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    DELITTO SU COMMISSIONE

    di Gianluca Freda (31/10/2007 - 23:36)

    Non so se ai prossimi appuntamenti elettorali avrei votato per l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Non credo. La tentazione mi era venuta, ma sono arrivato a un punto in cui, perché io mi disturbi a estrarre ancora una volta dal portafogli la tessera elettorale, occorrerebbe un incentivo più efficace di quello rappresentato da un politico un po’ meno disonesto degli altri. Di Pietro non è quel qualcosa di più. Per cominciare dai lati positivi, ho sempre ritenuto l’ex pm un personaggio dotato di un’etica personale solida, che prescinde dai giochetti e dagli intrallazzi partitici che contraddistinguono il resto del mondo in cui vive. Di Pietro ama dire ciò che pensa, ma soprattutto pensare ciò che dice (il “come” lo dice, su cui molti riversano la loro ironia, è per me cosa di nessuna importanza). Possiede un blog, sul quale rende conto, con una certa onestà, di ciò che accade nel suo partito e in Parlamento. Non si tira indietro quando si tratta di assumere posizioni scomode e non certo redditizie sul piano politico, come nel caso della sua battaglia contro l’indulto. Tutto questo lo rende una mosca bianca nel quadro politico nazionale. Ma non rende una mosca bianca il suo partito, nel quale voltagabbana e intrallazzieri rappresentano una percentuale di tutto rispetto. Pensiamo a Valerio Carrara, eletto in Senato nel 2001 con la Lista Di Pietro presentandosi come “giustizialista”, che appena entrato a Palazzo Madama cambiò casacca, iscrivendosi al gruppo misto e votando la fiducia al governo Berlusconi; per poi diventare artefice dell’emendamento al ddl Cirami (la cosiddetta “legge salva-Previti”) che riuscì ad avere ragione dell’ostruzionismo dell’Ulivo. Pensiamo a Sergio De Gregorio, che fu eletto l’anno scorso come presidente della Commissione Difesa coi voti del centrodestra, impallinando la candidata ufficiale dell’Unione, Lidia Menapace, e fregandosene alla grande delle indicazioni contrarie del suo stesso partito. Pensiamo a Federica Rossi Gasparrini, che votò a favore della legge sull’indulto, dimostrando di essere entrata in IdV al solo scopo di godersi uno scranno parlamentare.

    Che me ne faccio di un pesce dalla testa pulita, se tutto il resto della carcassa è marcia fino alla coda? Mica posso mangiare la testa.

    A ciò si aggiunga che quella testa, solitamente coerente con ciò che pensa, pensa a volte cose così sciocche e ripugnanti da spingere anche l’elettore più forte di stomaco a tenere pronti nel portabagagli l’ombrellone, la sdraio e il secchiello per la sabbia in occasione delle prossime tornate elettorali. Quand’anche venissero a gennaio.

    Ieri Di Pietro, in stretta collaborazione con la CdL e con l’Udeur mastelliano, ha contribuito a far naufragare in Commissione Affari Costituzionali la proposta di legge per istituire una commissione di inchiesta sulla bestialità poliziesca che si scatenò sei anni or sono al G8 di Genova. Ora, cercate di capirmi: non è che io attendessi questa commissione d’inchiesta col fiato sospeso e col cuore ricolmo di speranza. So benissimo che sarebbe stata la solita farsa. Mi rendo conto perfettamente che il suo scopo sarebbe stato più quello di gettare fumo negli occhi che quello di fare vera luce sulle responsabilità militari e istituzionali della repressione di stampo cileno messa in atto da polizia e carabinieri in quel lontano luglio del 2001. Non mi illudo certo che da quella commissione potesse scaturire l’indicazione precisa dei nomi e cognomi degli animali che torturarono, picchiarono e uccisero a Piazza Alimonda, alla Diaz, a Bolzaneto e più in generale in ogni strada di Genova. Parte di quei nomi li conosciamo già e le nostre commissioni d’inchiesta, quelle aperte sui vari forum e blog di internet, ci hanno già detto e mostrato tutto ciò che c’era da dire e mostrare. Sono commissioni molto più efficienti di qualsiasi sceneggiata che un governo in stato confusionale possa mettere in piedi. Ci hanno già rivelato mille volte la verità, pur essendo – almeno per il momento – prive di quel potere che consentirebbe di passare dall’accertamento delle responsabilità all’auspicato castigo degli assassini. L’aborto preventivo del solito comitato teatrale, con cui il potere periodicamente processa se stesso al solo scopo di autoassolversi, è tutto sommato una buona notizia. Ci risparmia almeno la beffa di veder scendere, sull’abominio consumato a Genova, la derisione impunita dei suoi stessi perpetratori.

    Però a volte è il pensiero quello che conta. E il pensiero di Antonio Di Pietro sull’argomento è condensato in questa incredibile dichiarazione:

    "Volevano indagare solo sulla polizia, una giustizia a metà. Noi vogliamo una commissione che indaghi sia sui manifestanti che sugli abusi delle forze dell'ordine". Su questa perla del pensiero dipietrista, commenta giustamente Giorgio Mattiuzzo su Luogocomune:

    “Purtroppo l'onorevole finge di ignorare anche la più evidente delle ovvietà. Che le commissioni di inchiesta non si fanno per indagare gli atti vandalici di quattro deficienti con il cappuccio sulla testa. Per quello c'è la polizia. O meglio, ci sarebbe la polizia, se non fosse troppo impegnata ad avvolgere spranghe di ferro con il nastro adesivo, come un ufficiale ha affermato testimoniando al processo di Genova; se non fosse stata troppo impegnata a produrre prove false contro i manifestanti e poi a perderle in occasione del processo; se non fosse troppo impegnata a sparare sulla folla come ai tempi di Bava Beccaris”.

    Ho ben poco da aggiungere al commento di Mattiuzzo, se non che dei quattro deficienti col cappuccio, almeno un paio erano infiltrati delle forze di polizia e/o dei servizi segreti, come si vede dal filmato qui sopra. Non è un caso che, come dice lo stesso filmato, nessun “black bloc” sia stato fermato dagli eroici tutori dell’ordine, intenti a malmenare vecchietti e ragazzine. E aggiungo anche che l’assunto in base al quale non si può indagare e condannare un branco di criminali se prima non si sputtanano, per par condicio, anche le loro vittime, inizia a darmi davvero il voltastomaco, soprattutto quando è teorizzato da un ex pubblico ministero come Antonio Di Pietro.

    Scrive Di Pietro sul suo blog, in un impeto (non rarissimo, questo gli va riconosciuto) di onestà intellettuale:

    “[...] è accertato, purtroppo e sotto certi aspetti ancora più grave, il fatto che le forze dell’ordine, per scoprire i colpevoli, non hanno fatto un’indagine di polizia giudiziaria nell’immediatezza, ma hanno rinchiuso alcune persone in una caserma e le hanno malmenate, provocando lesioni, comportandosi peggio degli altri. Questa è una brutta pagina che merita un approfondimento innanzitutto in sede giudiziaria, e i giudici se ne stanno occupando: anche i poliziotti che sono accusati di aver commesso quei reati sono stati rinviati a giudizio. Oggi, in Parlamento, cosa si voleva fare? Una commissione d’inchiesta limitatamente ai comportamenti della Polizia. Che Commissione d’inchiesta è questa?”.   

    Rispondo: è – o almeno dovrebbe essere, se di essa avessimo il minimo motivo di fidarci – una commissione con la quale dimostrare al paese che la barbarie poliziesca perpetrata contro i cittadini non è solo perseguita (si fa per dire) dalla magistratura, ma anche aborrita dal potere politico. E’ – o dovrebbe essere – uno strumento che permetta alla politica di riconquistare la fiducia e il rispetto delle persone, chiarendo in modo inequivocabile che se il braccio armato dello Stato commette violenze inaccettabili contro coloro che dovrebbe tutelare, saranno tutti i poteri dello Stato, all’unisono, ad adoperarsi per ricercare e punire i responsabili. Cose che suonano fantascientifiche, più che utopistiche, in un sistema in cui i poliziotti rinviati a giudizio non faranno mai un solo giorno della molta galera che meriterebbero; e in cui personaggi come Francesco Gratteri, all’epoca capo dello Sco, che contribuì a inscenare la buffonata delle molotov utilizzata per giustificare l’assalto alla Diaz, anziché condannati e sbattuti fuori a calci dalle istituzioni, vengono promossi alla testa della sezione antiterrorismo.

    Di Pietro è convinto che sia sufficiente espellere dal Parlamento condannati e pregiudicati per far rinascere miracolosamente quella fiducia nelle istituzioni che un secolo di corruzione, malaffare e violenza di Stato ha cancellato. Farà bene a ricredersi. Al punto a cui siamo arrivati, nulla di meno eclatante di un processo e di una condanna esemplare contro quei membri delle istituzioni – compresa la forza pubblica - che si siano resi colpevoli di crimini contro il popolo potrà mai spingere me e la massa in espansione dei disgustati da questa “democrazia” a prendere ancora in mano una matita copiativa.  

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    LA RUSSIA E' VIVA. ORA TOCCA A NOI

    di Gianluca Freda (30/10/2007 - 13:14)


    SOPRAVVIVERE AL CROLLO: L’URSS ERA
    PREPARATO AL COLLASSO MEGLIO DEGLI USA

    di Dmitry Orlov
    da un articolo pubblicato su Energy Bulletin
    Traduzione (parziale) di Gianluca Freda
     

    Questo articolo è adattato da una presentazione pubblica realizzata tramite slide. Mi sono limitato a tradurre le parti di testo per motivi di spazio. Gli slide di accompagnamento sono visibili al link indicato sotto il titolo (NdT).
     

    [1] Buonasera, signore e signori. Io non sono un esperto, né uno studioso, né un attivista. Più che altro sono un testimone oculare. Ho assistito al crollo dell’Unione Sovietica e ho cercato di condensare le mie osservazioni in un messaggio conciso. Lascio a voi stabilire quale sia l’urgenza di questo messaggio.

    Nella mia presentazione di stasera parlerò della mancanza di una preparazione al collasso qui negli Stati Uniti. Paragonerò la situazione attuale a quella dell’Unione Sovietica prima del collasso. L’artificio retorico che utilizzerò sarà quello del “gap di collasso”, che fa il verso al gap nucleare, al gap spaziale e a tutti gli altri “gap” fra superpotenze che andavano di moda nel periodo della Guerra Fredda.
     

    [2] Il collasso economico è generalmente un argomento piuttosto triste. Ma io sono una persona ottimista ed allegra e sono convinto che, con un minimo di preparazione, questi eventi possono essere superati. Come starete probabilmente sospettando, io ho una vera passione per i collassi economici. Forse, quando sarò molto vecchio, tutti i collassi inizieranno a sembrarmi uguali, ma per il momento non sono ancora arrivato a questo punto.

    E quello che è in arrivo mi intriga davvero. Da ciò che ho visto e letto, ci sono ottime possibilità che l’economia degli Stati Uniti stia per crollare in qualche momento del prossimo futuro. Parrebbe anche che non saremo particolarmente preparati quando ciò avverrà. Da come stanno le cose, l’economia americana è pronta per esibirsi in qualcosa di simile ad un numero di disapparizione. Ed è per questo che desidero mettere a frutto le mie osservazioni sul collasso sovietico.
     

    [3] Posso anticipare che alcune persone non reagiranno con favore nel vedere il loro paese paragonato all’URSS. Vi garantisco che il popolo sovietico avrebbe reagito allo stesso modo se fossero stati gli Stati Uniti a collassare per primi. Sentimenti a parte, noi abbiamo due superpotenze del 20° secolo che desideravano più o meno le stesse cose: cose come progresso tecnologico, crescita economica, piena occupazione e dominio del mondo, ma non erano d’accordo sui mezzi per perseguirle. E hanno ottenuto identici risultati: ognuna di esse ha avuto una buona partenza, ha intimidito l’intero pianeta e ha fatto vivere l’altra nella paura. E alla fine ognuna di esse ha fatto bancarotta.
     

    [4] Gli USA e l’URSS si trovavano su un piano di parità in molti settori, ma permettetemi di menzionarne solo quattro.

    Il programma spaziale umano dell’Unione Sovietica è ancora vivo e vegeto sotto la direzione russa e oggi offre i primi voli charter spaziali mai realizzati. Gli americani invece sono costretti a fare l’autostop alla Soyuz e le loro restanti navette spaziali sono ferme in negozio.

    La corsa agli armamenti non ha avuto un chiaro vincitore, e questa è una splendida notizia, perché la Distruzione Reciproca Assicurata rimane in vigore. La Russia possiede ancora oggi più testate nucleari degli USA nonché una tecnologia di missili da crociera supersonici che permette di penetrare qualsiasi scudo missilistico, soprattutto se inesistente.

    La Corsa alle Carceri vedeva un tempo i sovietici decisamente in testa, grazie al loro innovativo programma GULAG. Ma lentamente essi hanno perso il proprio vantaggio e alla fine la Corsa alle Carceri è stata vinta dagli americani, con la più alta percentuale di persone in galera mai registrata.

    La Gara per l’Impero del Male più Odiato è stata vinta anch’essa, alla fine, dagli americani. E’ facile, ora che non hanno più nessun concorrente.
     

    [5] Continuando la nostra lista di similitudini tra superpotenze, molti dei problemi che affondarono l’Unione Sovietica mettono oggi a repentaglio anche gli Stati Uniti. Ad esempio, un enorme esercito, ben equipaggiato, molto costoso e senza una missione precisa, impantanato a combattere i ribelli musulmani. Oppure la carenza energetica legata al picco della produzione petrolifera. O ancora un bilancio commerciale costantemente in deficit che ha prodotto la deriva del debito con l’estero. Si aggiunga a ciò un’immagine deludente, un’ideologia inflessibile e un sistema politico inerte.
     

    [6] Un collasso economico è stupefacente da osservare ed è molto interessante se descritto con accuratezza e nei dettagli. Una descrizione generale spesso non rende giustizia, ma lasciate che ci provi lo stesso. Un’organizzazione economica può sopravvivere per un certo periodo dopo essere divenuta insostenibile, grazie alla semplice inerzia. Ma a un certo punto un’ondata di promesse non mantenute e di aspettative non realizzate spazza tutto via verso il mare. Una tale insostenibile organizzazione si fonda sull’assunto che sia eternamente possibile prendere in prestito denaro dall’estero in quantità sempre maggiori, pagare sempre più importazioni energetiche, mentre i prezzi di queste importazioni continuano a raddoppiare ogni pochi anni. Denaro gratis con cui comprare energia è come dire energia gratis, e l’energia gratis non esiste in natura. Questa condizione è pertanto provvisoria. Quando il flusso energetico tornerà di colpo ad equilibrarsi, gran parte dell’economia americana sarà costretta a chiudere i battenti.
     

    [7] Ho descritto in dettaglio ciò che è accaduto alla Russia in uno dei miei articoli, che è reperibile presso SurvivingPeakOil.com. Non vedo perché ciò che sta avvenendo negli Stati Uniti dovrebbe essere del tutto dissimile, almeno in termini generali. Gli elementi specifici saranno diversi, e ne parleremo tra un momento. Dovremo senz’altro aspettarci carenza di combustibile, di cibo, di medicinali e di innumerevoli articoli di consumo, mancanza di elettricità, di gas e di acqua, collasso del sistema dei trasporti e di altre infrastrutture, iperinflazione, fallimenti aziendali diffusi e licenziamenti di massa, il tutto unito a molta disperazione, confusione, violenza e assenza di legalità. Di certo non è lecito aspettarsi grandi piani di salvataggio, programmi tecnologici innovativi o miracoli di coesione sociale.
     

    [8] Quando si trovano di fronte a simili evenienze, alcune persone comprendono in fretta cosa devono fare per sopravvivere, e iniziano a fare queste cose, spesso senza il permesso di nessuno. Emerge una specie di economia completamente informale e spesso semi-criminale. Essa si fa strada liquidando e riciclando i resti della vecchia economia. E’ fondata sull’accesso diretto alle risorse e sull’uso della forza, piuttosto che sul diritto di proprietà o sull’autorità della legge. Le persone che hanno dei problemi con questo modo di fare le cose, si trovano rapidamente fuori dal gioco.
    Queste sono le linee generali. Ora vediamo qualche elemento specifico.
     

    [9] Un punto fondamentale della preparazione al collasso sta nell’assicurarsi di non aver bisogno di un’economia funzionante per continuare ad avere un tetto sulla testa. In Unione Sovietica tutte le abitazioni erano di proprietà del governo, che le rendeva direttamente disponibili alla gente. Poiché il governo curava anche la costruzione di tutte le abitazioni, esse venivano costruite solo nei luoghi che il governo era in grado di servire con i trasporti pubblici. Dopo il collasso, quasi tutti riuscirono a conservare la propria casa.

    Negli Stati Uniti ben poche persone sono proprietarie della propria casa, e anche chi lo è ha bisogno di un reddito per pagare le tasse sulla proprietà. Le persone senza un reddito hanno di fronte il destino dei senzatetto. Quando l’economia collassa, sono poche le persone che riescono a conservare un reddito, quindi il numero dei senzatetto crescerà esponenzialmente. Si aggiunga a questo la dipendenza dall’automobile di molte periferie e ciò che si ottiene sarà una migrazione di massa dei senzatetto verso i centri cittadini.
     

    [10] In Unione Sovietica i trasporti pubblici erano più o meno gli unici trasporti esistenti, però ce n’erano moltissimi. C’era anche qualche auto privata, ma erano così poche che i razionamenti e la scarsità della benzina erano quasi sempre privi di conseguenze. Tutte queste infrastrutture pubbliche erano concepite per essere sostenibili all’infinito e continuarono a funzionare anche mentre il resto dell’economia collassava.
    La popolazione degli Stati Uniti è quasi integralmente dipendente dall’automobile ed è nelle mani di un mercato che provveda all’importazione, alla raffinazione e alla distribuzione del petrolio. Dipende anche dai continui investimenti pubblici nella costruzione e manutenzione delle strade. Le stesse automobili necessitano di un flusso incessante di pezzi di ricambio d’importazione, e non sono state progettate per durare molto a lungo. Quando tutti questi sistemi intricatamente connessi tra loro cesseranno di funzionare, buona parte della popolazione si troverà appiedata.
     

    [11] Il collasso economico, a conti fatti, colpisce l’impiego pubblico quanto l’impiego privato. Solo che le burocrazie di governo, essendo più lente ad agire, collassano più lentamente. Inoltre, poiché le aziende di proprietà dello Stato tendono a essere inefficienti e ad accumulare prodotti in magazzino, vi saranno grandi quantità di tali prodotti che i dipendenti potranno portarsi a casa e utilizzare nel baratto. Gran parte dei posti di lavoro sovietici erano nel settore pubblico, e ciò diede alla gente un po’ di tempo in più per pensare al da farsi.

    Le aziende private tendono a essere più efficienti sotto molti aspetti. Ad esempio nel licenziare il personale, chiudere i battenti e liquidare i propri beni. Poiché la maggior parte dei posti di lavoro negli Stati Uniti sono nel settore privato, dobbiamo aspettarci che la transizione verso la disoccupazione permanente sarà, per molte persone, piuttosto brusca.
     

    [12] Di fronte alle avversità, la gente tende normalmente a cercare sostegno nella propria famiglia. L’Unione Sovietica soffriva di una cronica scarsità di abitazioni, il che costringeva tre generazioni di persone a vivere insieme sotto lo stesso tetto. Ciò non le rendeva felici, ma almeno faceva sì che fossero abituate le une alle altre. Ognuno si aspettava di dover rimanere per sempre insieme agli altri, qualunque cosa accadesse.

    Negli Stati Uniti le famiglie tendono ad essere atomizzate, sparpagliate per diversi stati. A volte hanno difficoltà a sopportarsi anche quando si riuniscono per Natale o per il Giorno del Ringraziamento, perfino nei momenti migliori. Potrebbe essere difficile, per loro, andare d’accordo nei momenti brutti. C’è anche troppa solitudine in questo paese e dubito che il collasso economico riuscirà a curarla.
     

    [13] Per tenere il male sotto controllo, gli Stati Uniti hanno bisogno di denaro. Un collasso economico è solitamente accompagnato da iperinflazione, che spazza via i risparmi. C’è anche disoccupazione rampante, che spazza via i salari. Il risultato è una popolazione ridotta in larga parte senza un centesimo.
    In Unione Sovietica col denaro si otteneva ben poco. I soldi venivano considerati gettoni piuttosto che simbolo di ricchezza e li si divideva con gli amici. Molte cose – tra cui la casa e i trasporti – erano gratuite o quasi gratuite.
     

    [14] I prodotti di consumo sovietici erano spesso oggetto di derisione: frigoriferi che riscaldavano la casa, il cibo, e così via. Era fortunato chi ne possedeva uno e, una volta portatolo a casa, farlo funzionare erano affari suoi. Però, una volta messo in funzione, esso diventava un bene di famiglia d’inestimabile valore, trasmesso di generazione in generazione, solido e riparabile pressoché all’infinito.
    Negli Stati Uniti si sente dire spesso che “la tal cosa non vale la pena di ripararla”. Questo sarebbe sufficiente a far infuriare un russo. Una volta sentii un anziano di origine russa arrabbiarsi perché una ferramenta di Boston non voleva vendergli le molle di ricambio per i materassi: “La gente butta via dei materassi in ottimo stato, come faccio io a ripararli?”.

    Il collasso economico tende ad eliminare tanto la produzione locale che le importazioni ed è quindi di vitale importanza che tutto ciò che possedete si consumi lentamente e che siate in grado di ripararlo da soli se si rompe. La roba fabbricata in Unione Sovietica era di solito straordinariamente robusta. La roba di fabbricazione cinese che oggi potete trovare in giro, lo è molto meno.
     

    [15] Il settore agricolo sovietico era notoriamente inefficiente. Molte persone coltivavano e raccoglievano da sole il proprio cibo anche in periodi relativamente prosperi. In ogni città esistevano magazzini di generi alimentari, stoccati secondo uno schema di allocazione fornito dal governo. C’erano pochissimi ristoranti e gran parte delle famiglie cucinava e mangiava a casa propria. Fare la spesa era piuttosto laborioso e comportava il trasporto di pesanti carichi. A volte era simile all’andare a caccia: inseguire quell’inafferrabile pezzo di carne acquattato dietro la cassa di qualche negozio. Perciò la gente era ben preparata per ciò che venne dopo.

    Negli Stati Uniti la maggior parte della gente compra il cibo al supermercato, il quale viene rifornito da luoghi molto distanti grazie ad autocarri refrigerati. Molte persone non si disturbano nemmeno a fare la spesa e mangiano al fast food. Quando qualcuno cucina, raramente lo fa mettendo insieme gli avanzi. Tutto questo è assai poco salutare e gli effetti sul girovita nazionale sono chiaramente visibili in qualunque parcheggio. Un sacco di persone, che escono e entrano ciondolando dalla loro auto, non sembrano pronte a ciò che sta per succedere. Se all’improvviso dovessero iniziare a vivere come i russi, gli esploderebbero le ginocchia.
     

    [16] Il governo sovietico destinava risorse ai programmi di vaccinazione, al controllo delle malattie infettive e alle cure di base. Operava direttamente attraverso un sistema di cliniche, ospedali e sanatori di proprietà dello Stato. Le persone affette da malattie terminali o da condizioni croniche avevano spesso motivo di lamentarsi ed erano costrette a pagarsi cure private, se avevano i soldi.

    Negli Stati Uniti la medicina ha per fine il profitto. Sembra che alla gente questo fatto non importi per nulla. Ci sono ben pochi campi di attività in cui gli americani rinnegherebbero la motivazione del profitto. Il problema è che quando l’economia viene asportata, viene asportato anche il profitto, insieme ai servizi che un tempo contribuiva a motivare.
     

    [17] Il sistema educativo sovietico era generalmente di eccellente qualità. Produceva una popolazione oltremodo colta e numerosi tecnici specializzati. L’educazione era gratuita ad ogni livello, ma le persone che raggiungevano i livelli d’istruzione più alti ricevevano spesso uno stipendio e avevano vitto e alloggio gratuiti. Il sistema educativo resistette piuttosto bene al collasso economico. Il problema era che i laureati non avevano più un lavoro ad attenderli dopo la laurea. Molti di loro persero il proprio tenore di vita.

    Il sistema universitario degli Stati Uniti produce molte cose buone: ricerca governativa e industriale, squadre sportive, formazione professionale... ma l’educazione primaria e secondaria non riesce ad ottenere in 12 anni ciò che i sovietici generalmente ottenevano in 8. Le enormi dimensioni di questi istituti e le spese necessarie a mantenerli si riveleranno probabilmente non più sostenibili in un ambiente post-collasso. L’analfabetismo è già oggi un problema negli Stati Uniti e dobbiamo aspettarci che peggiori drasticamente.
     

    [18] L’Unione Sovietica non aveva bisogno di importare energia. Il sistema di produzione e distribuzione in certi momenti vacillò, ma non crollò mai. Il controllo dei prezzi mantenne le luci accese perfino durante l’impazzare dell’iperinflazione.

    Il termine “insufficienza del mercato” sembra adattarsi perfettamente alla situazione energetica degli Stati Uniti. I mercati liberi, di fronte alla carenza di alcuni beni di prima necessità, tendono a sviluppare tendenze perniciose. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il governo degli Stati Uniti comprese questa situazione e razionò con successo molti beni, dalla benzina ai ricambi per bicicletta. Ma questo accadeva tanto tempo fa. Da allora, l’inviolabilità dei liberi mercati è diventata un articolo di fede.
     

    [19] La mia conclusione è che l’Unione Sovietica era assai meglio preparata degli Stati Uniti al collasso economico.
    Ho lasciato fuori due importanti asimmetrie tra queste superpotenze, poiché esse non hanno nulla a che fare con la capacità di essere preparati al collasso. Semplicemente, alcuni paesi sono più fortunati di altri. Ma le citerò adesso per amor di completezza.

    In termini di composizione etnica e razziale, gli Stati Uniti somigliano alla Jugoslavia più che alla Russia, perciò non possiamo aspettarci che dopo il collasso essi rimangano pacifici come lo rimase la Russia. Le società etnicamente miste sono fragili e hanno la tendenza ad esplodere.

    In termini religiosi, l’Unione Sovietica era relativamente sprovvista di culti apocalittici. Ben poche persone in Russia desideravano che una palla di fuoco atomico grande quanto un pianeta annunciasse il secondo avvento del loro salvatore. E questo fu davvero una benedizione.
     

    [20] Un settore in cui non riesco a scorgere nessun “gap di collasso” è quello della politica nazionale. Le ideologie saranno anche diverse, ma la cieca aderenza ad esse non potrebbe essere più uguale.
    E’ di sicuro più divertente guardare due partiti capitalisti che si azzuffano piuttosto che avere un solo partito comunista per cui votare. Gli argomenti su cui si azzuffano sono spesso piccoli simulacri simbolici di politica sociale, scelti per agevolare la simulazione di un atteggiamento pubblico. Il Partito Comunista offriva un’unica pillola amara. I due Partiti Capitalisti offrono la scelta tra due placebo. L’ultimissima innovazione sono le elezioni al fotofinish, dove ogni partito ottiene il 50% dei voti e il risultato viene estratto dalle dicerie statistiche, come un coniglio da un cappello.

    Il sistema utilizzato dagli americani per affrontare il dissenso e la protesta è certamente più avanzato: perché imprigionare i dissidenti quando si può semplicemente lasciarli strillare al vento finché ne hanno voglia?
    L’approccio americano alla contabilità è più sottile e sfumato di quello sovietico. Perché mettere su certe statistiche il segreto di stato, quando si può semplicemente distorcerle, con metodi oscuri? Ecco un semplice esempio: l’inflazione è “tenuta sotto controllo” sostituendo [nelle statistiche] gli hamburger alle bistecche, allo scopo di minimizzare l’aumento dei pagamenti destinati alla spesa sociale. 
     

    [21] Molte persone sprecano un sacco di energie a protestare contro il loro irresponsabile, immobile governo. A me sembra solo un enorme spreco di tempo, vista l’inefficacia di queste proteste. Costoro si accontentano forse di leggere delle proprie imprese sui giornali esteri? Io credo che si sentirebbero meglio se semplicemente togliessero la voce ai politici, come i politici la tolgono a loro. E’ facile come spegnere il televisore. Se ci provassero, probabilmente noterebbero che nulla è cambiato nelle loro vite, proprio nulla, tranne forse il miglioramento del loro umore. Potrebbero anche scoprire di avere adesso più tempo da dedicare a cose più importanti.
     

    [22] Ora cercherò di delineare alcuni approcci, realistici e non, per superare questo “gap di collasso”. La mia breve lista di rimedi potrà sembrare un po’ semplicistica, ma tenete conto che si tratta di un problema molto difficile. In effetti, è importante tenere conto del fatto che non tutti i problemi hanno una soluzione. Posso promettervi che non risolveremo il problema entro stasera. Quel che cercherò di fare sarà di illuminarlo un po’ da diverse angolazioni.
     

    [23] Molte persone se la prendono con l’irresponsabilità e l’immobilismo del governo. Dicono spesso cose tipo “Qui ci vorrebbe un...”, seguito dal nome di un grande progetto governativo di successo appartenente al glorioso passato: un Piano Marshall, un Progetto Manhattan, un programma Apollo. Ma in nessun libro di storia si parla di governi che si preparino per il collasso. La Perestroika di Gorbacev fu un esempio del tentativo di un governo di evitare o rinviare il collasso. Probabilmente riuscì solo ad affrettarlo.
     

    [24] Ci sono alcune cose a cui mi piacerebbe che il governo provvedesse in vista del collasso. Sono particolarmente preoccupato per le installazioni, i siti di stoccaggio e le discariche di materiali tossici e radioattivi. Le future generazioni non saranno in grado di tenerli sotto controllo, soprattutto se il riscaldamento globale li farà finire sott’acqua. C’è in giro una quantità di questa robaccia sufficiente ad ammazzare la maggior parte di noi. Sono anche preoccupato per i soldati abbandonati al di là dell’oceano: abbandonare i propri soldati è una delle cose più vergognose che un governo possa fare. Le basi militari d’oltreoceano dovrebbero essere smantellate e i loro contingenti rimpatriati. Mi piacerebbe anche che l’immensa popolazione carceraria venisse ridotta progressivamente, in maniera controllata e preventiva, piuttosto che attraverso una caotica amnistia generale proclamata a causa della sopravvenuta mancanza di fondi. Infine, credo che questa farsa dei debiti che non potranno mai essere ripagati sia durata abbastanza. Un colpo di spugna potrà dare alla società il tempo di rimettersi in piedi. Capite quindi che non sto chiedendo miracoli. Benché, se una qualsiasi di queste cose venisse fatta sul serio, io stesso lo considererei un miracolo.
     

    [25] Una soluzione al collasso del settore privato non è impossibile: solo molto, molto improbabile. Alcune aziende statali sovietiche rappresentavano di fatto degli Stati nello Stato. Erano a capo di ciò che costituiva un vero e proprio sistema economico completo e potevano sopravvivere anche senza l’ausilio del sistema economico esterno. Esse mantennero tale struttura anche dopo che furono privatizzate. Facevano impazzire i consulenti di management occidentali con i loro immensi asili per l’infanzia, le case di riposo, le lavanderie e le cliniche gratuite. Tutte queste cose, vedete, non facevano parte del loro settore di competenza. C’era bisogno di sfoltirle e di razionalizzare le loro operazioni. Ma i guru del management occidentale trascurarono la cosa più importante: il settore di competenza centrale di queste aziende stava nella loro capacità di sopravvivere al collasso economico. Magari i giovani genii fondatori di Google si faranno un baffo di tutto questo, ma non credo che i loro azionisti faranno lo stesso.
     

    [26] E’ importante capire che l’Unione Sovietica ottenne la propria preparazione al collasso senza volerlo, e non in virtù di qualche programma di esercitazioni. Il collasso economico ha un suo modo di trasformare le negatività economiche in elementi positivi. L’ultima cosa che vogliamo è un’economia perfettamente funzionante, prospera e in espansione che un bel giorno collassa all’improvviso, lasciando tutti nelle peste. Non è necessario per noi raggiungere le leve del comando economico e della pianificazione centrale per eguagliare la spenta performance sovietica in questo campo. Abbiamo i nostri metodi, che funzionano altrettanto bene. Io li chiamo “pateracchi”. Si tratta di soluzioni ai problemi che creano più problemi di quelli che risolvono.

    Datevi un’occhiata attorno e vedrete pateracchi spuntare in ogni dove, in ogni ramo di attività: abbiamo pateracchi militari come l’Iraq, pateracchi finanziari come l’ormai condannato sistema pensionistico, pateracchi sanitari come le assicurazioni private sulla salute, pateracchi legali come il sistema che tutela la proprietà intellettuale. Il peso combinato di tutti questi pateracchi ci sta spingendo lentamente ma inesorabilmente verso il basso. Se ci spingerà abbastanza in basso, allora, quando arriverà il collasso economico, ci sembrerà di saltare dalla finestra del pianterreno. Dobbiamo solo favorire questo processo, o perlomeno non interferire con esso. Perciò se qualcuno vi viene a dire “Voglio costruire un pateracchio che funziona a idrogeno”, incoraggiatelo in tutti i modi! Non sarà utile quanto un pateracchio che bruci i soldi direttamente, ma è comunque un passo nella giusta direzione.
     

    [27] Certi tipi di comportamento economico, che sono molto diffusi, non sono prudenti a livello personale e sono anche controproducenti per l’obiettivo di colmare il “gap di collasso”. Qualunque comportamento che produca prosperità e continua crescita economica è controproducente: più in alto si salta, più duro sarà l’atterraggio. E’ traumatico passare dall’avere un ingente fondo per la pensione al non avere nessun fondo per la pensione a causa di un crollo del mercato. E’ anche traumatico passare da un salario alto a un salario basso, o a nessun salario. Se poi, oltre a questo, vi siete anche tenuti incredibilmente occupati e all’improvviso vi trovate senza niente da fare, allora sarete davvero in pessima forma.

    Un collasso economico è il peggior momento possibile per avere un crollo nervoso, eppure è proprio questo che accade di frequente. Le persone psicologicamente più a rischio sono gli uomini di successo di mezza età. Quando la loro carriera finisce di colpo, i loro risparmi svaniscono e le loro proprietà non valgono più nulla, sparisce anche gran parte della loro autostima. Essi tendono a ubriacarsi fino alla morte e a suicidarsi in quantità straordinarie. Poiché essi sono le persone più esperte e capaci, questa è per la società una perdita terribile.

    Se l’economia, e il posto che occupate all’interno di essa, è importante per voi, ci resterete molto male quando se ne andrà. Dovete coltivare un atteggiamento di composta indifferenza, ma dev’essere più che un semplice concetto. Dovete sviluppare lo stile di vita, le abitudini e la robustezza fisica per resistere. Sono necessari molta creatività e molti sforzi per vivere un’esistenza soddisfacente ai margini della società. Dopo il collasso, questi margini potrebbero trasformarsi nel miglior posto in cui vivere.
     

    [28] Spero di non aver dato l’impressione che il crollo sovietico sia stato una passeggiata nel parco, perché al contrario è stato davvero spaventoso, in molti sensi. Il punto che voglio sottolineare è che quando a crollare sarà questa economia, sarà molto peggio. Un altro punto che voglio sottolineare è che un collasso, qui, sarà probabilmente permanente. I fattori che permisero alla Russia e alle altre repubbliche ex sovietiche di riprendersi, qui non sono presenti.

    A dispetto di tutto ciò, io credo che in ogni epoca e in ogni circostanza, le persone riescano a trovare a volte non solo gli strumenti e un motivo per sopravvivere, ma anche illuminazione, pienezza e libertà. Se possiamo trovarli anche dopo che l’economia sarà collassata, perché non iniziare a cercarli adesso?

    Grazie.          

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    PACIFICA

    di Gianluca Freda (26/10/2007 - 15:31)



    ALL’AMERICA SERVE DISPERATAMENTE UNO “SKUNKWORKS”
    di Stephen Pizzo
    dal sito Newsforreal
    Traduzione di Gianluca Freda
     

    Definizione di “Skunkworks”: Uno “skunkworks” è un gruppo di persone che, allo scopo di ottenere risultati di particolare rilievo, lavora su un progetto secondo una metodologia che non rispetta le regole consuete. Uno “skunkworks” è spesso un piccolo gruppo che si assume o al quale viene assegnata la responsabilità di elaborare un progetto entro un breve periodo di tempo con minime restrizioni di manovra. Solitamente uno “skunkworks” è composto da un piccolo numero di membri allo scopo di ridurre al minimo le comunicazioni indirette. Uno “skunkworks” viene a volte utilizzato per elaborare il design di un prodotto che verrà poi realizzato in concreto secondo le normali procedure. Un progetto “skunkwork” può anche essere segreto. (Fonte)

    Le sue dimensioni, naturalmente, sono proporzionate alle dimensioni dell’organizzazione che scopre di aver bisogno di persone capaci di pensare al di fuori degli schemi. Il Progetto Manhattan, ad esempio, era uno skunkworks.

    Nello stesso momento in cui veniva formato lo skunkwork del Progetto Manhattan, anche la Lockheed creò un proprio skunkworks (circa nel 1943) dopo che gli Stati Uniti ebbero scoperto di non avere più un ruolo di primo piano nella progettazione di aerei da combattimento. Si era venuto a sapere che i tedeschi erano già molto avanti nella realizzazione del primo jet da combattimento. Lo skunkworks della Lockheed mise a punto il primo jet da combattimento americano, il P-80, dopo soli 143 giorni dalla formazione dello skunkworks.

    La magia dello skunkworks sta nel fatto che esso libera le grandi menti dalle organizzazioni calcificate, ossessionate dalle regole, influenzate da interessi particolari e mutilate del pensiero di gruppo. E se esiste oggi un’organizzazione che rispecchia in pieno questa descrizione, essa è quella degli stessi Stati Uniti d’America.

    Democratici, Repubblicani, Indipendenti di varia natura si sono dimostrati impotenti, corrotti o semplicemente stupidi quando si tratta di affrontare i veri pericoli che gli Stati Uniti, il mondo e l’intero pianeta su cui viviamo hanno davanti. Visti con distacco, il Congresso e il Potere Esecutivo appaiono tanto utili o rilevanti quanto le Nazioni Unite: un sacco di chiacchiere, un sacco di scena, un sacco di stronzate e pochissime soluzioni concrete. L’intero meccanismo di governo sembra essersi impallato in ciò che un programmatore di computer chiamerebbe un loop senza fine. Esso continua a ripetere se stesso, giorno dopo giorno, anno dopo anno, elezione dopo elezione. Premere “reset” ogni due o quattro anni sembra servire solo a riavviare il tutto per riportarci di nuovo nel loop.

    Nel frattempo i problemi che i politici sarebbero pagati per risolvere sembrano peggiorare. Se nessuno saprà escogitare nuove soluzioni per questi vecchi problemi, prima o poi uno di tali problemi – la proliferazione degli armamenti nucleari, il riscaldamento globale, la riduzione delle risorse idriche, ecc. – finirà per farci fuori tutti.

    Perché non creare dunque uno skunkworks nazionale? Ecco la mia proposta.

    Prendiamo gli stati della California, dell’Oregon e di Washington e rendiamoli indipendenti per 25 anni. Non sto parlando di una secessione dall’Unione, diamogli solo un po’ di tempo per restarne fuori. Diamo a questi 3 stati il permesso di assentarsi dall’Unione per un periodo di 25 anni. Durante questo periodo i federali se ne staranno fuori dai piedi e nel frattempo lo Skunkworks cercherà soluzioni nuove ai problemi più seri, potenzialmente letali e irresolubili che la nazione e il mondo hanno oggi di fronte:

    - Come può una nazione fornire cure mediche adeguate a tutti i propri cittadini, unendo le forze del settore privato con la stabilità e il meccanismo democratico del governo, e farlo senza mandare entrambi in bancarotta?

    - Come alimentare l’economia del 21° secolo e uno stile di vita moderno senza più fare affidamento sulle fonti di energia fossili del 19° e 20° secolo, che non sono rinnovabili e rappresentano una minaccia per il pianeta?

    - Come ridurre rapidamente le emissioni di gas serra di origine umana, mantenendo uno standard di vita moderno e sostenibile e senza mandare in bancarotta le aziende del settore privato?

    - Come bilanciare gli imperativi di un necessario spostamento di massa delle popolazioni (immigrazione) con la realtà della limitatezza delle risorse, dei servizi privati e governativi, dell’agricoltura, del lavoro e dello spazio vitale?

    -  Come possiamo organizzare un commercio equo e sostenibile con altre nazioni senza incoraggiare la devastazione ambientale nei paesi in via di sviluppo, senza sfruttare i loro lavoratori e senza distruggere allo stesso tempo le opportunità di lavoro qui in patria?

    -  Immaginare un sistema per rivitalizzare o sostituire l’attuale sistema politico bipartitico, che funziona ormai soltanto per sostenere se stesso a spese dell’intera nazione.

    - Immaginare un sistema con cui una nazione possa offrire a se stessa e ai suoi cittadini un ragionevole livello di sicurezza, incrementando ed espandendo le libertà individuali anziché restringendole in continuazione.

     

    Sono certo che vorreste aggiungere molti punti a questa lista di “cose da fare”, ma già i punti elencati sono abbastanza impegnativi. Ecco perché ho stabilito un periodo di 25 anni. Ci vorranno un bel po’ di aggiustamenti con i rappresentanti del governo, dell’industria, dell’educazione, della medicina e dei trasporti. E ciascuna di queste zone sarà gelosamente sorvegliata dalle “Guardie Rivoluzionarie dello Status Quo” che sono pazze, malvagie e testarde quanto un qualsiasi ayatollah.

    Capisco che l’idea di tagliar fuori tre stati occidentali per un quarto di secolo sia qualcosa di più di un “pensiero fuori dagli schemi”. Sembra più un “pensiero fuori di testa”! Però riflettete: da quest’idea ognuno avrebbe da guadagnare.

    Ad esempio, ai conservatori si inumidiscono gli occhi quando parlano della possibilità di “scelta” nell’educazione. Hanno sostenuto, spesso in modo convincente, che il sistema scolastico pubblico necessiti di un’iniezione di competitività da parte delle scuole private. E sostengono che il denaro dei contribuenti dovrebbe essere utilizzato per creare quella competizione offrendo ai genitori dei buoni per il pagamento degli studi.

    Perché? Perché secondo i conservatori l’intero sistema educativo nazionale sarebbe ostaggio di interessi particolari; sindacati degli insegnanti, editori di libri scolastici, amministratori di scuole locali e metodi d’insegnamento datati. E l’unico modo per cambiare tutto questo sarebbe di permettere ai genitori di utilizzare denaro federale per pagare queste scuole private, che escano dagli schemi. Scuole che sarebbero libere dalla radicata burocrazia educazionale, libere di avere proprie regole e di sperimentare nuove tecniche d’insegnamento. In altre parole, scuole Skunkworks.

    Vedete, che voi siate conservatori o liberali, tanto voi che io sappiamo che il nostro governo ha smesso di funzionare. Peggio ancora, ha smesso di funzionare da così tanto tempo che non ricorda neanche più come si fa. Quando cerca di funzionare finisce o per peggiorare le cose o per imporre ad un dato problema soluzioni che creano casini ancora più grossi da un’altra parte.

    Quindi, se abbiamo bisogno di “scelta” nell’educazione, perché non averla anche sul governo? Perché non costituire uno skunkworks nazionale composto di un’intera regione, la Costa Ovest?

    Quando le cose sono gestite da una radicata burocrazia autoreferenziale, l’unico modo di liberarsi è quello di liberarsi e basta. Del resto, come fa una persona a pensare fuori dagli schemi se non gli è consentito uscire dallo schema?

    Perfino i comunisti di vecchio stampo lo capiscono. Quando i capi della Cina comunista si resero conto che il comunismo era alla frutta, essi crearono delle zone d’imprenditoria, uno skunkworks economico e sociale. Queste regioni d’avanguardia attenuarono una transizione che avrebbe potuto essere altrimenti molto dura, facilitando il passaggio della Cina dal comunismo al capitalismo. E ha funzionato davvero bene. Oggi possono prendere a calci i nostri culi capitalisti.

    Rendendo liberi questi tre stati dell’Ovest, California, Oregon e Washington, potremmo creare un Progetto Manhattan del 21° secolo su larga scala. Nei confini di questi tre stati si trovano tutte le risorse – finanziarie, agricole, industriali, politiche e intellettuali – richieste per sopravvivere ed essere autonomi.

    Poiché l’idea è mia, sarò io a darle un nome. Io battezzo questo skunkworks nazionale “Pacifica”.

    Sebbene in questi progetti il diavolo si annidi sempre nei dettagli, credo che potremmo essere d’accordo su alcune regole fondamentali dello skunkworks:

    - Con pochissime eccezioni, il governo federale non deve mettere becco in ciò che accade a Pacifica.

    - I residenti di Pacifica non pagheranno tasse federali.

    - Washington non finanzierà con proprio denaro le operazioni o le infrastrutture di Pacifica.

    - I residenti dei tre stati continueranno a pagare le solite tasse locali ma la tassa federale sarà rimpiazzata da una tassa per finanziare le attività dello skunkworks di Pacifica (gli unici soldi che Pacifica fornirà al fisco centrale saranno pagamenti per servizi diretti negoziati e contrattati da Pacifica con le autorità federali).

    - Pacifica pagherà a Washington una cifra annuale per coprire le spese della parte di difesa nazionale ad essa competente.

    Come sarà governata Pacifica? Quale ruolo avranno governatori e legislatori? Lo skunkworks di Pacifica dovrà avere un “comitato esecutivo” che comprenda rappresentanti dell’industria, delle banche, del governo, del sistema sanitario e membri della cittadinanza che rappresentino gli interessi dell’ambiente, dei giovani, degli anziani, dei lavoratori, ecc.? Come saranno selezionati/eletti questi rappresentanti? Come faremo a impedire che l’influsso del grande capitale finisca per corrompere l’intero processo? Tutte buone domande a ciascuna delle quali dovrà essere data la giusta risposta.

    Vorrei far presente che fu, in fondo, una forma dinamica di skunkworks che diede origine alla grandezza degli Stati Uniti d’America. Ovviamente non la chiamavano “skunkworks”. La chiamavano “il selvaggio West”. Ma funzionò esattamente nel modo in cui lo skunkworks che propongo dovrebbe funzionare. Le forze federali esercitarono un controllo assai tenue su ciò che i coloni a ovest del Mississippi andavano realizzando. Al contrario i coloni misro in pratica ciò che io chiamo “innovazione selvaggia”. Fecero una quantità di errori, ma poiché le loro vite dipendevano spesso dal reperimento di soluzioni sostenibili, alla fine ce la fecero e queste soluzioni “concettuali” tradotte in pratica concreta furono in seguito istituzionalizzate.

    Una volta che l’Unione fu completata e le ferrovie e i telegrafi furono stati installati, lo skunkworks del selvaggio West chiuse i battenti. Si può dire che fu da quel momento che iniziarono a germogliare i semi della stagnazione.

    Sto facendo questa radicale (e improbabile) proposta solo perché non sono più in grado di farne un’altra, di qualunque tipo. Ho esaurito l’ultimo grammo di fiducia o di speranza che l’attuale farsa bipartitica possa ancora funzionare per il bene comune, o anche solo che possa funzionare e basta.

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    BRACCI DELLA MORTE

    di Gianluca Freda (25/10/2007 - 16:51)



    ALDO, UCCISO IN CARCERE
    di Emanuele Giordana
    da Il Manifesto di giovedì 25 ottobre 2007

    Aldo Bianzino, trovato morto dieci giorni fa nella cella di un carcere di Perugia, è stato ucciso. ed è stato ucciso senza lasciar tracce esterne sul corpo. L’ipotesi a cui sta dunque lavorando la procura di Perugia è quella dell’omicidio, mentre sta vagliando la possibilità che le lesioni interne riscontrate dagli esami autoptici possano essere dovute all’atto volontario di persone al momento non identificate. Ignoti, che colpirono in modo da non lasciare segni esterni. In due parole: omicidio volontario

    Particolari sempre più inquietanti emergono nel caso del quarantaquattrenne piemontese che da anni viveva pacificamente nel suo casale della campagna umbra con la famiglia e che venerdì 12 ottobre fu arrestato con la compagna per possesso di piante di canapa. E dopo oltre dieci giorni dalla sua morte, rimasta confinata in prima lettura nella casistica delle “morti naturali” e approdata soltanto nelle cronache delle edizioni locali, la vicenda sta diventando un caso nazionale già oggetto di due interrogazioni parlamentari, dell’interessamento diretto del sottosegretario alla giustizia Manconi e dell’osservatorio che fa capo a Haidi Giuliani.

    Tra gli amici di Aldo, che fin dal primo momento avevano avanzato più di un sospetto sulla morte di un ragazzo che non aveva niente a che fare con giri di mala e spaccio e che tutt’al più si fumava qualche spinello, la sensazione che finalmente la Procura abbia imboccato la via giusta è rafforzata dalle assicurazioni che il sostituto procuratore Giuseppe Petrazzini, che si occupa del caso, ha dato personalmente alla famiglia: “Sarebbe mostruoso pensare che io possa coprire qualcuno”, ha detto alla compagna di Aldo, Roberta Radici, e al figlio Rudra, accompagnati ieri dall’avvocato Massimo Zaganelli in procura. “La giustizia farà il suo corso”.

    A questo punto non potrebbe fare altrimenti, dopo che i risultati di una prolungata autopsia, che ancora non si è conclusa, avrebbero evidenziato lesioni profonde nella regione cerebrale che però non corrispondono a nessun segno sul corpo di Aldo. A sorpresa ieri mattina, Zaganelli ha fatto assistere alle prove autoptiche anche una consulente legale di parte, la dottoressa Laura Paglicci Reattelli, una donna di lunga esperienza (che si occupò del riconoscimento del corpo dell’estremista di destra Nardi). E il responso, non ancora definitivo, conduce a due ipotesi, scartandone nettamente una. Quella scartata riguarda la possibilità che le lesioni interne siano dovute a una caduta accidentale (dal lettino della cella ad esempio): ci sarebbe infatti un ematoma che però non c’è. Le due ipotesi possibili, entrambe riconducibili ad un atto violento contro il corpo di Aldo, potrebbero invece ricondurre o a un violento sbatacchiamento del collo che ha prodotto emorragie interne o a lesioni alla materia cerebrale causate con un’arma impropria, utilizzata in modo da non far percepire i colpi (spranghe ricoperte da stracci bagnati ad esempio). Una sorta di “codice rosso” utilizzato per punire Aldo cercando poi di avvalorare la tesi del decesso per cause cardiache, come infatti era emerso in un primo tempo. Ipotesi inquietanti e che rimandano a responsabilità, individuali o collettive, che la magistratura dovrà chiarire.

    Come che sia, l’ombra che grava sulla prigione perugina di Capanne, anche solo per omessa sorveglianza, si allunga a vista d’occhio. Resa più oscura da almeno due elementi. Il primo è che, come ancora ieri ha confermato la magistratura umbra, Aldo in cella era solo, come richiede il regolamento. Il secondo è che Aldo fu visto in buona salute, non solo dall’avvocato d’ufficio che lo incontrò il primo pomeriggio di sabato, il giorno prima del decesso, ma anche da altri funzionari dei servizi sociali carcerari, come ieri si è saputo.

    Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria per ora mantiene il silenzio assoluto sulla vicenda, ma una risposta è attesa dal Ministero della Giustizia dopo le due interrogazioni depositate in Senato: quella del senatore Mauro Bulgarelli e quella presentata dai parlamentari Giovanni Russo Spena, Haidi Giuliani ed Erminia Emprin Gilardini nella quale, oltre a ben quattro commozioni cerebrali, si citano lesioni al fegato e due costole rotte. I senatori chiedono a Mastella quali “procedure urgenti” il ministro intenda avviare per “fare completa chiarezza sulla vicenda”.

    Una vicenda dai contorni ancora tutti da chiarire e che richiederà tempo. Ciò significa inoltre che il corpo di Aldo non potrà essere restituito agli amici e soprattutto a Roberta e ai tre figli, dei quali Rudra è il minore. Un ragazzo solo quattordicenne dai tratti “nobili e belli e di una grande compostezza e serenità”, come lo ha definito ieri l’avvocato di famiglia dopo l’incontro in procura col magistrato.
     

    *Lettera22

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    COSA C'E' AL DI LA' DEL MURO?

    di Gianluca Freda (25/10/2007 - 01:14)



    Clemente Mastella è certamente un tipo in grado di rubare la scena. Tra le altre cose. Tutti conoscono ormai a menadito le ipotesi di reato nei suoi confronti presenti nell’inchiesta “Why Not”. Ogni persona per la quale “giustizia” non sia la semplice designazione di un ministero si è giustamente infuriata per lo scippo dell’inchiesta al suo titolare, il pm di Catanzaro Luigi De Magistris, che stava indagando su Mastella per abuso d’ufficio, finanziamento illecito ai partiti e concorso in truffa nell’ambito di finanziamenti europei e nazionali. Per quanto sacrosanta sia l’indignazione, l’oscenità del personaggio di Mastella è riuscita a far passare in secondo piano le accuse ipotizzate nell’ambito della stessa inchiesta nei confronti del Presidente del Consiglio, Romano Prodi. Non si tratta di accuse di poco conto. La gravità dei reati ipotizzati a carico di Prodi è paragonabile, se non superiore, a quella dei reati ipotizzati contro il Ministro della Giustizia. E’ per questo che la recente “fiducia” espressa da Prodi nei confronti del suo Guardasigilli, più che ad un atto di responsabilità politica posto in essere per la stabilità del paese, fa pensare alla solidarietà malavitosa di certi quartieri periferici, dove i malviventi si fanno le scarpe a vicenda nella gestione degli affari quotidiani, ma sono pronti a spalleggiarsi reciprocamente di fronte all’intervento di terzi incomodi (i gendarmi) che mettono a repentaglio il controllo del territorio.

    L’indagine era partita dalla scoperta (cito da Panorama) di un “comitato d’affari, trasversale ai partiti e con base nel paradiso fiscale di San Marino, che grazie ad amicizie altolocate (anche all’interno della Guardia di finanza e della magistratura) e un reticolo di società costituite ad hoc sarebbe riuscito a drenare centinaia di milioni di euro di finanziamenti pubblici (in particolare dell’Unione Europea), indirizzandoli nelle casse dei partiti e nelle tasche dei politici e dei loro amici. Il comitato sarebbe, con coloriture massoniche (la maggior parte degli indagati è anche accusata di aver violato la legge sulle associazioni segrete), una lobby nazionale che controllerebbe con la sua rete di contatti parte del sistema politico ed economico del Paese”. Di questo bel comitato  di intrallazzieri all’italiana facevano parte, tra gli altri, Piero Scarpellini, consulente dell’ufficio del consigliere diplomatico della Presidenza del Consiglio per i Paesi africani e uomo di fiducia di Prodi; e Sandro Gozi, deputato dell’Ulivo, ex assistente politico di Romano Prodi all’Unione Europea e oggi membro della Commissione Affari costituzionali. Gozi è indagato per associazione per delinquere, truffa e violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Ma il bello doveva ancora venire. Dopo aver sequestrato alcuni cellulari ad uno degli indagati – Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria e più recentemente titolare di un’agenzia di lavoro interinale che serviva ad assegnare posti di prestigio agli amici degli amici – gli inquirenti si sono accorti che una delle utenze, intestata ad una non ben identificata “Delta spa”, era stata registrata da Saladino su ben due cellulari con l’annotazione “Romano Prodi cellulare”. E’ dunque verosimile che Prodi utilizzasse quel cellulare per tenersi in contatto con tutti i protagonisti di questa truffa ai danni dell’Unione Europea. 

    Si tratta, come si può capire, di ipotesi di reato estremamente gravi che non hanno ricevuto – Panorama a parte – la giusta attenzione dei media e che sono state in parte oscurate dal linciaggio (auspicato e benedetto, sia chiaro) di Mastella. Prodi, interrogato sulle accuse dei pm, non ha trovato di meglio che ripetere la frase di prammatica “sono assolutamente tranquillo”. Te lo credo che è tranquillo, soprattutto dopo che l’assalto e le intimidazioni a De Magistris sono riuscite a togliere dalle mani di quest’ultimo la scottante inchiesta, che finirà ora insabbiata nei rimpalli e nei mille cavilli con cui la giustizia italiana ha da tempo abdicato alla sua funzione. Siamo noi, qui in basso, che non siamo tranquilli. Alle prossime elezioni (che sembrano vicinissime, considerato l’encefalogramma piatto dell’attuale maggioranza) andremo a votare con un sistema elettorale in cui sono i partiti e non i cittadini a scegliere i candidati al Parlamento; in una “democrazia” trasformata in farsa dai brogli elettorali tanto di destra (quelli delle ultime politiche) quanto di sinistra (quelli del voto degli italiani all’estero, delle ridicole primarie, per tacere dell’ignobile buffonata del referendum sindacale sul welfare); e potremo scegliere – ammesso che Prodi voglia ricandidarsi, ipotesi improbabile ma non impossibile – tra due capi dell’esecutivo, Berlusconi e Prodi, entrambi impelagati in fatti di corruzione, malversazione e ostracismo all’operato della magistratura. Una bella prospettiva davvero. Resa ancora più preoccupante dall’atteggiamento degli elettori dei due schieramenti, ridotti ad affiliati a due bande malavitose rivali, intenti a spaccare il capello in quattro per dimostrare che il proprio capobanda, per quanto farabutto, è sempre un po’ meglio di quello avversario. Con argomentazioni così cretine, ma così cretine, che suscitano ormai più ilarità che rabbia.

    Il centrosinistra è sempre stato una mostruosa creatura mutante, foriera di aberranti esperienze politiche, ma ora non è più neanche una creatura: è un cadavere putrefatto, maleodorante e mezzo scarnificato dagli avvoltoi. Per chi ama e conosce i fumetti, potrebbe essere paragonato ad uno dei re del crimine delle storie di Garth Ennis, tipo Ma’ Gnutti o Lou il Cesso: criminali mutilati, sfigurati e/o oscenamente decrepiti, che riescono tuttavia a rimanere il perno della politica malavitosa della propria zona d’influenza. Finché non arrivano Preacher, Hitman o il Punitore a prenderli a calci nel culo, come si meritano. Del centrodestra è inutile dire: ma davvero certe persone, che osano pure dirsi comuniste, hanno tanta paura del ritorno a Palazzo Chigi di un omuncolo settantenne senza più forza né appeal politico? Il nano di Arcore ha avuto la sua stagione, che è finita da un pezzo. Oggi è costretto, per aver ragione della maggioranza più debole della storia repubblicana, a far la spesa con la sporta al mercato dei senatori. E’ così cretino da vantarsene pure in pubblico, col rischio di vedersi incriminare, come sarebbe auspicabile, per il reato di voto di scambio. Attualmente non possiede neppure una coalizione degna di questo nome di cui mettersi a capo. Sta cercando di raffazzonarne una posticcia con le mance e la sputazza ed è così incapace che neanche ci riesce. Spera di poter campare ancora di rendita sul vecchio repertorio: l’istrione della politica, il grande imprenditore. Senza rendersi conto che l’istrionismo poteva renderlo riconoscibile nella politica parruccona della prima repubblica, non nel circo attuale, dove i pagliacci si sprecano e nessuno ha più paura delle risate. E senza capire che “imprenditore”, parola che aveva una sua nobiltà 13 anni or sono, è oggi sinonimo di Tanzi, Cragnotti, Cecchi Gori... o di Berlusconi, appunto. Un’eventuale sua vittoria – che dipenderà molto dagli accordi con i poteri economici che reggono i fili del teatrino italiano e pochissimo dal volere degli elettori – sarebbe la vittoria di una coalizione evanescente come quella attuale, decrepita come quella attuale, debole ed esposta al rischio perpetuo di sfarinamento come quella attuale. Il 2001 non viene due volte.

    La cosa che più mi addolora è che di questa polverizzazione del potere politico, di questa totale perdita di credibilità, di questa debolezza preagonica dei vampiri di Stato, nessuna forza sociale sia in grado - per divisione, per pigrizia o per disperazione – di approfittare. Mao Zedong diceva: grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente. Purtroppo non abbiamo oggi un Mao che sia in grado di sfruttare la confusione e lo sbandamento della casta per farne piazza pulita, ed è un peccato. Ci troviamo sotto scacco di un sistema politico che, a dargli solo una spallata robusta, verrebbe giù come un castello di sabbia. Parlo dei burattini locali, ovviamente, non dei burattinai d’oltreoceano, che sono ben più coriacei e agguerriti, ma che potrebbero anch’essi, tra crisi mediorientale e bolle immobiliari che si afflosciano, restare distratti il tempo necessario a rifilar loro una robusta randellata. Sono potenti, sì, ma non credo che siano invincibili e il momento per un’azione a sorpresa sarebbe propizio. In altri tempi o in altri luoghi, ad aver ragione del nugolo di parassiti istituzionali sarebbe stato sufficiente uno sciopero a oltranza o un’occupazione popolare dei nodi commerciali nevralgici (pensate agli effetti di presidi portuali o di un’occupazione a singhiozzo di punti cruciali della rete autostradale). Oggi nulla di tutto questo è neppure lontanamente all’orizzonte. Siamo oberati dalle rate del mutuo e dai doppi e tripli lavori che ci servono per tirare a campare. Siamo rimbecilliti dalla volgarità e dalle bufale dei media di regime. Siamo impauriti dalla solitudine che si prova a sentirsi abbandonati da uno Stato che ha abdicato ad ogni suo dovere: che trascura e manda in malora la sicurezza, l’istruzione, la salute, il lavoro e ostenta spudoratamente il proprio menefreghismo, ben sapendo che la sfiducia dei detenuti, unita alla risata dei carcerieri, è il sistema psicologico migliore di garantire una disciplinata amministrazione dei campi di lavoro.

    Oggi Bertinotti ha auspicato che Prodi possa portare a termine la legislatura: ci ha augurato cioè di restare altri tre anni e mezzo in balia di un governo incapace e impotente, presieduto da un inquisito per atti di corruzione. Massimo Giannini, su Repubblica, auspica che il governo si dia una “missione” in grado di unire la maggioranza su un obiettivo comune, benché fittizio: la riforma della legge elettorale, una riforma che nessuno vuole davvero, visti gli evidenti vantaggi che ogni partito trae dall’escludere con l’attuale sistema ogni residuo di aleatorietà derivante dall’esercizio del libero volere dei cittadini. Ma che sarebbe utile a tirare a campare: a dare al governo un canovaccio teatrale con cui fingere di avere uno scopo, all’opposizione il tempo di rabberciare una coalizione per le prossime elezioni e a Repubblica un po’ di pinzillacchere con cui imbrattare le prime pagine nell’interminabile autunno politico che ci separa dalla fine della legislatura. Lo stesso Giannini mostra di credere poco a questa soluzione: occupati come sono a smerciare pezzi di Stato agli industriali di riferimento e a intrallazzare con le Logge di san Marino, Prodi e i suoi uomini non hanno tempo non dico di lavorare, ma neppure di far finta di lavorare. 

    Resteremo perciò a spaccar pietre nel nostro campo di lavoro, stanchi e impotenti come tutti i detenuti poco astuti, che si guardano in cagnesco tra loro, senza vedere che le guardie sono prepotenti ma disarmate e le mura della prigione sono fatte di gesso. Basterebbe la forza di pochi uomini uniti a buttarle giù, se solo quei pochi uomini avessero la forza e l’intelligenza di unirsi. Molti hanno fatto notare, su questo e altri blog, l’assoluta impreparazione politica di Beppe Grillo, l’ignoranza crassa di gran parte dei partecipanti al suo blog, l’improponibilità della sua proposta progettuale che si condensa, in ultima analisi, in un generico vaffanculo. Tutte cose vere. Però intorno a quel vaffanculo si sono unite 300.000 persone, e il vaffanculo veniva da una persona che avrà tutti i limiti che si vuole, ma che non fa parte del personale di sorveglianza. Trecentomila persone sarebbero più che sufficienti a fare a pezzi un muro di gesso, se decidessero di provarci. Certo, dietro quel muro c’è un mondo che non conosciamo. Potrebbe attenderci qualsiasi cosa, la libertà come un destino mille volte peggiore. La scelta è difficile. Ditemelo voi. Che facciamo? Proviamo a uscire o restiamo qui a spaccar pietre?