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    LO STRANO SUICIDIO DI PRIMO LEVI

    di Gianluca Freda (31/07/2007 - 23:06)



    Traduco qui di seguito una parte di un articolo di Diego Gambetta, scritto nel 1999, relativo al “suicidio” dello scrittore Primo Levi. L’articolo completo si può leggere sul sito del Boston Review, alla pagina http://www.bostonreview.net/BR24.3/gambetta.html .

    Purtroppo l’articolo è enorme e non ho il tempo di tradurlo tutto. Se qualcuno fosse così gentile da fornirne o reperirne una versione in italiano (ad esempio i ragazzi di ComeDonChisciotte, che riprendono ogni tanto i miei pezzi e mi hanno chiesto di segnalargli gli articoli in inglese meritevoli di traduzione) gliene sarei molto grato. Per correttezza devo precisare che nell’articolo in questione, Gambetta, pur mettendo seriamente in dubbio l’idea che Primo Levi abbia inteso togliersi la vita, mostra di credere all’ipotesi di un incidente più che a quella di un omicidio. Tuttavia alcuni passi del suo articolo (come il paragrafo V, di cui riporto la traduzione) lasciano veramente sbigottiti.

     

    GLI ULTIMI ISTANTI DI PRIMO LEVI
    di Diego Gambetta

    V.

    Il mistero che circonda la morte di Levi non finisce qui. Due anni fa, nel decimo anniversario della morte, Elio Toaff, rabbino capo di Roma, fece una straordinaria rivelazione. Ad un convegno commemorativo in un’università romana, rivelò che Levi lo aveva chiamato al telefono “dieci minuti prima” di morire. Levi sembrava depresso. Non disse al rabbino che aveva intenzione di uccidersi, e il rabbino, come ricorda con dispiacere, non immaginò quel che stava per accadere. Il rabbino ricorda ciò che Levi gli disse: “Non ce la faccio più ad andare avanti con questa vita. Mia madre è malata di cancro e ogni volta che guardo il suo viso mi vengono in mente le facce di quegli uomini in fila dietro i reticolati di Auschwitz”. Quando intervistai Toaff a Roma nel giugno 1998, egli confermò la versione degli eventi come riportata dalla stampa italiana, compreso il momento della telefonata. Mi disse anche che per discrezione non aveva mai parlato di questo episodio in precedenza, neanche privatamente. Disse di aver deciso di rivelarlo in occasione del raduno in modo impulsivo e per amore della verità: “Si continuavano a dire troppe cose assurde”. La rivelazione fu fatta in risposta a una domanda posta da un partecipante al convegno, relativa ai dubbi sollevati da Levi Montalcini e Mendel circa il motivo per cui Levi avrebbe dovuto ricorrere ad un suicidio così scomposto pur avendo alternative migliori. “La mente di un suicida può trovarsi in uno stato che renda impossibile analizzarla con criteri razionali”, mi disse Toaff.

    Questa potrebbe essere la prima, decisiva prova circostanziale che la morte di Levi, dopo tutto, potrebbe davvero essere imputata a suicidio. Le parole di Levi citate dal rabbino, inoltre, mostrano che i ricordi di Auschwitz lo avevano davvero perseguitato fino alla fine.

    Ma quanto è attendibile questa prova? Ormai nei suoi ottant’anni, Toaff appare lucido ed attivo. Eppure le circostanze relative a quella telefonata non sono molto chiare. Levi non era religioso. E’ strano che abbia deciso di rivolgersi al rabbino. Rita Levi Montalcini, che insiste ad avanzare dubbi riguardo al suicidio, afferma di aver parlato con Levi la sera prima del suicidio e di averlo trovato di buon umore. Giovanni Tesio, che pure aveva parlato con Levi il giorno prima, mi confermò di aver avuto la stessa impressione. Inoltre, Toaff mi disse che non conosceva Levi e che non lo aveva mai incontrato né gli aveva mai parlato prima di quel giorno.

    Occorre compiere dunque un difficile salto d’immaginazione. Dobbiamo immaginare che Levi, poco dopo aver compiuto la passeggiata nel corso della quale aveva spedito la lettera a Camon  e pressappoco nel momento in cui ritirava la posta dalla portinaia, sia riuscito a trovare non solo la motivazione e l’energia per chiamare il rabbino, ma anche il suo numero di telefono. Il numero di telefono del rabbino non è presente nell’elenco telefonico di Roma. Non è comunque impossibile che Levi possedesse già il numero di Toaff per qualche motivo, o che lo avesse avuto alla sinagoga. Ma anche così occorre fare uno sforzo d’immaginazione. Dobbiamo immaginare che Levi si sia deciso a confidare per telefono al rabbino le sue pene più segrete, in un lasso di tempo relativamente breve, benché non lo avesse mai incontrato né gli avesse mai parlato prima.

    Comunque, la cosa che lascia davvero perplessi è il giorno della telefonata. Levi morì di sabato, il giorno del Sabato Ebraico, in cui agli ebrei osservanti è proibito usare qualunque strumento tecnologico. E’ proibito cucinare e accendere la luce elettrica, figuriamoci ricevere chiamate per telefono.

    Questa evidente incongruenza non mi era venuta in mente prima di intervistare Toaff (se ne accorse David Mendel, rimettendo insieme i fatti). Scrissi perciò al rabbino chiedendo un chiarimento. Il rabbino non mi rispose. Allora contattai tre fonti italiane esperte sulla materia, domandando se era concepibile che un rabbino rispondesse al telefono di sabato. Tutte e tre le fonti, due delle quali vicine alla famiglia del rabbino, esclusero categoricamente questa possibilità.

    Forse il rabbino ricorda male il momento della telefonata. Forse Levi lo chiamò il venerdì, prima del tramonto, o magari la settimana prima. E’ insolito, comunque, che la memoria faccia errori di questo tipo. E’ facile che si ricordino male gli aspetti irrilevanti di un evento memorabile. Io ricordo bene che caddi per un quarto di miglio lungo un pendio ghiacciato mentre andavo sugli sci, e per poco restavo ucciso, ma non ricordo il giorno in cui questo accade e neanche l’anno. Ma supponiamo che questo incidente fosse avvenuto il giorno prima del mio matrimonio. In questo caso i ricordi sarebbero chiari, perché i due eventi sarebbero stati temporalmente associati e vicini. I ricordi del rabbino appartengono a quest’ultima categoria: una categoria  molto precisa, che stabilisce un’associazione tra due eventi memorabili, l’inattesa telefonata di un uomo famoso e la morte di quello stesso uomo pochi minuti dopo. Perciò la rivelazione del rabbino rimane un mistero. Quale che sia la soluzione, la prova fornita dal rabbino Toaff non è certo decisiva come inizialmente avrebbe potuto sembrare.

                                                                *  *  *  *

    Nota di Gianluca: per completezza riporto ciò che Ferdinando Camon ha scritto (in un articolo pubblicato su “Avvenire” del 01.04.2006) riguardo all’ultima lettera di Primo Levi, quella che lo scrittore gli aveva spedito la mattina stessa del suo “suicidio”:

    “Primo Levi è morto di sabato, il martedì dopo m’è arrivata una sua lettera. Mi viene addosso una tristezza infinita e mi dico: «Ecco, adesso mi spiega perché ha deciso di uccidersi». Mi aspetto la confessione che vivere gli è impossibile, che dopo Auschwitz lui non viveva ma sopravviveva, che vivere ancora per lui è una colpa, che sulla Terra non c’è spazio per le vittime dello Sterminio e per chi lo nega, che lui si uccide adesso ma doveva farlo quarant’anni prima, e che dunque le spiegazioni non vanno cercate in quel che succede adesso, ma in quel che era successo 45-40 anni prima. Questo m’aspetto, aprendo la lettera, che dev’essere stata l’ultima che ha scritto e imbucato. Se m’è arrivata al martedì, doveva averla imbucata il sabato: dunque durante la passeggiata che faceva ogni mattina.

    La apro: un inno alla vita, un vortice di programmi, speranze, attese, da riempire settimane, mesi e anni.”
    [...]

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    MAI PIU' COLPEVOLI

    di Gianluca Freda (31/07/2007 - 05:59)



    Ha sicuramente ragione Maurizio Blondet. La guerra contro l’Islam, attraverso la quale – così ci era stato detto – l’Occidente avrebbe difeso la propria identità contro l’avanzata della cultura araba, mancava dell’elemento costitutivo: un’identità occidentale superstite da difendere e per cui lottare. Siamo andati in Iraq e in Afghanistan armati fino ai denti, ma senza avere idea di chi o cosa siamo. Praticamente disarmati. E’ per questo che stiamo perdendo la guerra e la perderemo (oso dire: grazie a dio) in modo disastroso.

    Quale sarebbe l’”identità occidentale” in difesa della quale stiamo sterminando milioni di persone al servizio di USA e Israele? Quali sono i valori morali e la tradizione culturale in nome dei quali ci viene ordinato di marciare, armi in spalla, contro l’orda degli infedeli? Provo a dare un’occhiata ai giornali, anzi, al giornale per eccellenza, quella Repubblica divenuta ormai simbolo e quintessenza dell’intero panorama dell’informazione e della cultura nel nostro paese.

    Una settimana fa, Repubblica ha pubblicato nel suo inserto glamour-modaiolo, Velvet – già di per sé un bell’esempio di identità occidentale – un servizio in cui alle redattrici (sconosciute, precarie e probabilmente disposte a tutto pur di tenersi il posto di lavoro) veniva richiesto di descrivere i propri culi. L’interessante reportage è stato pubblicato a pag. 178 dell’inserto. Un contributo decisivo all’epistemologia dell’etica europea, oltre che, naturalmente, un caratteristico esempio di ciò che Repubblica intende per “informazione”.

    In un altro articolo che compare sull’edizione online del giornale (spiacente, ma ormai mi rifiuto di spendere anche solo pochi centesimi per leggere la versione cartacea) si parla delle consuete mattanze vacanziere sulle strade. L’ultimo grido è il fenomeno dei “folli” che si lanciano contromano, a tutta velocità, sulle corsie autostradali. La fotografia mostra l’immagine familiare di un serpentone di automobili imbottigliato sotto il solleone, anelante ad una spiaggia che verrà raggiunta chissà se, chissà quando, chissà in quali condizioni d’integrità fisica. L’articolo evoca immagini di pazzia suicida, di cupio dissolvi, d’immobilismo disperato, di anelito a poche micragnose ore di svago omologato pagate con sacrifici incommensurabili e a volte con la vita. Una rappresentazione perfetta della società occidentale e della sua “way of life” che ci viene richiesto di proteggere a suon di pallettoni dall’invasione dei barbari. Chi ha voglia di difendere questa roba si accomodi pure. Io, se mi resta qualche lira, preferisco andarmene in montagna. Tutti i ribelli ci vanno, prima o poi.

    Altro articolo, altro valore dell’Occidente: la cocaina, autentica istituzione patriottica che alcuni malvagi extracomunitari hanno osato profanare mescolandola con atropina e altre sostanze non previste dalla ricetta classica. Per fortuna i malvagi sono stati arrestati e i valori dell’Occidente sono salvi. I nostri figli possono tornare a imbottirsi serenamente narici e cervello di questo caposaldo dello stile di vita europeo, che una volta liberato dall’atropina torna ad essere, come lascia immaginare l’articolo, un benefico e salutare passatempo per ogni giovane patriota.

    Si potrebbe andare avanti per interi volumi, ma direi che basta così. Questo letame, questa disperazione, questo rimbecillimento chimico collettivo è ciò che rimane di una tradizione culturale millenaria. Un detrito, un immondo sedimento fecale di un cammino scientifico, letterario, filosofico durato secoli e oggi morto e marcito lasciando dietro di sé il proprio cadavere infetto. Questa cosiddetta “identità occidentale” è così sterile da rendere impossibile anche la semplice attribuzione di senso alla vita di un singolo individuo. Figuriamoci se è pensabile farne uno stendardo con cui vincere una guerra di civiltà. Mi chiedo: perché siamo morti? Chi o che cosa ci ha ridotti così e da quando? Chi ci ha resi incapaci di combattere una guerra di civiltà per manifesto decesso del secondo termine?

    Più ci penso, più mi viene in mente una data precisa: 1945, fine del secondo conflitto mondiale, poco più di 60 anni fa. L’Europa è stata assassinata, maciullata, bombardata a tappeto, sconfitta e umiliata dalla ferocia di una nazione straniera priva di onore e di pietà. Si sono proclamati nostri “liberatori” mentre ci strappavano via la memoria storica e il rispetto di noi stessi. Ci hanno imposto i loro costumi, il loro cibo, il loro spaventoso modello di vita e hanno preteso che li ringraziassimo. Hanno sopraffatto la violenza e la barbarie del nazismo – che era orribile, ma era nostra – per portarci la loro violenza e la loro barbarie, mille volte più spaventosa. Ci hanno resi servi, imponendoci i loro governi fantoccio e seminando stragi quando l’emergere di un barlume di consapevolezza politica rischiava di rovesciarli. Da sessant’anni ci tengono in pugno, ricattandoci col senso di colpa che è il segreto di ogni potere, piccolo e grande. E’ a questo che servono la menzogna dell’olocausto e il mito dello sterminio ebraico. “Io chiamo discorso di potere”, scriveva Roland Barthes, “ogni discorso che genera la colpa, e di conseguenza la colpevolezza di chi lo riceve”. E’ col senso di colpa che il carceriere tiene in pugno il carcerato, il padrone l’operaio, il vincitore il nemico sconfitto. Colpevole perché sconfitto. Niente provoca di più il potere del rifiuto dei “colpevoli” di accettare la propria indegnità e la conseguente sottomissione. Chi si libera della colpa cessa di essere vittima, rifiuta di farsi definire dagli altri, recupera forza, dignità e – soprattutto – l’identità di cui la dipendenza dalla definizione altrui lo aveva privato.

    E’ per questo che ho deciso di rifiutarmi, da adesso in poi, di maledire il fascismo e il nazismo. Questi movimenti non sono stati, come continuano a ripeterci i nostri carcerieri, “il male assoluto”. Sono stati eventi storici, con le loro luci e le loro ombre, non peggiori né migliori di tanti altri eventi che hanno caratterizzato la storia di qualsiasi paese europeo o extraeuropeo. Nel bene e nel male sono parte della nostra storia e della nostra identità culturale. E’ la rimozione coatta del loro significato e dei loro veri lineamenti che ci ha resi il nulla che siamo. Ci hanno costretto ad esorcizzarli, a pensarli come eventi separati dal resto della storia europea, un po’ come quando pensiamo al diavolo come entità vivente per convincerci che il male sia qualcosa di esterno a noi, indipendente, dotato di volontà propria ed estraneo alla nostra natura. Chi ci ha provato lo sa bene: riconoscere il male che è in noi rende più forti, semplicemente perché ci restituisce quella parte di identità – quella parte di noi - che ci era stata sottratta.

    Mi rifiuto, da oggi in avanti, di condannare il nazismo. Mi rifiuto di esorcizzarlo. Mi rifiuto di celebrare la “giornata della memoria” dell’olocausto, quand’anche l’olocausto fosse stato qualcosa di più di un’invenzione. Voglio studiare il nazismo. Voglio conoscerlo. Voglio sapere cosa è stato in realtà, quali poteri REALMENTE lo sostenevano, quali furono le sue vere origini, i suoi veri progetti, le sue vere basi ideologiche, andando oltre le mille e mille menzogne pazzesche, ridicole, irricevibili che la propaganda israelo-americana ci ha ammannito per oltre mezzo secolo. Voglio imparare ad amare il nazismo, non certo per amare l’orgia di potere e di sangue che scatenò sull’Europa, ma perché il nazismo, che lo si voglia o no, è il nostro passato ed è parte di noi. Non mi va di scambiarlo con la propaganda degli invasori stranieri, non m’interessa la patente di bontà rilasciata da un imperatore sanguinario in cambio dell’abiura a una parte di me stesso. Prendi il tuo senso di colpa, caro imperatore di Sion, e ficcatelo dove il tacere è bello.

    E che nessuno tocchi i revisionisti, questi coraggiosi psichiatri della memoria collettiva che ci stanno aiutando a far riaffiorare dal subconscio le esperienze rimosse e ad accettarne il ricordo. Chiamateli pure negazionisti. Chiamateli nazisti e antisemiti. Chiamateli come cazzo vi pare, ma non vi permettete di toccarli mai più. Loro sono l’unica via di fuga dal tunnel in cui l’identità occidentale sta morendo per asfissia. Una via di fuga da difendere a costo della vita.

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