LETTERA DI UN CITTADINO INDIGNATO

Spett.le Al-Qaeda
Vi scrivo la presente per esprimervi il mio disappunto riguardo al servizio terroristico da voi gestito, ai suoi deludenti risultati e al suo decrescente livello qualitativo. A fronte di un apparato pubblicitario di sicuro impatto, che promette una gestione efficace ed altamente produttiva delle competenze assegnatevi, devo riscontrare con rammarico un divario sempre più ampio tra la qualità dei servizi promessi ai cittadini e la loro concreta attuazione. Già in passato avevo fatto notare come compiti di fondamentale importanza per la collettività fossero stati gestiti con imperdonabile leggerezza, appaltandone la messa in opera a personale scarsamente qualificato. La realizzazione della kermesse newyorchese dell’11 settembre 2001, pur tenendo conto degli apprezzabili risultati conclusivi, era stata un primo segnale delle carenze organizzative e professionali che hanno caratterizzato in seguito ogni vostra assegnazione. Dirottamenti aerei gestiti con taglierini da cartaio, operatori dotati di passaporti in amianto che escono dall’apocalisse appena bruciacchiati, direttori di filiale che dimenticano nel portabagagli dell’auto diari con i dettagli del progetto: tutto questo è degno di un’operazione false flag del Mossad o della CIA, non del servizio terroristico di alto livello che il cittadino contribuente si aspetta venga reso alla comunità.
Vorrei ricordarvi che i contribuenti occidentali hanno sostenuto sacrifici notevoli per consentire alla Vostra organizzazione di predisporre un servizio il più possibile efficiente ed ottimale. Veniamo ripresi notte e giorno da telecamere disposte ovunque, i nostri principali quotidiani e telegiornali hanno adottato contenuti informativi degni dei fumetti di Nonna Abelarda, l’habeas corpus è stato cancellato dalle carte costituzionali, le tasse necessarie a gestire
Con la recente gestione degli attentati londinesi, penso si sia raggiunto davvero il punto più basso dell’incompetenza e del ridicolo nell’intera storia della vostra amministrazione. Leggo con imbarazzo su Repubblica che i vostri attentati, pagati col denaro dei cittadini, sono stati preannunciati alle autorità da deliranti proclami jihadisti comparsi su alcune pagine web. E’ mai possibile che debba spiegarvelo io? I deliranti proclami si fanno DOPO l’attentato, non prima! Qualunque matricola di Discipline Terroristiche impara queste cose il primo giorno di università. Perfino i Nuclei Proletari Combattenti sanno che prima si fa l’attentato e poi ci si vanta. Cosa siete, un’organizzazione terroristica internazionale o l’abominevole Dottor Phibes? Leggo anche che la preparazione delle autobombe appaltate alla vostra azienda è stata portata a termine in modo dilettantesco, utilizzando taniche di benzina, chiodi e bombole di gas. Mi chiedo: possibile che i vostri dirigenti – in grado di gestire un attacco agli USA da una caverna dell’Afghanistan attraverso complessi sistemi di connessione satellitare – non siano in grado di fornirvi materiali esplosivi adeguati, come il Semtex? Anche un bambino sa che la benzina, per quanto ammassata in quantità massicce, ha un potenziale incendiario più che esplosivo. Che ne è stato delle scorte del vostro esplosivo standard, il TATP - quello fabbricato mescolando perossido d’idrogeno, acetone e altra roba che non mi ricordo più - per garantirvi il quale ci assoggettiamo ad estenuanti code nei check-in degli aeroporti, con funzionari che maneggiano ogni bottiglietta di minerale come se fosse nitroglicerina? Le avete già esaurite? Dove finiscono, insomma, i soldi delle nostre tasse?
Apprendo che le autobombe da voi realizzate sono state individuate a causa del fumo che usciva dai finestrini e “disinnescate a mano da alcuni coraggiosi agenti”, immagino lanciandogli contro una secchiata d’acqua. Devo dire, con delusione, che non è questo il livello di preparazione tecnologica che ci si aspetta da un’organizzazione della vostra fama. Queste sono cose degne di una cellula deviata del SISMI, non di una Rete Mondiale del Terrore che si rispetti. E’ umiliante, per un cittadino contribuente, leggere che Scotland Yard, dopo neanche dieci minuti dal rinvenimento dei frutti del vostro pessimo lavoro, ha immediatamente riconosciuto in essi “la mano di Al Qaeda”. Mia moglie vive ormai nel terrore di bruciare il tacchino al forno, temendo di veder piombare in cortile una task force di Scotland Yard che riconosca “la mano di Al-Qaeda” anche nell’incauta carbonizzazione dell’infelice volatile. E’ questo il modo in cui avete sperperato la vostra reputazione di Minaccia Mortale alla Democrazia, faticosamente costruita da Repubblica e da tutto il nostro sistema giornalistico?
Signori, con la presente missiva mi dolgo d’informarvi che ho smesso di avere fiducia in voi. Anzi, di più: ho smesso di credere in voi. Per me è come se aveste smesso di esistere, anzi, come se non foste mai esistiti. Da oggi in avanti, per i servizi terroristici che sono indispensabili alla nostra esistenza di nazioni, credo che mi rivolgerò ad aziende di più antica istituzione, benché di minore risonanza mediatica, come il Mossad o l’FBI. Se devo avere un lavoro fatto male, tanto vale farlo svolgere ad aziende che sono rinomate da decenni nel settore. Tanto lo so che, alla fine dei conti, è a loro che affidate tutti i subappalti.
Cordiali saluti a voi e al barbetta.
Gianluca Freda, un cittadino indignato.
UNA MALATTIA CHIAMATA AMERICA

PERCHE’ SICKO DI MICHAEL MOORE E’ IL DOCUMENTARIO CHE OGNI AMERICANO
DOVREBBE VEDERE
di Mike Adams
tratto da www.newstarget.com
traduzione di Gianluca Freda
Il disastroso sistema sanitario americano sta trascinando il paese a capofitto verso un collasso economico pressoché certo. Ormai quasi ogni cittadino deve affrontare ristrettezze finanziarie o la bancarotta a causa dei costi crescenti delle cure sanitarie: la gente comune, i datori di lavoro, i governi locali e perfino il governo federale. Le aziende multinazionali stanno abbandonando gli Stati Uniti a causa dei costi della salute, portando via con sé lavoro e produttività economica. Nel frattempo, il 50% dei fallimenti individuali degli Stati Uniti è provocato da spese per le cure sanitarie.
Ma non tutti se la passano male. Le compagnie farmaceutiche, i chirurghi, i medici specialisti, le compagnie d’assicurazione sanitarie e gli ospedali privati stanno guadagnando come banditi, garantendo compensi multimilionari agli amministratori delegati e – non me lo sto inventando – aumenti di oltre il 500.000% sui farmaci da prescrizione. E mentre in America la gente si ammala sempre di più, le aziende farmaceutiche, le compagnie d’assicurazione e molti fornitori di “cure” sanitarie (ma sarebbe più giusto dire “fornitori di trattamento per le malattie”) nuotano nell’oro. Le compagnie farmaceutiche sono oggi tra le corporazioni più ricche del mondo e sono arrivate a questo inventando malattie fittizie e vendendo poi farmaci per guarirle a persone che per la maggior parte non ne avevano bisogno. Per saperne di più su questo argomento date un’occhiata alla mia vignetta Disease Mongers Inc. [Seminatori di Malattie, SpA, NdT].
Intanto, il popolo americano è il popolo più malato del mondo nella cerchia delle nazioni avanzate. Spendiamo più di qualunque altro paese nelle cure sanitarie, paghiamo i prezzi più alti del mondo per i medicinali e ci viene detto in continuazione che possediamo la miglior tecnologia medica del mondo. Ma se davvero il nostro sistema sanitario è così buono, perché 50 milioni di americani non possiedono un’assicurazione sanitaria? Perché gli ospedali scaricano letteralmente sulla strada i pazienti privi di assicurazione, abbandonando i pazienti per tutelare i profitti, mentre i nostri politici conducono trattative per conto della Big Pharma allo scopo di assicurarsi che i pazienti americani continuino a pagare i prezzi più alti del mondo per le medicine? (clicca qui per vedere la vignetta di CounterThink sulle trattative condotte dal Presidente Bush con le compagnie farmaceutiche).
Cos’è che non funziona nel sistema sanitario americano?
Sicko: un documentario da vedere.
Michael Moore, il regista di Sicko, risponde a questa fondamentale domanda in quello che è a tutt’oggi il suo miglior documentario. Dimenticatevi qualunque critica abbiate sentito su Sicko, questo è il capolavoro di Michael Moore: un documentario coraggioso, potente e agghiacciante che mette a nudo l’arroganza della medicina moderna e il miserabile fallimento del sistema sanitario americano, controllato dalle corporazioni, nel garantire un trattamento sanitario decoroso ai cittadini. Guardare questo film vi lascerà schiumanti di rabbia o in lacrime (o entrambe le cose). Viene rivelata la profonda corruzione del sistema sanitario americano e viene spiegato che l’intero sistema è stato in realtà studiato per negare l’assistenza sanitaria al popolo americano.
Io ho imprecato per anni contro le disfunzioni della sanità americana e, come ho spiegato infinite volte con meraviglia di alcuni, le corporazioni della salute hanno in realtà un programma per far sì che la gente resti malata. Non c’è profitto nella prevenzione delle malattie, specialmente nell’industria del cancro. Cliccate qui per leggere il mio recente rapporto sul rifiuto della American Cancer Society di contribuire alla prevenzione del 77% di tutte le forme di cancro utilizzando integratori di vitamina D affidabili e scientificamente testati.
In Sicko, Michael Moore riesce, con molta efficacia, a presentare questo problema al pubblico di massa, tessendo insieme le storie struggenti di cittadini americani che hanno perso mariti, figlie e altri familiari a causa di malattie che potevano essere prevenute, il tutto grazie a rifiuti di sostegno economico, pianificati e intenzionali, da parte delle compagnie di assicurazione sanitaria. In un brano del film, Moore presenta un filmato d’archivio in cui l’ex presidente Nixon offre la sua piena approvazione ad un progetto sanitario del 1970, noto come “HMO” [Health Maintenance Organization, Organizzazione per il Mantenimento della Salute, NdT], in base al quale più pazienti si vedono negare i servizi sanitari, più denaro entra nelle casse di ospedali e compagnie assicurative!
Per contrasto, Moore fa vedere i sistemi di cura sanitaria generalizzata operanti in paesi come Canada, Inghilterra, Francia e perfino Cuba… tutti paesi in cui le cure sanitarie sono gratuite per chiunque. Si chiama trattamento sanitario pubblico (o “medicina sociale”) ed è un sistema attuato da quasi tutte le nazioni progredite del mondo… e perfino da alcune nazioni non progredite. Solo in America la medicina è ferma al Medio Evo, vincolata ad un sistema irrimediabilmente corrotto di sfruttamento finanziario e controllo monopolistico dei prezzi, dove
Per avere una rappresentazione visiva del pasticcio in cui ci troviamo, potete andarvi a vedere la vignetta di CounterThink , The Disease Economy [L’economia della Malattia, NdT]. Oppure potete leggere il mio libro Le cure naturali e la cospirazione che vi impedisce di conoscerle per capire quanto malefico e corrotto sia in realtà il nostro sistema sanitario.
Perché chi attacca Moore è in malafede
Moore, come al solito, è diventato il bersaglio di ogni genere di critici, ai quali farebbe molto piacere vederlo sparire e smettere di lanciare pietre contro la barca dei Bravi Ragazzi, che sembra navigare alla grande in America (almeno finché fate parte dell’elite dei non ammalati). Tanto per cominciare, alcuni funzionari del governo degli Stati Uniti stanno indagando su Moore per violazione delle restrizioni ai viaggi verso Cuba. Come mai? Perché Moore ha riunito una dozzina di americani che si erano visti rifiutare le cure mediche negli Stati Uniti e li ha portati a Cuba, dove hanno ricevuto cure sanitarie gratuite e di alto livello in un moderno ospedale cubano.
Qui il messaggio è difficile da fraintendere: Cuba si prende cura dei propri cittadini meglio degli americani. Addirittura, Cuba si è offerta di prendersi cura di alcuni cittadini americani che l’America aveva abbandonato! Proprio quel tipo di pubblica umiliazione dei funzionari governativi che non è apprezzata, al giorno d’oggi, in un’America ridotta a stato di polizia, dove chiunque osi mettere in dubbio la saggezza del governo viene marchiato come terrorista. Moore è preso di mira non tanto perché ha portato alcuni eroi dell’11 settembre a Cuba per offrir loro assistenza medica, quanto piuttosto perché ha osato rendere pubblica tutta la faccenda. Umiliare il Re è il modo più rapido per ritrovarsi con la testa su un ceppo. Provate a chiederlo agli scienziati che dissentono pubblicamente dalle teorie sul cambiamento climatico disperatamente pubblicizzate da Bush per fini politici…
A criticare Moore sono anche le corporazioni avide e corrotte denunciate dal suo film (compagnie farmaceutiche, fornitori di assicurazioni sulla salute, ospedali e così via), nonché alcuni puerili critici di internet i quali, standosene a casa sprofondati nelle loro poltrone, non apprezzano Moore per il semplice fatto che osa alzarsi in piedi e gridare “Il Re è nudo!”. Quasi tutte le critiche piovute addosso a Moore sono prive di consistenza. Moore viene attaccato sul piano personale, ma nessuno osa discutere ciò che denuncia nel suo film. Perché? Perché Moore ha ragione. Il sistema sanitario americano è una vergogna per il paese e per il mondo intero. Lo è a tal punto che molti cittadini stranieri bene informati non verrebbero a curarsi in questo paese neanche morti, a meno che non abbiano un incidente mentre sono in visita negli USA e finiscano così nelle mani del sistema sanitario americano.
Personalmente, ho abbandonato il sistema sanitario americano molto tempo fa. Sono un nutrizionista olistico, faccio esercizio, seguo un’alimentazione corretta, prendo molto sole e divoro cibi ipernutrienti e frutta cruda. Non ho bisogno di dottori, medicinali o di una polizza d’assicurazione sulla salute. Non mi sottopongo a controlli medici annuali e il mio rischio di cancro, malattie cardiache, diabete o altre patologie comuni è pari a zero. (Ho pubblicato le statistiche sulla mia salute su www.HealthRanger.org, se vi interessa vedere il lavoro svolto dal mio sangue).
Allo stesso tempo, mi rendo conto che non tutti sono così fortunati riguardo alle condizioni di salute. Molte persone, semplicemente, non si prendono cura della propria salute e per quanto io possa parlare per giorni e giorni delle responsabilità del paziente che si accompagnano a quelle delle corporazioni, la realtà è che le incessanti campagne pubblicitarie delle compagnie farmaceutiche e delle aziende alimentari hanno creato un modo di pensare che favorisce le malattie, il consumo di cibi-spazzatura, la dipendenza dai farmaci e il vittimismo dei pazienti. C’è una crisi della sanità in corso in questo paese e occorreranno riforme davvero radicali per arrivare a una svolta che salvi l’America dall’annichilimento finanziario favorito da una spesa sanitaria fuori controllo.
Cosa manca in “Sicko”
Il materiale che Sicko presenta è di forte impatto e raggiunge l’obiettivo che si prefigge. Ma al film manca qualcosa: una discussione seria sui metodi con i quali una nazione può prevenire le malattie, utilizzando nutrizione, erbe medicinali, luce del sole, acqua pura, messa al bando delle sostanze tossiche, scelte dietetiche intelligenti, nonché vietando la pubblicità di cibi-spazzatura, prodotti farmaceutici, e così via. Certo, non era questo lo scopo di Sicko e per trattare quest’argomento occorrerebbe un film a parte, ma personalmente non mi sarebbe dispiaciuto un accenno più marcato alla possibilità di risolvere i problemi di salute della nostra nazione con una prevenzione efficace (anziché persistere nella politica attuale, che consiste nell’aspettare che la gente si ammali e poi curare i sintomi, ignorando le vere cause della malattia).
Certo, per Moore può essere difficoltoso parlare di prevenzione delle malattie, visto che lui stesso non è esattamente il testimonial pubblicitario ideale per una campagna sulla salute fisica. Del resto, non ha mai detto di esserlo. Perciò ai critici che attaccano Moore aggrappandosi al suo personale stato di salute sfugge quello che è il punto del film. Moore sta semplicemente indicando cosa non funziona nel sistema sanitario americano e lo fa in maniera brillante e convincente, al di là delle sue condizioni di salute personali. Inoltre, se proprio si vuole discutere della salute degli “esperti”, basta farsi un giro in qualsiasi ospedale e dare un’occhiata alla gente che ci lavora. Molti di loro non sono più sani di Moore, e sì che lavorano nel cuore dell’industria! La vita media di un dottore americano è inferiore a quella di un contadino cubano. E non è un modo di dire.
Al di là delle critiche sul suo stato di salute personale, Moore lavora con una buona dose di sano scetticismo sul metodo adoperato oggi negli Stati Uniti. Moore è un pensatore indipendente che semplicemente rifiuta di seguire la folla e con questo film fa il lavoro che il popolo americano avrebbe dovuto fare da tempo: mettere in dubbio l’efficacia del nostro sistema sanitario. Purtroppo, la verità è che molti americani non sono che pecore che seguono il gregge e fanno quel che gli viene detto di fare. Un recente sondaggio ha rivelato che quasi il 45% degli americani si fida ancora della FDA! E’ stupefacente, visto che io ho potuto constatare con certezza che
Quale ruolo avrà “Sicko”?
Credo che il tempismo di Sicko sia perfetto e che esso svolgerà un ruolo significativo nelle imminenti elezioni del 2008. I politici che presenteranno piattaforme di riforma radicale della sanità avranno la possibilità di ricevere molti più consensi di quelli così poco saggi da cercare di difendere il sistema attuale.
E’ un brutto colpo per i Repubblicani, poiché molti Repubblicani sostengono
Questo film spingerà l’America a parlare in modo serio delle riforme alla sanità. Ma come ho già fatto notare in un articolo precedente, Dov’è la salute nella riforma della salute?, quasi nessuno è disposto a prendere in considerazione quelle proposte in grado di risolvere davvero il problema della salute nell’America di oggi. Non c’è modo di “trattare” una via di fuga da una nazione divenuta così dipendente dai farmaci, ipernutrita e ipermalata da somministrare droghe anche ai bambini (dette anche “Ritalin”). Quasi il 50% degli americani adulti assume medicinali, molti dei quali sono assolutamente inutili da un punto di vista medico. La pubblicità dei farmaci impazza sui media,
Il futuro dell’America è tetro
E’ chiaro che qualcosa deve cambiare in questo paese se vogliamo sopravvivere come nazione. Con l’attuale sistema di indebitamento massiccio, corruzione politica capillare, culto della guerra e fallimenti sanitari, gli Stati Uniti d’America semplicemente non sopravviveranno per un’altra generazione. Nessuna nazione che abbandoni la salute dei propri cittadini può sperare di avere un futuro. Come Moore evidenzia, esiste comunque una possibilità di salvare l’America, ma solo se saremo capaci di apportare cambiamenti significativi a partire da adesso.
Occorre mettere in atto riforme davvero radicali. Ho offerto molti suggerimenti in un mio noto articolo, La Riforma Legislativa della Sanità che il Congresso dovrebbe attuare, ma non attuerà. Vedete, i legislatori non hanno nessun interesse a salvare l’America dal collasso finanziario. Si preoccupano solo delle prossime elezioni e raccogliere fondi per la rielezione significa doversi inchinare agli interessi delle potenti corporazioni, che sono quelle che comandano davvero a Washington.
Personalmente non credo che riforme significative siano possibili nell’attuale sistema politico americano. I Grandi Profitti dell’industria della malattia hanno messo il cappio al collo del sistema politico e quest’orrida cosa dovrà crollare ed essere riavviata nella sua interezza prima di poter assistere a qualche cambiamento importante.
Ma non preoccupatevi: è proprio questo che sta per succedere. Io prevedo che l’America non sopravviverà alla crisi del suo sistema sanitario. Non sarà il primo impero a crollare sotto il peso dell’arroganza e della corruzione. Anzi, si unirà a una lunga (e crescente) lista di civiltà che sono sorte e cadute, assicurandosi il proprio posto nei libri di storia come ennesima nazione imperialista che credeva di poter dominare il mondo mentre ignorava le necessità dei propri stessi cittadini.
Per chiudere su “Sicko”
E’ un film da vedere assolutamente. E’ sorprendentemente obiettivo e ben documentato, non ricorre mai a voci prive di riscontro al solo scopo di impressionare il pubblico. Anzi, come persona che scrive da quattro anni dei problemi della sanità americana, devo dire di non aver trovato nel film neanche una affermazione che non fosse veritiera. E’ tutto vero e tutto dannatamente spaventoso. Andate a vederlo. Sarà nei cinema a partire dal 29 giugno. [Su internet è reperibile già da un pezzo, NdT].
E se, come una delle persone presentate nel film, mi trovassi mai a dover scegliere tra la chirurgia riconnettiva del mio dito medio per 60.000$ e quella dell’anulare per 12.000$, sceglierei di farmi ricucire il medio per poter mostrare visivamente ai senatori americani che cosa penso del sistema sanitario esistente oggi in America.
ULTIMO SPETTACOLO

Sarà lui il leader del nascente Partito Democratico, la nuova creatura di Frankenstein che affosserà per sempre ogni ricordo di ciò che il Partito Comunista ha significato, nel bene e nel male, per questo paese. Walter Veltroni, l’uomo che distrusse il giornale di partito che dirigeva trasformandolo in un distributore di videocassette e costringendolo a chiudere, vergognosamente, dopo pochi anni per sopravvenuto disgusto dei lettori. L’uomo è così innamorato del cinema americano – attualmente il più brutto del mondo - da essersi convinto che la politica sia un set di Hollywood e gli elettori spettatori del sabato sera, venuti per sgranocchiare popcorn e rintontirsi di effetti speciali. Da sindaco di Roma il suo impegno è stato esattamente questo: evitare i problemi reali della città e trasformare la capitale – come giustamente scrive Carlo Gambescia – in un baraccone per turisti, un luna park degli happening e dello spettacolo, una Disneyland sul Tevere per gonzi paganti, solo un po’ più sporca e scomoda del modello originale.
In questa Disneyland dei poveri le periferie vanno in malora, i parchi pubblici attrezzati sono pochi e miserabili, l’illuminazione stradale è assente in diversi quartieri, le baraccopoli si moltiplicano, i prezzi delle case sono alle stelle, l’aria è irrespirabile e perfino impestata di cocaina, gli sfratti gettano sul lastrico intere famiglie, la viabilità è inenarrabile, i treni della metropolitana si scontrano provocando vittime e feriti, il che ha del miracoloso se si pensa che Roma ha solo due linee di metropolitana contro le 3 di Bruxelles, le 5 di Berlino, le 12 di Londra e le 16 di Parigi. Ma per Veltroni, re del cinema d’azione, nulla è impossibile, neanche uno scontro fra treni in una città con due sole linee del metrò. Egli non si scompone e resta rinchiuso nella sua Roma di cartapesta, ostentando un sorriso da attore consumato. Frequenta solo artisti e personalità dello spettacolo (da Gae Aulenti a Francesca Neri, da Stefania Sandrelli a Sandro Veronesi) evitando la gente comune, tranne quando deve inaugurare parcheggi a pagamento (qualche striscia blu disegnata per terra) o intervenire a una premiazione della Ferilli per il suo "contributo dato alla conoscenza del mondo del commercio”. Perché la conoscenza, nel pensiero hollywoodiano del nostro, è affidata alle attricette della fiction, mica alle scuole e alle università, che possono andare – e infatti vanno – in malora. Non è che Veltroni non ami le scuole. Le adora e ne inaugura spesso di nuove, basta che siano nel Malawi e non nella città che dovrebbe governare. Costano molto meno, senza contare che una scuola inaugurata o ristrutturata a Roma fa molta meno audience.
Il consenso veltroniano è fondato sulla messinscena e sulle relazioni con i personaggi del costume e dello spettacolo, che gli fanno da cassa di risonanza mediatica. L’esercito di vip nullafacenti di cui si circonda gli ha costruito attorno l’immagine di persona attiva e dinamica. Il dinamismo consiste nell’intervenire a dozzine di festival e presentazioni di libercoli di ogni tipo e nell’illuminare a giorno il colosseo per protestare contro la pedofilia (i pedofili ne saranno rimasti umiliati e devastati). A ingigantire questi non-eventi provvedono poi i TG di regime, che trasformano ogni cocktail di cialtroni in pomposo evento culturale, ogni premiazione di attricette per discutibili meriti in assegnazione del Nobel per la fisica. Purtroppo, quando esce dal suo circolo del bridge e si trova ad affrontare le persone reali del mondo reale, Veltroni viene spesso accolto a fischi e pernacchie, come quando si presentò sulla scena del disastro in metropolitana, vantandosi che i soccorsi, perbacco, erano stati rapidissimi. E’ per questo che col mondo reale preferisce aver poco a che fare. Se ne sta chiuso nel suo universo virtuale, come la vecchia attrice sfiorita di Viale del tramonto – uno dei suoi film preferiti, immagino - a guardare vecchie pellicole in bianco e nero e a giocare a rubamazzo con Buster Keaton.
Ora leggo che nel candidarsi alla guida del PD, Veltroni ha sintetizzato il proprio programma con queste parole: "Questo non è tempo di sogni, che non sono sufficienti: bisogna portare anche le risposte". Fa un po’ impressione sentir parlare di risposte un tizio che non si è mai curato di ascoltare le domande. Le domande di una città meno intasata dal traffico, meno lurida, meno costosa per chi non è turista o non è Sabrina Ferilli, meno irrespirabile. Soprattutto fa impressione il rifiuto dei sogni da parte di uno che sui sogni e sulla capacità di venderli al pubblico ha costruito tutta una carriera. Perfino il Silvio nazionale troverebbe un concorrente agguerrito in questo trafficante di ideali di celluloide. Ma come? Una volta tanto che i sogni ci servivano, lui ci rinuncia a priori e li butta dalla finestra. Vorrei ricordare a Veltroni che esistono sogni e sogni. Ci sono i sogni stucchevoli e rimbecillenti dei filmacci di propaganda americana - che riempiono i nostri schermi e le nostre teste – o delle squallide produzioni ferilliane in cui
Veltroni, vagheggiando la liberazione dai sogni, continua imperterrito a sognare. Rischia di avere un durissimo risveglio quando il cinema d’essai in cui ha trascorso la vita prenderà fuoco, crollando in cenere e macerie. Temo che non sarà il solo.
INCHIOSTRO D'ICHINO

Come da antica tradizione, càpita che ogni tanto qualche alto papavero del gotha istituzionale o del suo fitto sottobosco, si scagli lancia in resta contro i fannulloni della pubblica amministrazione. Sembra sia toccato a Pietro Ichino l’alto incarico di lanciatore di strali contro la sfaticataggine dei pubblici dipendenti che viene additata, nel progetto di lotta fratricida elaborato dalle istituzioni per dividere e imperare alle nostre spalle, come la principale rovina di questo nostro amabile paese.
Pietro Ichino parla dall’alto di un’intera vita trascorsa nello svolgimento di lavori sfibranti che lo hanno devastato nel fisico e nel morale. E’ stato sindacalista, politico, avvocato, giornalista. Perfino professore universitario, attività che è, in Italia, sinonimo di sacrificio e rinunce. Un’esistenza passata a guadagnarsi il pane col sudore della fronte, svolgendo incarichi d’inaudita durezza che ben giustificano il suo sdegno contro postini e vigili urbani. Infaticabile, lavoratore indefesso, il suo attaccamento all’operosità quotidiana è tale che in certi momenti della sua vita ha svolto contemporaneamente due lavori, quello di parlamentare e docente universitario. O perlomeno ne ha percepito entrambi gli stipendi, che è sempre più di quanto faccia un dipendente pubblico, il quale percepisce uno stipendio solo e, non di rado, pure da fame. Attualmente il lavoro principale di Ichino (anch’esso, immagino, defatigante e ben retribuito) sembra essere il tirassegno contro i nullafacenti. Sul tema “nullafacenti” egli scrive spesso libri e articoli di giornale grondanti di illuminati suggerimenti. Ad esempio suggerisce di licenziare i lavoratori improduttivi della PA per evitare di tagliare ulteriormente “sugli investimenti o sui servizi pubblici che funzionano”.
Qui verrebbero spontanee una serie di domande alle quali il nostro Prof.-On.-Avv.-Sind. prudentemente si sottrae: ad esempio, quali sarebbero i servizi pubblici che funzionano? Ce lo garantisce lui che, licenziati i pubblici dipendenti che battono la fiacca, i servizi pubblici non vengano tagliati egualmente per mantenere costante il flusso di quattrini e privilegi nelle tasche dei parlamentari? E soprattutto, dovendo licenziare i nullafacenti, perché non iniziare dai parassiti per antonomasia, e cioè dalla famelica e indecente classe politica italiana? L’Italia mantiene a caviale e gelato (e mi raccomando il gelato, sennò Buttiglione protesta) la bellezza di 900 parlamentari, il numero più alto del mondo dopo quello della Cina. La quale Cina, però, ha un miliardo e mezzo di abitanti, mentre noi poco più di 50 milioni. Negli USA c’è un parlamentare ogni 560.000 abitanti, in Italia uno ogni 60.000. E questo senza contare l’imponente armata di mangiapane a ufo (portaborse, giardinieri, cuochi, autisti di auto blu, ecc.) che gravita intorno a questo pianeta famelico di sfaticati succhiasangue. I parlamentari italiani sono serviti dal maggior numero di auto blu al mondo, oltre mezzo milione, alle quali corrisponde un’orda barbarica di autisti, guardie del corpo e addetti vari che se fossero sindacalizzati (ad esempio nella nuova categoria sindacale degli “addetti all’intrattenimento dei parassiti”) rappresenterebbero, per numero di lavoratori interessati, una delle maggiori categorie operaie del paese, se non la maggiore in assoluto. Il costo annuale di questa marea di spalletonde equivale alla metà abbondante di una legge finanziaria (altro che tesoretto!).
Il professor Ichino ritiene che questa categoria operaia - e quella di coloro che la foraggiano con i nostri quattrini – sia utile e produttiva? Che i suoi componenti siano instancabili lavoratori? Che il denaro pubblico destinato alle auto di scorta e alle guardie del corpo di Buttiglione e Mastella sia ben speso, cioè speso nell’interesse della collettività?
Ma certo che lo ritiene. Infatti nessuna delle sue invettive è diretta contro questa classe di spreconi, così arrogante da non nascondere neanche più il proprio disprezzo per la collettività che dovrebbe governare.
Il male dell’Italia sono i postini pagati 1200 euro al mese, mica Buttiglione, che gode stipendio principesco e privilegi da signore feudale per occuparsi della sacra causa istituzionale del pralinato all’amarena. Ichino non degna di uno sguardo i parlamentari che ricevono le proprie clientele nei lussuosi uffici romani affittati dal palazzinaro Sergio Scarpellini. Un affare da 652 milioni di euro in 18 anni, concluso con Scarpellini prima ancora che questi acquistasse i 4 palazzi che avrebbe poi dato in affitto ad un prezzo esorbitante, superiore al loro valore d'acquisto. Uno spreco di denaro pubblico disgustoso e inaudito, che Ichino decide dunque di non guardare per inveire contro insegnanti, bidelli e infermieri. E' più redditizio e molto meno rischioso.
Si dirà che una cosa non esclude l’altra. Spazzare via (o ridurre in modo drastico alla metà della metà) la classe dei parassiti e dei loro chauffeur non impedisce di riservare lo stesso trattamento alle pubbliche amministrazioni, dove i nullafacenti, senza dubbio, esistono (come del resto in qualsiasi categoria lavorativa).
E’ vero.
Solo che Ichino non si cura di andare oltre l’invettiva generica. I “nullafacenti” contro cui impreca non vengono definiti nel dettaglio, tantomeno facendo qualche nome e cognome, magari di rilievo politico. Non c’è, dietro le sue parole, l’intento di moralizzare e rendere più efficiente il servizio pubblico. Nella migliore delle ipotesi si tratta dello sfogo di un privilegiato che s’indigna dei privilegi altrui (inserendo, probabilmente, anche qualche diritto acquisito, come quello ai periodi di malattia retribuita, nel novero degli sprechi che sono tali solo se fatti dagli altri). Ma è probabile che l’intento sia quello propagandistico di sempre: sparare a zero sul settore pubblico per poterlo ridurre, rimpinguando così il portafoglio della politica, minacciato dal vento di insofferenza che inizia a soffiare nell’elettorato; mettere i cittadini gli uni contro gli altri, lavoratori del privato contro quelli del pubblico, per poter meglio amministrare, nella zuffa risultante, le proprie rendite e clientele.
La genericità dolosa del suo discorso – se si può parlare di discorso e non di sequela di luoghi comuni – denuncia, giustamente, gli sprechi e l’impunità dei dirigenti e invoca sistemi di controllo e valutazione dell’efficienza; ma lo fa senza troppe distinzioni tra dirigenti e subordinati, come se il rapporto trattamento-rendimento delle due categorie fosse paragonabile. Inoltre, se il problema è quello dell’assenteismo dirigenziale, il primo passo da fare non è controllare i dirigenti, ma ridurne drasticamente il numero. Ichino non dice una parola sul fatto che l’Italia possiede così tanti dirigenti pubblici perché la dirigenza della PA è il luogo di parcheggio per antonomasia di amici, parenti, sodali, clienti e conoscenti dei potenti della politica. Non si gode di considerazione adeguata alla propria carica nei palazzi romani se non si è in grado di elargire posti pubblici di rilievo ad amici, simpatizzanti e sostenitori. Il potere, per reggersi, ha bisogno di insegne che lo rendano visibile e la distribuzione di alte cariche nella PA è, da sempre, l’insegna ideale. Questo spiega il moltiplicarsi di commissioni inutili, enti inutili, centri di studio su questioni inutili… tutta roba finanziata dalle nostre tasche e il cui unico scopo è quello di riservare ai politici l’assegnazione di incarichi di prestigio, poiché è su questo che si fonda la loro immagine di potenza e – ormai – la loro stessa speranza di sopravvivere.
Del resto, che le invettive di Ichino siano animate dal desiderio di servire il sistema e seminare rivalità sociale più che da quello di razionalizzare l’efficienza della PA, lo si capisce dalla sua difesa a oltranza della legge Biagi. Sostiene Ichino che “non esiste alcuna evidenza di una responsabilità di quel decreto nel fenomeno dell’aumento del lavoro precario. La realtà è che l’aumento del lavoro precario ha incominciato a manifestarsi fin dagli anni 70 ed è continuato ininterrottamente fino alla fine degli anni 90, per poi arrestarsi proprio negli anni della penultima legislatura“. Naturalmente si tratta di una bufala, anche in questo caso dolosa. Secondo i dati Eurostat, in Italia i lavoratori a tempo determinato sono aumentati del 33,7% tra il 2001 e il 2006. L’incremento riguarda anche le categorie di co.co.co. e co.co.pro. Infatti, secondo i dati dell’INPS sul lavoro parasubordinato, i contribuenti attivi della “gestione separata” sono passati da 1.402.330 del
Ichino scrive le sue invettive di preferenza sul Corriere della Sera, il giornale che dell’intreccio tra politica, industria e finanza è diventato il vessillo più inverecondo, superando la faziosità politica per mettersi al servizio degli interessi economico-industriali di cui la politica stessa – che ne è sempre stata influenzata - è diventata componente ormai omologata e indistinguibile. Anche questa non è circostanza da liquidare troppo frettolosamente come coincidenza.
GLI ESPORTATORI DI TERRORE

LABORATORIO PER UN MONDO
FORTIFICATO
di Naomi Klein
tratto da www.thenation.com
traduzione di Gianluca Freda
Gaza nelle mani di Hamas, con militanti mascherati seduti sulla poltrona del presidente;
A prima vista, sembra che le cose non vadano bene per Israele. Ma ecco l’enigma: come mai, in mezzo al caos e alla carneficina, l’economia israeliana cresce come se fosse il 1999, con un mercato azionario ruggente e tassi di crescita vicini a quelli della Cina?
Thomas Friedman ha recentemente esposto sul New York Times la propria teoria. Israele “coltiva e ricompensa l’immaginazione individuale” e perciò la sua gente produce in continuazione ingegnosi progetti ad alta tecnologia, a prescindere dai disastri provocati dai suoi uomini politici. Dopo aver analizzato i progetti degli studenti di scienze ingegneristiche e informatiche della Ben Gurion University, Friedman si produce in una delle sue azzardate enunciazioni: Israele “ha scoperto il petrolio”. Questo petrolio, ovviamente, si troverebbe nelle menti dei “giovani innovatori e imprenditori israeliani”, che sarebbero troppo impegnati a fare grandi affari con Google per lasciarsi trattenere dalla politica.
Ecco invece un’altra teoria: l’economia israeliana non sta crescendo a dispetto del caos che riempie i titoli dei giornali, ma proprio grazie ad esso. Questa fase di sviluppo risale alla metà degli anni ’90, quando Israele era all’avanguardia nella rivoluzione informatica, essendo tra le economie mondiali quella più dipendente dal settore tecnologico. Dopo l’esplosione, nel 2000, della bolla delle dot.com, l’economia israeliana si ritrovò devastata, affrontando il proprio anno peggiore dal 1953. Poi arrivò l’11 settembre e d’improvviso nuove prospettive di profitto si dischiusero per qualsiasi compagnia che affermasse di essere in grado di identificare terroristi in mezzo alla folla, rafforzare i confini contro gli attacchi ed estorcere confessioni da prigionieri con le labbra serrate.
Nell’arco di tre anni, gran parte dell’economia tecnologica israeliana era stata radicalmente riconvertita. Per dirla in termini friedmaneschi: Israele era passato dalla produzione di strumenti di connessione per il “flat world” alla vendita di reticolati per un pianeta ridotto all’apartheid. Molti degli imprenditori di successo israeliani utilizzano la condizione del proprio paese di stato-fortezza, circondato da furiosi nemici, come una sorta di esposizione permanente, un esempio vivente di come si possa godere di relativa sicurezza anche nel mezzo di una guerra costante. Il motivo della supercrescita di Israele è che le sue compagnie stanno ora laboriosamente esportando questo modello nel resto del mondo.
Le discussioni sul commercio di armamenti militari in Israele si focalizzano di solito sul flusso di armi che arriva nel paese. Gli Stati Uniti fabbricano i Caterpillar usati per abbattere le case nella West Bank e le compagnie britanniche forniscono le parti per gli F-16. Si sorvola sul business delle esportazioni di Israele, che è enorme e in continua espansione. Israele fornisce adesso 1.2 miliardi di dollari in prodotti per la “difesa” agli Stati Uniti, un incremento gigantesco rispetto ai 270 milioni di dollari del 1999. Nel 2006 Israele ha esportato 3.4 miliardi di dollari in prodotti per la difesa, oltre un miliardo in più di quanto abbia ricevuto in sovvenzioni statunitensi. Ciò fa di Israele il quarto maggior esportatore di armi del mondo, superiore perfino all’Inghilterra.
Gran parte della sua crescita è dovuta al cosiddetto settore della “sicurezza interna”. Prima dell’11 settembre la sicurezza interna, come industria, esisteva a malapena. Entro la fine di quest’anno le esportazioni israeliane in questo settore raggiungeranno gli 1.2 miliardi di dollari, con un incremento del 20%. I prodotti e servizi più importanti sono le barriere ad alta tecnologia, i droni teleguidati, i sistemi d’identificazione biometrica, gli strumenti di sorveglianza audio e video, i sistemi di schedatura dei passeggeri dei voli aerei e d’interrogazione dei prigionieri. Precisamente gli strumenti e le tecnologie che Israele ha utilizzato per isolare i territori occupati.
Ecco perché il caos a Gaza e nel resto della regione non rappresenta una minaccia per gli introiti di Tel Aviv e potrebbe anzi incrementarli. Israele ha imparato a trasformare una guerra infinita in una fonte di reddito, presentando lo sradicamento, l’occupazione e la segregazione del popolo palestinese come un anticipo di mezzo secolo della “guerra globale al terrorismo”.
Non è un caso che i progetti dell’Università Ben Gurion, che tanto impressionano Friedman, abbiano titoli come “Nuova Matrice di Covarianza per il Rilevamento di Bersagli in Immagini Iperspettrali” e “Algoritmi per il Rilevamento e l’Aggiramento di Ostacoli”. Trenta nuove compagnie che producono articoli per la sicurezza interna sono state aperte in Israele solo negli ultimi sei mesi, grazie in buona parte a generosi sussidi governativi che hanno trasformato l’esercito israeliano e le università del paese in incubatrici di progetti per nuove armi e sistemi di sicurezza (una cosa da tenere a mente nei dibattiti sul boicottaggio accademico).
La settimana prossima le più solide fra queste compagnie verranno in Europa per l’Esposizione Aeronautica di Parigi, che per l’industria degli armamenti è l’equivalente della Settimana della Moda. Una delle compagnie israeliane che partecipano all’esposizione è
Come accade per centinaia di altre aziende di sicurezza israeliane,
Un’altra star dell’Esposizione Aeronautica di Parigi sarà il colosso della difesa militare Elbit, che ha in programma di presentare i suoi velivoli senza pilota Hermes 450 e 900. Stando a ciò che riferisce la stampa, in maggio Israele avrebbe utilizzato questi droni in missioni di bombardamento su Gaza. Una volta testati sui territori, essi vengono esportati all’estero: l’Hermes è già stato utilizzato al confine tra Arizona e Messico; alcuni terminali Cogito1002 sono all’esame di un ignoto aeroporto statunitense; e
Da quando Israele ha iniziato a segregare i territori occupati con muri e posti di blocco, gli attivisti per i diritti umani hanno spesso paragonato Gaza e
Perciò, in un certo senso, Friedman ha ragione: Israele ha trovato il petrolio. Ma il petrolio non è l’immaginazione dei suoi imprenditori tecnologici. Il petrolio è la guerra al terrorismo, la condizione di paura costante che crea una domanda senza fine di apparecchi per sorvegliare, spiare, contenere e identificare i “sospetti”. La paura, a quanto sembra, è l’ultima arrivata fra le risorse rinnovabili.
UN FAURISSON VI SEPPELLIRA'

Quando nel mondo appare un vero genio, lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui. (Jonathan Swift)
Qualunque cosa Faurisson avesse da dire o potesse dire, esisteva un mio diritto di poterlo ascoltare e di potermene fare una personale idea. I giovani ebrei romani hanno calpestato questo mio diritto, ritenendo che si possa pensare solo ciò che loro autorizzano a sapere e pensare. Non intendo perdonare loro quella che per me è una prepotenza inaudita e non dimenticherò. Sarà questa la mia “memoria”. Ne ho una convinzione morale e persuasione intellettuale. Mi chiedo cosa sarebbero gli ebrei romani senza i Priebke. Come potrebbero vivere senza nutrirsi della colpa altrui, o meglio della colpa che loro pensano il mondo intero abbia verso di loro. Su questa base fondano la loro tracotanza, la loro pretesa ad un risarcimento morale e materiale infinito. Anche se nato cinquant’anni dopo i fatti, di cui non sa nulla di nulla, ogni europeo è responsabile in eterno verso di loro. Così in un ennesimo Appello con Amos Luzzatto primo firmatario, dove mentre si tenta di arginare il boicottaggio inglese verso Israele, si ricorda che “L’Europa intera è in debito verso Israele”? In debito di che? (Antonio Caracciolo, clubtiberino.blogspot.com )
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Il prof. Nicola Tranfaglia accetta il confronto con il prof. Robert Faurisson
Nel corso della trasmissione "Controcorrente" a Sky-Tv del 19 giugno, il prof. Nicola Tranfaglia dell'Università di Torino ha accettato di partecipare ad un contraddittorio a Teramo con il prof. Robert Faurisson, nonostante la sua netta e radicale opposizione alle tesi dello studioso francese. Tranfaglia è intervenuto rivolgendosi a Moffa, dopo che questi aveva ricordato di avere invitato al master Enrico Mattei molti storici e opinionisti ebrei, avversari dichiarati di Faurisson, e di averne avuto risposta negativa.
"Se fossi stato invitato io, avrei accettato", ha detto a quel punto Tranfaglia. Moffa ha quindi replicato proponendo l'organizzazione di un contraddittorio fra lui e Faurisson a Teramo il prossimo anno, ottenendo l'assenso dell'autorevole storico torinese. Bisognerà a questo punto aspettare anche la risposta di Faurisson, che comunque si è sempre dichiarato disponibile al confronto con i suoi avversari. (Claudio Moffa, www.mastermatteimedioriente.it )
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Il presente articolo di Robert Faurisson, pubblicato nel 2005, fa seguito alla sua nota controversia con Jean-Claude Pressac riguardo l’esistenza delle camere a gas, in merito alla quale avevo già tradotto un vecchio articolo dello stesso Faurisson. Vediamo com’è andata a finire. Il testo dell’articolo è tradotto da una versione inglese che può essere letta QUI.
DIECI ANNI FA,
di Robert Faurisson
traduzione di Gianluca Freda
Dieci anni fa, il 15 giugno 1995, Jean-Claude Pressac capitolava, ma il testo di quella capitolazione fu reso pubblico – in modo discreto – solo in caratteri molto piccoli posti in chiusura di un libro di Valerie Igounet, uscito a Parigi nel 2000, con il titolo: Histoire du négationnisme en France (Éditions du Seuil). Temo che gran parte di coloro che lessero quest’opera abbiano prestato scarsa attenzione a queste due mezze pagine (pp. 651-652) poste in mezzo a una gran massa di testo, dove l’autrice offriva a J. C. Pressac la sua occasione di parlare. Nonostante ciò, esse sono di capitale importanza nella storia della controversia sulle “camere a gas naziste”.
In esse J.C. Pressac dice chiaro e tondo che, alla fine dei conti, il dossier ufficiale sui campi di concentramento nazisti è “marcio”. Aggiunge perfino che tale dossier è “marcio” in modo irrimediabile e che, di conseguenza, è “pronto per i cestini dell’immondizia della storia”! Si lancia in una condivisibile accusa contro la “memoria” che “ha preso il sopravvento sulla storia”, contro le distorsioni ispirate “da risentimento e desiderio di vendetta”, contro i comunisti e i loro complici che si sono autonominati guardiani di una falsa verità (non osa, comunque, implicare nel discorso anche gli ebrei e le associazioni ebraiche). Afferma: “Approssimazione, esagerazione, omissione e menzogna contraddistinguono la maggioranza dei resoconti di quel periodo”. Si chiede: “E’ possibile riportare le cose sulla giusta rotta?” e risponde: “E’ troppo tardi. Una rettifica completa è umanamente e materialmente impossibile”.
Il termine “marcio” lo riprende dal professor Michel de Boüard. Ex internato a Mauthausen (dove era stato rinchiuso per atti






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