Ciao sono Gianluca Freda
Vedi il mio profilo


Ottobre 2007

DLMM GVS
1 2 3 4 5 6
7 8 9 10 11 12 13
14 15 16 17 18 19 20
21 22 23 24 25 26 27
28 29 30 31

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

I miei links preferiti

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Ottobre 2007

DELITTO SU COMMISSIONE

by Gianluca Freda (31/10/2007 - 23:36)

Non so se ai prossimi appuntamenti elettorali avrei votato per l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Non credo. La tentazione mi era venuta, ma sono arrivato a un punto in cui, perché io mi disturbi a estrarre ancora una volta dal portafogli la tessera elettorale, occorrerebbe un incentivo più efficace di quello rappresentato da un politico un po’ meno disonesto degli altri. Di Pietro non è quel qualcosa di più. Per cominciare dai lati positivi, ho sempre ritenuto l’ex pm un personaggio dotato di un’etica personale solida, che prescinde dai giochetti e dagli intrallazzi partitici che contraddistinguono il resto del mondo in cui vive. Di Pietro ama dire ciò che pensa, ma soprattutto pensare ciò che dice (il “come” lo dice, su cui molti riversano la loro ironia, è per me cosa di nessuna importanza). Possiede un blog, sul quale rende conto, con una certa onestà, di ciò che accade nel suo partito e in Parlamento. Non si tira indietro quando si tratta di assumere posizioni scomode e non certo redditizie sul piano politico, come nel caso della sua battaglia contro l’indulto. Tutto questo lo rende una mosca bianca nel quadro politico nazionale. Ma non rende una mosca bianca il suo partito, nel quale voltagabbana e intrallazzieri rappresentano una percentuale di tutto rispetto. Pensiamo a Valerio Carrara, eletto in Senato nel 2001 con la Lista Di Pietro presentandosi come “giustizialista”, che appena entrato a Palazzo Madama cambiò casacca, iscrivendosi al gruppo misto e votando la fiducia al governo Berlusconi; per poi diventare artefice dell’emendamento al ddl Cirami (la cosiddetta “legge salva-Previti”) che riuscì ad avere ragione dell’ostruzionismo dell’Ulivo. Pensiamo a Sergio De Gregorio, che fu eletto l’anno scorso come presidente della Commissione Difesa coi voti del centrodestra, impallinando la candidata ufficiale dell’Unione, Lidia Menapace, e fregandosene alla grande delle indicazioni contrarie del suo stesso partito. Pensiamo a Federica Rossi Gasparrini, che votò a favore della legge sull’indulto, dimostrando di essere entrata in IdV al solo scopo di godersi uno scranno parlamentare.

Che me ne faccio di un pesce dalla testa pulita, se tutto il resto della carcassa è marcia fino alla coda? Mica posso mangiare la testa.

A ciò si aggiunga che quella testa, solitamente coerente con ciò che pensa, pensa a volte cose così sciocche e ripugnanti da spingere anche l’elettore più forte di stomaco a tenere pronti nel portabagagli l’ombrellone, la sdraio e il secchiello per la sabbia in occasione delle prossime tornate elettorali. Quand’anche venissero a gennaio.

Ieri Di Pietro, in stretta collaborazione con la CdL e con l’Udeur mastelliano, ha contribuito a far naufragare in Commissione Affari Costituzionali la proposta di legge per istituire una commissione di inchiesta sulla bestialità poliziesca che si scatenò sei anni or sono al G8 di Genova. Ora, cercate di capirmi: non è che io attendessi questa commissione d’inchiesta col fiato sospeso e col cuore ricolmo di speranza. So benissimo che sarebbe stata la solita farsa. Mi rendo conto perfettamente che il suo scopo sarebbe stato più quello di gettare fumo negli occhi che quello di fare vera luce sulle responsabilità militari e istituzionali della repressione di stampo cileno messa in atto da polizia e carabinieri in quel lontano luglio del 2001. Non mi illudo certo che da quella commissione potesse scaturire l’indicazione precisa dei nomi e cognomi degli animali che torturarono, picchiarono e uccisero a Piazza Alimonda, alla Diaz, a Bolzaneto e più in generale in ogni strada di Genova. Parte di quei nomi li conosciamo già e le nostre commissioni d’inchiesta, quelle aperte sui vari forum e blog di internet, ci hanno già detto e mostrato tutto ciò che c’era da dire e mostrare. Sono commissioni molto più efficienti di qualsiasi sceneggiata che un governo in stato confusionale possa mettere in piedi. Ci hanno già rivelato mille volte la verità, pur essendo – almeno per il momento – prive di quel potere che consentirebbe di passare dall’accertamento delle responsabilità all’auspicato castigo degli assassini. L’aborto preventivo del solito comitato teatrale, con cui il potere periodicamente processa se stesso al solo scopo di autoassolversi, è tutto sommato una buona notizia. Ci risparmia almeno la beffa di veder scendere, sull’abominio consumato a Genova, la derisione impunita dei suoi stessi perpetratori.

Però a volte è il pensiero quello che conta. E il pensiero di Antonio Di Pietro sull’argomento è condensato in questa incredibile dichiarazione:

"Volevano indagare solo sulla polizia, una giustizia a metà. Noi vogliamo una commissione che indaghi sia sui manifestanti che sugli abusi delle forze dell'ordine". Su questa perla del pensiero dipietrista, commenta giustamente Giorgio Mattiuzzo su Luogocomune:

“Purtroppo l'onorevole finge di ignorare anche la più evidente delle ovvietà. Che le commissioni di inchiesta non si fanno per indagare gli atti vandalici di quattro deficienti con il cappuccio sulla testa. Per quello c'è la polizia. O meglio, ci sarebbe la polizia, se non fosse troppo impegnata ad avvolgere spranghe di ferro con il nastro adesivo, come un ufficiale ha affermato testimoniando al processo di Genova; se non fosse stata troppo impegnata a produrre prove false contro i manifestanti e poi a perderle in occasione del processo; se non fosse troppo impegnata a sparare sulla folla come ai tempi di Bava Beccaris”.

Ho ben poco da aggiungere al commento di Mattiuzzo, se non che dei quattro deficienti col cappuccio, almeno un paio erano infiltrati delle forze di polizia e/o dei servizi segreti, come si vede dal filmato qui sopra. Non è un caso che, come dice lo stesso filmato, nessun “black bloc” sia stato fermato dagli eroici tutori dell’ordine, intenti a malmenare vecchietti e ragazzine. E aggiungo anche che l’assunto in base al quale non si può indagare e condannare un branco di criminali se prima non si sputtanano, per par condicio, anche le loro vittime, inizia a darmi davvero il voltastomaco, soprattutto quando è teorizzato da un ex pubblico ministero come Antonio Di Pietro.

Scrive Di Pietro sul suo blog, in un impeto (non rarissimo, questo gli va riconosciuto) di onestà intellettuale:

“[...] è accertato, purtroppo e sotto certi aspetti ancora più grave, il fatto che le forze dell’ordine, per scoprire i colpevoli, non hanno fatto un’indagine di polizia giudiziaria nell’immediatezza, ma hanno rinchiuso alcune persone in una caserma e le hanno malmenate, provocando lesioni, comportandosi peggio degli altri. Questa è una brutta pagina che merita un approfondimento innanzitutto in sede giudiziaria, e i giudici se ne stanno occupando: anche i poliziotti che sono accusati di aver commesso quei reati sono stati rinviati a giudizio. Oggi, in Parlamento, cosa si voleva fare? Una commissione d’inchiesta limitatamente ai comportamenti della Polizia. Che Commissione d’inchiesta è questa?”.   

Rispondo: è – o almeno dovrebbe essere, se di essa avessimo il minimo motivo di fidarci – una commissione con la quale dimostrare al paese che la barbarie poliziesca perpetrata contro i cittadini non è solo perseguita (si fa per dire) dalla magistratura, ma anche aborrita dal potere politico. E’ – o dovrebbe essere – uno strumento che permetta alla politica di riconquistare la fiducia e il rispetto delle persone, chiarendo in modo inequivocabile che se il braccio armato dello Stato commette violenze inaccettabili contro coloro che dovrebbe tutelare, saranno tutti i poteri dello Stato, all’unisono, ad adoperarsi per ricercare e punire i responsabili. Cose che suonano fantascientifiche, più che utopistiche, in un sistema in cui i poliziotti rinviati a giudizio non faranno mai un solo giorno della molta galera che meriterebbero; e in cui personaggi come Francesco Gratteri, all’epoca capo dello Sco, che contribuì a inscenare la buffonata delle molotov utilizzata per giustificare l’assalto alla Diaz, anziché condannati e sbattuti fuori a calci dalle istituzioni, vengono promossi alla testa della sezione antiterrorismo.

Di Pietro è convinto che sia sufficiente espellere dal Parlamento condannati e pregiudicati per far rinascere miracolosamente quella fiducia nelle istituzioni che un secolo di corruzione, malaffare e violenza di Stato ha cancellato. Farà bene a ricredersi. Al punto a cui siamo arrivati, nulla di meno eclatante di un processo e di una condanna esemplare contro quei membri delle istituzioni – compresa la forza pubblica - che si siano resi colpevoli di crimini contro il popolo potrà mai spingere me e la massa in espansione dei disgustati da questa “democrazia” a prendere ancora in mano una matita copiativa.  

Vota questo post

LA RUSSIA E' VIVA. ORA TOCCA A NOI

by Gianluca Freda (30/10/2007 - 13:14)


SOPRAVVIVERE AL CROLLO: L’URSS ERA
PREPARATO AL COLLASSO MEGLIO DEGLI USA

di Dmitry Orlov
da un articolo pubblicato su Energy Bulletin
Traduzione (parziale) di Gianluca Freda
 

Questo articolo è adattato da una presentazione pubblica realizzata tramite slide. Mi sono limitato a tradurre le parti di testo per motivi di spazio. Gli slide di accompagnamento sono visibili al link indicato sotto il titolo (NdT).
 

[1] Buonasera, signore e signori. Io non sono un esperto, né uno studioso, né un attivista. Più che altro sono un testimone oculare. Ho assistito al crollo dell’Unione Sovietica e ho cercato di condensare le mie osservazioni in un messaggio conciso. Lascio a voi stabilire quale sia l’urgenza di questo messaggio.

Nella mia presentazione di stasera parlerò della mancanza di una preparazione al collasso qui negli Stati Uniti. Paragonerò la situazione attuale a quella dell’Unione Sovietica prima del collasso. L’artificio retorico che utilizzerò sarà quello del “gap di collasso”, che fa il verso al gap nucleare, al gap spaziale e a tutti gli altri “gap” fra superpotenze che andavano di moda nel periodo della Guerra Fredda.
 

[2] Il collasso economico è generalmente un argomento piuttosto triste. Ma io sono una persona ottimista ed allegra e sono convinto che, con un minimo di preparazione, questi eventi possono essere superati. Come starete probabilmente sospettando, io ho una vera passione per i collassi economici. Forse, quando sarò molto vecchio, tutti i collassi inizieranno a sembrarmi uguali, ma per il momento non sono ancora arrivato a questo punto.

E quello che è in arrivo mi intriga davvero. Da ciò che ho visto e letto, ci sono ottime possibilità che l’economia degli Stati Uniti stia per crollare in qualche momento del prossimo futuro. Parrebbe anche che non saremo particolarmente preparati quando ciò avverrà. Da come stanno le cose, l’economia americana è pronta per esibirsi in qualcosa di simile ad un numero di disapparizione. Ed è per questo che desidero mettere a frutto le mie osservazioni sul collasso sovietico.
 

[3] Posso anticipare che alcune persone non reagiranno con favore nel vedere il loro paese paragonato all’URSS. Vi garantisco che il popolo sovietico avrebbe reagito allo stesso modo se fossero stati gli Stati Uniti a collassare per primi. Sentimenti a parte, noi abbiamo due superpotenze del 20° secolo che desideravano più o meno le stesse cose: cose come progresso tecnologico, crescita economica, piena occupazione e dominio del mondo, ma non erano d’accordo sui mezzi per perseguirle. E hanno ottenuto identici risultati: ognuna di esse ha avuto una buona partenza, ha intimidito l’intero pianeta e ha fatto vivere l’altra nella paura. E alla fine ognuna di esse ha fatto bancarotta.
 

[4] Gli USA e l’URSS si trovavano su un piano di parità in molti settori, ma permettetemi di menzionarne solo quattro.

Il programma spaziale umano dell’Unione Sovietica è ancora vivo e vegeto sotto la direzione russa e oggi offre i primi voli charter spaziali mai realizzati. Gli americani invece sono costretti a fare l’autostop alla Soyuz e le loro restanti navette spaziali sono ferme in negozio.

La corsa agli armamenti non ha avuto un chiaro vincitore, e questa è una splendida notizia, perché la Distruzione Reciproca Assicurata rimane in vigore. La Russia possiede ancora oggi più testate nucleari degli USA nonché una tecnologia di missili da crociera supersonici che permette di penetrare qualsiasi scudo missilistico, soprattutto se inesistente.

La Corsa alle Carceri vedeva un tempo i sovietici decisamente in testa, grazie al loro innovativo programma GULAG. Ma lentamente essi hanno perso il proprio vantaggio e alla fine la Corsa alle Carceri è stata vinta dagli americani, con la più alta percentuale di persone in galera mai registrata.

La Gara per l’Impero del Male più Odiato è stata vinta anch’essa, alla fine, dagli americani. E’ facile, ora che non hanno più nessun concorrente.
 

[5] Continuando la nostra lista di similitudini tra superpotenze, molti dei problemi che affondarono l’Unione Sovietica mettono oggi a repentaglio anche gli Stati Uniti. Ad esempio, un enorme esercito, ben equipaggiato, molto costoso e senza una missione precisa, impantanato a combattere i ribelli musulmani. Oppure la carenza energetica legata al picco della produzione petrolifera. O ancora un bilancio commerciale costantemente in deficit che ha prodotto la deriva del debito con l’estero. Si aggiunga a ciò un’immagine deludente, un’ideologia inflessibile e un sistema politico inerte.
 

[6] Un collasso economico è stupefacente da osservare ed è molto interessante se descritto con accuratezza e nei dettagli. Una descrizione generale spesso non rende giustizia, ma lasciate che ci provi lo stesso. Un’organizzazione economica può sopravvivere per un certo periodo dopo essere divenuta insostenibile, grazie alla semplice inerzia. Ma a un certo punto un’ondata di promesse non mantenute e di aspettative non realizzate spazza tutto via verso il mare. Una tale insostenibile organizzazione si fonda sull’assunto che sia eternamente possibile prendere in prestito denaro dall’estero in quantità sempre maggiori, pagare sempre più importazioni energetiche, mentre i prezzi di queste importazioni continuano a raddoppiare ogni pochi anni. Denaro gratis con cui comprare energia è come dire energia gratis, e l’energia gratis non esiste in natura. Questa condizione è pertanto provvisoria. Quando il flusso energetico tornerà di colpo ad equilibrarsi, gran parte dell’economia americana sarà costretta a chiudere i battenti.
 

[7] Ho descritto in dettaglio ciò che è accaduto alla Russia in uno dei miei articoli, che è reperibile presso SurvivingPeakOil.com. Non vedo perché ciò che sta avvenendo negli Stati Uniti dovrebbe essere del tutto dissimile, almeno in termini generali. Gli elementi specifici saranno diversi, e ne parleremo tra un momento. Dovremo senz’altro aspettarci carenza di combustibile, di cibo, di medicinali e di innumerevoli articoli di consumo, mancanza di elettricità, di gas e di acqua, collasso del sistema dei trasporti e di altre infrastrutture, iperinflazione, fallimenti aziendali diffusi e licenziamenti di massa, il tutto unito a molta disperazione, confusione, violenza e assenza di legalità. Di certo non è lecito aspettarsi grandi piani di salvataggio, programmi tecnologici innovativi o miracoli di coesione sociale.
 

[8] Quando si trovano di fronte a simili evenienze, alcune persone comprendono in fretta cosa devono fare per sopravvivere, e iniziano a fare queste cose, spesso senza il permesso di nessuno. Emerge una specie di economia completamente informale e spesso semi-criminale. Essa si fa strada liquidando e riciclando i resti della vecchia economia. E’ fondata sull’accesso diretto alle risorse e sull’uso della forza, piuttosto che sul diritto di proprietà o sull’autorità della legge. Le persone che hanno dei problemi con questo modo di fare le cose, si trovano rapidamente fuori dal gioco.
Queste sono le linee generali. Ora vediamo qualche elemento specifico.
 

[9] Un punto fondamentale della preparazione al collasso sta nell’assicurarsi di non aver bisogno di un’economia funzionante per continuare ad avere un tetto sulla testa. In Unione Sovietica tutte le abitazioni erano di proprietà del governo, che le rendeva direttamente disponibili alla gente. Poiché il governo curava anche la costruzione di tutte le abitazioni, esse venivano costruite solo nei luoghi che il governo era in grado di servire con i trasporti pubblici. Dopo il collasso, quasi tutti riuscirono a conservare la propria casa.

Negli Stati Uniti ben poche persone sono proprietarie della propria casa, e anche chi lo è ha bisogno di un reddito per pagare le tasse sulla proprietà. Le persone senza un reddito hanno di fronte il destino dei senzatetto. Quando l’economia collassa, sono poche le persone che riescono a conservare un reddito, quindi il numero dei senzatetto crescerà esponenzialmente. Si aggiunga a questo la dipendenza dall’automobile di molte periferie e ciò che si ottiene sarà una migrazione di massa dei senzatetto verso i centri cittadini.
 

[10] In Unione Sovietica i trasporti pubblici erano più o meno gli unici trasporti esistenti, però ce n’erano moltissimi. C’era anche qualche auto privata, ma erano così poche che i razionamenti e la scarsità della benzina erano quasi sempre privi di conseguenze. Tutte queste infrastrutture pubbliche erano concepite per essere sostenibili all’infinito e continuarono a funzionare anche mentre il resto dell’economia collassava.
La popolazione degli Stati Uniti è quasi integralmente dipendente dall’automobile ed è nelle mani di un mercato che provveda all’importazione, alla raffinazione e alla distribuzione del petrolio. Dipende anche dai continui investimenti pubblici nella costruzione e manutenzione delle strade. Le stesse automobili necessitano di un flusso incessante di pezzi di ricambio d’importazione, e non sono state progettate per durare molto a lungo. Quando tutti questi sistemi intricatamente connessi tra loro cesseranno di funzionare, buona parte della popolazione si troverà appiedata.
 

[11] Il collasso economico, a conti fatti, colpisce l’impiego pubblico quanto l’impiego privato. Solo che le burocrazie di governo, essendo più lente ad agire, collassano più lentamente. Inoltre, poiché le aziende di proprietà dello Stato tendono a essere inefficienti e ad accumulare prodotti in magazzino, vi saranno grandi quantità di tali prodotti che i dipendenti potranno portarsi a casa e utilizzare nel baratto. Gran parte dei posti di lavoro sovietici erano nel settore pubblico, e ciò diede alla gente un po’ di tempo in più per pensare al da farsi.

Le aziende private tendono a essere più efficienti sotto molti aspetti. Ad esempio nel licenziare il personale, chiudere i battenti e liquidare i propri beni. Poiché la maggior parte dei posti di lavoro negli Stati Uniti sono nel settore privato, dobbiamo aspettarci che la transizione verso la disoccupazione permanente sarà, per molte persone, piuttosto brusca.
 

[12] Di fronte alle avversità, la gente tende normalmente a cercare sostegno nella propria famiglia. L’Unione Sovietica soffriva di una cronica scarsità di abitazioni, il che costringeva tre generazioni di persone a vivere insieme sotto lo stesso tetto. Ciò non le rendeva felici, ma almeno faceva sì che fossero abituate le une alle altre. Ognuno si aspettava di dover rimanere per sempre insieme agli altri, qualunque cosa accadesse.

Negli Stati Uniti le famiglie tendono ad essere atomizzate, sparpagliate per diversi stati. A volte hanno difficoltà a sopportarsi anche quando si riuniscono per Natale o per il Giorno del Ringraziamento, perfino nei momenti migliori. Potrebbe essere difficile, per loro, andare d’accordo nei momenti brutti. C’è anche troppa solitudine in questo paese e dubito che il collasso economico riuscirà a curarla.
 

[13] Per tenere il male sotto controllo, gli Stati Uniti hanno bisogno di denaro. Un collasso economico è solitamente accompagnato da iperinflazione, che spazza via i risparmi. C’è anche disoccupazione rampante, che spazza via i salari. Il risultato è una popolazione ridotta in larga parte senza un centesimo.
In Unione Sovietica col denaro si otteneva ben poco. I soldi venivano considerati gettoni piuttosto che simbolo di ricchezza e li si divideva con gli amici. Molte cose – tra cui la casa e i trasporti – erano gratuite o quasi gratuite.
 

[14] I prodotti di consumo sovietici erano spesso oggetto di derisione: frigoriferi che riscaldavano la casa, il cibo, e così via. Era fortunato chi ne possedeva uno e, una volta portatolo a casa, farlo funzionare erano affari suoi. Però, una volta messo in funzione, esso diventava un bene di famiglia d’inestimabile valore, trasmesso di generazione in generazione, solido e riparabile pressoché all’infinito.
Negli Stati Uniti si sente dire spesso che “la tal cosa non vale la pena di ripararla”. Questo sarebbe sufficiente a far infuriare un russo. Una volta sentii un anziano di origine russa arrabbiarsi perché una ferramenta di Boston non voleva vendergli le molle di ricambio per i materassi: “La gente butta via dei materassi in ottimo stato, come faccio io a ripararli?”.

Il collasso economico tende ad eliminare tanto la produzione locale che le importazioni ed è quindi di vitale importanza che tutto ciò che possedete si consumi lentamente e che siate in grado di ripararlo da soli se si rompe. La roba fabbricata in Unione Sovietica era di solito straordinariamente robusta. La roba di fabbricazione cinese che oggi potete trovare in giro, lo è molto meno.
 

[15] Il settore agricolo sovietico era notoriamente inefficiente. Molte persone coltivavano e raccoglievano da sole il proprio cibo anche in periodi relativamente prosperi. In ogni città esistevano magazzini di generi alimentari, stoccati secondo uno schema di allocazione fornito dal governo. C’erano pochissimi ristoranti e gran parte delle famiglie cucinava e mangiava a casa propria. Fare la spesa era piuttosto laborioso e comportava il trasporto di pesanti carichi. A volte era simile all’andare a caccia: inseguire quell’inafferrabile pezzo di carne acquattato dietro la cassa di qualche negozio. Perciò la gente era ben preparata per ciò che venne dopo.

Negli Stati Uniti la maggior parte della gente compra il cibo al supermercato, il quale viene rifornito da luoghi molto distanti grazie ad autocarri refrigerati. Molte persone non si disturbano nemmeno a fare la spesa e mangiano al fast food. Quando qualcuno cucina, raramente lo fa mettendo insieme gli avanzi. Tutto questo è assai poco salutare e gli effetti sul girovita nazionale sono chiaramente visibili in qualunque parcheggio. Un sacco di persone, che escono e entrano ciondolando dalla loro auto, non sembrano pronte a ciò che sta per succedere. Se all’improvviso dovessero iniziare a vivere come i russi, gli esploderebbero le ginocchia.
 

[16] Il governo sovietico destinava risorse ai programmi di vaccinazione, al controllo delle malattie infettive e alle cure di base. Operava direttamente attraverso un sistema di cliniche, ospedali e sanatori di proprietà dello Stato. Le persone affette da malattie terminali o da condizioni croniche avevano spesso motivo di lamentarsi ed erano costrette a pagarsi cure private, se avevano i soldi.

Negli Stati Uniti la medicina ha per fine il profitto. Sembra che alla gente questo fatto non importi per nulla. Ci sono ben pochi campi di attività in cui gli americani rinnegherebbero la motivazione del profitto. Il problema è che quando l’economia viene asportata, viene asportato anche il profitto, insieme ai servizi che un tempo contribuiva a motivare.
 

[17] Il sistema educativo sovietico era generalmente di eccellente qualità. Produceva una popolazione oltremodo colta e numerosi tecnici specializzati. L’educazione era gratuita ad ogni livello, ma le persone che raggiungevano i livelli d’istruzione più alti ricevevano spesso uno stipendio e avevano vitto e alloggio gratuiti. Il sistema educativo resistette piuttosto bene al collasso economico. Il problema era che i laureati non avevano più un lavoro ad attenderli dopo la laurea. Molti di loro persero il proprio tenore di vita.

Il sistema universitario degli Stati Uniti produce molte cose buone: ricerca governativa e industriale, squadre sportive, formazione professionale... ma l’educazione primaria e secondaria non riesce ad ottenere in 12 anni ciò che i sovietici generalmente ottenevano in 8. Le enormi dimensioni di questi istituti e le spese necessarie a mantenerli si riveleranno probabilmente non più sostenibili in un ambiente post-collasso. L’analfabetismo è già oggi un problema negli Stati Uniti e dobbiamo aspettarci che peggiori drasticamente.
 

[18] L’Unione Sovietica non aveva bisogno di importare energia. Il sistema di produzione e distribuzione in certi momenti vacillò, ma non crollò mai. Il controllo dei prezzi mantenne le luci accese perfino durante l’impazzare dell’iperinflazione.

Il termine “insufficienza del mercato” sembra adattarsi perfettamente alla situazione energetica degli Stati Uniti. I mercati liberi, di fronte alla carenza di alcuni beni di prima necessità, tendono a sviluppare tendenze perniciose. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il governo degli Stati Uniti comprese questa situazione e razionò con successo molti beni, dalla benzina ai ricambi per bicicletta. Ma questo accadeva tanto tempo fa. Da allora, l’inviolabilità dei liberi mercati è diventata un articolo di fede.
 

[19] La mia conclusione è che l’Unione Sovietica era assai meglio preparata degli Stati Uniti al collasso economico.
Ho lasciato fuori due importanti asimmetrie tra queste superpotenze, poiché esse non hanno nulla a che fare con la capacità di essere preparati al collasso. Semplicemente, alcuni paesi sono più fortunati di altri. Ma le citerò adesso per amor di completezza.

In termini di composizione etnica e razziale, gli Stati Uniti somigliano alla Jugoslavia più che alla Russia, perciò non possiamo aspettarci che dopo il collasso essi rimangano pacifici come lo rimase la Russia. Le società etnicamente miste sono fragili e hanno la tendenza ad esplodere.

In termini religiosi, l’Unione Sovietica era relativamente sprovvista di culti apocalittici. Ben poche persone in Russia desideravano che una palla di fuoco atomico grande quanto un pianeta annunciasse il secondo avvento del loro salvatore. E questo fu davvero una benedizione.
 

[20] Un settore in cui non riesco a scorgere nessun “gap di collasso” è quello della politica nazionale. Le ideologie saranno anche diverse, ma la cieca aderenza ad esse non potrebbe essere più uguale.
E’ di sicuro più divertente guardare due partiti capitalisti che si azzuffano piuttosto che avere un solo partito comunista per cui votare. Gli argomenti su cui si azzuffano sono spesso piccoli simulacri simbolici di politica sociale, scelti per agevolare la simulazione di un atteggiamento pubblico. Il Partito Comunista offriva un’unica pillola amara. I due Partiti Capitalisti offrono la scelta tra due placebo. L’ultimissima innovazione sono le elezioni al fotofinish, dove ogni partito ottiene il 50% dei voti e il risultato viene estratto dalle dicerie statistiche, come un coniglio da un cappello.

Il sistema utilizzato dagli americani per affrontare il dissenso e la protesta è certamente più avanzato: perché imprigionare i dissidenti quando si può semplicemente lasciarli strillare al vento finché ne hanno voglia?
L’approccio americano alla contabilità è più sottile e sfumato di quello sovietico. Perché mettere su certe statistiche il segreto di stato, quando si può semplicemente distorcerle, con metodi oscuri? Ecco un semplice esempio: l’inflazione è “tenuta sotto controllo” sostituendo [nelle statistiche] gli hamburger alle bistecche, allo scopo di minimizzare l’aumento dei pagamenti destinati alla spesa sociale. 
 

[21] Molte persone sprecano un sacco di energie a protestare contro il loro irresponsabile, immobile governo. A me sembra solo un enorme spreco di tempo, vista l’inefficacia di queste proteste. Costoro si accontentano forse di leggere delle proprie imprese sui giornali esteri? Io credo che si sentirebbero meglio se semplicemente togliessero la voce ai politici, come i politici la tolgono a loro. E’ facile come spegnere il televisore. Se ci provassero, probabilmente noterebbero che nulla è cambiato nelle loro vite, proprio nulla, tranne forse il miglioramento del loro umore. Potrebbero anche scoprire di avere adesso più tempo da dedicare a cose più importanti.
 

[22] Ora cercherò di delineare alcuni approcci, realistici e non, per superare questo “gap di collasso”. La mia breve lista di rimedi potrà sembrare un po’ semplicistica, ma tenete conto che si tratta di un problema molto difficile. In effetti, è importante tenere conto del fatto che non tutti i problemi hanno una soluzione. Posso promettervi che non risolveremo il problema entro stasera. Quel che cercherò di fare sarà di illuminarlo un po’ da diverse angolazioni.
 

[23] Molte persone se la prendono con l’irresponsabilità e l’immobilismo del governo. Dicono spesso cose tipo “Qui ci vorrebbe un...”, seguito dal nome di un grande progetto governativo di successo appartenente al glorioso passato: un Piano Marshall, un Progetto Manhattan, un programma Apollo. Ma in nessun libro di storia si parla di governi che si preparino per il collasso. La Perestroika di Gorbacev fu un esempio del tentativo di un governo di evitare o rinviare il collasso. Probabilmente riuscì solo ad affrettarlo.
 

[24] Ci sono alcune cose a cui mi piacerebbe che il governo provvedesse in vista del collasso. Sono particolarmente preoccupato per le installazioni, i siti di stoccaggio e le discariche di materiali tossici e radioattivi. Le future generazioni non saranno in grado di tenerli sotto controllo, soprattutto se il riscaldamento globale li farà finire sott’acqua. C’è in giro una quantità di questa robaccia sufficiente ad ammazzare la maggior parte di noi. Sono anche preoccupato per i soldati abbandonati al di là dell’oceano: abbandonare i propri soldati è una delle cose più vergognose che un governo possa fare. Le basi militari d’oltreoceano dovrebbero essere smantellate e i loro contingenti rimpatriati. Mi piacerebbe anche che l’immensa popolazione carceraria venisse ridotta progressivamente, in maniera controllata e preventiva, piuttosto che attraverso una caotica amnistia generale proclamata a causa della sopravvenuta mancanza di fondi. Infine, credo che questa farsa dei debiti che non potranno mai essere ripagati sia durata abbastanza. Un colpo di spugna potrà dare alla società il tempo di rimettersi in piedi. Capite quindi che non sto chiedendo miracoli. Benché, se una qualsiasi di queste cose venisse fatta sul serio, io stesso lo considererei un miracolo.
 

[25] Una soluzione al collasso del settore privato non è impossibile: solo molto, molto improbabile. Alcune aziende statali sovietiche rappresentavano di fatto degli Stati nello Stato. Erano a capo di ciò che costituiva un vero e proprio sistema economico completo e potevano sopravvivere anche senza l’ausilio del sistema economico esterno. Esse mantennero tale struttura anche dopo che furono privatizzate. Facevano impazzire i consulenti di management occidentali con i loro immensi asili per l’infanzia, le case di riposo, le lavanderie e le cliniche gratuite. Tutte queste cose, vedete, non facevano parte del loro settore di competenza. C’era bisogno di sfoltirle e di razionalizzare le loro operazioni. Ma i guru del management occidentale trascurarono la cosa più importante: il settore di competenza centrale di queste aziende stava nella loro capacità di sopravvivere al collasso economico. Magari i giovani genii fondatori di Google si faranno un baffo di tutto questo, ma non credo che i loro azionisti faranno lo stesso.
 

[26] E’ importante capire che l’Unione Sovietica ottenne la propria preparazione al collasso senza volerlo, e non in virtù di qualche programma di esercitazioni. Il collasso economico ha un suo modo di trasformare le negatività economiche in elementi positivi. L’ultima cosa che vogliamo è un’economia perfettamente funzionante, prospera e in espansione che un bel giorno collassa all’improvviso, lasciando tutti nelle peste. Non è necessario per noi raggiungere le leve del comando economico e della pianificazione centrale per eguagliare la spenta performance sovietica in questo campo. Abbiamo i nostri metodi, che funzionano altrettanto bene. Io li chiamo “pateracchi”. Si tratta di soluzioni ai problemi che creano più problemi di quelli che risolvono.

Datevi un’occhiata attorno e vedrete pateracchi spuntare in ogni dove, in ogni ramo di attività: abbiamo pateracchi militari come l’Iraq, pateracchi finanziari come l’ormai condannato sistema pensionistico, pateracchi sanitari come le assicurazioni private sulla salute, pateracchi legali come il sistema che tutela la proprietà intellettuale. Il peso combinato di tutti questi pateracchi ci sta spingendo lentamente ma inesorabilmente verso il basso. Se ci spingerà abbastanza in basso, allora, quando arriverà il collasso economico, ci sembrerà di saltare dalla finestra del pianterreno. Dobbiamo solo favorire questo processo, o perlomeno non interferire con esso. Perciò se qualcuno vi viene a dire “Voglio costruire un pateracchio che funziona a idrogeno”, incoraggiatelo in tutti i modi! Non sarà utile quanto un pateracchio che bruci i soldi direttamente, ma è comunque un passo nella giusta direzione.
 

[27] Certi tipi di comportamento economico, che sono molto diffusi, non sono prudenti a livello personale e sono anche controproducenti per l’obiettivo di colmare il “gap di collasso”. Qualunque comportamento che produca prosperità e continua crescita economica è controproducente: più in alto si salta, più duro sarà l’atterraggio. E’ traumatico passare dall’avere un ingente fondo per la pensione al non avere nessun fondo per la pensione a causa di un crollo del mercato. E’ anche traumatico passare da un salario alto a un salario basso, o a nessun salario. Se poi, oltre a questo, vi siete anche tenuti incredibilmente occupati e all’improvviso vi trovate senza niente da fare, allora sarete davvero in pessima forma.

Un collasso economico è il peggior momento possibile per avere un crollo nervoso, eppure è proprio questo che accade di frequente. Le persone psicologicamente più a rischio sono gli uomini di successo di mezza età. Quando la loro carriera finisce di colpo, i loro risparmi svaniscono e le loro proprietà non valgono più nulla, sparisce anche gran parte della loro autostima. Essi tendono a ubriacarsi fino alla morte e a suicidarsi in quantità straordinarie. Poiché essi sono le persone più esperte e capaci, questa è per la società una perdita terribile.

Se l’economia, e il posto che occupate all’interno di essa, è importante per voi, ci resterete molto male quando se ne andrà. Dovete coltivare un atteggiamento di composta indifferenza, ma dev’essere più che un semplice concetto. Dovete sviluppare lo stile di vita, le abitudini e la robustezza fisica per resistere. Sono necessari molta creatività e molti sforzi per vivere un’esistenza soddisfacente ai margini della società. Dopo il collasso, questi margini potrebbero trasformarsi nel miglior posto in cui vivere.
 

[28] Spero di non aver dato l’impressione che il crollo sovietico sia stato una passeggiata nel parco, perché al contrario è stato davvero spaventoso, in molti sensi. Il punto che voglio sottolineare è che quando a crollare sarà questa economia, sarà molto peggio. Un altro punto che voglio sottolineare è che un collasso, qui, sarà probabilmente permanente. I fattori che permisero alla Russia e alle altre repubbliche ex sovietiche di riprendersi, qui non sono presenti.

A dispetto di tutto ciò, io credo che in ogni epoca e in ogni circostanza, le persone riescano a trovare a volte non solo gli strumenti e un motivo per sopravvivere, ma anche illuminazione, pienezza e libertà. Se possiamo trovarli anche dopo che l’economia sarà collassata, perché non iniziare a cercarli adesso?

Grazie.          

Vota questo post

PACIFICA

by Gianluca Freda (26/10/2007 - 15:31)



ALL’AMERICA SERVE DISPERATAMENTE UNO “SKUNKWORKS”
di Stephen Pizzo
dal sito Newsforreal
Traduzione di Gianluca Freda
 

Definizione di “Skunkworks”: Uno “skunkworks” è un gruppo di persone che, allo scopo di ottenere risultati di particolare rilievo, lavora su un progetto secondo una metodologia che non rispetta le regole consuete. Uno “skunkworks” è spesso un piccolo gruppo che si assume o al quale viene assegnata la responsabilità di elaborare un progetto entro un breve periodo di tempo con minime restrizioni di manovra. Solitamente uno “skunkworks” è composto da un piccolo numero di membri allo scopo di ridurre al minimo le comunicazioni indirette. Uno “skunkworks” viene a volte utilizzato per elaborare il design di un prodotto che verrà poi realizzato in concreto secondo le normali procedure. Un progetto “skunkwork” può anche essere segreto. (Fonte)

Le sue dimensioni, naturalmente, sono proporzionate alle dimensioni dell’organizzazione che scopre di aver bisogno di persone capaci di pensare al di fuori degli schemi. Il Progetto Manhattan, ad esempio, era uno skunkworks.

Nello stesso momento in cui veniva formato lo skunkwork del Progetto Manhattan, anche la Lockheed creò un proprio skunkworks (circa nel 1943) dopo che gli Stati Uniti ebbero scoperto di non avere più un ruolo di primo piano nella progettazione di aerei da combattimento. Si era venuto a sapere che i tedeschi erano già molto avanti nella realizzazione del primo jet da combattimento. Lo skunkworks della Lockheed mise a punto il primo jet da combattimento americano, il P-80, dopo soli 143 giorni dalla formazione dello skunkworks.

La magia dello skunkworks sta nel fatto che esso libera le grandi menti dalle organizzazioni calcificate, ossessionate dalle regole, influenzate da interessi particolari e mutilate del pensiero di gruppo. E se esiste oggi un’organizzazione che rispecchia in pieno questa descrizione, essa è quella degli stessi Stati Uniti d’America.

Democratici, Repubblicani, Indipendenti di varia natura si sono dimostrati impotenti, corrotti o semplicemente stupidi quando si tratta di affrontare i veri pericoli che gli Stati Uniti, il mondo e l’intero pianeta su cui viviamo hanno davanti. Visti con distacco, il Congresso e il Potere Esecutivo appaiono tanto utili o rilevanti quanto le Nazioni Unite: un sacco di chiacchiere, un sacco di scena, un sacco di stronzate e pochissime soluzioni concrete. L’intero meccanismo di governo sembra essersi impallato in ciò che un programmatore di computer chiamerebbe un loop senza fine. Esso continua a ripetere se stesso, giorno dopo giorno, anno dopo anno, elezione dopo elezione. Premere “reset” ogni due o quattro anni sembra servire solo a riavviare il tutto per riportarci di nuovo nel loop.

Nel frattempo i problemi che i politici sarebbero pagati per risolvere sembrano peggiorare. Se nessuno saprà escogitare nuove soluzioni per questi vecchi problemi, prima o poi uno di tali problemi – la proliferazione degli armamenti nucleari, il riscaldamento globale, la riduzione delle risorse idriche, ecc. – finirà per farci fuori tutti.

Perché non creare dunque uno skunkworks nazionale? Ecco la mia proposta.

Prendiamo gli stati della California, dell’Oregon e di Washington e rendiamoli indipendenti per 25 anni. Non sto parlando di una secessione dall’Unione, diamogli solo un po’ di tempo per restarne fuori. Diamo a questi 3 stati il permesso di assentarsi dall’Unione per un periodo di 25 anni. Durante questo periodo i federali se ne staranno fuori dai piedi e nel frattempo lo Skunkworks cercherà soluzioni nuove ai problemi più seri, potenzialmente letali e irresolubili che la nazione e il mondo hanno oggi di fronte:

- Come può una nazione fornire cure mediche adeguate a tutti i propri cittadini, unendo le forze del settore privato con la stabilità e il meccanismo democratico del governo, e farlo senza mandare entrambi in bancarotta?

- Come alimentare l’economia del 21° secolo e uno stile di vita moderno senza più fare affidamento sulle fonti di energia fossili del 19° e 20° secolo, che non sono rinnovabili e rappresentano una minaccia per il pianeta?

- Come ridurre rapidamente le emissioni di gas serra di origine umana, mantenendo uno standard di vita moderno e sostenibile e senza mandare in bancarotta le aziende del settore privato?

- Come bilanciare gli imperativi di un necessario spostamento di massa delle popolazioni (immigrazione) con la realtà della limitatezza delle risorse, dei servizi privati e governativi, dell’agricoltura, del lavoro e dello spazio vitale?

-  Come possiamo organizzare un commercio equo e sostenibile con altre nazioni senza incoraggiare la devastazione ambientale nei paesi in via di sviluppo, senza sfruttare i loro lavoratori e senza distruggere allo stesso tempo le opportunità di lavoro qui in patria?

-  Immaginare un sistema per rivitalizzare o sostituire l’attuale sistema politico bipartitico, che funziona ormai soltanto per sostenere se stesso a spese dell’intera nazione.

- Immaginare un sistema con cui una nazione possa offrire a se stessa e ai suoi cittadini un ragionevole livello di sicurezza, incrementando ed espandendo le libertà individuali anziché restringendole in continuazione.

 

Sono certo che vorreste aggiungere molti punti a questa lista di “cose da fare”, ma già i punti elencati sono abbastanza impegnativi. Ecco perché ho stabilito un periodo di 25 anni. Ci vorranno un bel po’ di aggiustamenti con i rappresentanti del governo, dell’industria, dell’educazione, della medicina e dei trasporti. E ciascuna di queste zone sarà gelosamente sorvegliata dalle “Guardie Rivoluzionarie dello Status Quo” che sono pazze, malvagie e testarde quanto un qualsiasi ayatollah.

Capisco che l’idea di tagliar fuori tre stati occidentali per un quarto di secolo sia qualcosa di più di un “pensiero fuori dagli schemi”. Sembra più un “pensiero fuori di testa”! Però riflettete: da quest’idea ognuno avrebbe da guadagnare.

Ad esempio, ai conservatori si inumidiscono gli occhi quando parlano della possibilità di “scelta” nell’educazione. Hanno sostenuto, spesso in modo convincente, che il sistema scolastico pubblico necessiti di un’iniezione di competitività da parte delle scuole private. E sostengono che il denaro dei contribuenti dovrebbe essere utilizzato per creare quella competizione offrendo ai genitori dei buoni per il pagamento degli studi.

Perché? Perché secondo i conservatori l’intero sistema educativo nazionale sarebbe ostaggio di interessi particolari; sindacati degli insegnanti, editori di libri scolastici, amministratori di scuole locali e metodi d’insegnamento datati. E l’unico modo per cambiare tutto questo sarebbe di permettere ai genitori di utilizzare denaro federale per pagare queste scuole private, che escano dagli schemi. Scuole che sarebbero libere dalla radicata burocrazia educazionale, libere di avere proprie regole e di sperimentare nuove tecniche d’insegnamento. In altre parole, scuole Skunkworks.

Vedete, che voi siate conservatori o liberali, tanto voi che io sappiamo che il nostro governo ha smesso di funzionare. Peggio ancora, ha smesso di funzionare da così tanto tempo che non ricorda neanche più come si fa. Quando cerca di funzionare finisce o per peggiorare le cose o per imporre ad un dato problema soluzioni che creano casini ancora più grossi da un’altra parte.

Quindi, se abbiamo bisogno di “scelta” nell’educazione, perché non averla anche sul governo? Perché non costituire uno skunkworks nazionale composto di un’intera regione, la Costa Ovest?

Quando le cose sono gestite da una radicata burocrazia autoreferenziale, l’unico modo di liberarsi è quello di liberarsi e basta. Del resto, come fa una persona a pensare fuori dagli schemi se non gli è consentito uscire dallo schema?

Perfino i comunisti di vecchio stampo lo capiscono. Quando i capi della Cina comunista si resero conto che il comunismo era alla frutta, essi crearono delle zone d’imprenditoria, uno skunkworks economico e sociale. Queste regioni d’avanguardia attenuarono una transizione che avrebbe potuto essere altrimenti molto dura, facilitando il passaggio della Cina dal comunismo al capitalismo. E ha funzionato davvero bene. Oggi possono prendere a calci i nostri culi capitalisti.

Rendendo liberi questi tre stati dell’Ovest, California, Oregon e Washington, potremmo creare un Progetto Manhattan del 21° secolo su larga scala. Nei confini di questi tre stati si trovano tutte le risorse – finanziarie, agricole, industriali, politiche e intellettuali – richieste per sopravvivere ed essere autonomi.

Poiché l’idea è mia, sarò io a darle un nome. Io battezzo questo skunkworks nazionale “Pacifica”.

Sebbene in questi progetti il diavolo si annidi sempre nei dettagli, credo che potremmo essere d’accordo su alcune regole fondamentali dello skunkworks:

- Con pochissime eccezioni, il governo federale non deve mettere becco in ciò che accade a Pacifica.

- I residenti di Pacifica non pagheranno tasse federali.

- Washington non finanzierà con proprio denaro le operazioni o le infrastrutture di Pacifica.

- I residenti dei tre stati continueranno a pagare le solite tasse locali ma la tassa federale sarà rimpiazzata da una tassa per finanziare le attività dello skunkworks di Pacifica (gli unici soldi che Pacifica fornirà al fisco centrale saranno pagamenti per servizi diretti negoziati e contrattati da Pacifica con le autorità federali).

- Pacifica pagherà a Washington una cifra annuale per coprire le spese della parte di difesa nazionale ad essa competente.

Come sarà governata Pacifica? Quale ruolo avranno governatori e legislatori? Lo skunkworks di Pacifica dovrà avere un “comitato esecutivo” che comprenda rappresentanti dell’industria, delle banche, del governo, del sistema sanitario e membri della cittadinanza che rappresentino gli interessi dell’ambiente, dei giovani, degli anziani, dei lavoratori, ecc.? Come saranno selezionati/eletti questi rappresentanti? Come faremo a impedire che l’influsso del grande capitale finisca per corrompere l’intero processo? Tutte buone domande a ciascuna delle quali dovrà essere data la giusta risposta.

Vorrei far presente che fu, in fondo, una forma dinamica di skunkworks che diede origine alla grandezza degli Stati Uniti d’America. Ovviamente non la chiamavano “skunkworks”. La chiamavano “il selvaggio West”. Ma funzionò esattamente nel modo in cui lo skunkworks che propongo dovrebbe funzionare. Le forze federali esercitarono un controllo assai tenue su ciò che i coloni a ovest del Mississippi andavano realizzando. Al contrario i coloni misro in pratica ciò che io chiamo “innovazione selvaggia”. Fecero una quantità di errori, ma poiché le loro vite dipendevano spesso dal reperimento di soluzioni sostenibili, alla fine ce la fecero e queste soluzioni “concettuali” tradotte in pratica concreta furono in seguito istituzionalizzate.

Una volta che l’Unione fu completata e le ferrovie e i telegrafi furono stati installati, lo skunkworks del selvaggio West chiuse i battenti. Si può dire che fu da quel momento che iniziarono a germogliare i semi della stagnazione.

Sto facendo questa radicale (e improbabile) proposta solo perché non sono più in grado di farne un’altra, di qualunque tipo. Ho esaurito l’ultimo grammo di fiducia o di speranza che l’attuale farsa bipartitica possa ancora funzionare per il bene comune, o anche solo che possa funzionare e basta.

Vota questo post

BRACCI DELLA MORTE

by Gianluca Freda (25/10/2007 - 16:51)



ALDO, UCCISO IN CARCERE
di Emanuele Giordana
da Il Manifesto di giovedì 25 ottobre 2007

Aldo Bianzino, trovato morto dieci giorni fa nella cella di un carcere di Perugia, è stato ucciso. ed è stato ucciso senza lasciar tracce esterne sul corpo. L’ipotesi a cui sta dunque lavorando la procura di Perugia è quella dell’omicidio, mentre sta vagliando la possibilità che le lesioni interne riscontrate dagli esami autoptici possano essere dovute all’atto volontario di persone al momento non identificate. Ignoti, che colpirono in modo da non lasciare segni esterni. In due parole: omicidio volontario

Particolari sempre più inquietanti emergono nel caso del quarantaquattrenne piemontese che da anni viveva pacificamente nel suo casale della campagna umbra con la famiglia e che venerdì 12 ottobre fu arrestato con la compagna per possesso di piante di canapa. E dopo oltre dieci giorni dalla sua morte, rimasta confinata in prima lettura nella casistica delle “morti naturali” e approdata soltanto nelle cronache delle edizioni locali, la vicenda sta diventando un caso nazionale già oggetto di due interrogazioni parlamentari, dell’interessamento diretto del sottosegretario alla giustizia Manconi e dell’osservatorio che fa capo a Haidi Giuliani.

Tra gli amici di Aldo, che fin dal primo momento avevano avanzato più di un sospetto sulla morte di un ragazzo che non aveva niente a che fare con giri di mala e spaccio e che tutt’al più si fumava qualche spinello, la sensazione che finalmente la Procura abbia imboccato la via giusta è rafforzata dalle assicurazioni che il sostituto procuratore Giuseppe Petrazzini, che si occupa del caso, ha dato personalmente alla famiglia: “Sarebbe mostruoso pensare che io possa coprire qualcuno”, ha detto alla compagna di Aldo, Roberta Radici, e al figlio Rudra, accompagnati ieri dall’avvocato Massimo Zaganelli in procura. “La giustizia farà il suo corso”.

A questo punto non potrebbe fare altrimenti, dopo che i risultati di una prolungata autopsia, che ancora non si è conclusa, avrebbero evidenziato lesioni profonde nella regione cerebrale che però non corrispondono a nessun segno sul corpo di Aldo. A sorpresa ieri mattina, Zaganelli ha fatto assistere alle prove autoptiche anche una consulente legale di parte, la dottoressa Laura Paglicci Reattelli, una donna di lunga esperienza (che si occupò del riconoscimento del corpo dell’estremista di destra Nardi). E il responso, non ancora definitivo, conduce a due ipotesi, scartandone nettamente una. Quella scartata riguarda la possibilità che le lesioni interne siano dovute a una caduta accidentale (dal lettino della cella ad esempio): ci sarebbe infatti un ematoma che però non c’è. Le due ipotesi possibili, entrambe riconducibili ad un atto violento contro il corpo di Aldo, potrebbero invece ricondurre o a un violento sbatacchiamento del collo che ha prodotto emorragie interne o a lesioni alla materia cerebrale causate con un’arma impropria, utilizzata in modo da non far percepire i colpi (spranghe ricoperte da stracci bagnati ad esempio). Una sorta di “codice rosso” utilizzato per punire Aldo cercando poi di avvalorare la tesi del decesso per cause cardiache, come infatti era emerso in un primo tempo. Ipotesi inquietanti e che rimandano a responsabilità, individuali o collettive, che la magistratura dovrà chiarire.

Come che sia, l’ombra che grava sulla prigione perugina di Capanne, anche solo per omessa sorveglianza, si allunga a vista d’occhio. Resa più oscura da almeno due elementi. Il primo è che, come ancora ieri ha confermato la magistratura umbra, Aldo in cella era solo, come richiede il regolamento. Il secondo è che Aldo fu visto in buona salute, non solo dall’avvocato d’ufficio che lo incontrò il primo pomeriggio di sabato, il giorno prima del decesso, ma anche da altri funzionari dei servizi sociali carcerari, come ieri si è saputo.

Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria per ora mantiene il silenzio assoluto sulla vicenda, ma una risposta è attesa dal Ministero della Giustizia dopo le due interrogazioni depositate in Senato: quella del senatore Mauro Bulgarelli e quella presentata dai parlamentari Giovanni Russo Spena, Haidi Giuliani ed Erminia Emprin Gilardini nella quale, oltre a ben quattro commozioni cerebrali, si citano lesioni al fegato e due costole rotte. I senatori chiedono a Mastella quali “procedure urgenti” il ministro intenda avviare per “fare completa chiarezza sulla vicenda”.

Una vicenda dai contorni ancora tutti da chiarire e che richiederà tempo. Ciò significa inoltre che il corpo di Aldo non potrà essere restituito agli amici e soprattutto a Roberta e ai tre figli, dei quali Rudra è il minore. Un ragazzo solo quattordicenne dai tratti “nobili e belli e di una grande compostezza e serenità”, come lo ha definito ieri l’avvocato di famiglia dopo l’incontro in procura col magistrato.
 

*Lettera22

Vota questo post

COSA C'E' AL DI LA' DEL MURO?

by Gianluca Freda (25/10/2007 - 01:14)



Clemente Mastella è certamente un tipo in grado di rubare la scena. Tra le altre cose. Tutti conoscono ormai a menadito le ipotesi di reato nei suoi confronti presenti nell’inchiesta “Why Not”. Ogni persona per la quale “giustizia” non sia la semplice designazione di un ministero si è giustamente infuriata per lo scippo dell’inchiesta al suo titolare, il pm di Catanzaro Luigi De Magistris, che stava indagando su Mastella per abuso d’ufficio, finanziamento illecito ai partiti e concorso in truffa nell’ambito di finanziamenti europei e nazionali. Per quanto sacrosanta sia l’indignazione, l’oscenità del personaggio di Mastella è riuscita a far passare in secondo piano le accuse ipotizzate nell’ambito della stessa inchiesta nei confronti del Presidente del Consiglio, Romano Prodi. Non si tratta di accuse di poco conto. La gravità dei reati ipotizzati a carico di Prodi è paragonabile, se non superiore, a quella dei reati ipotizzati contro il Ministro della Giustizia. E’ per questo che la recente “fiducia” espressa da Prodi nei confronti del suo Guardasigilli, più che ad un atto di responsabilità politica posto in essere per la stabilità del paese, fa pensare alla solidarietà malavitosa di certi quartieri periferici, dove i malviventi si fanno le scarpe a vicenda nella gestione degli affari quotidiani, ma sono pronti a spalleggiarsi reciprocamente di fronte all’intervento di terzi incomodi (i gendarmi) che mettono a repentaglio il controllo del territorio.

L’indagine era partita dalla scoperta (cito da Panorama) di un “comitato d’affari, trasversale ai partiti e con base nel paradiso fiscale di San Marino, che grazie ad amicizie altolocate (anche all’interno della Guardia di finanza e della magistratura) e un reticolo di società costituite ad hoc sarebbe riuscito a drenare centinaia di milioni di euro di finanziamenti pubblici (in particolare dell’Unione Europea), indirizzandoli nelle casse dei partiti e nelle tasche dei politici e dei loro amici. Il comitato sarebbe, con coloriture massoniche (la maggior parte degli indagati è anche accusata di aver violato la legge sulle associazioni segrete), una lobby nazionale che controllerebbe con la sua rete di contatti parte del sistema politico ed economico del Paese”. Di questo bel comitato  di intrallazzieri all’italiana facevano parte, tra gli altri, Piero Scarpellini, consulente dell’ufficio del consigliere diplomatico della Presidenza del Consiglio per i Paesi africani e uomo di fiducia di Prodi; e Sandro Gozi, deputato dell’Ulivo, ex assistente politico di Romano Prodi all’Unione Europea e oggi membro della Commissione Affari costituzionali. Gozi è indagato per associazione per delinquere, truffa e violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Ma il bello doveva ancora venire. Dopo aver sequestrato alcuni cellulari ad uno degli indagati – Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria e più recentemente titolare di un’agenzia di lavoro interinale che serviva ad assegnare posti di prestigio agli amici degli amici – gli inquirenti si sono accorti che una delle utenze, intestata ad una non ben identificata “Delta spa”, era stata registrata da Saladino su ben due cellulari con l’annotazione “Romano Prodi cellulare”. E’ dunque verosimile che Prodi utilizzasse quel cellulare per tenersi in contatto con tutti i protagonisti di questa truffa ai danni dell’Unione Europea. 

Si tratta, come si può capire, di ipotesi di reato estremamente gravi che non hanno ricevuto – Panorama a parte – la giusta attenzione dei media e che sono state in parte oscurate dal linciaggio (auspicato e benedetto, sia chiaro) di Mastella. Prodi, interrogato sulle accuse dei pm, non ha trovato di meglio che ripetere la frase di prammatica “sono assolutamente tranquillo”. Te lo credo che è tranquillo, soprattutto dopo che l’assalto e le intimidazioni a De Magistris sono riuscite a togliere dalle mani di quest’ultimo la scottante inchiesta, che finirà ora insabbiata nei rimpalli e nei mille cavilli con cui la giustizia italiana ha da tempo abdicato alla sua funzione. Siamo noi, qui in basso, che non siamo tranquilli. Alle prossime elezioni (che sembrano vicinissime, considerato l’encefalogramma piatto dell’attuale maggioranza) andremo a votare con un sistema elettorale in cui sono i partiti e non i cittadini a scegliere i candidati al Parlamento; in una “democrazia” trasformata in farsa dai brogli elettorali tanto di destra (quelli delle ultime politiche) quanto di sinistra (quelli del voto degli italiani all’estero, delle ridicole primarie, per tacere dell’ignobile buffonata del referendum sindacale sul welfare); e potremo scegliere – ammesso che Prodi voglia ricandidarsi, ipotesi improbabile ma non impossibile – tra due capi dell’esecutivo, Berlusconi e Prodi, entrambi impelagati in fatti di corruzione, malversazione e ostracismo all’operato della magistratura. Una bella prospettiva davvero. Resa ancora più preoccupante dall’atteggiamento degli elettori dei due schieramenti, ridotti ad affiliati a due bande malavitose rivali, intenti a spaccare il capello in quattro per dimostrare che il proprio capobanda, per quanto farabutto, è sempre un po’ meglio di quello avversario. Con argomentazioni così cretine, ma così cretine, che suscitano ormai più ilarità che rabbia.

Il centrosinistra è sempre stato una mostruosa creatura mutante, foriera di aberranti esperienze politiche, ma ora non è più neanche una creatura: è un cadavere putrefatto, maleodorante e mezzo scarnificato dagli avvoltoi. Per chi ama e conosce i fumetti, potrebbe essere paragonato ad uno dei re del crimine delle storie di Garth Ennis, tipo Ma’ Gnutti o Lou il Cesso: criminali mutilati, sfigurati e/o oscenamente decrepiti, che riescono tuttavia a rimanere il perno della politica malavitosa della propria zona d’influenza. Finché non arrivano Preacher, Hitman o il Punitore a prenderli a calci nel culo, come si meritano. Del centrodestra è inutile dire: ma davvero certe persone, che osano pure dirsi comuniste, hanno tanta paura del ritorno a Palazzo Chigi di un omuncolo settantenne senza più forza né appeal politico? Il nano di Arcore ha avuto la sua stagione, che è finita da un pezzo. Oggi è costretto, per aver ragione della maggioranza più debole della storia repubblicana, a far la spesa con la sporta al mercato dei senatori. E’ così cretino da vantarsene pure in pubblico, col rischio di vedersi incriminare, come sarebbe auspicabile, per il reato di voto di scambio. Attualmente non possiede neppure una coalizione degna di questo nome di cui mettersi a capo. Sta cercando di raffazzonarne una posticcia con le mance e la sputazza ed è così incapace che neanche ci riesce. Spera di poter campare ancora di rendita sul vecchio repertorio: l’istrione della politica, il grande imprenditore. Senza rendersi conto che l’istrionismo poteva renderlo riconoscibile nella politica parruccona della prima repubblica, non nel circo attuale, dove i pagliacci si sprecano e nessuno ha più paura delle risate. E senza capire che “imprenditore”, parola che aveva una sua nobiltà 13 anni or sono, è oggi sinonimo di Tanzi, Cragnotti, Cecchi Gori... o di Berlusconi, appunto. Un’eventuale sua vittoria – che dipenderà molto dagli accordi con i poteri economici che reggono i fili del teatrino italiano e pochissimo dal volere degli elettori – sarebbe la vittoria di una coalizione evanescente come quella attuale, decrepita come quella attuale, debole ed esposta al rischio perpetuo di sfarinamento come quella attuale. Il 2001 non viene due volte.

La cosa che più mi addolora è che di questa polverizzazione del potere politico, di questa totale perdita di credibilità, di questa debolezza preagonica dei vampiri di Stato, nessuna forza sociale sia in grado - per divisione, per pigrizia o per disperazione – di approfittare. Mao Zedong diceva: grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente. Purtroppo non abbiamo oggi un Mao che sia in grado di sfruttare la confusione e lo sbandamento della casta per farne piazza pulita, ed è un peccato. Ci troviamo sotto scacco di un sistema politico che, a dargli solo una spallata robusta, verrebbe giù come un castello di sabbia. Parlo dei burattini locali, ovviamente, non dei burattinai d’oltreoceano, che sono ben più coriacei e agguerriti, ma che potrebbero anch’essi, tra crisi mediorientale e bolle immobiliari che si afflosciano, restare distratti il tempo necessario a rifilar loro una robusta randellata. Sono potenti, sì, ma non credo che siano invincibili e il momento per un’azione a sorpresa sarebbe propizio. In altri tempi o in altri luoghi, ad aver ragione del nugolo di parassiti istituzionali sarebbe stato sufficiente uno sciopero a oltranza o un’occupazione popolare dei nodi commerciali nevralgici (pensate agli effetti di presidi portuali o di un’occupazione a singhiozzo di punti cruciali della rete autostradale). Oggi nulla di tutto questo è neppure lontanamente all’orizzonte. Siamo oberati dalle rate del mutuo e dai doppi e tripli lavori che ci servono per tirare a campare. Siamo rimbecilliti dalla volgarità e dalle bufale dei media di regime. Siamo impauriti dalla solitudine che si prova a sentirsi abbandonati da uno Stato che ha abdicato ad ogni suo dovere: che trascura e manda in malora la sicurezza, l’istruzione, la salute, il lavoro e ostenta spudoratamente il proprio menefreghismo, ben sapendo che la sfiducia dei detenuti, unita alla risata dei carcerieri, è il sistema psicologico migliore di garantire una disciplinata amministrazione dei campi di lavoro.

Oggi Bertinotti ha auspicato che Prodi possa portare a termine la legislatura: ci ha augurato cioè di restare altri tre anni e mezzo in balia di un governo incapace e impotente, presieduto da un inquisito per atti di corruzione. Massimo Giannini, su Repubblica, auspica che il governo si dia una “missione” in grado di unire la maggioranza su un obiettivo comune, benché fittizio: la riforma della legge elettorale, una riforma che nessuno vuole davvero, visti gli evidenti vantaggi che ogni partito trae dall’escludere con l’attuale sistema ogni residuo di aleatorietà derivante dall’esercizio del libero volere dei cittadini. Ma che sarebbe utile a tirare a campare: a dare al governo un canovaccio teatrale con cui fingere di avere uno scopo, all’opposizione il tempo di rabberciare una coalizione per le prossime elezioni e a Repubblica un po’ di pinzillacchere con cui imbrattare le prime pagine nell’interminabile autunno politico che ci separa dalla fine della legislatura. Lo stesso Giannini mostra di credere poco a questa soluzione: occupati come sono a smerciare pezzi di Stato agli industriali di riferimento e a intrallazzare con le Logge di san Marino, Prodi e i suoi uomini non hanno tempo non dico di lavorare, ma neppure di far finta di lavorare. 

Resteremo perciò a spaccar pietre nel nostro campo di lavoro, stanchi e impotenti come tutti i detenuti poco astuti, che si guardano in cagnesco tra loro, senza vedere che le guardie sono prepotenti ma disarmate e le mura della prigione sono fatte di gesso. Basterebbe la forza di pochi uomini uniti a buttarle giù, se solo quei pochi uomini avessero la forza e l’intelligenza di unirsi. Molti hanno fatto notare, su questo e altri blog, l’assoluta impreparazione politica di Beppe Grillo, l’ignoranza crassa di gran parte dei partecipanti al suo blog, l’improponibilità della sua proposta progettuale che si condensa, in ultima analisi, in un generico vaffanculo. Tutte cose vere. Però intorno a quel vaffanculo si sono unite 300.000 persone, e il vaffanculo veniva da una persona che avrà tutti i limiti che si vuole, ma che non fa parte del personale di sorveglianza. Trecentomila persone sarebbero più che sufficienti a fare a pezzi un muro di gesso, se decidessero di provarci. Certo, dietro quel muro c’è un mondo che non conosciamo. Potrebbe attenderci qualsiasi cosa, la libertà come un destino mille volte peggiore. La scelta è difficile. Ditemelo voi. Che facciamo? Proviamo a uscire o restiamo qui a spaccar pietre?

Vota questo post

IMMOBILI NELLA TEMPESTA

by Gianluca Freda (22/10/2007 - 23:29)



LA CASA IN FIAMME
di Mike Whitney
Tratto dal sito  Counterpunch
Traduzione di Gianluca Freda

E’ giusto incolpare un solo uomo per la distruzione dell’economia americana?

Probabilmente no. Ma Alan Greenspan è comunque in cima alla nostra lista. Dopo tutto, Greenspan “ha presieduto la più grande espansione della finanza speculativa mai avvenuta nella storia, compresa un’industria degli “hedge fund” da un trilione di dollari, bilanci gonfiati da parte di aziende quotate a Wall Street per un totale prossimo ai 2 trilioni di dollari e un mercato globale dei derivati con valori stimati superiori all’incommensurabile cifra di 220 trilioni di dollari” ((Henry Liu, "Why the Subprime Bust will Spread" [Perché la rovina dei Subprime è destinata a estendersi] , Asia Times). Greenspan è anche colpevole di aver tagliato il tasso reale dei fondi della Fed, così che esso è rimasto negativo per 31 mesi, dal 2001 al 2005. Questa decisione ha inondato il mercato immobiliare di trilioni di dollari in crediti a basso interesse, creando la più grande bolla sugli “equity” della storia. Ora che la bolla è esplosa, Greenspan è finito sulla strada. Passa il tempo a saltare di città in città come una rana spacciando memorie revisioniste di come riuscì a tenere il timone della nave dello Stato attraverso acque tempestose, mentre scansava i colpi dei liberali protezionisti. Cercatelo nella sezione “fiction” della libreria più vicina a voi.

Comunque, possiamo davvero incolpare il “Maestro” di ciò che sembra essere stato un diluvio spontaneo di speculazioni da “libero mercato” sugli immobili?

In larga parte sì. A parte il tacito appoggio offerto da Greenspan a tutti i prestiti rischiosi (subprime, ARMs, ecc.) che sono fioriti durante il suo regno, e nonostante egli abbia bruscamente rinnegato il ruolo di regolamentazione svolto dalla Fed, sono gli stessi documenti della Federal Reserve (“Prezzi degli immobili e politica monetaria: uno studio internazionale”) a indicare che il mercato della casa è stato “specificamente preso di mira”, riconoscendo che sarebbe servito come “importante canale della politica di trasmissione monetaria”. Non si tratta più di un’affermazione particolarmente controversa. Infatti, possiamo constatare che lo stesso espediente è stato utilizzato in Inghilterra, Spagna e Irlanda... tutti paesi che soffrono ora degli effetti nefasti di una massiccia inflazione immobiliare. I bassi tassi d’interesse continuano a essere il sistema più efficace per spostare subdolamente ricchezza da una classe all’altra, decimando nel contempo i fondamenti di un’economia sana.

I banchieri comprendono perfettamente gli effetti del credito a basso costo sull’economia. Ce li hanno impressi nel DNA.
 

GLI IMMOBILI CALIFORNIANI GIU’ DAL PRECIPIZIO

Oggi iniziamo a vedere i primi segnali che nella pigra bolla immobiliare si è aperta una falla che la sta facendo precipitare verso terra. Le notizie di questa settimana provenienti dalla California meridionale confermano che le vendite di case sono crollate di un pauroso 48,5% rispetto all’anno scorso. Questa cifra rappresenta il più grave calo nelle vendite di immobili da quando l’industria immobiliare iniziò a fare rilevamenti, più di 20 anni fa. Le vendite ristagnano e costruttori e proprietari hanno iniziato a tagliare i prezzi per la disperazione (vedere su YouTube "Central California Housing Crash”).

Le notizie sono di poco migliori nella zona della Baia, dove DataQuick riferisce: “Crollano le vendite di case nella zona della Baia a causa dell’affanno dei mutui”.

“A settembre le vendite immobiliari nella Baia sono crollate al loro livello più basso da più di due decenni a questa parte come risultato di un progressivo rallentamento del mercato e delle maggiori difficoltà incontrate dai mutuatari nell’ottenere prestiti di grossa entità.

A settembre, nelle nove contee che compongono la Baia, sono stati venduti un totale di 5.014 case e appartamenti, sia di vecchia che di nuova costruzione. Un calo del 31,3% rispetto alle 7.299 di agosto e del 40,1% rispetto alle 8.374 del settembre di un anno fa”.

Il 40,1% in meno all’anno. Questa è la definizione di un collasso del mercato.

“Gli espropri salgono a livelli record”.

Le cifre di settembre relative alle vendite nel resto del paese non sono ancora disponibili, ma ciò che sta accadendo in California è ciò che avevamo anticipato dopo il “congelamento” del mercato azionario avvenuto il 16 agosto. Molte persone non capiscono che quel giorno il mercato è quasi crollato e che le scosse di quel cataclisma hanno modificato il modo in cui le banche fanno affari. Molti dei prestiti che erano disponibili fino a pochi mesi fa (subprime, piggyback, ARMs, "niente documenti", Alt-A, ammortizzazione inversa, ecc.) sono ora molto più difficili da ottenere o sono addirittura stati soppressi. In più, le banche non possono più impacchettare i prestiti in obbligazioni da rivendere agli investitori. In effetti, il futuro della “securitizzazione” dei debiti da mutuo è, allo stato attuale delle cose, molto a rischio. Un articolo del Financial Times mostra come questo fenomeno sia rallentato fin quasi a inaridirsi:

Solo 9,9 miliardi di dollari di “security” derivanti da prestiti immobiliari sono stati immessi sul mercato dal 1 luglio... UN CALO DEL 95% RISPETTO AI 200,9 MILIARDI DELLA PRIMA META’ DI QUEST’ANNO E UN DRASTICO DECREMENTO DEL 92% RISPETTO ALLO STESSO PERIODO DELL’ANNO SCORSO”.

Inoltre – e forse cosa ancor più importante – molti potenziali acquirenti stanno scoprendo di non soddisfare più i più rigidi standard che le banche utilizzano adesso per valutare la solvibilità del cliente. Ciò vale soprattutto per i prestiti di grossa entità, cioè per ogni prestito per la casa che superi i 417.000 dollari. Le banche stanno diventando sempre più scettiche (alcuni dicono che stiano mettendo da parte il capitale per far fronte ai cattivi investimenti sui derivati dei prestiti da mutuo) nel valutare chi sia qualificato per la concessione di un prestito. Com’è facile da capire, ciò ha mandato a picco le vendite e ha tagliato della metà il numero degli esiti positivi di settembre.

In altre parole, la crisi creditizia del 16 agosto ha modificato le dinamiche di base della concessione di mutui per la casa. Il calo della domanda e la proliferazione dell’offerta sono solo una parte di un problema molto più ampio; il meccanismo di finanziamento è completamente cambiato. Le banche non vogliono più prestare denaro. E quando le banche non prestano più denaro accadono brutte cose. L’economia entra in caduta libera. Nonostante i valorosi sforzi del Plunge Protection Team nel pianificare un tardivo rimedio al disastro di agosto, il danno ormai è fatto. La restrizione del credito eserciterà un’ulteriore pressione verso il basso su un mercato immobiliare già in difficoltà, accelerando un’inevitabile recessione. Le nubi della tempesta economica sono già visibili sull’orizzonte.

Il Segretario del Tesoro Henry Paulson ha finalmente ammesso che la crisi del mercato immobiliare è ormai “il rischio più significativo per l’economia”. Il capo della Fed Ben Bernanke è d’accordo e aggiunge che secondo lui l’immobiliare rappresenterà una “significativa riduzione” del PIL. I guai delle banche e le notizie dalla California hanno messo il “divino terrore” in entrambi i personaggi. Ma non c’è molto che essi possano fare. Milioni di persone sono indebitate fino ai capelli per case che non possono più permettersi. Saranno costrette a traslocare entro il prossimo anno o giù di lì. Gli espropri si moltiplicheranno. Non possono essere evitati. In più, l’industria ha un arretrato di 10 mesi di case già costruite che deve essere ridotto prima che le nuove vendite abbiano una possibilità di ripartire. Ciò richiede tempo. L’industria edilizia e tutte le industrie correlate subiranno perdite sostanziose.

Il problema che le banche hanno di fronte è molto più serio di quanto si osi dire apertamente. Il sistema bancario è iper-esteso e sotto-capitalizzato. La Fed ha dato alle banche più di 400 miliardi di dollari dalla crisi di agosto, eppure i problemi persistono. Il Dipartimento del Tesoro si è unito alla Citibank, alla Bank of America e alla JP Morgan nel tentativo di “reimpacchettare” i debiti non onorati per poi rivenderli a diffidenti investitori attraverso il mega fondo denominato “Super-Conduit”. La disperazione è palpabile e questi estremi tentativi di truffa non fanno altro che incrementare il nervosismo dei mercati azionari.

Esiste un mito secondo il quale la Fed sarebbe in grado di agitare la bacchetta magica e mettere a posto le cose. Ma non è questo il caso. La decisione presa da Bernanke il mese scorso di tagliare il tasso dei fondi Fed non ha effetto sui tassi a lungo termine e dunque non rende più economico acquistare (o rifinanziare) una casa. Il taglio dei tassi è stato in realtà un mero regalo alle banche che sono oggi sepolte sotto 500 miliardi di dollari di debiti da mutuo e di letame delle CDO (Collateralized Debt Obligations). L’incremento di liquidità non ha reso queste obbligazioni perniciose più vendibili o solvibili. Né ha incrementato la volontà delle banche di fornire nuovi finanziamenti per la casa a chi richiede un mutuo. Questo processo è rallentato fino a strisciare. Tutto ciò che hanno fatto le iniezioni di liquidità della Fed è stato dare più tempo alle banche di contorcersi per evitare di rivelare l’entità delle loro perdite effettive.

Le banche servono da canale principale per il trasferimento del credito ai consumatori. Quel canale si è trasformato in una strettoia a causa del crollo dell’industria dei mutui e del mostruoso carico debitorio delle banche. La Fed non può più fornire denaro alle persone che ne hanno bisogno e che potrebbero far crescere l’economia (la quale dipende al 70% dalla spesa dei consumatori). Questo è un problema strutturale e non sarà risolto con un semplice taglio dei tassi.

Vi sono già segnali di un rallentamento dei consumi alla Target, alla Lowes e alla Walmart. Se questa decelerazione continua, l’economia scivolerà rapidamente nella recessione.

Negli ultimi 7 anni, i consumatori americani hanno ottenuto più di 9 trilioni di dollari dai loro prestiti per il mutuo. Questo allegro sperpero ha fatto girare l’economia di buon passo. Ora che i prezzi delle case si sono stabilizzati – e in molti casi abbassati – quel denaro facile non è più disponibile, il che prepara la scena a una riduzione della crescita economica, a un rallentamento delle vendite immobiliari e a una domanda in calo. La deflazione è il peggiore incubo della Fed e sarà combattuta con ogni arma del suo arsenale.

Purtroppo, Bernanke non ha gli strumenti per rimediare a questo problema ed è probabile che finisca per distruggere la valuta se continua a tagliare i tassi. I tagli recenti hanno già portato il petrolio e l’oro verso nuove vette, mentre il dollaro continua ad inabissarsi (l’Euro è valutato 1,42 dollari, con una crescita del 63% dall’inizio della presidenza Bush). Il dollaro debole e i persistenti problemi nel credito hanno fatto fuggire gli investitori stranieri verso l’uscita. Agosto è stato il mese in cui si è registrato il più massiccio ritiro di capitali stranieri dalle security e dai buoni del tesoro americani: 163 miliardi di dollari di capitale volatilizzati (con Giappone e Cina a guidare la fuga). La fiducia nei mercati, nella leadership e nell’integrità americana non è mai stata così bassa. Gli investitori danno il voto coi loro piedi. Ne hanno avuto abbastanza.

Se i capitali continuano a uscire dal paese al ritmo attuale, gli USA non saranno più in grado di mantenere il Current Account Deficit a 800 miliardi di dollari, il che comporterà l’aumento dei prezzi, la caduta del dollaro e il prosciugamento dei consumi. Nessuna pezza messa dalla Federal Reserve farà un briciolo di dannata differenza. Se si esclude la possibilità di un drastico cambiamento nella politica economica, che sembra improbabile, ci stiamo dirigendo a tutta velocità verso un collasso sistemico che manderà in rovina il mercato.
 

IL DISASTRO CREATO DA GREENSPAN

I rovinosi effetti della bolla immobiliare di Greenspan non possono essere apprezzati appieno se non si passa un po’ di tempo a studiare le carte e i grafici ora disponibili. Questi grafici sono il modo migliore di dissipare i velati sospetti che la bolla immobiliare possa essere una specie di teoria complottista escogitata dalla sinistra. Non lo è, e questi link dovrebbero bastare a fornire ampia prova del contrario:

http://www.bubbleinfo.com/statistics-2007/2007/3/15/arm-reset-schedule.html

http://static.seekingalpha.com/uploads/2007/9/7/amortization_1.jpg

http://static.seekingalpha.com/uploads/2007/9/7/amortization_2.jpg

Il primo grafico è quello del programma di revisione degli ARM (Adjustable Rate Mortgages [cioè mutui a tasso variabile, NdT]), che ammonta ad un totale di centinaia di miliardi di dollari nei prossimi due anni. Gli altri due grafici riguardano i soli interessi e la percentuale di ammortizzazioni negative sul totale dei mutui sottoscritti tra il 2000 e il 2006. Tenete a mente, quando studiate il grafico della revisione dei mutui a tasso variabile, che “un’indagine realizzata dalla AFL-CIO [una delle principali organizzazioni sindacali americane, NdT] mostra che quasi metà dei sottoscrittori di mutuo a tasso variabile non sanno in che modo verranno rivisti i loro prestiti e tre quarti di essi non sanno di quanto aumenterà il loro debito in caso di revisione. Il 73% dei sottoscrittori non sa nemmeno di quanto aumenterà la loro rata mensile al prossimo incremento” (Calculated risk).

Lo sgonfiarsi della bolla immobiliare inizia ad avere effetti anche su altri settori dell’economia. Il debito da carte di credito si è impennato del 17% annuo ora che i proprietari di case non possono più attingere ai loro equity in dissoluzione. Gli americani hanno già un debito di oltre 500 miliardi di dollari con le loro carte di credito. Ora quel debito sta crescendo più velocemente delle vendite al dettaglio, il che fa pensare che molte persone siano così indebitate da utilizzare ormai le carte di credito per necessità elementari e per le spese mediche. Gli analisti si aspettano un’ondata senza precedenti di inadempienze sulle carte di credito nei prossimi 6-12 mesi. Sfortunatamente, per il consumatore col cappio alla gola, la carta di credito rappresenta l’ultima possibilità di accesso ad un prestito senza garanzie.

Dobbiamo anche aspettarci che l’inversione di tendenza del mercato immobiliare faccia ingrossare le file dei disoccupati. Stranamente, benché le vendite immobiliari siano calate del 40% rispetto al picco del 2005, gli impieghi legati all’edilizia sono diminuiti solo del 5%. Ciò è davvero stupefacente. Forse il BLS [Bureau of Labor Statitics, Centro di Statistiche sul Lavoro, NdT] sta inventandosi le cifre utilizzando il suo modello Nascite-Morti (che produce magicamente milioni di lavori fittizi). Ma noi sappiamo che l’edilizia ha dato lavoro a 2 nuovi occupati su 5 negli ultimi 6 anni, perciò siamo certi che assisteremo a un significativo incremento della disoccupazione via via che la bolla si sgonfia. L’industria finanziaria e quella dei mutui hanno già subìto ridimensionamenti significativi.

Allo stesso modo dobbiamo aspettarci di vedere ritocchi sostanziosi ai prezzi delle case. Di solito i prezzi delle case restano fermi per circa 6 mesi dopo un picco delle vendite e un incremento della disponibilità immobiliare. Finora i prezzi sono scesi solo del 3,5%, mentre l’offerta è ai massimi storici e le vendite sono calate del 40%. E’ impossibile sapere fino a che punto i prezzi scenderanno (alcuni esperti come Robert Schiller prevedono un calo del 50% sui principali mercati) ma la spinta verso il basso sui prezzi degli immobili sarà senz’altro enorme. Disoccupazione in crescita, zero risparmi personali, espropri sempre più numerosi, dollaro che si indebolisce e una prevalente attitudine al pessimismo (un recente sondaggio mostra che la maggioranza degli americani è convinta che siamo GIA’ in recessione!) fanno pensare che il crollo dei prezzi delle case sarà precipitoso.

LA SPIRALE DEFLAZIONISTICA

Sui blog economici infuria il dibattito se il paese sia diretto verso l’iperinflazione o verso un ciclo deflazionistico. Le argomentazioni relative all’iperinflazione sono incontrovertibili, visto che la Fed ha già dimostrato di essere pronta a fare a pezzi il dollaro pur di mantenere in vita l’economia. Come risultato abbiamo visto crescere l’inflazione ad un tasso mai visto in oltre un decennio (nonostante le false cifre fornite dal governo). A settembre il prezzo del gasolio è aumentato del 4%, il petrolio da riscaldamento è salito del 9%, i generi alimentari del 5% e i prodotti caseari si sono impennati del 7,5%. Tutto aumenta, tranne il dollaro che sembra in mortale agonia.

Nonostante ciò, vi sono segnali che l’economia americana, alimentata dall’indebitamento dei consumatori, sia giunta al suo ultimo stadio e che acquirenti e proprietari di case saranno sempre più costretti ad accettare di aver dato fondo ad ogni possibilità di credito disponibile. Dovranno tagliare le spese e vivere entro i limiti dei mezzi a loro disposizione. Ciò significa meno crescita, un continuo declino del mercato immobiliare e la netta caduta dei prezzi del mercato azionario. Tutti questi elementi sono l’avanguardia della deflazione.

Il cosiddetto M-LEC (Master Liquidity Enhancement Conduit) escogitato dal Ministro del Tesoro Paulson – che permette alle banche investitrici di dilazionare la notificazione delle loro perdite – è particolarmente inquietante sotto questo punto di vista, poiché fu proprio la mancata disponibilità delle banche giapponesi a dichiarare l’entità della propria esposizione a provocare una recessione deflazionistica durata 15 anni. Potrebbe accadere la stessa cosa anche da noi?

Probabilmente sì. Un’interessante intervista è stata fatta il mese scorso da Mike Shedlock, noto e autorevole blogger economico, ("Mish's Global Economic Trend Analysis") all’economista Paul L. Kasriel. L’intervista contiene i dettagli della crisi giapponese che presenta alcune impressionanti similitudini con la nostra situazione attuale. Trascrivo di seguito un ampio stralcio di quella discussione:

Paul L. Kasriel: “Il Giappone ha attraversato una deflazione negli anni recenti perché l’esplosione della bolla dei prezzi obbligazionari nei primi anni ’90 provocò enormi perdite nel sistema bancario. Le banche giapponesi avevano finanziato la bolla dei prezzi. Quando essa esplose, i debitori non riuscirono più a far fronte ai loro debiti e furono costretti a restituire i collaterali alle banche. Il valore di mercato dei collaterali, ovviamente, era inferiore all’ammontare dei prestiti erogati, il che inflisse alle banche giapponesi enormi perdite di capitali. Con il venir meno del capitale bancario, le banche giapponesi non poterono aprire nuovi crediti al settore privato, e questo nonostante la Banca del Giappone offrisse credito alle singole banche a tassi nominali d’interesse molto bassi.

Le banche sono un importante meccanismo di trasmissione tra la banca centrale e l’economia privata. Se le banche non vogliono o non possono estendere il credito a basso costo che viene loro offerto dalla banca centrale, allora l’economia cresce molto lentamente, o cessa di crescere. Ciò avvenne anche negli Stati Uniti nei primi anni ’30.

Le banche americane hanno attualmente enormi quantità di beni obbligazionari legati ai mutui nei loro registri contabili. Se il mercato immobiliare dovesse entrare in grave recessione e ciò provocasse una massiccia inadempienza dei mutui, il sistema bancario americano potrebbe subire enormi perdite simili a quelle che subirono le banche giapponesi negli anni ’90. Se ciò dovesse accadere, la Fed potrebbe anche tagliare i tassi d’interesse fino allo zero, ma ciò avrebbe scarsi effetti positivi sull’attività economica o sull’inflazione.

Salvo che la Fed non inietti denaro di nuova creazione direttamente nel settore privato, temo che in questo caso assisteremo ad una deflazione. Ancora una volta, i sistemi bancari indeboliti tendono a generare deflazione. E l’indebolimento dei sistemi bancari ha origine dall’esplosione di bolle obbligazionarie provocata dal drastico calo di valore dei collaterali che sostengono i prestiti bancari”.

Mish: Che accadrebbe se Bernanke tagliasse i tassi d’interesse fino all’1 per cento?

Kasriel: In un crollo immobiliare di grosse dimensioni che spinga le banche ad aggrapparsi al proprio capitale, semplicemente non avrebbe alcun effetto. E’ essenzialmente ciò che è accaduto recentemente in Giappone e anche negli USA durante la grande depressione.    

Mish: Può essere più preciso?

Kasriel: Molte persone non sono a conoscenza delle azioni che la Fed intraprese durante la Grande Depressione. Bernanke sostiene che la Fed non agì in modo abbastanza incisivo durante la Grande Depressione. Questo non è vero. La Fed tagliò i tassi d’interesse ed iniettò enormi somme di denaro, ma questo non servì a nulla. Più recentemente, il Giappone ha fatto la stessa cosa. Anche in questo caso non è servito a niente. Se la percentuale di inadempimenti raggiunge livelli sufficienti, le banche semplicemente non vorranno più prestare denaro, il che limiterà in modo drammatico la creazione di moneta e di credito.

Mish: Come ha inizio e come ha fine l’inflazione?

Kasriel: L’inflazione inizia con l’espansione della quantità di denaro in circolazione e del credito. L’inflazione finisce quando la banca centrale non può più o non vuole più estendere il credito e/o quando i consumatori e le aziende non chiedono più denaro in prestito perché ulteriori espansioni e/o speculazioni non hanno più alcun senso economico.

Mish: Insomma, quand’è che finisce tutto?

Kasriel: E’ una cosa estremamente difficile da prevedere. Se l’attuale recessione immobiliare dovesse trasformarsi in depressione immobiliare e portasse a una massiccia inadempienza dei mutui, potrebbe finire tutto. Alternativamente, se avvenisse una fuga dal dollaro nei mercati esteri, l’inflazione si acuirebbe e la Fed non avrebbe altra scelta che alzare aggressivamente i tassi d’interesse. Visto che l’economia USA è sottoposta a una pressione senza precedenti, l’incremento dei tassi d’interesse darebbe il via a una serie di fallimenti su larga scala. Sono questi i due scenari da “scacco matto” che vengono in mente. ("Mish's Global Economic Trend Analysis").

Bella esposizione. Grazie, Mish. 

Vota questo post

LE VIE DEL MOSSAD SONO INFINITE

by Gianluca Freda (21/10/2007 - 14:13)



E’ banale dirlo, ma solo un tizio che di cognome si chiama Levi poteva proporre il disegno di legge con cui si cerca di zittire l’informazione su internet. Levi è il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega (guarda caso) all’editoria e questo ci dice anche da quali categorie d’interessi siano manovrati e controllati da vicino i politici-burattini che qualche scemo ancora si ostina a definire “democraticamente eletti”. Di Levi dice Wikipedia:

“Ricardo Franco Levi (Montevideo, Uruguay 10 aprile 1949) è un uomo politico italiano.

Di origini ebraiche, laureato in scienze politiche, dapprima ha lavorato come giornalista scrivendo e dirigendo Il Tempo, collaborando con la redazione economica del Corriere della Sera e fondando nel 1991 il quotidiano L'Indipendente, che ha diretto fino al 1992.

In seguito divenne stretto collaboratore di Romano Prodi, di cui è stato portavoce sia durante l'esperienza del primo esecutivo guidato dal Professore sia a Bruxelles, quando il politico di Scandiano fu a capo della Commissione Europea.

Alle elezioni politiche del 2006 viene eletto deputato nella circoscrizione Lombardia 1, in qualità di rappresentante della lista dell'Ulivo. Dal 18 maggio dello stesso anno è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel secondo governo Prodi”.

La Rete è un doppio fastidio per la categoria di cui Levi rappresenta gli interessi. Lo è perché svela, giorno dopo giorno, il meccanismo di potere, di evidente matrice ebraica, che gestisce il sistema finanziario e bancario mondiale, e dunque anche la politica, l’informazione, gli apparati militari e tutto il resto a cascata. E lo è anche perché sta progressivamente emarginando e screditando, come si meritano, gli organi tradizionali dell’informazione di regime che fanno ormai sempre più fatica a tenere agganciati i loro utenti. Un danno economico e d’immagine di enormi proporzioni che i padroni dei grandi media – quasi tutti ebrei, come è facile controllare attraverso una breve ricerca su Google – non possono più tollerare. Il disegno di legge di Levi, che vorrebbe imporre ad ogni sito o blog che si occupi d’informazione la registrazione al ROC, il pagamento di bolli, la costituzione di una società editrice e la presenza di un giornalista iscritto all’albo come direttore responsabile, mira ovviamente a mettere il bavaglio a tutti i piccoli e medi blog che attraverso la ricerca e la denuncia sul web mettono a nudo giorno dopo giorno le responsabilità e i meccanismi autentici del potere. Nessun blog, salvo quelli gestiti o gestibili dagli amici di Levi, potrebbe mai continuare a svolgere il proprio lavoro sotto il fardello di questo mare di obblighi e sotto la spada di Damocle di una denuncia penale ai sensi degli artt. 57 e 57 bis del codice penale. In rete resterebbero solo siti d’informazione e di propaganda accuratamente mirata, come ad esempio l’indegno Informazione Corretta, nome orwelliano per uno dei siti più spudoratamente filoisrealiani e filosionisti che esistano su internet.

Di fronte alle proteste dei blogger italiani (Beppe Grillo in primis) Levi non ha trovato di meglio che replicare: ''Non intendiamo in alcun modo né 'tappare la bocca a Internet' né provocare 'la fine della Rete'. Non ne abbiamo il potere e, soprattutto, non ne abbiamo l’intenzione'', il che è una mezza verità. E’ falso che non ne abbiano l’intenzione, ma è verissimo che non ne hanno, per ora, il potere. Qualsiasi blogger dilettante sarebbe capace di trasferire i propri contenuti informativi su un server straniero, se le cose dovessero volgere al peggio. Ogni tentativo di mettere un freno alle potenzialità di internet si è tradotto, finora, in un ampliamento esponenziale delle possibilità della Rete. Basti pensare alla guerra al Peer to Peer scatenata dalle major discografiche e cinematografiche, che non ha fatto altro che incrementare la tecnologia di file sharing col risultato che oggi qualsiasi brano musicale o film pubblicato nell’ultimo secolo è reperibile gratuitamente sul web con un minimo di ricerca.

Contro il disegno di legge Levi è nata una petizione online che chi vuole può firmare, anche se personalmente non ne vedo l’impellente necessità. A rendere carta straccia questo ennesimo attacco (della solita matrice) contro la libertà del web sarà più utile, come sempre, la quotidiana pratica di disobbedienza che non la proclamazione di princìpi e la sottoscrizione di imploranti appelli alla libertà d’espressione, della quale a Levi, ai suoi superiori e ai suoi inferiori importa meno di nulla. Le rivoluzioni hanno luogo quando le si compie nel concreto, attraverso la serena attuazione quotidiana delle loro direttive, non quando ci si limita a proclamarne, pur con le migliori intenzioni, la necessità e moralità.   

Vota questo post

UNA RIBELLIONE EFFICACE

by Gianluca Freda (18/10/2007 - 22:41)


Lo scorso 5 ottobre sono stati arrestati Ed e Elaine Brown, i due americani condannati per evasione fiscale che avevano rifiutato di presentarsi alle udienze del proprio processo e si erano poi asserragliati nella loro casa di Plainfield opponendosi all’arresto. I Brown affermavano di rifiutare il pagamento delle tasse perché, a loro avviso, non esisterebbe in America nessuna legge che imponga ai cittadini il pagamento di imposte federali sul reddito, le quali sarebbero anche vietate dalla Costituzione americana. La loro protesta ha dato vita, negli USA, ad un vasto movimento contro la tassazione federale che ha trovato eco soprattutto su internet. I Brown avevano sfidato il governo americano a mostrar loro la legge per la cui violazione erano stati perseguiti; fino ad oggi, nessuno è riuscito a dimostrare la sua esistenza. Alla fine sono stati traditi, com’era prevedibile, da un infiltrato che si era introdotto in casa loro spacciandosi per uno dei molti “supporters” che negli ultimi mesi hanno continuato a entrare e uscire dalla loro casa, portando loro sostegno morale e materiale. A differenza di ciò che avvenne a Waco, l’arresto dei Brown è stato condotto a termine senza sparare un solo colpo. Ciò non ha impedito alle forze di polizia americane di torturare e maltrattare i due anziani coniugi dopo il loro trasferimento nel carcere federale di Elkton, in Ohio. In questa intervista raccolta da Shaun Kranish, titolare del sito Makethestand.com, Ed Brown, raggiunto per telefono nel centro di detenzione, racconta di essere stato colpito ripetutamente con colpi di taser; di essere stato costretto a spogliarsi e di essere rimasto nudo in una “sala di osservazione” dove le guardie carcerarie lo osservavano attraverso un vetro; di essere stato sottoposto a deprivazione sensoriale in una cella d’isolamento per 15 ore; ha detto che la sua cella è stata riempita di un gas sconosciuto che lo ha costretto, per respirare, a sdraiarsi a terra accanto alla fessura tra il pavimento e la porta. Ed Brown ha anche fatto riferimento ad atti di violenza contro sua moglie Elaine, sui quali non ha però voluto fornire dettagli. Tutto questo conferma due cose: la prima è la barbarie dell’America, immenso carcere a cielo aperto, con il maggior numero di detenuti pro capite di ogni altro paese del mondo. Un paese che perseguita e tortura i suoi cittadini (per non parlare di quelli dei paesi asserviti al suo dominio) e che non a caso i nostri governanti citano come modello di organizzazione sociale. I milioni di fessi che hanno votato domenica scorsa per Walter Veltroni, il più filoamericano dei politici italiani, farebbero bene a tenerlo presente. La seconda è la riconferma che se esiste un atto di resistenza che impaurisce davvero il potere in ogni angolo del globo, esso non è quello degli strepiti di piazza o delle ridicole processioni sindacali con comizio finale, ma quello dello sciopero fiscale, che rischia di togliere alla casta dei governanti i fondi con cui finanziano i loro privilegi. Umberto Bossi ha minacciato più volte iniziative di astensione fiscale, senza mai avere le palle di attuarle, essendo egli stesso parte della confraternita di succhiasangue che vive del taglieggiamento dei cittadini. Se mai ci venisse voglia di dar vita ad un movimento di protesta serio, non dimentichiamoci dei coniugi Brown.

Vota questo post

I ROTHSCHILD: VERMI NELLA MELA

by Gianluca Freda (17/10/2007 - 15:45)


I ROTHSCHILD FARANNO FALLIRE GLI
AGRICOLTORI EUROPEI E GIAPPONESI?

di Jean D’Eau
dal sito www.savethemales.ca
Traduzione di Gianluca Freda
 

Da una recente intervista con Lyn Forester de Rothschild apprendiamo che lei e suo marito Evelyn de Rothschild stanno investendo centinaia di milioni per diventare re e regina della frutta e verdura prodotta in India. L’India è il primo produttore mondiale di frutta e il secondo di verdura. Fino ad oggi la sua produzione era destinata essenzialmente al miliardo di persone che costituiscono la popolazione indiana.

Lyn e Evelyn de Rothschild hanno recentemente deciso di fare grossi profitti esportando la frutta e la verdura indiana sui mercati europei e giapponesi. Le diverse zone agroclimatiche dell’India rendono possibile coltivare ogni varietà di frutta e verdura; il costo del lavoro è solo una piccola frazione di quello europeo o giapponese. Lady de Rothschild mira a pagare i lavoratori indiani solo 2 dollari al giorno.

Anche aggiungendo gli oneri e le spese di trasporto, la frutta e la verdura indiane finiranno per mandare in bancarotta gli agricoltori europei e giapponesi. In Europa, gran parte degli agricoltori si sono fortemente indebitati quando le paranoiche norme sanitarie dell’UE e gli standard di confezionamento dei supermercati li hanno costretti a investire in macchinari e infrastrutture estremamente costosi.

Quando la frutta e la verdura indiane arriveranno in Europa, molte famiglie di agricoltori europei indebitati dovranno dire addio alle loro proprietà, che verranno confiscate dalle banche. Gran parte degli agricoltori europei ancora indipendenti, producono oggi solo frutta e verdura, poiché l’allevamento di bestiame e la coltivazione dei cereali sono già stati decimati dall’”economia di mercato”, che ha reso proficua in questi settori solo la produzione in quantità massicce.

La prevedibile bancarotta dei produttori di frutta e verdura in Europa farà sì che intere comunità agricole siano costrette ad abbandonare le aree rurali per sopravvivere. Nel suo recente libro “Manuale di sopravvivenza al riscaldamento globale”, David de Rothschild (figlio di Evelyn de Rothschild...) intende promuovere la vita urbana allo scopo di risparmiare energia e arrestare così “il riscaldamento del clima provocato dall’uomo”.

Al di là del fatto che un numero crescente di ricercatori indipendenti rifiuta la nuova religione del “riscaldamento causato dall’uomo”, uno è libero di crederci, ma è anche libero di collegare i puntini e di capire che le elite globaliste hanno bisogno di uno stretto controllo fisico sul genere umano e che questo controllo è possibile solo se veniamo radunati tutti all’interno delle città.

Grazie al progetto di massiccia importazione in Europa di frutta e verdura indiana a basso prezzo, molti agricoltori europei dovranno ben presto sperimentare la “vita urbana” proposta da David de Rothschild come soluzione al “riscaldamento provocato dall’uomo”. Nel frattempo i genitori di David bruceranno oceani di combustibile per congelare e trasportare la frutta e verdura indiane sui mercati europei e giapponesi...

C’è anche un’altra probabile conseguenza del massiccio incremento di esportazioni di frutta e verdura indiane. Come già detto, la popolazione indiana, che ammonta a oltre un miliardo di persone, consuma oggi la quasi totalità della produzione interna. Quando tale produzione verrà reindirizzata dai Rothschild verso i vasti mercati giapponesi ed europei, è improbabile che l’India riesca a raggiungere un incremento tale della produzione agricola da mantenere i consumi interni su livelli di sufficienza. Inoltre, a quel punto, è probabile che la logica dell’economia di mercato inflazioni i prezzi della frutta e della verdura sul mercato indiano, il che priverà una gran parte degli abitanti di importanti risorse nutritive.

Poiché gran parte delle famiglie indiane non possono permettersi di acquistare carne, le risorse nutrizionali primarie sono riso, frutta e verdura. Una carenza di frutta e verdura in India provocherebbe una crescita della malnutrizione e della mortalità. Possiamo anche immaginare che le tecniche di coltura intensiva utilizzate in India nelle piantagioni dei Rothschild prevederanno un ampio uso di pesticidi, il che potrebbe portare in pochi anni a rendere sterili i terreni e ad avvelenare le risorse idriche, proprio come è avvenuto in molte zone d’Europa. E’ terrificante rendersi conto di come il nuovo business agricolo dei Rothschild si accordi perfettamente con il loro altro obiettivo primario nella globalizzazione, noto come spopolamento del Terzo Mondo.

Ultimo ma non meno importante, considerata l’importanza cruciale di frutta e verdura sul mercato indiano, un’inflazione massiccia sui prezzi di questi prodotti potrebbe dare origine a un ciclo inflattivo generale nell’economia indiana. Proprio come la Cina, l’economia indiana in rapida espansione rappresenta una crescente minaccia per le corporazioni occidentali. Mettete il verme dell’inflazione nella mela indiana e l’intera economia dell’India potrebbe risultarne infettata...

Vota questo post

DEMOCRATICI DA CIRCO

by Gianluca Freda (16/10/2007 - 13:49)

Anche se lo avrete già visto tutti, vorrei dedicare questo filmato di Striscia la Notizia a tutti quei coglioni che domenica hanno speso un euro per eleggere a capo del Partito Democratico un tale che era già stato eletto dai mammasantissima del partito, per ordine dei boss di Washington. Complimenti, cazzoni, avete buttato via un sacco di tempo in discussioni futili, più tre milioni e mezzo di euro, e alla fine vi hanno rifilato la merce avariata che volevano loro. Se li aveste dati a me, vi avrei fatto il segretario del PD per tutta la vita, e la domenica mattina venivo pure a portarvi le paste. Tanto, credetemi, peggio di Veltroni non avrei potuto fare. Mi permetto una critica: trovo veramente irritante l’immancabile sottofondo di risate registrate posto a commento dei filmati. Questi non si limitano a fare i soliti brogli, hanno ridotto il diritto di voto a una messinscena da teatrino dei pupi. Che cazzo ci trovano da ridere quelli di Striscia?

Vota questo post

L'UOMO DA 3,4 MILIONI DI EURO

by Gianluca Freda (16/10/2007 - 06:08)


Scorrendo stamattina le notiziole minori di Repubblica (cioè quelle pubblicate in prima pagina a titoli cubitali), scopro che ieri un certo Walter Veltroni è stato eletto a capo di un’entità chiamata Partito Democratico. Ad eleggerlo sarebbero stati 3,4 milioni di cittadini italiani, i quali avrebbero pure sborsato un euro per poter godere dell’impagabile onore. Questa è una bellissima notizia. Significa che milioni di italiani, che credevo irrimediabilmente ridotti sul lastrico dalle politiche del governo, invece non solo possiedono ancora un euro da spendere, ma sono così ricchi che possono perfino permettersi di sperperarlo in puttanate senza capo né coda. Pensate! Avrebbero potuto mettere un euro nel distributore di palline e comprare ai loro bambini un tenero Winnie Pooh vestito da coniglietto rosa. Avrebbero potuto darlo al lavavetri. Avrebbero potuto farci un buco in mezzo e ricavarne un delizioso ciondolo. Avrebbero potuto andare da McDonald’s, dove per un euro ti servono la colazione, un caffé e una brioche. Il caffé sa di ioduro di cesio arricchito con tallio, la brioche è in polipropilene e fa completamente schifo, ma sempre meno di Walter Veltroni. Insomma, c’erano mille modi di investire con oculatezza una cifra che, al giorno d’oggi, rappresenta una porzione consistente di un budget familiare medio. Ma il governo di centrosinistra ha reso gli italiani così ricchi che oggi essi, grassi e prosperi come sono, possono permettersi di buttare nel cesso (o di regalare al PD, che è la stessa cosa) ben 3,4 milioni di euro per eleggere a segretario del PD un tizio che sarebbe diventato segretario del PD anche se alle urne non si fosse presentata l’anima di un cane. Se alle primarie avessero partecipato solo Veltroni e gli altri quattro figuranti, avrebbe vinto Veltroni comunque, perché gli altri quattro avrebbero votato per lui, pena l’espulsione dal partito e l’amputazione della mano destra. Ma gli italiani, astuti come sempre, hanno voluto spendere comunque un euro per godersi il meraviglioso luna park elettorale in cui il cittadino, sborsando una modica cifra, può crogiolarsi per un attimo nell’illusione di non essere l’impotente nullità che è. E’ la democrazia, baby. Ti fanno eleggere un candidato già eletto da altri e ti tocca pure pagare.

Ora, non vorrei dare ai milioni di italiani che ieri si sono diligentemente recati nelle sedi ACLI e ARCI a compiere il loro civico dovere di cittadini sovrani l’impressione di star sostenendo che hanno buttato via i loro soldi. Lungi da me! Veltroni è pur sempre un politico di razza, una persona competente e capace che saprà far tesoro della nomina imperiale ricevuta dall’investitura del popolo. Una persona che ha “il sapore di America”, come dice Davide Romano in questo illuminante articolo. Uno che l’America la mangia a colazione, pranzo e cena, fino a impregnarsene ogni poro e sbrodolarsela sulle brache; e costringe anche noi a ingurgitarla con la forza, anche se non ne abbiamo la minima voglia, come una madre premurosa. Per rendere l’idea della complessità del suo pensiero politico vorrei citare, in chiave esegetica, una minima crestomazia tratta dalla prefazione del suo libro-manifesto “La nuova stagione” (Rizzoli, pp. 140, euro 10,00). Un libro che, già dal titolo, offre uno scorcio metaforico del futuro. Siamo infatti entrati nell’autunno (la nuova stagione) e il freddo pungente, gli alberi spogli e scheletriti, i campi deserti, il buio, la solitudine delle sere trascorse in casa, rendono una perfetta esemplificazione visiva di ciò che ci attende in quanto abitatori di un paese che si ritrovi come possibile e futuro capo del governo un apologeta dei macellai di Iraq e Afghanistan. Ma veniamo all’esegesi dell’idealità veltroniana, quale è esposta nel libello:

- L'Italia ha bisogno di un partito che si proponga di dare cultura di governo al bipolarismo italiano.

Proposizione a un tempo rivelatrice e inquietante. Ci dice che il bipolarismo italiano, oggi, non ha la minima cultura di governo e che se in futuro ne avrà una, essa sarà una cultura elargita da Veltroni. Cioè dall’uomo che premiò Sabrina Ferilli per il "contributo dato alla conoscenza del mondo del commercio", realizzato attraverso la fiction Commesse. Più temibilmente, l’espressione ci dischiude una tragica verità: Veltroni non ha intenzione di dare una cultura di governo alla sola sua coalizione, come sarebbe anche auspicabile, ma all’intero bipolarismo italiano. Non è da una coalizione, ma da un bipolarismo, fatto di entità politiche perfettamente intercambiabili e dotate della stessa cultura, che saremo governati. Le elezioni saranno un pro-forma, utile essenzialmente a farci fare un  po’ di jogging, da casa nostra al seggio, la domenica mattina. E non dimenticate di portare con voi un euro.

- Se le parole hanno un senso, questo significa che il Partito democratico nasce per superare l'idea che quel che conta è vincere le elezioni. Ovvero battere lo schieramento avversario mettendo in campo la coalizione più ampia possibile, a prescindere dalla sua coerenza interna.

(Traduzione di Gianluca Freda): il Partito democratico non nasce per vincere le elezioni. Nasce per imporre coerenza interna ai suoi componenti, cioè omologazione assoluta riguardo ai problemi da affrontare, in ossequio a direttive provenienti da più alto loco. Anche a costo di non battere lo schieramento avversario, che tanto sarà omologato, in modo perfettamente identico, nell’attuazione delle stesse direttive. Tutti uguali, insomma, perché l’uguaglianza è il sale della democrazia. Non si fa forse così anche in America, terra della libertà e delle opportunità, di cui mi sono appena rovesciato una tazza sulle brache?

- Il fine della politica deve essere un altro: deve essere il perseguimento dell'interesse del Paese, attraverso la costruzione del necessario consenso attorno a un programma di governo.

Trad.: Il fine della politica deve essere la costruzione del necessario consenso attorno a un programma di governo attraverso il pretesto di un perseguimento dell’interesse del paese. Il programma di governo, che è il nostro fine supremo e di cui vi imporremo il consenso attraverso il rimbecillimento mediatico, ci sarà gentilmente offerto dalla Banca Centrale Europea e dai banchieri d’America (sempre sia lodata) che ne tirano le redini. 

- [il PD è] un partito che punta non a rappresentare questa o quella componente identitaria o sociale, per quanto ampia possa essere, ma a porsi l'obiettivo di carattere generale di conquistare nel Paese i consensi necessari a portare avanti un programma di governo, incisivamente riformatore.

Ah, mi era sembrato.

- Il Pd nasce per riordinare, nel bipolarismo, la gerarchia dei valori tra la coalizione e il programma: è il programma comune, un programma di governo e non genericamente elettorale, che fonda la coalizione, non viceversa.

Cari elettori, non vi presenteremo nessun programma genericamente elettorale quando verremo a chiedere il vostro voto. Tanto, quando mai ne abbiamo rispettato uno. Voi ci eleggerete sulla fiducia, a scatola chiusa. Poi elaboreremo il programma a braccio, una volta che saremo al governo, sulla base delle richieste che arriveranno via via dai nostri mecenati americani ed europei. Questo io lo chiamo riordinamento gerarchico tra la coalizione e il programma. Nel senso che nessuna delle due cose conta un tubo. Entrambe dipendono unicamente dagli ordini impartiti dalle macchie sui miei pantaloni.

- Non c'è altra strada per fare le riforme: non si può immaginare di dare alla politica la forza necessaria a far prevalere gli interessi generali sulla tirannia di quelli particolari, corporativi, microsettoriali, senza conferirle una nuova legittimazione democratica.

La legittimazione democratica di cui disponiamo attualmente non ci consente di fare le riforme che i nostri mecenati ci richiedono. Ci abbiamo provato, ma la tirannia degli interessi particolari, corporativi, microsettoriali (leggi: pensionati, impiegati pubblici, commercianti) ci ha impedito finora di togliere loro gli ultimi spiccioli di cui dispongono. Occorre dunque una nuova legittimazione democratica, cioè un plebiscito o un accordo sottobanco tra tutte le forze politiche che zittisca le voci minoritarie, per consentirci finalmente di portare a termine questo arduo compito. 

- il Partito democratico dovrà essere un partito davvero nuovo. Perché dovrà pensarsi [...] come una istituzione civile, che svolge una funzione pubblica e che come tale appartiene a tutti i cittadini che intendono abitarlo.

Il Partito Democratico nasce allo scopo di essere per i cittadini l’unica casa a disposizione. O vengono ad abitarci o vanno sotto un ponte. La scelta spetta a loro. Democrazia, in fondo, significa possibilità di scelta.

- Uno dei sintomi più preoccupanti della grave malattia che affligge la democrazia italiana è invece proprio la proliferazione di tanti, piccoli ed effimeri soggetti politici, che è perfino improprio definire partiti, almeno nel senso europeo (per non dire nordamericano) del termine, e che per la loro spiccata vocazione oligarchica, quando non familistica, è ancor più difficile descrivere come democratici.

Stabilisco io quali partiti possono essere definiti tali e quali no. Nello specifico, ho deciso che solo i megapartiti che scimmiottano i partiti europei, che a loro volta scimmiottano il finto bipartitismo degli Stati Uniti (sia loro lode e gloria) possono essere intesi come accettabili e democratici. Tutti gli altri sono soggetti piccoli, effimeri, familistici che ci stanno nei piedi e ci impediscono di eseguire gli ordini dei nostri mecenati con la necessaria celerità. Raus.

- Il prossimo 14 ottobre, giorno stabilito per le elezioni costituenti, nascerà un partito che non sarà di proprietà privata di qualcuno, ma si proporrà come un'istituzione della democrazia italiana, a disposizione di tutti i cittadini che, riconoscendosi nei suoi orientamenti di fondo, vogliano utilizzarlo "per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale", come recita l'articolo 49 della Costituzione.

Antica Osteria dell’Articolo 49.
Menù del Giorno:
Tutti i cittadini hanno diritto di scegliere liberamente una delle seguenti portate, preparate dall’oste:

- Merda

- Julienne di merda con crostone insaporito.

- Merda agli asparagi di montagna.

- Carrè di merda alle prugne.

- Merda al burro con “crauti de rava”.

Cliente: Non avreste, per caso, una carbonara?

Cameriere: No, signore, mi spiace. Il menù ce lo ha davanti. Scelga pure in estrema libertà, concorrendo con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Buon appetito a tutti.

Vota questo post

CHI INIZIO' LA II GUERRA MONDIALE? (RELOADED)

by Gianluca Freda (15/10/2007 - 04:41)


La Seconda Guerra Mondiale viene combattuta in difesa dei fondamenti dell’ebraismo”
(Rabbi Felix Mendlesohn, Chicago Sentinel, 8 ottobre 1942)

“Non neghiamo e non abbiamo timore di confessare che questa guerra è la nostra guerra e che viene condotta per la liberazione del popolo ebraico... Più forte di tutti gli altri fronti messi insieme è il nostro fronte, quello degli ebrei. Non solo stiamo offrendo a questa guerra il nostro supporto finanziario, su cui è fondata l’intera produzione bellica, non solo stiamo impegnando il nostro pieno potere propagandistico, che costituisce l’energia morale che consente alla guerra di proseguire. La garanzia della vittoria ha per fondamento essenziale l’indebolimento delle forze nemiche, nel distruggerli nel loro stesso paese, nel fare resistenza dall’interno. Noi siamo i cavalli di Troia nella fortezza nemica. Migliaia di ebrei che vivono in Europa rappresentano il principale fattore nella distruzione del nostro nemico. Dunque, il nostro fronte è un dato di fatto ed è il più prezioso dei contributi alla vittoria”
(Chaim Weizmann, Presidente del Congresso Ebraico Mondiale, capo dell’Agenzia Ebraica e poi Presidente d’Israele, discorso del 3 dicembre 1942 a New York).

 

Un lettore che si firma Mazzetta, scrive nei commenti:

Mi aspetto che una persona dotata di un minimo di istruzione abbia i mezzi per rintracciare le numerose espressioni di antisemitismo (e razzismi vari) hitleriano ben prima dell'articolo che porgi come prova; altri ti hanno fatto notare questo dettaglio, ma a te non interessa. Scorrendo il tuo blog non ho potuto fare a meno di chiedermi cosa ne resterebbe se si togliessero i post che parlano di ebrei cattivi, è un caso? Scorrendo il blog ho trovato anche sciocchezze sugli Illuminati (un evergreen da oltre un secolo, altro che una "scoperta" recente) e altre facilonerie che si potrebbero evitare con un minimo di controllo sulle fonti. Hanno inventato i motori di ricerca da un po', impara ad usarli insieme all'onestà intellettuale (ti ho dimostrato che menti, ma fai finta di nulla e chiedi pezze d'appoggio). Tu dove hai trovato la tesi degli ebrei che dichiarano guerra alla Germania? [...] Il Mein Kampf è del 1924, nel 1921 Hitler è a capo della NSDAP, la sua predicazione razzista è quindi nota da almeno undici anni prima dell'articolo che citi come prova dell'aggressione ebraica alla Germania. Quando Hitler assume la carica di cancelliere è già stato in galera per un tentativo di colpo di stato. Lo stesso incendio del Reichstag è precendente all'articolo linkato. Questi sono i fatti ( e ce ne sono molti altri, basta volerli leggere), dai quali tu emergi dicendo che Hitler era un burattino nelle mani degli ebrei, che per giunta gli dichiararono pure guerra mentre lui era ancora "democratico" e inoffensivo. Tutto ciò sulla base di una pagina di giornale e sulla pretesa che la storia del nazifascismo cominci dopo quella data; ma forse ti sfugge che a quell'epoca il fascismo fosse già al potere in Italia (dal '22) con il suo contorno teorie antiumane, omicidi politici e altre delizie. Qualsiasi democratico avrebbe avuto orrore di un'affermazione di Hitler in Germania (che non era l'italietta), non occorreva certo essere ebrei per essere contro Hitler nel 1933. Bastava essere onesti e democratici, due qualità che faccio fatica a riconoscerti.

p.s. già che ci sei, puoi spiegare come la frase "Ma questo non ci autorizza a parlare di “carattere razziale” delle persecuzioni, che è una pura invenzione propagandistica postbellica." possa reggere l'evidenza di pubblicazioni quali "il manifesto della razza" e del resto della valanga di materiale razzista (contro gli ebrei, i nomadi, gli omosessuali, i neri etc.) prodotta dalla Germania nazista? Roba scritta dagli ebrei per mettere in cattiva luce o "fatti" che condannano la ludibrio la tua tesi da cabaret? Ah, per tua conoscenza e prima che ti venga in mente, non sono ebreo, non sono comunista e nemmeno omosessuale, sono solo uno che non sopporta le balle e che le contrata, anche a costo di farsi dare dell'antisemita o dell'ebreo a giorni alterni da fessacchiotti che si alternano a difesa di balle uguali quanto di segno opposto. La verità è rivoluzionaria, non lo sapevi?

 

Tanto per cominciare tocca ribadire un paio di cose, caro Mazzetta. Non me ne frega assolutamente niente di sapere se sei ebreo, omosessuale, comunista o nazista ed è superfluo e profondamente offensivo sentirti fare queste precisazioni. Me ne frega anche meno (su questo hai ragione) di sapere se i miei articoli contengono “espressioni di antisemitismo”, parola che oggi non significa niente, per i motivi che ho già spiegato in articoli precedenti. Mi interessano i fatti, che sono quelli che cerco di esporre, ottenendo spesso in risposta chiacchiere, elucubrazioni teoriche e ripetizioni a disco rotto di argomenti già trattati, inattinenti al discorso e spesso incomprensibili (sorvolo sugli insulti, che sarebbero ancora il meno). Per esempio: che diavolo di senso ha scrivere che gli Illuminati sono “un evergreen da oltre un secolo, altro che una "scoperta" recente”? Qualcuno li ha mai definiti una “scoperta recente”? Il fatto che se ne parli da oltre un secolo sarebbe dunque prova della loro inesistenza, anziché del loro influsso sulle vicende del Novecento? Io stesso ho pubblicato, poco tempo fa, la traduzione di un articolo di Henry Makow, che citava il brano di un libro di L. P. Woolfolk dal quale risulta evidente che la consapevolezza dell’esistenza di un’elite finanziaria che controlla i destini del mondo esisteva già almeno dalla metà dell’Ottocento. A me interesserebbe sapere se, a distanza di un secolo e mezzo, le cose che diceva Woolfolk hanno trovato conferma o no (io direi proprio di sì, ma accetto anche altre opinioni, se argomentate). Invece mi trovo a rispondere alle tue affermazioni, che sono doppiamente stupefacenti: perché mi fanno dire cose mai dette e perché danno per scontato che un fenomeno sia meno reale quando ha alle spalle un background investigativo di 150 anni. Questo per dare un’idea del livello delle controargomentazioni con cui mi trovo ad avere a che fare. E sei pure tra quelli che mi hanno dato le risposte meno cretine. Lascio ai lettori immaginare il livello delle altre.

La stessa tecnica pseudo-argomentativa (1 - attribuirmi affermazioni mai fatte; 2 - spostare il discorso su argomenti inattinenti) è riscontrabile in tutto il resto del tuo intervento. Il tutto unito ad una concezione della storia a dir poco favolistica, nella quale le vicende del mondo sono interpretabili alla luce delle teorie ideologiche (politiche o razziali) anziché in quella dei rapporti economici e di potere tra le forze in campo, dove l’ideologia è solo il pretesto utilizzato per giustificare di fronte alle masse direttive politiche che hanno tutt’altre e più concrete motivazioni; e ad alcuni strafalcioni, che sono umanamente giustificabili, ma che non contribuiscono certo alla linearità dell’esposizione. Per esempio: parli della “evidenza di pubblicazioni quali "il manifesto della razza" e del resto della valanga di materiale razzista (contro gli ebrei, i nomadi, gli omosessuali, i neri etc.) prodotta dalla Germania nazista”. A parte il fatto che, da quanto ne so, il “manifesto della razza” era italiano, nonché pubblicato nel 1938 (sul “Giornale d’Italia”) e dunque doppiamente inattinente all’argomento in esame, visto che si parlava dei rapporti tra Germania e poteri ebraici nei primi mesi del 1933. Ma il punto è: ho forse mai detto o suggerito che Hitler non fosse razzista? Ho detto forse che il Mein Kampf era una raccolta di novelle? Scrivi “ti sfugge che a quell'epoca il fascismo fosse già al potere in Italia (dal '22) con il suo contorno teorie antiumane, omicidi politici e altre delizie”. See, figuriamoci, mi sfugge, ma che cavolo c’entra? Si parlava della Germania del 1933 o mi sbaglio? Che ci azzeccano gli omicidi politici fascisti degli anni ‘20? Tra l’altro le leggi razziali del fascismo e le “teorie antiumane”, come le chiami tu, arrivarono solo dopo la proclamazione dell’asse con la Germania hitleriana ed erano inesistenti nell’ideologia mussoliniana anteriore a quel periodo, che è quello di cui stiamo discutendo. Come si fa a dare una risposta seria a uno che risponde a un Gianluca Freda che esiste solo nella sua testa, e per di più facendo tanta confusione?

Il Gianluca Freda che ti sta rispondendo (quello reale, non quello che vorresti fascista e nazista per liquidare con maggiore facilità le cose che dice) non ha mai detto che Hitler non fosse razzista o che fosse una simpatica persona. Ha detto l’esatto contrario. Il suo punto è che Hitler non era certo l’unico razzista d’Europa. Il razzismo “contemporaneo” era nato in Europa a metà dell’Ottocento, con le teorie del conte de Gobineau, poi riprese dall’inglese Chamberlain, grande ammiratore dei tedeschi. Queste teorie si erano diffuse in ogni paese europeo, non certo perché i governanti europei amassero la filosofia o la genetica, ma perché esse rappresentavano un comodo pretesto per giustificare le politiche coloniali. Il punto è che l’essere razzisti (TUTTI i governanti europei lo erano, soprattutto quelli che dovevano giustificare i massacri del colonialismo di fronte all’opinione pubblica) non significava, né mai significò, perseguitare o “sterminare” - per motivi puramente "razziali" - le minoranze interne, cosa che sarebbe stata insensata, folle e controproducente. L’equazione “razzismo hitleriano = sterminio degli ebrei” è una (mi si perdoni se ricorro anch’io a questo termine) cazzata illogica, creata dalla propaganda postbellica, che non trova riscontro in nessun documento emesso dalle autorità tedesche, né prima né dopo la “dichiarazione di guerra” rivolta dai poteri ebraici alla Germania nel 1933. Non è questione di avere simpatia per il nazismo, cosa che non potrebbe essere più lontana da me. E’ questione di avere simpatia per la realtà e la ricerca storica corretta. E di capire che ciò che chiamiamo “nazismo” potrebbe non essere stato la fonte progettuale, ma solo lo strumento -  repellente finché si vuole - del macello avvenuto in Europa nella prima metà del secolo scorso.  

Dopo l’avvento al potere di Hitler vi furono sporadiche azioni di violenza contro gli ebrei, che non furono mai giustificate né incoraggiate dalle autorità naziste. Simili esplosioni di violenza, del resto, esistevano ed erano sempre esistite in tutti i paesi d’Europa e non avevano mai portato a dichiarazioni di guerra del tenore e della violenza di quelle viste negli articoli citati, né era ragionevole pensare che ciò accadesse. La stessa Associazione Centrale Ebraica di Germania, nota come Verein, di fronte alla urla di persecuzione e sterminio che provenivano dai giornali ebraici d’oltreoceano, tentò di calmare le acque, contestando le affermazioni secondo le quali il nuovo governo tedesco avrebbe deliberatamente incoraggiato le sollevazioni antiebraiche. “I responsabili delle autorità governative”, scriveva il Verein in una dichiarazione, “non sono a conoscenza di situazioni che rappresentino minaccia; [...] Noi non crediamo che i cittadini tedeschi, nostri connazionali, si lasceranno trascinare a commettere eccessi contro gli ebrei”. La risposta dei poteri ebraici d’oltreoceano fu di mettersi a strillare più forte. Il 12 marzo 1933 il Congresso Ebraico Americano annunciò una grande protesta antitedesca da tenersi il 27 marzo al Madison Square Garden. Il comandante in capo dei Veterani di Guerra Ebrei richiese un boicottaggio delle merci tedesche da parte degli Stati Uniti. Il 23 marzo si tenne una massiccia protesta di 20.000 persone al New York City Hall, mentre si organizzavano proteste e boicottaggi contro tutti i negozi newyorkesi che vendevano merci tedesche. Il 24 marzo arrivò la dichiarazione di guerra alla Germania, citata nell’articolo precedente, pubblicata sul londinese Daily Express e incitante alla “guerra santa” (testuale) contro la Germania. Seguirono dichiarazioni simili su molti altri giornali, che confermavano la “guerra santa” con incitazioni ancora più accese. Il 27 marzo si tenne la protesta al Madison Square Garden, nonché in altre 70 città americane, tra le quali Boston, Philadelphia, Baltimora, Cleveland e Chicago. Fu in risposta a questi attacchi che la Germania organizzò, il 1 aprile, una giornata di boicottaggio contro le merci ebraiche, minacciando di proseguire l’iniziativa se la propaganda antitedesca in America non fosse cessata. Fu sempre in questo clima che il ministro degli esteri tedesco, Konstantin von Neurath, lamentandosi per la campagna diffamatoria in corso, dichiarò:

“Per quanto riguarda gli ebrei, posso solo dire che i loro propagandisti all’estero stanno rendendo un pessimo servizio ai loro correligionari in Germania, offrendo al pubblico tedesco, attraverso notizie distorte e menzognere sulla persecuzione e tortura di ebrei, l’impressione che non si fermino di fronte a nulla, neanche alle bugie e alla calunnia, pur di contrastare l’attuale governo tedesco”.

 


Il 28 marzo Hitler, in risposta al boicottaggio e alla dichiarazione di guerra, tenne il celebre discorso in cui diceva:

 

“Menzogne e calunnie di tale perversità da far rizzare i capelli vengono scagliate contro la Germania. Storie orripilanti di cadaveri ebrei fatti a pezzi, occhi strappati e mani amputate sono state diffuse allo scopo di diffamare nel mondo il popolo tedesco per la seconda volta, proprio come erano già riusciti a fare nel 1914”.
E almeno su questo aveva ragione. La propaganda ebraica antitedesca aveva assunto la stessa forma anche nell’imminenza della I Guerra Mondiale, con storie di violenze truci e improbabili, oggi riconosciute come del tutto fasulle. Lo stesso sarebbe avvenuto dopo il 1945, con modalità e invenzioni dello stesso tenore.   

Per giustificare la messa in moto di questa colossale macchina propagandistica non basta, caro Mazzetta, come tu ingenuamente affermi, avere “orrore di Hitler” ed essere “onesti e democratici”, tanto più che il nazismo contava proprio negli USA i suoi più accesi e convinti sostenitori (lo era, ad esempio, il trasvolatore Charles Lindbergh, nonché molti uomini politici e d’affari, tra i quali Prescott Bush, nonno dell’attuale presidente USA). E tanto più che – come ripeto – Hitler era nel 1933 ancora ben lontano dal possedere poteri tali da impaurire qualunque nazione, razzismo o non razzismo, Reichstag o non Reichstag. Non controllava le SA, che erano in gran parte fedeli a Ernst Rohm. La sua maggioranza parlamentare era solida (43,9%), ma non certo assoluta. Doveva fare i conti con i poteri di Hindenburg e con le sollevazioni dei comunisti, infuriati per la repressione scatenata contro di loro durante la campagna elettorale. La Germania era ridotta alla rovina economica dai debiti di guerra e dalle speculazioni sul marco, che avevano reso carta straccia la moneta nazionale. L’industria militare era ferma. Tre milioni di tedeschi vivevano di assistenza e sei milioni erano disoccupati. Non si dichiara guerra, con tanta foga, al governo appena eletto di un paese in rovina per semplice “orrore” o desiderio di “onestà e democrazia” (definire “onesti e democratici” i banchieri ebreo-americani, poi...). Le cose funzionano così nei telefilm e nei fumetti, non nel mondo reale. Nel mondo reale, per spingere i poteri ebraici ad un simile passo occorrevano motivazioni concrete, sia di carattere economico che geostrategico, che sono per me abbastanza evidenti. Economicamente, vi era la paura che la Germania potesse rifiutare il pagamento ulteriore dei debiti di guerra, sottraendosi così al cappio delle banche ebreo-americane; e vi era il miraggio del profitto che sarebbe potuto scaturire da una rimilitarizzazione tedesca, che avrebbe portato a sua volta ad un’escalation dell’industria bellica mondiale, fonte di lucrosi appalti e finanziamenti. Sul piano geostrategico vi era l’obiettivo della creazione (all’epoca già in stadio avanzato) dello Stato d’Israele, che sarebbe diventato il fulcro degli affari ebraici nonché della politica mondiale, come oggi chiunque può vedere. Non è un caso che mentre maledicevano Hitler, i leader sionisti stringessero con lui rapporti di stretta collaborazione per realizzare il loro progetto, al quale le autorità naziste si prestarono di buon grado: il trasferimento coatto degli ebrei tedeschi, e poi d’Europa, nei territori di Palestina, dove sarebbe nato il nuovo Stato. La cosiddetta “soluzione finale” (termine coniato dai sionisti, non dai nazisti) era appunto l’espulsione degli ebrei dall’Europa verso altri territori e non lo “sterminio” voluto alla propaganda postbellica. Vi erano divergenze tra il regime nazista, che aveva scelto il Madagascar come territorio di destinazione, e i sionisti, che pretendevano il trasferimento in Palestina. Ma alla “soluzione finale” i sionisti collaborarono attivamente con le autorità tedesche.

Il 26 marzo 1933 fu proprio l’Associazione Sionista di Germania a difendere il governo nazional socialista dalle accuse dei giornali americani, con un telegramma in cui le affermazioni di persecuzione contro gli ebrei erano definite “menzognere”, “propaganda” e “sensazionaliste”. Il governo di Hitler, nonostante i proclami di guerra, tornava comodo al progetto sionista e non doveva cadere troppo presto. Quando definisco Hitler un “burattino” intendo dire ciò che si legge in  questo articolo tratto dal sito degli “ebrei contro il sionismo”. Cito:

“Theodor Herzl (1860-1904), fondatore del sionismo moderno, affermava che l’antisemitismo avrebbe favorito la sua causa, la creazione di uno Stato autonomo per gli ebrei. Per risolvere la Questione Ebraica egli sosteneva: “Dobbiamo, innanzitutto, trasformarla in un argomento politico di rilievo internazionale”. Herzl scriveva che il sionismo avrebbe offerto al mondo un’agognata “soluzione finale alla questione ebraica”. Nei suoi Diari, pag. 19, Herzl scriveva: “Gli antisemiti diverranno i nostri migliori amici, le nazioni antisemite i nostri alleati”.

Il sionismo era sostenuto dalle SS tedesche e dalla Gestapo. Hitler stesso appoggiava personalmente il sionismo. Nel corso degli anni ’30, in collaborazione con le autorità tedesche, gruppi sionisti organizzarono una rete di 40 campi in tutta la Germania dove i futuri coloni venivano addestrati per la nuova vita in Palestina. Ancora nel 1942, i sionisti gestivano almeno uno di questi “Kibbutz”, campi d’addestramento ufficialmente autorizzati, sul quale sventolava la bandiera bianca e blu che sarebbe poi stata adottata come bandiera nazionale d’Israele. L’Accordo di Trasferimento (che promuoveva l’emigrazione degli ebrei tedeschi verso la Palestina), concluso nel 1933 e poi abbandonato alla vigilia della II Guerra Mondiale, è un importante esempio della collaborazione tra la Germania hitleriana e il sionismo internazionale. Grazie a questo accordo, il Terzo Reich di Hitler fece più di qualunque altro governo degli anni ’30 per sostenere la crescita dell’ebraismo in Palestina e favorire le mire sioniste. Hitler e i sionisti avevano un obiettivo comune: creare un ghetto ebraico mondiale come soluzione alla Questione Ebraica”.

Quando chiedi, caro Mazzetta, “Tu dove hai trovato la tesi degli ebrei che dichiarano guerra alla Germania?”, mi fai cascare le braccia. Non l’ho trovata io e non è una “tesi”. E’ un fatto storico su cui può svolgere ricerche chiunque sappia usare i motori di ricerca o le fonti bibliotecarie e abbia voglia di farlo. Non ho citato una tesi, ho citato articoli di giornale, ne ho riprodotto la scannerizzazione (tratta da altri siti) delle testate, ho riportato fatti, dichiarazioni di personaggi pubblici, reazioni delle personalità politiche dell’epoca, eccetera eccetera. Mi sono inventato tutto? Ho creato io le pagine di giornale riprodotte usando Photoshop? In questo caso dammi del bugiardo, portando prove a sostegno. Se non sei in grado di farlo, non dirmi, per cortesia, che sto proponendo una “tesi”. Quello che sto proponendo è un dato di fatto, scritto nero su bianco su pubblicazioni d’epoca, non opinabile nei contenuti e poco opinabile anche nelle interpretazioni. Le “tesi” le lascio a te e a tutti i propagandisti delle “persecuzioni razziali”, della “follia hitleriana”, delle “camere a gas” e dei “geyser di Auschwitz eruttanti sangue”, tutte cose non supportate da uno straccio di documento materiale e accettate acriticamente sulla base di una fede cieca e cretina nei media di regime. Hai ragione a dire che la verità è rivoluzionaria. Per questo il non essere in grado di distinguerla dalle opinioni è un errore da evitare ad ogni costo.

Vota questo post

SQUALLIDI EROI PER SQUALLIDI TEMPI

by Gianluca Freda (13/10/2007 - 14:33)


Non è che ci volessero le dichiarazioni dell’ex comandante Sanchez per capire che la guerra in Iraq non è che un orrendo massacro dal quale il paese uscirà devastato e gli USA sconfitti e isolati sul piano internazionale. I giornali italiani, come sempre, scoprono l’acqua calda quando il web aveva già detto sull’argomento tutto ciò che c’era da dire. Bastava andarsi a leggere, in questi anni, i blog dei militari di stanza in Iraq o quelli dei cittadini irakeni (come Riverbend o Layla Anwar, i cui articoli ho tradotto spesso) che assistono orripilati alla distruzione del loro paese da parte dei militari e dei contractors inviati dagli USA per avere i dettagli di una guerra che non ha mai avuto nulla a che fare con la democrazia o la lotta al terrorismo, ma solo con la ricerca di profitto delle grandi multinazionali, i cui uomini di punta siedono ai vertici della politica americana. Bastava andarsi a leggere gli articoli dei mille Blondet di ogni paese per comprendere quale ruolo determinante le lobby sioniste americane e i loro uomini – largamente rappresentati nell’esecutivo USA – abbiano avuto nella scelta di attaccare Iraq e Afghanistan. Bastava leggere e meditare il libro di Walt e Mearsheimer sull’influsso poderoso della lobby sionista sulla politica estera americana per fornire ai lettori un’informazione corretta, anziché panzane e patriottismo da mezza lira. 

Per la verità bastava anche meno. Nel 2003, prima dell’invasione, la bufala delle armi di distruzione di massa era così palese e pacchiana che ogni persona dotata di buon senso avrebbe capito che si trattava solo di un’invenzione escogitata per giustificare una guerra che aveva tutt’altro scopo. Eppure TV e giornali, nel 2003, non dissero quello che ogni persona ragionevole aveva capito da sola e si prodigarono per diffondere menzogne, scenari geopolitici ridicoli e completamente fasulli, improbabili allarmismi misti a quintali di prosopopea pseudo-patriottica.

La mia domanda è: perché continuiamo a cibarci di questa merda? L’inaffidabilità dei media tradizionali e il loro asservimento ai poteri assassini è da anni così evidente che ci si aspetterebbe un abbandono di massa da parte dei lettori-spettatori e la richiesta di processi esemplari contro i repellenti “giornalisti” che si sono macchiati in questi anni di complicità con la barbarie americana ed ebraica, raccontando stupidaggini e bugie. Perché agli Emili Fede, ai Giuliani Ferrara, ai Pierluigi Battisti, alle Fiamme Nirenstein, ai mille e mille biliosi Magdi Allam, alle molte deliranti Oriane Fallaci non ancora giustiziate da provvidenziali malattie viene permesso di continuare impunemente a prendere in giro il pubblico e di continuare ad uccidere centinaia di migliaia di esseri umani con i loro articoli bugiardi e grondanti di sangue? Anche gli scemi hanno ormai capito che Al Qaeda non significa “la base”, come ci ha raccontato per anni la propaganda cialtrona di questi soggetti, bensì semplicemente “database”: era la banca dati dei servizi segreti americani in cui erano contenuti i nomi dei membri della resistenza antisovietica in Afghanistan, finanziata dagli stessi Stati Uniti e poi “resuscitata” alla vigilia della “guerra permanente” come miserabile pretesto per giustificare la politica di conquista israelo-americana. Anche i più disinformati sanno ormai che Osama Bin Laden era un figurante, un uomo della CIA, membro di una famiglia che fa affari con i Bush da decenni e che dev’essere defunto da un bel po’ di tempo se da anni, per tenere vivo il suo spauracchio, c’è bisogno di rendere pubblici filmati video grossolanamente contraffatti come quelli visti dal 2001 in poi. Cosa ci vuole perché nella gente esploda il disgusto e la rabbia verso questi spacciatori prezzolati di stupidaggini che hanno avallato e attivamente contribuito a uno dei più immensi bagni di sangue della storia umana?

Le parole di Sanchez – parole di un gerarca sanguinario in cerca di vendetta contro chi lo ha defenestrato – sono importanti perché rappresentano un segnale: la rabbia dei militari, usati come carne da cannone nelle carneficine che per le multinazionali giudeo-americane sono il risvolto quotidiano delle transazioni d’affari, sta per inceppare quella macchina propagandistica a cui milioni di utenti dell’informazione, istupiditi e sterilizzati nel senso critico, non sanno ancora ribellarsi.

Il 27 settembre scorso alla reporter militare Dana Priest del Washington Post è stato chiesto, in una discussione online, se riteneva probabile un attacco all’Iran da parte dell’amministrazione Bush. La Priest ha risposto: “Francamente, credo che fra i militari ci sarebbe una rivolta e non rimarrebbe più nessun pilota per condurre quelle missioni”. La Priest probabilmente era un po’ troppo ottimista, ma la sua dichiarazione è indicativa del tipo di clima che serpeggia tra i militari USA, umiliati, fatti a pezzi e giustamente additati al mondo – almeno quello del web e dell’informazione corretta - come quintessenza di barbarie e malvagità sanguinaria. Se l’attacco all’Iran non c’è ancora stato e – sperabilmente – non ci sarà mai, lo dobbiamo solo a questa rivolta latente nei vertici delle milizie USA, non certo alla sopravvenuta saggezza di un’amministrazione criminale che ormai spera soltanto di uscire dal disastro in Medio Oriente con il culo ancora intero.

Un anno fa un consulente del Pentagono disse al giornalista Seymour Hersh che nei palazzi del potere era in corso una “guerra nella guerra”. Il consulente raccontò a Hersh della presa di posizione del generale Peter Pace, che aveva imposto a Bush e Cheney la rimozione dell’opzione nucleare dai piani di un attacco all’Iran. Il che voleva dire annullare i piani di guerra, visto che l’esercito americano, già col morale a pezzi e sfiancato militarmente da conflitti contro paesi completamente indifesi, non potrebbe mai sperare di affrontare l’Iran, dotato di armamenti convenzionali ma estremamente efficienti, senza ricorrere all’atomica. Negli ambienti del Pentagono la ribellione di Pace è nota con il nome di “Rivoluzione di aprile”.

Secondo Joe Klein del Time, lo scorso dicembre, mentre in Iran fervevano i preparativi per la Conferenza sull’Olocausto, George Bush avrebbe incontrato in una frettolosa riunione segreta i vertici militari, prospettando un attacco-lampo all’Iran, con missioni aeree in grado di devastare il governo e la forza militare iraniana, spazzare via le forze aeree del paese e prendere il controllo delle strutture di ricerca nucleare. I militari respinsero all’unanimità l’idea, sia perché l’attacco non avrebbe intaccato la (presunta da Bush) capacità nucleare dell’Iran, sia perché l’Iran avrebbe potuto rispondere in modo devastante contro l’Iraq e gli stessi Stati Uniti. La disperazione degli ebreo-yankee dev’essere proprio all’ultimo stadio se sono disposti a correre rischi di queste proporzioni per tentare di salvare le chiappe.

Gareth Porter, storico e analista militare, riferiva all’inizio di quest’anno in un articolo pubblicato su Inter Press Service che l’ammiraglio William Fallon, allora a capo del Centcom, il comando centrale di difesa americano, aveva avvertito con proprio dispaccio il Dipartimento della Difesa di essere fermamente contrario all’invio di altre portaerei nel Golfo Persico. Fallon, secondo Porter, avrebbe detto in una conversazione privata: “Un attacco all’Iran non avverrà mai sotto la mia supervisione”. I militari americani, capita ormai l’antifona, stanno bene attenti a smentire ogni affermazione con cui si accusa l’Iran di armare questo o quel gruppo terroristico. Nel giugno scorso, quando un funzionario del Dipartimento di Stato accusò l’Iran di fornire armi ai Talebani, il comandante delle forze NATO in Afghanistan smentì personalmente per due volte questa notizia.

Recentemente il generale George Casey ha fatto una richiesta piuttosto insolita all’House Armed Services Committee, l’organo che si occupa, tra l’altro, del finanziamento e del reclutamento di personale per le forze armate. Casey scriveva: “Siamo già a corto di personale per ciò che attiene alle esigenze dell’attuale conflitto e non siamo in grado di fornire, con la necessaria rapidità, le forze per far fronte ad eventuali altre contingenze”. L’affermazione può essere interpretata come una richiesta di nuovo personale e nuovi finanziamenti, ma rappresenta anche un avvertimento contro la tentazione di avventure in Iran.

Secondo questo articolo del Telegraph britannico, Robert Gates, ministro della Difesa americano, sarebbe diventato ormai il principale punto di riferimento per tutti i militari che si oppongono ad un attacco americano all’Iran. “Funzionari del Pentagono e del dipartimento di Stato”, dice l’articolo, “affermano che Mr. Gates si è imposto come rivale di Dick Cheney nel tentativo di mandare a monte i progetti del vicepresidente per bombardare lo Stato Islamico. Chi ha familiarità con le lotte intestine dell’amministrazione Bush sostiene che Gates ha eclissato Condoleeza Rice, il segretario di stato, come principale oppositore di un attacco aereo ed è il principale motivo per cui Bush non è ancora ricorso a un’azione militare. Fonti del Pentagono sostengono che Mr. Gates sta portando avanti un’astuta campagna per minare l’autorità di Cheney, incoraggiando gli ufficiali militari a parlare in modo esplicito della carenza di personale e della difficoltà di combattere un’altra guerra”. A Gates, secondo quest’altro articolo, si sono rivolti i Marines americani di stanza in Iraq, chiedendo di poter lasciare l’Iraq e andare ad aiutare le truppe USA in Afghanistan. I Marines sono additati come responsabili dei più terrificanti atti di sterminio avvenuti in Iraq, dal genocidio di Falluja, dove con gli esplosivi iperbarici massacrarono per rappresaglia migliaia di civili innocenti, ai massacri di bambini di Haditha. La loro reputazione è a pezzi e l’odio della popolazione nei loro confronti è tale che non possono più percorrere un metro sulle strade irakene senza essere fatti oggetto di attacchi e attentati. Per questo vorrebbero essere trasferiti in Afghanistan, “dove potrebbero almeno sostenere di agire sotto l’autorità della NATO o delle Nazioni Unite, dove non sarebbero visti come occupanti e dove avrebbero il sostegno di almeno una parte della popolazione”.

Le dichiarazioni di Sanchez, in questo contesto, sono l’emblema di un ribaltamento di prospettiva nel nostro modo di concepire la società civile e i suoi meccanismi di autotutela. Eravamo abituati, con non poche ragioni, a diffidare dei militari, della loro corruzione, della loro ferocia, a vederli come possibili artefici di piani di destabilizzazione e sovversione democratica. Confidavamo nel coraggio del giornalismo, nel controllo della politica e nell’accortezza dell’opinione pubblica per denunciare i loro progetti e difenderci da essi. Personalmente mi trovo adesso a constatare che solo una ribellione dei vertici dell’esercito, persone non certo integerrime e neppure troppo intelligenti, ma almeno coraggiose e dotate di senso della realtà, può salvarci da un’escalation bellica catastrofica che sono proprio i politici, i giornalisti servi e cialtroni e un’opinione pubblica stolida come non mai ad avere avallato. Questa ribellione militare potrebbe, col tempo, portarci a fare giustizia di coloro che credevamo nostri protettori e che si sono invece svenduti senza il minimo ritegno alla logica della guerra quando ne hanno avvertito le potenzialità di profitto. Non so voi, ma sarei ormai disposto a tollerare a denti stretti un Gates e perfino un Sanchez pur di veder salire sulla forca i Ferrara, i Fede, i Berlusconi, i Prodi, i Bertinotti, gli Epifani che ci hanno tradito e mentito, gettandoci in pasto all’angoscia del futuro. Non so se è saggio o è giusto pensarlo. So che lo penso sempre più spesso e questo è già il segno che siamo caduti in una buca così profonda che non potremo più uscirne senza avvenimenti drasticamente rivoluzionari. E ho i miei seri dubbi che in questa rivoluzione – che ci sarà e forse è perfino imminente – ciò che chiamavamo ingenuamente “la società civile” potrà giocare il sia pur minimo ruolo.

Vota questo post

SIAMO TUTTI ANTISEMITI

by Gianluca Freda (12/10/2007 - 15:41)


DUE CAVALIERI E UN DRAGO
di Uri Avnery
dal sito Gush Shalom
traduzione di Gianluca Freda

Ci sono libri che cambiano la coscienza delle persone e modificano la storia. Alcuni sono libri di narrativa, come “La capanna dello Zio Tom” di Harriet Beech Stowe, scritto nel 1851, che diede un’enorme spinta alla campagna per l’abolizione della schiavitù. Altri prendono la forma di un trattato di politica, come “Der Judenstaat” di Theodor Herzl, che segnò la nascita del Movimento Sionista. Alcuni possono essere di natura scientifica, come “L’origine delle specie” di Charles Darwin, che cambiò il modo in cui l’umanità guarda a se stessa. E perfino la satira politica può scuotere il mondo, come accadde per “1984” di George Orwell.

L’impatto di questi libri fu amplificato dal loro tempismo. Essi apparvero nel momento più appropriato, quando un vasto pubblico era pronto ad assorbire il loro messaggio.

E’ molto probabile che il libro dei due professori John Mearsheimer e Stephen Walt, La lobby israeliana e la politica estera degli Usa, sia uno di questi libri.

Si tratta di un asettico resoconto di ricerca, lungo 355 pagine, a cui si aggiungono ulteriori 106 pagine contenenti migliaia di citazioni delle fonti.

Non è un libro bellicoso. Al contrario, il suo stile è asciutto e incentrato sui fatti. Gli autori sono stati molto attenti a non proferire un solo commento negativo sulla legittimità della Lobby, e anzi si sono fatti in quattro per mettere in evidenza il proprio sostegno all’esistenza e alla sicurezza di Israele. Hanno lasciato che fossero i fatti a parlare per loro. Con l’abilità di esperti muratori, hanno deposto sistematicamente mattone su mattone, strato su strato, non lasciando alcuna breccia nella loro argomentazione.

Questo muro non può essere abbattuto da argomenti ragionevoli. Nessuno finora ci ha provato e nessuno lo farà. Invece, gli autori sono stati calunniati e accusati di agire per motivi reconditi. Se il libro avesse potuto essere ignorato, ciò sarebbe stato fatto, come già accaduto ad altri libri che sono stati letteralmente sepolti vivi.

(Alcuni anni fa, apparve in Russia un grosso tomo di Aleksandr Solzhenitsyn, il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura conosciuto in tutto il mondo, avente per argomento la Russia e i suoi ebrei. Questo libro, intitolato “200 anni insieme”, è stato completamente ignorato. Per quanto ne so, non è mai stato tradotto in nessuna altra lingua, certamente non in ebraico. Ho chiesto a molti intellettuali israeliani di punta e nessuno di loro lo ha neppure sentito nominare. Non compare nemmeno nella lista di Amazon.com, che pure include tutte le altre opere dell’autore).

I due professori hanno preso il toro per le corna. Hanno affrontato un argomento che è assolutamente tabù negli Stati Uniti, un argomento che nessuna persona sana di mente si sognerebbe mai di menzionare: l’enorme influenza della lobby filoisraeliana sulla politica estera americana.

In modo spietato e sistematico, il libro analizza la Lobby, la disseziona, descrive il suo modus operandi, scopre le sue sorgenti finanziarie e mette a nudo le sue relazioni con la Casa Bianca, con le due camere del Congresso, con i leader dei due maggiori partiti e con i vertici del potere mediatico.

Gli autori non mettono in questione la legittimità della Lobby. Al contrario, evidenziano come centinaia di lobby dello stesso tipo giochino un ruolo essenziale nel sistema democratico americano. Le lobby degli armamenti e dei farmaci, per esempio, sono anch’esse entità politiche molto potenti. Ma la lobby filoisraeliana è cresciuta in modo spropositato. Possiede un potere politico senza paragoni. Può mettere a tacere ogni critica verso Israele nel Congresso e nei media, portare alla dipartita politica chiunque osi infrangere il tabù, prevenire qualunque azione che non sia conforme alla volontà del governo israeliano.

Nella seconda parte, il libro mostra come la Lobby utilizzi nella pratica il suo tremendo potere: come abbia impedito ogni pressione su Israele in direzione di una pace con i palestinesi, come abbia spinto gli USA a invadere l’Iraq, come stia ora spingendo alla guerra contro Iran e Siria, come abbia sostenuto la leadership israeliana nella recente guerra in Libano e bloccato ogni appello al cessate il fuoco quando Israele non lo voleva.

Ciascuna di queste affermazioni è sostenuta da prove e citazioni di materiale scritto (principalmente di fonti israeliane) così numerose e incontestabili da non poter essere ignorate.

Molte di queste rivelazioni non sono affatto nuove per chi si occupa di questi argomenti in Israele.

Io stesso potrei aggiungere al libro un altro capitolo basandomi sulla semplice esperienza personale.

Alla fine degli anni ’50, visitai per la prima volta gli Stati Uniti. Una nota stazione radio di New York mi aveva invitato per un’intervista. In seguito mi avvisarono: “Lei può criticare il Presidente (Dwight D. Eisenhower) e il Segretario di Stato (John Foster Dulles) quanto più le aggrada, ma per favore non faccia critiche ai capi di Israele!”. All’ultimo momento, l’intervista fu cancellata e al mio posto fu invitato l’ambasciatore irakeno. A quanto pare le critiche erano tollerabili finché venivano da un arabo, ma non lo erano assolutamente quando venivano da un israeliano.

Nel 1970 il prestigioso "Fellowship of Reconciliation" americano mi invitò per un giro di conferenze in 30 università, sotto gli auspici dei rabbini di Hillel. Quando arrivai a New York, fui informato che 29 conferenze erano state annullate. L’unico rabbino che non aveva cancellato la conferenza, Balfour Brickner, mi mostrò un dispaccio segreto della Anti Defamation League in cui si mettevano all’indice le mie conferenze. Diceva: “Sebbene Avnery, in quanto membro della Knesset, non possa in alcun modo essere considerato un traditore, la sua apparizione in questo momento creerebbe profonde divisioni...”. Alla fine, tutte le conferenze si svolsero sotto gli auspici di sacerdoti cristiani.

Ricordo in modo particolare una deprimente esperienza a Baltimora. Un bravo ebreo, che si era offerto volontario per ospitarmi, si arrabbiò per la cancellazione della mia conferenza in quella città e insistette per occuparsene lui. Rastrellammo le strade dei quartieri ebraici – miglia e miglia di segnaletica con nomi ebraici – ma non trovammo neanche una sala il cui proprietario autorizzasse la conferenza di un membro della Knesset israeliana. Alla fine tenemmo la conferenza nella cantina del palazzo in cui abitava il mio amico, e alcuni funzionari della locale comunità ebraica vennero pure a protestare.

Quell’anno, durante il Settembre Nero, tenni una conferenza stampa a Washington DC, organizzata dai Quaccheri. Apparentemente fu un enorme successo. I giornalisti uscirono da una conferenza stampa con il primo ministro Golda Meir e mi subissarono di domande. Erano rappresentati quasi tutti i media più importanti: reti televisive, radiofoniche e i principali giornali. Finita l’ora programmata, non mi lasciarono andare e mi tennero lì a parlare per un’altra ora e mezzo. Ma il giorno dopo sui media non comparve neanche una parola. Trentun anni dopo, nell’ottobre 2001, tenni una conferenza stampa a Capitol Hill, a Washington, e successe esattamente la stessa cosa: erano presenti gran parte dei media, mi tennero lì un’ora più del dovuto ma non una parola, non una singola parola, fu mai pubblicata.

Nel 1968, una casa editrice americana molto rinomata (la Macmillan) pubblicò uno dei miei libri, “Israele senza sionisti”, che fu poi tradotto in altre otto lingue. Il libro descriveva il conflitto arabo-palestinese sotto una prospettiva molto inusuale e proponeva la creazione di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano. Un’idea rivoluzionaria a quell’epoca. Sui media americani non comparve neanche una recensione. Andai a controllare in una delle più importanti librerie di New York, ma non trovai il libro. Quando mi rivolsi a uno dei commessi, lui riuscì a trovare il libro sepolto sotto una pila di volumi e lo mise in cima. Ma mezz’ora più tardi era stato di nuovo sepolto.

Il libro parlava della soluzione “due stati per due popoli” prima che essa fosse universalmente condivisa e della mia proposta di un’integrazione di Israele nella “regione semitica”. Certo, io sono un patriota israeliano e sono stato eletto alla Knesset da elettori israeliani. Però muovevo delle critiche al governo israeliano e questo fu sufficiente.

Il libro dei due professori, che critica il governo israeliano da un diverso punto di vista, non può più essere seppellito. Questo fatto, da solo, già la dice molto lunga.

Il libro prende le mosse da un articolo dei due autori comparso l’anno scorso su un giornale britannico, dopo che nessun periodico americano aveva osato neppure toccarlo. Ora una nota casa editrice americana ha deciso di pubblicarlo, segno che qualcosa si sta muovendo. La situazione non è cambiata, ma sembra che adesso sia almeno possibile parlarne.

Tutto dipende dal tempismo e pare che i tempi siano ormai maturi per un libro del genere, che rappresenterà uno shock per molti americani. Esso sta ottenendo una risonanza enorme.

I due professori, ovviamente, sono accusati di antisemitismo, razzismo e odio verso Israele. Ma quale Israele? E’ la stessa Lobby che odia una larga parte d’Israele. Negli anni recenti essa si è spostata sempre più a destra. Alcuni dei gruppi che la costituiscono – come i neocon, che hanno spinto gli Stati Uniti verso la guerra contro l’Iraq – sono notoriamente legati all’ala destra del Likud, in particolar modo a Benjamin Netanyahu. I miliardari che finanziano la Lobby sono le stesse persone che finanziano l’estrema destra israeliana e soprattutto i coloni.

I piccoli e determinati gruppi ebraici americani che supportano i movimenti israeliani per la pace vengono spietatamente perseguitati. Alcuni rinunciano dopo pochi anni. I membri dei gruppi pacifisti israeliani che vengono inviati in America, sono boicottati e additati come “ebrei che odiano se stessi”.

La visuale politica dei due professori, che viene brevemente esposta alla fine del libro, è identica a quella dei movimenti per la pace israeliani: la soluzione dei “due stati”, la fine dell’occupazione, confini stabiliti sulla base della Linea Verde e sostegno internazionale agli insediamenti per la pace.

Se questo è antisemitismo, allora qui siamo tutti antisemiti. E solo i cristiani sionisti – coloro che richiedono apertamente il ritorno degli ebrei in questo paese ma profetizzano segretamente l’annientamento degli ebrei non convertiti dopo il Secondo Avvento di Gesù Cristo – sono i veri Fedeli di Sion.

Benché negli Stati Uniti non sia possibile proferire neanche una parola contro la Lobby filoisraeliana, quest’ultima è ben lontana dall’essere una società segreta che ordisce cospirazioni tipo i “Protocolli dei Savi di Sion”. Al contrario, l’AIPAC, la Anti-Defamation League, la Federazione Sionista e le altre organizzazioni si vantano ad alta voce delle proprie azioni e proclamano pubblicamente i loro incredibili successi.

E’ abbastanza naturale che le diverse componenti della Lobby siano in competizione l’una con l’altra: chi ha la maggiore influenza sulla Casa Bianca, chi riesce ad intimidire più senatori, chi controlla il maggior numero di giornalisti e opinionisti. Questa competizione è causa di una escalation permanente, poiché ogni successo da parte di un gruppo spinge gli altri a raddoppiare i loro sforzi.

Ciò può essere molto pericoloso. Un pallone gonfiato fino a dimensioni mostruose potrebbe un giorno scoppiare in faccia agli ebrei d’America (i quali, sia detto per inciso, contestano molte delle posizioni assunte dalla Lobby che dice di parlare in loro nome).

Gran parte del pubblico americano oggi si oppone alla guerra in Iraq e la considera un disastro. Ma questa maggioranza ancora non riesce a collegare la guerra con le azioni della Lobby filoisraeliana. Nessun giornale e nessun politico osano suggerire tale collegamento, per ora. Ma se questo tabù verrà infranto, i risultati saranno molto pericolosi per gli ebrei e per Israele.

Sotto la superficie va accumulandosi un’enorme rabbia diretta contro la Lobby. I candidati alla presidenza, che sono costretti a strisciare ai piedi dell’AIPAC, i senatori e gli uomini del Congresso che sono diventati servi della Lobby, gli operatori dei media a cui viene proibito di scrivere ciò che pensano realmente, tutti costoro detestano la Lobby in silenzio. Se questa rabbia esploderà, potrebbe fare male anche a noi.

La Lobby è diventata un Golem. E come il Golem della leggenda, potrebbe alla fine portare alla rovina il suo creatore.

Se posso permettermi di fare alcune critiche personali:

Quando comparve l’articolo originale dei due professori, io pensai: “La coda agita il cane e il cane agita la coda”. La coda, naturalmente, è Israele.

I due professori confermano la prima parte dell’equazione, ma negano sistematicamente la seconda. La tesi centrale del libro è che la pressione della Lobby costringa gli Stati Uniti ad agire contro i propri interessi (e, a lungo andare, anche contro gli interessi di Israele). Non accettano la mia asserzione, citata nel libro, che Israele abbia agito in Libano come “Rottweiler dell’America” (e Hezbollah come “Dobermann dell’Iran”).

Condivido l’idea che gli USA stiano agendo contro i propri veri interessi (e contro i veri interessi di Israele). Ma la leadership americana non la vede in quest’ottica. Bush e i suoi uomini sono davvero convinti – senza aver bisogno del suggerimento della Lobby – che sarebbe vantaggioso per gli USA istituire una presenza militare americana permanente in questa regione ricca di enormi riserve petrolifere. A mio avviso quest’azione controproducente era uno dei principali obiettivi della guerra, di pari passo col desiderio di eliminare uno dei più pericolosi nemici d’Israele. Sfortunatamente, il libro tratta solo di sfuggita questo argomento.

Ciò non sminuisce in alcun modo la mia profonda ammirazione per le qualità intellettuali, l’integrità morale e il coraggio di Mearsheimer e Walt, due cavalieri che, come San Giorgio, sono partiti lancia in resta all’assalto di un drago spaventoso. 

Vota questo post

I TIRANNI DELLA DEMOCRAZIA

by Gianluca Freda (11/10/2007 - 01:11)



Nella sua evoluzione finale, la democrazia diventò una potente arma di legittimazione del sopruso da parte del potere. La più potente mai vista. Ci fu un tempo in cui il potere rispondeva in proprio delle scelte impopolari compiute, tenendosi pronto a fronteggiarne le conseguenze. Un aumento del prezzo della farina scatenava rivolte e sommosse. Ogni nuova imposta sui generi alimentari rischiava di sfociare nella ribellione del popolo, rendendo cauti i sovrani nell’adottare questo tipo di misure. Occorreva, per prudenza, tenersi pronti alla repressione, mobilitare le forze di polizia, esporsi ad un calo di popolarità che di certo non metteva a rischio il trono, ma sminuiva l’autorità dei governanti e rendeva più difficoltoso l’esercizio della potestà. Quando non c’era la democrazia, il popolo riconosceva il potere come altro da sé ed era capace, se non di combattere il nemico, per lo meno di rendersi conto della sua esistenza e della sua ubicazione.

La democrazia è il pretesto che ha reso invisibile il potere, liberandolo dalla responsabilità delle proprie scelte e consentendogli di operare dietro un muro di sicurezza. Il trucco è quello di scaricare sul popolo la colpa delle scelte sciagurate. Far credere al popolo, attraverso una serie di accorgimenti fittizi, che esso sia la causa della propria stessa rovina. Ogni nuova tassazione, ogni provvedimento lesivo della sicurezza economica e lavorativa dei cittadini viene fatto passare, grazie all’invenzione del teatrino democratico, per una scelta imputabile alle sue stesse vittime, anche se sarebbe fin troppo semplice smascherare l’inganno. Con la “democrazia” al suo culmine, nessun lavoratore incolpava più il governo della propria fame: incolpava gli altri lavoratori che quel governo avevano “eletto”, un po’ anche se stesso per non aver saputo esprimere attraverso il voto una scelta migliore. La democrazia è l’arma finale con cui il potere è riuscito non solo a scongiurare ogni rischio di rappresaglia, ma anche a frantumare le schiere dei potenziali nemici. Li ha resi litigiosi e infuriati con i propri compagni, li ha costretti a rinfacciarsi in eterno errori mai commessi e scelte mai compiute, ha trasfigurato il sopruso trasformandolo in senso di colpa collettivo e in inimicizia perenne tra le schiere dei ribelli. La democrazia è un capolavoro di strategia. L’arma con cui i tiranni possono impoverire e uccidere restando nell’ombra, accusando della malversazione coloro che la subiscono. 

Non c’è esemplificazione migliore di quanto appena detto del disgustoso referendum sul welfare proposto ieri dalle organizzazioni sindacali. Verrebbe voglia di definirlo una buffonata, se non fosse che esso è invece un gioco di prestigio estremamente sofisticato che non manca mai di raggiungere il proprio scopo. Il referendum era, naturalmente, un finto referendum. La materia del contendere era già stata decisa lo scorso luglio tramite un accordo stretto tra governo e sindacati. Un accordo rovinoso per i lavoratori, concluso in fretta e furia, nottetempo, senza che gli interessati avessero alcuna voce in capitolo, giustificato dalla necessità di ringraziare il “governo amico” per il denaro avuto in regalo grazie allo scippo del TFR, la cui accettazione è stata imposta d’autorità al direttivo della CGIL. Che senso ha chiedere ai lavoratori di esprimere un parere su una decisione già presa, su un accordo già concluso alla chetichella poco prima delle vacanze? Qualcuno crede davvero che questa squallida parodia di una consultazione referendaria abbia altro valore che quello di legittimare a posteriori – e con metodi assai dubbi – un tradimento già perpetrato, per l’ennesima volta, ai danni degli operai?

Non c’è nemmeno bisogno di citare i credibilissimi brogli perpetrati dalla trimurti sindacale per capire che questo referendum non vale niente. Che valore può avere un referendum su una cosa già decisa da mesi, posto in essere senza alcun controllo, senza organi di supervisione e di sorveglianza, senza autorità che certifichino l’attendibilità dei risultati, senza nessun ufficio a cui poter presentare un esposto in caso di irregolarità? Come si fa a fidarsi dei risultati proclamati da quegli stessi organi sindacali che hanno tramato con il governo all’insaputa dei lavoratori? Come si può non infuriarsi di fronte ai proclami di vittoria dei confederati, in una consultazione sulla quale lo stesso Bonanni ha ammesso, a “Porta a Porta”, di non avere alcun controllo? Come non dare di stomaco di fronte alla sfacciataggine con cui si proclama una vittoria dei “sì” contraddetta dai partecipanti alla consultazione e dagli stessi membri della sinistra di governo?

Ma sì, citiamoli i brogli perpetrati dalla trimurti, tanto per far capire alla gente che cosa sia in realtà la “democrazia”, quale sia la sua reale funzione. Scrive Gianandrea Zagato su “Il Giornale”:

Che al referendum sul welfare si potesse votare non una ma due e, perché no, anche tre volte era solo un sospetto. Adesso, abbiamo la certezza, con tanto di fotografia. Scatti di un broglio avvenuto nel seggio che Cgil-Cisl-Uil hanno impiantato a due passi da piazza San Babila e che ha avuto replay alla Camera del lavoro.

Due crocette sul pacchetto Damiano che si sommano ai 150mila voti - dato della Triplice - raccolti a Milano e Provincia nella giornata di ieri. Centocinquantamila preferenze che, naturalmente, non conteggiano i voti espressi da «una signora, casualmente seguita dalla troupe televisiva di Annozero»: simulazione di un broglio scoperto e denunciato dai confederali che vagheggiano di «tentativo di inquinamento di una straordinaria prova di democrazia sindacale» e di «attacco all’autonomia e al potere contrattuale del sindacato».

Sindacalese che, sua fortuna, Manuela non pratica. Chi è Manuela? Be’, è la venticinquenne impiegata di un’azienda tipografica che nel pomeriggio di ieri ha votato due volte (vedi foto a fianco, ndr) sotto l’occhio attento del vostro cronista e sempre presentando la propria busta paga. Busta paga leggera, «neanche ottocento euro», e sempre, anche se non richiesto, un documento d’identità.

Al primo voto, quello in piazza San Carlo, Manuela è tirata o quasi per la giacchetta. «Dài, compagna, dì la tua sul welfare» e lei - jeans, giubbetto militare e coda di cavallo - non se lo fa ripetere due volte. Documenti alla mano e, oplà, ottiene una scheda di votazione già siglata dalla commissione sindacale. Foglietto che invita a sciogliere tutti i dubbi: «favorevole» o «contrario» sull’«Accordo sottoscritto il 23 luglio 2007 tra Cgil Cisl Uil e governo su previdenza, lavoro e competitività per l’equità e la crescita sostenibile». La risposta di Manuela? «Non mi ricordo che cosa ho votato».

Va be’, anche senza conoscere il voto di Manuela il risultato comunque non cambia. Almeno così sostengono i pasdaran confederali: il referendum, dicono, l’organizzano loro e sempre loro danno il responso del test che incide sull’agenda politica del governo Prodi. Sarà, anche se nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro si respira un’altra aria: gli eredi delle tute blu non la pensano né come Guglielmo Epifani né come i suoi colonnelli milanesi.

Dettagli senza alcuna importanza per Manuela che, attenzione, a votare ci ha preso gusto. E mentre da piazza San Carlo avvertono i dirigenti sindacali che «una troupe tv guasta la festa» - è la troupe di Annozero che in serata sarà denunciata dai sindacati milanesi - Manuela se la fa a piedi sino al seggio pubblico più vicino. Quando mancano dieci minuti alle diciassette entra al civico 43 di corso Porta Vittoria, sede della Camera del lavoro. Sì, nel cuore pulsante del sindacalismo ambrosiano, dove in due minuti scarsi presenta la busta paga, ottiene la scheda e appone un’altra crocetta. Ah, stavolta, Manuela spiega di «aver già votato» ma la bionda scrutatrice intenta a far chiacchiera con la collega di seggio non sembra dar pesa alla notizia. Evvai, un’altra prova provata che questo referendum è falso, che il voto si può truccare e senza troppi problemi.

Giochetto da ragazzi che potrebbe proseguire ancora in qualche sede dello Spi-Cgil, magari al Gratosoglio ma Manuela si è già stancata: per lei, generazione low cost, è solo tempo perso. Quello che non è, invece, per alcuni dirigenti milanesi dei Comunisti italiani che inondano il telefonino di sms con nomi e cognomi di pensionati disposti a dare il voto «ics» volte.

Anche questo un giochetto facile facile, confida un sindacalista di peso in cambio dell’anonimato: «Si sa il pensionato ha tempo, tanto tempo a disposizione e in qualche sezione sindacale di periferia dà un voto dietro l’altro». L’ultima raffica per chi è fuori dal mondo del lavoro e non s’accorge (o finge) del mal di pancia che quotidianamente esplode nei magazzini, nelle mense operaie e davanti alle macchine utensili. Malessere di un generazione che al «sì» imposto da Epifani and company risponde truccando il referendum, «tanto fanno quello che vogliono».
 

Chissà cosa penseranno gli operai di Mirafori di questi mirabili esempi di democrazia diretta. Chissà cosa faranno nell’apprendere che secondo i tre marpioni confederati il loro voto avrebbe dato l’avallo alla stessa politica che essi contestano da mesi davanti ai cancelli delle fabbriche. Chissà se hanno già iniziato a inveire contro i propri compagni, accusandoli dell’ennesima  sconfitta, o se hanno finalmente iniziato a capire chi sono e con che mezzi operano i loro veri nemici. Chissà che non abbiano imparato, ogni volta che sentono parlare di “democrazia sindacale” e di “democrazia” in genere, a diffidare, boicottare e tenere la mano il più vicina possibile alla pistola.

Vota questo post

FUGA DA BAGHDAD

by Gianluca Freda (03/10/2007 - 19:43)



Sono affezionato alla ragazza irakena che si firma, sul suo blog, con lo pseudonimo di Riverbend. Per anni è stata una delle mie principali fonti d’informazione sulla realtà della vita quotidiana in Iraq dopo la brutale aggressione statunitense del 2003. Quell’atroce realtà di sofferenza quotidiana che i media non ci hanno raccontato per non incorrere nell’ira dei loro padroni americani, intenti a proclamare le loro “missioni compiute” e a inscenare ridicole farse elettorali in paesi che della loro “democrazia” sanguinaria avrebbero fatto volentieri a meno. La prima traduzione di un articolo straniero che pubblicai su questo blog fu proprio quella di un pezzo di Riverbend, in cui si denunciava la regressione della libertà e dei diritti delle donne irakene seguita all’invasione americana. Sei mesi fa Riverbend aveva annunciato la sua intenzione di lasciare, insieme alla propria famiglia, un Iraq divenuto ormai un inferno invivibile. Sono seguiti, sul suo blog, lunghi mesi di silenzio. Ora ha scritto un nuovo articolo in cui racconta i dettagli della sua fuga in Siria, il dolore di abbandonare, forse per sempre, il suo paese natale, la rabbia per le atrocità commesse dagli americani e dai loro complici. Lo traduco di seguito, per chi è curioso di sapere com’è andata a finire.

 

ANDANDO VIA DA CASA...
di Riverbend
dal blog irakeno Baghdad Burning
Traduzione di Gianluca Freda

Due mesi fa le valigie erano già pronte. La mia grande valigia solitaria restò seduta sul mio letto per quasi sei settimane, così piena di vestiti ed oggetti personali che ci siamo voluti io, mio fratello E. e il bambino di sei anni dei nostri vicini per riuscire a chiudere la lampo.

Riempire quella valigia è stata una delle cose più difficili che io abbia mai fatto. Era una Missione Impossibile: La tua missione, R., se accetterai, sarà quella di passare in rassegna gli oggetti che hai accumulato in quasi trent’anni di vita e decidere di quali non puoi fare a meno. La difficoltà della tua missione, R., sta nel dover contenere questi oggetti nello spazio complessivo di 1x0,7x0,4 metri. Inclusi, ovviamente, i vestiti che dovrai indossare nei prossimi mesi e tutti i ricordi personali: foto, diari, animali di pezza, CD e roba simile.

L’ho fatta e disfatta per quattro volte. Ogni volta che la svuotavo, giuravo che avrei eliminato gli oggetti non strettamente necessari. Ogni volta che tornavo a riempirla, aggiungevo più roba di quanta ce ne fosse la volta prima. Alla fine, dopo un mese e mezzo, E. insistette perché la chiudessimo per evitare che fossi tentata di aggiornare in continuazione il suo contenuto.

La decisione di far portare ad ognuno di noi una sola valigia era stata presa da mio padre. Diede un’occhiata agli scatoloni di ricordi assortiti che stavamo preparando e fu perentorio. Vennero acquistate quattro grandi valigie identiche, una per ogni membro della famiglia, più una quinta più piccola, che fu tirata fuori da un armadio, per la documentazione di cui avremmo avuto bisogno: certificati di laurea, documenti d’identità, ecc.

Aspettammo... e aspettammo... e aspettammo. Si decise che saremmo partiti nella seconda metà di giugno, una volta finiti gli esami, visto che volevamo partire insieme a mia zia e ai suoi due bambini. Era il momento considerato più opportuno da tutte le persone coinvolte. Il giorno che avevamo deciso di indicare come IL GIORNO, fummo svegliati da un’esplosione a meno di 2 km. di distanza e ci informarono che c’era il coprifuoco. Il viaggio fu rimandato di una settimana. La sera prima della partenza programmata, l’autista del fuoristrada che doveva portarci al confine ci avvisò che non poteva partire: suo fratello era appena stato ucciso in una sparatoria. Ancora una volta, si dovette rimandare.

Ci fu un momento, durante le ultime giornate di giugno, in cui non facevo altro che sedermi sulla mia valigia chiusa e piangere. Ai primi di luglio, ero convinta che non saremmo mai andati via. Ero sicura che i confini dell’Iraq fossero ormai lontani, per me, quanto i confini dell’Alaska. Ci avevamo messo più di due mesi a decidere di partire in macchina anziché in aereo. C’era voluto un altro mese per scegliere la Siria invece che la Giordania. Quanto ci sarebbe voluto per programmare di nuovo la partenza?

Successe tutto quasi nell’arco di una notte. Mia zia telefonò con l’eccitante notizia che uno dei suoi vicini sarebbe partito per la Siria entro 48 ore perché suo figlio aveva ricevuto delle minacce; voleva che un’altra famiglia si mettesse in strada insieme a loro con un’altra auto. Come per le gazzelle nella giungla, spostarsi in gruppo è più sicuro. Ci furono due giorni di attività frenetica. Controllammo che tutto ciò di cui potevamo aver bisogno fosse preparato e messo in valigia. Recuperammo un lontano cugino di mia mamma, chiedendogli di restare nella nostra casa con la sua famiglia e di venire da noi la sera prima della partenza (non potevamo lasciare la casa vuota, perché qualcuno se la sarebbe presa).

L’addio alla nostra casa fu pieno di lacrime. Un’altra delle mie zie e uno zio vennero a salutarci la mattina della partenza. Era un mattino solenne e negli ultimi due giorni mi ero allenata per non piangere. Non piangerai, continuavo a dirmi, perché ritorneremo. Non piangerai perché è solo una piccola gita, come quelle che facevamo a Mosul e a Basrah prima della guerra. Nonostante cercassi di garantire a me stessa che saremmo ritornati sani e salvi, trascorsi molte ore prima di partire con un groppo enorme saldamente piazzato in gola. Avevo gli occhi rossi e mi colava il naso, nonostante tutti i miei sforzi. Dissi a me stessa che m’ero presa un’allergia.

La notte prima di partire non dormimmo, perché sembravano esserci così tante piccole cose da fare... fu una fortuna che non ci fosse elettricità: il generatore di zona era guasto ed era inutile sperare nella “elettricità nazionale”. Non c’era proprio tempo per dormire.

Le ultime ore passate in casa sono confuse. Era tempo di partire e io andavo di stanza in stanza dicendo addio a tutte le cose. Dissi addio alla mia scrivania, che avevo usato durante le scuole superiori e l’università. Dissi addio alle tende, al letto e al divano. Dissi addio alla poltrona che io e E. avevamo rotto quando eravamo bambini. Dissi addio al grande tavolo su cui ci riunivamo per mangiare e per fare i compiti. Dissi addio ai fantasmi dei dipinti in cornice che una volta pendevano dal muro, perché i dipinti erano stati rimossi da tempo e conservati. Ma io ricordavo dove ognuno di essi era appeso. Dissi addio allo stupido gioco da tavolo su cui finivamo sempre per litigare: il Monopoli arabo, con le carte mancanti e le banconote che nessuno aveva avuto il coraggio di buttare via.

Sapevo bene, come lo so adesso, che erano solo oggetti; le persone sono molto più importanti. Eppure, una casa è come un museo, nel senso che racconta una certa storia. Guardi una tazza o un giocattolo di peluche e un intero capitolo di ricordi si apre di fronte ai tuoi occhi. All’improvviso mi venne in mente che desideravo partire molto meno di quanto avessi creduto.

Finalmente arrivarono le sei di mattina. Il fuoristrada ci aspettava fuori mentre prendevamo il necessario: un thermos di tè caldo, biscotti, succhi di frutta, olive (olive?!) che mio papà insisteva a voler portare con noi in macchina, ecc. Mia zia e mio zio ci guardavano pieni di tristezza. Non c’è altro modo di descriverlo. Era lo stesso sguardo che io avevo negli occhi quando guardavo altri parenti e amici che si preparavano a partire. Una sensazione di impotenza e disperazione, mista di rabbia. Perché tutte le brave persone dovevano andarsene via?

Piansi mentre partivamo, nonostante avessi promesso di non farlo. La zia pianse... lo zio pianse. I miei genitori cercarono di essere stoici, ma c’era pianto nelle loro voci mentre dicevano addio. La parte peggiore del dire addio è il chiedersi se vedrai mai più le persone che hai davanti. Mio zio mi allacciò lo scialle che mi ero messa intorno ai capelli e mi consigliò vivamente di “tenerlo addosso fino al confine”. La zia venne dietro di noi mentre la macchina usciva dal garage e versò a terra una coppa d’acqua. E’ una tradizione, serve ad assicurarsi che i viaggiatori torneranno sani e salvi... prima o poi.

Il viaggio fu lungo e senza eventi di rilievo, eccetto la sosta a due checkpoint presidiati da uomini a volto coperto. Ci chiesero i documenti, diedero un’occhiata sommaria ai passaporti e ci domandarono dove stessimo andando. Fecero la stessa cosa con la macchina dietro di noi. I checkpoint sono terrificanti, ma ho imparato che la tecnica migliore è evitare il contatto degli occhi, rispondere con educazione alle domande e pregare sottovoce. Io e mia madre ci eravamo curate di non indossare monili vistosi, non si sa mai, e avevamo gonne lunghe e sciarpe intorno alla testa.

La Siria è l’unico paese, oltre alla Giordania, che consenta alle persone di entrare senza visto. I giordani si comportano in modo orribile con i rifugiati. Le famiglie rischiano di essere riportate al confine giordano o di vedersi negare l’ingresso all’aeroporto di Amman. Per molte famiglie è un rischio troppo alto.

Aspettammo per ore, benché l’autista che era con noi avesse “conoscenze”, cioè fosse andato e venuto dalla Siria così tante volte da sapere quali persone corrompere per garantirci l’attraversamento sicuro del confine. Sedevo nervosa sull’orlo del sedile. Le lacrime si erano fermate circa un’ora dopo aver lasciato Baghdad. Vedere le strade sporche, le case e gli edifici in rovina, l’orizzonte ricoperto di fumo, mi aveva aiutato a capire quanto fossi fortunata ad avere la possibilità di andarmene in un posto più sicuro.

Quando fummo fuori da Baghdad, il petto non mi fece più male come mentre la stavamo lasciando. Le macchine intorno a noi sul confine mi rendevano nervosa. Odiavo dovermene stare in mezzo a così tanti possibili veicoli esplosivi. Una parte di me avrebbe voluto studiare i visi delle persone che avevo intorno, famiglie per lo più, ma l’altra parte, quella che per gli ultimi quattro anni si è allenata a stare lontano dai guai, mi diceva di tenere gli sguardi per me. Era quasi finita.

Finalmente arrivò il nostro turno. Me ne stavo seduta rigidamente in macchina aspettando che i soldi passassero di mano; i nostri passaporti vennero esaminati e finalmente timbrati. Ci fecero entrare e l’autista sorrise di soddisfazione: “E’ stato un viaggio facile, Ahmadulillah”, disse in tono scherzoso.

Mentre attraversavamo il confine e guardavamo sventolare le ultime bandiere irakene, le lacrime ricominciarono. L’auto era silenziosa, eccetto che per il cicaleccio dell’autista che ci raccontava delle scappatelle avute durante i suoi viaggi oltreconfine. Diedi un’occhiata a mia madre, che era seduta accanto a me, e anche il suo viso era pieno di lacrime. Non c’era semplicemente nulla da dire mentre lasciavamo l’Iraq. Avrei voluto singhiozzare, ma non volevo sembrare una bambina. Non volevo che l’autista pensasse che non fossi grata per la possibilità che mi era stata offerta di abbandonare ciò che negli ultimi quattro anni e mezzo era diventato un posto d’inferno.

Il confine siriano era quasi altrettanto gremito, ma l’ambiente era più rilassato. La gente usciva dalle auto e si stiracchiava. Alcuni si riconoscevano tra loro e si salutavano o si scambiavano tristi storie e commenti attraverso i finestrini della macchina. Cosa più importante, eravamo tutti uguali, sunniti e sciiti, arabi e curdi... tutti uguali dinanzi agli ufficiali del confine siriano.

Eravamo tutti rifugiati, poveri e ricchi. E i rifugiati hanno tutti lo stesso aspetto. Troverete sui loro volti un’espressione inconfondibile, di sollievo misto ad apprensione. Sembrava quasi che le facce fossero tutte uguali.

I primi minuti dopo aver passato il confine furono insostenibili. Insostenibile sollievo e insostenibile tristezza... Com’è possibile che la distanza di qualche chilometro e di forse venti minuti separi in modo così netto la vita dalla morte?

Com’è possibile che un confine che nessuno può vedere o toccare sia il discrimine tra le autobombe, le milizie, gli squadroni della morte e... la pace, la sicurezza? E’ difficile da credere, perfino adesso. Sono qui seduta che scrivo queste righe e mi domando perché non si sentano più esplosioni.

Mi domando perché le finestre non tremino più per gli aerei che ci passano sulla testa. Cerco di liberarmi dal timore che uomini armati vestiti di nero irrompano dalla porta, dentro le nostre vite. Cerco di abituare gli occhi alle strade libere dai posti di blocco, dai veicoli blindati, dalle immagini di Moqtada e da tutto il resto...

Com’è possibile che tutto questo sia a una breve gita in auto di distanza?

Vota questo post

CHI INIZIO' LA II GUERRA MONDIALE?

by Gianluca Freda (01/10/2007 - 15:28)


Un lettore che si firma “Levi” scrive nei commenti :

“Caro freda, anche al tempo del nazismo gli ebrei non erano categoria debole e venivano additati come speculatori e potenti. Sei un emerito imbecille!!” [...]

Debitamente ricambiata la simpatia, devo dire, caro Levi (ma non ti eri buttato dalla tromba delle scale?), che nel merito hai perfettamente ragione. Infatti confermi ciò che sto dicendo da una vita. E cioè che già all’epoca del nazismo gli ebrei non erano affatto categoria di “deboli”, bensì, come giustamente dici, di speculatori e di potenti. Guardare agli ebrei come categoria di derelitti perseguitati dal nazismo per motivi di stampo razziale è una colossale bufala storica. Gli ebrei erano talmente poco derelitti che il 24 marzo 1933, pur essendo “solo” una potentissima comunità economica e finanziaria e non avendo ancora uno Stato, dichiararono guerra alla Germania – per volontà del presidente dell’Agenzia Ebraica, Chaim Weizmann - con un articolo pubblicato sul Daily Express londinese. Traduco dall’articolo:

“L’intera Israele sparsa per il mondo si unisce per dichiarare guerra economica e finanziaria alla Germania. L’apparizione della Svastica come simbolo della nuova Germania ha dato nuova vita all’antico simbolo di guerra di Giuda. Quattordici milioni di ebrei sparsi in tutto il mondo si stringono come un sol uomo per dichiarare guerra alla Germania, persecutrice dei loro compagni di fede. Il commerciante ebreo abbandonerà la sua casa, il banchiere la sua attività di scambio economico, il mercante i suoi affari e il mendicante la sua umile baracca, al fine di unirsi nella Guerra Santa contro il popolo di Hitler!”.

Il giornale ebraico Natscha Retsch rincarava la dose:

“La guerra contro la Germania sarà condotta da tutte le comunità ebraiche, dalle conferenze, dai congressi... da ogni singolo ebreo. La guerra contro la Germania darà nuova linfa ideologica ai nostri interessi e li promuoverà, il che richiede che la Germania sia totalmente distrutta. Per noi ebrei, il pericolo è rappresentato dall’intero popolo tedesco, dalla Germania intesa sia a livello collettivo che individuale. Essa deve essere ridotta per sempre all’impotenza... A questa guerra noi ebrei dobbiamo partecipare, con tutta la forza e la potenza che abbiamo a nostra disposizione”.

Da notare che nel momento in cui uscivano questi violentissimi articoli, Hitler era appena diventato cancelliere, non aveva ancora il potere assoluto che ebbe in seguito ed era a capo di una nazione economicamente e industrialmente distrutta. Nessuna azione politica contro gli ebrei era ancora stata intrapresa né lontanamente pensata. E’ probabile che tutte le misure successivamente adottate dal regime hitleriano contro gli ebrei abbiano avuto la loro causa (politica e d’ordine pubblico, quindi, non “razziale” come vorrebbe la leggenda) in questo vero e proprio atto di belligeranza preconcetto contro un governo tedesco che stava ancora nascendo. Furono gli ebrei ad emettere la prima delle dichiarazioni di guerra che portarono alla II Guerra Mondiale. Ed era una dichiarazione di guerra di enorme peso, visto il potere economico e finanziario che le lobby ebraiche controllavano già allora. Tutto ciò che successe dopo non può cancellare la precisa e grave responsabilità di chi emise ed avallò questa dichiarazione nella genesi del conflitto.

Le azioni contro gli ebrei andrebbero inquadrate storicamente non come “persecuzione razziale” (che è una incredibile stupidaggine storica), ma come conflitto tra due superpotenze: una territoriale e industriale (la Germania) e una economica e finanziaria (la comunità ebraica internazionale, con i suoi potentissimi banchieri e i suoi giri d’affari imponenti, in grado di mettere in ginocchio intere nazioni). Che poi, come in tutte le guerre, ad andarci di mezzo siano state soprattutto le persone comuni (gli ebrei dei ghetti, visti come potenziali forze d’insurrezione dopo la dichiarazione di Weizmann) e non i banchieri, va da sé. Ma questo non ci autorizza a parlare di “carattere razziale” delle persecuzioni, che è una pura invenzione propagandistica postbellica.

Vota questo post