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    IL PICCO DEL PETROLIO: UNA BUFALA?

    di Gianluca Freda (30/09/2007 - 22:40)



    CONFESSIONI DI UN EX SOSTENITORE
    DEL “PICCO PETROLIFERO”

    di F. William Engdahl
    tratto da www.engdahl.oilgeopolitics.net
    Traduzione di Gianluca Freda
     

    La buona notizia è che gli scenari apocalittici relativi all’esaurimento del petrolio mondiale da un momento all’altro sono falsi. La cattiva notizia è che il prezzo del petrolio continuerà a salire. Il nostro problema non è il picco petrolifero. E’ la politica. Le grandi compagnie vogliono tenere alto il prezzo del petrolio. Dick Cheney e i suoi amici gli daranno volentieri una mano.

    Come nota personale, dirò che mi interesso di questioni petrolifere fin dalla crisi dei primi anni ’70. Nel 2003 rimasi molto impressionato dalla cosiddetta teoria del “picco petrolifero”. Essa sembrava spiegare l’altrimenti incomprensibile decisione di Washington di rischiare il tutto per tutto in una mossa militare contro l’Iraq.

    I sostenitori del “picco petrolifero”, capeggiati dall’ex geologo della BP Colin Campbell e dal banchiere texano Matt Simmons, sostenevano che il mondo sarebbe andato incontro a una nuova crisi, l’esaurimento del petrolio a basso prezzo o addirittura un picco petrolifero assoluto, entro il 2012, forse già dal 2007. Si diceva che il petrolio fosse agli sgoccioli. Costoro collegavano la crescita dei prezzi del petrolio e del gasolio col declino della produzione in Alaska, nel Mare del Nord e in altri giacimenti per dimostrare le proprie ragioni.

    Secondo Campbell, il fatto che fin dalla fine degli anni ’60 non fossero più stati scoperti giacimenti delle dimensioni di quello del Mare del Nord era una dimostrazione delle sue ragioni. Riuscì a convincere anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia e il governo svedese. Questo, comunque, non dimostra che avesse ragione.
     

    Fossili intellettuali?

    La dottrina del picco petrolifero fonda la propria argomentazione sui tradizionali testi di geologia occidentali, molti dei quali scritti da geologi inglesi o americani, secondo i quali il petrolio sarebbe un “combustibile fossile”, un detrito o residuo biologico di resti di dinosauri o di alghe fossilizzati, quindi un prodotto in scorte limitate. L’origine biologica è al centro della teoria del picco petrolifero e viene anche addotta per spiegare come mai il petrolio si trovi soltanto in certe parti del mondo, dove esso sarebbe rimasto biologicamente intrappolato milioni di anni fa. Ciò vorrebbe dire, ad esempio, che resti di dinosauri morti sarebbero rimasti compressi, fossilizzati per decine di milioni di anni e intrappolati in giacimenti sotterranei a 4-6.000 piedi di profondità sotto la superficie terrestre. In alcuni rari casi, secondo questa teoria, grandi quantità di materiale biologico sarebbero rimaste intrappolate in formazioni rocciose a poca profondità sotto gli oceani, come nel Golfo del Messico, nel Mare del Nord o nel Golfo della Guinea. La geologia avrebbe quindi il solo compito di stabilire in quale punto degli strati terrestri si trovino queste cavità, chiamate riserve, all’interno di dati bacini sedimentari.

    Una teoria completamente alternativa sull’origine del petrolio esiste in Russia fin dagli anni ’50, quasi del tutto sconosciuta in Occidente. Essa afferma che la tradizionale teoria americana sulle origini biologiche del petrolio è un’indimostrabile assurdità scientifica. I suoi sostenitori evidenziano che i geologi occidentali hanno predetto più volte l’esaurimento del petrolio nel corso dell’ultimo secolo, solo per poi trovarne dell’altro, molto altro.

    Questa spiegazione alternativa dell’origine del petrolio e del gas naturale non è solo una teoria. L’emergere della Russia, e prima ancora dell’URSS, come maggior produttore di petrolio e di gas naturale del mondo, si deve alla concreta applicazione di questa teoria. Ciò presenta conseguenze geopolitiche di impressionante magnitudine.
     

    Necessità: la madre della ricerca

    Negli anni ’50 l’Unione Sovietica si trovò isolata dal resto del mondo dalla “Cortina di Ferro”. La Guerra Fredda era già in moto. La Russia aveva poco petrolio per sostenere la propria economia. Trovare petrolio sufficiente all’interno dei propri confini era la massima priorità di sicurezza nazionale.

    Gli scienziati dell’Istituto di Fisica della Terra dell’Accademia Russa delle Scienze e l’Istituto di Scienze Geologiche dell’Accademia Ucraina delle Scienze avevano iniziato fin dalla fine degli anni ’40 una fondamentale ricerca: da dove viene il petrolio?

    Nel 1956 il Prof. Vladimir Porfiryev rese note le proprie conclusioni: “il petrolio grezzo e il gas naturale non hanno alcuna relazione con materiale biologico presente nel sottosuolo. Si tratta invece di materiali primordiali, eruttati da grandi profondità”. I geologi sovietici capovolsero l’ortodossia geologica occidentale. Chiamarono la propria ipotesi sulle origini del petrolio “teoria abiotica” – cioè non biologica – per distinguerla dalle teorie biologiche occidentali.

    Se avessero avuto ragione, la disponibilità di petrolio sulla Terra sarebbe stata limitata solo dalla quantità di elementi costitutivi degli idrocarburi presenti nel sottosuolo al momento della formazione della Terra. La reperibilità del petrolio sarebbe dipesa solo dall’esistenza della tecnologia necessaria a trivellare pozzi a grande profondità e a esplorare le zone più interne della crosta terrestre. Avevano anche compreso che i vecchi pozzi potevano essere “rivitalizzati” perché continuassero a produrre (i cosiddetti “giacimenti auto-rigeneranti”). Essi sostenevano che il petrolio si forma nelle profondità della Terra, in condizioni di temperatura e pressione altissime, simili a quelle necessarie per la formazione dei diamanti. “Il petrolio è un materiale primordiale generato in profondità che viene trasportato ad alta pressione attraverso processi eruttivi ‘freddi’ all’interno della crosta terrestre”, sosteneva Porfiryev. Il suo team respinse l’idea che il petrolio fosse un residuo biologico di resti di piante e animali fossili, considerandola una bufala inventata per perpetuare il mito della disponibilità limitata.
     

    Sfida alla geologia tradizionale

    Quest’approccio scientifico radicalmente diverso di russi e ucraini alla ricerca petrolifera, consentì all’URSS di scoprire immensi giacimenti di gas e petrolio in zone considerate, dalle teorie dell’esplorazione geologica occidentale, del tutto inadatte alla presenza di petrolio. La nuova teoria petrolifera fu utilizzata nei primi anni ’90, molto dopo la dissoluzione dell’URSS, per trivellare gas e petrolio in una regione ritenuta per più di 45 anni geologicamente infruttifera: il bacino del Dnieper-Donets tra la Russia e l’Ucraina.

    Seguendo la loro teoria abiotica o non-fossile sulle origini del petrolio, geochimici e fisici petroliferi russi e ucraini iniziarono un’analisi dettagliata della storia tettonica e della struttura geologica del basamento cristallino del bacino del Dnieper-Donets. Dopo un’analisi tettonica e strutturale della zona, compirono altre ricerche geofisiche e geochimiche.

    Vennero trivellati un totale di 61 pozzi, di cui 37 si rivelarono commercialmente produttivi; un enorme successo esplorativo, con una percentuale di riuscita di quasi il 60%. Le dimensioni del giacimento scoperto erano paragonabili a quelle del North Slope in Alaska. Per fare un paragone, negli Stati Uniti la trivellazione “wildcat” [trivellazione casuale per cercare nuovi giacimenti a poca distanza da quelli già esistenti, NdT] viene considerata riuscita quando ha un tasso di successo del dieci per cento. Nove pozzi trivellati su dieci sono normalmente “asciutti”.

    L’esperienza dei geofisici russi nella ricerca di petrolio e gas rimase avvolta nel consueto velo di segretezza sovietico durante gli anni della Guerra Fredda e rimase largamente sconosciuta ai geofisici occidentali; i quali continuarono a insegnare la teoria delle origini fossili e, di conseguenza, l’esistenza di precisi limiti fisici all’estrazione. Lentamente, alcuni strateghi all’interno del Pentagono o ad esso vicini, cominciarono – molto dopo l’inizio della guerra all’Iraq del 2003 - a rendersi conto che i geofisici russi dovevano aver scoperto qualcosa di enorme importanza strategica.

    Se la Russia possedeva questo know-how e la geologia occidentale no, allora i russi avevano un asso nella manica di valore geostrategico smisurato. Non sorprende che Washington abbia deciso di erigere un “muro d’acciaio”: una rete di basi militari e scudi antimissile intorno alla Russia per tagliare i collegamenti dei suoi porti e dei suoi oleodotti con l’Europa occidentale, la Cina e il resto dell’Eurasia. Il peggiore incubo di Halford Mackinder – una convergenza cooperativa tra i maggiori stati eurasiatici fondata sul reciproco interesse, nata dalla necessità e dal bisogno di petrolio per la crescita economica – stava per avverarsi. Ironicamente, è stata proprio l’arrogante rapina delle ricchezze petrolifere irakene (e potenzialmente iraniane) da parte degli USA che ha fatto da catalizzatore ad una più stretta cooperazione tra i tradizionali nemici eurasiatici, Cina e Russia; e ha fatto sì che anche l’Europa occidentale iniziasse a prendere coscienza del fatto che le sue opzioni iniziano a restringersi.
     

    Il Re del Picco

    La teoria del picco petrolifero è basata su uno studio condotto nel 1956 da Marion King Hubbert, un geologo texano che lavorava per la Shell. Egli sosteneva che la produzione dei pozzi petroliferi avveniva secondo una curva a forma di “campana”, cioè una volta raggiunto un certo “picco” seguiva l’inevitabile declino. Aveva predetto che la produzione petrolifera americana avrebbe avuto il suo picco negli anni ’70. Uomo di grande modestia, aveva chiamato la curva di produzione che aveva scoperto “Curva di Hubbert” e il relativo picco “Picco di Hubbert”. Quando la produzione petrolifera americana iniziò a calare intorno al 1970, Hubbert guadagnò una certa fama.

    L’unico problema era che il “picco” non era dovuto all’esaurimento di risorse nei giacimenti americani. Era dovuto al fatto che la Shell, la Mobil, la Texaco e gli altri partner della saudita Aramco avevano inondato il mercato americano di importazioni saudite “grezze”, esenti da dazi, a prezzi così bassi che molti produttori locali del Texas e della California non avevano potuto competere ed erano stati costretti a chiudere i loro pozzi.
     

    Successo in Vietnam

    Mentre le multinazionali americane del petrolio erano intente a garantirsi il controllo degli ampi e facilmente accessibili giacimenti di Arabia Saudita, Kuwait, Iran e altre zone in cui il petrolio era abbondante ed economico negli anni ’60, i russi erano impegnati a sperimentare la loro teoria alternativa. Iniziarono a compiere trivellazioni in una zona della Siberia che si presumeva infruttifera. Qui scoprirono undici grandi giacimenti e un giacimento enorme, sfruttando le stime geologiche eseguite secondo la loro “teoria abiotica”. Trivellarono un basamento di roccia cristallina e scoprirono oro nero in quantità comparabili a quelle esistenti nel North Slope in Alaska.

    Dopodiché, negli anni ’80, andarono in Vietnam e si offrirono di finanziare al governo locale i costi di trivellazione per dimostrare l’efficacia della propria teoria geologica. La compagnia russa Petrosov eseguì trivellazioni nel giacimento offshore vietnamita noto come “Tigre Bianca”; penetrò per 17.000 piedi la roccia basaltica e riuscì ad estrarne 6.000 barili al giorno, abbastanza per rimpinguare l’economia vietnamita ridotta alla fame. Nell’URSS i geologi russi, che avevano studiato la teoria abiotica, la perfezionarono e l’URSS diventò, a metà degli anni ’80, il primo produttore mondiale di petrolio. Pochi, in Occidente, capirono perché o si disturbarono a chiederselo.

    Il Dr. J. F. Kenney è uno dei pochi geofisici occidentali che abbiano insegnato e lavorato in Russia, sotto l’insegnamento di Vladilen Krayushkin, che aveva scoperto l’enorme giacimento del Dnieper-Donets. Kenney mi disse una volta in un’intervista che “solo per produrre la quantità di petrolio estratta fino a oggi dal giacimento di Ghawar (Arabia Saudita) occorrerebbe – ammettendo un’efficienza di conversione del 100% - un cubo di resti fossili di dinosauro di 19 miglia per lato”. In parole povere, un’assurdità.

    I geologi occidentali non si curano di fornire prove scientifiche della loro teoria delle origini fossili. Si limitano ad affermarla, come una sacra verità. I russi, invece, hanno prodotto interi volumi di testi scientifici, quasi sempre in lingua russa. Alle maggiori riviste occidentali non interessa pubblicare un punto di vista così rivoluzionario. Dopo tutto sono in gioco carriere e intere professioni accademiche.
     

    Chiudere la porta

    Nel 2003 l’arresto di Mikhail Khodorkovsky, capo della Yukos Oil, avvenne poco prima che egli vendesse la quota di maggioranza della Yukos alla ExxonMobil dopo un incontro in privato con Dick Cheney. Se la Exxon avesse acquistato quella quota, oggi controllerebbe il più grande consesso mondiale di geologi e ingegneri addestrati nelle tecniche di estrazione abiotica.

    Dal 2003 in poi la disponibilità degli scienziati russi a condividere le proprie conoscenze si è drasticamente ridotta. Le offerte di collaborazione con gli USA e con altri geofisici petroliferi fatte nei primi anni ’90 vennero accolte – secondo quanto affermano alcuni geofisici americani – con un freddo rifiuto.

    Perché allora iniziare una guerra altamente rischiosa per il controllo dell’Iraq? Per un secolo gli USA e le grandi aziende occidentali hanno controllato il petrolio del mondo attraverso il controllo dell’Arabia Saudita, del Kuwait o della Nigeria. Oggi, con molti grandi giacimenti in via d’esaurimento, le compagnie vedono il petrolio di stato dell’Iraq e dell’Iran come il maggior magazzino mondiale di petrolio a basso costo e di facile estrazione. Con l’enorme domanda di petrolio proveniente dalla Cina, e ora anche dall’India, diviene per gli Stati uniti un imperativo geostrategico acquisire il controllo diretto e militare di queste riserve mediorientali al più presto possibile. Il vicepresidente Dick Cheney viene dalla Halliburton, il più grande fornitore del mondo di servizi geofisici per l’estrazione petrolifera. L’unica potenziale minaccia al controllo del petrolio da parte degli USA viene dalla Russia e dai giganti dell’energia russi, passati ora sotto il controllo dello Stato. Hmmmmm.

    Secondo Kenney, i geofisici russi utilizzavano le teorie del brillante studioso tedesco Alfred Wegener almeno 30 anni prima che i geologi occidentali “scoprissero” Wegener negli anni ’60. Nel 1915 Wegener pubblicò il suo studio L’origine dei continenti e degli oceani, che ipotizzava l’originaria unità delle terre emerse, più di 200 milioni di anni fa, in un blocco chiamato “pangea”, poi separatosi negli attuali continenti attraverso un processo che egli chiamava “deriva dei continenti”.

    Fino agli anni ’60 alcuni presunti scienziati americani, come il dr. Frank Press, consigliere scientifico della Casa Bianca, definivano Wegener un “lunatico”. Alla fine degli anni ’60 i geologi furono costretti a rimangiarsi le loro parole quando Wegener offrì l’unica interpretazione che permise loro di scoprire le grandi risorse petrolifere del Mare del Nord. Forse tra qualche decennio i geologi occidentali rivedranno la loro mitologia dell’origine fossile e capiranno finalmente ciò che i russi hanno capito fin dagli anni ’50. Nell’attesa, Mosca possiede oggi un immenso asso energetico nella manica.

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    UN "OBIETTIVO COMUNE" PER GLI ILLUMINATI

    di Gianluca Freda (28/09/2007 - 21:25)



    Se si visita uno dei molti siti che “CommonPurpose” possiede in giro per il web, la prima cosa che viene in mente, guardando il logo dell’associazione, è quel vecchio luogo comune per cui ogni criminale desidera inconsciamente essere scoperto e lascia sempre qualche indizio perché si possa risalire a lui. Guardate quella “O” trasformata in un occhio con tanto di triangolino intorno: non c’è verso che gli Illuminati progettino una delle loro malefatte senza lasciarci la firma consueta. Non so se lo facciano per consuetudine rituale, per egocentrismo o per il semplice desiderio di prenderci per il culo. Della serie: “Vi stiamo fottendo di nuovo e ve lo diciamo pure, tanto non potete farci nulla”. Fatto sta che dovunque gli Illuminati affondano le loro grinfie, il triangolino con l’occhietto cisposo all’interno non manca mai.

    Veniamo alle cose serie.

    Il ruolo nefasto che questa associazione-piovra sta svolgendo in Inghilterra (e nel mondo) da ormai quasi vent’anni fu scoperto per caso da Brian Gerrish, ex ufficiale della Marina britannica. Gerrish, insieme ad altri volontari, aveva messo in piedi un progetto che avrebbe dovuto aiutare i disoccupati della città di Plymouth a reinserirsi nel mondo del lavoro. Il progetto prevedeva la ristrutturazione di alcune imbarcazioni ed era sostenuto dalle organizzazioni locali e dal Consiglio della città. Un bel giorno, senza dare spiegazioni plausibili, le organizzazioni e il comune cittadino ritirarono all’improvviso il proprio appoggio all’iniziativa. Sbigottiti, Gerrish e i suoi amici decisero di andare avanti lo stesso con il progetto e qui iniziarono i guai. Gli organizzatori iniziarono a ricevere minacce anonime sempre più frequenti: e-mail minatorie, gente che bussava alla porta e fuggiva, finestre spaccate, eccetera. Alcuni (Gerrish in testa) decisero di indagare sui motivi per i quali la loro presenza in città era diventata, tutto ad un tratto, tanto sgradita. Si accorsero così che i finanziamenti erogati dal comune erano selettivi: andavano a certi gruppi di persone e non ad altri. La loro richiesta alle autorità di chiarire questa curiosa scelta nella destinazione del denaro pubblico, incontrò solo silenzi e altre minacce. Poco a poco, Gerrish e i suoi amici scoprirono, con stupore, una strana ed assai ramificata organizzazione, nota come “CommonPurpose”, che aveva occupato i principali posti di potere all’interno della città. I suoi membri sedevano nel consiglio cittadino, negli uffici governativi, nella polizia, nei tribunali. Nessuno di costoro ammetteva di appartenere a questa organizzazione o di aver partecipato ai suoi “corsi di tirocinio”. Nessuno forniva dati sui finanziamenti destinati all’organizzazione (con denaro pubblico) da parte dei suoi membri collocati in posti chiave. Ma Gerrish riuscì a raccogliere un’impressionante mole di documenti che ha poi presentato al pubblico in diverse conferenze.

    Il sito di CommonPurpose definisce così gli obiettivi dell’organizzazione:

    “Common Purpose mira a migliorare il funzionamento della società espandendo la prospettiva, le capacità decisionali e l’influenza di ogni tipo di leader. L’organizzazione gestisce una pluralità di corsi formativi per leader di ogni età, formazione e settore allo scopo di dotarli dell’ispirazione, dell’informazione e delle opportunità di cui hanno bisogno per cambiare il mondo”.

    Viene da chiedersi: cambiare il mondo in che direzione? Chi ha una minima infarinatura dei metodi, della struttura e delle strategie utilizzate dalle società massoniche per infiltrare le istituzioni, inizia a sentire puzza di squadra e compasso già da questa prima presentazione. Gerrish scoprì una serie di documenti (presentati nelle sue conferenze) in cui ai membri “laureati” dell’organizzazione (cioè gli uomini di potere che avevano seguito i suoi corsi) veniva richiesto in modo assai esplicito di porre gli interessi e le richieste dell’organizzazione al di sopra dei doveri del proprio ufficio; gli si richiedeva anche di essere “gli occhi e le orecchie” di Common Purpose all’interno del settore da essi occupato. Gerrish trovò anche una quantità di documenti attestanti i finanziamenti “occulti”, provenienti dalle tasse dei contribuenti, destinati ad attività dell’organizzazione all’insaputa del pubblico. Scoprì che l’organizzazione non era radicata solo a Plymouth ma in ogni città britannica (45 sedi in Inghilterra) e aveva filiali in molti paesi del mondo, tra cui Francia, Germania, Ghana, Ungheria, India, Irlanda, Olanda, Sudafrica, Spagna, Svezia, Svizzera e Turchia. Non ancora negli Stati Uniti, ma il suo obiettivo dichiarato è quello di attivare proprie sedi laggiù al più presto.

    Le riunioni di Common Purpose si tengono seguendo la cosiddetta “Regola di Chatham House”: i partecipanti sono liberi di utilizzare le informazioni ricevute, ma non può essere rivelata né l'identità né l'appartenenza del relatore/i o di qualunque altro partecipante. Chatham House è la sede del Royal Institute of International Affairs, quartier generale degli Illuminati, e fa parte della rete che comprende anche il Council on Foreign Relations e la Commissione Trilaterale americana.  

    Il vero scopo dell’organizzazione è quello di provvedere al reclutamento e alla formazione dei leader che le saranno leali nel perseguimento degli obiettivi che l’organizzazione stessa (e l’Unione Europea che ne è l’emanazione) intendono perseguire, preparando il futuro governo di ciò che viene chiamato “società post-democratica”, cioè la società in cui le nazioni saranno abolite e sostituite da regioni dell’Unione Europea. Lo scopo è anche quello di costringere una riluttante Inghilterra a entrare in quel superstato poliziesco, postdemocratico e asservito allo strozzinaggio degli Illuminati che è l’Unione Europea.

    Ai vertici dell’organizzazione troviamo Julia Middleton, che sul sito di CP presenta il proprio curriculum omettendo di menzionare un’esperienza lavorativa piuttosto rilevante: è stata capo della selezione del personale nell’ufficio di John Prescott, vice primo ministro di Blair. A Prescott, secondo Gerrish, sarebbe stato assegnato il compito di creare nel Regno Unito le “assemblee regionali” che fanno parte del piano per abolire le nazioni e mettere le inermi “regioni” alla mercè dell’Unione Europea. In pratica, Common Purpose sta preparando anche in Inghilterra una rete di funzionari ad ogni livello che eseguano gli ordini dell’organizzazione senza indugio e senza porsi troppe domande, ottenendo in cambio ogni libertà di malversazione e nepotismo, come già accade negli Stati europei asserviti alla UE (in Italia dovremmo saperne qualcosa).

    Tra i membri “laureati” dell’organizzazione che occupano posti di rilievo (sono migliaia, hanno preso possesso di molte città inglesi e stanno estendendosi in ogni paese del mondo insieme all’organizzazione) spicca Cressida Dick, la responsabile dell’operazione di polizia che portò all’assassinio a sangue freddo di Jean Charles De Menezes, il ragazzo brasiliano che dopo gli attentati di Londra fu inseguito in metropolitana da agenti in borghese e ammazzato senza motivo con diversi colpi di pistola alla testa sparati a distanza ravvicinata. Per questo bestiale e intenzionale omicidio, che la stampa continua a chiamare “errore”, la Dick, anziché essere destituita, processata e incarcerata, è stata oscenamente promossa a vice assistente commissario della polizia metropolitana. Perché anche questo – secondo Gerrish - fa parte del metodo caratteristico che gli Illuminati adoperano per asservire e prostrare la popolazione dei paesi su cui mettono le grinfie: distruggere ogni riferimento morale della collettività, favorendo la brutalità, l’ingiustizia e la corruzione e costruendo attorno ad esse un aspetto “vincente” che faccia piazza pulita di ogni valore.  

    Lo scopo di questo che secondo Gerrish è un vero e proprio attacco alle istituzioni e alla democrazia britannica, è quello di minare alla base, demoralizzare e infine distruggere la società inglese secondo un piano d’attacco tipico degli Illuminati che coinvolge anche l’aspetto psicologico. Piano che prevede anche l’impiego di “psicopolitiche” del tipo definito a suo tempo da Lavrenti Pavlovich Beria, architetto delle purghe staliniane. Secondo la definizione di Beria, le psicopolitiche consistono in attività rivolte a provocare “il massimo di caos nella cultura del nemico”. Ciò viene perseguito sia attraverso l’improvviso ribaltamento di valori nelle istituzioni (manigoldi che corrompono, malversano, uccidono e rimangono impuniti, anzi si vantano delle proprie malefatte), sia attraverso l’introduzione di forme d’istruzione aberranti (nelle scuole inglesi è stato recentemente distribuito un libriccino che spiega ai bambini il sesso orale), sia attraverso il finanziamento e la diffusione di opere artistiche sconcertanti ed esteticamente ripugnanti (qualcosa del genere avvenne già in Europa dopo la seconda guerra mondiale, con il finanziamento delle “avanguardie artistiche” ad opera della CIA). 

    Gerrish ha scoperto che oltre 110 milioni di sterline dei contribuenti sono stati spesi per finanziare in gran segreto i corsi di Common Purpose per i titolari di cariche pubbliche che diverranno (anzi, sono già divenuti) gli agenti dell’organizzazione all’interno delle istituzioni. Tra gli appartenenti ad essa vi sono membri del Servizio Sanitario Nazionale, giornalisti della BBC, avvocati, personalità religiose, poliziotti, ufficiali dell’esercito, membri del Parlamento e dei governi locali, ministri del governo ed enti per lo sviluppo regionale. Il sito di Gerrish può essere consultato all’indirizzo http://www.eutruth.org.uk 

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    IL RAZZISMO A ROVESCIO

    di Gianluca Freda (28/09/2007 - 12:40)



    Gli articoli che pubblico o traduco in questo blog mi hanno già fruttato, com’è noto, gli appellativi di “nazista” e “antisemita”. Non è che la cosa mi tolga il sonno. Quando si raccattano parole a casaccio e le si scaglia goffamente contro un avversario che argomenta, si riesce solo a rendersi ridicoli. L’avversario, se ha argomenti solidi, se la ride. Sono le parole, purtroppo o per fortuna, a farsi molto male. Esse vengono inflazionate dall’abuso e finiscono per perdere il potere d’impatto originario. Vengono “disinnescate” e rese inoffensive dai colpi andati a vuoto. E’ ciò che è accaduto alle parole “nazista” e “antisemita” trasformate dalla pessima mira dei cretini in oggetti scheggiati, inerti e inservibili. La cosa, fin qui, non mi dispiace affatto. Questi due termini erano già morti da oltre mezzo secolo, appartenenti com’erano ad un lessico arcaico e privo di referenti concreti nella vita quotidiana. Erano tenuti in vita artificialmente solo nel cialtronesco polmone d’acciaio dei media mainstream, dove vegetavano in attesa di essere sputati con rabbia in faccia all’avversario irriducibile. La loro morte è stata un gradito regalo per molte persone, tra le quali i revisionisti dell’olocausto, che possono finalmente salutare con un educato marameo gli scemi che si ostinano a sparar loro addosso con quest’artiglieria ormai scarica e arrugginita.

    Non è la stessa cosa per la parola “razzista”. Questo termine, al contrario degli altri due, designava un fenomeno nient’affatto scomparso, ma anzi ben radicato e vivo nel corpo sociale. Un fenomeno che, negli ultimi vent’anni, ha subito alle nostre latitudini una crescita esponenziale. Il “razzismo” è la cosa che più odio al mondo e mi dispiace davvero di aver contribuito – sia pure in modo passivo – alla demolizione semantica del sostantivo che designa i suoi propugnatori, facendo da bersaglio agli imbecilli. “Razzista” era una parola seria e grave che avrebbe dovuto essere usata con parsimonia per preservarne la valenza denigratoria. Invece la si è usata a vanvera in infinite occasioni, compreso il tentativo di colpire chi denuncia i crimini ebraici verso il genere umano, finendo per tramutare anch’essa in un’arma spuntata. Perché, se non lo si fosse capito, il razzismo con il problema ebraico non c’entra assolutamente un tubo.

    Sorvoliamo pure sull’etimologia del termine, che parte dal concetto, scientificamente fasullo e astruso, di “razza”, cioè della possibilità di identificare determinati gruppi d’individui in base ai loro tratti genetici e fisionomici. Nessuno, oggi, è così idiota da credere una cosa simile riguardo agli ebrei. Gli ebrei sono, semmai, una categoria, denotata da una serie di caratteristiche (culturali, religiose, economiche, ecc.) che con la genetica non hanno niente a che fare. Ma il punto è un altro. “Razzista” è parola sopravvissuta all’auspicato decesso scientifico delle teorie razziali riconnotandosi come discriminazione sociale e politica. “Razzista” è oggi colui che emargina e perseguita categorie più deboli facendosi forte della propria posizione nella gerarchia sociale. Il razzismo è una cosa esercitata dai forti verso i deboli, in particolar modo dai ricchi verso i poveri. Il razzismo dei deboli verso i forti o dei poveri verso i ricchi, non si chiama razzismo: si può chiamare ribellione, insurrezione, lotta di classe o – nei casi più felici – rivoluzione. Definire “razzismo” l’avversione dei deboli contro l’arroganza e la ferocia dei forti non fa che snaturare questa parola, privandola della sua forza morale. Si può essere razzisti contro gli zingari e i lavavetri, contro i negri e contro gli arabi. Ma essere razzisti contro gli ebrei – quand’anche qualcuno lo volesse davvero – è impossibile per definizione.

    Gli ebrei, nel caso non lo si fosse notato, non sono certo una categoria debole. Tutt’altro. Sono attualmente la categoria più ricca, potente e benestante del mondo. Sono a capo di tutte le maggiori organizzazioni finanziarie e bancarie del pianeta, che hanno letteralmente annullato e asservito il potere dei governi nazionali. Nomi ebraici come Rothschild, Bernanke, Wolfowitz, Freedberg, Neubauer, Goldberg, Zoellick e infiniti altri dovrebbero essere noti anche alle persone meno informate sui meccanismi dell’economia. Gli ebrei controllano i maggiori network mondiali dell’informazione:  Time Warner (Gerald Levin), Viacom (Sumner M. Redstone), Disney (Bob Iger, membro del movimento fondamentalista ebraico Aish Ha Torah), News Corporation (Rupert Murdoch), Vivendi (Edgar Bronfman Jr, figlio di Bronfman Sr che è presidente del Congresso Mondiale Ebraico), Bertelsmann (Thomas Middelhof) sono aziende che insieme controllano il 96% dell’informazione mondiale. Tutte possedute e/o controllate da ebrei. Gli ebrei possiedono lobby potentissime come l’AIPAC e laAnti Defamation League che letteralmente impongono i propri voleri e i propri uomini di fiducia al governo americano e a quello dell’UE. Gli ebrei possiedono uno stato situato in una posizione geostrategica fondamentale, leader mondiale nella tecnologia militare e dotato di un numero imprecisato – ma sicuramente nell’ordine delle centinaia – di testate nucleari.

    Nonostante questo – e grazie soprattutto all’influsso esercitato sulle menti dal suddetto strapotere mediatico – la maggior parte delle persone continua a pensare agli ebrei secondo l’antico stereotipo del barbuto straccione, perseguitato e segregato nel ghetto; quando dovrebbe essere ormai evidente che a rischiare la ghettizzazione e l’accattonaggio sono tutti coloro che devono subire lo strapotere di cui sopra, cioè la quasi totalità del genere umano. Per questo dico che l’avversione verso questo strapotere può essere considerata – a seconda dei punti di vista – una cosa opportuna o inopportuna, bella o brutta, sacrosanta o infame. Ma una cosa è certa: comunque la si pensi, quest’avversione non ha nulla a che vedere col razzismo. Gli ebrei non sono più – e forse non sono mai stati – abbastanza deboli da poter essere oggetto di razzismo. Soggetto, semmai, come spesso accade. La devastazione dei territori palestinesi da parte di Israele e il suo totale disprezzo verso la vita e la dignità delle popolazioni arabe è appunto l’esercizio del potere discriminatorio di una categoria economicamente e militarmente più forte verso quelle più deboli. Qui il razzismo trova la sua più elementare ed intuitiva significazione. Bollare come “razzista” chi mette a nudo il sopruso dei potenti non fa altro che rovesciare nel suo opposto e rendere inutilizzabile un fondamentale concetto di avversione per ogni forma di sopraffazione, che meriterebbe ben altri e più appropriati ambiti di applicazione.

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    SIAMO FOTTUTI

    di Gianluca Freda (27/09/2007 - 14:13)



    L’ARSENALE NUCLEARE AMERICANO SARA’
    “SORVEGLIATO” DA ISRAELE

    di Michael Collins Piper
    dal sito kavkazcenter.com
    Traduzione di Gianluca Freda
     

    I sostenitori di Israele in America sono stati felici di apprendere che una compagnia israeliana – la Magal Security Systems, parzialmente di proprietà del governo israeliano – è ora a capo della sicurezza delle principali installazioni di difesa nucleare e dei magazzini per lo stoccaggio degli armamenti degli Stati Uniti.

    La Magal, oggi la più grande azienda del mondo nel settore della sicurezza, aveva iniziato come divisione della Israeli Aircraft Industries (IAI) che era controllata in parte dal governo di Israele. Tuttavia, negli ultimi anni, la Magal è diventata una compagnia a capitale pubblico, benché la IAI (e quindi il governo israeliano) detenga ancora una quota consistente delle azioni di questa azienda di grande successo.

    Questo vuol dire che il governo israeliano avrà di fatto il controllo sulla sicurezza delle armi nucleari americane.

    I sostenitori di Israele diranno che questa è una splendida idea, poiché si dice che Israele sia il migliore alleato dell’America sulla faccia del pianeta. Tuttavia esistono alcuni criticoni a cui non sembra opportuno che la sicurezza del super-sensibile arsenale nucleare americano sia nelle mani di una nazione straniera, soprattutto Israele il quale, a tutt’oggi, continua a negare ufficialmente di essere impegnato nella fabbricazione di armi nucleari.

    Comunque sia, gli interessi globali della Magal sono piuttosto variegati. Dopo aver garantito la sicurezza del 90% dei confini israeliani, attraverso un sistema a largo raggio di tecnologia ultramoderna, la Magal si è ramificata a livello internazionale.

    Non solo la Magal si occupa della sicurezza delle installazioni nucleari americane, ma svolge lo stesso compito per la gran parte delle installazioni nucleari dell’Europa Occidentale e dell’Asia. Inoltre, l’azienda israeliana garantisce la sicurezza dell’aeroporto O’Hare di Chicago e negli ultimi quindici anni ha fornito i sistemi di sicurezza per il celebre Buckingham Palace londinese, residenza della regina Elisabetta. In più, la Magal fornisce apparati di sicurezza al 90% delle carceri americane dotate di sistemi elettronici. La Magal si vanta che i suoi clienti in giro per il mondo gli hanno appaltato: confini, aeroporti, siti industriali, centri di comunicazione, installazioni militari, centri di detenzione, agenzie governative, proprietà e residenze dei VIP, edifici commerciali e magazzini di stoccaggio.

    Non esiste grande paese o grande azienda che non abbia qualche specialista della Magal che tiene d’occhio le sue attività.

    Ovviamente la Magal non è una piccola azienda. Se il 27% del suo fatturato è sul mercato israeliano, il suo più ampio mercato è quello americano, che corrisponde attualmente al 35% delle sue vendite.

    Tuttavia, si prevede che la presenza della Magal in America sia in procinto di estendersi, visto che l’azienda ha aperto una sede a Washington, DC, che servirà a promuovere i suoi prodotti presso le agenzie federali e i membri del Congresso che sovrintendono al finanziamento dei progetti di sicurezza a supervisione federale ad ogni livello: locale, statale e nazionale.

    E poiché l’attuale capo della Homeland Security americana, Michael Chertoff, è non solo un incallito sostenitore di Israele, ma anche figlio di una donna che con Israele ha forti legami – compreso un impiego presso la El Al, la compagnia aerea israeliana – la Magal, parzialmente di proprietà delle Israeli Aircraft Industries, sarà chiaramente favorita dagli appaltatori di Washington, che hanno il potere di assegnare lucrosi contratti per la sicurezza.

    Attualmente la Magal possiede quattro consociate negli Stati Uniti: due in California, la Stellar Security Products, Inc. e la Perimeter Products Inc., una con sede a New York, la Smart Interactive Systems, Inc., infine la Dominion Wireless, Inc. con sede in Virginia.

    A conti fatti, l’azienda israeliana controlla il 40% del mercato mondiale dei sistemi di rilevamento di violazione perimetrale e sta lavorando per espandere le proprie attività nel settore della protezione degli oleodotti.

    Si dice che la Magal sia anche interessata alla sorveglianza dei corsi d’acqua di tutto il mondo e particolarmente degli Stati Uniti. In effetti, la Magal sta accarezzando l’idea di ottenere il monopolio della sorveglianza delle risorse idriche americane.

    Il 19 luglio l’Agenzia per la Protezione Ambientale dell’amministrazione Bush ha annunciato una partnership con il Ministero delle Infrastrutture israeliano per migliorare ciò che essi chiamano “la sicurezza del sistema di rifornimento idrico degli Stati Uniti e d’Israele”. Essendo la Magal così rinomata in Israele, si può facilmente immaginare che sarà lei a occuparsi della sorveglianza delle risorse idriche americane.

    (Michael Collins Piper è corrispondente della American Free Press e autore di "The New Jerusalem:Zionist Power in America", "The High Priests of War," e di "Final Judgment", in cui viene studiato nei dettagli il ruolo del Mossad nella cospirazione per l’assassinio di JFK).   

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    IL GRANDE DRAGO ROSSO

    di Gianluca Freda (26/09/2007 - 16:01)



    L’IMPERIALISMO DEL CAPITALE EBRAICO
    di Henry Makow
    dal sito www.savethemales.ca
    Traduzione di Gianluca Freda
     

    Un libro pubblicato nel 1889, The Red Dragon [il drago rosso] di L. P. Woolfolk, mi fa pensare che l’imperialismo britannico (e americano) sia stato originato dalla necessità di alcuni banchieri (per la maggior parte) ebraici e dei loro soci Gentili di trasformare il denaro da essi creato dal nulla (grazie al controllo del credito) in ricchezza reale (vale a dire: di impossessarsi del mondo).

    Il libro conferma la mia affermazione secondo la quale “Il ‘complotto’ ebraico è l’imperialismo britannico” (maggio 2004).

    Quando questi banchieri ottennero, nel 1694, il monopolio del credito, si trasformarono in un mostro che oggi ha preso in ostaggio l’intera umanità. Il cartello bancario con base a Londra ha letteralmente ingurgitato il pianeta e non sarà soddisfatto finché non riuscirà a possedere tutto e ad asservire il genere umano, spiritualmente e mentalmente, se non anche fisicamente. Questo, in sintesi, è il Nuovo Ordine Mondiale.

    L’ultima spallata fu opera di un uomo di punta dei Rothschild, Cecil Rhodes, che nel 1891 iniziò ad “assorbire la ricchezza del mondo” e ad “assumere il governo del mondo intero”.

    Un’indagine delle Nazioni Unite rivela che il 2% della popolazione mondiale possiede il 50% delle ricchezze, mentre metà della popolazione mondiale possiede a stento l’1% della ricchezza. Inutile dire che quel 2% più ricco è rappresentato in gran parte dai banchieri con sede a Londra e dai loro associati.

    Oggi l’imperialismo britannico, americano e sionista persegue l’obiettivo dei banchieri: “governare il mondo” attraverso la distruzione della religione, delle nazioni, della razza e della famiglia. Questo imperialismo non esprime affatto gli interessi del popolo inglese, americano o ebraico.
     

    IL DRAGO ROSSO
     

    L. B. Woolfolk era un predicatore battista americano che aveva indagato sulle macchinazioni del cartello bancario londinese nei tre decenni seguiti alla Guerra Civile. Aveva trovato conferma alle sue teorie grazie ad alcune visite a Londra e a contatti con membri di questo cartello. Egli afferma che il “Grande Drago Rosso” è il simbolo del “potere monetario degli ebrei londinesi”.

    Nel suo libro egli descrive in che modo questo cartello abbia comprato l’intera economia americana attraverso degli intermediari e sia riuscito ad assumerne il controllo, molto prima dell’approvazione del Federal Reserve Act nel 1913.

    Già nel 1864, quasi 150 anni fa, Woolfolk sosteneva che la ricchezza del mondo fosse concentrata nelle mani di questo cartello bancario.

    “L’Imperialismo del Capitale a cui mi riferisco è un nodo di capitalisti – quasi tutti ebrei – che ha stabilito la propria sede centrale nel quartiere degli affari londinese, Threadneedle Street, Lombard e altre strade nelle vicinanze, dove i banchieri hanno la propria residenza. Questi capitalisti ebrei sono riusciti a concentrare nelle proprie mani tutta l’industria e il commercio della Terra. Sono creditori di quasi tutti i debiti del mondo – i debiti di nazioni, stati, contee, municipi, corporazioni e singoli individui – il cui ammontare è stimato, nel totale, a settantacinque miliardi di dollari, sui quali ricevono annualmente circa quattro miliardi di dollari d’interesse. Possiedono le manifatture, i trasporti e il commercio dell’intera Gran Bretagna e la maggior parte delle manifatture, dei trasporti e dei commerci del resto del mondo. Hanno conquistato il controllo dell’industria e del commercio di tutta la Terra; e stanno rapidamente concentrando nelle proprie mani ogni tipo di business. Controllano le grandi rotte commerciali e gli affari di ogni genere e stabiliscono i prezzi con propri metodi arbitrari. Questo potere monetario del quartiere degli affari di Londra è l’unico grande imperialismo di dominio che esista sulla Terra”.

    Woolfolk fa risalire le origini di questo cartello alla creazione della Compagnia delle Indie britannica nella prima metà del diciottesimo secolo.

    “Nel 1764 la Compagnia delle Indie britannica era la più grande e ricca corporazione del mondo. Era l’unica corporazione esistente e dominava un impero territoriale. Veniva arricchita dai traffici, dall’espansione dei propri commerci attraverso la conquista delle postazioni commerciali dei suoi rivali sul continente e dallo sfruttamento dell’intera India... ma avvenne che la maggior parte del capitale della Compagnia delle Indie Orientali e delle altre compagnie edificate sui dividendi di quella grande corporazione cadde nelle mani degli ebrei. Gli ebrei divennero i grandi Sovrani Monetari del mondo. Non esiste in tutta la storia un esempio di percorso di conquista in cui la frode, l’inganno e la rapina siano stati amalgamati in modo così perfetto come avvenne nella conquista dell’India da parte della Compagnia delle Indie Orientali. Fu il primo caso nella storia del mondo di compagnia commerciale che si trasforma in potere imperiale; e il suo dominio imperiale fu contraddistinto dalla rapacità, dal sotterfugio e dalla frode che caratterizzano ogni grande corporazione nel perseguimento spietato e incosciente del profitto”.

    Con l’invenzione del motore a vapore nel 1775, solo i capitalisti della Compagnia delle Indie britannica possedevano i mezzi per trarre profitto dalla rivoluzione industriale. Misero in piedi centinaia di compagnie d’affari – fabbriche di ogni tipo, aziende minerarie che estraevano ferro e carbone, industrie navali, ferroviarie, immobiliari – che dovevano servire a celare la proprietà e la vera fonte degli investimenti.

    “Durante le crisi commerciali, spesso originate e sempre manipolate da loro, essi riuscivano sistematicamente a distruggere le compagnie rivali e poi ad acquistarle, derubando e saccheggiando gli azionisti di minoranza; finché, a un certo punto, questi capitalisti organizzati ebbero nelle proprie mani, a prezzo irrisorio, tutto o la gran parte del capitale delle varie compagnie manifatturiere, mercantili e dei trasporti che era stato generato con l’industria del vapore. Ridussero a scienza e a sistema l’arte di schiacciare le compagnie rivali e di tagliar fuori gli azionisti di minoranza”.

    Woolfolk è convinto che i Rothschild non agirono da soli ma in rappresentanza di un’organizzazione di banchieri ebrei.

    “L’ascesa della casa dei Rothschild va ricordata come la prima grande aggregazione degli ebrei in una struttura organizzata, allo scopo di intervenire su un enorme territorio d’affari attraverso l’unificazione dei loro capitali. I Rothschild divennero i capi dei Sovrani Monetari Ebrei e da allora sono sempre stati a capo degli ebrei, agendo come una struttura organizzata. Quel casato è probabilmente a capo del Potere Monetario Ebraico del mondo intero. L’entità di questo Potere Monetario è semplicemente incalcolabile. Non può ammontare a meno di 160,000,000,000 di dollari. Probabilmente si avvicina ai duecento miliardi... Il Potere Monetario possiede ormai così tanto denaro che non sa più dove investirlo. Se raddoppierà ancora avrà pressappoco il valore di tutte le proprietà esistenti sulla Terra. All’inizio di questa ascesa, un raddoppiamento del capitale significava 100,000,000 di dollari. Oggi un raddoppiamento di questo capitale ammonterebbe a 400,000,000,000 di dollari. e tutte le proprietà esistenti al mondo hanno un valore inferiore a 600,000,000,000 di dollari”.

    Secondo Woolfolk, i Rockefeller e molti grandi industriali e finanzieri americani erano agenti del Potere Monetario londinese. La Standard Oil è un tipico esempio di come esso avesse istituito un regime di monopolio in ogni settore. Avendo la proprietà delle ferrovie che erano necessarie per il trasporto del petrolio, il Potere Monetario si sbarazzava dei concorrenti adottando prezzi più bassi.

    Questo cartello dei cartelli tenne in riga la classe imprenditoriale inventandosi lo spettro del comunismo:

    “La loro politica è quella di fomentare la paura del comunismo e del socialismo in tutte le grandi città; così che gli uomini d’affari, sentendosi antagonisti di queste idee, si schiereranno dalla parte del Potere Monetario. E’ significativo che i principali propugnatori del socialismo siano ebrei, i quali agiscono probabilmente da agenti del Potere Monetario che tiene accese queste agitazioni per i propri scopi... Fa tutto parte della consumata abilità di questi Signori del Denaro”.
     

    CONCLUSIONE
     

    Il Drago Rosso è un essenziale promemoria del fatto che, già 150 anni fa, ricchezza e potere erano concentrate in relativamente poche mani. Ne consegue che la storia moderna rispecchia le macchinazioni segrete di questo Potere Monetario per promuovere il proprio “governo del mondo”.

    Oggi abbiamo le prove che esiste un’unica mano a guidare tutte le grandi multinazionali. Ad esempio, tutte cantano lo stesso rosario sulla diversità e il femminismo. Tutti i presidenti americani sono uomini di punta di questo cartello di banchieri. I loro esecutivi sono composti da persone scelte tra le fila dei funzionari controllati dai Rockefeller. I presidenti che osano sfidare il Potere Monetario vengono eliminati (i più recenti sono stati JFK e Nixon). Tutti i candidati alla presidenza sostengono Israele, che è stato creato dal cartello bancario per essere la capitale del loro governo mondiale.

    Il problema è essenzialmente politico ed economico: l’eccessiva concentrazione di potere e ricchezza in poche mani. Tratterò in futuro del fatto che molte di queste mani appartengono ad ebrei. Ho sempre pensato che questo cartello fosse spinto soprattutto dal desiderio di consolidare la propria posizione, ma ora inizio ad accettare il fatto che nel loro disegno l’eresia sabbatiana ebraica sia un fattore determinante. Chiunque sia in grado di creare qualcosa dal nulla pensa di essere Dio.

    Il problema fatale è nato dal fatto che le altre nazioni del mondo non hanno avuto l’intelligenza, la forza o il coraggio di creare da sole la propria moneta. Un problema che tuttora persiste.

    Alla fine il buon senso prevarrà: non in quanto buon senso, ma perché la continua violazione del buon senso porta inevitabilmente al collasso.

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    CRONACA DI UN BLITZ DI SUCCESSO

    di Gianluca Freda (24/09/2007 - 17:56)



    Prendendo con le dovute cautele le notizie pubblicate da Repubblica ed essendo facile profeta nell’immaginare che lo svolgimento dei fatti si rivelerà ben presto molto diverso da ciò che è riportato dai giornali di regime, vorrei commentare a mia volta alcuni commenti del mondo politico riguardo il recente blitz delle forze Nato in Afghanistan che ha portato alla “liberazione” dei due ostaggi italiani. Il blitz si è risolto, com’è noto, in un bagno di sangue in cui hanno trovato la morte, oltre ai rapitori, anche altre persone il cui coinvolgimento nel sequestro non è affatto provato. I due ostaggi, dal canto loro, sono a loro volta rimasti feriti, uno in modo molto grave. Di fronte a questa ecatombe, frutto della ferocia e dell’incapacità delle truppe Nato, che hanno preferito una strage al pagamento di un insignificante riscatto, i nostri politici hanno commentato:

    Fausto Bertinotti: "E' bene quel che finisce bene. Tiriamo tutti un sospiro di sollievo. E' bene che tutto il Paese sia unito in questa soddisfazione perchè è finito il rischio per la vita di due persone". Bertinotti è notoriamente cultore di una branca alternativa della medicina nella quale le ferite d’arma da fuoco al collo e alla testa non rappresentano, per le persone, un rischio di vita degno di nota. Non posso che augurare a lui e al suo partito una conclusione altrettanto felice della loro lunga esperienza politica. Anch’io potrò tirare, quando ciò avverrà, un legittimo sospiro di sollievo.

    Gennaro Migliore: "Noi siamo impegnati a chiedere una soluzione politica ed è ora che il governo italiano nel suo insieme ottenga finalmente la conferenza di pace, perchè se non vanno via tutti i militari dall'Afghanistan quella situazione rimarrà senza soluzione". Dopo aver udito l’opinione di Bertinotti, ascoltare un membro del suo partito che ciancia di “soluzioni” mi spinge illogicamente verso uno scetticismo piuttosto marcato. Spero soltanto che si tratti, come sempre, di pure chiacchiere a vanvera.

    Gianni Letta: "Il ritiro delle truppe dall'Afghanistan è un argomento che non esiste". Come no? Io dico che bisogna ritirare le truppe italiane dall’Afghanistan, immediatamente, senza chiacchiere e senza condizioni. Visto che l’argomento esiste? Se Letta non è d’accordo può anche levarsi dai piedi e andare a fare il barista, visto che sono io (tra gli altri) che gli pago stipendio, emolumenti e privilegi.

    Giuliano Amato: “Un grande sospiro di sollievo. Non ho notizie freschissime sulla salute di quello dei due ragazzi che è rimasto ferito in modo meno lieve, però la soddisfazione è anche per il fatto che è stata la nostra intelligence che ha immediatamente localizzato dove erano e che poi un'operazione insieme alla Nato ci ha liberato da quello che poteva diventare un problema molto angoscioso". Vorrei fornire ad Amato le notizie freschissime che i suoi irrisolti problemi di alfabetizzazione gli impediscono di leggere su internet e sui giornali. Il tizio ferito in modo “meno lieve” è stato appena operato per ferite al collo e alla testa. Se pure avrà salva la vita, difficilmente quella vita sarà lieta. E’ bello sapere di aver messo la nostra sicurezza nelle mani di un ministro dell’interno che considera un simile epilogo un sollievo e una fonte di soddisfazione. Ciò aiuta a farci un’idea di cosa abbia in mente Amato quando incita alla guerra contro i lavavetri. Naturalmente ci verrà raccontato che a ferire gli ostaggi sono stati i malvagi rapitori e non le bestie della Nato sparando all’impazzata, e noi, con fede incrollabile, crederemo, obbediremo e combatteremo. Amato è una persona sincera. Dice senza mezzi termini che il blitz Nato “ci ha liberato da un problema molto angoscioso”. Il “ci”, ovviamente, è riferito a lui e alla sua banda di scaldapoltrone a scrocco, che senza la strage della Nato avrebbero rischiato di veder rivelata al paese, per la milionesima volta, la loro incapacità operativa. Con un paese sull’orlo della rivolta contro gli scaldapoltrone, non sarebbe stato salutare. La cura fa schifo, il paziente è morto, ma il governo e la poltrona di Amato sono salvi. Sia lodato Gesù Cristo.

    Romano Prodi: "Il risultato dell'operazione militare è stato una dura sconfitta dei rapitori e quindi un ammonimento per il futuro". Per questa dichiarazione insignisco Prodi della medaglia d’oro ad honorem nei campionati mondiali di understatement per tutti i decenni a venire. E’ interessante sentir definire “sconfitta per i rapitori” una carneficina indistinta di persone dalla quale gli stessi ostaggi sono usciti con un piede nella fossa. Per l’altro piede, quello rimasto fuori, temo debbano ringraziare, più che l’intervento degli eroici sparacchiatori americani, la loro pessima mira e una dose di culo così spropositata da suscitare la mia più profonda invidia. Ripenso a certi proclami preelettorali in cui Prodi affermava “sconfiggeremo la disoccupazione” e tutto ad un tratto non sono più così scontento per l’inazione dell’esecutivo. Su una cosa Prodi ha ragione: la carneficina sarà un ammonimento per tutti i futuri rapitori. Da oggi, cari delinquenti afghani, solo trattative brevissime, cinque-sei giorni al massimo. Trascorso infruttuosamente questo termine,  meglio sbarazzarsi della merce di scambio, seppellirla in qualche luogo isolato e procurarsene dell’altra. Tanto la materia prima, in Afghanistan, non è che manchi.

    Romano Prodi/ bis: "Si è trattato di un'operazione difficile condotta con mezzi sofisticati ma che alla fine ha visto l'impegno diretto delle persone". Gli Stati Uniti, in effetti, hanno una lunga tradizione nell’uso di questi mezzi sofisticati in accordo coi servizi segreti italiani. Una tradizione che risale a Portella delle Ginestre, passando per la stazione di Bologna e la Banca dell’Agricoltura. Anche Giuliana Sgrena e Nicola Calipari ne sanno qualcosa. E’ la celebre tecnica del “chi coglio coglio” che respinge le anodine distinzioni tra rapitori e ostaggi, carnefici e vittime, semplici passanti e semplici passanti. Importante la precisazione che è stato “l’impegno delle persone” a produrre questi brillanti risultati. Affinché nessuno pensi che ostaggi e rapitori si siano fatti male cadendo dal motorino.

    Rosy Bindi: “Credo che per l'Afghanistan abbiamo fatto una scelta che non può essere rimessa in discussione, anche di fronte a fatti dolorosi che si sono verificati". Traduzione: “Credo che per l'Afghanistan abbiamo fatto una scelta che non abbiamo le palle di rimettere in discussione, e chi se ne frega dei fatti dolorosi che si sono verificati e delle promesse elettorali. Amici belli, questi ammazzano rapitori e ostaggi senza fare troppe distinzioni. Voi rischiereste la pelle e la poltrona per togliere dai guai una soldataglia che nemmeno conoscete? Non siate ridicoli". Come darle torto?

    Charles Anthony, portavoce dell’Isaf: "Questa operazione conclusasi con successo è la prova della determinazione dell'Isaf nell'affrontare gli atti di terrorismo in Afghanistan". Bravi, eccellente risultato. Da oggi in poi seguirò con il massimo interesse gli sviluppi di questa appassionante gara di determinazione tra l’Isaf e le bande talebane. Non voglio perdermene neanche un minuto. Indovinate per chi faccio il tifo.