, ma per qualche motivo nessuno apre il dibattito sull’”odio degli ebrei per i goym”. E difatti, il comportamento criminale di qualche esaltato non è un buon motivo per montare un caso di “antisemitismo” o di “odio verso i goym”; la polizia dovrebbe limitarsi a pensare ai criminali.
Lei chiede: “Non esiste forse una violenza e un odio verso gli ebrei fondati sul fatto che sono ebrei, al di là del fatto che questa definizione si riferisca a una razza, a un’etnia o a una religione?”. La risposta è NO. Non ancora, ma se gli speranzosi continuano a promuovere quest’idea ad nauseam, essa potrebbe anche avere successo. :)
Quanto all’odio, si tratta di una parola degna di una suocera:
“Figliolo, so che tu mi odi e desideri la mia morte”.
“No, mamma, ma vorremmo che ci permettessi di decidere della nostra vita da soli”.

Domanda: Lei crede davvero che esista un complotto mondiale ebraico? Se è così, quali sono gli obiettivi di questo complotto?

Shamir: Se mi sta chiedendo se credo in un piano segreto antico di millenni portato avanti da leader ebraici occulti, allora la risposta è no. Ben poche persone ci credono. Non credo neanche all’esistenza di una leadership mondiale ebraica occulta che porti avanti un unico progetto.
Però vorrei provare a scomporre la domanda per vedere se è possibile trovare all’interno di essa qualche altro livello. Se esistesse davvero un “progetto ebraico”, ciò vorrebbe forse dire che tutti gli ebrei fanno parte del complotto? Noi usiamo espressioni come “mafia siciliana”, “piano comunista per la rivoluzione mondiale”, “imperialismo americano”, sapendo benissimo che non tutti i siciliani, non tutti i comunisti, non tutti gli americani sono membri di un corpo segreto che mira a raggiungere questi particolari obiettivi. Allo stesso modo, “complotto ebraico” vorrebbe semplicemente dire che esistono alcuni ebrei che hanno certi piani.
“Complotto” è un termine spurio per definire il perseguimento di obiettivi politici non dichiarati con mezzi oscuri. Ad esempio, c’è stato un complotto (o “progetto”) americano, durante la Guerra Fredda, per provocare l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS nel 1980. Legga per favore il seguente brano:

“Come gli USA provocarono l’invasione sovietica dell’Afghanistan e diedero inizio al disastro”, da Le Nouvel Observateur, Francia, 15-21 gennaio 1998.

Domanda: L’ex direttore della CIA, Robert Gates, ha affermato nella sua biografia (From The Shadow) che i servizi segreti americani iniziarono a fornire aiuti ai mujaheddin in Afghanistan sei mesi prima dell’intervento sovietico. A quell’epoca lei era consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter. Lei ebbe dunque un ruolo in questo affare. E’ esatto?

Zbigniew Brzezinski: Sì. Secondo la versione ufficiale, gli aiuti della CIA ai mujaheddin iniziarono nel 1980, cioè dopo l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’esercito sovietico, il 24 dicembre 1979. Ma la realtà, tenuta ben nascosta fino ad oggi, è completamente diversa. In realtà fu il 3 luglio 1979 che il presidente Carter firmò la prima direttiva per fornire aiuti segreti agli oppositori del regime filosovietico di Kabul. E quello stesso giorno, io scrissi al presidente una nota in cui spiegavo che, a mio avviso, questi aiuti avrebbero provocato un intervento militare sovietico.

Domanda: Nonostante i rischi, lei fu un sostenitore di questa operazione segreta. Forse anche lei desiderava che i sovietici entrassero in guerra e fece di tutto per provocare questa reazione?

Brzezinski: Non è esattamente così. Noi non spingemmo i russi a intervenire, ma incrementammo consapevolmente le probabilità che ciò accadesse.

Domanda: Quando i sovietici giustificarono il proprio intervento affermando che intendevano contrastare le operazioni segrete degli Stati Uniti in Afghanistan, la gente non gli credette. E invece c’era un fondo di verità. Oggi non è pentito di questo?

Brzezinski: Pentito di cosa? Quell’operazione segreta fu un’idea eccellente. Ebbe l’effetto di attirare i russi nella trappola afghana e lei vorrebbe che me ne pentissi? Il giorno in cui i sovietici attraversarono ufficialmente il confine, io scrissi al presidente Carter: ora abbiamo l’opportunità di dare all’URSS il suo Vietnam. E infatti, per quasi 10 anni, Mosca fu costretta a condurre una guerra insostenibile per il governo, un conflitto che portò alla demoralizzazione e infine al crollo dell’Impero Sovietico.
 

Perciò, i complotti sono un sistema ordinario per perseguire certi fini politici. Se demistifichiamo l’espressione “complotto ebraico” alla luce di ciò, la sua domanda potrebbe essere interpretata nel senso: “Esistono dei piani e delle strategie segrete portati avanti da certi gruppi ebraici nel proprio interesse?”. In questo caso, senza dubbio, la risposta è sì; i neocon sono un gruppo di ebrei (per la maggior parte) che pianificano e cospirano per ragioni proprie; in L’ombra di Zog ho descritto un altro progetto segreto portato avanti da alcuni ricchi ebrei francesi che miravano ad influenzare i media francesi. Ne Il principe azzurro ho messo in evidenza il complotto sionista, che iniziò quando Weizmann e altri offrirono il sostegno degli ebrei a Balfour in cambio della Dichiarazione(1). Per quanto riguarda la “cospirazione mondiale ebraica”, nel mio articolo sui Protocolli ho dimostrato che il concetto di “complotto ebraico” non è indispensabile per spiegare l’influenza degli ebrei. Di regola, gli ebrei tendono ad agire a vantaggio degli ebrei, ma questo non è un “complotto”. Esistono azioni non cospiratorie che influenzano le questioni mondiali. Ci sono molti ebrei all’interno dei media di tutto il mondo; essi hanno punti di vista diversi, ma di solito concordano su certe cose, per esempio tendono ad eliminare quelle notizie che non siano favorevoli agli ebrei. La maggioranza degli ebrei ha in simpatia gli Stati Uniti, non ama il cristianesimo, preferisce il multiculturalismo, sostiene Israele. Questo non è un “complotto”, ma solo una loro preferenza.

Domanda: Lei è di origine ebraica e ha perso alcuni membri della sua famiglia durante il periodo nazista. In che modo questo influisce sulla sua visione dell’ebraismo e del cristianesimo?

Shamir: Ogni uomo è influenzato dalle proprie origini. Ma il culto dell’olocausto non fa parte della mia formazione, perché sono cresciuto nella Russia sovietica. Ogni famiglia russa ha perduto qualcuno nella Seconda Guerra Mondiale; quindi non penso che il mio sia un caso particolare.

Domanda: Lei si è convertito al cristianesimo. In che modo ciò influisce sulla sua visione dell’ebraismo?

Shamir: Dal mio punto di vista, il cristianesimo è ebraismo riformato e corretto, in perenne contrasto ideologico e teologico con l’ebraismo rabbinico. Io rifiuto completamente l’ebraismo e penso che esso sia un’ideologia pericolosa e dannosa.

Domanda: Nell’attuale dibattito, lei viene accusato di avere posizioni simili a quelle dei nazisti negli anni ’30; ad esempio l’idea che esista un complotto ebraico, che gli ebrei governino il mondo attraverso il controllo dell’economia e la manipolazione dell’opinione pubblica. Cosa risponde a questo?

Shamir: Ai miei accusatori non importa nulla di avere opinioni uguali a quelle di George Bush, di Ariel Sharon, di Abe Foxman, grandi guerrieri schierati contro l’”antisemitismo”. In un certo senso hanno ragione: non ha importanza chi altro ha avuto le tue stesse idee. Foxman è contro l’antisemitismo, ma ciò non vuol dire che sia illegittimo essere contro l’antisemitismo. Hitler era vegetariano, ma ciò non vuol dire che sia illegittimo rifiutarsi di mangiare carne. Ogni idea sta in piedi oppure no per i suoi meriti intrinseci.

Domanda: Lei è stato anche accusato di aver contatti con i neonazisti su Internet. I suoi articoli compaiono spesso sui loro siti. Cosa ha da dire su questo?

Shamir: I miei articoli sono comparsi anche sul quotidiano liberale israeliano Haaretz, che pubblica materiale giudaico-nazista, per esempio:

http://www.haaretz.com/hasen/spages/489306.html

Ma per qualche motivo, su questo nessuno trova niente da dire...
 

Intervista raccolta da Raja Bahari
Testo in svedese reperibile QUI
  

 

(1) Nota del Traduttore: Il 2 novembre1917 il ministro degli esteri inglese, Arthur Balfour, scrisse una lettera a Lord Rothschild, quale principale rappresentante della comunità ebraica in Inghilterra e referente del movimento sionista, con la quale il governo britannico affermava di guardare con favore alla creazione di un focolare ebraico in Palestina. La lettera, passata alla storia col nome di Dichiarazione di Balfour, diceva:

Egregio Lord Rotschild,
E' mio piacere fornirle, in nome del governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di simpatia per le aspirazioni dell'ebraismo sionista che sono state presentate, e approvate, dal governo.
"Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adoprerà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, ne' i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni"
Le sarò grato se vorrà portare questa dichiarazione a conoscenza della federazione sionista.
Con sinceri saluti

Arthur James Balfour

Questa lettera rappresentò l’inizio dell’espansione sionista in Palestina, favorita e sostenuta dagli inglesi.
In cambio della concessione della Palestina, i sionisti, guidati da Chaim Weizmann, si erano in precedenza impegnati a mobilitare la propria forza economica e mediatica negli Stati Uniti per provocare un intervento degli USA nel primo conflitto mondiale a sostegno dell’alleanza anglo-russo-francese, la cui guerra contro la Germania sembrava ormai perduta. Nell’entrata in guerra degli Stati Uniti (2 aprile 1917), che rovesciò le sorti del conflitto europeo, giocò un ruolo fondamentale il cosiddetto “telegramma Zimmermann”. L’allora Segretario degli Esteri dell’Impero Germanico, l’ebreo Arthur Zimmermann, fece pervenire all’ambasciatore tedesco in Messico un telegramma con cui si offriva al governo messicano l’appoggio tedesco per la riconquista delle province del New Mexico, del Texas e dell’Arizona, perdute durante la guerra messicano-americana del 1846-48. Il telegramma era una trappola, studiata dagli inglesi e dagli agenti del sionismo in Germania (tra i quali, forse, lo stesso Zimmermann). Il Messico non aveva alcun interesse alla riconquista dei territori indicati e l’allora presidente messicano, Venustiano Carranza, si affrettò a declinare l’offerta. Lo scopo del telegramma era quello di essere intercettato dagli inglesi (come infatti avvenne) e utilizzato per giustificare l’intervento degli USA nel primo conflitto mondiale, in nome della minaccia ordita dal governo tedesco ai danni della sicurezza nazionale americana. Tutto andò secondo i piani. 

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L'IMPORTANTE E' PARTECIPARE

by Gianluca Freda (02/11/2007 - 19:16)



Visto l’articolo contro i rom pubblicato ieri, decisamente eccessivo anche per chi, come il sottoscritto, cerca di valutare ogni opinione nella sostanza e non secondo schemi mentali precostituiti, ho deciso di cancellare il sito di Maurizio Blondet dalla lista dei preferiti di questo blog. Non lo faccio per ripicca o per dispetto, figuriamoci. Il sito di Blondet ha cento volte più utenti del mio e può tranquillamente continuare a prosperare senza la pubblicità, peraltro mai richiesta, di un piccolo blog come questo. E’ solo che voglio evitare di rendermi complice, anche in minima parte, della miserabile guerra tra straccioni che i suoi articoli, consapevolmente o no, stanno contribuendo a fomentare.

Non riesco a detestare Blondet come forse dovrei. E’ un brav’uomo, dotato di un suo senso etico. Un senso etico che lo spinge a scrivere, a volte, cose abominevoli, ma abominevoli con coerenza e la coerenza, in tempi come questi, è un bene che non è saggio buttare via. Quando non si lascia sopraffare dalla psicosi antirumena o dalla sindrome mariana, Blondet scrive articoli documentati, intelligenti, interessanti, condivisibili. Articoli che continuerò a seguire con il solito interesse, anche quando mi fanno rivoltare le budella. Non è da tutti riuscire a rivoltarmi le budella senza farmi smettere di leggere. Blondet ha certamente classe e competenza da vendere. Se le vendesse, anziché sperperarle in certi articoli detestabili, sarebbe meglio per tutti, ma nessuno è perfetto. Però nel conflitto mondiale tra pezzenti, preparato a tavolino dalla classe politica, propagandato dai suoi organi di regime e salutato con entusiasmo da milioni di italiani ridotti alla fame dai loro stessi generali, mi rifiuto di svolgere qualsiasi ruolo, anche se minimo e puramente passivo, come quello di apologeta di un artigliere colto come Blondet. La combatta lui la sua guerra contro i pezzenti avversari, se ne ha voglia. Io mi dichiaro fin da ora tra i pezzenti disertori e in combutta con il nemico.

Anche perché non sono certo i rom il mio nemico. I miei nemici sono coloro che li perseguitano, imputandogli a casaccio la responsabilità di qualsiasi crimine, vero o immaginario. E ciò al solo scopo di procurare un diversivo con cui distrarre l’attenzione del popolo, il cui impoverimento progressivo rischia di trasformarsi in rivolta. Molto meglio se la rivolta degli appezzentiti, anziché rivolgersi verso i centri del potere, prende di mira altri pezzenti. Il potere può in questo modo dormire tra due guanciali e godersi il divertente spettacolo degli stracci che volano, dalla plancia dei suoi yacht o dalla ricca sala da pranzo dei suoi mega-appartamenti in centro, pagati poche migliaia di euro grazie ai favori di enti compiacenti. Si divertiranno da pazzi e faranno scommesse miliardarie sull’esito delle zuffe quotidiane. I loro soldatini, debitamente addestrati dai media, sono pronti a morire per la nobile causa della cacciata dei rom. Perché naturalmente sono i rom, come i media non cessano di raccontarci, la vera causa delle sofferenze del paese. Non i massacratori impuniti di Genova. Non gli intrallazzieri ceppalonici che sperperano il sangue dei contribuenti in torroncini da regalare agli amici. Non i presidenti del consiglio indagati per truffa che zittiscono e intimidiscono i magistrati che vorrebbero portarli alla sbarra. Non i presidenti della repubblica che ci costano quanto tre corti reali capetinge. Sono i nomadi – e un po’ anche alqaeda e gli anarcoinsurrezionalisti – il babau da cui dobbiamo proteggerci. Tutti nell’arena, dunque, con spada e armatura, a combattere questi esotici animali per il diletto dei nostri imperatori. E divertitevi. Io resterò ad assistere alla battaglia dal divano del mio soggiorno, nella mia casetta in affitto, prendendo nota dei fendenti migliori e dei guerrieri più valorosi. Sapete già per chi faccio il tifo.

Veniamo alla cronaca: qualche giorno fa una sventurata è stata assassinata a Roma per motivi imprecisati che giornali e inquirenti si sono guardati bene dal chiarire. Ovviamente è stato un rom. Non c’è bisogno di prove, di cui infatti non c’è la minima traccia al momento in cui scrivo, per asserirlo. Basta la parola di quella carta da cesso che siamo soliti chiamare organi di stampa. Così è stato pescato un rom, uno a caso, indicato come colpevole da una sua vicina di baracca a cui stava sulle scatole. Costui è un borseggiatore, il che, nella logica imperante nei periodi di guerra tra pezzenti, lo rende colpevole di qualsiasi reato si desideri imputargli, dall’assassinio alla congiunzione carnale con il demonio. Una logica giudiziaria che sarà ben presto estesa dal potere ad altri pezzenti come lui, non necessariamente zingari e non necessariamente borseggiatori. Per chi assiste a questi spettacoli dalla plancia di uno yacht, la differenza tra un pezzente dedito al borseggio e un pezzente dedito al lavoro salariato è poco nitida e del tutto irrilevante. La giustizia sommaria, se va bene per gli uni, può andar bene anche per gli altri. Siamo in guerra, e non è il momento di fare troppe distinzioni accademiche.

Qualche mese fa, un’altra zingara era stata insignita del prestigioso titolo di mostro da sbattere in prima pagina. Si trattava della signora Maria Feraru, di 45 anni, accusata di aver tentato di rapire un bambino su una spiaggia di Palermo. Per la verità la signora non era una zingara, ma una cittadina rumena, con un alloggio e una figlia, ma questi sottili distinguo, come dicevo, vanno bene per un giornalista, non per la propaganda bellica della carta da culo che intasa le nostre edicole. Naturalmente non era vero niente e la signora era stata accusata e arrestata sulla base delle testimonianze di una pazza furiosa, razzista e mitomane. Se fossi stato la signora Feraru, avrei messo mano ai risparmi e mi sarei procurato un buon avvocato con cui far causa ai produttori della carta da culo di cui sopra. C’era di che sistemarsi per tutta la vita ed è un peccato che i rom non sappiano che le prostitute dell’informazione possono rendere, se citate in giudizio, più di quelle da marciapiede. Coi tempi che corrono, farebbero meglio a imparare.

Leggo sulle prime pagine dei quotidiani a doppio velo che sbircio al supermercato, che il governo ha pronta l’espulsione di cinquemila rom e l’abbattimento delle baracche del campo di Tor di Quinto come rappresaglia per l’omicidio della donna assassinata l’altro giorno. Cinquemila rom per un italiano. Alle Fosse Ardeatine i nazisti si erano limitati a un rapporto di dieci a uno. Erano gentiluomini di vecchio stampo, come non se ne trovano più. Naturalmente – lo dico per tranquillizzare i miei amici rom, per i quali sventolo le bandierine dal divano del mio soggiorno, in segno di supporto – si tratta di bubbole. Le forze di polizia italiane non hanno più soldi né per occuparsi delle espulsioni né per controllare efficacemente le frontiere. Si farà un po’ di casino per qualche tempo, Fini e Amato si affronteranno petto a petto per dimostrare al popolino chi dei due è più virile nella repressione dei poveracci; poi, tra breve, esaurite le pantomime a scopo elettorale, tutto tornerà come prima. Se il governo si fosse adoperato per offrire ai miei amici rom una casa, un lavoro, una sistemazione decente, forse da queste espulsioni avrebbero avuto qualcosa da perdere. Invece li ha lasciati marcire come cani, e chi non ha niente, non ha niente di cui aver paura. Torneranno qui, più incazzati, più sporchi e più cattivi di prima, pronti per nuove battaglie contro i loro avversari designati, i miserabili del quartiere accanto. Dal mio soggiorno, con una birra e un cartoccio di popcorn in mano, faccio un tifo sfegatato per gli zingari. Forza magici rom! Distruggeteli! E’ questo che merita un paese capace di entrare in guerra contro i più miseri tra i sudditi, per non avere le palle e l’intelligenza di combattere i tiranni.

A questo proposito, vorrei ricordare che qualche mese fa, nella città di Erba, due pezzenti di nazionalità italiana hanno ammazzato a sangue freddo la moglie, il figlio e la suocera di un pezzente di nazionalità tunisina. Chiedo all’arbitro di applicare con rigore il regolamento di gara, in particolare quello relativo alle espulsioni. Chiedo che cinquemila cittadini di Erba, violenti e razzisti come i due assassini (a Erba di gente così ce n’è a iosa), vengano accompagnati alla frontiera come misura cautelare e che le loro abitazioni vengano rase al suolo come le baracche di Tor di Quinto. Nel caso in cui l’arbitro rifiutasse di applicare il regolamento – in guerra i regolamenti, ahimè, valgono poco – chiedo ai cittadini tunisini di provvedere loro stessi alla giusta rappresaglia contro i cittadini di Erba, non necessariamente entro i limiti della Convenzione di Ginevra. À la guerre comme à la guerre.

Per concludere quest’articolo, che già così contribuirà a riempire la mia casella mail di commenti plaudenti ed entusiastici, vorrei spezzare una lancia a favore dei poveri nazisti, sempre bistrattati da tutti. Si cita spesso lo sterminio dei rom, da essi pianificato e realmente attuato. Non tanto spesso quanto si cita lo sterminio degli ebrei (attuato un po’ meno realmente), ma lo si cita. Pochi si ricordano di un altro programma di pulizia etnica, anch’esso diretto contro gli zingari, che fu pianificato e attuato dalla civilissima (si fa per dire) Svizzera fino a una trentina di anni or sono. Come tutti i programmi di pulizia etnica, esso aveva un nome caritatevole e innocuo: "Opera di soccorso per i bambini di  strada" detta anche “Pro Juventute”. Oltre seicento bambini furono strappati alle famiglie Jenisch (i nomadi svizzeri) con la forza e affidati a istituti o a famiglie di contadini, dove furono sottoposti a un programma di rieducazione, dicendo loro che i genitori erano morti. Migliaia di ragazze vennero sterilizzate, per evitare la riproduzione di questi indesiderabili. I nomadi furono sottoposti ad una serie di restrizioni antidemocratiche e ad uno sradicamento culturale che li trasformò in sedentari perfetti. I “programmi di rieducazione” a cui venivano sottoposti i bambini strappati alle famiglie, sono descritti con una certa meticolosità da Mariella Mehr, nel suo libro “Labambina” (Effigie, 2006): terapie di elettroshock, violenze di ogni tipo, clausura, violenze carnali ad opera di medici dell’ “Opera di Soccorso”, terapie chimiche, viscide attenzioni e non di rado stupri da parte dei padri affidatari. Tutto questo durò fino al 1973, quando il governo svizzero chiese scusa agli Jenisch per gli orrori perpetrati nei loro confronti. Non è proprio la deportazione di massa praticata dai nazisti, ma ci si avvicina.

Ma la pulizia etnica attuata dagli svizzeri, per quanto abominevole, era un progetto governativo, non una farsa. Era finanziato da fondi in denaro, non da chiacchiere e da propaganda di regime. Serviva a soddisfare – con mezzi agghiaccianti – un bisogno di sicurezza dei cittadini, non a metterli l’uno contro l’altro per fini elettorali. Era stato progettato da impassibili e determinati carnefici di Stato, non da pagliacci in cerca di salvezza politica. Non aveva bisogno di capri espiatori, di mostri da sbattere in prima pagina, di accuse rivolte a vanvera al primo ladruncolo incarcerato. Era la barbarie asettica e senza rimorso di un sistema funzionante con la precisione di un cronometro. La guerra tra pezzenti di cui già si sentono le prime cannonate non ha niente a che fare con tutto questo. E’ una guerra di cittadini contro cittadini, studiata per neutralizzare entrambe le parti in conflitto, non una sola di esse. E’ una guerra artificiale, durerà il tempo di un incremento di mezzo punto percentuale nei sondaggi politici e lascerà vittime sul terreno, da una parte e dall’altra, delle quali a nessuno dei generali di sinistra o di destra importerà un tubo. Ciò che conta è che vi combattiate. Che siate italiani o nomadi o entrambe le cose, vi aiuterà ad avere qualcuno da incolpare della vostra disperazione, qualcuno che non siano i vostri veri persecutori, i quali reagiscono con furia se additati come responsabili. Buona guerra a tutti, allora. Non vincerà nessuno, naturalmente, e ognuno dei combattenti avrà i suoi lutti. Pazienza. L’importante, per i vostri sovrani, è che partecipiate.

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