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    RISERVISTI CULTURALI

    di Gianluca Freda (18/08/2007 - 16:51)


    Scrive il lettore Paolo riguardo al mio articolo sulla derivazione della mitologia cristiana da quella egizia di Horus:

    Peccato che al contrario esistono testimonianze degli stessi storici romani sull'esistenza di Cristo. e sono così chiare che la storiografia moderna, quella seria e non quella da circo di questo tal freda,  ormai non mette più un dubbio la storicità dei vangeli. e non lo dico tanto per dire, basterebbe frequentare un pò di più le pagine dei libri seri anzichè rifarsi a certa mitologia facilmente confutabile (è stato già fatto da messori sig. freda, ma mi riservo di citarne poi alcuni stralci se avrò tempo).

    Caro Paolo, perché si “riserva di citarli”? Li citi. Io non pretendo di essere portatore di verità assolute. Adoro essere contraddetto con argomenti validi. Il guaio è che ho sempre a che fare con persone convinte che argomenti e parole in libertà siano la stessa cosa. Oppure con persone che “si riservano” e non citano mai. O ancora con persone che quando le loro “citazioni” vengono a loro volta contraddette, non proseguono nella discussione, ma se la danno a gambe, lanciando irosi anatemi e giurando di non voler avere mai più nulla a che fare con me. La prego, confuti ciò che è “facilmente confutabile”! Osi, perdìo!

    Per quanto ne so, le uniche fonti romane che citano Gesù sono le seguenti:

    - Tacito, che cita brevemente il nome di Cristo in Annales, xv, 44, ma solo per farne il nome e dire che fu giustiziato in Giudea sotto Ponzio Pilato. Notizie già ampiamente diffuse nelle sette cristiane della sua epoca, che non dicono nulla sul resto della biografia di Gesù (la nascita da una vergine, la cometa, i miracoli, ecc.). Del resto anche Plinio e Svetonio parlano diffusamente del propagarsi del cristianesimo, ma non forniscono nessuna notizia biografica sul fondatore del culto.

    - Giuseppe Flavio (Josephus), storico ebreo del I secolo, il cosiddetto “Testimonium Flavianum” citato spesso dalla Chiesa come prova dell’esistenza storica di Gesù. In Antiquitates Judaicae, XVIII, 63-64, egli fa riferimenti un po’ più precisi: « Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d’altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani ». Purtroppo questo passo è ritenuto da quasi tutti gli studiosi come frutto di una manipolazione successiva del testo da parte dei cristiani. Infatti, lo stesso passo, citato da altri autori (ad es. dallo scrittore arabo del X secolo Agapio di Ierapoli) appare molto diverso. Dopo la caduta di Roma, gli scritti di Josephus furono conservati dai cristiani, i quali ebbero tutto il tempo di eseguire aggiunte, visto che i primi manoscritti di Josephus a noi pervenuti sono redazioni eseguite nell’XI secolo.

    - Il vescovo Papia di Ierapoli (70-150), autore di un’opera di cui ci sono rimasti solo pochi frammenti e che si suole intitolare “Spiegazioni di detti del Signore”. I frammenti in nostro possesso fanno riferimento ad alcuni motti di Gesù già diffusi nella tradizione orale, che non sono certo dimostrazione dell’esistenza, all’epoca, di testi biografici scritti (cioè dei Vangeli).

    Si veda anche, a proposito dell’improponibilità delle argomentazioni sulla storicità di Gesù, la conferenza di Luigi Cascioli a Venezia tenutasi lo scorso 16 maggio.

    A proposito della derivazione della mitologia cristiana dal culto di Horus, pubblico qui sotto una riproduzione dell’incisione egizia visibile nel Tempio di Luxor (l’antica Tebe). L’immagine può essere ingrandita cliccandoci sopra:



     


     

    Su questa incisione, scrive Gerald Massey in The Historical Jesus and the Mythical Christ:

    “Vi si può scoprire che la storia narrata nel Vangelo era già stata “scritta prima”, dall’inizio alla fine. La storia della divina Annunciazione, dell’Immacolata Concezione (o Incarnazione), della Natività e dell’Adorazione del Messia bambino, erano già state scolpite in geroglifici e raffigurate in quattro scene consecutive sui muri interni del Tempio di Luxor, fatto costruire da Amenhept III, faraone della diciottesima dinastia (1700-1600 a.C.). Nell’immagine, la regina Mut-Em-Ua, madre di Amenhept, suo futuro figlio, impersona la vergine madre che ebbe gravidanza priva di congiunzione carnale, la madre come barca del sole, la madre dell’Uno e Solo...

    Nella prima scena sulla sinistra si vede il dio Taht (Thoth), il Mercurio lunare, la divina Parola o Logos, nell’atto di salutare la vergine regina, annunciandole che darà alla luce un figlio. Nella scena successiva, il dio Kneph (unitamente a Hathor) infonde la vita dentro di lei. E’ lo Spirito Santo che provoca la concezione; Kneph, in questo caso. La gravidanza e la concezione sono rese evidenti dalle forme più rotonde del ventre della vergine. Si vede poi la madre seduta sulla sedia della levatrice e il bambino sollevato dalle mani di una delle ancelle. La quarta scena è quella dell’Adorazione. Qui il bambino è seduto sul trono e riceve omaggi dagli dèi e doni dagli uomini. Dietro il dio Kneph, a destra, ci sono tre uomini inginocchiati, che offrono doni con la mano destra e la vita con la sinistra. Il bambino così annunciato, incarnato, nato e adorato è la rappresentazione faraonica di Aten il Sole, Adon in Siria, Adonai in ebraico, il Cristo-bambino (Krst) del culto di Aten, la miracolosa concezione della vergine madre personificata da Mut-Em-Ua”.

    Orbene, caro Paolo, ha qualcosa da dire? Ha qualche spiegazione per questa incontrovertibile corrispondenza tra culto del Sole e culto cristiano, diversa dalla scopiazzatura pedissequa dei miti egizi da parte di quest’ultimo? E per tutti gli altri parallelismi di cui ho parlato negli articoli precedenti? Ha qualcosa da citare? O preferisce, ancora una volta, “riservarsi”?

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