Ciao sono Gianluca Freda
Vedi il mio profilo


Settembre 2007

DLMM GVS
1
2 3 4 5 6 7 8
9 10 11 12 13 14 15
16 17 18 19 20 21 22
23 24 25 26 27 28 29
30

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

I miei links preferiti

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Settembre 2007

UN "OBIETTIVO COMUNE" PER GLI ILLUMINATI

by Gianluca Freda (28/09/2007 - 21:25)



Se si visita uno dei molti siti che “CommonPurpose” possiede in giro per il web, la prima cosa che viene in mente, guardando il logo dell’associazione, è quel vecchio luogo comune per cui ogni criminale desidera inconsciamente essere scoperto e lascia sempre qualche indizio perché si possa risalire a lui. Guardate quella “O” trasformata in un occhio con tanto di triangolino intorno: non c’è verso che gli Illuminati progettino una delle loro malefatte senza lasciarci la firma consueta. Non so se lo facciano per consuetudine rituale, per egocentrismo o per il semplice desiderio di prenderci per il culo. Della serie: “Vi stiamo fottendo di nuovo e ve lo diciamo pure, tanto non potete farci nulla”. Fatto sta che dovunque gli Illuminati affondano le loro grinfie, il triangolino con l’occhietto cisposo all’interno non manca mai.

Veniamo alle cose serie.

Il ruolo nefasto che questa associazione-piovra sta svolgendo in Inghilterra (e nel mondo) da ormai quasi vent’anni fu scoperto per caso da Brian Gerrish, ex ufficiale della Marina britannica. Gerrish, insieme ad altri volontari, aveva messo in piedi un progetto che avrebbe dovuto aiutare i disoccupati della città di Plymouth a reinserirsi nel mondo del lavoro. Il progetto prevedeva la ristrutturazione di alcune imbarcazioni ed era sostenuto dalle organizzazioni locali e dal Consiglio della città. Un bel giorno, senza dare spiegazioni plausibili, le organizzazioni e il comune cittadino ritirarono all’improvviso il proprio appoggio all’iniziativa. Sbigottiti, Gerrish e i suoi amici decisero di andare avanti lo stesso con il progetto e qui iniziarono i guai. Gli organizzatori iniziarono a ricevere minacce anonime sempre più frequenti: e-mail minatorie, gente che bussava alla porta e fuggiva, finestre spaccate, eccetera. Alcuni (Gerrish in testa) decisero di indagare sui motivi per i quali la loro presenza in città era diventata, tutto ad un tratto, tanto sgradita. Si accorsero così che i finanziamenti erogati dal comune erano selettivi: andavano a certi gruppi di persone e non ad altri. La loro richiesta alle autorità di chiarire questa curiosa scelta nella destinazione del denaro pubblico, incontrò solo silenzi e altre minacce. Poco a poco, Gerrish e i suoi amici scoprirono, con stupore, una strana ed assai ramificata organizzazione, nota come “CommonPurpose”, che aveva occupato i principali posti di potere all’interno della città. I suoi membri sedevano nel consiglio cittadino, negli uffici governativi, nella polizia, nei tribunali. Nessuno di costoro ammetteva di appartenere a questa organizzazione o di aver partecipato ai suoi “corsi di tirocinio”. Nessuno forniva dati sui finanziamenti destinati all’organizzazione (con denaro pubblico) da parte dei suoi membri collocati in posti chiave. Ma Gerrish riuscì a raccogliere un’impressionante mole di documenti che ha poi presentato al pubblico in diverse conferenze.

Il sito di CommonPurpose definisce così gli obiettivi dell’organizzazione:

“Common Purpose mira a migliorare il funzionamento della società espandendo la prospettiva, le capacità decisionali e l’influenza di ogni tipo di leader. L’organizzazione gestisce una pluralità di corsi formativi per leader di ogni età, formazione e settore allo scopo di dotarli dell’ispirazione, dell’informazione e delle opportunità di cui hanno bisogno per cambiare il mondo”.

Viene da chiedersi: cambiare il mondo in che direzione? Chi ha una minima infarinatura dei metodi, della struttura e delle strategie utilizzate dalle società massoniche per infiltrare le istituzioni, inizia a sentire puzza di squadra e compasso già da questa prima presentazione. Gerrish scoprì una serie di documenti (presentati nelle sue conferenze) in cui ai membri “laureati” dell’organizzazione (cioè gli uomini di potere che avevano seguito i suoi corsi) veniva richiesto in modo assai esplicito di porre gli interessi e le richieste dell’organizzazione al di sopra dei doveri del proprio ufficio; gli si richiedeva anche di essere “gli occhi e le orecchie” di Common Purpose all’interno del settore da essi occupato. Gerrish trovò anche una quantità di documenti attestanti i finanziamenti “occulti”, provenienti dalle tasse dei contribuenti, destinati ad attività dell’organizzazione all’insaputa del pubblico. Scoprì che l’organizzazione non era radicata solo a Plymouth ma in ogni città britannica (45 sedi in Inghilterra) e aveva filiali in molti paesi del mondo, tra cui Francia, Germania, Ghana, Ungheria, India, Irlanda, Olanda, Sudafrica, Spagna, Svezia, Svizzera e Turchia. Non ancora negli Stati Uniti, ma il suo obiettivo dichiarato è quello di attivare proprie sedi laggiù al più presto.

Le riunioni di Common Purpose si tengono seguendo la cosiddetta “Regola di Chatham House”: i partecipanti sono liberi di utilizzare le informazioni ricevute, ma non può essere rivelata né l'identità né l'appartenenza del relatore/i o di qualunque altro partecipante. Chatham House è la sede del Royal Institute of International Affairs, quartier generale degli Illuminati, e fa parte della rete che comprende anche il Council on Foreign Relations e la Commissione Trilaterale americana.  

Il vero scopo dell’organizzazione è quello di provvedere al reclutamento e alla formazione dei leader che le saranno leali nel perseguimento degli obiettivi che l’organizzazione stessa (e l’Unione Europea che ne è l’emanazione) intendono perseguire, preparando il futuro governo di ciò che viene chiamato “società post-democratica”, cioè la società in cui le nazioni saranno abolite e sostituite da regioni dell’Unione Europea. Lo scopo è anche quello di costringere una riluttante Inghilterra a entrare in quel superstato poliziesco, postdemocratico e asservito allo strozzinaggio degli Illuminati che è l’Unione Europea.

Ai vertici dell’organizzazione troviamo Julia Middleton, che sul sito di CP presenta il proprio curriculum omettendo di menzionare un’esperienza lavorativa piuttosto rilevante: è stata capo della selezione del personale nell’ufficio di John Prescott, vice primo ministro di Blair. A Prescott, secondo Gerrish, sarebbe stato assegnato il compito di creare nel Regno Unito le “assemblee regionali” che fanno parte del piano per abolire le nazioni e mettere le inermi “regioni” alla mercè dell’Unione Europea. In pratica, Common Purpose sta preparando anche in Inghilterra una rete di funzionari ad ogni livello che eseguano gli ordini dell’organizzazione senza indugio e senza porsi troppe domande, ottenendo in cambio ogni libertà di malversazione e nepotismo, come già accade negli Stati europei asserviti alla UE (in Italia dovremmo saperne qualcosa).

Tra i membri “laureati” dell’organizzazione che occupano posti di rilievo (sono migliaia, hanno preso possesso di molte città inglesi e stanno estendendosi in ogni paese del mondo insieme all’organizzazione) spicca Cressida Dick, la responsabile dell’operazione di polizia che portò all’assassinio a sangue freddo di Jean Charles De Menezes, il ragazzo brasiliano che dopo gli attentati di Londra fu inseguito in metropolitana da agenti in borghese e ammazzato senza motivo con diversi colpi di pistola alla testa sparati a distanza ravvicinata. Per questo bestiale e intenzionale omicidio, che la stampa continua a chiamare “errore”, la Dick, anziché essere destituita, processata e incarcerata, è stata oscenamente promossa a vice assistente commissario della polizia metropolitana. Perché anche questo – secondo Gerrish - fa parte del metodo caratteristico che gli Illuminati adoperano per asservire e prostrare la popolazione dei paesi su cui mettono le grinfie: distruggere ogni riferimento morale della collettività, favorendo la brutalità, l’ingiustizia e la corruzione e costruendo attorno ad esse un aspetto “vincente” che faccia piazza pulita di ogni valore.  

Lo scopo di questo che secondo Gerrish è un vero e proprio attacco alle istituzioni e alla democrazia britannica, è quello di minare alla base, demoralizzare e infine distruggere la società inglese secondo un piano d’attacco tipico degli Illuminati che coinvolge anche l’aspetto psicologico. Piano che prevede anche l’impiego di “psicopolitiche” del tipo definito a suo tempo da Lavrenti Pavlovich Beria, architetto delle purghe staliniane. Secondo la definizione di Beria, le psicopolitiche consistono in attività rivolte a provocare “il massimo di caos nella cultura del nemico”. Ciò viene perseguito sia attraverso l’improvviso ribaltamento di valori nelle istituzioni (manigoldi che corrompono, malversano, uccidono e rimangono impuniti, anzi si vantano delle proprie malefatte), sia attraverso l’introduzione di forme d’istruzione aberranti (nelle scuole inglesi è stato recentemente distribuito un libriccino che spiega ai bambini il sesso orale), sia attraverso il finanziamento e la diffusione di opere artistiche sconcertanti ed esteticamente ripugnanti (qualcosa del genere avvenne già in Europa dopo la seconda guerra mondiale, con il finanziamento delle “avanguardie artistiche” ad opera della CIA). 

Gerrish ha scoperto che oltre 110 milioni di sterline dei contribuenti sono stati spesi per finanziare in gran segreto i corsi di Common Purpose per i titolari di cariche pubbliche che diverranno (anzi, sono già divenuti) gli agenti dell’organizzazione all’interno delle istituzioni. Tra gli appartenenti ad essa vi sono membri del Servizio Sanitario Nazionale, giornalisti della BBC, avvocati, personalità religiose, poliziotti, ufficiali dell’esercito, membri del Parlamento e dei governi locali, ministri del governo ed enti per lo sviluppo regionale. Il sito di Gerrish può essere consultato all’indirizzo http://www.eutruth.org.uk 

Vota questo post

IL RAZZISMO A ROVESCIO

by Gianluca Freda (28/09/2007 - 12:40)



Gli articoli che pubblico o traduco in questo blog mi hanno già fruttato, com’è noto, gli appellativi di “nazista” e “antisemita”. Non è che la cosa mi tolga il sonno. Quando si raccattano parole a casaccio e le si scaglia goffamente contro un avversario che argomenta, si riesce solo a rendersi ridicoli. L’avversario, se ha argomenti solidi, se la ride. Sono le parole, purtroppo o per fortuna, a farsi molto male. Esse vengono inflazionate dall’abuso e finiscono per perdere il potere d’impatto originario. Vengono “disinnescate” e rese inoffensive dai colpi andati a vuoto. E’ ciò che è accaduto alle parole “nazista” e “antisemita” trasformate dalla pessima mira dei cretini in oggetti scheggiati, inerti e inservibili. La cosa, fin qui, non mi dispiace affatto. Questi due termini erano già morti da oltre mezzo secolo, appartenenti com’erano ad un lessico arcaico e privo di referenti concreti nella vita quotidiana. Erano tenuti in vita artificialmente solo nel cialtronesco polmone d’acciaio dei media mainstream, dove vegetavano in attesa di essere sputati con rabbia in faccia all’avversario irriducibile. La loro morte è stata un gradito regalo per molte persone, tra le quali i revisionisti dell’olocausto, che possono finalmente salutare con un educato marameo gli scemi che si ostinano a sparar loro addosso con quest’artiglieria ormai scarica e arrugginita.

Non è la stessa cosa per la parola “razzista”. Questo termine, al contrario degli altri due, designava un fenomeno nient’affatto scomparso, ma anzi ben radicato e vivo nel corpo sociale. Un fenomeno che, negli ultimi vent’anni, ha subito alle nostre latitudini una crescita esponenziale. Il “razzismo” è la cosa che più odio al mondo e mi dispiace davvero di aver contribuito – sia pure in modo passivo – alla demolizione semantica del sostantivo che designa i suoi propugnatori, facendo da bersaglio agli imbecilli. “Razzista” era una parola seria e grave che avrebbe dovuto essere usata con parsimonia per preservarne la valenza denigratoria. Invece la si è usata a vanvera in infinite occasioni, compreso il tentativo di colpire chi denuncia i crimini ebraici verso il genere umano, finendo per tramutare anch’essa in un’arma spuntata. Perché, se non lo si fosse capito, il razzismo con il problema ebraico non c’entra assolutamente un tubo.

Sorvoliamo pure sull’etimologia del termine, che parte dal concetto, scientificamente fasullo e astruso, di “razza”, cioè della possibilità di identificare determinati gruppi d’individui in base ai loro tratti genetici e fisionomici. Nessuno, oggi, è così idiota da credere una cosa simile riguardo agli ebrei. Gli ebrei sono, semmai, una categoria, denotata da una serie di caratteristiche (culturali, religiose, economiche, ecc.) che con la genetica non hanno niente a che fare. Ma il punto è un altro. “Razzista” è parola sopravvissuta all’auspicato decesso scientifico delle teorie razziali riconnotandosi come discriminazione sociale e politica. “Razzista” è oggi colui che emargina e perseguita categorie più deboli facendosi forte della propria posizione nella gerarchia sociale. Il razzismo è una cosa esercitata dai forti verso i deboli, in particolar modo dai ricchi verso i poveri. Il razzismo dei deboli verso i forti o dei poveri verso i ricchi, non si chiama razzismo: si può chiamare ribellione, insurrezione, lotta di classe o – nei casi più felici – rivoluzione. Definire “razzismo” l’avversione dei deboli contro l’arroganza e la ferocia dei forti non fa che snaturare questa parola, privandola della sua forza morale. Si può essere razzisti contro gli zingari e i lavavetri, contro i negri e contro gli arabi. Ma essere razzisti contro gli ebrei – quand’anche qualcuno lo volesse davvero – è impossibile per definizione.

Gli ebrei, nel caso non lo si fosse notato, non sono certo una categoria debole. Tutt’altro. Sono attualmente la categoria più ricca, potente e benestante del mondo. Sono a capo di tutte le maggiori organizzazioni finanziarie e bancarie del pianeta, che hanno letteralmente annullato e asservito il potere dei governi nazionali. Nomi ebraici come Rothschild, Bernanke, Wolfowitz, Freedberg, Neubauer, Goldberg, Zoellick e infiniti altri dovrebbero essere noti anche alle persone meno informate sui meccanismi dell’economia. Gli ebrei controllano i maggiori network mondiali dell’informazione:  Time Warner (Gerald Levin), Viacom (Sumner M. Redstone), Disney (Bob Iger, membro del movimento fondamentalista ebraico Aish Ha Torah), News Corporation (Rupert Murdoch), Vivendi (Edgar Bronfman Jr, figlio di Bronfman Sr che è presidente del Congresso Mondiale Ebraico), Bertelsmann (Thomas Middelhof) sono aziende che insieme controllano il 96% dell’informazione mondiale. Tutte possedute e/o controllate da ebrei. Gli ebrei possiedono lobby potentissime come l’AIPAC e laAnti Defamation League che letteralmente impongono i propri voleri e i propri uomini di fiducia al governo americano e a quello dell’UE. Gli ebrei possiedono uno stato situato in una posizione geostrategica fondamentale, leader mondiale nella tecnologia militare e dotato di un numero imprecisato – ma sicuramente nell’ordine delle centinaia – di testate nucleari.

Nonostante questo – e grazie soprattutto all’influsso esercitato sulle menti dal suddetto strapotere mediatico – la maggior parte delle persone continua a pensare agli ebrei secondo l’antico stereotipo del barbuto straccione, perseguitato e segregato nel ghetto; quando dovrebbe essere ormai evidente che a rischiare la ghettizzazione e l’accattonaggio sono tutti coloro che devono subire lo strapotere di cui sopra, cioè la quasi totalità del genere umano. Per questo dico che l’avversione verso questo strapotere può essere considerata – a seconda dei punti di vista – una cosa opportuna o inopportuna, bella o brutta, sacrosanta o infame. Ma una cosa è certa: comunque la si pensi, quest’avversione non ha nulla a che vedere col razzismo. Gli ebrei non sono più – e forse non sono mai stati – abbastanza deboli da poter essere oggetto di razzismo. Soggetto, semmai, come spesso accade. La devastazione dei territori palestinesi da parte di Israele e il suo totale disprezzo verso la vita e la dignità delle popolazioni arabe è appunto l’esercizio del potere discriminatorio di una categoria economicamente e militarmente più forte verso quelle più deboli. Qui il razzismo trova la sua più elementare ed intuitiva significazione. Bollare come “razzista” chi mette a nudo il sopruso dei potenti non fa altro che rovesciare nel suo opposto e rendere inutilizzabile un fondamentale concetto di avversione per ogni forma di sopraffazione, che meriterebbe ben altri e più appropriati ambiti di applicazione.

Vota questo post