LETTERA DI UN CITTADINO INDIGNATO

Spett.le Al-Qaeda
Vi scrivo la presente per esprimervi il mio disappunto riguardo al servizio terroristico da voi gestito, ai suoi deludenti risultati e al suo decrescente livello qualitativo. A fronte di un apparato pubblicitario di sicuro impatto, che promette una gestione efficace ed altamente produttiva delle competenze assegnatevi, devo riscontrare con rammarico un divario sempre più ampio tra la qualità dei servizi promessi ai cittadini e la loro concreta attuazione. Già in passato avevo fatto notare come compiti di fondamentale importanza per la collettività fossero stati gestiti con imperdonabile leggerezza, appaltandone la messa in opera a personale scarsamente qualificato. La realizzazione della kermesse newyorchese dell’11 settembre 2001, pur tenendo conto degli apprezzabili risultati conclusivi, era stata un primo segnale delle carenze organizzative e professionali che hanno caratterizzato in seguito ogni vostra assegnazione. Dirottamenti aerei gestiti con taglierini da cartaio, operatori dotati di passaporti in amianto che escono dall’apocalisse appena bruciacchiati, direttori di filiale che dimenticano nel portabagagli dell’auto diari con i dettagli del progetto: tutto questo è degno di un’operazione false flag del Mossad o della CIA, non del servizio terroristico di alto livello che il cittadino contribuente si aspetta venga reso alla comunità.
Vorrei ricordarvi che i contribuenti occidentali hanno sostenuto sacrifici notevoli per consentire alla Vostra organizzazione di predisporre un servizio il più possibile efficiente ed ottimale. Veniamo ripresi notte e giorno da telecamere disposte ovunque, i nostri principali quotidiani e telegiornali hanno adottato contenuti informativi degni dei fumetti di Nonna Abelarda, l’habeas corpus è stato cancellato dalle carte costituzionali, le tasse necessarie a gestire
Con la recente gestione degli attentati londinesi, penso si sia raggiunto davvero il punto più basso dell’incompetenza e del ridicolo nell’intera storia della vostra amministrazione. Leggo con imbarazzo su Repubblica che i vostri attentati, pagati col denaro dei cittadini, sono stati preannunciati alle autorità da deliranti proclami jihadisti comparsi su alcune pagine web. E’ mai possibile che debba spiegarvelo io? I deliranti proclami si fanno DOPO l’attentato, non prima! Qualunque matricola di Discipline Terroristiche impara queste cose il primo giorno di università. Perfino i Nuclei Proletari Combattenti sanno che prima si fa l’attentato e poi ci si vanta. Cosa siete, un’organizzazione terroristica internazionale o l’abominevole Dottor Phibes? Leggo anche che la preparazione delle autobombe appaltate alla vostra azienda è stata portata a termine in modo dilettantesco, utilizzando taniche di benzina, chiodi e bombole di gas. Mi chiedo: possibile che i vostri dirigenti – in grado di gestire un attacco agli USA da una caverna dell’Afghanistan attraverso complessi sistemi di connessione satellitare – non siano in grado di fornirvi materiali esplosivi adeguati, come il Semtex? Anche un bambino sa che la benzina, per quanto ammassata in quantità massicce, ha un potenziale incendiario più che esplosivo. Che ne è stato delle scorte del vostro esplosivo standard, il TATP - quello fabbricato mescolando perossido d’idrogeno, acetone e altra roba che non mi ricordo più - per garantirvi il quale ci assoggettiamo ad estenuanti code nei check-in degli aeroporti, con funzionari che maneggiano ogni bottiglietta di minerale come se fosse nitroglicerina? Le avete già esaurite? Dove finiscono, insomma, i soldi delle nostre tasse?
Apprendo che le autobombe da voi realizzate sono state individuate a causa del fumo che usciva dai finestrini e “disinnescate a mano da alcuni coraggiosi agenti”, immagino lanciandogli contro una secchiata d’acqua. Devo dire, con delusione, che non è questo il livello di preparazione tecnologica che ci si aspetta da un’organizzazione della vostra fama. Queste sono cose degne di una cellula deviata del SISMI, non di una Rete Mondiale del Terrore che si rispetti. E’ umiliante, per un cittadino contribuente, leggere che Scotland Yard, dopo neanche dieci minuti dal rinvenimento dei frutti del vostro pessimo lavoro, ha immediatamente riconosciuto in essi “la mano di Al Qaeda”. Mia moglie vive ormai nel terrore di bruciare il tacchino al forno, temendo di veder piombare in cortile una task force di Scotland Yard che riconosca “la mano di Al-Qaeda” anche nell’incauta carbonizzazione dell’infelice volatile. E’ questo il modo in cui avete sperperato la vostra reputazione di Minaccia Mortale alla Democrazia, faticosamente costruita da Repubblica e da tutto il nostro sistema giornalistico?
Signori, con la presente missiva mi dolgo d’informarvi che ho smesso di avere fiducia in voi. Anzi, di più: ho smesso di credere in voi. Per me è come se aveste smesso di esistere, anzi, come se non foste mai esistiti. Da oggi in avanti, per i servizi terroristici che sono indispensabili alla nostra esistenza di nazioni, credo che mi rivolgerò ad aziende di più antica istituzione, benché di minore risonanza mediatica, come il Mossad o l’FBI. Se devo avere un lavoro fatto male, tanto vale farlo svolgere ad aziende che sono rinomate da decenni nel settore. Tanto lo so che, alla fine dei conti, è a loro che affidate tutti i subappalti.
Cordiali saluti a voi e al barbetta.
Gianluca Freda, un cittadino indignato.
UNA MALATTIA CHIAMATA AMERICA

PERCHE’ SICKO DI MICHAEL MOORE E’ IL DOCUMENTARIO CHE OGNI AMERICANO
DOVREBBE VEDERE
di Mike Adams
tratto da www.newstarget.com
traduzione di Gianluca Freda
Il disastroso sistema sanitario americano sta trascinando il paese a capofitto verso un collasso economico pressoché certo. Ormai quasi ogni cittadino deve affrontare ristrettezze finanziarie o la bancarotta a causa dei costi crescenti delle cure sanitarie: la gente comune, i datori di lavoro, i governi locali e perfino il governo federale. Le aziende multinazionali stanno abbandonando gli Stati Uniti a causa dei costi della salute, portando via con sé lavoro e produttività economica. Nel frattempo, il 50% dei fallimenti individuali degli Stati Uniti è provocato da spese per le cure sanitarie.
Ma non tutti se la passano male. Le compagnie farmaceutiche, i chirurghi, i medici specialisti, le compagnie d’assicurazione sanitarie e gli ospedali privati stanno guadagnando come banditi, garantendo compensi multimilionari agli amministratori delegati e – non me lo sto inventando – aumenti di oltre il 500.000% sui farmaci da prescrizione. E mentre in America la gente si ammala sempre di più, le aziende farmaceutiche, le compagnie d’assicurazione e molti fornitori di “cure” sanitarie (ma sarebbe più giusto dire “fornitori di trattamento per le malattie”) nuotano nell’oro. Le compagnie farmaceutiche sono oggi tra le corporazioni più ricche del mondo e sono arrivate a questo inventando malattie fittizie e vendendo poi farmaci per guarirle a persone che per la maggior parte non ne avevano bisogno. Per saperne di più su questo argomento date un’occhiata alla mia vignetta Disease Mongers Inc. [Seminatori di Malattie, SpA, NdT].
Intanto, il popolo americano è il popolo più malato del mondo nella cerchia delle nazioni avanzate. Spendiamo più di qualunque altro paese nelle cure sanitarie, paghiamo i prezzi più alti del mondo per i medicinali e ci viene detto in continuazione che possediamo la miglior tecnologia medica del mondo. Ma se davvero il nostro sistema sanitario è così buono, perché 50 milioni di americani non possiedono un’assicurazione sanitaria? Perché gli ospedali scaricano letteralmente sulla strada i pazienti privi di assicurazione, abbandonando i pazienti per tutelare i profitti, mentre i nostri politici conducono trattative per conto della Big Pharma allo scopo di assicurarsi che i pazienti americani continuino a pagare i prezzi più alti del mondo per le medicine? (clicca qui per vedere la vignetta di CounterThink sulle trattative condotte dal Presidente Bush con le compagnie farmaceutiche).
Cos’è che non funziona nel sistema sanitario americano?
Sicko: un documentario da vedere.
Michael Moore, il regista di Sicko, risponde a questa fondamentale domanda in quello che è a tutt’oggi il suo miglior documentario. Dimenticatevi qualunque critica abbiate sentito su Sicko, questo è il capolavoro di Michael Moore: un documentario coraggioso, potente e agghiacciante che mette a nudo l’arroganza della medicina moderna e il miserabile fallimento del sistema sanitario americano, controllato dalle corporazioni, nel garantire un trattamento sanitario decoroso ai cittadini. Guardare questo film vi lascerà schiumanti di rabbia o in lacrime (o entrambe le cose). Viene rivelata la profonda corruzione del sistema sanitario americano e viene spiegato che l’intero sistema è stato in realtà studiato per negare l’assistenza sanitaria al popolo americano.
Io ho imprecato per anni contro le disfunzioni della sanità americana e, come ho spiegato infinite volte con meraviglia di alcuni, le corporazioni della salute hanno in realtà un programma per far sì che la gente resti malata. Non c’è profitto nella prevenzione delle malattie, specialmente nell’industria del cancro. Cliccate qui per leggere il mio recente rapporto sul rifiuto della American Cancer Society di contribuire alla prevenzione del 77% di tutte le forme di cancro utilizzando integratori di vitamina D affidabili e scientificamente testati.
In Sicko, Michael Moore riesce, con molta efficacia, a presentare questo problema al pubblico di massa, tessendo insieme le storie struggenti di cittadini americani che hanno perso mariti, figlie e altri familiari a causa di malattie che potevano essere prevenute, il tutto grazie a rifiuti di sostegno economico, pianificati e intenzionali, da parte delle compagnie di assicurazione sanitaria. In un brano del film, Moore presenta un filmato d’archivio in cui l’ex presidente Nixon offre la sua piena approvazione ad un progetto sanitario del 1970, noto come “HMO” [Health Maintenance Organization, Organizzazione per il Mantenimento della Salute, NdT], in base al quale più pazienti si vedono negare i servizi sanitari, più denaro entra nelle casse di ospedali e compagnie assicurative!
Per contrasto, Moore fa vedere i sistemi di cura sanitaria generalizzata operanti in paesi come Canada, Inghilterra, Francia e perfino Cuba… tutti paesi in cui le cure sanitarie sono gratuite per chiunque. Si chiama trattamento sanitario pubblico (o “medicina sociale”) ed è un sistema attuato da quasi tutte le nazioni progredite del mondo… e perfino da alcune nazioni non progredite. Solo in America la medicina è ferma al Medio Evo, vincolata ad un sistema irrimediabilmente corrotto di sfruttamento finanziario e controllo monopolistico dei prezzi, dove
Per avere una rappresentazione visiva del pasticcio in cui ci troviamo, potete andarvi a vedere la vignetta di CounterThink , The Disease Economy [L’economia della Malattia, NdT]. Oppure potete leggere il mio libro Le cure naturali e la cospirazione che vi impedisce di conoscerle per capire quanto malefico e corrotto sia in realtà il nostro sistema sanitario.
Perché chi attacca Moore è in malafede
Moore, come al solito, è diventato il bersaglio di ogni genere di critici, ai quali farebbe molto piacere vederlo sparire e smettere di lanciare pietre contro la barca dei Bravi Ragazzi, che sembra navigare alla grande in America (almeno finché fate parte dell’elite dei non ammalati). Tanto per cominciare, alcuni funzionari del governo degli Stati Uniti stanno indagando su Moore per violazione delle restrizioni ai viaggi verso Cuba. Come mai? Perché Moore ha riunito una dozzina di americani che si erano visti rifiutare le cure mediche negli Stati Uniti e li ha portati a Cuba, dove hanno ricevuto cure sanitarie gratuite e di alto livello in un moderno ospedale cubano.
Qui il messaggio è difficile da fraintendere: Cuba si prende cura dei propri cittadini meglio degli americani. Addirittura, Cuba si è offerta di prendersi cura di alcuni cittadini americani che l’America aveva abbandonato! Proprio quel tipo di pubblica umiliazione dei funzionari governativi che non è apprezzata, al giorno d’oggi, in un’America ridotta a stato di polizia, dove chiunque osi mettere in dubbio la saggezza del governo viene marchiato come terrorista. Moore è preso di mira non tanto perché ha portato alcuni eroi dell’11 settembre a Cuba per offrir loro assistenza medica, quanto piuttosto perché ha osato rendere pubblica tutta la faccenda. Umiliare il Re è il modo più rapido per ritrovarsi con la testa su un ceppo. Provate a chiederlo agli scienziati che dissentono pubblicamente dalle teorie sul cambiamento climatico disperatamente pubblicizzate da Bush per fini politici…
A criticare Moore sono anche le corporazioni avide e corrotte denunciate dal suo film (compagnie farmaceutiche, fornitori di assicurazioni sulla salute, ospedali e così via), nonché alcuni puerili critici di internet i quali, standosene a casa sprofondati nelle loro poltrone, non apprezzano Moore per il semplice fatto che osa alzarsi in piedi e gridare “Il Re è nudo!”. Quasi tutte le critiche piovute addosso a Moore sono prive di consistenza. Moore viene attaccato sul piano personale, ma nessuno osa discutere ciò che denuncia nel suo film. Perché? Perché Moore ha ragione. Il sistema sanitario americano è una vergogna per il paese e per il mondo intero. Lo è a tal punto che molti cittadini stranieri bene informati non verrebbero a curarsi in questo paese neanche morti, a meno che non abbiano un incidente mentre sono in visita negli USA e finiscano così nelle mani del sistema sanitario americano.
Personalmente, ho abbandonato il sistema sanitario americano molto tempo fa. Sono un nutrizionista olistico, faccio esercizio, seguo un’alimentazione corretta, prendo molto sole e divoro cibi ipernutrienti e frutta cruda. Non ho bisogno di dottori, medicinali o di una polizza d’assicurazione sulla salute. Non mi sottopongo a controlli medici annuali e il mio rischio di cancro, malattie cardiache, diabete o altre patologie comuni è pari a zero. (Ho pubblicato le statistiche sulla mia salute su www.HealthRanger.org, se vi interessa vedere il lavoro svolto dal mio sangue).
Allo stesso tempo, mi rendo conto che non tutti sono così fortunati riguardo alle condizioni di salute. Molte persone, semplicemente, non si prendono cura della propria salute e per quanto io possa parlare per giorni e giorni delle responsabilità del paziente che si accompagnano a quelle delle corporazioni, la realtà è che le incessanti campagne pubblicitarie delle compagnie farmaceutiche e delle aziende alimentari hanno creato un modo di pensare che favorisce le malattie, il consumo di cibi-spazzatura, la dipendenza dai farmaci e il vittimismo dei pazienti. C’è una crisi della sanità in corso in questo paese e occorreranno riforme davvero radicali per arrivare a una svolta che salvi l’America dall’annichilimento finanziario favorito da una spesa sanitaria fuori controllo.
Cosa manca in “Sicko”
Il materiale che Sicko presenta è di forte impatto e raggiunge l’obiettivo che si prefigge. Ma al film manca qualcosa: una discussione seria sui metodi con i quali una nazione può prevenire le malattie, utilizzando nutrizione, erbe medicinali, luce del sole, acqua pura, messa al bando delle sostanze tossiche, scelte dietetiche intelligenti, nonché vietando la pubblicità di cibi-spazzatura, prodotti farmaceutici, e così via. Certo, non era questo lo scopo di Sicko e per trattare quest’argomento occorrerebbe un film a parte, ma personalmente non mi sarebbe dispiaciuto un accenno più marcato alla possibilità di risolvere i problemi di salute della nostra nazione con una prevenzione efficace (anziché persistere nella politica attuale, che consiste nell’aspettare che la gente si ammali e poi curare i sintomi, ignorando le vere cause della malattia).
Certo, per Moore può essere difficoltoso parlare di prevenzione delle malattie, visto che lui stesso non è esattamente il testimonial pubblicitario ideale per una campagna sulla salute fisica. Del resto, non ha mai detto di esserlo. Perciò ai critici che attaccano Moore aggrappandosi al suo personale stato di salute sfugge quello che è il punto del film. Moore sta semplicemente indicando cosa non funziona nel sistema sanitario americano e lo fa in maniera brillante e convincente, al di là delle sue condizioni di salute personali. Inoltre, se proprio si vuole discutere della salute degli “esperti”, basta farsi un giro in qualsiasi ospedale e dare un’occhiata alla gente che ci lavora. Molti di loro non sono più sani di Moore, e sì che lavorano nel cuore dell’industria! La vita media di un dottore americano è inferiore a quella di un contadino cubano. E non è un modo di dire.
Al di là delle critiche sul suo stato di salute personale, Moore lavora con una buona dose di sano scetticismo sul metodo adoperato oggi negli Stati Uniti. Moore è un pensatore indipendente che semplicemente rifiuta di seguire la folla e con questo film fa il lavoro che il popolo americano avrebbe dovuto fare da tempo: mettere in dubbio l’efficacia del nostro sistema sanitario. Purtroppo, la verità è che molti americani non sono che pecore che seguono il gregge e fanno quel che gli viene detto di fare. Un recente sondaggio ha rivelato che quasi il 45% degli americani si fida ancora della FDA! E’ stupefacente, visto che io ho potuto constatare con certezza che
Quale ruolo avrà “Sicko”?
Credo che il tempismo di Sicko sia perfetto e che esso svolgerà un ruolo significativo nelle imminenti elezioni del 2008. I politici che presenteranno piattaforme di riforma radicale della sanità avranno la possibilità di ricevere molti più consensi di quelli così poco saggi da cercare di difendere il sistema attuale.
E’ un brutto colpo per i Repubblicani, poiché molti Repubblicani sostengono
Questo film spingerà l’America a parlare in modo serio delle riforme alla sanità. Ma come ho già fatto notare in un articolo precedente, Dov’è la salute nella riforma della salute?, quasi nessuno è disposto a prendere in considerazione quelle proposte in grado di risolvere davvero il problema della salute nell’America di oggi. Non c’è modo di “trattare” una via di fuga da una nazione divenuta così dipendente dai farmaci, ipernutrita e ipermalata da somministrare droghe anche ai bambini (dette anche “Ritalin”). Quasi il 50% degli americani adulti assume medicinali, molti dei quali sono assolutamente inutili da un punto di vista medico. La pubblicità dei farmaci impazza sui media,
Il futuro dell’America è tetro
E’ chiaro che qualcosa deve cambiare in questo paese se vogliamo sopravvivere come nazione. Con l’attuale sistema di indebitamento massiccio, corruzione politica capillare, culto della guerra e fallimenti sanitari, gli Stati Uniti d’America semplicemente non sopravviveranno per un’altra generazione. Nessuna nazione che abbandoni la salute dei propri cittadini può sperare di avere un futuro. Come Moore evidenzia, esiste comunque una possibilità di salvare l’America, ma solo se saremo capaci di apportare cambiamenti significativi a partire da adesso.
Occorre mettere in atto riforme davvero radicali. Ho offerto molti suggerimenti in un mio noto articolo, La Riforma Legislativa della Sanità che il Congresso dovrebbe attuare, ma non attuerà. Vedete, i legislatori non hanno nessun interesse a salvare l’America dal collasso finanziario. Si preoccupano solo delle prossime elezioni e raccogliere fondi per la rielezione significa doversi inchinare agli interessi delle potenti corporazioni, che sono quelle che comandano davvero a Washington.
Personalmente non credo che riforme significative siano possibili nell’attuale sistema politico americano. I Grandi Profitti dell’industria della malattia hanno messo il cappio al collo del sistema politico e quest’orrida cosa dovrà crollare ed essere riavviata nella sua interezza prima di poter assistere a qualche cambiamento importante.
Ma non preoccupatevi: è proprio questo che sta per succedere. Io prevedo che l’America non sopravviverà alla crisi del suo sistema sanitario. Non sarà il primo impero a crollare sotto il peso dell’arroganza e della corruzione. Anzi, si unirà a una lunga (e crescente) lista di civiltà che sono sorte e cadute, assicurandosi il proprio posto nei libri di storia come ennesima nazione imperialista che credeva di poter dominare il mondo mentre ignorava le necessità dei propri stessi cittadini.
Per chiudere su “Sicko”
E’ un film da vedere assolutamente. E’ sorprendentemente obiettivo e ben documentato, non ricorre mai a voci prive di riscontro al solo scopo di impressionare il pubblico. Anzi, come persona che scrive da quattro anni dei problemi della sanità americana, devo dire di non aver trovato nel film neanche una affermazione che non fosse veritiera. E’ tutto vero e tutto dannatamente spaventoso. Andate a vederlo. Sarà nei cinema a partire dal 29 giugno. [Su internet è reperibile già da un pezzo, NdT].
E se, come una delle persone presentate nel film, mi trovassi mai a dover scegliere tra la chirurgia riconnettiva del mio dito medio per 60.000$ e quella dell’anulare per 12.000$, sceglierei di farmi ricucire il medio per poter mostrare visivamente ai senatori americani che cosa penso del sistema sanitario esistente oggi in America.
ULTIMO SPETTACOLO

Sarà lui il leader del nascente Partito Democratico, la nuova creatura di Frankenstein che affosserà per sempre ogni ricordo di ciò che il Partito Comunista ha significato, nel bene e nel male, per questo paese. Walter Veltroni, l’uomo che distrusse il giornale di partito che dirigeva trasformandolo in un distributore di videocassette e costringendolo a chiudere, vergognosamente, dopo pochi anni per sopravvenuto disgusto dei lettori. L’uomo è così innamorato del cinema americano – attualmente il più brutto del mondo - da essersi convinto che la politica sia un set di Hollywood e gli elettori spettatori del sabato sera, venuti per sgranocchiare popcorn e rintontirsi di effetti speciali. Da sindaco di Roma il suo impegno è stato esattamente questo: evitare i problemi reali della città e trasformare la capitale – come giustamente scrive Carlo Gambescia – in un baraccone per turisti, un luna park degli happening e dello spettacolo, una Disneyland sul Tevere per gonzi paganti, solo un po’ più sporca e scomoda del modello originale.
In questa Disneyland dei poveri le periferie vanno in malora, i parchi pubblici attrezzati sono pochi e miserabili, l’illuminazione stradale è assente in diversi quartieri, le baraccopoli si moltiplicano, i prezzi delle case sono alle stelle, l’aria è irrespirabile e perfino impestata di cocaina, gli sfratti gettano sul lastrico intere famiglie, la viabilità è inenarrabile, i treni della metropolitana si scontrano provocando vittime e feriti, il che ha del miracoloso se si pensa che Roma ha solo due linee di metropolitana contro le 3 di Bruxelles, le 5 di Berlino, le 12 di Londra e le 16 di Parigi. Ma per Veltroni, re del cinema d’azione, nulla è impossibile, neanche uno scontro fra treni in una città con due sole linee del metrò. Egli non si scompone e resta rinchiuso nella sua Roma di cartapesta, ostentando un sorriso da attore consumato. Frequenta solo artisti e personalità dello spettacolo (da Gae Aulenti a Francesca Neri, da Stefania Sandrelli a Sandro Veronesi) evitando la gente comune, tranne quando deve inaugurare parcheggi a pagamento (qualche striscia blu disegnata per terra) o intervenire a una premiazione della Ferilli per il suo "contributo dato alla conoscenza del mondo del commercio”. Perché la conoscenza, nel pensiero hollywoodiano del nostro, è affidata alle attricette della fiction, mica alle scuole e alle università, che possono andare – e infatti vanno – in malora. Non è che Veltroni non ami le scuole. Le adora e ne inaugura spesso di nuove, basta che siano nel Malawi e non nella città che dovrebbe governare. Costano molto meno, senza contare che una scuola inaugurata o ristrutturata a Roma fa molta meno audience.
Il consenso veltroniano è fondato sulla messinscena e sulle relazioni con i personaggi del costume e dello spettacolo, che gli fanno da cassa di risonanza mediatica. L’esercito di vip nullafacenti di cui si circonda gli ha costruito attorno l’immagine di persona attiva e dinamica. Il dinamismo consiste nell’intervenire a dozzine di festival e presentazioni di libercoli di ogni tipo e nell’illuminare a giorno il colosseo per protestare contro la pedofilia (i pedofili ne saranno rimasti umiliati e devastati). A ingigantire questi non-eventi provvedono poi i TG di regime, che trasformano ogni cocktail di cialtroni in pomposo evento culturale, ogni premiazione di attricette per discutibili meriti in assegnazione del Nobel per la fisica. Purtroppo, quando esce dal suo circolo del bridge e si trova ad affrontare le persone reali del mondo reale, Veltroni viene spesso accolto a fischi e pernacchie, come quando si presentò sulla scena del disastro in metropolitana, vantandosi che i soccorsi, perbacco, erano stati rapidissimi. E’ per questo che col mondo reale preferisce aver poco a che fare. Se ne sta chiuso nel suo universo virtuale, come la vecchia attrice sfiorita di Viale del tramonto – uno dei suoi film preferiti, immagino - a guardare vecchie pellicole in bianco e nero e a giocare a rubamazzo con Buster Keaton.
Ora leggo che nel candidarsi alla guida del PD, Veltroni ha sintetizzato il proprio programma con queste parole: "Questo non è tempo di sogni, che non sono sufficienti: bisogna portare anche le risposte". Fa un po’ impressione sentir parlare di risposte un tizio che non si è mai curato di ascoltare le domande. Le domande di una città meno intasata dal traffico, meno lurida, meno costosa per chi non è turista o non è Sabrina Ferilli, meno irrespirabile. Soprattutto fa impressione il rifiuto dei sogni da parte di uno che sui sogni e sulla capacità di venderli al pubblico ha costruito tutta una carriera. Perfino il Silvio nazionale troverebbe un concorrente agguerrito in questo trafficante di ideali di celluloide. Ma come? Una volta tanto che i sogni ci servivano, lui ci rinuncia a priori e li butta dalla finestra. Vorrei ricordare a Veltroni che esistono sogni e sogni. Ci sono i sogni stucchevoli e rimbecillenti dei filmacci di propaganda americana - che riempiono i nostri schermi e le nostre teste – o delle squallide produzioni ferilliane in cui
Veltroni, vagheggiando la liberazione dai sogni, continua imperterrito a sognare. Rischia di avere un durissimo risveglio quando il cinema d’essai in cui ha trascorso la vita prenderà fuoco, crollando in cenere e macerie. Temo che non sarà il solo.
INCHIOSTRO D'ICHINO

Come da antica tradizione, càpita che ogni tanto qualche alto papavero del gotha istituzionale o del suo fitto sottobosco, si scagli lancia in resta contro i fannulloni della pubblica amministrazione. Sembra sia toccato a Pietro Ichino l’alto incarico di lanciatore di strali contro la sfaticataggine dei pubblici dipendenti che viene additata, nel progetto di lotta fratricida elaborato dalle istituzioni per dividere e imperare alle nostre spalle, come la principale rovina di questo nostro amabile paese.
Pietro Ichino parla dall’alto di un’intera vita trascorsa nello svolgimento di lavori sfibranti che lo hanno devastato nel fisico e nel morale. E’ stato sindacalista, politico, avvocato, giornalista. Perfino professore universitario, attività che è, in Italia, sinonimo di sacrificio e rinunce. Un’esistenza passata a guadagnarsi il pane col sudore della fronte, svolgendo incarichi d’inaudita durezza che ben giustificano il suo sdegno contro postini e vigili urbani. Infaticabile, lavoratore indefesso, il suo attaccamento all’operosità quotidiana è tale che in certi momenti della sua vita ha svolto contemporaneamente due lavori, quello di parlamentare e docente universitario. O perlomeno ne ha percepito entrambi gli stipendi, che è sempre più di quanto faccia un dipendente pubblico, il quale percepisce uno stipendio solo e, non di rado, pure da fame. Attualmente il lavoro principale di Ichino (anch’esso, immagino, defatigante e ben retribuito) sembra essere il tirassegno contro i nullafacenti. Sul tema “nullafacenti” egli scrive spesso libri e articoli di giornale grondanti di illuminati suggerimenti. Ad esempio suggerisce di licenziare i lavoratori improduttivi della PA per evitare di tagliare ulteriormente “sugli investimenti o sui servizi pubblici che funzionano”.
Qui verrebbero spontanee una serie di domande alle quali il nostro Prof.-On.-Avv.-Sind. prudentemente si sottrae: ad esempio, quali sarebbero i servizi pubblici che funzionano? Ce lo garantisce lui che, licenziati i pubblici dipendenti che battono la fiacca, i servizi pubblici non vengano tagliati egualmente per mantenere costante il flusso di quattrini e privilegi nelle tasche dei parlamentari? E soprattutto, dovendo licenziare i nullafacenti, perché non iniziare dai parassiti per antonomasia, e cioè dalla famelica e indecente classe politica italiana? L’Italia mantiene a caviale e gelato (e mi raccomando il gelato, sennò Buttiglione protesta) la bellezza di 900 parlamentari, il numero più alto del mondo dopo quello della Cina. La quale Cina, però, ha un miliardo e mezzo di abitanti, mentre noi poco più di 50 milioni. Negli USA c’è un parlamentare ogni 560.000 abitanti, in Italia uno ogni 60.000. E questo senza contare l’imponente armata di mangiapane a ufo (portaborse, giardinieri, cuochi, autisti di auto blu, ecc.) che gravita intorno a questo pianeta famelico di sfaticati succhiasangue. I parlamentari italiani sono serviti dal maggior numero di auto blu al mondo, oltre mezzo milione, alle quali corrisponde un’orda barbarica di autisti, guardie del corpo e addetti vari che se fossero sindacalizzati (ad esempio nella nuova categoria sindacale degli “addetti all’intrattenimento dei parassiti”) rappresenterebbero, per numero di lavoratori interessati, una delle maggiori categorie operaie del paese, se non la maggiore in assoluto. Il costo annuale di questa marea di spalletonde equivale alla metà abbondante di una legge finanziaria (altro che tesoretto!).
Il professor Ichino ritiene che questa categoria operaia - e quella di coloro che la foraggiano con i nostri quattrini – sia utile e produttiva? Che i suoi componenti siano instancabili lavoratori? Che il denaro pubblico destinato alle auto di scorta e alle guardie del corpo di Buttiglione e Mastella sia ben speso, cioè speso nell’interesse della collettività?
Ma certo che lo ritiene. Infatti nessuna delle sue invettive è diretta contro questa classe di spreconi, così arrogante da non nascondere neanche più il proprio disprezzo per la collettività che dovrebbe governare.
Il male dell’Italia sono i postini pagati 1200 euro al mese, mica Buttiglione, che gode stipendio principesco e privilegi da signore feudale per occuparsi della sacra causa istituzionale del pralinato all’amarena. Ichino non degna di uno sguardo i parlamentari che ricevono le proprie clientele nei lussuosi uffici romani affittati dal palazzinaro Sergio Scarpellini. Un affare da 652 milioni di euro in 18 anni, concluso con Scarpellini prima ancora che questi acquistasse i 4 palazzi che avrebbe poi dato in affitto ad un prezzo esorbitante, superiore al loro valore d'acquisto. Uno spreco di denaro pubblico disgustoso e inaudito, che Ichino decide dunque di non guardare per inveire contro insegnanti, bidelli e infermieri. E' più redditizio e molto meno rischioso.
Si dirà che una cosa non esclude l’altra. Spazzare via (o ridurre in modo drastico alla metà della metà) la classe dei parassiti e dei loro chauffeur non impedisce di riservare lo stesso trattamento alle pubbliche amministrazioni, dove i nullafacenti, senza dubbio, esistono (come del resto in qualsiasi categoria lavorativa).
E’ vero.
Solo che Ichino non si cura di andare oltre l’invettiva generica. I “nullafacenti” contro cui impreca non vengono definiti nel dettaglio, tantomeno facendo qualche nome e cognome, magari di rilievo politico. Non c’è, dietro le sue parole, l’intento di moralizzare e rendere più efficiente il servizio pubblico. Nella migliore delle ipotesi si tratta dello sfogo di un privilegiato che s’indigna dei privilegi altrui (inserendo, probabilmente, anche qualche diritto acquisito, come quello ai periodi di malattia retribuita, nel novero degli sprechi che sono tali solo se fatti dagli altri). Ma è probabile che l’intento sia quello propagandistico di sempre: sparare a zero sul settore pubblico per poterlo ridurre, rimpinguando così il portafoglio della politica, minacciato dal vento di insofferenza che inizia a soffiare nell’elettorato; mettere i cittadini gli uni contro gli altri, lavoratori del privato contro quelli del pubblico, per poter meglio amministrare, nella zuffa risultante, le proprie rendite e clientele.
La genericità dolosa del suo discorso – se si può parlare di discorso e non di sequela di luoghi comuni – denuncia, giustamente, gli sprechi e l’impunità dei dirigenti e invoca sistemi di controllo e valutazione dell’efficienza; ma lo fa senza troppe distinzioni tra dirigenti e subordinati, come se il rapporto trattamento-rendimento delle due categorie fosse paragonabile. Inoltre, se il problema è quello dell’assenteismo dirigenziale, il primo passo da fare non è controllare i dirigenti, ma ridurne drasticamente il numero. Ichino non dice una parola sul fatto che l’Italia possiede così tanti dirigenti pubblici perché la dirigenza della PA è il luogo di parcheggio per antonomasia di amici, parenti, sodali, clienti e conoscenti dei potenti della politica. Non si gode di considerazione adeguata alla propria carica nei palazzi romani se non si è in grado di elargire posti pubblici di rilievo ad amici, simpatizzanti e sostenitori. Il potere, per reggersi, ha bisogno di insegne che lo rendano visibile e la distribuzione di alte cariche nella PA è, da sempre, l’insegna ideale. Questo spiega il moltiplicarsi di commissioni inutili, enti inutili, centri di studio su questioni inutili… tutta roba finanziata dalle nostre tasche e il cui unico scopo è quello di riservare ai politici l’assegnazione di incarichi di prestigio, poiché è su questo che si fonda la loro immagine di potenza e – ormai – la loro stessa speranza di sopravvivere.
Del resto, che le invettive di Ichino siano animate dal desiderio di servire il sistema e seminare rivalità sociale più che da quello di razionalizzare l’efficienza della PA, lo si capisce dalla sua difesa a oltranza della legge Biagi. Sostiene Ichino che “non esiste alcuna evidenza di una responsabilità di quel decreto nel fenomeno dell’aumento del lavoro precario. La realtà è che l’aumento del lavoro precario ha incominciato a manifestarsi fin dagli anni 70 ed è continuato ininterrottamente fino alla fine degli anni 90, per poi arrestarsi proprio negli anni della penultima legislatura“. Naturalmente si tratta di una bufala, anche in questo caso dolosa. Secondo i dati Eurostat, in Italia i lavoratori a tempo determinato sono aumentati del 33,7% tra il 2001 e il 2006. L’incremento riguarda anche le categorie di co.co.co. e co.co.pro. Infatti, secondo i dati dell’INPS sul lavoro parasubordinato, i contribuenti attivi della “gestione separata” sono passati da 1.402.330 del
Ichino scrive le sue invettive di preferenza sul Corriere della Sera, il giornale che dell’intreccio tra politica, industria e finanza è diventato il vessillo più inverecondo, superando la faziosità politica per mettersi al servizio degli interessi economico-industriali di cui la politica stessa – che ne è sempre stata influenzata - è diventata componente ormai omologata e indistinguibile. Anche questa non è circostanza da liquidare troppo frettolosamente come coincidenza.
GLI ESPORTATORI DI TERRORE

LABORATORIO PER UN MONDO
FORTIFICATO
di Naomi Klein
tratto da www.thenation.com
traduzione di Gianluca Freda
Gaza nelle mani di Hamas, con militanti mascherati seduti sulla poltrona del presidente;
A prima vista, sembra che le cose non vadano bene per Israele. Ma ecco l’enigma: come mai, in mezzo al caos e alla carneficina, l’economia israeliana cresce come se fosse il 1999, con un mercato azionario ruggente e tassi di crescita vicini a quelli della Cina?
Thomas Friedman ha recentemente esposto sul New York Times la propria teoria. Israele “coltiva e ricompensa l’immaginazione individuale” e perciò la sua gente produce in continuazione ingegnosi progetti ad alta tecnologia, a prescindere dai disastri provocati dai suoi uomini politici. Dopo aver analizzato i progetti degli studenti di scienze ingegneristiche e informatiche della Ben Gurion University, Friedman si produce in una delle sue azzardate enunciazioni: Israele “ha scoperto il petrolio”. Questo petrolio, ovviamente, si troverebbe nelle menti dei “giovani innovatori e imprenditori israeliani”, che sarebbero troppo impegnati a fare grandi affari con Google per lasciarsi trattenere dalla politica.
Ecco invece un’altra teoria: l’economia israeliana non sta crescendo a dispetto del caos che riempie i titoli dei giornali, ma proprio grazie ad esso. Questa fase di sviluppo risale alla metà degli anni ’90, quando Israele era all’avanguardia nella rivoluzione informatica, essendo tra le economie mondiali quella più dipendente dal settore tecnologico. Dopo l’esplosione, nel 2000, della bolla delle dot.com, l’economia israeliana si ritrovò devastata, affrontando il proprio anno peggiore dal 1953. Poi arrivò l’11 settembre e d’improvviso nuove prospettive di profitto si dischiusero per qualsiasi compagnia che affermasse di essere in grado di identificare terroristi in mezzo alla folla, rafforzare i confini contro gli attacchi ed estorcere confessioni da prigionieri con le labbra serrate.
Nell’arco di tre anni, gran parte dell’economia tecnologica israeliana era stata radicalmente riconvertita. Per dirla in termini friedmaneschi: Israele era passato dalla produzione di strumenti di connessione per il “flat world” alla vendita di reticolati per un pianeta ridotto all’apartheid. Molti degli imprenditori di successo israeliani utilizzano la condizione del proprio paese di stato-fortezza, circondato da furiosi nemici, come una sorta di esposizione permanente, un esempio vivente di come si possa godere di relativa sicurezza anche nel mezzo di una guerra costante. Il motivo della supercrescita di Israele è che le sue compagnie stanno ora laboriosamente esportando questo modello nel resto del mondo.
Le discussioni sul commercio di armamenti militari in Israele si focalizzano di solito sul flusso di armi che arriva nel paese. Gli Stati Uniti fabbricano i Caterpillar usati per abbattere le case nella West Bank e le compagnie britanniche forniscono le parti per gli F-16. Si sorvola sul business delle esportazioni di Israele, che è enorme e in continua espansione. Israele fornisce adesso 1.2 miliardi di dollari in prodotti per la “difesa” agli Stati Uniti, un incremento gigantesco rispetto ai 270 milioni di dollari del 1999. Nel 2006 Israele ha esportato 3.4 miliardi di dollari in prodotti per la difesa, oltre un miliardo in più di quanto abbia ricevuto in sovvenzioni statunitensi. Ciò fa di Israele il quarto maggior esportatore di armi del mondo, superiore perfino all’Inghilterra.
Gran parte della sua crescita è dovuta al cosiddetto settore della “sicurezza interna”. Prima dell’11 settembre la sicurezza interna, come industria, esisteva a malapena. Entro la fine di quest’anno le esportazioni israeliane in questo settore raggiungeranno gli 1.2 miliardi di dollari, con un incremento del 20%. I prodotti e servizi più importanti sono le barriere ad alta tecnologia, i droni teleguidati, i sistemi d’identificazione biometrica, gli strumenti di sorveglianza audio e video, i sistemi di schedatura dei passeggeri dei voli aerei e d’interrogazione dei prigionieri. Precisamente gli strumenti e le tecnologie che Israele ha utilizzato per isolare i territori occupati.
Ecco perché il caos a Gaza e nel resto della regione non rappresenta una minaccia per gli introiti di Tel Aviv e potrebbe anzi incrementarli. Israele ha imparato a trasformare una guerra infinita in una fonte di reddito, presentando lo sradicamento, l’occupazione e la segregazione del popolo palestinese come un anticipo di mezzo secolo della “guerra globale al terrorismo”.
Non è un caso che i progetti dell’Università Ben Gurion, che tanto impressionano Friedman, abbiano titoli come “Nuova Matrice di Covarianza per il Rilevamento di Bersagli in Immagini Iperspettrali” e “Algoritmi per il Rilevamento e l’Aggiramento di Ostacoli”. Trenta nuove compagnie che producono articoli per la sicurezza interna sono state aperte in Israele solo negli ultimi sei mesi, grazie in buona parte a generosi sussidi governativi che hanno trasformato l’esercito israeliano e le università del paese in incubatrici di progetti per nuove armi e sistemi di sicurezza (una cosa da tenere a mente nei dibattiti sul boicottaggio accademico).
La settimana prossima le più solide fra queste compagnie verranno in Europa per l’Esposizione Aeronautica di Parigi, che per l’industria degli armamenti è l’equivalente della Settimana della Moda. Una delle compagnie israeliane che partecipano all’esposizione è
Come accade per centinaia di altre aziende di sicurezza israeliane,
Un’altra star dell’Esposizione Aeronautica di Parigi sarà il colosso della difesa militare Elbit, che ha in programma di presentare i suoi velivoli senza pilota Hermes 450 e 900. Stando a ciò che riferisce la stampa, in maggio Israele avrebbe utilizzato questi droni in missioni di bombardamento su Gaza. Una volta testati sui territori, essi vengono esportati all’estero: l’Hermes è già stato utilizzato al confine tra Arizona e Messico; alcuni terminali Cogito1002 sono all’esame di un ignoto aeroporto statunitense; e
Da quando Israele ha iniziato a segregare i territori occupati con muri e posti di blocco, gli attivisti per i diritti umani hanno spesso paragonato Gaza e
Perciò, in un certo senso, Friedman ha ragione: Israele ha trovato il petrolio. Ma il petrolio non è l’immaginazione dei suoi imprenditori tecnologici. Il petrolio è la guerra al terrorismo, la condizione di paura costante che crea una domanda senza fine di apparecchi per sorvegliare, spiare, contenere e identificare i “sospetti”. La paura, a quanto sembra, è l’ultima arrivata fra le risorse rinnovabili.
UN FAURISSON VI SEPPELLIRA'

Quando nel mondo appare un vero genio, lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui. (Jonathan Swift)
Qualunque cosa Faurisson avesse da dire o potesse dire, esisteva un mio diritto di poterlo ascoltare e di potermene fare una personale idea. I giovani ebrei romani hanno calpestato questo mio diritto, ritenendo che si possa pensare solo ciò che loro autorizzano a sapere e pensare. Non intendo perdonare loro quella che per me è una prepotenza inaudita e non dimenticherò. Sarà questa la mia “memoria”. Ne ho una convinzione morale e persuasione intellettuale. Mi chiedo cosa sarebbero gli ebrei romani senza i Priebke. Come potrebbero vivere senza nutrirsi della colpa altrui, o meglio della colpa che loro pensano il mondo intero abbia verso di loro. Su questa base fondano la loro tracotanza, la loro pretesa ad un risarcimento morale e materiale infinito. Anche se nato cinquant’anni dopo i fatti, di cui non sa nulla di nulla, ogni europeo è responsabile in eterno verso di loro. Così in un ennesimo Appello con Amos Luzzatto primo firmatario, dove mentre si tenta di arginare il boicottaggio inglese verso Israele, si ricorda che “L’Europa intera è in debito verso Israele”? In debito di che? (Antonio Caracciolo, clubtiberino.blogspot.com )
* * * * * * * * * *
Il prof. Nicola Tranfaglia accetta il confronto con il prof. Robert Faurisson
Nel corso della trasmissione "Controcorrente" a Sky-Tv del 19 giugno, il prof. Nicola Tranfaglia dell'Università di Torino ha accettato di partecipare ad un contraddittorio a Teramo con il prof. Robert Faurisson, nonostante la sua netta e radicale opposizione alle tesi dello studioso francese. Tranfaglia è intervenuto rivolgendosi a Moffa, dopo che questi aveva ricordato di avere invitato al master Enrico Mattei molti storici e opinionisti ebrei, avversari dichiarati di Faurisson, e di averne avuto risposta negativa.
"Se fossi stato invitato io, avrei accettato", ha detto a quel punto Tranfaglia. Moffa ha quindi replicato proponendo l'organizzazione di un contraddittorio fra lui e Faurisson a Teramo il prossimo anno, ottenendo l'assenso dell'autorevole storico torinese. Bisognerà a questo punto aspettare anche la risposta di Faurisson, che comunque si è sempre dichiarato disponibile al confronto con i suoi avversari. (Claudio Moffa, www.mastermatteimedioriente.it )
* * * * * * * * * * * * * * * * * *
Il presente articolo di Robert Faurisson, pubblicato nel 2005, fa seguito alla sua nota controversia con Jean-Claude Pressac riguardo l’esistenza delle camere a gas, in merito alla quale avevo già tradotto un vecchio articolo dello stesso Faurisson. Vediamo com’è andata a finire. Il testo dell’articolo è tradotto da una versione inglese che può essere letta QUI.
DIECI ANNI FA,
di Robert Faurisson
traduzione di Gianluca Freda
Dieci anni fa, il 15 giugno 1995, Jean-Claude Pressac capitolava, ma il testo di quella capitolazione fu reso pubblico – in modo discreto – solo in caratteri molto piccoli posti in chiusura di un libro di Valerie Igounet, uscito a Parigi nel 2000, con il titolo: Histoire du négationnisme en France (Éditions du Seuil). Temo che gran parte di coloro che lessero quest’opera abbiano prestato scarsa attenzione a queste due mezze pagine (pp. 651-652) poste in mezzo a una gran massa di testo, dove l’autrice offriva a J. C. Pressac la sua occasione di parlare. Nonostante ciò, esse sono di capitale importanza nella storia della controversia sulle “camere a gas naziste”.
In esse J.C. Pressac dice chiaro e tondo che, alla fine dei conti, il dossier ufficiale sui campi di concentramento nazisti è “marcio”. Aggiunge perfino che tale dossier è “marcio” in modo irrimediabile e che, di conseguenza, è “pronto per i cestini dell’immondizia della storia”! Si lancia in una condivisibile accusa contro la “memoria” che “ha preso il sopravvento sulla storia”, contro le distorsioni ispirate “da risentimento e desiderio di vendetta”, contro i comunisti e i loro complici che si sono autonominati guardiani di una falsa verità (non osa, comunque, implicare nel discorso anche gli ebrei e le associazioni ebraiche). Afferma: “Approssimazione, esagerazione, omissione e menzogna contraddistinguono la maggioranza dei resoconti di quel periodo”. Si chiede: “E’ possibile riportare le cose sulla giusta rotta?” e risponde: “E’ troppo tardi. Una rettifica completa è umanamente e materialmente impossibile”.
Il termine “marcio” lo riprende dal professor Michel de Boüard. Ex internato a Mauthausen (dove era stato rinchiuso per atti di resistenza), questo storico, che era allo stesso tempo cattolico e vicino ai comunisti, divenne, dopo la guerra, decano della Facoltà di Letteratura e Scienze Sociali di Caen (Normandia) e membro dell’Institut de France. Fu presidente della commissione per la storia delle deportazioni nell’ambito del Comité de l’histoire de la deuxième guerre mondiale, alle dirette dipendenze dell’ufficio del Primo Ministro. Insignito della Croce di Guerra e della Medaglia della Resistenza, fu comandante della Legion d’Onore. Per altre informazioni sulle dichiarazioni di Michel de Boüard, rilasciate a sorpresa nel 1986-1987 e di chiaro stampo revisionista, si possono consultare le pagine elencate sotto il suo nome nell’indice dei miei Ecrits révisionnistes (1974-1998).
Esiste una spiegazione per l’improvviso cambio d’opinione di J. C. Pressac. Il 15 giugno 1995, nel momento in cui firmò il suo atto di resa, egli era ancora sotto l’effetto delle umiliazioni subite il mese precedente, per la precisione il 9 maggio, nella 17ª camera del Tribunale Penale di Parigi, presieduta dalla signora Martine Ract-Madoux. Un assordante clamore mediatico aveva accompagnato, nel settembre 1993, l’uscita del suo volume Les Crématoires d'Auschwitz: La machinerie du meurtre de masse ("I Crematori di Auschwitz: Il Meccanismo dello Sterminio di Massa"). Io avevo replicato con un volumetto intitolato Réponse à Jean-Claude Pressac sur le problème des chambers à gaz (“Risposta a Jean Claude Pressac sulla questione delle camere a gas”). Questa replica portò alla mia incriminazione in base alla legge Fabius-Gayssot, che proibisce di mettere in dubbio i crimini contro l’umanità così come sono stati definiti e puniti dai giudici di Norimberga. Il mio avvocato, Eric Delcroix, e io avevamo richiesto la convocazione, sotto pena di arresto, di J. C. Pressac in qualità di testimone. Due articoli dei miei Scritti summenzionati (pp. 1674-1682 e 1683-1693) offrono un resoconto di quell’udienza in Tribunale, descrivendo il palese e crescente disagio del testimone, la sua evasività e incapacità di rispondere alle domande di Delcroix, nonché la costernazione del giudice nel vedere questo tizio che, sollevate in alto le braccia, dichiarava che gli erano state fatte troppe domande, che aveva un’unica vita, che era solo nella sua lotta.
I procedimenti penali intentati contro di noi per il reato di revisionismo, in Francia e all’estero, sono stati piuttosto faticosi, per non dire stremanti. In certi momenti abbiamo conosciuto lo scoraggiamento e siamo stati tentati di considerare inutile ogni schema difensivo degno di questo nome. Ma bisogna riconoscere che questi processi hanno fortemente rafforzato la nostra causa. I nostri avversari hanno sempre rifiutato ogni proposta di dibattito, ogni confronto pubblico. Andavano strombazzando che i loro dossier sull’”Olocausto” o la “Shoah” erano più solidi che mai. Le uniche occasioni in cui siamo riusciti a costringerli a confrontarsi in un’arena, di fronte a un pubblico, sono state fornite da quegli stessi procedimenti penali che avevano avuto la temerarietà di intentare contro di noi.
A volte essi hanno dato l’impressione di aver vinto a livello di controversia storica o scientifica. E’ il caso recente del processo vinto da loro a Londra contro David Irving. Tuttavia, David Irving è al massimo un semi-revisionista e non possiede una conoscenza approfondita delle argomentazioni revisioniste. Durante il suo processo, egli non fu in grado di mettere a tacere una sottospecie di Pressac, una sorta di visionario rabbinico, l’ebreo Robert Jan van Pelt. (1)
Irving non accettò l’offerta d’aiuto fornitagli da un esperto come Germar Rudolf. In tutti i casi in cui i revisionisti sono stati capaci di difendersi nel modo appropriato, la rotta dei loro avversari è stata palese. Da questo punto di vista, i due lunghi processi contro Ernst Zündel, celebrati a Toronto nel 1985 e nel 1988, sono stati esemplari. Non parlo, ovviamente, delle conclusioni giudiziarie, ma dei risultati ottenuti a livello storico e scientifico; da un lato, la rotta degli esperti e dei testimoni presentati dalla parte avversa, dall’altro, i significativi contributi offerti dai ricercatori revisionisti, in occasione di questi processi, all’avanzamento della ricerca storica (penso in particolare al rapporto Leuchter su Auschwitz e Majdanek).
J. C. Pressac morì il 23 luglio 2003, all’età di 59 anni. Colui che i media del mondo occidentale avevano salutato come una specie di genio che avrebbe stroncato, stando a quel che si dice, il revisionismo in generale e Robert Faurisson in particolare, abbandonò questa vita nella più completa oscurità: non un solo organo dei principali media si curò neppure di annunciare la sua morte. (2)
Il 15 giugno 1995, giorno della resa di J. C. Pressac, rappresenta una delle date più importanti nella storia del revisionismo.
Note:
(1) “Robert Jan van Pelt, uno studioso decisamente inferiore a Pressac sia nel campo della conoscenza storica, sia, soprattutto, per metodologia e senso critico”. (Carlo Mattogno, Ricordo di Jean-Claude Pressac, The Revisionist, Novembre 2003, p. 434).
(2) A dispetto delle voci persistenti, ribadisco, ancora una volta, che J. C. Pressac non è mai stato mio “collaboratore” né mio “discepolo”.
IL CIRCO DEI PEDOFILI E' DI NUOVO IN CITTA'

Il tormentone della rete è in questi giorni il cosiddetto “Boy Love Day”. E’ successo che un sito tedesco (www.ibld.net), che si dice consacrato a “un esame razionale della pedofilia”, ha proclamato per il prossimo 23 giugno una “giornata dell’orgoglio pedofilo”, il Boy Love Day, appunto. Apriti cielo! Il web è stato sommerso, come sempre avviene in questi casi, degli strilletti queruli di legioni di perbenisti agghiacciati dall’orrore. Essi hanno giurato di contrastare l’iniziativa facendo scudo con i propri corpi. Massaie ricolme di sdegno hanno levato al cielo struggenti panegirici dell’infanzia violata. Truci energumeni hanno promesso, nella data dell’infausta ricorrenza, vigilanza incessante e abbattimento immediato di ogni persona che somigli anche vagamente a un molestatore, compresi Bruno Vespa e Ignazio
Faccio qualche considerazione. Primo: il Boy Love Day ha tutta l’aria di essere, se non proprio una bufala, perlomeno un’iniziativa puramente provocatoria. Ho letto su internet gli sfoghi inorriditi di persone che paventano parate cittadine di pedofili, con pubblici palpeggiamenti di lattanti ed impuberi. Gente, siamo seri. Per le parate occorrono autorizzazioni e le autorizzazioni, quand’anche venissero rilasciate, non sono comunque un’assicurazione contro il linciaggio. L’iniziativa rimarrà confinata su internet e senza la cagnara messa in piedi dai benpensanti non avrebbe ottenuto tutta la pubblicità di cui oggi gode e che onestamente non meritava.
Secondo: tentare di bloccare un’iniziativa su internet, come sempre, produce come unico effetto quello di ampliarla a dismisura. Infatti il portale del Boy Love Day si è prontamente trasferito su un altro indirizzo internet (che evito di citare), accessibile anche dall’Italia e reso immediatamente celebre grazie a quello che è, nella buona o nella cattiva sorte, il maggiore strumento di forza del web: il passaparola. Decine di siti hanno iniziato a rilanciare l’iniziativa, fornendo informazioni sul significato e gli obiettivi dell’evento. Risultato: oggi tutto il web è a conoscenza di un’iniziativa discutibile che con un po’ di buon senso in più e un po’ di censura in meno, sarebbe rimasta confinata al limbo del pittoresco in cui meritava di restare.
Terzo: quando sento parlare di pedofilia mi viene da metter mano alla pistola. No, non a difesa dei “bimbi” - come li chiama sempre, con termine studiato per produrre emotività a buon mercato, la stampa di regime - ma a difesa della libertà del web, assediata, da che esiste, col pretesto della prevenzione contro i pedofili. Ricordate gli anni ’90? Internet, ancora fanciullo, aveva appena mosso i primi passi che già i pedofili dei media tradizionali – fiutando la propria fine imminente - lo molestavano e aggredivano, identificandolo tout court con una rete volta allo scambio di materiale pedopornografico. Ricordo le frequenti “retate contro i pedofili di internet” a cui i giornali dedicavano per settimane le prime pagine. Si trattava, in realtà e per lo più, di retate di poveri cristi che gironzolando sul web avevano avuto la sventura di imbattersi in siti porno o pedoporno e magari, per curiosità o cretineria, si erano scaricati qualche jpg sul disco fisso. I veri siti pedopornografici se ne stavano, purtroppo, ben al sicuro delle autorità italiane, utilizzando gestori e server di lontani paesi. Fino alla fine degli anni ’90, internet rimase, nel retrogrado immaginario popolare italiano, una cosa adatta ai pedofili e agli sporcaccioni. Credo che uno dei motivi del ritardo della diffusione di internet in Italia, che rende il nostro paese fra i più arretrati d’Europa, sia quell’antico pregiudizio, mai del tutto superato.
La pedofilia, per l’ampio biasimo collettivo di cui gode in Italia, è il pretesto ideale per la restrizione, coordinata dal potere, della libertà d’espressione e di movimento. Nessuno protesta troppo quando cittadini innocenti vengono accusati di pedofilia, linciati dai media e incarcerati per settimane sulla base delle fissazioni psicotiche di genitori imbecilli e malati di brunovespite allo stadio terminale. Si ritiene ammissibile la possibilità di errori giudiziari – che si contano ormai a decine - se la causa è quella, nobile, della difesa dei “bimbi” dagli orchi che, secondo TV e giornali, sarebbero annidati in ogni anfratto del nostro vicinato. Si offre così al potere, su un piatto d’argento, uno strumento per sottoporre ad arresto arbitrario qualsiasi cittadino, dimenticando che la pedofilia trova il suo humus più fertile non certo nelle scuole o su internet, ma all’interno delle buone famiglie italiane, benedette dal Vaticano e osannate in apposite manifestazioni di piazza, con politicanti nel ruolo di mattatori.
Sulla rete, il pretesto dell’emergenza pubblica e morale è particolarmente efficace per porre in atto misure repressive. Se passa l’idea che
Non è che io disprezzi a priori e senza distinzioni la censura di legge. La ritengo uno strumento estremo, ma ammissibile, nei casi in cui certi atteggiamenti, divenuti concretamente e pericolosamente presenti all’interno del corpo sociale, vadano ridimensionati per evitare conseguenze gravi. E’ il caso, ad esempio, del razzismo verso gli immigrati, ormai diffuso capillarmente, avallato in modo esplicito da diversi partiti politici, legittimato da provvedimenti odiosi, come le espulsioni arbitrarie e l’istituzione di campi di prigionia per individui incensurati che hanno spesso la sola colpa di essere in fuga dalla disperazione. In questo caso un po’ di censura contro il razzismo (i libri della Fallaci, gli articoli di Magdi Allam, di Feltri, ecc.) sarebbe, con buona pace dei puristi, un buon sistema per evitare disordini e ripristinare un principio costituzionale di accoglienza e tolleranza ultimamente a rischio di deriva. Ma la pedofilia non è né diffusa, né fattuale, almeno non nei luoghi in cui si è soliti credere di riconoscerla. Essa è colpita da un biasimo sociale pressoché universale, è punita da leggi giustamente severe che vengono applicate con rigore, non di rado eccedendo nello zelo. Essa è un pericolo puramente virtuale che rischia di aprire la porta al rischio, ben più concreto, di imbavagliamento dell’ultima zona franca dell’informazione rimasta disponibile. Cerchiamo di stare attenti. Siamo ancora nella fase in cui le opinioni pedofile sono abbastanza minoritarie da poter essere combattute con altre opinioni di segno opposto. Gli isterismi e le richieste di intervento della forza pubblica cerchiamo di limitarli ai pericoli veramente seri e concreti. Nel nostro stesso interesse.
LE PROVE NON FINISCONO MAI

11 SETTEMBRE: UNA GUARDIA DEL WTC7 PARLA DI ESPLOSIONI ALL’INTERNO DELL’EDIFICIO
Alcune bombe esplosero prima del crollo delle torri.
di Steve Watson
dal sito Prison Planet
traduzione di Gianluca Freda
Lo show di Alex Jones ha ospitato oggi gli autori di Loose Change, Dylan Avery e Jason Burmas, per parlare di un’intervista che essi hanno raccolto da un personaggio che faceva parte dell’ufficio di Gestione delle Emergenze all’interno dell’Edificio7 del World Trade Center, con responsabilità di alto livello. Egli ha descritto e raccontato in modo dettagliato di aver assistito ad esplosioni avvenute all’interno del WTC7 prima del crollo di qualsiasi edificio a Ground Zero l’11 settembre.
L’intervista, che verrà inserita nell’edizione definitiva di Loose Change, di prossima uscita, è attualmente oggetto di riserbo, ma gli autori hanno lasciato trapelare alcuni dettagli al solo scopo di proteggere se stessi e la persona intervistata, che ha chiesto di restare anonima fino all’uscita del film.
I dettagli, per evidenti motivi, sono ancora scarsi, ma possiamo rivelare che a questa persona era stato chiesto – dopo il primo attacco alla Torre Nord, ma prima che il secondo aereo colpisse
L’agente che questa persona stava scortando cercava di raggiungere Rudy Giuliani, essendo convinto che questi si trovasse, in quel momento, all’interno dell’edificio. Secondo Avery e Burmas questo agente lavora oggi per alcuni soci di Giuliani.
All’intervistato venne anche chiesto di consentire l’accesso all’Ufficio per
Quando arrivò, trovò che l’ufficio era stato completamente evacuato e dopo aver fatto alcune telefonate gli fu detto di andarsene immediatamente.
Fu a questo punto che egli fu testimone dell’esplosione di una bomba all’interno dell’edificio.
“Ci dirigemmo verso le scale e stavamo scendendo. Quando raggiungemmo il sesto piano, il pianerottolo su cui ci trovavamo cedette, ci fu un’esplosione e il pianerottolo cedette. Restai lì appeso e dovetti arrampicarmi fino a sopra e tornare fino all’ottavo piano. Arrivato all’ottavo piano, vidi che tutto era buio”.
In un altro spezzone, l’intervistato racconta di aver udito altre esplosioni e poi racconta ciò che trovò quando arrivò nell’atrio al pianterreno:
“Era completamente distrutto, sembrava che di lì fosse passato King Kong, era talmente distrutto che non riuscivo più a capire dove ero. Era così distrutto che dovetti uscire attraverso un buco nel muro, un buco artificiale che credo fosse stato aperto dai pompieri per farmi uscire”.
I pompieri gli dissero di allontanarsi di venti isolati dalla zona perché in tutto il complesso del World Trade Center continuavano a verificarsi esplosioni.
Il punto di questa testimonianza è che questa persona afferma che tutto ciò avvenne PRIMA del crollo delle torri, quindi in un momento in cui l’Edificio 7 era ancora del tutto privo di danni causati dai detriti o dagli incendi risultanti. Significa anche che vi furono esplosioni all’interno del WTC7 almeno otto ore prima del suo crollo, avvenuto intorno alle 17.30.
L’intervista [in inglese] si può ascoltare QUI.
Avery e Burmas, che hanno trasmesso i due brani dell’intervista prima di ulteriori approfondimenti e ne trasmetteranno altri nel loro programma sulla radio GCN alle 19.00 di stasera (ora locale), hanno spiegato che l’intervistato afferma di aver visto diversi cadaveri nell’atrio dell’Edificio 7 e di essersi sentito dire dalla polizia di non guardarli. [neretto mio, NdT]
Questa informazione è vitale, in quanto è in diretto contrasto con la versione ufficiale, secondo la quale non vi sarebbero state vittime nell’Edificio 7. Il rapporto della Commissione sull’11/9 non ha mai neppure menzionato l’Edificio 7. Invece qui abbiamo un testimone chiave che dice di avergli detto di aver visto dei corpi all’interno dell’edificio, dopo che le esplosioni avevano devastato il pianterreno.
Ciò che rende questa notizia ancora più esplosiva è il fatto che questa persona fu interrogata dalla Commissione sull’11/9 nel corso della sua cosiddetta inchiesta.
Il fatto che, in seguito a queste informazioni, l’Edificio 7 non sia stato nemmeno menzionato nel rapporto, getta sulla faccenda una luce sinistra e indica che diversi pubblici ufficiali hanno mentito dichiarando di non aver rinvenuto alcuna traccia di congegni esplosivi all’interno degli edifici.
Avery e Burmas hanno contattato questa persona dopo aver scoperto un’intervista televisiva, da lui rilasciata l’11/9, mentre cercavano filmati da inserire nella versione definitiva del loro film.
Avery dice di poter provare, oltre ogni ombra di dubbio, che questa persona si trovava nell’Edificio 7 l’11 settembre e che ciò che racconta è la verità.
SQUADRA & COMPASSO

Gli Stati Uniti sono davvero uno stato di polizia nelle mani dei massoni?
Ma noo, sono tutte fantasie complottiste...
VOCI DALL'ASSEDIO
Alcuni siti per seguire gli sviluppi del caso Brown:
http://edbrownvlog.blogspot.com/ (il blog di Ed e Elaine Brown)
http://www.myspace.com/time2makeastand (altro blog curato da amici dei Brown)
http://www.makethestand.com/ (in questo momento è offline)
http://www.wmur.com/video/13521538/index.html (video della conferenza stampa dei Brown tenutasi poco fa)
DARFUR: UNA NUOVA CROCIATA

IL SUDAN SARA’ RICOLONIZZATO?
di Stephen Gowan
tratto dal sito What’s Left
traduzione di Gianluca Freda
Gli Stati Uniti stanno facendo manovre per introdurre nel Sudan una forza di peacekeeping delle Nazioni Unite, come primo passo per assicurarsi il controllo dei vasti giacimenti di petrolio della regione. Il controllo degli USA sulle risorse petrolifere del Darfur offrirebbe opportunità di investimenti altamente redditizi alle aziende americane e danneggerebbe gli investimenti cinesi nella regione, rallentando così l’ascesa di un avversario strategico la cui crescita dipende dalla possibilità di accedere in modo sicuro al petrolio estero. Washington si sta servendo di accuse di genocidio, abbondantemente esagerate, per giustificare un intervento delle Nazioni Unite di cui otterrebbe il comando; allo stesso tempo sta ostacolando la pianificazione di un processo di pace che risulti accettabile per il governo sudanese, il quale vorrebbe allargare l’attuale missione dell’Unione Africana in Darfur.
Il presidente del Sudan Omar Hassan al-Bashir viene presentato spesso come ostinato oppositore dell’introduzione di forze di pace in Darfur; in realtà il Sudan ha già accettato l’intervento di forze dell’UA, sollecita il potenziamento dell’attuale missione dell’UA, ma si oppone al suo rimpiazzo con truppe occidentali. Il timore di Bashir è che la presenza di una forza militare occidentale possa diventare permanente e che il Sudan – primo paese a sud del Sahara a conquistare l’indipendenza – rischi di diventare il primo paese ad essere ricolonizzato.
I suoi timori non sono infondati.
Il Darfur non è certo privo di disordini che gli agitatori occidentali possano abilmente sfruttare. I conflitti per l’acqua e per i terreni di pascolo infuriano da decenni tra i contadini stanziali e le tribù nomadi. E ora sorge un nuovo interrogativo: chi sfrutterà i benefici delle risorse petrolifere della regione, da poco scoperte?
Altrove, la tecnica degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, della Germania e di altre potenze occidentali è stata quella di infiammare le tensioni all’interno di paesi che per ricchezze e opportunità di reperire manodopera a basso costo costituivano attraenti obiettivi di controllo economico o le cui politiche ostacolavano o ponevano condizioni agli investimenti e al commercio straniero. I disordini vengono utilizzati spesso come pretesto per un intervento militare. Se le vere ragioni dell’intervento sono un groviglio di opportunità di profitto, le ragioni dichiarate vengono presentate immancabilmente come animate da disinteressato umanitarismo. Ciò era vero per i nazisti, che dicevano di intervenire militarmente nei paesi d’Europa per proteggere le minoranze tedesche oppresse, come lo è per gli Stati Uniti di oggi, secondo i quali noi dovremmo credere che un paese che non può permettersi neppure di garantire l’assistenza medica a tutti i suoi cittadini voglia spendere innumerevoli miliardi di dollari in guerre per recapitare libertà e democrazia a non-cittadini sparsi per tutto il globo.
Si prenda ad esempio
Fedele alla forma, Washington definisce il conflitto in corso in Darfur come un “genocidio” (un’altra invenzione), definizione che incita all’intervento internazionale; ma, allo stesso tempo, Washington rivela senza far troppo rumore le proprie vere motivazioni in un ordine esecutivo che rafforza le sanzioni contro il Sudan, citando “il ruolo invasivo che il governo sudanese riveste nel controllo delle industrie petrolifere e petrolchimiche del Sudan”. Washington afferma anche che il controllo del Sudan sulle proprie risorse petrolifere rappresenta “una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti e ai suoi interessi di politica estera”.
Due considerazioni suggeriscono che siano gli interessi di politica estera statunitensi (vale a dire gli interessi delle banche, delle corporazioni e del capitalismo ereditario che controlla le politiche di Washington) e non il genocidio a forgiare la politica degli USA verso il Sudan.
Primo: se è indiscutibile che in Darfur vi sia stato un ampio numero di morti violente, tuttavia non vi è mai stato un genocidio. Ciò non significa che Khartoum non sia colpevole di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità. Khartoum potrebbe tranquillamente essere ammessa nel club dei paesi responsabili di crimini di guerra, insieme a Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele. Ma riguardo al genocidio,
La reazione del pubblico occidentale – fondata sull’accettazione acritica degli allarmi di genocidio lanciati da un’amministrazione Bush notoriamente inattendibile – la dice lunga sul potere che i governi occidentali, i media, le fondazioni e i think-tank delle classi dominanti possiedono nel galvanizzare, in modo selettivo, il sostegno agli interventi militari in alcuni paesi, mettendo a tacere, allo stesso tempo, ogni consapevolezza su altri conflitti ed evitabili tragedie che per livello di violenza sarebbero paragonabili a quelle sudanesi, se non maggiori. Il numero di morti violente in Darfur (nell’ordine delle centinaia di migliaia) è modesto se paragonato agli standard di altri conflitti africani. In Congo, i combattimenti in corso dal 1998 hanno provocato quattro milioni di vittime. Si sono mai viste tante manifestazioni per “Salvare il Congo” quante ve ne sono state per “Salvare il Darfur” nel settembre scorso? Almeno 600.000 irakeni sono morti a causa dell’invasione anglo-statunitense dell’Iraq. L’Alta Commissione ONU per i Rifugiati afferma che i profughi irakeni sono 3,7 milioni, la più grave crisi mai registrata dall’epoca della pulizia etnica di 800.000 palestinesi perpetrata nel 1948 dalle forze sioniste, ex collaboratrici nel mandato britannico sulla Palestina. Nessuna campagna per salvare l’Iraq o al-Awda è mai stata sponsorizzata da Stati Uniti e Inghilterra.
Secondo: Washington ha sistematicamente boicottato gli sforzi di pace dell’Unione Africana in Darfur. La forza militare dell’UA è stata creata con finanziamenti provenienti dagli USA e dall’Unione Europea. Washington e l’UE hanno stipulato dieci anni fa un accordo con l’Unione Africana per decidere di comune accordo gli interventi delle truppe africane nei punti caldi del continente, ma le loro promesse non sono mai state completamente mantenute. A metà del 2006 Washington annunciò che i finanziamenti alle forze dell’UA sarebbero stati ritirati e che occorreva che essa fosse sostituita da una più forte milizia dell’ONU. Le forze dell’UA, si lamentava, avevano truppe troppo scarse per poter essere efficaci. Era necessaria una più efficace forza ONU. Ma se questo era il problema, perché USA ed UE non hanno fornito, fin dall’inizio, i fondi necessari per rendere efficaci le truppe dell’UA? Ciò sarebbe stato considerato accettabile dal governo sudanese. Il quale sarebbe felice di sostenere una milizia africana rafforzata, ma è terrorizzato da una forza dell’ONU, composta di elementi occidentali, che potrebbe essere sfruttata per imporre un cambio di regime e riportare il Sudan sotto il tacco del colonialismo occidentale.
E’ attualmente in corso una partita a scacchi tra i membri del Consiglio di Sicurezza favorevoli all’intervento (GB e USA), quelli che si oppongono (Cina) e Khartoum, la cui approvazione è richiesta prima del dispiegamento di forze ONU. Dal punto di vista di Khartoum e della Cina, un completo rifiuto della missione ONU sarebbe imprudente, perché potrebbe offrire a Washington e Londra il pretesto per riunire una “coalizione di volonterosi” e invadere il Sudan. Entrambi i paesi hanno dunque interesse a raggiungere un compromesso su una missione di peacekeeping dell’ONU a cui contribuisca un sostanzioso contingente dell’Unione Africana. Dall’altro lato, Stati Uniti e Inghilterra vorrebbero offrire alle autorità dell’ONU la massima influenza possibile. Sulla base di queste considerazioni, il 12 giugno si è tentato di raggiungere un accordo per la creazione di una nuova forza di peacekeeping composta per la maggior parte di truppe africane, con un comandante dell’UA dotato di autorità operativa, mentre la supervisione spetterebbe all’ONU. Al comandante dell’UA spetterebbero le decisioni sul campo, ma le autorità ONU potrebbero scavalcare le sue decisioni in caso di disaccordo. Considerati i molti tentativi compiuti dagli USA per cambiare il governo in Sudan, la loro definizione del controllo esercitato dal governo sudanese sull’industria petrolifera come minaccia agli interessi di politica estera degli USA, il loro interesse strategico a sabotare l’accesso della Cina al petrolio del Darfur, potrebbe non volerci molto tempo prima che l’ONU trovi motivi di disaccordo con le decisioni del comandante dell’UA e assuma il pieno controllo della missione.
Vi è il rischio concreto che il Sudan venga riportato sotto una dominazione coloniale occidentale, con la forza di peacekeeping dell’ONU incaricata di preparare il terreno. L’ideologia dell’intervento umanitario, come sempre avviene quando poteri imperialisti utilizzano la forza per sostenere gli interessi delle loro elite economiche, non servirà che da pretesto.
UN EROE AMERICANO

Secondo il sito makethestand.com, che sta seguendo l’evolversi dell’assedio delle forze federali alla casa di Ed e Elaine Brown, accusati di evasione fiscale, intorno all’abitazione di Plainfield vi sarebbe tuttora un andirivieni di sostenitori del gruppo di resistenza asserragliatosi all’interno, agevolato dall’assenza, per il momento, di blocchi stradali. Il sito aggiunge: “Sembra che un vero patriota americano, Randy Weaver, sia in questo momento in viaggio per raggiungere l’abitazione”. L’arrivo di Randy Weaver nella casa dei Brown è stata annunciata dallo stesso Weaver in questa intervista telefonica raccolta da PrisonPlanet, che contiene anche un’intervista ai Brown. I Brown hanno anche annunciato una conferenza stampa alle 14.00 di lunedì prossimo.
Sono in pochi a ricordare chi sia Randy Weaver. Perfino negli Stati Uniti il suo nome è stato cancellato dai media e dalla memoria collettiva. Weaver è la memoria, miracolosamente ancora vivente, della brutalità repressiva del sistema americano e del suo disprezzo per le vite dei propri stessi cittadini.
Weaver era un ex berretto verde, affiliato del gruppo nazionalista americano noto come Nazione Ariana. Le sue idee erano razziste e ispirate all’ideologia della supremazia bianca. Per quanto le sue posizioni politiche fossero detestabili, la strage di cui furono vittime i suoi familiari dimostra che non dall’ideologia, ma dalla cinica assenza di essa, che contraddistingue l’asservimento al potere, nascono le peggiori mostruosità.
Randy è nato il 3 gennaio 1948 da una famiglia di agricoltori dell’Iowa. Il 24 ottobre 1989 vendette a un amico due fucili (un Remington a pompa e un H&R a canna singola) ai quali, su richiesta dello stesso acquirente, era stata accorciata la canna di qualche millimetro. L’acquisto si rivelò una trappola predisposta dal BATF, l’agenzia federale per il controllo su alcool, tabacco e armi da fuoco, della quale l’”amico” di Weaver era una pedina. Due mesi dopo, Weaver fu avvicinato da due agenti del BATF che lo minacciarono di arresto per la vendita di armi non rispondenti agli standard di legge se egli non avesse rivelato tutto ciò che sapeva sul gruppo suprematista ariano a cui era affiliato. Weaver rifiutò di collaborare.
Il 17 gennaio 1991 Weaver e sua moglie Vicki fermarono la propria auto per offrire aiuto a un camper che sembrava rimasto in panne sul ciglio della strada. Dall’interno del camper saltò fuori un’orda di agenti federali che arrestarono Randy e ferirono sua moglie, gettandola a terra. Citato in giudizio da un magistrato federale, Weaver si rifiutò di presentarsi alle udienze del processo. Si ritirò con la moglie e la famiglia nella sua casupola montana di Ruby Ridge, una zona a nord dell’Idaho, isolandosi dal mondo. La famiglia di Weaver era composta, oltre che da lui e sua moglie, dal figlio Sammy (14 anni), dalle figlie Sara (16 anni), Rachel (10 anni) e Elisheba (10 mesi). Con loro viveva anche un amico di famiglia di nome Kevin Harris.
Il 21 agosto 1992 sei agenti governativi, dotati di armi automatiche e mascherati con passamontagna, si avvicinarono di soppiatto alla casa dei Weaver. Nessuno era stato avvertito del loro arrivo né gli agenti fecero nulla, né prima né in seguito, per farsi identificare. Il cane dei Weaver, un Labrador di nome Striker, sentì gli uomini avvicinarsi e iniziò ad abbaiare. Weaver, Harris e il piccolo Sammy lo seguirono mentre correva verso gli alberi vicino alla casa, pensando che avesse visto un cervo. Harris e Sammy avevano con sé dei fucili. Un agente federale sparò contro il cane, uccidendolo. Più tardi si venne a sapere che l’uccisione del cane era stata pianificata dai federali fin dall’inizio, per eliminare un possibile problema. Sammy, spaventato, reagì d’istinto e rispose al fuoco. Il proiettile di un agente lo colpì al braccio ed egli cadde a terra, ma si rialzò e fece per fuggire. Un secondo proiettile lo raggiunse alla schiena, uccidendolo all’istante. Kevin Harris rispose al fuoco, uccidendo l’agente federale William Degan.
Weaver e Harris riuscirono a tornare a casa. Durante la notte andarono a recuperare il cadavere di Sammy per lavarlo e seppellirlo. L’uccisione di un agente federale fece accorrere sul posto centinaia di agenti dell’FBI, del BATF, della US Marshals, della polizia dell’Idaho e della Guardia Nazionale.
A capo delle forze federali c’era Richard Rogers, che guidava una squadra specializzata nella liberazione di ostaggi. La squadra comprendeva 11 cecchini che vennero incaricati di tenere sotto tiro la casa dei Weaver. La legge prevede che gli agenti federali possano sparare solo trovandosi a fronteggiare un rischio grave per la vita o l’incolumità propria o di terzi. Ma Rogers scelse di fregarsene delle regole. Quando Vicki, tenendo in braccio la piccola Elisheba, si affacciò alla porta per guardare un’ultima volta, tra le lacrime, il corpo di suo figlio, un cecchino aprì il fuoco. Il primo proiettile colpì Randy al braccio, fuoriuscendo dall’ascella. Sara, che era fuori con lui, lo spinse dentro casa. Il secondo proiettile colpì Vicki. Le attraversò il viso e la mascella, tranciandole la carotide. Vicki cadde a terra insieme alla bambina. Sarebbe morta dissanguata dopo pochi minuti, di fronte alle due bambine più grandi che piangevano disperate. Miracolosamente, Elisheba restò illesa. Anche Kevin Harris restò ferito, colpito da schegge di proiettile e da frammenti ossei del cranio di Vicki. Il cecchino che uccise Vicki si chiamava Lon Horiuchi. Sarebbe stato incriminato nel 1997 per omicidio volontario.
Per nove giorni un esercito armato fino ai denti assediò la capanna dei Weaver. Il corpo di Vicki fu trascinato in cucina, dove rimase per tutta la durata dell’assedio. Sara Weaver, la figlia più grande, ricorderà poi in un’intervista di aver dovuto scavalcare per nove giorni il corpo di sua madre per andare a prendere da mangiare. Per giorni e giorni i negoziatori dell’FBI si avvicinarono alla capanna per convincere i sopravvissuti ad uscire. Racconta Sara Weaver che arrivavano di solito a notte fonda, chiedendo, in tono di scherno: “Venga fuori a parlare con noi, signora Weaver. Come sta la bambina, signora Weaver?”. Oppure dicevano: “Buon giorno, Randall. Dormito bene? Noi qui stiamo mangiando delle brioche. E voi?”.
Il 30 agosto, dopo nove giorni di assedio, feriti e stremati, i sopravvissuti di Ruby Ridge si arresero ai federali. Nella risoluzione della crisi giocò un ruolo determinante Paul Harvey, conduttore di un programma radiofonico che Randy Weaver era solito ascoltare ogni giorno. Il 27 agosto Harvey, dalla sua trasmissione, inviò a Randy il suo messaggio: “Randy, avrai molte più possibilità in una giuria di tuoi comprensivi concittadini che in una sparatoria contro 200 poliziotti frustrati”. Randy ascoltò il consiglio. La resa non fu negoziata dall’FBI ma da Bo Gritz, ex membro dei Berretti Verdi.
Dopo l’arresto di Randy e Harris, i media iniziarono l’ordinaria operazione di linciaggio mediatico fondata sulle abituali menzogne. Si disse che Vicki era stata uccisa in uno scontro a fuoco. Come sarebbe poi stato accertato nel corso del processo, gli unici due colpi sparati furono quelli del cecchino che la uccise a sangue freddo. Su suggerimento dei federali, i media dipinsero Weaver come personaggio razzista, criminale e (poteva mancare?) antisemita. La casa dei Weaver, una povera capanna che Randy aveva costruito da sé, venne descritta come “fortezza montana”, “bunker” e come fortilizio pieno di armi e munizioni capaci di perforare veicoli corazzati. I federali raccontarono di aver agito con la procedura prevista per la liberazione degli ostaggi perché consideravano ostaggi i bambini all’interno della capanna. In realtà l’unico bambino rimasto vittima della crisi fu ucciso dai loro proiettili. I fucili che Randy aveva venduto e da cui erano iniziati i suoi guai divennero “armi tipiche di trafficanti di droga e spacciatori”, “armi da gangster” e “prive di qualsiasi utilità sportiva”.
Il processo durò 36 giorni e si svolse presso il tribunale di Boise, dinanzi al giudice Edward Lodge. La giuria era composta di otto donne e quattro uomini. Il governo presentò 56 testimoni. L’avvocato della difesa, Gerry Spence, non ne presentò nessuno, convinto che i federali si sarebbero rovinati da soli. Aveva ragione.
Durante il processo i testimoni del governo continuarono a contraddirsi tra loro. I federali dissero che il loro piano originario era di attirare Weaver fuori dalla capanna senza spargimento di sangue, ma, pressati dalla difesa, dovettero ammettere di non aver mai neppure considerato l’ipotesi di bussare semplicemente alla sua porta e chiedergli di venire con loro. Si tentò di dimostrare che Weaver era un violento e che aveva pianificato a lungo questo scontro con le forze federali, ma la giuria non diede credito a questa tesi. Il governo dovette ammettere che l’FBI aveva manomesso le prove, cancellando tracce, sostituendo materiale indiziario e fornendo alla difesa foto fasulle della scena dello scontro. Gerry Spence, durante il processo, disse alla giuria: “Questo è un processo per omicidio, ma le persone che hanno commesso l’omicidio non sono in questa corte”.
Alla fine, Weaver fu riconosciuto colpevole di mancata comparizione al suo primo processo e di violazione degli accordi di libertà su cauzione. Fu dichiarato non colpevole degli otto capi d’accusa contestatigli dai federali. Altri due capi d’accusa erano stati già lasciati cadere in precedenza. Fu anche riconosciuto non colpevole per la vendita di armi da fuoco irregolari, l’accusa che era stata alla radice di tutta la tragedia.
Kevin Harris fu riconosciuto non colpevole dell’omicidio dell’agente Degan. Alla fine del processo, Weaver disse al suo avvocato: “Ho imparato qualcosa sul nostro sistema. E’ un buon sistema. Un sistema che funziona”. Nel suo amore per l’America era forse un po’ troppo ottimista. Il sistema gli aveva ucciso una moglie e un figlio e nessuno dei federali che commisero questo scempio ha mai pagato per i suoi crimini. Tranne William Degan, che ebbe quello che si meritava, ma purtroppo non grazie al sistema in cui Weaver dichiarava di confidare.
Questa è la storia di Randy Weaver e di un episodio di ordinaria barbarie poliziesca che oggi sono in pochi a ricordare. Nel corso dell’intervista che ho citato più sopra, Randy dice a un certo punto di voler andare a casa dei Brown innanzitutto per evitare spargimenti di sangue. E’ un brav’uomo e gli credo, ma dovrebbe ormai sapere che chiedere al suo governo di non uccidere a sangue freddo è come chiedere la stessa cosa a una belva affamata. Oggi Randy sa che razza di nemico ha contro e, come dice lui stesso nell’intervista, ha smesso da tempo di aver paura della morte. Spero che se gli eventi dovessero volgere nella direzione che i pessimisti temono, questa volta egli sappia cosa fare.
UN'ALTRA WACO?

Nella foto: Cirino "Reno" Gonzalez
di Christopher Maher
dal sito www.aliceechonews.com
traduzione di Gianluca Freda
Un cittadino trentenne di Alice [Texas] si è unito a un gruppo di protesta contro il prelievo fiscale che si è barricato in una casa del New Hampshire, dove si teme possa aver luogo una rivolta simile a quella che avvenne a Waco, in Texas, nel 1993.
Cirino “Reno” Gonzalez, 30 anni, di Alice, fa parte della dozzina di persone che si sono unite a una coppia del New Hampshire, Ed e Elaine Brown, nella protesta contro il fisco federale.
I Brown, che in aprile erano stati condannati a oltre cinque anni di carcere dopo essere stati riconosciuti colpevoli di numerosi atti di evasione fiscale, hanno rifiutato di arrendersi agli agenti federali e si trovano attualmente, insieme a diversi sostenitori, nella loro casa di Plainfield, N.H.
Cittadino di Alice
Gonzalez è stato studente dell’Università di Alice fino al 1993, quando ha lasciato gli studi e ha preso il GED [General Educational Development, test americano che serve ad attestare le capacità universitarie di chi non possiede una laurea, NdT]. Ha frequentato una scuola di polizia della zona e ha lavorato per breve tempo come impiegato nell’ufficio dello sceriffo Jim Wells. Ha poi lavorato presso il night club Thunder Road, stando a ciò che racconta suo padre.
Divorziato, con quattro figli tutti sotto gli 11 anni, Cirino è figlio di Jose M. Gonzalez, anch’egli residente ad Alice.
Cirino era entrato nella Marina Militare nel 1995 e ne era stato congedato con onore nel 2003. Dopo il suo ritorno ad Alice, aveva accettato lavoro presso un’azienda appaltatrice in Iraq, dove egli riparava armi per i militari. E’ poi nuovamente tornato ad Alice, stando a ciò che dice suo padre.
Porsi domande
Cirino Gonzalez, martedì scorso, ha dichiarato che il viaggio che lo ha portato nel New Hampshire è iniziato nel 2005, quando egli iniziò a porsi domande sulle vere ragioni della guerra in Iraq. Domande che riguardavano i finanziamenti alla guerra e che lo portarono a indagare sul sistema di tassazione federale, in particolare sulle attività della Federal Reserve.
Ricercando queste informazioni su internet, Gonzalez si convinse che il governo non fosse legittimato alla raccolta delle tasse federali. Gonzalez ha anche detto che benché su internet abbia conosciuto molte persone mentalmente aperte, questa sua convinzione gli è costata molto in termini di rapporti con gli amici e con la famiglia.
“Molte persone all’inizio non volevano affrontare questi argomenti. Ho perso molti amici, perché ogni volta che parlavo di queste cose giravano le spalle e se ne andavano”, ha detto Gonzalez.. “In seguito tornavano da me e mi dicevano che quel che affermavo era vero”.
Gonzalez ha paragonato il governo ad un’organizzazione mafiosa e ha affermato che la gente continua a pagare le tasse perché non comprende la “verità” o per paura di rappresaglie.
“Perché tanta gente deve finire in carcere, vedere distrutte le proprie famiglie, sequestrate le proprie case e i propri terreni, quando non esiste nessuna legge che gli imponga di pagare al governo questi soldi per il pizzo?”, ha detto Gonzalez.
Gonzalez ha affermato, in una lunga intervista telefonica rilasciata martedì scorso, che la prima domanda da porsi è “dov’è la legge” che prevede il prelievo fiscale, ma ha toccato anche molte altre questioni di carattere legale.
Nell’arco di più di un’ora, Gonzalez ha parlato della legalità di zone di libertà di parola, dello scopo e dell’efficacia del Department of Homeland Security, della necessità per le banche di richiedere le tessere della Social Security, del diritto di portare armi da fuoco e della legalità delle ordinanze che impongono le cinture di sicurezza.
L’appoggio ai Brown
A gennaio, Gonzalez ha visto alla televisione un servizio dedicato ai coniugi Brown e ha svolto in merito ricerche su internet, leggendo, fra l’altro, il blog degli stessi Brown e quelli dei loro sostenitori.
Dopo essere rimasto in contatto con loro per qualche tempo, Gonzalez ha deciso di prendere l’auto e andare in New Hampshire – nel weekend prima di Pasqua – per portare ai Brown il proprio sostegno.
“Occorre integrità personale per ribellarsi e stare al fianco di persone ingiustamente accusate”, ha dichiarato Gonzalez dalla casa dei Brown nel New Hampshire. “Mi sono inimicato tutta la mia famiglia. In sostanza, ho cercato di spiegar loro cose che all’inizio non riuscivano a comprendere”.
La casa
La casa dei Brown si trova in cima a una collina di
Un padre comprensivo
Jose M. Gonzalez, il padre di Cirino, condivide in pieno la decisione del figlio di andare in New Hampshire e sta seguendo gli sviluppi della situazione.
Jose M. Gonzalez ha servito per sei anni nell’esercito americano ed ha un diploma in psicologia e sociologia conseguito all’università texana A & M Corpus Christi. Lavora in un master di consulenza, con specializzazione in consulenza familiare, ed è attualmente membro del Centro Consultivo di Alice.
Jose M. Gonzalez ha affermato che le azioni degli agenti federali, che la settimana scorsa avrebbero inviato personale armato e mezzi corazzati per dare attuazione ad un ordine di sequestro della tenuta dei Brown, stanno a indicare che il confronto potrebbe diventare violento.
“Il nostro obiettivo primario è informare il pubblico americano della verità, e cioè che non esiste nessuna legge in America che preveda il prelievo fiscale federale”, ha detto Jose M. Gonzalez. “Personalmente, non voglio che mio figlio muoia nel tentativo di diffondere questo messaggio. Perciò, se devo, andrò in New Hampshire per proteggerlo”.
Jose M. Gonzalez, che dice di non pagare le tasse dal 1997, simpatizza con i Brown e condivide la loro causa.
Verso la violenza?
I Brown e Cirino Gonzalez hanno informato le forze dell’ordine che se qualunque movimento verrà fatto intorno alla loro casa, useranno la forza letale contro gli agenti federali.
Gonzalez ha portato con sé molte armi e ha dichiarato sul sito myspace.com di aver recentemente acquistato un fucile calibro 50 [vedi foto].
Quando gli abbiamo chiesto perché abbiano deciso di aprire il fuoco contro gli agenti federali, Gonzalez ha detto che “resisteranno all’assedio” per proteggere altri americani.
“Se non ci ribelliamo adesso, quando sono alla nostra porta, se non li fermiamo qui, prima o poi arriveranno anche alla vostra porta”, ha detto Gonzalez.
Jose M. Gonzalez ha detto di temere per l’incolumità di suo figlio e sta pensando di andare in New Hampshire per unirsi a Cirino. Benché nell’esercito la sua attività fosse quella di camionista, Jose M. Gonzalez ha detto di essere riluttante ad unirsi al gruppo del New Hampshire perché potrebbe essere costretto a utilizzare altre informazioni apprese durante il servizio.
“Mi sono specializzato (non dovrei dirlo, ma ormai sono fuori dall’esercito da tanto tempo) nell’uso di armi nucleari, chimiche e biologiche”, ha detto Jose M. Gonzalez. “E’ questo che mi spaventa. So come uccidere in massa le persone. Per questo non voglio andare laggiù”.
Un gioco d’attesa
L’agente Stephen Monier, che ha ricevuto l’ordine di arrestare i Brown, ha dichiarato mercoledì che i Brown stanno agendo contro la legge.
“Hanno avuto un processo di fronte ad una giuria di loro pari e sono stati condannati sulla base di prove”, ha detto Monier. “Nessun uomo è al di sopra o al di sotto della legge e non sono loro a decidere quali sono le regole”.
Monier ha anche diffidato chiunque dall’unirsi ai Brown e ha avvertito che Cirino e Jose potrebbero andare incontro ad accuse di rilevanza penale.
“Aiutare o favorire una persona nel reiterato intralcio della giustizia – in questo caso il rifiuto dei Brown di arrendersi e consegnarsi alle autorità – è esso stesso un reato penale”, ha detto Monier. “Portare armi a dei criminali condannati è anch’esso un reato penale”.
“Reno non sta agevolando la loro situazione, la sta rovinando”.
Pur riconoscendo di aver tagliato le linee elettriche e telefoniche dell’abitazione, Monier ha detto di non avere intenzione di “fare irruzione nella casa”, ed è pronto a prendersi tutto il tempo necessario per risolvere pacificamente la situazione.
“Se avessi voluto uccidere Ed Brown, lo avrei fatto molto tempo fa. Ma non è questo il nostro obiettivo. Il nostro obiettivo è di trarli in arresto senza far loro del male”, ha detto Monier. “La polizia federale esiste da 216 anni. Crede che andremo da qualche parte?”.
L'ASSEDIO DI PLAINFIELD

Edward Lewis Brown, americano di Plainfield, nel New Hampshire, e sua moglie Elaine, di professione odontoiatra, sono balzati negli ultimi mesi alla ribalta dei media a causa del loro rifiuto di pagare le tasse federali a partire dal 1997. I loro accusatori affermano (basandosi su cifre arbitrarie fornite dall’Internal Revenue, il fisco americano) che la coppia avrebbe evaso almeno 625.000$ di tasse. Lo scorso 18 gennaio una corte federale ha riconosciuto Ed Brown colpevole di tre delle imputazioni a suo carico, tutte relative al suo rifiuto di pagare le tasse al governo USA. Anche sua moglie è stata giudicata colpevole di ben 17 imputazioni relative allo stesso reato. Entrambi sono stati condannati a cinque anni di carcere.
I Brown non sono “evasori fiscali” in senso stretto. Il loro rifiuto di pagare le tasse è stato, fin dall’inizio, un gesto di sfida dichiarata e deliberata rivolta al sistema fiscale americano. I due affermano (appoggiati da un vasto movimento di protesta) che non esiste nessuna legge scritta negli Stati Uniti che prescriva ai cittadini il pagamento delle tasse federali. Anche se può sembrare incredibile, i due potrebbero aver ragione. Richiesto più volte di mostrare al pubblico la legge che imporrebbe ai cittadini di pagare le tasse, l’Internal Revenue Service è riuscito solo a tergiversare, girare intorno all’argomento e accrescere i sospetti. Al regista Aaron Russo, che aveva chiesto di visionare la legislazione fiscale per la realizzazione del suo documentario America: Freedom to Fascism, sono stati mostrati solo regolamenti interni dell’IRS. Anche il famoso titolo 26 del Codice degli Stati Uniti, che rappresenterebbe secondo l’IRS la legittimazione al prelievo fiscale, non sarebbe altro che un regolamento generico, privo perfino dell’approvazione del Congresso.
Elaine Brown, dopo la condanna, è stata rimessa in libertà su cauzione, con l’obbligo di portare addosso un dispositivo di rintracciamento e di vivere nella casa del figlio, da cui poteva allontanarsi solo se accompagnata da quest’ultimo. Le è stato proibito di avere contatti col marito. Il 1° febbraio di quest’anno Ed Brown ha pubblicato una lettera aperta con cui ribadiva i propri argomenti contro il governo e chiedeva ai suoi sostenitori di raggiungerlo per organizzare la resistenza contro i federali. Il 13 febbraio la pubblica accusa ha richiesto il sequestro della casa di proprietà dei Brown. Dopo la pubblicazione della lettera e l’ordine di sequestro, Elaine Brown ha deciso di sfidare la legge e riunirsi al marito. Ha distrutto il dispositivo di rintracciamento ed è tornata alla sua casa di Plainfield. Il 22 febbraio una corte federale ha richiesto l’arresto di Elaine per violazione degli accordi di libertà su cauzione.
Dal 7 giugno la casa dei Brown è circondata dalle forze federali, dagli SWAT e dai veicoli corazzati. L’abitazione è stata isolata dal resto della città e i vicini sono stati evacuati. L’ordine è di arrestare i due coniugi e sequestrare la proprietà. I due si sono barricati nell’abitazione, che è provvista di scorte di cibo e di totale autonomia energetica, essendo dotata di un sistema a pannelli solari che consente di fare a meno dell’elettricità. I Brown hanno dichiarato che non cederanno mai ai federali e che sono disposti a dare la vita, trasformando il loro caso in una nuova Waco, piuttosto che lasciarsi arrestare. Il 7 giugno un’irruzione a sorpresa nella casa dei Brown è stata involontariamente sventata da un amico della coppia, Danny Riley, che si è accorto di movimenti sospetti intorno all’abitazione mentre portava a passeggio il cane dei Brown. I federali, vistisi scoperti, hanno colpito Riley con un taser, poi lo hanno arrestato e trattenuto fino a sera.
Da tutti gli Stati Uniti, amici e sostenitori dei Brown stanno accorrendo a Plainfield per portare ai due il proprio sostegno morale e materiale. Si moltiplicano su internet le richieste di aiuto alla causa dei Brown. Il sito Makethestand.com sta seguendo da vicino l’evolversi della situazione e continua a lanciare appelli per la ricerca di volontari “pronti a combattere” contro le forze federali. Gli agenti hanno tagliato le linee telefoniche dell’abitazione dei Brown e tentano di bloccare i segnali dei cellulari intorno alla zona. Nonostante ciò, sembra che i Brown riescano ancora ad essere contattati dall’esterno. Molti temono che la situazione rischi di avere un epilogo cruento.
QUI sono reperibili file multimediali con interventi e interviste dei coniugi Brown.
LAPIDARIAMENTE

In relazione all’articolo Segnali di coraggio, scrive nei commenti un anonimo lettore:
La corea del nord, come anche decunciata da amnesty international viola i diritti umani più elementari, come del resto i cinesi in tibet, ma apparentemente nessuno fino ad ora ha manifestato contro i compagni di pechino, che a proposito, sempre da denuncia di amnesty international, stanno sfruttando il lavoro minorile per la fabbricazione dei gadget da vender alle olimpiadi, ma dove sono i pacifisti? perchè non protestano contro le dittature del pianeta? perchè non vedo bandiere della cina, della corea del nord bruciate durante le manifestazioni "pacifiste"? Per quanto riguarda la lapidazione purtroppo mi dispiace rettificare, ma ultimamente è stata la pidata una donna in Iran, e non è certo una novità nel mondo musulmano, dove, eccetto
Solita domanda da un milione di dollari. “Perchè i pacifisti non protestano contro tutte le dittature e le cattiverie del pianeta?”. Si prega di scegliere una o più delle seguenti risposte:
1) Perché hanno a disposizione solo 24 ore al giorno e, oltre al pacifismo, hanno anche una vita.
2) Perché dovendo scegliere contro quali pericoli protestare, scelgono quelli che li riguardano più da vicino. USA e Israele influenzano direttamente (con finanziamenti, ricatti di potere e lobby varie) le politiche di tutti i paesi occidentali e le vite dei loro cittadini, senza contare l’influsso culturale che hanno su di noi. Non si può certo dire lo stesso per l’Iran o
3) Perché le violazioni di diritti umani compiute da Iran, Corea, Cuba, ecc. restano limitate ai confini nazionali e non vengono esportate all’estero – innalzate al cubo - col pretesto delle missioni di civiltà. Ciò rende questi paesi molto meno pericolosi di USA e Israele per la nostra sopravvivenza e quella del pianeta. Non è strano dunque che siano oggetto di minori contestazioni.
4) Perché nessun paese al mondo possiede il potere di distruzione di massa degli USA o gli strumenti di controllo mediatico di Israele, nonché la spregiudicatezza per utilizzare entrambi a scopo espansionistico. Meglio contestare prima i pericoli più seri.
5) Perché Iran, Corea, ecc. godono già di una pessima immagine in occidente, fabbricata dai media ricorrendo a notizie non sempre veritiere. Questo pur non avendo mai commesso mostruosità paragonabili al macello in corso in Iraq, Afghanistan e Palestina. Fa eccezione
Per quanto riguarda
Riguardo ai paesi arabi, non c’è dubbio che in essi esista la pena di morte, che essa venga applicata spesso e che ciò sia riprovevole. Certo, i paesi arabi almeno non esportano le loro esecuzioni sommarie anche all’estero – e su scala industriale - spacciandole per “democrazia” come fanno USA e Israele. Ciò non toglie che la pena di morte, se comminata per reati comuni, sia riprovevole in ogni caso. Detto ciò, sui paesi arabi i media pubblicano anche tali e tante falsità e panzane che occorre prendere con le pinze ogni riga, anzi, ogni virgola di ciò che si legge o si sente. Per cominciare: la lapidazione è un tipo di pena di morte comminabile tanto agli uomini quanto alle donne, anche se poi è alle donne che, di fatto, viene applicata più spesso. Qui bisogna capire una cosa che i media non dicono: la sharia con la lapidazione c’entra ben poco. La lapidazione è ritenuta una pena “sacra”, nel senso che ha lo scopo di purificare l’anima dell’adultera (o dell’adultero) per rendere certa la sua ammissione in Paradiso, nonostante il peccato commesso. Proprio per questo, i giudici non comminano volentieri questo tipo di pena ai “peccatori”. Sono i “peccatori” stessi, invece, a richiederla, per accertarsi – già che devono comunque essere giustiziati - di morire almeno perdonati da Dio.
La sharia pone limiti precisi all’istituto della lapidazione, essendo tale pena una forma d’espiazione assolutoria non prescritta direttamente dal Corano. Inoltre, la sharia richiede al giudice di fare tutto il possibile per lasciare libero l’individuo che è accusato di adulterio. Solo nel caso in cui questi abbia reso più volte libera confessione (è espressamente proibita ogni forma di pressione fisica o psicologica), ritenuta veritiera dal giudice, o che vi siano almeno 4 persone estranee alla coppia che abbiano assistito coi propri occhi all’adulterio la pena di morte potrà essere comminata. Poiché il verificarsi di una di queste condizioni è piuttosto improbabile (difficile che il reo confessi sapendo che sarà giustiziato o che l’adulterio abbia avuto tanti testimoni) essere condannati a morte in base alla sharia è estremamente raro.
In sostanza: contrariamente a ciò che dicono i media occidentali, la sharia non istituisce la lapidazione, ma cerca di limitarne l'applicazione.
Le lapidazioni di cui ci giunge notizia non sono quasi mai comminate in base alla sharia. Sono invece condanne extragiudiziali, comminate in base al diritto tribale che vige laddove il controllo dei governi centrali non riesce ad arrivare, secondo una specie di codice d’onore. I governi arabi hanno tutto l’interesse a vietare queste condanne, non fosse altro che per una questione di controllo sul territorio, ma non sempre ci riescono. Non è un caso che le lapidazioni siano più frequenti nei paesi con un governo centrale debole e non in grado di esercitare un controllo capillare (ad es. Nigeria e Afghanistan). Da sottolineare che la debolezza dei governi è spesso perseguita come obiettivo strategico dai servizi segreti americani e dalle truppe occupanti allo scopo di poter meglio controllare le risorse locali che interessano (petrolio, oleodotti, miniere, etc.).
Nel post l’anonimo parla di una donna recentemente lapidata in Iran. E’ possibile citare nomi, cognomi, circostanze? Ho fatto una ricerca su Google, ma non ho trovato notizia di nessuna lapidazione recente in Iran. L’ultima lapidazione mi risulta essere quella di Maryam Ayoubi, eseguita l’11 luglio 2001, non per reato d’adulterio ma di uxoricidio. Mi risulta, al contrario, che nel dicembre 2002 il governo iraniano – anche grazie alla pressione delle organizzazioni internazionali - abbia ordinato a tutti i tribunali del paese di non comminare più condanne capitali per lapidazione. Nel gennaio 2005 il portavoce della magistratura Jamal Karimi-Rad dichiarava: “
Pare che il governo iraniano abbia tenuto fede alle promesse. Le esecuzioni di Delara Darabi e Ashraf Khalori, già condannate a morte per lapidazione, sono infatti state sospese. Da notare che, a differenza da quanto affermato dai media, nessuna delle due donne è accusata di semplice adulterio.
Infine devo fare all’anonimo una domanda, che è stupida (MOLTO stupida) ma legittima, visto che ha cominciato lui. Egli ha citato le violazioni di diritti umani compiute in Iran, Cina, Corea del Nord, Cuba, Iraq, Somalia. Come mai nessun riferimento a paesi come Kuwait (che ha il record mondiale delle condanne a morte in rapporto alla popolazione), Pakistan, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Giappone? Non si tratterà magari di pregiudizio ideologico a favore dei paesi alleati degli USA?
Io non ho difficoltà ad ammettere di essere prevenuto nei confronti di Stati Uniti e Israele e di prediligere i boicottaggi che si riferiscono a questi paesi. Solo che la mia prevenzione non ha origini ideologiche, ma squisitamente pratiche, quasi egoistiche. Questi paesi non si limitano ad applicare la violenza e il sopruso al proprio interno, ma la esportano in grande stile. C’è una bella differenza tra una barbarie legislativa locale e una barbarie culturale che si pretende di estendere, con la forza delle armi e del denaro, a tutto il mondo. USA e Israele non cercano neppure di nascondere la loro ferocia, ma la esibiscono, pretendendo al contempo di essere considerati fari di civiltà, e i nostri governi obbediscono. Sono questi paesi, non l’Iran o
SERVONO NUOVE CHIESE

Massimo Fini, che aveva portato il suo Movimento Zero alla manifestazione della sinistra radicale di sabato scorso, è stato prontamente espulso dalla piazza, come egli stesso racconta in questo articolo. Inutile dire che a Fini va tutta la mia solidarietà, come del resto a chiunque sia impedito, con la violenza, di manifestare le proprie opinioni. In particolar modo quando la violenza è quella della polizia, fomentata da un anonimo imbecille che ha pure la faccia tosta di definirsi di sinistra.
Condivido in pieno ciò che Fini dice nel suo articolo. “Destra” e “sinistra” sono categorie ormai immaginarie. Sopravvivono (anzi: vivono alla grande) e hanno un loro fondamentale ruolo nella prospettiva con cui ciascuno di noi decide di rapportarsi al mondo, ma sono prive di qualsiasi raffronto nella classe politica attualmente al potere. Non ci sono partiti di destra o di sinistra, ma solo un’unica, famelica classe di politicanti violenti e analfabeti e di loro vassalli da cui ogni cittadino (vassalli compresi) è quotidianamente stritolato. Le dicotomie come “destra” e “sinistra” vengono tenute in vita col polmone d’acciaio al solo scopo di implementare il “divide et impera” che ci impedisce di ribellarci e spazzarli via, spingendoci invece a scannarci tra noi. Antichissimo strumento di dominio, il “divide et impera” è stato incrementato a dismisura nell’Italia di oggi, essendo la casta di potere a cui dobbiamo sottostare così marcia e inguardabile da non potersi assicurare la sopravvivenza attraverso un’unica fonte di conflitto.
Ecco che allora nuovi conflitti vengono continuamente coniati dai media per assicurare, attraverso le nostre lotte fratricide, la stabilità e prosperità di questa gentaglia. I pensionati “rubano risorse ai giovani”; i giovani “disprezzano gli anziani”; evasori fiscali contro onesti cittadini, e viceversa; coppie gay contro coppie timorate di dio; serial killer e pedofili che assediano l’operosa collettività italica e richiedono misure d’emergenza, consistenti di solito nella decurtazione dei diritti costituzionali; naturalmente destra contro sinistra, e così via, moltiplicando le occasioni di scontro all’infinito. Ci siamo cascati con tutti e due i piedi. Ci siamo cascati così bene che la strategia, da macropolitica, è divenuta capillare. Non c’è fabbrichetta da due soldi in cui gli operai non siano l’uno contro l’altro armati per poter strappare al collega un inutile aumento di poche decine di euro o un posticino da leccapiedi di fianco alla scrivania del capocambusiere. E’ così che i nostri assassini, gli unici, veri serial killer d’Italia, si tengono in vita. E’ così che noi, disuniti e nemici come siamo, veniamo massacrati ogni giorno.
Una critica però devo davvero muoverla a Massimo Fini. Ma che ci è andato a fare, con le sue bandiere, in quella piazza semideserta, presidiata dagli spettri incartapecoriti di una passione politica ormai sepolta sotto quintali di fango? Perché ha portato le sue idee, che sono vive e nuove, al cospetto di una confraternita di cadaveri, ormai in procinto di essere abbandonati perfino dagli elettori più duri di stomaco? Ricordo un vecchio racconto di Michele Serra, che cito a memoria, avendo perso di vista, nel marasma degli scaffali, il libro che lo conteneva. Diceva che l’errore dei laici è stato quello di non aver saputo creare un proprio rituale, una sorta di “messale” civico in cui il popolo laico potesse riunirsi e riconoscersi.
Purtroppo non è vero.
Di rituali laici ce ne sono a bizzeffe, ormai anche più decrepiti di quelli di santa madre chiesa. E’ bastato un secolo soltanto per trasformarli, da eventi collettivi ricolmi di passione, in vuote kermesse autoreferenziali, fredde come un’omelia pomeridiana, partecipati quanto un raduno di collezionisti di scovolini da pipa. Uno di questi rituali inutili e insopportabili è quello della manifestazione di partito, in cui ululanti barbogi con moquette sullo stomaco fingono di contestare provvedimenti e linee di governo a cui hanno dato il proprio avallo poche ore prima. Una recita penosa, ma spiegabile. Meno spiegabile è perché tanti militanti in buona fede accettino di fare da comparse. Assolutamente inspiegabile è il motivo per cui Massimo Fini abbia deciso di unirsi a loro.
Un altro rito, anch’esso periodico come la messa di Natale, è la manifestazione dei pensionati per la rivalutazione delle pensioni e contro il rinvio dell’età pensionabile. Oggi era, appunto, uno di quei giorni di Natale. Branchi di poveri vecchi vagano sperduti per città sconosciute, aggrappati a bandiere e striscioni inneggianti alle organizzazioni sindacali che mille volte li hanno già venduti e mille ancora li venderanno. Qualcuno crede davvero che i politicanti, in cambio dello scippo del tfr ai lavoratori, di cui una sostanziosa porzione verrà concessa in gestione alle organizzazioni sindacali, non abbiano richiesto un corrispettivo? Il corrispettivo è, ovviamente, l’accettazione incondizionata dell’ennesima riforma delle pensioni. E’ accordo già fatto. Si tratta solo di tenere in vita la legittimazione rappresentativa organizzando una bella messa cantata per esorcizzare il demonio con cui si è già scesi a patti. Ed ecco che i vecchietti vengono trascinati sul torpedone, scaricati in ignoti sobborghi e costretti a sfilare come chierichetti alla festa di Santa Rosalia, in attesa che i parroci della triade tengano il loro edificante comizio.
Io capisco che la ritualità e le sue appendici esteriori rivestano un’importanza vitale per qualsiasi collettività umana, a maggior ragione per quelle di natura politica. Ma è sbagliato e profondamente autolesionista permettere alle idee nuove di squalificare se stesse accettando la sottomissione ai decadenti rituali altrui. Una chiesa non è il luogo migliore per fare le scarpe ai preti. E anche se lo fosse, accettare gli schemi decrepiti del passato uccide il rinnovamento nella culla, privando i fedeli della speranza di una società nuova, costringendoli a ripiegare, tutt’al più, sulla prospettiva dell’avvento di un nuovo parroco nella stessa, marcia cattedrale. Una prospettiva non esaltante.
Quello che serve a Fini (anzi, che CI serve, a tutti, disperatamente) è dare alle nuove idee una nuova forma rituale. Dobbiamo inventarci schemi di cooperazione, aggregazione e progettazione che sappiano cogliere il mondo che abbiamo sotto gli occhi da decenni e che i nostri nemici continuano a imprigionare, incuranti dell’inadeguatezza, in forme cerimoniali ottocentesche. Gli scioperi, le manifestazioni di piazza, i comizi, le processioni con drappi e striscioni, le sagre mangerecce di questo o quel partito, i congressi, le beghe di sezione… riti cristallizzati, sopravvissuti alla morte di quella classe operaia che li aveva creati e ne costituiva l’anima e la ragione fondante. Ci sarebbero anche riti vecchi, ma da recuperare: l’occupazione delle fabbriche, le autogestioni, la cacciata – meglio se violenta – dei tanti Lama che avvelenano oggi la vita di studenti e lavoratori. Ma questi erano i riti di una classe operaia e studentesca giovane e nel pieno delle forze. Alla morte, purtroppo, non c’è rimedio, salvo una serena e liberatoria accettazione dell’ineluttabile.
Ma se la classe operaia è morta da un pezzo, è ancora viva e vegeta quella categoria ottocentesca che siamo soliti chiamare “popolo”. Diviso e litigioso com’è, non potrà mai sperare, concretamente, di autogestire il proprio destino. Esso però chiede, con voce sempre più forte, di essere governato da una classe sociale nuova, che offra spazio alla cura della vita collettiva più che ai proclami, alle clientele e agli intrallazzi bancari. Una classe sociale che sappia guardare il mondo attraverso i propri occhi anziché nello specchio deformante della virtualità mediatica. Sarò un visionario, ma io questa classe sociale la vedo già nascere. Vedo persone che elaborano nuovi progetti di vita collettiva (Massimo Fini ne è un esempio), che diffondono tramite internet le proprie idee, che spengono la televisione e iniziano a imparare dai blog e dai forum - oltre che naturalmente dal confronto quotidiano con i propri simili - come funziona VERAMENTE il mondo. Certo, è una classe minoritaria, ma non più di quella dei politici e dei loro burattinai che, in nome del profitto, hanno svuotato di significato parole come “nazione”, “giustizia”, “governo”. Le sue possibilità di diventare la classe dirigente del futuro sono alte, altissime. A patto che sappia offrire alle proprie idee nuovi paramenti e nuovi falansteri, lasciando gli antichi sacerdoti soli con le loro ragnatele, a contemplare piazze piene di silenzio.
PER I NATI DEL CANCRO

L’ILLUSIONE DELLA MALATTIA
di Mike Adams
tratto da www.quantumbalancing.com
traduzione di Gianluca Freda
La medicina tradizionale ha la curiosa abitudine di etichettare come malattia un insieme di sintomi. Ad esempio, ho visto di recente un manifesto che pubblicizzava un nuovo farmaco contro l’osteoporosi. Era di una compagnia farmaceutica e diceva: “L’osteoporosi è una malattia che provoca debolezza e fragilità delle ossa”. Il manifesto continuava dicendo che c’è bisogno di un farmaco particolare per combattere questa malattia.
Qui il linguaggio è a rovescio. L’osteoporosi non è una malattia che provoca debolezza delle ossa. Osteoporosi è il nome dato a una diagnosi di debolezza delle ossa. In altre parole, prima viene la debolezza delle ossa e poi viene la diagnosi.
Un’altra compagnia farmaceutica definisce l’osteoporosi come “malattia che rende le ossa più sottili”. Ancora una volta causa ed effetto sono invertiti. E’ così che le compagnie farmaceutiche vogliono che la gente pensi alle malattie e ai sintomi: prima “vi prendete” la malattia, poi essa vi viene “diagnosticata”, appena in tempo per consentirvi di prendere un costoso nuovo farmaco per il resto della vostra vita.
Ma sono tutte cazzate. Non esiste la malattia dell’osteoporosi. E’ solo un nome per un insieme di sintomi che indicano che avete permesso alle vostre ossa di diventare fragili. E per curarla i medici occidentali vi prescriveranno farmaci che pretendono di rendere le vostre ossa meno deboli.
Potrebbero tranquillamente chiamarla Malattia di Fragilità delle Ossa e spiegare chiaramente quale sia la cura: esercizio, vitamina D, integrazioni minerali di calcio e stronzio, luce solare e tenersi lontani da sostanze come bibite gassate, farina bianca e zuccheri aggiunti, che privano le ossa di consistenza.
Il diabete è un altro esempio di situazione a cui è stato dato un nome complesso per porre la soluzione fuori dalla portata del paziente medio. Il diabete di tipo 2, tecnicamente, non è una malattia. E’ solo un naturale effetto metabolico del consumo di grandi quantità di carboidrati raffinati e zuccheri aggiunti non compensato da regolare esercizio fisico.
Il nome “diabete” è incomprensibile per l’individuo medio. Si potrebbe chiamarlo Malattia da Eccesso di Zuccheri. Se lo chiamassero Malattia da Eccesso di Zuccheri la soluzione risulterebbe evidente a chiunque.
Il cancro è un altro caso di malattia che prende il nome dai suoi sintomi. Ancora oggi, molti dottori e pazienti credono che il cancro sia qualcosa di fisico: un tumore. In realtà il tumore è solo un effetto collaterale del cancro, non la causa. Il tumore è una semplice manifestazione fisica di una disposizione cancerosa espressa dall’organismo.
Quando una persona “ha il cancro”, ciò che ha in realtà è un sistema immunitario indebolito o assente. Un nome assai più appropriato per questa malattia sarebbe: Morbo da Soppressione del Sistema Immunitario.
Se il cancro venisse chiamato così, tutti capirebbero che è ridicolo tentare di curarlo asportando tumori e distruggendo il sistema immunitario con la chemioterapia. Questi sono i due tipi di trattamento più comuni contro il cancro e non fanno nulla per rafforzare il sistema immunitario del paziente o per impedire successive ricadute. E’ proprio per questo che molte persone che si sottopongono a chemioterapia o ad asportazione di tumori si ritrovano alla fine con un cancro ancora più virulento.
La cura contro il cancro esiste già e si trova nel corpo umano. Il vostro corpo uccide cellule cancerose come routine quotidiana e lo ha già fatto migliaia di volte nel corso della vostra vita.
Tutto ciò che dobbiamo fare è smettere di avvelenare il nostro corpo con prodotti chimici cancerogeni e iniziare a nutrirci delle sostanze di cui il nostro corpo ha bisogno per combattere le malattie croniche. Invece di cercare nuove cure tecnologiche, il nostro tempo e il nostro denaro sarebbero spesi meglio cercando di far capire alla gente che esistono cure e strategie di prevenzione già disponibili da adesso.
Ecco un altro esempio: il colesterolo alto. La medicina tradizionale dice che il colesterolo alto è causato da uno squilibrio chimico del fegato, l’organo che produce il colesterolo. Perciò la cura sono farmaci (farmaci statinici) che inibiscono la produzione di colesterolo da parte del fegato. Prendendo questi farmaci l’eccesso di colesterolo (la “malattia”) viene regolato.
Ma ancora una volta è evidente l’errore fatale in questo tipo di approccio: il sintomo non è la causa della malattia. La causa è un’altra, sistematicamente ignorata dalla medicina tradizionale, dai medici, dalle compagnie farmaceutiche e perfino dai pazienti. La causa primaria del colesterolo alto sta nella dieta. Una persona che consumi cibi pieni di grassi saturati e oli idrogenati produrrà inevitabilmente più colesterolo. E’ un semplice rapporto di causa ed effetto, non un bizzarro comportamento del fegato.
Se si volesse dare alla malattia un nome appropriato, bisognerebbe chiamarla Malattia da Consumo di Cibi Grassi. Questo la renderebbe più chiara alle persone. E l’ovvio rimedio alla malattia sarebbe il consumo di cibi meno grassi. Certo, sarebbe una semplificazione un po’ eccessiva, perché bisogna distinguere tra grassi che fanno bene e grassi che fanno male. Ma almeno questo nome darebbe ai pazienti un’idea più precisa di ciò che sta realmente succedendo.
Al di fuori degli Stati Uniti, i nomi delle malattie espressi in altre lingue (per esempio in cinese) descrivono in maniera più accurata le loro reali cause. Nella medicina occidentale, invece, i nomi delle malattie servono a rendere oscure le loro cause reali. Ciò fa sembrare le malattie molto più complesse e misteriose di quanto siano in realtà.
E’ un peccato, perché i trattamenti e le cure per quasi tutte le malattie croniche sono in realtà molto semplici e potrebbero essere descritti con un linguaggio chiaro. Prevenire e far regredire queste malattie richiede solo un linguaggio capace di descrivere cose come: fare diverse scelte alimentari, ricevere più luce naturale, bere più acqua, svolgere regolare esercizio fisico, evitare particolari tossine, integrare la propria dieta, e così via.
C’è un alto livello di arroganza nel linguaggio della medicina occidentale e questa arroganza accresce la separazione tra i dottori e i loro pazienti. La separazione non produce mai guarigione. Per produrre guarigione occorre unire medici e pazienti nell’uso di un linguaggio chiaro che la gente possa comprendere e su cui possa agire.
La comunità medica è inflazionata dall’egocentrismo e a nessuno fa piacere che la salute appaia alla portata di qualsiasi persona. Mantenere complicato il linguaggio della malattia serve a tenerla fuori dalla portata del pubblico.
Ma la salute è a disposizione di qualsiasi persona. Non è fisica nucleare. Non è complicata. E non richiede ricette mediche. Stare in salute è cosa facile, raggiungibile e diretta. Ed è, in gran parte, senza spesa, se si invoca il potere curativo della luce solare, dell’acqua pura, della riduzione dello stress, dell’esercizio e della scelta di cibi sani.
COME TI INVENTO UN OLOCAUSTO
Questo filmato è tratto dal documentario Holocaust Denial Movie, che può essere visto su Youtube, frammentato in molti spezzoni. La traduzione e i sottotitoli sono miei, ovviamente.
ANIMALI RARI

Fra tanti messaggi di insulti e mail minatorie, ogni tanto compare qualcuno che rimette la tua giornata sul binario giusto. Permettetemi di pubblicare, una volta tanto, una mail di complimenti anziché i soliti improperi da mercato del pesce:
Ti volevo ringraziare per il lavoro di informazione che stai facendo. Prima di leggere il tuo sito pensavo veramente che i negazionisti fossero delle persone che dicevano che i campi di concentramento fossero dei club med. Da quando ho scoperto il tuo sito ho cercato anche di informarmi di piu'. Oggi per esempio sono riuscito a trovare un sito che mi ha fornito informazioni sui motivi che portarono alla seconda guerra mondiale. Anche tenendo conto che è un sito fatto da gente politicizzata e quindi interessata a mostrare i fatti sotto una certa luce, le argomentazioni che ho trovato mi sono sembrate convincenti. […] Comunque grazie ancora e mi raccomando continua così perche' la via che hai scelto è quella giusta del dialogo e del confronto e prima o poi quelle che sono le tue teorie saranno accettate. Spero che non sia un riconoscimento postumo. (Unknown)
Grazie a te, anonimo. A scrivere sono capaci tutti, ma è raro trovare persone che leggano con attenzione ciò che viene scritto. E’ bello sapere che non si sono ancora del tutto estinte.
APPASSITI QUARANTENNALI

40 BRUTTI ANNI
di Uri Avnery
tratto da Gush Shalom
traduzione di Gianluca Freda
“Riposo è giunto per gli stanchi/ Riposo per gli esausti/ Una pallida notte ricopre/ I campi della valle di Jezreel/ Rugiada sotto e luna sopra/ Da Kibbutz Bet-Alfa a Moshav Nahalal”
Così cantavamo quando eravamo giovani. Ora tutto questo non è che una serie televisiva nostalgica, adolescenti degli anni ’50 che cantano canzoni dei pionieri.
Il pensiero vaga. Chi furono i pionieri, i primi a cantare queste canzoni?
Vennero da ricche case di San Pietroburgo, dagli shtetl in Galizia, figli e figlie di professori universitari tedeschi. Avrebbero potuto imbarcarsi per l’America, come molti emigranti facevano in quel periodo. Invece furono attratti da un remoto paese orientale, da una grande avventura nazionale. Vivevano in spaventosa povertà, lavorando duramente sotto un sole impietoso a cui non erano abituati, e sognavano una perfetta società umana.
Erano veri idealisti. Non gli veniva in mente che stavano facendo del male ad esseri umani di un altro popolo. Gli arabi erano per loro parte di quel paesaggio romantico. Credevano in assoluta innocenza di stare portando beneficio e progresso a tutti gli abitanti della regione.
Visti da oggi, quattro o cinque generazioni dopo, appaiono piuttosto diversi. La loro innocenza è dimenticata. A molti essa appare come lurida ipocrisia, un paravento per la rapina e l’oppressione.
Questo è uno dei risultati di 40 anni di occupazione. Gli attuali coloni affermano di essere i successori di quei pionieri degli anni ’20 e ’30. Sostengono di essere i pionieri di oggi. Questi criminali, violenti e ladri, credono davvero che noi si possa scorgere negli antichi pionieri i loro precursori spirituali.
Se mettiamo insieme tutto il danno che l’occupazione ci ha causato – anche a noi, e non soltanto alle sue vittime dirette, gli abitanti dei territori occupati – cerchiamo di non dimenticare una cosa. L’occupazione avvelena la memoria nazionale. Inquina non solo il presente, ma anche il passato, non solo agli occhi del mondo, ma anche ai nostri occhi.
Basta guardare cosa ha fatto l’occupazione alla religione nazionale.
Da bambino, a casa, mi insegnavano che l’ebraismo era una religione umana, “una luce per i Gentili”. Ebraismo significa disprezzare la violenza, preferire la spiritualità al potere, trasformare il nemico in amico. A un ebreo è permesso difendersi – “Se qualcuno viene per ucciderti, uccidilo tu per primo”, come recita il precetto talmudico – ma non per amore della violenza e dell’intossicazione da potere.
Cosa è rimasto di tutto questo?
Alcuni amici, preoccupati, mi hanno inviato di recente alcune citazioni da far rizzare i capelli tratte dalle dichiarazioni del rabbino Mordechai Eliyahu, ex capo dei rabbini sefarditi d’Israele e leader spirituale dei coloni e dell’intera orbita religiosa sionista. In una lettera al Primo Ministro, il rabbino decretava che era inammissibile avere compassione della popolazione civile di Gaza se ciò mette a rischio i soldati israeliani. Suo figlio, Shmuel, ha interpretato tale decreto nell’ottica paterna: se l’uccisione di 100 arabi non è sufficiente a fermare il lancio di razzi Qassam verso Israele, se ne uccidano 1000. E se questo non basta, allora 10.000, 100.000 e anche un milione. Questo allo scopo di fermare i Qassam, che in tutti questi anni non sono riusciti a uccidere neanche una dozzina di ebrei.
Che relazione c’è tra questa visuale “religiosa” e il Dio che (in Genesi, 18) promise di non distruggere Sodoma se fosse stato possibile trovarvi anche solo 10 persone giuste?
Che differenza esiste tra questo atteggiamento morale e quello dei nazisti, che uccidevano 10 ostaggi per ogni soldato tedesco ucciso dalla resistenza?
Il decreto del rabbino non ha prodotto alcuna reazione. Nessun grido si è levato, né dal suo gregge né dal pubblico in generale. I rabbini che sostengono apertamente simili metodi si contano ormai a centinaia. Molti di loro vengono dagli insediamenti. Quest’ottica “religiosa” è cresciuta nell’atmosfera velenosa dell’occupazione, una religione dell’occupazione. Essa getta vergogna sulla religione ebraica del presente e del passato.
Non c’è da stupirsi che una persona dalla forte coscienza religiosa, Avraham Burg, ex portavoce della Knesset e capo della Jewish Agency, questa settimana abbia ripudiato il sionismo e abbia chiesto che venga abolita la definizione di Israele come stato ebraico.
Non dico niente di nuovo se faccio notare che l’occupazione sta distruggendo l’esercito israeliano.
Un esercito non può adempiere alla propria missione di difendere lo Stato contro i potenziali nemici quando viene utilizzato da decenni come forza di polizia coloniale. Si può dare un nome attraente a uno squadrone della morte – Team Mango o Unit Peach – ma esso resterà ciò che è: uno strumento di omicidio e di oppressione brutale.
Un ufficiale che progetti oggi l’assassinio in stile mafioso di un “vecchio militante” attraverso un’operazione segreta nella Kasbah di Nablus, non sarà in grado domani di guidare un battaglione di carri armati contro un nemico dotato di armi sofisticate. Un esercito che spara a chi lancia pietre, che insegue i bambini nei vicoli del campo profughi di Balata o che sgancia una bomba da una tonnellata su un edificio residenziale non potrà trasformarsi, nell’arco di una notte, in una forza efficiente su un moderno campo di battaglia in una guerra ad alta tecnologia.
Non serve andarlo a leggere nel rapporto Winograd. Basta paragonare i comandanti del 1967 – gente come Yitzhak Rabin, Israel Tal, Ezer Weitzman, Dado Elazar e Matti Peled – con i loro corrispettivi odierni. Dopo 40 anni di azioni spregevoli contro una popolazione inerme, l’esercito non attrae più quei giovani che possiedano originalità di pensiero e alte motivazioni, che siano coraggiosi e pieni di risorse. Attrae solo i mediocri tra i mediocri.
Durante
Da un punto di vista militare, l’occupazione è una grave minaccia alla sicurezza dello Stato.
Ci resta
Ultimamente è diventato lampante che questo atteggiamento è privo di fondamenti. Un attimo dopo il ritiro dalla Corte del Giudice Supremo Aaron Barak, l’intero sistema giudiziario ha iniziato a sprofondare in un pantano di intrighi, reciproche accuse e perfino calunnie. Non solo su anonimi blog, ma perfino nelle dichiarazioni del nuovo Ministro della Giustizia, la nomina di un Primo Ministro appare inquinata da scandali e corruzione personale.
Come è potuto succedere?
Ormai da molti anni
Quando
Una Corte che mente a se stessa su un argomento, non può garantire la propria integrità su un altro. Il “bastione della democrazia” è stato minato, e potrebbe anche crollare del tutto.
Nel frattempo i libri della legge sono stati macchiati da una legislazione razzista: dalla legge che vieta ai cittadini israeliani di vivere in Israele con spose palestinesi, al decreto che è stato oggetto questa settimana dell’attenzione primaria della Knesset e che permette a 80 membri della Knesset di espellere un membro della Knesset che abbia espresso, dentro o fuori dall’assemblea, critiche ai ministri o ai comandanti delle forze armate.
Non si può negarlo: 40 anni di occupazione hanno reso lo Stato d’Israele irriconoscibile.
Ciò è visibile in ogni aspetto della vita. Ciascuno di essi è stato contaminato.
Ragazzini di 18 anni, molti dei quali cresciuti da genitori onesti come esseri umani dotati di una morale, vengono attratti dall’esercito, penetrano nella brutale sottocultura dei loro reparti e ricevono un indottrinamento che giustifica qualunque atto di brutalità contro gli arabi. Solo pochi e rari individui sono in grado di resistere alla pressione. Dopo tre anni la maggioranza di essi abbandona l’esercito, induriti, con una sensibilità annebbiata. La brutalità nelle nostre strade, gli omicidi abituali nei dintorni delle discoteche, il proliferare di stupri e violenze in ambito familiare, tutto questo è stato senza dubbio influenzato dalla realtà quotidiana dell’occupazione. Dopo tutto si tratta delle stesse persone che la gestiscono.
Un poliziotto assegnato ai checkpoint di Hebron o Hawara, che tratta gli abitanti di quei luoghi come creature inferiori, che si comporta in modo sadico o giustifica il sadismo dei suoi camerati, potrà forse trasformarsi in una persona diversa quando tornerà, il giorno dopo, a Tel Aviv, Haifa o Shefa-Amr? Si sveglierà la mattina dopo e si scoprirà, miracolosamente, servo devoto dei suoi cittadini in una società democratica?
Da anni servizi segreti, polizia ed esercito mentono su ciò che avviene nei territori occupati. La menzogna è diventata routine. Sono pochi nel mondo i giornalisti che accettano queste dichiarazioni senza porre domande. E quando la menzogna diviene la norma su un determinato argomento, le bugie non si fermano lì. I bugiardi dei servizi, della polizia e dell’esercito si sono ormai abituati a mentire anche su altre questioni.
Nei “territori” impazza la corruzione. Ufficiali militari si tolgono l’uniforme e si lasciano coinvolgere in loschi affari. Baroni capitalisti approfittano dei rapporti con loro. Certo, non è questa l’unica fonte di una corruzione divenuta ormai una rovina di stato, ma è sicuramente un fattore che contribuisce.
L’occupazione genera marciume, che penetra poi attraverso tutti i pori dell’organismo nazionale.
Dopo 40 anni, c’è ben poca somiglianza tra lo Stato d’Israele di oggi e quello che i fondatori vedevano con l’occhio della mente: un modello di giustizia sociale, eguaglianza e pace. I fondatori sognavano una società moderna, illuminata, secolare, liberale, socialmente progressista, con un’economia fiorente che recasse benefici a tutti. La realtà, come sappiamo, si è rivelata molto, molto diversa.
In verità, non si può dare tutta la colpa all’occupazione. Anche prima del 1967 il giovane Stato era ben lungi dalla perfezione. Ma l’opinione pubblica sentiva che si trattava di una situazione temporanea. Le cose avrebbero potuto essere corrette e migliorate. Quando
Alla fine della Guerra dei Sei Giorni il mondo intero ci salutò con simpatia. Il piccolo, coraggioso Davide aveva vinto contro Golia. Ora siamo noi che veniamo visti come un Golia brutale e spietato.
Il boicottaggio contro Israele annunciato da diverse organizzazioni estere dovrebbe far suonare un campanello d’allarme. Nella Dichiarazione d’Indipendenza, Thomas Jefferson scrisse che ogni nazione deve comportarsi con “educato rispetto verso le opinioni del genere umano”. Non si trattava solo di un problema di etica, ma anche di concreto buon senso. Tenere in vita un’occupazione che viola le leggi internazionali è per noi come sputare negli occhi al lato migliore della natura umana.
Israele suscita aspettative diverse rispetto al Congo o al Sudan. Ma ormai da anni centinaia di milioni di persone ci vedono ogni giorno nelle vesti di soldati d’occupazione, armati fino ai denti, che compiono abusi contro una popolazione inerme. L’accumulo di questa percezione sta oggi diventando evidente.
Certo, si può trattare con disprezzo l’opinione del genere umano, sulla falsariga della celebre domanda di Stalin “quante divisioni militari possiede il Papa?”. Ma è stupido. L’opinione internazionale può esprimersi in mille modi diversi. Essa influenza le politiche dei governi e la società civile. I tentativi di boicottaggio non sono che un primo sintomo.
Ma al di là della cattiva fama che l’occupazione ha gettato su Israele, all’interno del paese e all’estero, esiste qualcosa che riguarda ciascuno di noi. Qualsiasi essere umano desidera essere fiero del proprio paese. L’occupazione ci priva di questa aspettativa.
Per il 40° anniversario dell’occupazione di Gerusalemme Est, una TV straniera voleva intervistarmi nel quartiere musulmano della Città Vecchia. Abbiamo passeggiato per
Di tanto in tanto passavano piccoli gruppi di turisti. Ogni gruppo era accompagnato da quattro guardie di sicurezza in uniforme bianca, due davanti e due dietro. Ciascuna di esse teneva in pugno una pistola carica, pronta ad aprire il fuoco nello spazio di una frazione di secondo. E’ così che passeggiavano per la strada.
Questa è la realtà di “Gerusalemme Riunita e Indivisibile, Capitale d’Israele per Tutta l’Eternità”, come recita lo slogan ufficiale, 40 anni dopo la sua “liberazione”.





Ultimi commenti