LO STRANO SUICIDIO DI PRIMO LEVI

Traduco qui di seguito una parte di un articolo di Diego Gambetta, scritto nel 1999, relativo al “suicidio” dello scrittore Primo Levi. L’articolo completo si può leggere sul sito del Boston Review, alla pagina http://www.bostonreview.net/BR24.3/gambetta.html .
Purtroppo l’articolo è enorme e non ho il tempo di tradurlo tutto. Se qualcuno fosse così gentile da fornirne o reperirne una versione in italiano (ad esempio i ragazzi di ComeDonChisciotte, che riprendono ogni tanto i miei pezzi e mi hanno chiesto di segnalargli gli articoli in inglese meritevoli di traduzione) gliene sarei molto grato. Per correttezza devo precisare che nell’articolo in questione, Gambetta, pur mettendo seriamente in dubbio l’idea che Primo Levi abbia inteso togliersi la vita, mostra di credere all’ipotesi di un incidente più che a quella di un omicidio. Tuttavia alcuni passi del suo articolo (come il paragrafo V, di cui riporto la traduzione) lasciano veramente sbigottiti.
GLI ULTIMI ISTANTI DI PRIMO LEVI
di Diego Gambetta
V.
Il mistero che circonda la morte di Levi non finisce qui. Due anni fa, nel decimo anniversario della morte, Elio Toaff, rabbino capo di Roma, fece una straordinaria rivelazione. Ad un convegno commemorativo in un’università romana, rivelò che Levi lo aveva chiamato al telefono “dieci minuti prima” di morire. Levi sembrava depresso. Non disse al rabbino che aveva intenzione di uccidersi, e il rabbino, come ricorda con dispiacere, non immaginò quel che stava per accadere. Il rabbino ricorda ciò che Levi gli disse: “Non ce la faccio più ad andare avanti con questa vita. Mia madre è malata di cancro e ogni volta che guardo il suo viso mi vengono in mente le facce di quegli uomini in fila dietro i reticolati di Auschwitz”. Quando intervistai Toaff a Roma nel giugno 1998, egli confermò la versione degli eventi come riportata dalla stampa italiana, compreso il momento della telefonata. Mi disse anche che per discrezione non aveva mai parlato di questo episodio in precedenza, neanche privatamente. Disse di aver deciso di rivelarlo in occasione del raduno in modo impulsivo e per amore della verità: “Si continuavano a dire troppe cose assurde”. La rivelazione fu fatta in risposta a una domanda posta da un partecipante al convegno, relativa ai dubbi sollevati da Levi Montalcini e Mendel circa il motivo per cui Levi avrebbe dovuto ricorrere ad un suicidio così scomposto pur avendo alternative migliori. “La mente di un suicida può trovarsi in uno stato che renda impossibile analizzarla con criteri razionali”, mi disse Toaff.
Questa potrebbe essere la prima, decisiva prova circostanziale che la morte di Levi, dopo tutto, potrebbe davvero essere imputata a suicidio. Le parole di Levi citate dal rabbino, inoltre, mostrano che i ricordi di Auschwitz lo avevano davvero perseguitato fino alla fine.
Ma quanto è attendibile questa prova? Ormai nei suoi ottant’anni, Toaff appare lucido ed attivo. Eppure le circostanze relative a quella telefonata non sono molto chiare. Levi non era religioso. E’ strano che abbia deciso di rivolgersi al rabbino. Rita Levi Montalcini, che insiste ad avanzare dubbi riguardo al suicidio, afferma di aver parlato con Levi la sera prima del suicidio e di averlo trovato di buon umore. Giovanni Tesio, che pure aveva parlato con Levi il giorno prima, mi confermò di aver avuto la stessa impressione. Inoltre, Toaff mi disse che non conosceva Levi e che non lo aveva mai incontrato né gli aveva mai parlato prima di quel giorno.
Occorre compiere dunque un difficile salto d’immaginazione. Dobbiamo immaginare che Levi, poco dopo aver compiuto la passeggiata nel corso della quale aveva spedito la lettera a Camon e pressappoco nel momento in cui ritirava la posta dalla portinaia, sia riuscito a trovare non solo la motivazione e l’energia per chiamare il rabbino, ma anche il suo numero di telefono. Il numero di telefono del rabbino non è presente nell’elenco telefonico di Roma. Non è comunque impossibile che Levi possedesse già il numero di Toaff per qualche motivo, o che lo avesse avuto alla sinagoga. Ma anche così occorre fare uno sforzo d’immaginazione. Dobbiamo immaginare che Levi si sia deciso a confidare per telefono al rabbino le sue pene più segrete, in un lasso di tempo relativamente breve, benché non lo avesse mai incontrato né gli avesse mai parlato prima.
Comunque, la cosa che lascia davvero perplessi è il giorno della telefonata. Levi morì di sabato, il giorno del Sabato Ebraico, in cui agli ebrei osservanti è proibito usare qualunque strumento tecnologico. E’ proibito cucinare e accendere la luce elettrica, figuriamoci ricevere chiamate per telefono.
Questa evidente incongruenza non mi era venuta in mente prima di intervistare Toaff (se ne accorse David Mendel, rimettendo insieme i fatti). Scrissi perciò al rabbino chiedendo un chiarimento. Il rabbino non mi rispose. Allora contattai tre fonti italiane esperte sulla materia, domandando se era concepibile che un rabbino rispondesse al telefono di sabato. Tutte e tre le fonti, due delle quali vicine alla famiglia del rabbino, esclusero categoricamente questa possibilità.
Forse il rabbino ricorda male il momento della telefonata. Forse Levi lo chiamò il venerdì, prima del tramonto, o magari la settimana prima. E’ insolito, comunque, che la memoria faccia errori di questo tipo. E’ facile che si ricordino male gli aspetti irrilevanti di un evento memorabile. Io ricordo bene che caddi per un quarto di miglio lungo un pendio ghiacciato mentre andavo sugli sci, e per poco restavo ucciso, ma non ricordo il giorno in cui questo accade e neanche l’anno. Ma supponiamo che questo incidente fosse avvenuto il giorno prima del mio matrimonio. In questo caso i ricordi sarebbero chiari, perché i due eventi sarebbero stati temporalmente associati e vicini. I ricordi del rabbino appartengono a quest’ultima categoria: una categoria molto precisa, che stabilisce un’associazione tra due eventi memorabili, l’inattesa telefonata di un uomo famoso e la morte di quello stesso uomo pochi minuti dopo. Perciò la rivelazione del rabbino rimane un mistero. Quale che sia la soluzione, la prova fornita dal rabbino Toaff non è certo decisiva come inizialmente avrebbe potuto sembrare.
* * * *
Nota di Gianluca: per completezza riporto ciò che Ferdinando Camon ha scritto (in un articolo pubblicato su “Avvenire” del 01.04.2006) riguardo all’ultima lettera di Primo Levi, quella che lo scrittore gli aveva spedito la mattina stessa del suo “suicidio”:
“Primo Levi è morto di sabato, il martedì dopo m’è arrivata una sua lettera. Mi viene addosso una tristezza infinita e mi dico: «Ecco, adesso mi spiega perché ha deciso di uccidersi». Mi aspetto la confessione che vivere gli è impossibile, che dopo Auschwitz lui non viveva ma sopravviveva, che vivere ancora per lui è una colpa, che sulla Terra non c’è spazio per le vittime dello Sterminio e per chi lo nega, che lui si uccide adesso ma doveva farlo quarant’anni prima, e che dunque le spiegazioni non vanno cercate in quel che succede adesso, ma in quel che era successo 45-40 anni prima. Questo m’aspetto, aprendo la lettera, che dev’essere stata l’ultima che ha scritto e imbucato. Se m’è arrivata al martedì, doveva averla imbucata il sabato: dunque durante la passeggiata che faceva ogni mattina.
La apro: un inno alla vita, un vortice di programmi, speranze, attese, da riempire settimane, mesi e anni.”
[...]
MAI PIU' COLPEVOLI

Ha sicuramente ragione Maurizio Blondet. La guerra contro l’Islam, attraverso la quale – così ci era stato detto – l’Occidente avrebbe difeso la propria identità contro l’avanzata della cultura araba, mancava dell’elemento costitutivo: un’identità occidentale superstite da difendere e per cui lottare. Siamo andati in Iraq e in Afghanistan armati fino ai denti, ma senza avere idea di chi o cosa siamo. Praticamente disarmati. E’ per questo che stiamo perdendo la guerra e la perderemo (oso dire: grazie a dio) in modo disastroso.
Quale sarebbe l’”identità occidentale” in difesa della quale stiamo sterminando milioni di persone al servizio di USA e Israele? Quali sono i valori morali e la tradizione culturale in nome dei quali ci viene ordinato di marciare, armi in spalla, contro l’orda degli infedeli? Provo a dare un’occhiata ai giornali, anzi, al giornale per eccellenza, quella Repubblica divenuta ormai simbolo e quintessenza dell’intero panorama dell’informazione e della cultura nel nostro paese.
Una settimana fa, Repubblica ha pubblicato nel suo inserto glamour-modaiolo, Velvet – già di per sé un bell’esempio di identità occidentale – un servizio in cui alle redattrici (sconosciute, precarie e probabilmente disposte a tutto pur di tenersi il posto di lavoro) veniva richiesto di descrivere i propri culi. L’interessante reportage è stato pubblicato a pag. 178 dell’inserto. Un contributo decisivo all’epistemologia dell’etica europea, oltre che, naturalmente, un caratteristico esempio di ciò che Repubblica intende per “informazione”.
In un altro articolo che compare sull’edizione online del giornale (spiacente, ma ormai mi rifiuto di spendere anche solo pochi centesimi per leggere la versione cartacea) si parla delle consuete mattanze vacanziere sulle strade. L’ultimo grido è il fenomeno dei “folli” che si lanciano contromano, a tutta velocità, sulle corsie autostradali. La fotografia mostra l’immagine familiare di un serpentone di automobili imbottigliato sotto il solleone, anelante ad una spiaggia che verrà raggiunta chissà se, chissà quando, chissà in quali condizioni d’integrità fisica. L’articolo evoca immagini di pazzia suicida, di cupio dissolvi, d’immobilismo disperato, di anelito a poche micragnose ore di svago omologato pagate con sacrifici incommensurabili e a volte con la vita. Una rappresentazione perfetta della società occidentale e della sua “way of life” che ci viene richiesto di proteggere a suon di pallettoni dall’invasione dei barbari. Chi ha voglia di difendere questa roba si accomodi pure. Io, se mi resta qualche lira, preferisco andarmene in montagna. Tutti i ribelli ci vanno, prima o poi.
Altro articolo, altro valore dell’Occidente: la cocaina, autentica istituzione patriottica che alcuni malvagi extracomunitari hanno osato profanare mescolandola con atropina e altre sostanze non previste dalla ricetta classica. Per fortuna i malvagi sono stati arrestati e i valori dell’Occidente sono salvi. I nostri figli possono tornare a imbottirsi serenamente narici e cervello di questo caposaldo dello stile di vita europeo, che una volta liberato dall’atropina torna ad essere, come lascia immaginare l’articolo, un benefico e salutare passatempo per ogni giovane patriota.
Si potrebbe andare avanti per interi volumi, ma direi che basta così. Questo letame, questa disperazione, questo rimbecillimento chimico collettivo è ciò che rimane di una tradizione culturale millenaria. Un detrito, un immondo sedimento fecale di un cammino scientifico, letterario, filosofico durato secoli e oggi morto e marcito lasciando dietro di sé il proprio cadavere infetto. Questa cosiddetta “identità occidentale” è così sterile da rendere impossibile anche la semplice attribuzione di senso alla vita di un singolo individuo. Figuriamoci se è pensabile farne uno stendardo con cui vincere una guerra di civiltà. Mi chiedo: perché siamo morti? Chi o che cosa ci ha ridotti così e da quando? Chi ci ha resi incapaci di combattere una guerra di civiltà per manifesto decesso del secondo termine?
Più ci penso, più mi viene in mente una data precisa: 1945, fine del secondo conflitto mondiale, poco più di 60 anni fa. L’Europa è stata assassinata, maciullata, bombardata a tappeto, sconfitta e umiliata dalla ferocia di una nazione straniera priva di onore e di pietà. Si sono proclamati nostri “liberatori” mentre ci strappavano via la memoria storica e il rispetto di noi stessi. Ci hanno imposto i loro costumi, il loro cibo, il loro spaventoso modello di vita e hanno preteso che li ringraziassimo. Hanno sopraffatto la violenza e la barbarie del nazismo – che era orribile, ma era nostra – per portarci la loro violenza e la loro barbarie, mille volte più spaventosa. Ci hanno resi servi, imponendoci i loro governi fantoccio e seminando stragi quando l’emergere di un barlume di consapevolezza politica rischiava di rovesciarli. Da sessant’anni ci tengono in pugno, ricattandoci col senso di colpa che è il segreto di ogni potere, piccolo e grande. E’ a questo che servono la menzogna dell’olocausto e il mito dello sterminio ebraico. “Io chiamo discorso di potere”, scriveva Roland Barthes, “ogni discorso che genera la colpa, e di conseguenza la colpevolezza di chi lo riceve”. E’ col senso di colpa che il carceriere tiene in pugno il carcerato, il padrone l’operaio, il vincitore il nemico sconfitto. Colpevole perché sconfitto. Niente provoca di più il potere del rifiuto dei “colpevoli” di accettare la propria indegnità e la conseguente sottomissione. Chi si libera della colpa cessa di essere vittima, rifiuta di farsi definire dagli altri, recupera forza, dignità e – soprattutto – l’identità di cui la dipendenza dalla definizione altrui lo aveva privato.
E’ per questo che ho deciso di rifiutarmi, da adesso in poi, di maledire il fascismo e il nazismo. Questi movimenti non sono stati, come continuano a ripeterci i nostri carcerieri, “il male assoluto”. Sono stati eventi storici, con le loro luci e le loro ombre, non peggiori né migliori di tanti altri eventi che hanno caratterizzato la storia di qualsiasi paese europeo o extraeuropeo. Nel bene e nel male sono parte della nostra storia e della nostra identità culturale. E’ la rimozione coatta del loro significato e dei loro veri lineamenti che ci ha resi il nulla che siamo. Ci hanno costretto ad esorcizzarli, a pensarli come eventi separati dal resto della storia europea, un po’ come quando pensiamo al diavolo come entità vivente per convincerci che il male sia qualcosa di esterno a noi, indipendente, dotato di volontà propria ed estraneo alla nostra natura. Chi ci ha provato lo sa bene: riconoscere il male che è in noi rende più forti, semplicemente perché ci restituisce quella parte di identità – quella parte di noi - che ci era stata sottratta.
Mi rifiuto, da oggi in avanti, di condannare il nazismo. Mi rifiuto di esorcizzarlo. Mi rifiuto di celebrare la “giornata della memoria” dell’olocausto, quand’anche l’olocausto fosse stato qualcosa di più di un’invenzione. Voglio studiare il nazismo. Voglio conoscerlo. Voglio sapere cosa è stato in realtà, quali poteri REALMENTE lo sostenevano, quali furono le sue vere origini, i suoi veri progetti, le sue vere basi ideologiche, andando oltre le mille e mille menzogne pazzesche, ridicole, irricevibili che la propaganda israelo-americana ci ha ammannito per oltre mezzo secolo. Voglio imparare ad amare il nazismo, non certo per amare l’orgia di potere e di sangue che scatenò sull’Europa, ma perché il nazismo, che lo si voglia o no, è il nostro passato ed è parte di noi. Non mi va di scambiarlo con la propaganda degli invasori stranieri, non m’interessa la patente di bontà rilasciata da un imperatore sanguinario in cambio dell’abiura a una parte di me stesso. Prendi il tuo senso di colpa, caro imperatore di Sion, e ficcatelo dove il tacere è bello.
E che nessuno tocchi i revisionisti, questi coraggiosi psichiatri della memoria collettiva che ci stanno aiutando a far riaffiorare dal subconscio le esperienze rimosse e ad accettarne il ricordo. Chiamateli pure negazionisti. Chiamateli nazisti e antisemiti. Chiamateli come cazzo vi pare, ma non vi permettete di toccarli mai più. Loro sono l’unica via di fuga dal tunnel in cui l’identità occidentale sta morendo per asfissia. Una via di fuga da difendere a costo della vita.
ULTIME NOTIZIE

La rapacità fiscale del governo
Ciò che invero fu per tutti una pubblica calamità e un lutto universale fu il censo imposto [dall’imperatore Galerio] alle province ed alle città. Essendo i censitori stati sguinzagliati dappertutto e tutto sottoponendo a controlli, sembrava di essere nel mezzo di un assalto nemico e di una spaventosa prigionia. I campi venivano misurati zolla per zolla, venivano contate le viti e gli arbusti, si registravano gli animali di ogni genere, si prendeva nota del numero degli uomini; nei centri urbani e rurali la popolazione veniva radunata, tutte le piazze straripavano di famiglie ammassate come branchi di pecore, tutti insieme con i figli e gli schiavi. Risuonavano bastoni e strumenti di tortura, i figli venivano appesi alle corde perché testimoniassero contro i genitori, i servi più fedeli erano torturati perché testimoniassero contro i padroni, le mogli contro i mariti. Se tutto questo non era servito, le persone venivano seviziate perché testimoniassero contro se stesse e, vinte dal dolore, dichiarassero di avere ciò che non possedevano...
Ciò che gli antichi avevano fatto contro i nemici sconfitti sulla base del diritto di guerra, si osò farlo contro i Romani e i sudditi dei Romani... Si versava denaro per aver salva la testa e si offrivano merci in cambio della vita. Non ci si fidava degli stessi censitori, e ne venivano continuamente inviati di nuovi, come se dovessero scoprire sempre di più; le tasse venivano sempre raddoppiate, non perché si trovasse qualcosa di nuovo, ma perché l’imponibile veniva aumentato a piacimento, affinché non sembrasse che erano stati inviati per niente. Nel frattempo gli animali diminuivano e gli uomini morivano e nonostante questo si continuavano a pagare i tributi per i morti, poiché non era più concesso né vivere né morire gratis.
(Lattanzio, De mortibus persecutorum, XXIII, 1-7, IV secolo d.C.)
La sinistra radicale e il protocollo su pensioni e welfare
Le nuove consorterie che muovono alla conquista del potere sono costrette a tenere un contegno equivoco per non perdere il contatto con le masse che finora le hanno spinte avanti e che si tratta di far entrare in modo organico nell’orbita dello Stato. E’ questo il motivo che obbliga queste nuove consorterie - la classe dirigente della socialdemocrazia di domani - ad avere due volti e due programmi: uno che deve servire ad illudere la massa che li sostiene e a farle credere che, nella nuova forma dell’azione parlamentare positiva, della partecipazione al governo, dell’astensione dal voto, ecc., vive ancora la vecchia sostanza della ribellione allo Stato oppressore, e un altro, quello che esprime le intenzioni, o propositi, l’animo reale della nuova classe di oppressori e sfruttatori. La necessità di mentire: ecco il marchio della socialdemocrazia, e popolari e socialisti lo ostentano con eguale, ripugnante improntitudine.
(Antonio Gramsci, Il processo alla crisi, articolo pubblicato su “L’Ordine Nuovo” del 13 febbraio 1922)
I rapporti dell’Europa con USA e Israele
Per ciò che mi è dato di vedere, tutto il pensiero politico degli anni trascorsi è stato viziato dalle stesse circostanze. Le persone riescono a prevedere il futuro solo quando esso coincide con i loro desideri e i fatti più grossolanamente evidenti possono venire ignorati se non sono graditi. Per esempio, fino al maggio di quest’anno anche gli intellettuali inglesi più diffidenti rifiutavano di credere che si sarebbe aperto un secondo fronte. E hanno continuato a rifiutarsi finché, di fronte ai loro occhi, gli infiniti convogli di armi e mezzi da sbarco hanno attraversato Londra dirigendosi rombando verso la costa. Si potrebbero fare innumerevoli altri esempi di persone che si aggrappano ad illusioni fin troppo evidenti solo perché la verità ferirebbe il loro orgoglio. Di qui l’assenza di previsioni politiche credibili. Per citare solo un esempio isolato: chi aveva previsto il patto Russo-Tedesco del 1939? Alcuni conservatori pessimisti avevano sì previsto un accordo tra Germania e Russia, ma l’accordo sbagliato e per le ragioni sbagliate. Per quanto ne so, nessun intellettuale di sinistra, russofilo o russofobo, aveva previsto niente del genere. Se è per quello, l’intera sinistra non era riuscita a prevedere l’ascesa del Fascismo e non era riuscita a capire che i nazisti erano pericolosi nemmeno quando erano sul punto di impadronirsi del potere. Per comprendere il pericolo del Fascismo, la sinistra avrebbe dovuto ammettere le proprie manchevolezze, il che sarebbe stato troppo doloroso; così tutto il fenomeno fu ignorato o male interpretato, con risultati disastrosi.
(George Orwell, Political Predictions and Nationalism, pubblicato su “Partisan Review” dell’inverno 1945)
IL REICH PROSSIMO VENTURO

IL PERICOLO DELLA LEGGE MARZIALE E’ REALE
di Dave Lindorff
da www.commondreams.org
traduzione di Gianluca Freda
L’imminente collasso dell’esercito americano in Iraq, che un gran numero di ufficiali ed ex ufficiali, compreso l’ex Segretario di Stato Colin Powell, hanno previsto, non avverrà troppo presto, e questa potrebbe essere l’unica speranza di impedire un colpo di Stato militare qui in patria.
Da quel che si vede, il regime Bush/Cheney ha lavorato assiduamente per preparare la strada ad una presa di potere dei militari, tanto che a questo punto manca soltanto un pretesto perché possa essere attivata la sospensione del Governo Costituzionale. Ciò è stato fatto con l’attivo supporto dei Democratici al Congresso, benché la parte più importante del lavoro sia stata svolta dall’ultimo Congresso a guida repubblicana.
Il primo passo, ovviamente, fu l’Autorizzazione all’Uso della Forza Militare, approvata nel settembre 2001, di cui il Presidente si è in seguito servito per affermare “impropriamente” – ma che importa? – che il mondo intero, Stati Uniti compresi, è un campo di battaglia nella cosiddetta “Guerra al Terrorismo” e per dotarsi di poteri esecutivi extracostituzionali che gli consentono di ignorare le leggi approvate dal Congresso. Come esperto della Costituzione ed ex funzionario del Dipartimento di Giustizia nell’era Reagan, Bruce Fein fa notare che l’affermazione secondo la quale gli stessi Stati Uniti sarebbero da considerare un campo di battaglia è sufficiente a consentire all’attuale o a un futuro presidente di proclamare la legge marziale, dato che è sempre possibile proclamare la legge marziale su un campo di battaglia. Tutto ciò che serve è un pretesto, per esempio un nuovo attacco terroristico all’interno degli Stati Uniti.
Un’altra iniziativa che abbiamo visto sorgere rapidamente è stata la creazione di un “governo nel governo”, attraverso l’attivazione, dopo l’11 settembre, del cosiddetto “Protocollo di Continuità Governativa”, che ha visto spostare in segreto alcuni capi delle agenzie federali in un bunker sotterraneo dove, lavorando sotto la direzione del vice-presidente Dick Cheney, il governo potrà funzionare, durante i mesi critici, fuori dalla visuale dell’opinione pubblica e del Congresso.
E’ stato sempre nel corso del primo anno dopo l’11 settembre che il regime Bush/Cheney ha iniziato il suo programma di arresti e detenzione senza accuse (in gran parte contro residenti stranieri, ma anche contro cittadini americani) e di rapimenti e torture in un sistema di prigioni-gulag situate oltreoceano e nella base navale di Guantanamo Bay.
L’anno seguente il Ministro della Giustizia John Ashcroft iniziò a creare un enorme network di spionaggio contro decine di milioni di cittadini, denominato Operazione TIPS. Questo programma, che ebbe l’appoggio di alcuni importanti esponenti del Partito Democratico (in particolare del Sen. Joe Lieberman) fu bloccato dal Congresso quando alcuni rappresentanti di primo piano dei conservatori si resero conto delle dimensioni della cosa, ma l’idea è sopravvissuta, pur priva di nome, e pare che sia attualmente in fase d’espansione.
Nel frattempo, lo scorso ottobre, Bush e Cheney, aiutati dalla complicità del Congresso, hanno introdotto alcuni nuovi elementi essenziali per il colpo di stato militare. E’ stato ribaltato il vecchio Posse Comitatus Act del 1878, che limitava l’uso della forza militare attiva all’interno degli Stati Uniti alle sole funzioni di polizia, ed è stato revisionato l’Insurrection Act, in modo da garantire al presidente il potere di assumere il controllo di unità della Guardia Nazionale all’interno dei 50 stati anche contro il parere dei governatori locali.
A questo si aggiunga la realizzazione in gran segreto – grazie ad un finanziamento di 385 milioni di dollari fornito dal Corpo degli Ingegneri dell’Esercito Americano alla KBR Inc., consociata della Halliburton – di una catena di campi di detenzione capaci di contenere fino a 400.000 persone e la recente notizia secondo la quale il Pentagono sarebbe in possesso di un documento, datato 1 giugno 2007 e classificato Top Secret, che afferma l’esistenza di una crescente “insurrezione” all’interno degli USA e che pianifica una campagna di controinsurrezione contro il dissenso fondata sulla legge marziale, e si avranno tutti gli ingredienti necessari per una deriva degli Stati Uniti verso la dittatura militare.
Mentre proseguiamo la nostra vita quotidiana – il nostro shopping, i nostri film d’evasione e perfino le nostre proteste e la nostra attività politica – dobbiamo essere consapevoli che esiste il rischio concreto di veder esplodere tutto questo da un momento all’altro e di ritrovarci ad affrontare militari armati e in uniforme alla nostra porta.
Bruce Fein non è un allarmista. Dice che non prevede che la legge marziale arrivi domani mattina. Ma è anche realista. Afferma: “Questa cosa se ne sta lì come un’arma carica pronta ad esplodere. Io credo che il rischio della legge marziale sia improbabile in questo momento, ma nel momento stesso in cui dovesse esserci un attacco terroristico, esso diventerà reale. E resterà con noi anche dopo che Bush e Cheney se ne saranno andati, perché il terrorismo resta con noi per sempre”. (E’ significativo che Hillary Clinton, candidata alla presidenza per i Democratici, abbia chiesto la revoca dell’Autorizzazione all’Uso della Forza Militare contro l’Iraq del 2002, ma non dell’AUFM del 2001, con cui Bush si è proclamato comandante in capo di una guerra al terrorismo infinita e senza confini).
In effetti, la revisione dell’Insurrection Act (10. USC 331-335) approvata dal Congresso e trasformata in legge da Bush lo scorso ottobre, afferma testualmente che il presidente può reclutare
Il senatore Patrick Leahy, capo della Commissione Giustizia al Senato, ha aggiunto un emendamento alla prossima legge di bilancio della Difesa che dovrebbe ripristinare la vecchia versione dell’Insurrection Act, una mossa appoggiata dai governatori di tutti i 50 stati. Ma Fein afferma che questo non risolverà il problema finché Bush continua a considerare gli Stati Uniti come un campo di battaglia. Del resto, un assistente dello stesso Leahy sostiene che Bush potrebbe firmare la legge di bilancio ella Difesa e poi utilizzare una dichiarazione firmata a parte per invalidare il ripristino dell’Insurrection Act.
Fein afferma che l’unica vera difesa contro l’incombente catastrofe della legge marziale sarebbe far votare al Congresso una risoluzione in cui si afferma che non esiste nessuna “Guerra al Terrorismo”. Ma dice anche che al Congresso sono così codardi che non faranno mai una cosa simile.
Ciò ci lascia alla mercè dei militari.
Se verrà loro ordinato di rivolgere i propri fucili e le proprie baionette contro i loro compatrioti americani, i nostri “eroi” seguiranno le loro coscienze e il loro giuramento di “sostenere e difendere”
Bisogna considerare che le unità della Guardia Nazionale e dei Riservisti sono spesso alla loro terza, a volte quarta, assegnazione in Iraq e sono furibondi per l’abuso subìto. Bisogna anche tener conto che i militari in servizio attivo stanno rifiutando in massa di arruolarsi nuovamente, specialmente gli ufficiali di medio livello.
Se dobbiamo andare verso la legge marziale, meglio che ciò avvenga in presenza di un esercito ridotto in pezzi. Forse, se sarà abbastanza a pezzi, l’amministrazione potrebbe perfino aver paura a sperimentare l’idea.
IL RITORNO DELLA DEONTOLOGIA

ABBIAMO SCRITTO UNA FREGNACCIA. PERDONATECI.
di Ezio Mauro
dalla prima pagina di Repubblica del 28/07/2007, titolo a otto colonne.
Cari lettori e care lettrici di Repubblica
A nome del giornale di cui sono direttore vorrei chiedervi scusa per aver pubblicato nei giorni scorsi, con imperdonabile leggerezza, una notizia rivelatasi, all’analisi dei fatti, completamente falsa, allarmistica nonché gravemente lesiva dell’onore e della sicurezza delle comunità arabe che vivono nel nostro paese.
Vi ricordate la vicenda dei “medici di Al Qaeda” arrestati dopo i falliti attentati londinesi? Avevamo scritto, riprendendo incautamente e senza controlli la notizia dalle agenzie di stampa internazionali, che esisteva una rete di non meglio precisati medici arabi da ritenersi artefice degli attentati. Bene, abbiamo scritto una sciocchezza e vi chiediamo di perdonarci. Non era vero niente. Proprio l’altro giorno Mohamed Haneef, il chirurgo indiano accusato in Australia di essere uno dei membri della congiura, è stato rilasciato per insussistenza delle accuse. Le “prove” contro di lui erano state abilmente fabbricate dal governo e dalla polizia australiana al solo scopo di incastrarlo e di incutere paura nella popolazione, come avviene spesso anche in Italia. Il capo della pubblica accusa, Damian Bugg, ha dichiarato in conferenza stampa: “A mio avviso è stato commesso un errore e io svolgerò indagini in merito, perché credo che la prima decisione da prendere fosse quella di stabilire se queste accuse poggiavano o no su un terreno solido”. Ha ragione. Anche noi giornalisti di Repubblica avremmo dovuto verificare la notizia prima di pubblicarla, allarmando i nostri lettori e offendendo le comunità musulmane. Tanto più che la notizia puzzava di bufala lontano venti chilometri, il che rende la nostra leggerezza anche più imperdonabile.
Altri due “terroristi” londinesi sono stati rilasciati per manifesta insussistenza delle accuse. Erano stati arrestati perché trovati in possesso di flaconi di perossido di idrogeno – il che era già ridicolo - che si è poi rivelato essere olio vegetale. Anche qui chiediamo scusa ai lettori. Dovremmo imparare a verificare l’attendibilità delle notizie prima di spararle in prima pagina ripetendo a pappagallo ciò che le agenzie di stampa ci propinano. E’ in questo che consiste il lavoro di un giornalista serio. Promettiamo che da oggi in poi ci impegneremo a svolgere questo compito con la massima attenzione, tagliando i ponti con la dipendenza dalle veline internazionali che ha trasformato l’etica e la professione giornalistica in una barzelletta.
Vogliamo anche chiedere scusa ai lettori per aver dato scarso o nessun rilievo, nei giorni scorsi, ad alcune notizie che col giornalismo e la sua libertà hanno stretta attinenza. Per esempio questa: il 5 luglio scorso il cameraman palestinese Imad Ghanem è stato colpito da proiettili dell’esercito israeliano mentre filmava l’invasione di Gaza da parte dei sionisti. Ghanem si era battuto per la liberazione del reporter inglese Alan Johnston, partecipando a diverse manifestazioni. Un ambulanza accorsa per soccorrerlo è stata a sua volta bersagliata dai proiettili degli israeliani. Ghanem ha solo 21 anni e a causa di questa barbarie si è visto amputare entrambe le gambe. Vorremmo dunque esprimere la nostra solidarietà a Ghanem per la barbarie subìta, barbarie a cui quasi nessun giornale occidentale ha osato dare il giusto rilievo. Anche di questo ci scusiamo con i nostri lettori. Cercate di comprenderci: abbiamo paura, le lobby israeliane controllano da vicino i giornalisti italiani (inserendo a forza nelle nostre fila certi ultrà del sionismo come Magdi Allam e Fiamma Nirenstein) e non sempre abbiamo il coraggio di descrivere con accuratezza le atrocità che gli israeliani compiono quotidianamente nei territori occupati. A volte preferiamo tacere anche quando a farne le spese è un nostro collega giornalista. Ci vergogniamo di questo e ci impegniamo da ora in avanti a correre qualche rischio in più per dare ai nostri lettori l’informazione completa e veritiera a cui hanno diritto. Speriamo, in questo modo, di tornare a guadagnarci al più presto la vostra fiducia.
Ezio Mauro(Nota: inutile dire che questo articolo Ezio Mauro non si è mai sognato di scriverlo né di pubblicarlo. Il giorno che lo farà, forse tornerò a comprare una copia del suo quotidiano, divenuto da tempo inqualificabile e illeggibile).
E' FINITA LA COMMEDIA

Narra la leggenda che il grande Livio Andronico, padre della letteratura e della commedia latina, fosse solito interpretare contemporaneamente quasi tutti i personaggi delle sue rappresentazioni. Vestiva i panni del gobbo e del ghiottone, di Macco e di Dossenno, di uomini e donne, elargendo al suo pubblico autentici gioielli d’istrionismo metamorfico. In tarda età, col venir meno delle forze e della voce, non rinunciò a stare sulla scena: si faceva seguire da un ragazzetto che cantava e strillava al suo posto, mentre lui si limitava ad aprire e chiudere la bocca, recitando in playback. Egli fu un antesignano della grande tradizione della commedia dell’arte che, con alterne vicende, doveva attraversare i secoli per arrivare anche sulle nostre scene, ad opera di artisti non meno grandi e camaleontici.
Con questo articolo vorrei rendere omaggio ad uno dei più grandi e misconosciuti interpreti della commedia dell’arte contemporanea: Guglielmo Epifani, segretario della Compagnia Generale d’Istrionismo Ludico, che con il suo carrozzone itinerante diletta da decenni milioni di lavoratori ploranti e paganti. Nel corso di quest’anno il suo carrozzone teatrale, portato in tour in tutte le principali città italiane, lo ha visto esibirsi in ruoli e maschere innumerevoli, in un mirabile campionario di trasformismo giullaresco che mi rende orgoglioso d’insignirlo, dall’alto della mia autorità culturale, del prestigioso “Premio Fregoli
Nel corso della recita sul TFR, Epifani ha interpretato con maestria il ruolo del sostenitore del governo di centrodestra, che quello scippo aveva architettato; ma senza rinunciare a vestire i panni di sostenitore del centrosinistra, che ha trasformato quel progetto di rapina in vaselinica legge dello stato. Egli si è improvvisato manager finanziario, trasformando i miseri risparmi dei lavoratori in flussi economici da gestire tramite i suoi scalcagnati fondi integrativi; ma anche buon padre di famiglia, consigliando ai lavoratori una riflessione ponderata prima d’investire il loro unico ammortizzatore in caso di licenziamento in uno dei prodotti finanziari che lui e il governo hanno speso miliardi per pubblicizzare. Egli è amante del silenzio, ma anche dell’assenso, tanto da aver partecipato con gioia all’unificazione dei due concetti in un solo, poderoso strumento d’effrazione.
Ma il meglio della sua arte Epifani lo ha riservato per la gustosa sceneggiata su pensioni e welfare. Lo abbiamo visto rivestire il ruolo di riconoscente beneficiario del TFR dei lavoratori incauti, che ringrazia i generosi mecenati di governo con l’avallo, in rapidissima successione, di due protocolli devastanti per il futuro operaio. Lo abbiamo ammirato nella versione amletica, mentre si lasciava andare a qualche dubbio circa l’opportunità di quei provvedimenti, che non cessava di firmare con la sua bella penna d’oro. Ci ha divertito nel ruolo di Padre della Patria, mentre giurava, battendosi il petto, di aver firmato solo per “senso di responsabilità istituzionale”. Credevamo che le responsabilità di un sindacalista riguardassero la comunità operaia, la sua sopravvivenza e i suoi diritti. Ma si trattava di una visione limitante per una personalità istrionica come quella del nostro, pronto ad assegnarsi ruoli sempre nuovi e a recitare a braccio la parte di Quintino Sella quando il canovaccio lo richiede.
Poi, in un crescendo: lo abbiamo visto trasformarsi in granitico leader totalitario, quando ha imposto al suo berciante direttivo la firma della capitolazione. A questo punto la sceneggiatura prevedeva un’entrata in scena dei lavoratori, i quali, dovendo essere obbligatoriamente consultati in merito agli accordi sottoscritti, avrebbero salutato il bravo attore con pernacchie e festosi lanci di scarole nel muso. Ma la classe non è acqua. Con estroso guizzo d’artista, Epifani ha rinviato a settembre l’esecutivo unitario e la consultazione dei miserabili e se n’è andato al mare. In questo ha saputo ribadire, con straordinaria coerenza, la sua intransigenza verso l’integrità del sistema di tutele sindacali. E’ dovere di ogni buon sindacalista offrire tutela contro i lavori usuranti. Riempire il muso di Epifani di scarole d’annata avrebbe usurato i lavoratori, Epifani e soprattutto le scarole. Dunque è stato impedito, segnando una nuova, grande conquista per il progresso della classe lavoratrice.
La recita è continuata dal pedalò, con il grande attore che tuonava (udite, udite!) contro la concertazione e gli accordi appena firmati, rinnegando i suoi benefattori, maledicendo la sorte ria e promettendo per settembre, appena richiuso l’ombrellone, efferata vendetta contro il governo affamapopolo. Ma ormai la sceneggiata volge al termine, il commediante è stanco, gli manca la voce e quella poca che resta è sommersa da un clangor di forconi che si fa sempre più vicino. Accorre in suo aiuto una paciosa maschera bolognese, che cerca di tener vivo il duetto improvvisando un monologo sulla “lealtà del governo” e una perorazione su un “innovativo e duraturo confronto” che non c’è mai stato bisogno di perorare. Sulla scena si scatena la zuffa. Arlecchino e Pulcinella se le danno di santa ragione, digrignano i denti, fingono di guardarsi in cagnesco e ancora una volta la pagliacciata funziona. Il pubblico ride, parteggia, si schiera per l’uno o per l’altro, si azzuffa a sua volta lanciando al vicino di poltrona pesanti accuse morali e perdendo nel bailamme quel poco che resta delle proprie sostanze.
Grande successo! Grande spettacolo! Lacero e sanguinante, il pubblico di operai gabbati applaude come impazzito. Epifani, l’istrione, si lascia sfuggire un sorriso soddisfatto e commosso. Quella recita è tutta la sua vita. Su di essa ha costruito il suo potere, la sua fama, la sua fortuna.
E’ un vero peccato che la commedia sia finita.
DE SENECTUTE

Tre notizie tratte dai giornali di oggi.
Mike Bongiorno, estratto ancora vivo da un barattolo di formalina, presenterà l’edizione 2007 di Miss Italia. E’ terribile sapere che esistono ancora Mike Bongiorno e il concorso di Miss Italia e che nulla riesce a distruggerli. Ricordo che avevo una decina d’anni e Bongiorno impazzava in TV con programmi che mi sembravano, già allora, retaggio di un modo di fare televisione vecchio e superato da decenni. Residuato dell’italietta rurale anni ’50, simbolo di una concezione della cultura nozionistica e ottocentesca, Bongiorno è passato attraverso il 1968, il 1977, il 1989 e l’11 settembre 2001 senza farsi nemmeno un graffio. Idem dicasi per il concorso di Miss Italia, kermesse assimilabile per vetustà ed anacronismo ad una parata di garibaldini o ad una fiera del cavallo da tiro. Oggi come ieri, Miss Italia funge da cartina di tornasole – nonché da riaffermazione potestativa - del ruolo che l’immaginario maschile assegna alla donna nella società. Le “miss sorriso” caste e materne degli anni ’30 avevano lo stesso ruolo delle manze desnude e ignoranti delle edizioni odierne: quello di spiegare alle donne cosa gli uomini desiderano che siano. Le donne, come sempre, obbediscono senza fiatare. Non so se esista al mondo visione più laida e frustrante di un certame di organi riproduttivi presentato da un cadavere.
Kakà dichiara: “Resto al Milan, ma non dico per sempre”. Il mio interesse per le vicende calcistiche è tale che so a stento che cosa sia il Milan. Kakà ho dovuto cercarlo su Google. In compenso so benissimo che cos’è il calciomercato. Ricordo bene che lessi un articolo in proposito su un numero di “Topolino” del 1977, che mi impressionò moltissimo. Vi si spiegava che esistevano alcuni esseri umani, destinati all’esibizione ludica, ai quali veniva assegnato anno per anno un valore in denaro. Costoro passavano disinvoltamente da una squadra di calcio all’altra a seconda di chi pagava di più, fregandosene della lealtà verso i tifosi. Avevo 12 anni e la cosa mi sembrò arcaica e doppiamente squallida. Pensai che istituire una borsa degli esseri umani fosse un retaggio dei contesti gladiatorii, roba da basso impero. Mi sembrò eticamente auspicabile che i traditori per denaro della propria squadra venissero fatti a brani dalla folla furente come Orfeo dalle Menadi. Immaginai che una simile pratica, residuata da una visione dello sport di stampo tribale, sarebbe sparita in breve tempo con il diffondersi della modernità. La modernità è venuta, ce la siamo strafogata e digerita e Kakà – nomen omen – è il risultato immutabile delle nostre deiezioni. Si vende allegramente all’asta pubblica e i tifosi non lo scannano, occupati come sono a scannarsi tra loro. Così, inesorabili e lenti, se ne vanno via sempre uguali i giorni della nostra vita.
Al Senato la risoluzione sull’inesistente politica estera italiana è passata ancora una volta grazie al voto favorevole di tre senatori a vita: Emilio Colombo, Rita Levi Montalcini e Giulio Andreotti. Ricordo che da bambino in TV comparivano sempre dei vecchi malvissuti, pieni di gobbe e rughe, che parlavano di politica estera. Io non sapevo cosa fosse la politica estera, ma sapevo che qualunque cosa fosse avrei preferito che se ne occupasse qualcun altro. Non mi piacevano quei tizi. Mi sembravano residuati bellici, vecchi ordigni arrugginiti di fabbricazione americana pronti a deflagrare all’improvviso, come certe grosse bombe a ogiva prodotte a Pittsburgh, Penn., e rimaste pericolosamente inesplose per decenni sotto le rotaie del tram. Pensavo con sollievo che qualunque cosa fosse la politica estera, i miei figli l’avrebbero vista gestire da personaggi meno gobbi, meno decrepiti e meno filoamericani. Oggi mia figlia maggiore ha pressappoco l’età che avevo io allora e a decidere della politica estera italiana sono ancora Giulio Andreotti ed Emilio Colombo. Si sono asserragliati in Senato, con badanti e geriatri al seguito, e contribuiscono volentieri al perpetuarsi del nostro asservimento agli Stati Uniti, divenuti nel frattempo anch’essi più decrepiti, malvagi e carogne.
Mi torna in mente una descrizione dell’inferno letta non so più dove, forse nello Swamp Thing di Alan Moore. Diceva che i dannati dell’inferno sono così disperati che strapperebbero le ali agli angeli solo per avere un attimo di sollievo dalla noia. L’Italia è un inferno, calcificato e assolato, dove tutto resta eternamente immobile e i demoni che lo dominano non cambiano e non muoiono mai, diventando solo più brutti col passare del tempo. Più che dalla povertà e dall’ingiustizia, questo paese viene ucciso dalla noia e dalla disperazione, dalla condanna a restare sempre uguale a se stesso, con qualche pannolone in più e qualche dente in meno. Nemmeno un angelo all’orizzonte con cui godersi qualche momento di sollievo. Colombo, nonostante il nome, non ha nemmeno una piuma e l’unica cosa che lo fa volare è ciò che le sue guardie del corpo acquistano dal pusher di fiducia. Perfino i piccioni, capita l’antifona, stanno lentamente scomparendo dai centri storici. Mica scemi, loro.
TUTTI CONTRO CLEMENTINA FORLEO

TUTTI CONTRO
di Decio Siluro
da Rinascita di martedì 24 luglio 2007
La pausa estiva, anche per la politica, è ormai prossima e ieri, come ogni anno, si è svolta al Quirinale la cerimonia del Ventaglio. Giorgio Napolitano ha colto l’occasione per alcune esternazioni che, ancora una volta, non sono apparse super partes, come invece ha tenuto a sottolineare l’inquilino del Colle. “Mi auguro che la politica stia per interrompersi” e andare in vacanza, ha detto Napolitano, “ma non ne sono sicuro. Certo questo aiuterebbe ad eliminare le tensioni e calmerebbe i bollenti spiriti”.
Quali tensioni dovrebbero essere eliminate dalla pausa estiva? Ci auguriamo non si stesse riferendo alle azioni giudiziarie che stanno investendo esponenti di punta del suo partito. E non vorremmo che i bollenti spiriti da calmare fossero quelli di chi, come la giudice Clementina Forleo, oggi sta alzando la voce per chiedere la verità sui rapporti tra politica e affari. Secondo Napolitano, sarebbe “improprio” ogni paragone fra la situazione attuale e quella del 1992, che si svolgeva in un “contesto politico assolutamente diverso contraddistinto da una crisi profonda” del sistema politico. No, caro presidente, se certe ipotesi di reato venissero confermate, ci troveremmo di fronte ad una crisi ben peggiore di quella del 92. Allora venne a galla parte di un sistema tangentizio che vedeva coinvolti numerosi politici, ma non fu dimostrato l’intervento diretto di un partito in quanto tale in un disegno criminoso, forse anche perché quando venne alla luce un indizio importante in tal senso si preferì accogliere una versione più comoda che lasciava tutte le responsabilità su un personaggio politicamente irrilevante, scagionando così ogni vero artefice di una manovra che portò nella sede centrale di un certo partito una valigetta carica di miliardi.
Napolitano sta troppo minimizzando, se un partito, attraverso i suoi massimi leaders, ha veramente
partecipato ad una scalata per “conquistare” un importante istituto bancario non può essere questione che può decantare semplicemente per una pausa estiva. La prima repubblica è stata spazzata via per molto meno e ci stupisce vedere gente come Di Pietro oggi diventata così garantista. Noi garantisti lo siamo sempre stati e fino a giudizio definitivo considereremo tutti innocenti, proprio come vuole Fassino, ma non siamo certo bollenti spiriti nel chiedere la par condic






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