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    QUELLI CHE SBAGLIANO SEMPRE

    di Gianluca Freda (03/04/2007 - 21:03)



    Il sito effedieffe.com su cui Maurizio Blondet pubblica i suoi articoli non cessa mai di lasciarmi a bocca aperta per la discontinuità qualitativa del materiale che propone ai suoi lettori. Ad interventi di rara lucidità politica, forza morale e acribia documentale si alternano pezzi di un becerume e di una scemità senza pari, tanto da farmi controllare, a volte, la barra degli indirizzi del browser nel sospetto di aver digitato male l’indirizzo web. Un paio di giorni fa ho riportato un articolo di Blondet sulla resistenza degli abitanti di Falluja che mi aveva impressionato per il coraggio intellettuale di cui era impregnata ogni riga, un coraggio davvero difficile da reperire nel mondo del giornalismo italiano. Oggi, sullo stesso sito, leggo un articolo di Blondet che per acredine ideologica e stupidità argomentativa non sfigurerebbe in un editoriale di “Libero”. A volte sospetto che Blondet, oberato dal troppo lavoro, abbia affidato a Vittorio Feltri il compito di redigere articoli per suo conto nei giorni in cui ha troppo da fare. Non riesco a trovare una spiegazione diversa, salvo quella della schizofrenia o della propaganda prezzolata, ipotesi che – non avendo di Blondet e della sua redazione una conoscenza diretta – non posso avallare in alcun modo. Chiedo dunque lumi a chi abbia dell’uomo e dei suoi collaboratori una conoscenza personale migliore della mia prima di lanciarmi in accuse che potrebbero risultare ingiustamente infamanti.

    Non so se vale la pena rispondere in modo serio ad un articolo di questo tenore, ma lo faccio lo stesso, più per diletto che per dovere intellettuale. La tesi dell’articolo è la seguente: i comunisti si sono sempre sbagliati, nelle idee e nelle azioni, durante tutto il corso della loro parabola storica. Dunque si stanno sbagliando anche sui Dico e col tempo rinnegheranno anche il loro sostegno a questo provvedimento, come hanno sempre rinnegato ogni propria parola o azione. Ma lo faranno troppo tardi, solo quando (per usare le parole di Blondet) saremo sommersi dal dilagare delle “coppie incestuose e pedofile”. L’articolo mi tira personalmente in causa, sia in quanto comunista, sia in quanto felicemente membro (da oltre dieci anni) di una coppia “incestuosa” (non ancora pedofila, ma mi rassegno fin d’ora a compiere questo passo che, nelle affermazioni di Blondet, appare necessaria conseguenza e integrazione del primo).

     Partiamo dai comunisti. Di chi sta parlando Blondet facendo ricorso a questa categoria kantiana? Spero non del sottoscritto. Se sta parlando dei “comunisti” alla D’Alema o alla Fassino, per non dire alla Mastella, allora può avere qualche ragione. Anche più di qualche. In questo caso, però, sarebbe cortese da parte sua utilizzare, come segno distintivo, almeno le virgolette quando parla di “comunisti”. Non mi è mai piaciuto, infatti, essere confuso con D’Alema e la sua banda di servi e strozzini. Ormai m’infastidisce perfino che mi si scambi per Bertinotti, dopo la recente, inqualificabile performance parlamentare e governativa del suo (e mio) partito. Qualcuno mi dirà: fino all’anno scorso sostenevi Rifondazione e ora la rinneghi battendoti il petto. Visto che Blondet ha ragione?
    Col cavolo che ha ragione.
    Non ho mai sostenuto Rifondazione e tantomeno i suoi dirigenti se non nella misura in cui essi promettevano di dare attuazione ad una serie di misure che mi apparivano (e ancor più mi appaiono oggi) come prioritarie per il nostro paese. Li ho pubblicamente scaricati non appena hanno dato palese dimostrazione di non avere nessuna intenzione di far coincidere le parole con i fatti. Non l’ho fatto per convenienza, come un Napolitano qualsiasi. Scaricare Rifondazione – come abbracciarla, del resto - non mi ha reso un centesimo, né mi ha agevolato in qualsivoglia aspetto della vita sociale. L’ho scaricata perché sono fedele ad  idee – che amo definire “comuniste” e che coincidono stranamente con quelle di Blondet nei momenti in cui appare sano di mente – che non si identificano necessariamente, anzi non si identificano mai, con le persone che se ne proclamano profeti. Ho sbagliato nel valutare la moralità di alcune di queste persone? Può darsi, ma la coerenza morale non ha nulla a che vedere con l’infallibilità. La quale non appartiene agli esseri umani, tranne a quelli, come il Pontefice, che possiedano faccia tosta e strumenti di propaganda sufficienti a proclamarsi infallibili in spregio dell’umiltà, dell’evidenza e del ridicolo. Noi non-papi  non siamo infallibili. Possiamo essere intellettualmente onesti se riconosciamo i nostri errori in momenti non sospetti. La coerenza morale consiste in questo, non nell’incapacità di sbagliare, che lascio volentieri al Papa e a chi è abbastanza cieco da non notarne l’incongruenza tra parole e azioni, quindi l’immoralità.

    A proposito di capacità di riconoscere gli errori: io ci ho messo tre mesi a rinnegare Rifondazione, dopo il suo ingresso nella nuova maggioranza. Napolitano (sulla cui idoneità morale a rivestire la carica quirinalizia avevo espresso da subito molte perplessità) ci ha messo 50 anni a rinnegare il proprio appoggio alla repressione ungherese. Il che è certamente ignobile, ancor più perché il disconoscimento è stato non solo tardivo ma anche opportunistico. Ma non ignobile quanto la reticenza della Chiesa e delle sue gerarchie – quella stessa Chiesa alla quale Blondet dedica molti e piaggeschi suoi articoli – che ha impiegato 350 anni per ammettere, in piena era spaziale, che Galileo aveva ragione e che forse non è il sole che gira intorno intorno alla Terra. E non parliamo delle innumerevoli responsabilità politiche del papa e dei suoi leccapiedi. A tutt’oggi, non mi risulta che un qualche infallibile successore di Pietro abbia mai chiesto perdono per le impiccagioni di massa ordinate da Pio IX durante il Risorgimento, né per l’appoggio fornito da Pio XI al nazismo e alle deportazioni, né per la collaborazione offerta dalla Chiesa di Wojtila alle più sanguinarie dittature sudamericane, a partire da quella cilena, né per la repressione implacabile di quei settori ecclesiastici che a quelle dittature si erano opposti (con la Teologia della Liberazione). Repressione voluta dallo stesso Wojtila e affidata al più bieco dei suoi scagnozzi, quello stesso Joseph Ratzinger, all’epoca a capo della Congregazione per la dottrina della fede, che di Wojtila è diventato il degno successore. E questo solo per citare un’infinitesima parte delle colpe più recenti della gerarchie ecclesiastiche. Blondet ha tutte le ragioni del mondo a dire peste e corna dei parassiti che ci governano spacciandosi come “sinistra”. Ma quando estende le contumelie ai “comunisti”, coinvolgendo nell’insulto ogni ramo della famiglia e i suoi capostipiti, forse farebbe bene a dare un’occhiata anche alla propria genealogia. Noi comunisti, in poco più di un secolo di esistenza, abbiamo sviluppato discernimento sufficiente a non confondere i princìpi morali (quelli del cattolicesimo, ad esempio) con le ignominie compiute dalle gerarchie politiche che di quei princìpi si professano rappresentanti. A Blondet 2000 anni non sono bastati neppure a raggiungere questo piccolo ma prezioso risultato: distinguere la qualità morale delle idee da quella di chi se ne professa portatore. Chi, tra noi e lui, è più tardo nell’ammettere i propri errori e nell’imparare da essi?

    Non è vero affatto che i comunisti (quelli senza virgolette) si siano sempre sbagliati. Tutt’altro. Marx aveva previsto l’orrore e le atrocità del sistema capitalistico - quelle stesse atrocità che Blondet non manca di denunciare in molti suoi articoli – ne aveva evidenziato i meccanismi e ne aveva previsto la degenerazione e la fine, quella fine al cui inizio stiamo assistendo proprio in questa epoca storica. Lenin aveva correttamente pronosticato, nei primi anni del Novecento, l’inevitabilità di una rivoluzione, determinata da un sistema di cui la guerra è un ingranaggio fondamentale e che vede il proletariato nelle vesti di vittima, ma anche di attore in grado di rivoltare le conseguenze della guerra contro i propri oppressori. Rosa Luxemburg aveva messo a nudo, con analisi accurate, i meccanismi attraverso i quali il capitalismo si serve della guerra per i propri fini. Gramsci aveva previsto l’orribile fenomeno che caratterizza il nostro paese e il nostro tempo, l’assunzione nel senso comune della gente di meccanismi socio-politici che giovano solo a un manipolo di privilegiati come ordinaria e “normale” quotidianità. Mao, con tutte le sue luci e ombre, aveva avuto il coraggio di rendere esplicito ciò che tutti pensiamo ma non sempre abbiamo il coraggio di dire; e cioè che non ci si libera dell’oppressione con le buone maniere di un pranzo di gala, ma con la rivoluzione e con le armi. Blondet sputa sui comunisti che volevano regalarci la libertà “con la rivoluzione e i mitra, se necessario”. Evidentemente pensa di potersi liberare della casta di farabutti che distrugge le nostre vite con la sola, poderosa pregnanza dei suoi pungenti editoriali e delle encicliche del papa. Gli auguri sono d’obbligo.

    Infine, riguardo ai Dico, su una cosa Blondet ha ragione: si tratta di un provvedimento di cui nessuno sentiva l’impellente necessità. In un’Italia che avrebbe bisogno di riforme del diritto del lavoro (fatte A FAVORE DI CHI IL LAVORO LO SVOLGE, non di chi sfrutta il lavoro altrui rubandone i profitti), di una pianificazione economica seria, di una politica industriale non ammorbata dalle clientele e dal nepotismo, di servizi sociali decenti, di un’informazione degna di questo nome, eccetera eccetera, fossilizzarsi su una questione di secondo piano come quella della parità delle coppie di fatto è un evidente tentativo di sviare l’attenzione degli elettori verso argomenti di nessun rilievo, non potendo e non volendo affrontare quelli più importanti. Ho detto “argomenti di nessun rilievo”. Ma “nessun rilievo” per chi? Senz’altro per me, che pur essendo parte di una di quelle “coppie incestuose” su cui tuona Blondet, non ho nessuna fretta di avere il riconoscimento e il beneplacito dello Stato, per non parlare di quello del papa o di Blondet. Me ne potesse fregà de meno. Ma, a quanto sembra, la questione che è irrilevante per me è invece di enorme rilievo per il Vaticano, che su di essa ha aperto una guerra senza quartiere contro il governo e le istituzioni dello Stato. Ed è di enorme rilievo per Blondet, che mentre ne proclama l’irrilevanza dedica all’argomento fiumane di articoli, quasi tutti grondanti stizza e becerume come quello in esame.

    E’ questo che riempie di rilievo una questione altrimenti irrilevante. I Dico, è vero, non miglioreranno di una virgola la vita degli italiani, nemmeno quella di chi come me è parte delle categorie interessate al provvedimento. Ma l’aggressione del papa, dei cardinali e della loro ciurma contro l’autorità dello Stato e delle sue istituzioni, in un momento in cui esse sono massimamente corrotte e dunque massimamente fragili, è un attentato a tutto ciò che di buono – molto, moltissimo – è venuto dall’emancipazione dell’Italia e dell’Europa da una dottrina religiosa tanto decrepita nell’ideologia quanto moralmente impresentabile nel suo establishment politico. Non è un caso che gli elementi più corrotti e indecenti della politica nazionale (penso ai Mastella, ai Rutelli, ai Casini, alla destra demofascista nella sua totalità, allo stesso Prodi) siano proprio quelli più vicini per ideologia al Vaticano e ai suoi lupi. Blondet sa benissimo che la partita sui Dico non ha come posta l’incremento del misero menage familiare di noi lavoratori incestuosi, ma quella assai più alta del controllo sulle istituzioni dello Stato. Istituzioni già slaicizzate da decenni di ingerenze ecclesiastiche e dalle infiltrazioni dei corrottissimi funzionari papali (i democristiani e tutto il sottobosco di imitazioni di ogni colore partitico, pseudo-comunisti compresi) che le hanno corrose e infangate. Istituzioni alle quali si intende dare, in quest’epoca di deriva morale, il definitivo colpo di grazia, imponendo la rinuncia a un principio di banale equità sociale come estrema umiliazione inflittà dall’autorità religiosa a quella laica. E’ per questo che Blondet si scalda tanto e proclama l’irrilevanza di una questione che è irrilevante solo nei contenuti, non certo nelle implicazioni. E’ per questo che sminuisce e banalizza il problema, sperando che i comunisti, quelli che si sbagliano sempre, siano così malridotti e senza più punti di riferimento da temere la possibilità di un nuovo errore morale più della concreta e imminente minaccia di un ritorno al Sacro Romano Impero. Non sa quanto si sbaglia. Noi comunisti saremo anche incestuosi e ci sbaglieremo spesso. Ma, decisamente, non siamo fessi.          

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