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    AL DI LA' DEL MURO

    di Gianluca Freda (29/04/2007 - 16:33)



    IL GRANDE MURO DELLA SEGREGAZIONE…

    di Riverbend
    dal blog Baghdad Burning
    Traduzione di Gianluca Freda

     

    …E’ il muro che sta costruendo l’attuale governo irakeno (sotto la guida e gli auspici degli americani). E’ un muro avente lo scopo di separare e isolare quella che viene considerata la più grande zona “sunnita” di Baghdad. Alla faccia di chi dice che gli americani non stanno costruendo nulla. Secondo i progetti elaborati dagli americani e dai loro fantocci irakeni, dovrebbe servire a “proteggere” il quartiere di A’adhamiya, una zona mercantile/residenziale che l’attuale governo irakeno e i suoi squadroni della morte non sono riusciti a liberare dai sunniti.

    Il muro, ovviamente, non proteggerà nessuno. A volte mi chiedo se è così che abbiano avuto inizio i campi di concentramento in Europa. Forse un giorno il governo nazista ha detto: “Guardate! Stiamo costruendo questo muro per proteggere gli ebrei. Sarà difficile per chiunque entrare nella loro zona protetta per fargli del male”. Già, il problema è che è anche difficile uscire.

    Il muro è l’ultimo arrivato tra i tentativi di spaccare a metà la società irakena. A quanto pare, promuovere e sostenere la guerra civile non è stato sufficiente. Gli irakeni, in generale, si sono dimostrati più tenaci e tolleranti dei loro mullah, ayatollah e governi di Vichy. Per l’America è tempo di dividere e conquistare, come nella Berlino di prima del crollo del muro o nella Palestina di oggi. In questo modo, potranno continuare a scacciare i sunniti dalle “zone sciite” e gli sciiti dalle “zone sunnite”.

    Sento in continuazione gli irakeni favorevoli alla guerra intervistati dalle televisioni di capitali straniere (hanno il coraggio di comparire alla televisione soltanto quando sono al sicuro nelle capitali estere, perché sfido chiunque, in Iraq, a dichiararsi pubblicamente favorevole alla guerra). Rifiutano di credere che i loro partiti politici, settari e di stampo religioso, abbiano alimentato intenzionalmente questo conflitto tra sunniti e sciiti. Si rifiutano di ammettere che questa situazione è il risultato diretto della guerra e dell’occupazione. Continuano a parlare della storia irakena e di come sunniti e sciiti siano sempre stati in lotta tra loro e io odio sentire queste cose. Odio che un manipolo di espatriati, che non mette piede in questo paese da decenni, pretenda di conoscerlo meglio delle persone che ci vivono davvero.

    Ricordo che a Baghdad prima della guerra si poteva abitare in qualsiasi posto. Non sapevamo di che religione fossero i nostri vicini e non ci importava. Nessuno ti faceva domande sulla tua religione o sulla tua setta. Nessuno si curava di quella che era considerata solo una domanda stupida: sei sunnita o sciita? Solo un troglodita o un cafone poteva fare una domanda del genere. Oggi le nostre vite ruotano intorno ad essa. Le nostre stesse esistenze dipendono dal nascondere o dal sottolineare cosa siamo, a seconda del gruppo di uomini mascherati che ti ferma per strada o ti piomba in casa nel cuore della notte.

    Per aggiungere una nota personale, alla fine abbiamo deciso di andarcene via. Penso di aver saputo che ce ne saremmo andati ormai da un bel po’ di tempo. Ne abbiamo parlato in famiglia dozzine di volte. Dapprima lo si suggeriva come una cosa buttata lì, come un’idea troppo remota: lasciare la propria casa, i propri parenti, il proprio paese… per che cosa ? E per andare dove?

    Dalla scorsa estate abbiamo iniziato a parlarne sempre più spesso. Era solo questione di tempo prima che ciò che era partito come semplice suggerimento – come prospettiva estrema – acquisisse solidità e si sviluppasse in un piano. Negli ultimi due mesi è stato solo un problema di carattere logistico. Aereo o automobile? Siria o Giordania? Partiamo tutti insieme, tutta la famiglia? O è meglio che io e mio fratello si vada avanti per primi?

    E poi, una volta arrivati in Siria o Giordania, da lì dove andiamo? Ovviamente questi paesi saranno solo un luogo di transito verso qualcos’altro. Entrambi straripano di rifugiati irakeni e qualunque irakeno che viva in questi paesi si lamenta che il lavoro è difficile da trovare e ottenere una residenza è anche più difficile. C’è anche il rischio di essere riportati indietro al confine. A migliaia di irakeni non viene consentito di entrare in Siria o Giordania e non ci sono criteri specifici per ottenere l’ingresso, la decisione è rimessa all’arbitrio delle guardie di confine che ti controllano il passaporto.

    L’aereo non è necessariamente più sicuro, il viaggio verso l’Aeroporto Internazionale di Baghdad è esso stesso pericoloso e non è improbabile che anche ai viaggiatori che arrivano in Siria e Giordania in aereo il permesso venga rifiutato. Se vi state chiedendo perché siamo fissati proprio con Siria e Giordania, il motivo è che sono gli unici due paesi che lasciano entrare gli irakeni senza visto. Fare le pratiche del visto presso i pochi consolati o ambasciate ancora funzionanti a Baghdad è praticamente impossibile.

    Perciò siamo stati occupati. Occupati a decidere quale parte delle nostre vite ci lasceremo dietro. Quali ricordi sono sacrificabili? Noi, come molti irakeni, non siamo i classici rifugiati con addosso soltanto i vestiti e senza altra scelta. Abbiamo scelto di andarcene perché l’unica altra opzione è continuare quello che è stato un lungo incubo: rimani, aspetta e cerca di sopravvivere.

    Da un lato, so bene che lasciare il paese e iniziare una nuova vita in qualche altro luogo, ancora sconosciuto, è una cosa così enorme da far scomparire ogni preoccupazione di poco conto. Ma la cosa buffa è che sono proprio le questioni di poco conto che sembrano occupare le nostre vite. Discutiamo se portare con noi un album di fotografie o lasciarlo qui. Posso portare con me un animale di pezza che ho da quando avevo quattro anni? C’è spazio per la chitarra di E.? Che vestiti ci portiamo? Vestiti estivi? O anche quelli invernali? E i miei libri? E i CD, e le nostre foto da bambini?

    Il problema è che non sappiamo se rivedremo più tutte queste cose. Non sappiamo se ciò che lasciamo, casa compresa, esisterà ancora quando e se torneremo. Ci sono momenti in cui l’ingiustizia di dover lasciare il tuo paese solo perché un imbecille si è messo in testa di invaderlo è impossibile da sopportare. E’ ingiusto che per poter sopravvivere e vivere una vita normale si debba abbandonare la nostra casa e ciò che resta della nostra famiglia e dei nostri amici… e per andare verso cosa?

    E’ difficile decidere che cosa faccia più paura, le autobombe e le milizie o il dover lasciare tutto ciò che conosci e ami per un posto non identificato e un futuro in cui non c’è nulla di certo. 

     

     

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    RIVELAZIONI

    di Gianluca Freda (29/04/2007 - 16:29)



    Pare che la montagna di fandonie propinata al pubblico riguardo gli attentati dell’11/9 sia in fase di rapido smottamento e che la verità inizi a farsi strada anche in quei settori dell’opinione pubblica più inebetiti dall’informazione televisiva. Già un paio di giorni fa avevo riportato di come John Kerry, ex candidato alla presidenza degli Stati Uniti, avesse dichiarato in una conferenza ad Austin che l’Edificio 7, stando alle sue informazioni, fu fatto crollare attraverso una demolizione controllata. Aveva anche dichiarato di non nutrire pregiudizi verso le ricerche di coloro che, fino a ieri, venivano chiamati “complottisti”. A chi gli chiedeva delle scoperte di Steven Jones, che ha rinvenuto tracce di termite (esplosivo usato nelle demolizioni) sulle travi d’acciaio delle torri, Kerry ha risposto di essere “aperto a ogni ipotesi basata su fatti e prove”.

     

    Ora Victor Gold, noto membro del Partito Repubblicano, amico intimo della famiglia Bush, ex scrittore di discorsi politici per Bush padre e co-autore della sua autobiografia, ha scritto nel suo nuovo libro che i neocon che controllano l’amministrazione Bush avevano progettato una guerra contro l’Iraq molto prima dell’11 settembre 2001 e che erano pronti a mettere in atto un falso attentato che la giustificasse. Il libro di Gold si intitola  Invasion of the Party Snatchers: How the Neo-Cons and Holy Rollers Destroyed the GOP che mi azzarderei a tradurre liberamente come “L’Invasione degli UltraCon: come neocon e fanatici religiosi hanno distrutto il Partito Repubblicano”. Il libro, ovviamente, non dice nulla che già non si sappia ma è significativo e in qualche modo sconcertante vedere un membro di spicco dei repubblicani sostenere tesi che fino a ieri erano attribuite agli “amici di Bin Laden”. Gold, in verità, continua ad addossare ad Al Qaeda la responsabilità degli attentati, ma scrive anche che se quest’ultima non li avesse perpetrati i neocon avevano già in serbo un loro progetto di attentato “false flag” - sul modello dell’affondamento “fatto in casa” della USS Maine, che nel 1898 fu il pretesto per la guerra Ispano-Americana  - con il quale vendere all’opinione pubblica la futura Guerra al Terrorismo. Ciò significa arrivare ad un passo dall’ammettere che l’11/9 è stato un “lavoro interno”. Onestamente, non era lecito aspettarsi che un veterano del partito di Bush e Cheney si spingesse oltre.

    “Ci sarebbe stato comunque un cambio di regime in Iraq”, scrive Gold. “Tutto ciò di cui i falchi neocon, dentro e fuori l’amministrazione Bush, avevano bisogno per iniziare la guerra era un pretesto per l’invasione. Ripercorrendo quanto avvenuto negli ultimi cinque anni e sapendo ciò che sappiamo oggi, non c’è dubbio che se Al Qaeda non avesse obbligato i neocon a intervenire con l’11/9, i seguaci di Kristol avrebbero strappato una pagina dai libri di storia e, mettendo Rupert Murdoch nel ruolo di William Randolph Hearst, ci avrebbero proposto una riedizione dell’affondamento del Maine”.

    William Randolph Hearst, per chi non lo sapesse, era il tycoon che a cavallo tra Ottocento e Novecento possedeva il maggiore impero giornalistico americano. Attraverso i suoi giornali venne propagandata e venduta al pubblico la bufala secondo la quale sarebbero stati gli spagnoli ad affondare il Maine. Hearst divenne il simbolo del “giornalismo venduto” ed è a lui che si ispira la figura del protagonista del film “Quarto Potere” di Orson Welles. Oggi il gruppo fondato da lui, la Hearst Publishing, è editore della rivista “Popular Mechanics” che si distinse a suo tempo per un penoso tentativo di “debunking” delle tesi non ufficiali sull’11/9 in un articolo sciaguratamente ripreso anche in Italia dal “Diario” di Deaglio.


    Fino a poco tempo fa, tra gli “argomenti” preferiti degli anticomplottisti alla Paolo Attivissimo spiccavano le affermazioni secondo cui i dubbi sull’11/9 venivano diffusi solo da biechi personaggi in cerca di denaro e notorietà; e secondo cui se l’11/9 fosse davvero stato organizzato dal governo americano, qualcuno prima o poi lo avrebbe rivelato. Chissà cosa pensa Attivissimo dei dubbi di questi noti personaggi della politica americana, che denaro e notorietà ne hanno già da vendere e che stanno ora “rivelando” ciò che noi diciamo da anni?

     

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    LO SPECCHIO DEFORMANTE DEI MEDIA

    di Gianluca Freda (28/04/2007 - 23:23)



    Il mio amico Sandro Giusti mi scrive:

     

    Ma lo vedi che ricevi plausi da neonazi interessati? Ma cosa cazzo te ne frega ad un certo punto, se a morire furono 6milioni o 600.000 per esempio? Conta il numero dei morti oppure la ridilagante ideologia xenofoba che li provoco'? Capisco tutto il bla bla anche di quell'odioso professore dell'articolo riguardo all'impossibilita' di esprimere liberamente il proprio pensiero al riguardo, ma cio' non puo' far passare in secondo piano cio' che VERAMENTE accadde e qualcuno in scala ridotta prova a rimettere in pratica:non amo assolutamente l'amministrazione Israeliana corrente con tutto il corredo di stermini e muraglie che la contraddistinguono,ma mi fate abbastanza incazzare anche Voi con in testa solo il GRANDE COMPLOTTO SIONISTA;attenzione che fate proseliti dove e come proprio sono sicuro vorreste che cio' non avvenisse.... Aripiateve che ci sono tanti, forse piu' piccoli, ma sicuramente piu' impellenti problemi da affrontare!!

     

     

    Essendo un tipo disordinato, partirò dalla tua ultima affermazione, quella secondo la quale esisterebbero problemi “più piccoli, ma sicuramente più impellenti”. Non si capisce di quali problemi tu stia parlando, quindi ti invito a fare degli esempi. Mi auguro che tu non ti stia riferendo a “problemi” come  i Dico o ai rapporti tra il neonascente Pd e la Cgil o alle mortifere maratone sindacali su straordinari e terzi livelli. “Problemi” che risultano oggettivamente – sottolineo quest’avverbio – irrilevanti perfino per i loro possibili e presunti beneficiari. A livello geopolitico sono “problemi” non piccoli, ma semplicemente inesistenti. In Italia c’è un unico problema che considero “piccolo” – sul piano geopolitico, s’intende – ma estremamente impellente, ed è la defenestrazione dell’intera classe politico-finanziaria che opprime il paese. Una classe politica che si fregia di tante diverse etichette – sinistra, centro, destra, sinistra radicale, Confindustria, sindacato, ecc. – ma che ha ormai un solo, mefitico contenuto: quello della corruzione, della conservazione del potere e dell’impoverimento progressivo dei cittadini, sia sul piano economico che su quello, più importante, dei diritti. Il blog è pieno di esempi in proposito, dunque mi limito a citare solo i due obbrobri più recenti varati dalla junta di centrosinistra che attualmente ci sgoverna: la legge Mastella che mette il bavaglio ai giornalisti che osano denunciare la corruzione dei potenti e il servilismo verso gli USA di D’Alema. Il quale, dinanzi all’affronto dell’installazione su territorio europeo di missili americani il cui vero scopo è tenere sotto tiro un altro paese europeo (la Russia) non ha trovato di meglio che dichiarare: «l’Europa non è contraria a queste installazioni, che non chiamerei nemmeno antimissile dal momento che sono abbastanza modeste».

    Se uno dei problemi “piccoli ma impellenti” a cui ti riferisci è quello di prendere a calci in culo D’Alema e il governo di farabutti di cui fa parte da qui fino a Betelgeuse, allora sono d’accordo con te. Altrimenti, caro amico, non ci siamo.   

    Il fatto è che per compiere una qualunque azione di rilevanza politica – compresa quella di spedire D’Alema e la sua cricca verso altre galassie a suon di scarpate – occorre prima liberarci di quella “programmazione”, che ci accompagna dalla culla alla tomba, di cui parla Curt Maynard nel suo articolo. E’ questa programmazione che ci impedisce di guardare al mondo con i nostri occhi e ci costringe ad osservarlo attraverso lo specchio, deformante e falsificatorio, dei media (TV e giornali). E’ questa programmazione che ci fa credere che una coalizione (centrodestra o centrosinistra) rappresenti il “male minore” rispetto all’altra, nonostante l’evidenza della loro assoluta parità in termini di malaffare e strafottenza. E’ la stessa programmazione che ci fa ritenere l’oppressione statunitense un “male minore” rispetto ad una fantomatica minaccia terroristica che sono stati gli stessi USA a creare e, più spesso, a inventare di sana pianta. E’ sempre questa programmazione che ci fa ritenere il genocidio che Israele persegue incessantemente da più di settant’anni contro i popoli arabi (fin dall’epoca del mandato inglese sulla Palestina, prima ancora della sua nascita ufficiale come stato) come “male minore” rispetto… a che cosa? Magari agli inesistenti sei milioni di morti propagandati dai media sionisti come cifra ufficiale di uno sterminio a cui i nazisti non hanno mai neppure pensato?

    Mi chiedi che importanza abbia se i morti sono stati sei milioni o 600.000. Risposta: nessuna ai fini della valutazione etica e storica del nazismo, che resta comunque un abominio. Ma ha un’importanza enorme per le lobby sioniste, le quali, non a caso, stanno premendo perché venga approvata una legge europea che punisca con il carcere chiunque metta in discussione – soprattutto se sulla base di ricerche e prove incontrovertibili – il dogma dell’olocausto, compresa la montagna di fandonie di cui è infarcito. Il motivo per cui lo fanno è evidente: senza l’inarrivabilità delle finte cifre del genocidio nazista, i crimini israeliani non apparirebbero più come “difesa mirante alla sopravvivenza”, ma per ciò che sono, cioè puri e semplici massacri, senza altra giustificazione che quella del razzismo verso i “goym”, i non ebrei che nel Talmud non sono considerati esseri umani, ma semplici “animali parlanti” la cui soppressione è ammessa e incentivata. Parli di “ridilagante ideologia xenofoba” senza dire o senza sapere che sono proprio i sionisti i portatori dell’ideologia più xenofoba della Terra. Sionisti che non si identificano affatto con “gli ebrei” tout court, ma stanno ad essi, più o meno, come il Ku Klux Klan sta al cristianesimo. Con l’unica differenza che il Ku Klux Klan non governa uno stato dotato di missili atomici e non controlla, con i suoi media, le maggiori potenze del pianeta. Non so se questo è per te un problema piccolo e poco impellente, rispetto all’urgenza planetaria del contratto integrativo dei pellettieri, ma questo è il mio blog e ognuno ha le sue priorità. Per finire con la xenofobia: mi conosci e sai bene che la odio più di ogni altra cosa al mondo, ma proprio per questo vorrei mettere le cose in prospettiva. Ti è mai capitato, negli ultimi anni, di sentire parlare di ebrei emarginati, discriminati o uccisi per motivi razziali o religiosi? A me mai, mentre mi capita ogni giorno di sentire di arabi ed extracomunitari imprigionati o uccisi per odio razziale, di ascoltare frasi offensive e razziste nei loro confronti. Se dobbiamo combattere la xenofobia, combattiamola dove realmente esiste, non dove la falsificazione mediatica vorrebbe farci credere che sia, mentre non ce n’è neanche l’ombra.

    Lo scopo di questo blog non è quello di maledire Israele o gli Stati Uniti per partito preso o odio ideologico. I neonazisti qui scrivono assai di rado e quando scrivono i loro commenti vengono implacabilmente cancellati. Lo scopo di questo blog – come immagino anche quello del blog di Maynard, i cui articoli traduco spesso – è di far capire a chi legge fino a che punto la nostra visione del mondo sia alterata e deformata dalla programmazione indotta dai media. Una programmazione capace di farci vedere milioni di morti dove non ce ne sono mai stati e di farci ignorare i milioni di morti VERI prodotti da chi possiede il controllo sui mezzi d’informazione; che ci fa vedere differenze d’approccio politico tra coalizioni esattamente identiche per disprezzo della politica e degli scopi per cui dovrebbe esistere; che ci fa parlare di persecuzione xenofoba nei confronti di categorie che ne sono immuni da decenni e ci fa ignorare quella reale che è sotto i nostri occhi. Se per combattere questa programmazione mi tocca prendermela spesso con USA e Israele, ciò e spiacevole, ma non è colpa mia. Non so che farci se lobby sioniste come l’AIPAC e la Anti Defamation League esistono davvero, e non soltanto negli editoriali di “Repubblica”.    

    Senza disfarci di questa programmazione, il nostro ruolo nella società sarà pari a zero, come saranno nulle le nostre possibilità di influire sulla sua trasformazione. Non si può trasformare una cosa di cui si ha un’immagine fasulla e assolutamente inesistente nella realtà. Senza una liberazione dall’influsso dei media sulle nostre teste non riusciremo mai non dico a risolvere, ma neppure ad affrontare in maniera efficace nessun tipo di problema REALE. Né quelli piccoli e impellenti né nessun altro.

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    MANIFESTO DEI NEGAZIONISTI

    di Gianluca Freda (26/04/2007 - 23:07)



    Questo è un articolo di Curt Maynard tratto dal suo blog Politically Correct Apostate. Lo pubblico qui, tradotto in italiano e vorrei farlo mio parola per parola, virgola per virgola. Non credo che avrei saputo esprimere meglio ciò che penso riguardo al mito dell’olocausto ebraico. Vorrei adottarlo come primo manifesto dei negazionisti, almeno fino a che le leggi europee non vieteranno per legge la ricerca storica non allineata alle bufale dei media.

     

    Sono un negazionista dell’Olocausto e non ho paura

    di Curt Maynard
    Traduzione di Gianluca Freda

     

    Perché mai una persona dovrebbe intitolare un articolo “Sono un negazionista dell’olocausto”? Lasciate che mi spieghi. Prima di tutto, io non nego affatto che gli ebrei siano stati discriminati e perseguitati dai Nazional Socialisti negli anni ’30 e ’40. Lo riconosco volentieri come un dato di fatto. Non nego che centinaia di migliaia di persone siano state mandate in “campi di concentramento” in Germania, Austria, Francia e Polonia. Non nego che l’Ebraismo Internazionale sia stato visto come entità problematica e parassitaria da molti europei negli anni ’30 e ’40 e non nego che molti ebrei abbiano perso la vita durante la Seconda Guerra Mondiale. Ciò che nego è che il numero dei morti sia stato di sei milioni: mi rifiuto di accettare questa cifra, prima di ogni altra cosa perché è proprio ciò che si vorrebbe farmi credere. Sono un negazionista dell’olocausto perché molti, vigliacchi governi europei mettono in carcere i loro cittadini per aver messo in discussione (non per aver negato) l’olocausto. Nessuno di costoro – nessuno – ha mai negato che i nazisti abbiano perseguitato ed emarginato gli ebrei prima e durante la Seconda Guerra Mondiale. Essi hanno invece messo in dubbio alcuni inverosimili racconti riguardanti il cosiddetto olocausto e di conseguenza anche l’affidabilità dei media, che come sapete (sì, lo sapete) sono sproporzionatamente sotto il controllo degli ebrei sionisti.

     

     Il Canada e molti paesi europei, tra cui la Francia, la Germania e l’Austria, mettono in prigione i loro cittadini nel caso in cui mettano in dubbio alcune delle affermazioni più improbabili riguardanti l’olocausto, provenienti da fonti e testimonianze tra le più inaffidabili. Qui sotto ci sono alcuni esempi. Mentre leggete, non dimenticate che alcuni di questi esempi sono entrati nei registri processuali, supportati da presunti “testimoni oculari”, e sono stati usati per giustificare l’arresto e l’esecuzione di leader nazisti per crimini contro l’umanità al Processo di Norimberga, dopo la Seconda Guerra Mondiale.

     

    Mettendo da parte le risposte di riflesso, quanto credete sia verosimile che i fatti riportati qui sotto siano realmente accaduti? 

    - I malvagi nazisti privarono i poveri ebrei sofferenti dei loro animali da compagnia.

    - I malvagi, malvagi, malvagi nazisti spezzavano a metà i bambini a mani nude dinanzi agli occhi delle madri (fisicamente IMPOSSIBILE).


    - I parenti di Henry Kissinger vennero trasformati in saponette (la storia del sapone è ormai universalmente riconosciuta come non vera, perfino dai sostenitori dell’olocausto. Yehuda Bauer, che è ebreo ed è probabilmente il più noto storico vivente dell’olocausto, ha ammesso che la storia è falsa).


    - Il New York Times afferma che un milione e mezzo di ebrei morirono nelle camere a gas a Majdanek (sfortunatamente per il Times, gli storici, anche quelli ebrei, hanno ridimensionato del 95% il numero degli ebrei uccisi a Majdanek).  


    - La cifra di 4 milioni di ebrei morti, riportata nella targa commemorativa di Auschwitz, nel 1989 è stata cambiata alla chetichella in 1,5 milioni (che fine hanno fatto gli altri due milioni e mezzo?).


    - I malvagi nazisti si servivano di pavimenti elettrificati per uccidere gli ebrei (assolutamente risibile).


    - I malvagi, crudeli nazisti usarono una bomba atomica per incenerire gli ebrei ad Auschwitz (non ridete, si tratta di una testimonianza resa realmente al Tribunale Militare Internazionale di Norimberga e utilizzata come pretesto per impiccare davvero alcune persone per crimini che non avevano mai commesso).


    - Dei “geyser” di sangue ebreo eruttarono per MESI dal suolo dopo lo sterminio (peccato che il sangue si coaguli molto rapidamente, è per questo che non moriamo dissanguati a causa di piccole ferite).


     - Un intero fiume si tinse del rosso del sangue degli ebrei (testuale dal St. Petersburg Times).


     - I principali media hanno riportato storie di ebrei che sono sopravvissuti a sei gasazioni consecutive. “Forse i bambini resistono meglio”, ha dichiarato un “sopravvissuto”. (Ovviamente non è così, ci vuole meno gas per uccidere un bambino).


    - A Sachsenhausen esisteva una macchina per le esecuzioni attivata a pedale (divertente come gli “ingegnosi tedeschi” sentissero la necessità di implementare il loro sterminio con un apparecchio a pedale).

     
    Potrei andare avanti all’infinito, ma credo di aver reso l’idea. Il problema è che se qualcuno provasse ad insinuare che uno dei fatti suddetti è falso, o anche solo discutibile, in Canada, Germania, Austria, Francia ed in altri paesi europei verrebbe messo in prigione e accusato di negazione dell’olocausto.
     

    E’ per questo motivo e non per altri che esco allo scoperto e mi dichiaro negazionista dell’olocausto. Rifiuto di farmi intimidire da governi stranieri, compreso lo stato di Israele, che ha approvato una legge in cui si dichiara legittimato a perseguire i cosiddetti “negazionisti dell’olocausto” che vivano in qualunque parte del mondo, compresi gli Stati Uniti, e che la nostra Costituzione e la libertà di parola vadano al diavolo! Rifiuto di svendere ulteriormente la mia integrità intellettuale a professori e studiosi codardi che non permettono ai loro studenti di studiare l’olocausto utilizzando tutte le fonti a disposizione. Io stesso sono stato una vittima di questi codardi e mentitori. Ho dovuto presentare loro tutta la spazzatura storica che volevano per poter ottenere la mia sudata laurea. La verità è che la loro codardia è sfrenata, non abbiamo motivo di aspettarci nulla da loro, mentre abbiamo ogni motivo per espellerli dalle accademie una volta che la verità sarà largamente diffusa e condivisa.
     

    Mi dichiaro negazionista dell’olocausto non perché dubiti che i nazisti abbiano davvero oppresso e perseguitato gli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, ma perché sento la responsabilità di stare dalla parte di coloro che vogliono parlarvi di quest’ultima. Che vogliono mostrarvi l’immensa quantità di materiali spacciati come prove, che sono invece contraddittori, fasulli e smentiti dai fatti, dalla scienza, dalla realtà! La storia dell’olocausto come la conoscete è falsa, è stata distorta, alterata, non di rado inventata e spesso fondata su nient’altro che fantasiose bugie. Sono un negazionista dell’olocausto perché Israele vuole impedirmi di esserlo. Sono un negazionista dell’olocausto perché Germania, Austria e Francia hanno messo in galera decine di migliaia di persone solo per avere osato discutere alcuni discutibili aspetti della “verità ufficiale”. Sono un negazionista dell’olocausto perché so che grandi uomini come Ernst Zundel, David Irving, Germar Rudolf, Siegfried Verbeke, Horst Mahler, Robert Faurrison, e migliaia e migliaia di altri non hanno altra colpa che quella di avere cercato di avvertirvi che i media sionisti e i governi occidentali loro complici rifiutano di lasciarvi vedere la verità. Sono un negatore dell’olocausto perché non dovrei esserlo, almeno secondo la “programmazione” che ognuno di noi subisce dal momento in cui nasce a quello in cui muore. Sono un negazionista dell’olocausto perché non ho paura delle conseguenze. So di stare combattendo la battaglia giusta e so che, alla fine, il corretto revisionismo storico vincerà. La verità trionfa sempre!
     

    Sono un negatore dell’olocausto e che Israele e il sionismo siano maledetti!

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    QUALCUNO HA PAURA

    di Gianluca Freda (24/04/2007 - 14:35)


    Alla fine anche John Kerry ha dovuto arrendersi all’evidenza. In una conferenza stampa tenuta a Austin, in Texas, l’ex sfidante di George W. Bush alla presidenza degli Stati Uniti ha rivelato che, secondo le sue informazioni, l’Edificio 7 del World Trade Center – un grattacielo di 47 piani vicino alle Twin Towers crollato l’11 settembre 2001 senza essere stato colpito da nessun aereo – non sarebbe crollato spontaneamente come afferma la versione ufficiale, ma sarebbe stato fatto crollare attraverso una demolizione controllata. Il fatto che un politico in vista come Kerry faccia una dichiarazione simile è sconcertante, pur trattandosi di una verità che non poteva più essere tenuta nascosta. Infatti sappiamo ormai da diversi mesi che il crollo dell’Edificio 7 era stato previsto e annunciato con largo anticipo ai pompieri e ai poliziotti che si trovavano nelle vicinanze, affinché potessero sgomberare la zona. Gli stessi mezzi d’informazione televisiva avevano dato notizia del crollo con almeno mezz’ora d’anticipo rispetto all’evento. Quando gli utenti, sorpresi e indignati, hanno chiesto ai network televisivi come avessero fatto a “prevedere” il crollo con simile anticipo, hanno ricevuto, nella migliore delle ipotesi, risposte balbettanti o un imbarazzato silenzio. Clamoroso il caso della BBC, che non sapendo spiegare le doti precognitive dei suoi giornalisti è ricorsa alla scusa – dettata dalla disperazione – di non poter più verificare gli orari a causa di una PERDITA TOTALE del materiale filmato relativo alla giornata dell’11/9. Se si tiene conto che quel materiale è disponibile su internet e facilmente scaricabile da chiunque, si ha la misura della paura che deve aver spinto i responsabili della BBC ad inventare un simile, pietoso pretesto.

    A Kerry è stato anche chiesto che cosa pensasse delle teorie del professor Steven Jones, che è diventato celebre – almeno tra coloro che si informano su internet – per aver rinvenuto sull’acciaio delle Twin Towers tracce di termite, l’esplosivo utilizzato per le demolizioni controllate. Kerry ha risposto di essere “aperto a qualunque ipotesi basata sui fatti e sulle prove”. Ha anche detto che la demolizione del WTC7 era stata resa necessaria dalle cattive condizioni dell’edificio, che era preda degli incendi e rischiava di crollare con ulteriore aggravio del bilancio delle vittime.

    Quello che Kerry evita accuratamente di dire è che ammettere la demolizione controllata dell’Edificio 7 presenta alcune inevitabili implicazioni. Un grattacielo di 47 piani, per di più in preda agli incendi, non si demolisce con cariche piazzate in poche ore. A voler fare tutto in fretta e furia, occorre qualche settimana per studiare alla meno peggio l’ubicazione dei punti in cui mettere l’esplosivo e poi procedere alla sua sistemazione. In condizioni normali e facendo le cose per bene, un’operazione simile richiede qualche mese. Non c’è dunque alcun dubbio che le cariche esplosive fossero già presenti nel grattacielo da diversi giorni, forse da settimane. Ed essendo la tipologia di crollo dell’edificio 7 esattamente identica a quella delle torri, tutto fa pensare che anche queste ultime fossero minate. I tre grattacieli sono crollati in verticale, accartocciandosi su se stessi lungo la linea di massima resistenza, visto che i piani inferiori offrivano resistenza al crollo di quelli superiori. Una simile tipologia di crollo non può in alcun modo essere spontanea, ma si ottiene solo attraverso l’uso di cariche esplosive azionate in sequenza che distruggano i piani inferiori man mano che quelli superiori vengono giù. Questo Kerry non lo ha detto, sperando che l’uomo della strada prenda le sue dichiarazioni come una cosa a sé, senza badare troppo alle implicazioni. Molti lo faranno. Moltissimi altri no.

    Kerry NON è un politico onesto, né particolarmente coraggioso. Faceva parte, proprio come George W. Bush, della società segreta Skulls and Bones, una specie di loggia massonica, con sede all'Università di Yale, che riunisce nelle sue fila tutti i più potenti politici e uomini d’affari americani, compresa la quasi totalità di coloro che oggi siedono nel governo americano. La sua fedeltà alla loggia e alle sue regole ha fatto sì che egli non denunciasse gli evidentissimi brogli elettorali che nel 2004 gli hanno fatto perdere la presidenza a favore di Bush. Sarebbe dunque sciocco pensare che possa diventare un uomo di punta nel movimento che chiede la verità sulla strage dell’11 settembre. Tuttavia, il fatto che abbia reso queste dichiarazioni è segno che qualcuno inizia ad avere paura. Qualcuno ha deciso di abbandonare al loro destino gli assassini del governo USA che hanno progettato ed attuato le stragi: Cheney, Wolfowitz, Rumsfeld, Libby e molti altri, senza dimenticare personaggi come Rudolph Giuliani e i fratelli George e Jeb Bush, che hanno svolto benissimo il ruolo di copertura e di vassalli degli stragisti. Lentamente qualcosa sta cambiando e la consapevolezza che l’11 settembre è stato un “lavoro interno”, un progetto organizzato e gestito dalla stessa amministrazione americana tramite i servizi segreti americani e israeliani, sta varcando i confini di internet per diventare nozione di dominio comune.

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    ANNO ZERO

    di Gianluca Freda (24/04/2007 - 02:00)



    E’ ufficiale: il comunismo è morto ed è morto da vigliacco. Prima di morire si è venduto al nemico, aggiungendo ai suoi tanti crimini quello di alto tradimento. Non sto parlando, ovviamente, del comunismo come idea di eguaglianza e riscatto sociale delle classi subalterne, ma di una sua incarnazione politica locale, quella che in un remoto paese della periferia dell’Impero Mondiale Americano veniva chiamata un tempo “il più grande partito comunista d’Occidente”.

    Quel grande partito ha fatto una brutta, bruttissima fine. Quattordici anni fa avevamo data per morta la Democrazia Cristiana, senza capire che era viva e vegeta, aveva solo rotto le righe per essere libera di dilagare in ogni angolo della società, in ogni testa, in ogni pensiero. I “valori” della DC (il nepotismo, la corruzione, la gestione clientelare di ciò che in altri paesi è un diritto o una conquista fondata sulle capacità personali, la passione per il potere e il privilegio, i legami con mafia, camorra, servizi segreti e ogni altra oscura manifestazione del potere) si sono affermati come sistema etico di riferimento in ogni classe sociale italiana: da quella dei manager pagati centinaia di miliardi per fare a pezzi il patrimonio pubblico a quella dei lavoratori con salari miserabili che ne sono i servi ossequianti, con tutto quello che ci sta in mezzo. Oggi la Democrazia Cristiana è di nuovo tra noi, nuovo nome, stessa gente, ed esibisce con comprensibile fierezza le teste dei nemici sconfitti: quelle dei “comunisti” di ultima generazione che a quel sistema si sono arresi, per restarne poi fagocitati. Facciamocene una ragione: la Dc è tornata, più marcia e repellente di prima, e il  peggio è che non abbiamo più da opporgli uno straccio di alternativa politica o ideologica.

    Non voglio parlare più di tanto del congresso di Firenze, perché mi ha disgustato al di là di ogni limite. E’ stato sconcertante ascoltare Fassino blaterare a vanvera di “democrazia”, intendendo con questo termine la riduzione delle possibilità di scelta degli elettori italiani a due sole coalizioni esattamente identiche per marciume morale, disprezzo per la legge e indifferenza verso i problemi del paese. Oggi siamo ridotti esattamente al livello della “grande democrazia” americana, dove il cittadino può scegliere tra due partiti che servono gli stessi interessi, quelli della criminalità bancaria e dell’imprenditoria assassina (multinazionali da loro, Confindustria da noi) che ne sono la propaggine. Con la differenza che negli USA sono molte le persone che iniziano a rendersi conto dell’assurdità di questo sistema e dell’immensità dei crimini a cui dà luogo. Noi adottiamo un modello fallito e decrepito proprio nel momento in cui i suoi stessi ideatori stanno iniziando a pensare di sbarazzarsene.

    Sono stati anche più repellenti gli applausi tributati a Berlusconi e Fini da una platea di “comunisti” cerebrolesi, dimentichi non dico della loro storia ma anche di ciò che facevano e dicevano solo un anno fa. Cani di Pavlov che applaudono a comando, incapaci di desiderare o pensare altro che quello che il comiziante di turno (rigorosamente “di sinistra”, manco a dirlo) gli ingiunge di desiderare e pensare. Potrei capire se gli applausi fossero venuti da Fassino o da Rutelli, quale riconoscente tributo a individui senza la cui esistenza non avrebbero più nessun “pericolo berlusconiano” con cui giustificare le proprie malefatte di fronte agli iscritti. Che il battimani sia venuto invece dalle loro vittime, dimostra che una larga parte della cosiddetta “sinistra” è composta da gente che quanto a capacità di pensiero razionale e autonomo  non si differenzia in nulla, ma proprio in nulla, dagli ultrà di Forza Italia che abbiamo imparato prima a detestare e poi a evitare.

    Chissà, magari qualcuno ha perfino applaudito il nano in quanto salvatore di Telecom. La stessa Telecom portata al disastro dai “capitani coraggiosi” di fronte ai quali alcuni noti leader “di sinistra” si erano profusi in appoggi, incoraggiamenti ed ossequi. A nessuno viene in mente che Telecom controlla 2 televisioni nazionali e che mettendo le mani su di esse lo strapotere mediatico di Berlusconi verrebbe ulteriormente accresciuto. Niente male per della gente che aveva giurato di porre fine al monopolio televisivo berlusconiano e per questo motivo era stata votata da molti elettori. Dopo il crollo del muro di Berlino si è parlato per anni di una "sinistra ormai alla deriva”. Bene, signori, la deriva è finita. La zattera malferma a cui i postcomunisti erano aggrappati in cerca di scampo è definitivamente affondata. I suoi occupanti sono annegati miseramente, sono in fondo all’oceano e non c’è nessuna speranza neppure di un recupero dei cadaveri. Prendiamone atto, una volta per tutte, e vediamo di andare oltre.

    Per inciso, mentre quella zattera andava a fondo tra le battute di Berlusconi e i risolini idioti dei suoi nuovi ammiratori, alla Camera è stata approvata, quasi all’unanimità, la legge Mastella, una legge di cui i media parlano poco, che metterà la museruola alla stampa impedendo ai giornalisti di raccontare i crimini compiuti dalla classe politica, pena il carcere o una multa così salata da buttarli sul lastrico. Una legge liberticida assai peggiore di quelle varate dal governo Berlusconi, che distruggevano i fondamenti costituzionali a vantaggio di una sola persona. Questa legge “di sinistra” fa a pezzi il diritto alla libera espressione a vantaggio di un’intera classe di politici delinquenti. Classista, oltre che criminale. Contro le leggi di Berlusconi si tennero manifestazioni di protesta e gigantesche kermesse autoconvocate di cittadini indignati. Oggi neanche una voce si leva a denunciare la vergogna perpetrata alla Camera contro la democrazia. Tutti zitti, muti e plaudenti di fronte ai nostri competentissimi leader “di sinistra”che certamente sanno quello che fanno. Dio non voglia, dovesse tornare Berlusconi a causa della nostra “litigiosità” e “incapacità di sentirci al governo”.

    Ha ragione Gianfranco La Grassa quando dice che dobbiamo voltare pagina. Dobbiamo liberarci dei miti e delle speranze di un secolo di comunismo se vogliamo riprendere la lotta contro questa melma che sta ricoprendo tutto. Parlo anche per me stesso, che sono pervaso da quei miti e da quelle speranze fin da quando ho cominciato a masticare politica. Eppure è vero: non basta maledire gli usurpatori della corona ideologica del comunismo, dobbiamo anche prendere atto della sua sconfitta. Una sconfitta di proporzioni colossali, che dobbiamo iniziare ad accettare e digerire se non vogliamo che le nostre aspirazioni diventino una prigione virtuale con cui tenere il mondo fuori dalla porta. Proprio ciò che vorrebbero i fondatori del Partito Democratico, nome pervaso di stridore orwelliano tra significante e significato come gran parte dei nomi che utilizziamo quotidianamente senza più riflettere. Basta col mito della “lotta di classe”. La lotta è finita da un pezzo e le due classi che lottavano – proletariato e borghesia - si sono distrutte a vicenda nella zuffa. Ha prevalso una terza classe, quella dei finanzieri-burocrati d’azienda e di partito, che ha asservito le altre e ne ha distrutto ogni capacità non solo di pensiero, ma di percezione del mondo. E’ contro questa nuova classe di farabutti che dobbiamo riorganizzarci, proletari e borghesi, o almeno quelli tra essi che non hanno perduto l’istinto di sopravvivenza e sono in grado di fiutare il pericolo. Riorganizzarci, con nuove armi e – più che mai – con nuove idee.

    Basta con la retorica operaista. Io tra gli operai ci ho vissuto e ci vivo e posso garantire che, salvo qualche rara eccezione, non sono in grado non dico di fare la rivoluzione, ma – a questo punto – neppure più di avvertirne la necessità, di comprenderne il senso, di scorgere l’orrore delle loro vite che la renderebbe – semplicemente - un atto di legittima difesa. Non sono nemmeno più in grado di pensare a se stessi come una collettività animata da interessi comuni. Tutto ciò che desiderano è continuare a servire padroni assassini per far fronte a mutui sempre più esosi, sempre più lunghi, che non finiranno mai di pagare. Non aspirano più – se mai lo hanno fatto – alla libertà dal bisogno, ma al ruolo di kapò, di prigioniero che umilia altri prigionieri in cambio di una cella con l’idromassaggio. Inutile perdere tempo con “gli operai” (o con “i borghesi”, se è per quello). Occorre riunire il meglio delle due ex-classi per formare gruppi di persone semplicemente CONSAPEVOLI che siano in grado di organizzare un contrattacco.

    Basta anche con il fantasma del sindacalismo, che ha abiurato da tempo alla difesa della dignità operaia per trasformarsi in un’orrida congrega religiosa. Un sistema di potere ecclesiastico che – simile in tutto e per tutto ai modelli vaticani – al vertice amministra il potere e le relazioni con le altre congreghe e in basso elargisce elemosine sempre più micragnose ai fedeli (purché osservanti e ossequiosi della sua pretesca autorità). Ho partecipato, negli ultimi anni, ad un certo numero di manifestazioni sindacali e ne ho ricavato un’esperienza assimilabile a quelle delle processioni del santo del paese a cui la mamma mi portava quando ero bambino. Tutti in fila, zitti e mogi, ornati dei sacri paramenti rossi e dei vessilli partitici, attraversavamo a piedi Roma (o Firenze, o Milano) per andare ad ascoltare l’omelia del Grande Segretario sotto un palco della piazza del paese. Mancava solo che ci facessero portare a spalla una statua di gesso di Epifani piangente e che i cassintegrati al seguito si fustigassero con copie dell’Unità arrotolate e la sensazione sarebbe stata completa. I sindacati avevano un senso quando erano fatti di/da operai, quando perseguivano interessi operai, quando erano indistinguibili dagli operai. Quando le assemblee erano momenti di discussione e di lite, non comizi in cui il pubblico viene redarguito – o arrestato – se interrompe la vanvera dell’oratore. Quel tempo è finito, perciò basta piangere sul passato.

    La fondazione del Partito Democratico è l’anno zero della democrazia e della speranza, almeno per quei pochi – come il sottoscritto - che di speranza ne hanno ancora da vendere. E’ il momento terribile in cui si realizza che la sconfitta è spaventosa e irrimediabile, che sono rimaste solo macerie, che nulla è rimasto in piedi degli edifici che ci offrivano riferimento e rifugio. E’ anche il momento magico in cui tutto è da ricostruire, in cui gli spazi per edificare nuove strade di pensiero sono illimitati. Ma occorrono persone energiche e volonterose, non le massaie bercianti che, rese folli dalla sconfitta, continuano a fingere che la guerra continui e che le case e la città in cui vivevano siano ancora al loro posto.  L’accettazione della sconfitta è il primo passo da compiere per organizzare la rinascita e la cacciata dell’invasore. Un passo che i “comunisti” plaudenti di Firenze, impegnati ad agitare in segno di giubilo le vesti lacere all’indirizzo dei conquistatori, non compiranno mai. Inutile contare su di loro.
    Siamo soli.
    Che questa, che è la nostra disperazione, diventi la nostra forza. 

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    IL FASCISMO SIONISTA SBARCA IN EUROPA

    di Gianluca Freda (18/04/2007 - 22:25)



    Articolo tratto dal sito del Financial Times
    Traduzione di Gianluca Freda



    Una legge che renderà perseguibile con la detenzione in carcere chi nega o sminuisce l’Olocausto sarà introdotta nell’Unione Europea, grazie a un disegno di legge che giovedì [domani, NdT] dovrebbe ottenere il consenso dei ministri.

    Il disegno di legge in esame renderà i contravventori perseguibili con la detenzione fino a tre anni e si applicherà anche a chi incita alla violenza contro gruppi etnici, religiosi o politici.

    Martedì i diplomatici a Bruxelles si sono dichiarati fiduciosi che il controverso progetto, oggetto di accesa discussione negli ultimi sei anni, sarà approvato dagli stati membro. I paesi baltici e la Polonia stanno ancora tentando di far includere nel testo, accanto all’Olocausto, anche i “crimini stalinisti”, una richiesta che incontra resistenze nella maggioranza dei paesi europei.

    L’ultima stesura osservata dal Financial Times rende obbligatorio per i paesi membro dell’UE punire la pubblica incitazione “alla violenza o all’odio contro gruppi di persone o membri di gruppi identificati in base alla razza, al colore, alla religione, alla discendenza o all’origine etnica o nazionale”.

    Sara’ anche obbligatorio perseguire penalmente “chi pubblicamente condona, nega o sminuisce crimini di genocidio, crimini contro l’umanità o crimini di guerra” quando con tali affermazioni si incita all’odio o alla violenza contro le minoranze.

    I diplomatici hanno sottolineato che il testo è stato accuratamente studiato per includere soltanto la negazione dell’Olocausto – il massacro nazista degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale – e il genocidio in Ruanda del 1994.

    Hanno anche sottolineato che il testo è stato studiato per evitare la criminalizzazione di commedie o film sull’Olocausto, come la commedia italiana di Roberto Benigni La vita è bella. Il testo dà esplicito sostegno alle tradizioni costituzionali di ciascun paese relative alla libertà d’espressione. 

    La negazione dell’Olocausto è già un reato in diversi paesi europei, compresi la Germania e l’Austria. Non è un reato specifico in Inghilterra, anche se le autorità britanniche sostengono che potrebbe già essere perseguito in base alla vigente legislazione.

    Nel tentativo di sopire i timori della Turchia, molti diplomatici europei hanno assicurato che il testo non renderà perseguibile chi nega lo sterminio delle popolazioni armene da parte delle truppe ottomane, avvenuto nel 1915 in seguito al collasso dell’Impero Ottomano. La Turchia ha sempre respinto con fermezza le affermazioni con cui si assimilava tale evento a un genocidio.

    Il disegno di legge introduce una distinzione, destinata a suscitare polemiche, tra incitamento alla violenza contro gruppi etnici o razziali e incitamento alla violenza contro gruppi religiosi. Gli attacchi a musulmani, ebrei o appartenenti ad altre fedi religiose saranno perseguibili – stando al testo di legge - solo se accompagnati dall’incitamento alla violenza contro gruppi etnici o razziali

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