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NOVISSIMO DIZIONARIO ORWELLIANO

by Gianluca Freda (07/09/2007 - 22:42)


So che rischio di diventare pedante, ma vorrei ancora una volta soffermarmi ad analizzare l’odierno articolo di Maurizio Blondet pubblicato sul sito www.effedieffe.com. Il sito, fatta la tara del clericalismo di destra da cui è permeato, è uno dei più interessanti che esistano in rete e non è un caso che io l’abbia inserito nell’elenco dei preferiti. L’interesse deriva da due motivi: un forte senso etico, di cui sono intrisi perfino gli articoli più reazionari, che è una boccata di ossigeno in un panorama sociale in cui l’etica è vista come una malattia; e la sfida intellettuale rappresentata dalla presenza di punti di vista “di destra” (ma fino a un certo punto) argomentati decentemente, il che è una vera rarità, come ben sa chi abbia dimestichezza con il lessico, i concetti e le capacità espressive dell’elettore medio di Forza Italia, di AN o della Lega.

L’articolo di oggi contiene, come sempre, affermazioni ampiamente condivisibili mescolate ad altre che lasciano basiti per la loro pochezza e pretestuosità. Mi riferisco, in quest’ultimo caso, alla parte dell’articolo in cui Blondet espone la propria approvazione per le politiche repressive varate dalla “sinistra” (una “sinistra” che egli, per ogni altro verso, giustamente detesta) nei confronti di graffitari e lavavetri. Blondet, dopo aver formulato le rituali accuse di “benaltrismo” a chi obietta che forse non sono i lavavetri il principale problema del paese, espone i motivi per cui ritiene la svolta repressiva dei governi locali e nazionali felicemente positiva. Cito dall’articolo:

“[...] vero è che pare ignobile multare i lavavetri in una repubblica dove dilaga per esempio l'abusivismo edilizio impunito (andate in Sicilia a vedere come sono ridotte le coste dalle casette di vacanza abusive, una copertura totale di bruttura, un lurido orlo di mostruosa arroganza senza interruzione e senza varchi).
Ma per quanto insignificanti, le diffuse illegalità dei lavavetri e dei graffitari aggiungono un contributo d'inciviltà assillante, continuo, al nostro male di vivere.
Peggiorano la nostra condizione con messaggi angosciosi sui muri e la vaga minaccia al semaforo.
Rovinano il patrimonio di tutti, bruttando città morte come Firenze, la cui sola speranza è nel turismo, e nell'accoglienza dei visitatori.
Sono piccoli ma continui insulti impuniti, una minuscola criminalità molecolare che forse incita a quella grande, perchè le scritte sui muri e gli accattoni nei centri storici mandano ai criminali il messaggio inequivocabile: questo è un Paese di manica larga, dove l'ordine pubblico lascia correre, dove la polizia ha le mani legate, e la gente s'adatta al peggio.
Si potrebbero usare questi argomenti, ma non convincerebbero i residuali della «sinistra»”.

Essendo io senz’altro un “residuale della sinistra”, gli argomenti di Blondet non solo non mi convincono, ma mi fanno pensare che all’autore del periodo sopracitato abbia dato di volta il cervello. Anzi, peggio: che da uomo di destra qual è – il che, di per sé, non sarebbe una colpa grave - gli dia pavlovianamente di volta il cervello ogni volta che sente suonare la sirena che strilla  “graffito” o “immigrato”. Con conseguenze preoccupanti sulle sue capacità di riflessione critica e di analisi razionale; capacità che, nel trattare altri argomenti, Blondet mostra di possedere in quantità invidiabile. Iniziamo dal lessico: ne avrei davvero piene le scatole di veder trasformare ogni principio morale e razionale in un valore negativo attraverso l’espediente orwelliano di definirlo con un termine di nuovo conio desinente in “ismo”. Il possedere sentimenti banalmente umani diventa “sentimentalismo”; il pretendere dalla politica un minimo di decenza morale e civile è definito “populismo”; il senso di solidarietà sociale è bollato come “buonismo”; la ricerca storica libera da falsità e preconcetti prende il nome, manco a dirlo, di “antisemitismo”. E così via, distruggendo con nuove parole tutto ciò che di buono e di utile l’umanità abbia conquistato, con un metodo che Orwell aveva compreso ed esposto con mirabile chiarezza. Mi pregio, alla faccia del dizionario orwelliano, di essere un sentimentalista, populista, buonista e antisemita. E già che ci siamo, anche un seguace del “benaltrismo”. Termine che cela, sotto la pesante maschera cacofonica, un concetto di banale economia operativa che un tempo era noto come “senso della priorità”. Nessun governo ha risorse temporali ed economiche illimitate, né il potere di risolvere TUTTI i problemi di un paese. Tantomeno un governo servile e scalcagnato come quello attuale. Un governo che investe il suo tempo e le sue limitatissime risorse per fare della lotta ai lavavetri il punto forte della sua politica di ordine pubblico è, nella migliore delle ipotesi, un governo di dementi che ha smarrito il senso della priorità. Nella peggiore (e credo sia questo il caso) è un governo che comprende benissimo l’inutilità e stupidità di ciò che sta facendo, ma lo fa lo stesso nella speranza di guadagnarsi un po’ di consenso inventandosi un nemico pubblico contro cui il popolino ignorante e appezzentito possa scaricare il suo malumore. Le politiche repressive, senza etica pubblica e senza progettazione sociale, hanno sempre moltiplicato i problemi per mille, anziché risolverli. Basti guardare il nostro sud: la ferocia genocida della “lotta al banditismo” di fine ottocento (ogni epoca ha il suo “ismo” con cui giustificare le proprie infamie) ha generato un paese spezzato in due, una metà del quale è refrattario alle leggi dello stato e governato, di fatto, da un potere parallelo che impone e fa rispettare leggi proprie. La lotta a questo potere parallelo, non integrata da progettazione sociale e industriale, ha generato sacche di resistenza sempre più estese, con territori sempre più vasti che ripudiavano totalmente lo stato per sottomettersi al diavolo con cui avevano maggiore dimestichezza. Il conflitto è finito con il trionfo di mafia e camorra, che hanno preso nelle mani lo stesso governo dello stato, assumendo il controllo dell’economia dell’intero paese (leggere, a questo proposito, i libri e gli articoli spaventosamente documentati di Roberto Saviano).

Blondet scrive nell’articolo: “Solo che bisognerebbe fare un po' d'ordine. Assegnare i nomi veri alle cose, come diceva Confucio tradotto da Pound, perchè «se le parole non sono in ordine, lo Stato non è in ordine»”. Giusto. Cominciamo a liberarci degli orwellismi terminanti in “ismo” e torniamo a chiamare le cose con il loro nome, come vuole Confucio. Vedrete che dopo tutto tornerà ad essere molto più chiaro.

Dice Blondet che “le diffuse illegalità dei lavavetri e dei graffitari aggiungono un contributo d'inciviltà assillante, continuo, al nostro male di vivere”. Mi spiace rovinare questo mirabile pensiero di montaliana solennità, ma devo dire che il mio “male di vivere” non ha a che fare con lavavetri e graffitari neppure per un milionesimo di parte. Al contrario, ha a che fare con la consapevolezza di vivere in un paese in cui la tutela dell’ordine pubblico è intesa come campagna pubblicitaria contro una categoria di poveri sfigati che non mi ha mai danneggiato in alcun modo, né potrebbe farlo anche mettendosi d’impegno; mentre gli individui da cui mi sento davvero minacciato (i politici corrotti e la loro clientela, i poliziotti violenti e impuniti che picchiano, ammazzano e la fanno franca, i giornalisti bugiardi e venduti, i datori di lavoro prepotenti, i magistrati che distruggono vite a casaccio in nome della propria carriera, i ministri dell’interno che schiodano il culo dalla poltrona solo quando c’è da inventare un pericolo inesistente con cui terrorizzare l’opinione pubblica, eccetera) non solo non vengono colpiti in alcun modo, ma prosperano, si moltiplicano e ricevono plauso e promozioni dal gotha istituzionale riunito in solenne celebrazione. Il mio male di vivere è quello di vivere in un paese in cui solo il lavaggio abusivo di un parabrezza o l’imbrattamento di uno stupido muro sono degni di assurgere al ruolo di minaccia pubblica e agli onori della Tolleranza Zero. La tolleranza per ciò che non tollero e che mi fa vivere in continua apprensione è invece altissima, ben protetta dalle periodiche grida contro le improbabili minacce di terroristi, anarco-insurrezionalisti, graffitari e lavavetri. Ospiterei volentieri duecento lavavetri rompicoglioni, e perfino qualche mesto anarco-insurrezionalista, nel mio quartiere in cambio, ad esempio, di un Mastella in galera. Questo sì che mi farebbe sentire più sicuro. Questo sì che allevierebbe il mio “male di vivere”.

Sorvolo sui “messaggi angoscianti” dei graffitari (beato Blondet che ha tempo di leggerli e cultura hip-hop sufficiente a capire cosa dicono: una volta decifrai un messaggio murale che diceva “Viva la figa”, ma devo dire di non esserne rimasto particolarmente angosciato, qualunque cosa sia “la figa”) e sulle “vaghe minacce ai semafori” (il più delle volte le “vaghe minacce” vanno dagli automobilisti ai lavavetri, e non viceversa). Ognuno ha le sue angosce e le sue nemesi psichiche, immagino. Ma non posso sorvolare sulla “minuscola criminalità molecolare che incita a quella grande” perché è una scempiaggine di proporzioni apocalittiche. Blondet crede forse che i Ricucci, i Tanzi, i Cragnotti, i Cecchi Gori, i Fiorini, i Parretti, i Gaucci, per non dire dei D’Alema, dei Berlusconi, dei Mastella, dei Dell’Utri o dei mammasantissima di mafia e camorra stiano ad aspettare l’incitazione in codice dei lavavetri per capire che vivono in un paese senza legge in cui ogni nefandezza resterà impunita? La minuscola criminalità agevola quella grande solo nel senso che funge da periodico diversivo su cui dirottare le ire dell’opinione pubblica per permettere ai mascalzoni, quelli veri e grossi, di continuare a svolgere in tutta tranquillità il loro mestiere. Se non ci fosse, dovrebbero inventarla. E infatti se la sono inventata, trasformando in criminali, con l’aiuto dei media, persone che hanno l’unica colpa di svolgere un lavoro forse fastidioso per i cittadini (ma non più di tanti altri) proprio per evitare di dover sopravvivere dandosi al crimine. E’ una fortuna che tutto il baccano mediatico sulla criminalità semaforica finirà per risolversi, come sempre, in una mera sequela di chiacchiere. Se davvero le norme anti-lavavetri venissero applicate (con quali incrementi d’organico nelle forze di polizia? Con quali risorse economiche e logistiche supplementari?) vedremmo, allora sì, nascere bande d’immigrati dedite al crimine a causa del venir meno del loro misero introito quotidiano. Ciò farebbe felici i politicanti falliti come Amato, Domenici e Cofferati, che potrebbero vivere di rendita sulle disgrazie dei cittadini, sfoggiando orgogliosi il pugno di ferro ad ogni nuovo crimine provocato dalla disperazione. E farebbe felice Blondet, che potrebbe smettere di arrampicarsi sugli specchi nel tentativo di criminalizzare una categoria che criminale non è. Non ancora, almeno.

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ATTENTI ALLE BUFALE

by Gianluca Freda (07/09/2007 - 00:03)



Per i ricercatori del web che ripudiano la versione ufficiale sull’11 settembre è venuto il momento di tenere gli occhi aperti e di guardarsi dalle bufale. Da un po’ di tempo il web pullula di notizie improbabili riguardanti un attacco all’Iran o un nuovo attentato in stile 11 settembre che il governo americano avrebbe in cantiere per i prossimi mesi. Per quanto queste cose possano sembrare verosimili, esse sono probabilmente non vere. Si tratta di notizie fasulle messe in rete da chi ha interesse a screditare il movimento per la verità sull’11 settembre, facendolo abboccare ad una truffa che si rivela tale a chiunque abbia cura di verificare le notizie che legge.

Per esempio, è stato diffuso in rete pochi giorni fa il documento chiamato “Avviso di Kennebunkport”, in cui alcuni noti avversatori della verità ufficiale metterebbero sull’avviso gli utenti del web riguardo a un possibile attentato false-flag in programma per i prossimi mesi. Nel documento si legge, tra l’altro:

“Siamo a conoscenza di pesanti indizi che suggeriscono come i sostenitori, i controllori, e gli alleati del Vice-Presidente Dick Cheney abbiano intenzione di imbastire e mettere in atto un nuovo evento terroristico come l’11 settembre, e/o una nuova provocazione bellica, simile al Golfo del Tonchino, nelle prossime settimane o nei mesi a venire.
Tali eventi verrebbero usati dall’amministrazione Bush come pretesto per scatenare una guerra di aggressione contro l’Iran, molto probabilmente con armi nucleari, e per imporre un regime di legge marziale qui negli Stati Uniti”.

Per quanto uno scenario del genere non appaia affatto inverosimile, il documento è un falso. Lo si può scoprire visitando il sito internet di una delle “firmatarie”, Dahlia S. Wasfi, dove si legge:

“Durante il rally di Kennebunkport, tenutosi il 25 agosto 2007, tutti noi siamo stati avvicinati e invitati a firmare una petizione per l’impeachment immediato del vicepresidente Dick Cheney. Dopodiché la petizione è stata modificata e postata su internet, facendo sembrare che noi si abbia la prova che l’amministrazione stia per attuare un nuovo “attentato terroristico false-flag”.
Nessuno di noi ha prove di questo genere e di conseguenza nessuno di noi ha firmato l’avviso che dichiara il contrario. Auguriamo agli autori del documento buona fortuna nelle indispensabili indagini su tutti gli aspetti dell’11/9.

Firmato: Jamilla El-Shafei, Cindy Sheehan, Dahlia Wasfi, Ann Wright 

Occhio dunque alle trappole. Il movimento per la verità sull’11/9 ha acquisito ormai ampia visibilità e credibilità e c’è chi sta affilando le armi – ricorrendo ad argomenti veramente squallidi e che potrebbero facilmente essergli ritorti contro - per privarlo dei risultati ottenuti. Evitiamo di cascarci, please.   

Aggiunta: apprendo ora dal sito Luogocomune.net che l'attendibilità del documento è controversa. Webster G. Tarpley ne conferma l'autenticità, benché essa sia negata, come dicevo, da alcuni firmatari. Io, nel mio piccolo, pur tenendo le dita incrociate e accettando il rischio di essere smentito dai fatti da qui a breve, continuo a non credere all'eventualità di un nuovo attentato false-flag o di un attacco all'Iran. Almeno non a breve scadenza. Comunque, Tarpley farebbe bene a dirci al più presto quali sono esattamente le prove in suo possesso che lo hanno spinto a diffondere una petizione del genere.

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