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    UN FAURISSON VI SEPPELLIRA'

    di Gianluca Freda (20/06/2007 - 22:32)



    Quando nel mondo appare un vero genio, lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui. (Jonathan Swift)

    Qualunque cosa Faurisson avesse da dire o potesse dire, esisteva un mio diritto di poterlo ascoltare e di potermene fare una personale idea. I giovani ebrei romani hanno calpestato questo mio diritto, ritenendo che si possa pensare solo ciò che loro autorizzano a sapere e pensare. Non intendo perdonare loro quella che per me è una prepotenza inaudita e non dimenticherò. Sarà questa la mia “memoria”. Ne ho una convinzione morale e persuasione intellettuale. Mi chiedo cosa sarebbero gli ebrei romani senza i Priebke. Come potrebbero vivere senza nutrirsi della colpa altrui, o meglio della colpa che loro pensano il mondo intero abbia verso di loro. Su questa base fondano la loro tracotanza, la loro pretesa ad un risarcimento morale e materiale infinito. Anche se nato cinquant’anni dopo i fatti, di cui non sa nulla di nulla, ogni europeo è responsabile in eterno verso di loro. Così in un ennesimo Appello con Amos Luzzatto primo firmatario, dove mentre si tenta di arginare il boicottaggio inglese verso Israele, si ricorda che “L’Europa intera è in debito verso Israele”? In debito di che?   (Antonio Caracciolo, clubtiberino.blogspot.com )

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    Il prof. Nicola Tranfaglia accetta il confronto con il prof. Robert Faurisson

    Nel corso della trasmissione "Controcorrente" a Sky-Tv del 19 giugno, il prof. Nicola Tranfaglia dell'Università di Torino ha accettato di partecipare ad un contraddittorio a Teramo con il prof. Robert Faurisson, nonostante la sua netta e radicale opposizione alle tesi dello studioso francese. Tranfaglia è intervenuto rivolgendosi a Moffa, dopo che questi aveva ricordato di avere invitato al master Enrico Mattei molti storici e opinionisti ebrei, avversari dichiarati di Faurisson, e di averne avuto risposta negativa.

    "Se fossi stato invitato io, avrei accettato", ha detto a quel punto Tranfaglia. Moffa ha quindi replicato proponendo l'organizzazione di un contraddittorio fra lui e Faurisson a Teramo il prossimo anno, ottenendo l'assenso dell'autorevole storico torinese. Bisognerà a questo punto aspettare anche la risposta di Faurisson, che comunque si è sempre dichiarato disponibile al confronto con i suoi avversari.      (Claudio Moffa, www.mastermatteimedioriente.it )
     

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    Il presente articolo di Robert Faurisson, pubblicato nel 2005, fa seguito alla sua nota controversia con Jean-Claude Pressac riguardo l’esistenza delle camere a gas, in merito alla quale avevo già tradotto un vecchio articolo dello stesso Faurisson. Vediamo com’è andata a finire. Il testo dell’articolo è tradotto da una versione inglese che può essere letta QUI.

     

    DIECI ANNI FA, LA CAPITOLAZIONE DI PRESSAC

    di Robert Faurisson
    traduzione di Gianluca Freda

    Dieci anni fa, il 15 giugno 1995, Jean-Claude Pressac capitolava, ma il testo di quella capitolazione fu reso pubblico – in modo discreto – solo in caratteri molto piccoli posti in chiusura di un libro di Valerie Igounet, uscito a Parigi nel 2000, con il titolo: Histoire du négationnisme en France (Éditions du Seuil). Temo che gran parte di coloro che lessero quest’opera abbiano prestato scarsa attenzione a queste due mezze pagine (pp. 651-652) poste in mezzo a una gran massa di testo, dove l’autrice offriva a J. C. Pressac la sua occasione di parlare. Nonostante ciò, esse sono di capitale importanza nella storia della controversia sulle “camere a gas naziste”.

    In esse J.C. Pressac dice chiaro e tondo che, alla fine dei conti, il dossier ufficiale sui campi di concentramento nazisti è “marcio”. Aggiunge perfino che tale dossier è “marcio” in modo irrimediabile e che, di conseguenza, è “pronto per i cestini dell’immondizia della storia”! Si lancia in una condivisibile accusa contro la “memoria” che “ha preso il sopravvento sulla storia”, contro le distorsioni ispirate “da risentimento e desiderio di vendetta”, contro i comunisti e i loro complici che si sono autonominati guardiani di una falsa verità (non osa, comunque, implicare nel discorso anche gli ebrei e le associazioni ebraiche). Afferma: “Approssimazione, esagerazione, omissione e menzogna contraddistinguono la maggioranza dei resoconti di quel periodo”. Si chiede: “E’ possibile riportare le cose sulla giusta rotta?” e risponde: “E’ troppo tardi. Una rettifica completa è umanamente e materialmente impossibile”. 

    Il termine “marcio” lo riprende dal professor Michel de Boüard. Ex internato a Mauthausen (dove era stato rinchiuso per atti di resistenza), questo storico, che era allo stesso tempo cattolico e vicino ai comunisti, divenne, dopo la guerra, decano della Facoltà di Letteratura e Scienze Sociali di Caen (Normandia) e membro dell’Institut de France. Fu presidente della commissione per la storia delle deportazioni nell’ambito del Comité de l’histoire de la deuxième guerre mondiale, alle dirette dipendenze dell’ufficio del Primo Ministro. Insignito della Croce di Guerra e della Medaglia della Resistenza, fu comandante della Legion d’Onore. Per altre informazioni sulle dichiarazioni di  Michel de Boüard, rilasciate a sorpresa nel 1986-1987 e di chiaro stampo revisionista, si possono consultare le pagine elencate sotto il suo nome nell’indice dei miei Ecrits révisionnistes  (1974-1998).

    Esiste una spiegazione per l’improvviso cambio d’opinione di J. C. Pressac. Il 15 giugno 1995, nel momento in cui firmò il suo atto di resa, egli era ancora sotto l’effetto delle umiliazioni subite il mese precedente, per la precisione il 9 maggio, nella 17ª camera del Tribunale Penale di Parigi, presieduta dalla signora Martine Ract-Madoux. Un assordante clamore mediatico aveva accompagnato, nel settembre 1993, l’uscita del suo volume Les Crématoires d'Auschwitz: La machinerie du meurtre de masse ("I Crematori di Auschwitz: Il Meccanismo dello Sterminio di Massa"). Io avevo replicato con un volumetto intitolato Réponse à Jean-Claude Pressac sur le problème des chambers à gaz (“Risposta a Jean Claude Pressac sulla questione delle camere a gas”). Questa replica portò alla mia incriminazione in base alla legge Fabius-Gayssot, che proibisce di mettere in dubbio i crimini contro l’umanità così come sono stati definiti e puniti dai giudici di Norimberga. Il mio avvocato, Eric Delcroix, e io avevamo richiesto la convocazione, sotto pena di arresto, di J. C. Pressac in qualità di testimone. Due articoli dei miei Scritti summenzionati (pp. 1674-1682 e 1683-1693) offrono un resoconto di quell’udienza in Tribunale, descrivendo il palese e crescente disagio del testimone, la sua evasività e incapacità di rispondere alle domande di Delcroix, nonché la costernazione del giudice nel vedere questo tizio che, sollevate in alto le braccia, dichiarava che gli erano state fatte troppe domande, che aveva un’unica vita, che era solo nella sua lotta.

    I procedimenti penali intentati contro di noi per il reato di revisionismo, in Francia e all’estero, sono stati piuttosto faticosi, per non dire stremanti. In certi momenti abbiamo conosciuto lo scoraggiamento e siamo stati tentati di considerare inutile ogni schema difensivo degno di questo nome. Ma bisogna riconoscere che questi processi hanno fortemente rafforzato la nostra causa. I nostri avversari hanno sempre rifiutato ogni proposta di dibattito, ogni confronto pubblico. Andavano strombazzando che i loro dossier sull’”Olocausto” o la “Shoah” erano più solidi che mai. Le uniche occasioni in cui siamo riusciti a costringerli a confrontarsi in un’arena, di fronte a un pubblico, sono state fornite da quegli stessi procedimenti penali che avevano avuto la temerarietà di intentare contro di noi. 

    A volte essi hanno dato l’impressione di aver vinto a livello di controversia storica o scientifica. E’ il caso recente del processo vinto da loro a Londra contro David Irving. Tuttavia, David Irving è al massimo un semi-revisionista e non possiede una conoscenza approfondita delle argomentazioni revisioniste. Durante il suo processo, egli non fu in grado di mettere a tacere una sottospecie di Pressac, una sorta di visionario rabbinico, l’ebreo Robert Jan van Pelt. (1)

    Irving non accettò l’offerta d’aiuto fornitagli da un esperto come Germar Rudolf. In tutti i casi in cui i revisionisti sono stati capaci di difendersi nel modo appropriato, la rotta dei loro avversari è stata palese. Da questo punto di vista, i due lunghi processi contro Ernst Zündel, celebrati a Toronto nel 1985 e nel 1988, sono stati esemplari. Non parlo, ovviamente, delle conclusioni giudiziarie, ma dei risultati ottenuti a livello storico e scientifico; da un lato, la rotta degli esperti e dei testimoni presentati dalla parte avversa, dall’altro, i significativi contributi offerti dai ricercatori revisionisti, in occasione di questi processi, all’avanzamento della ricerca storica (penso in particolare al rapporto Leuchter su Auschwitz e Majdanek).

    J. C. Pressac morì il 23 luglio 2003, all’età di 59 anni. Colui che i media del mondo occidentale avevano salutato come una specie di genio che avrebbe stroncato, stando a quel che si dice, il revisionismo in generale e Robert Faurisson in particolare, abbandonò questa vita nella più completa oscurità: non un solo organo dei principali media si curò neppure di annunciare la sua morte. (2)

    Il 15 giugno 1995, giorno della resa di J. C. Pressac, rappresenta una delle date più importanti nella storia del revisionismo.

    Note:
    (1) “Robert Jan van Pelt, uno studioso decisamente inferiore a Pressac sia nel campo della conoscenza storica, sia, soprattutto, per metodologia e senso critico”.   (Carlo Mattogno, Ricordo di Jean-Claude Pressac, The Revisionist, Novembre 2003, p. 434).

    (2) A dispetto delle voci persistenti, ribadisco, ancora una volta, che J. C. Pressac non è mai stato mio “collaboratore” né mio “discepolo”.

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    IL CIRCO DEI PEDOFILI E' DI NUOVO IN CITTA'

    di Gianluca Freda (20/06/2007 - 14:29)



    Il tormentone della rete è in questi giorni il cosiddetto “Boy Love Day”. E’ successo che un sito tedesco (www.ibld.net), che si dice consacrato a “un esame razionale della pedofilia”, ha proclamato per il prossimo 23 giugno una “giornata dell’orgoglio pedofilo”, il Boy Love Day, appunto. Apriti cielo! Il web è stato sommerso, come sempre avviene in questi casi, degli strilletti queruli di legioni di perbenisti agghiacciati dall’orrore. Essi hanno giurato di contrastare l’iniziativa facendo scudo con i propri corpi. Massaie ricolme di sdegno hanno levato al cielo struggenti panegirici dell’infanzia violata. Truci energumeni hanno promesso, nella data dell’infausta ricorrenza, vigilanza incessante e abbattimento immediato di ogni persona che somigli anche vagamente a un molestatore, compresi Bruno Vespa e Ignazio La Russa. Il quotidiano EPolis ha lanciato una raccolta di firme contro l’iniziativa. I ministri Rosy Bindi e Paolo Gentiloni, non avendo cose più importanti di cui preoccuparsi, essendo la sanità e le telecomunicazioni italiane settori d’avanguardia che il mondo intero ci invidia, si sono detti profondamente indignati e hanno invocato interventi tempestivi. Detto fatto. La Polizia Postale, ubbidiente, ha bloccato il server che consente l’accesso dall’Italia al sito incriminato. Giustizia è fatta.

    Faccio qualche considerazione. Primo: il Boy Love Day ha tutta l’aria di essere, se non proprio una bufala, perlomeno un’iniziativa puramente provocatoria. Ho letto su internet gli sfoghi inorriditi di persone che paventano parate cittadine di pedofili, con pubblici palpeggiamenti di lattanti ed impuberi. Gente, siamo seri. Per le parate occorrono autorizzazioni e le autorizzazioni, quand’anche venissero rilasciate, non sono comunque un’assicurazione contro il linciaggio. L’iniziativa rimarrà confinata su internet e senza la cagnara messa in piedi dai benpensanti non avrebbe ottenuto tutta la pubblicità di cui oggi gode e che onestamente non meritava.    

    Secondo: tentare di bloccare un’iniziativa su internet, come sempre, produce come unico effetto quello di ampliarla a dismisura. Infatti il portale del Boy Love Day si è prontamente trasferito su un altro indirizzo internet (che evito di citare), accessibile anche dall’Italia e reso immediatamente celebre grazie a quello che è, nella buona o nella cattiva sorte, il maggiore strumento di forza del web: il passaparola. Decine di siti hanno iniziato a rilanciare l’iniziativa, fornendo informazioni sul significato e gli obiettivi dell’evento. Risultato: oggi tutto il web è a conoscenza di un’iniziativa discutibile che con un po’ di buon senso in più e un po’ di censura in meno, sarebbe rimasta confinata al limbo del pittoresco in cui meritava di restare.

    Terzo: quando sento parlare di pedofilia mi viene da metter mano alla pistola. No, non a difesa dei “bimbi” - come li chiama sempre, con termine studiato per produrre emotività a buon mercato, la stampa di regime - ma a difesa della libertà del web, assediata, da che esiste, col pretesto della prevenzione contro i pedofili. Ricordate gli anni ’90? Internet, ancora fanciullo, aveva appena mosso i primi passi che già i pedofili dei media tradizionali – fiutando la propria fine imminente - lo molestavano e aggredivano, identificandolo tout court con una rete volta allo scambio di materiale pedopornografico. Ricordo le frequenti “retate contro i pedofili di internet” a cui i giornali dedicavano per settimane le prime pagine. Si trattava, in realtà e per lo più, di retate di poveri cristi che gironzolando sul web avevano avuto la sventura di imbattersi in siti porno o pedoporno e magari, per curiosità o cretineria, si erano scaricati qualche jpg sul disco fisso. I veri siti pedopornografici se ne stavano, purtroppo, ben al sicuro delle autorità italiane, utilizzando gestori e server di lontani paesi. Fino alla fine degli anni ’90, internet rimase, nel retrogrado immaginario popolare italiano, una cosa adatta ai pedofili e agli sporcaccioni. Credo che uno dei motivi del ritardo della diffusione di internet in Italia, che rende il nostro paese fra i più arretrati d’Europa, sia quell’antico pregiudizio, mai del tutto superato.

    La pedofilia, per l’ampio biasimo collettivo di cui gode in Italia, è il pretesto ideale per la restrizione, coordinata dal potere, della libertà d’espressione e di movimento. Nessuno protesta troppo quando cittadini innocenti vengono accusati di pedofilia, linciati dai media e incarcerati per settimane sulla base delle fissazioni psicotiche di genitori imbecilli e malati di brunovespite allo stadio terminale. Si ritiene ammissibile la possibilità di errori giudiziari – che si contano ormai a decine - se la causa è quella, nobile, della difesa dei “bimbi” dagli orchi che, secondo TV e giornali, sarebbero annidati in ogni anfratto del nostro vicinato. Si offre così al potere, su un piatto d’argento, uno strumento per sottoporre ad arresto arbitrario qualsiasi cittadino, dimenticando che la pedofilia trova il suo humus più fertile non certo nelle scuole o su internet, ma all’interno delle buone famiglie italiane, benedette dal Vaticano e osannate in apposite manifestazioni di piazza, con politicanti nel ruolo di mattatori. E non parliamo, poi, della sua ampia diffusione negli ambienti ecclesiastici, per evitare di far piangere Gesù.

    Sulla rete, il pretesto dell’emergenza pubblica e morale è particolarmente efficace per porre in atto misure repressive. Se passa l’idea che la Polizia Postale è legittimata a zittire ogni voce ritenuta “immorale” dalla maggioranza di manichini catodici che popolano il nostro paese, possiamo anche dire addio all’ultimo baluardo della libertà d’espressione. Se si censurano, tra gli applausi, siti come quello tedesco – il quale, tra l’altro, non contiene immagini illegali, ma solo opinioni, per quanto poco condivisibili – chi può dire quale sarà il prossimo passo? Chi cerca di indagare su cosa siano stati realmente i campi di concentramento tedeschi, al di là delle bufale propinate dai media, non è forse, per la maggioranza dei benpensanti, un pericoloso antisemita? Chi nel 2003 si opponeva alla guerra in Iraq non era forse, per molti, un terrorista amico di Saddam? Chi indaga sull’11 settembre, ritenendo vergognosamente fasulla la versione ufficiale, non sta forse tentando di venderci ad Al-Qaeda? Fra le persone che hanno applaudito il boicottaggio poliziesco al BLD ci sono anche individui solitamente razionali, sostenitori e creatori dell’informazione alternativa.  Consiglio loro un po’ d’attenzione. Una volta legittimata in nome della pubblica moralità, la censura non può che estendersi.

    Non è che io disprezzi a priori e senza distinzioni la censura di legge. La ritengo uno strumento estremo, ma ammissibile, nei casi in cui certi atteggiamenti, divenuti concretamente e pericolosamente presenti all’interno del corpo sociale, vadano ridimensionati per evitare conseguenze gravi. E’ il caso, ad esempio, del razzismo verso gli immigrati, ormai diffuso capillarmente, avallato in modo esplicito da diversi partiti politici, legittimato da provvedimenti odiosi, come le espulsioni arbitrarie e l’istituzione di campi di prigionia per individui incensurati che hanno spesso la sola colpa di essere in fuga dalla disperazione. In questo caso un po’ di censura contro il razzismo (i libri della Fallaci, gli articoli di Magdi Allam, di Feltri, ecc.) sarebbe, con buona pace dei puristi, un buon sistema per evitare disordini e ripristinare un principio costituzionale di accoglienza e tolleranza ultimamente a rischio di deriva. Ma la pedofilia non è né diffusa, né fattuale, almeno non nei luoghi in cui si è soliti credere di riconoscerla. Essa è colpita da un biasimo sociale pressoché universale, è punita da leggi giustamente severe che vengono applicate con rigore, non di rado eccedendo nello zelo. Essa è un pericolo puramente virtuale che rischia di aprire la porta al rischio, ben più concreto, di imbavagliamento dell’ultima zona franca dell’informazione rimasta disponibile. Cerchiamo di stare attenti. Siamo ancora nella fase in cui le opinioni pedofile sono abbastanza minoritarie da poter essere combattute con altre opinioni di segno opposto. Gli isterismi e le richieste di intervento della forza pubblica cerchiamo di limitarli ai pericoli veramente seri e concreti. Nel nostro stesso interesse.   

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    LE PROVE NON FINISCONO MAI

    di Gianluca Freda (20/06/2007 - 01:04)



    11 SETTEMBRE: UNA GUARDIA DEL WTC7 PARLA DI ESPLOSIONI ALL’INTERNO DELL’EDIFICIO

    Alcune bombe esplosero prima del crollo delle torri.

    di Steve Watson
    dal sito Prison Planet
    traduzione di Gianluca Freda 

    Lo show di Alex Jones ha ospitato oggi gli autori di Loose Change, Dylan Avery e Jason Burmas, per parlare di un’intervista che essi hanno raccolto da un personaggio che faceva parte dell’ufficio di Gestione delle Emergenze all’interno dell’Edificio7 del World Trade Center, con responsabilità di alto livello. Egli ha descritto e raccontato in modo dettagliato di aver assistito ad esplosioni avvenute all’interno del WTC7 prima del crollo di qualsiasi edificio a Ground Zero l’11 settembre.

    L’intervista, che verrà inserita nell’edizione definitiva di Loose Change, di prossima uscita, è attualmente oggetto di riserbo, ma gli autori hanno lasciato trapelare alcuni dettagli al solo scopo di proteggere se stessi e la persona intervistata, che ha chiesto di restare anonima fino all’uscita del film.

    I dettagli, per evidenti motivi, sono ancora scarsi, ma possiamo rivelare che a questa persona era stato chiesto – dopo il primo attacco alla Torre Nord, ma prima che il secondo aereo colpisse la Torre Sud - di accompagnare un agente delle forze di polizia cittadine all’interno dell’Edificio 7, allo scopo di consentire all’agente l’accesso a diversi piani dell’edificio.

    L’agente che questa persona stava scortando cercava di raggiungere Rudy Giuliani, essendo convinto che questi si trovasse, in quel momento, all’interno dell’edificio. Secondo Avery e Burmas questo agente lavora oggi per alcuni soci di Giuliani.   

    All’intervistato venne anche chiesto di consentire l’accesso all’Ufficio per la Gestione delle Emergenze, situato al 23° piano dell’edificio, cioè al cosiddetto “bunker” costruito all’interno del WTC7 per ordine di Rudy Giuliani.

    Quando arrivò, trovò che l’ufficio era stato completamente evacuato e dopo aver fatto alcune telefonate gli fu detto di andarsene immediatamente.

    Fu a questo punto che egli fu testimone dell’esplosione di una bomba all’interno dell’edificio.

    “Ci dirigemmo verso le scale e stavamo scendendo. Quando raggiungemmo il sesto piano, il pianerottolo su cui ci trovavamo cedette, ci fu un’esplosione e il pianerottolo cedette. Restai lì appeso e dovetti arrampicarmi fino a sopra e tornare fino all’ottavo piano. Arrivato all’ottavo piano, vidi che tutto era buio”.

    In un altro spezzone, l’intervistato racconta di aver udito altre esplosioni e poi racconta ciò che trovò quando arrivò nell’atrio al pianterreno:

    “Era completamente distrutto, sembrava che di lì fosse passato King Kong, era talmente distrutto che non riuscivo più a capire dove ero. Era così distrutto che dovetti uscire attraverso un buco nel muro, un buco artificiale che credo fosse stato aperto dai pompieri per farmi uscire”.

    I pompieri gli dissero di allontanarsi di venti isolati dalla zona perché in tutto il complesso del World Trade Center continuavano a verificarsi esplosioni.

    Il punto di questa testimonianza è che questa persona afferma che tutto ciò avvenne PRIMA del crollo delle torri, quindi in un momento in cui l’Edificio 7 era ancora del tutto privo di danni causati dai detriti o dagli incendi risultanti. Significa anche che vi furono esplosioni all’interno del WTC7 almeno otto ore prima del suo crollo, avvenuto intorno alle 17.30.

    L’intervista [in inglese] si può ascoltare QUI.

    Avery e Burmas, che hanno trasmesso i due brani dell’intervista prima di ulteriori approfondimenti e ne trasmetteranno altri nel loro programma sulla radio GCN alle 19.00 di stasera (ora locale), hanno spiegato che l’intervistato afferma di aver visto diversi cadaveri nell’atrio dell’Edificio 7 e di essersi sentito dire dalla polizia di non guardarli. [neretto mio, NdT]

    Questa informazione è vitale, in quanto è in diretto contrasto con la versione ufficiale, secondo la quale non vi sarebbero state vittime nell’Edificio 7. Il rapporto della Commissione sull’11/9 non ha mai neppure menzionato l’Edificio 7. Invece qui abbiamo un testimone chiave che dice di avergli detto di aver visto dei corpi all’interno dell’edificio, dopo che le esplosioni avevano devastato il pianterreno.

    Ciò che rende questa notizia ancora più esplosiva è il fatto che questa persona fu interrogata dalla Commissione sull’11/9 nel corso della sua cosiddetta inchiesta.

    Il fatto che, in seguito a queste informazioni, l’Edificio 7 non sia stato nemmeno menzionato nel rapporto, getta sulla faccenda una luce sinistra e indica che diversi pubblici ufficiali hanno mentito dichiarando di non aver rinvenuto alcuna traccia di congegni esplosivi all’interno degli edifici.

    Avery e Burmas hanno contattato questa persona dopo aver scoperto un’intervista televisiva, da lui rilasciata l’11/9, mentre cercavano filmati da inserire nella versione definitiva del loro film.

    Avery dice di poter provare, oltre ogni ombra di dubbio, che questa persona si trovava nell’Edificio 7 l’11 settembre e che ciò che racconta è la verità.  

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