Archivio Marzo 2007
ALLARMI PREVENTIVI
di Gianluca Freda (27/03/2007 - 04:33)

OPERATION BITE – Il 6 aprile attacco a sorpresa all’Iran
di Webster G. Tarpley
dal sito alaskafreepress.com/msgboard/board/1122
Traduzione di Gianluca Freda
Il lungamente atteso attacco militare americano all’Iran è ora in programma per la prima settimana di aprile, per la precisione alle 4 di notte del 6 aprile, il venerdì prima del weekend di Pasqua. Questo è quanto scrive il noto giornalista russo Andrei Uglanov sul settimanale moscovita "Argumenty Nedeli". Uglanov cita come fonte esperti militari vicini al Comando Generale russo.
L’attacco, secondo Uglanov, dovrebbe durare dodici ore, dalle 4 di notte alle 16.00 pomeridiane ora locale. Il venerdì in Iran è un giorno festivo. Nel corso dell’attacco, denominato Operation Bite, verranno bombardati circa 20 bersagli; la lista include installazioni per l’arricchimento dell’uranio, centri di ricerca e laboratori.
Il primo reattore dell’impianto nucleare di Bushehr, dove sono al lavoro anche ingegneri russi, verrà probabilmente risparmiato dalla distruzione. I piani di attacco USA prevedono l’indebolimento del sistema di attacco aereo iraniano, l’affondamento di numerose navi da guerra iraniane nel Golfo Persico e la completa distruzione dei principali quartieri generali delle forze armate iraniane.
Gli attacchi partiranno da numerose basi, compresa l’isola Diego Garcia nell’Oceano Indiano. A Diego Garcia sono attualmente dislocati i bombardieri B-52, equipaggiati con missili da difesa. Parteciperà all’attacco aereo anche l’aviazione navale statunitense, partendo dalle portaerei di stanza nel Golfo Persico e dalla Sesta Flotta dislocata nel Mediterraneo. Altri missili da crociera verranno lanciati da sottomarini di stanza nell’Oceano Indiano e al largo della penisola arabica. L’obiettivo è quello di riportare indietro di diversi anni il programma nucleare iraniano, scrive Uglanov, il cui articolo è stato diffuso dalla RIA-Novosti in diverse lingue alcuni giorni fa, ma a quanto pare non in inglese. La storia è ormai tema di discussione su molti blog italiani e tedeschi, ma pare che finora sia stata ignorata dai siti americani.
Gli osservatori commentano che questo dispaccio rappresenta una fuga di notizie orchestrata agli alti livelli del Cremlino, un autentico avviso di guerra, proveniente dalle formidabili risorse dei servizi d’intelligence russi e meritevole della massima attenzione da parte delle forze per la pace di tutto il mondo.
Richiesto dalla RIA-Novosti di commentare l’articolo di Uglanov, il Generale in pensione Leonid Ivashov ha confermato i suoi contenuti di massima in un’intervista del 21 marzo scorso: “Non ho dubbi che vi sarà un’operazione, o per meglio dire un’azione violenta contro l’Iran”. Ivashov, che è stato consigliere di Putin in diverse occasioni, è oggi vicepresidente dell’Accademia Moscovita di Scienze Geopolitiche.
Ivashov ha attribuito importanza decisiva alla decisione presa dalla leadership dei Democratici americani alla Camera dei Rappresentanti di stralciare dal recente provvedimento sul finanziamento supplementare delle missioni in Iraq un emendamento che avrebbe imposto a Bush di presentarsi al Congresso prima di lanciare un attacco contro l’Iran. Ivashov ha sottolineato che l’emendamento è stato eliminato su pressione dell’AIPAC, la lobby che rappresenta l’estrema destra israeliana, e del ministro degli esteri israeliano Tsipi Livni.
“Ne abbiamo tratto l’incontrovertibile conclusione che questa operazione avrà luogo”, ha detto Ivashov. Secondo lui i piani statunitensi non prevedono un attacco di terra. “Molto probabilmente non vi sarà un attacco di terra, ma attacchi aerei piuttosto massicci con l’obiettivo di annichilire la capacità di resistenza militare dell’Iran, i suoi centri amministrativi, i settori strategici dell’economia e possibilmente anche la leadership politica iraniana, o almeno parte di essa”, ha continuato.
Ivashov ha affermato che non è da escludere che il Pentagono utilizzi armi nucleari tattiche contro bersagli dell’industria nucleare iraniana. Questi attacchi potrebbero paralizzare la vita quotidiana, creare panico nella popolazione e in generale creare un’atmosfera di caos e incertezza in tutto l’Iran, ha detto Ivashov alla RIA-Novosti. “Questo innescherà una lotta per il potere all’interno dell’Iran, dopodiché verrà inviata una delegazione di pace con lo scopo di instaurare a Teheran un governo filoamericano”, ha proseguito Ivashov. Uno degli obiettivi americani è, a suo avviso, quello di dare nuova linfa all’immagine dell’amministrazione Repubblicana, che potrebbe così vantarsi di aver distrutto il programma nucleare iraniano.
Tra gli altri effetti, il generale Ivashov ha sottolineato la possibilità di dividere l’Iran con criteri simili a quelli usati in Iraq e la conseguente suddivisione del Vicino e Medio Oriente in regioni più piccole. “Questo sistema ha funzionato bene per loro nei Balcani e ora verrà applicato al più vasto Medio Oriente”, ha commentato.
“Mosca deve sfruttare l’influenza russa per richiedere una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per impedire gli attuali preparativi per un impiego illegale della forza contro l’Iran e la distruzione dei princìpi su cui è fondato lo statuto delle Nazioni Unite”, ha detto il enerale Ivashov. “In quest’ottica la Russia potrebbe cooperare con Cina, Francia e gli altri membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza. Ci serve un’azione preventiva per scongiurare l’utilizzo della forza”, ha concluso.
ANCORA TU (MA NON DOVEVAMO VEDERCI PIU'?)
di Gianluca Freda (19/03/2007 - 14:53)

Ieri, domenica 19 marzo, è stato arrestato a Rio de Janeiro, in Brasile, l’ex membro dei Proletari Armati per il Comunismo Cesare Battisti. Era fuggito nel 2004 dalla Francia, la quale, dopo aver garantito per molti anni l’inestradabilità verso l’Italia degli ex-membri dei gruppi armati degli anni ’70 e aver loro permesso di rifarsi una vita, ha improvvisamente deciso, complice l’avvento del sarkozismo, di rimangiarsi la parola e consegnare al carcere a vita le persone a cui aveva permesso di riabilitarsi e reinserirsi nella società civile. Battisti, in particolare, era diventato un eccellente autore di “polar” - i “gialli” francesi - conosciuto e apprezzato tanto in Francia quanto all’estero. Si presume che Battisti verrà estradato in Italia, dove deve scontare due ergastoli già confermati in Cassazione. Per me è una pessima notizia. Il caso Battisti è uno degli esempi più tipici di quel vergognoso intreccio tra magistrati corrotti e aguzzini e linciaggio a mezzo stampa che consente al potere di distruggere la vita delle persone che via via prende di mira. Il caso Battisti è una delle infinite vergogne giudiziarie italiane, fatto di confessioni estorte sotto tortura, collaboratori di giustizia incentivati con sconti di pena a raccontare menzogne, familiari incensurati perseguitati dalla polizia e sottoposti ad arresti arbitrari e tortura psicologica, menzogne spudorate diffuse tramite la stampa e la TV da giornalisti asserviti al potere. In questa campagna di disinformazione e linciaggio mediatico non esiste differenza tra giornali di destra e di sinistra. Ne è un perfetto esempio – uno dei tantissimi – l’articolo pubblicato ieri sul sito di “Repubblica”, in cui, nel dare notizia della cattura di Battisti, l’autore dell’articolo scrive:
Battisti è stato condannato all'ergastolo dalla Corte d'assise e d'appello di Milano per aver ucciso il gioielliere Torreggiani, ferito suo figlio oggi paraplegico, ecc..
Si tratta di alcune tra le tante vergognose menzogne contenute nell’articolo. Battisti non è mai stato non dico condannato, ma nemmeno accusato di aver ucciso Torregiani e averne ferito il figlio. E’ stato invece accusato, da un pentito caduto più volte in contraddizione, di essere IL MANDANTE dell’omicidio Torreggiani, non di aver partecipato di persona alla sua esecuzione. Quanto al figlio di Torreggiani, è cosa risaputa e risultante dagli stessi atti processuali che non fu ferito da Battisti – il quale NON ERA PRESENTE alla sparatoria – bensì dal proprio padre, che lo ferì per sbaglio con un colpo di arma da fuoco mentre tentava di difendersi dall’assalto dei suoi assassini. L’anonimo giornalista che ha commesso un così grave errore nell’informare i suoi lettori, meriterebbe di essere preso per la collottola e cacciato dal giornale a calci nel culo. Ciò non accadrà, perché non di errore si è trattato, ma di una campagna diffamatoria a mezzo stampa premeditata e in atto da tempo. Campagna che, nonostante le numerose smentite, continua imperterrita da anni a ripetere le stesse fanfaluche, al solo scopo di influenzare l’opinione pubblica. A questo scopo sono state realizzate le vergognose interviste al figlio paraplegico di Torreggiani, il quale, per comprensibili motivi, raramente ha avuto il coraggio di dichiarare ciò che chi è informato sa, e cioè che Battisti non ha nulla a che fare con la sua attuale condizione. Per chi desidera capire cosa realmente sia stato il “caso Battisti”, consiglio di rileggere con attenzione le fondamentali “FAQ su Cesare Battisti” di Valerio Evangelisti, pubblicate a suo tempo sul sito Carmillaonline. In Italia, per chi ama il giornalismo corretto, è bene tenersi alla larga dai giornalisti.
Battisti è stato condannato all'ergastolo dalla Corte d'assise e d'appello di Milano per aver ucciso il gioielliere Torreggiani, ferito suo figlio oggi paraplegico, ecc..
Si tratta di alcune tra le tante vergognose menzogne contenute nell’articolo. Battisti non è mai stato non dico condannato, ma nemmeno accusato di aver ucciso Torregiani e averne ferito il figlio. E’ stato invece accusato, da un pentito caduto più volte in contraddizione, di essere IL MANDANTE dell’omicidio Torreggiani, non di aver partecipato di persona alla sua esecuzione. Quanto al figlio di Torreggiani, è cosa risaputa e risultante dagli stessi atti processuali che non fu ferito da Battisti – il quale NON ERA PRESENTE alla sparatoria – bensì dal proprio padre, che lo ferì per sbaglio con un colpo di arma da fuoco mentre tentava di difendersi dall’assalto dei suoi assassini. L’anonimo giornalista che ha commesso un così grave errore nell’informare i suoi lettori, meriterebbe di essere preso per la collottola e cacciato dal giornale a calci nel culo. Ciò non accadrà, perché non di errore si è trattato, ma di una campagna diffamatoria a mezzo stampa premeditata e in atto da tempo. Campagna che, nonostante le numerose smentite, continua imperterrita da anni a ripetere le stesse fanfaluche, al solo scopo di influenzare l’opinione pubblica. A questo scopo sono state realizzate le vergognose interviste al figlio paraplegico di Torreggiani, il quale, per comprensibili motivi, raramente ha avuto il coraggio di dichiarare ciò che chi è informato sa, e cioè che Battisti non ha nulla a che fare con la sua attuale condizione. Per chi desidera capire cosa realmente sia stato il “caso Battisti”, consiglio di rileggere con attenzione le fondamentali “FAQ su Cesare Battisti” di Valerio Evangelisti, pubblicate a suo tempo sul sito Carmillaonline. In Italia, per chi ama il giornalismo corretto, è bene tenersi alla larga dai giornalisti.
MORS OMNIA SOLVIT
di Gianluca Freda (18/03/2007 - 10:39)

La disinformazione con cui viene edificato, pixel per pixel, il mondo totalmente virtuale in cui il popolo occidentale conduce la propria vita è fatta di notizie inventate, notizie manipolate e distorte, notizie non date e notizie date “en passant” e poi lasciate rapidamente cadere nel dimenticatoio. Quest’ultimo tipo di strategia disinformante è quella che più sconcerta, ponendo ciascuno di fronte all’evidenza che la stragrande maggioranza delle persone non possiede altra memoria storica che quella che i media forniscono e riscrivono giorno per giorno. E questo vale non solo per le vicende lontane nel tempo ma, più sorprendentemente, anche per quelle contemporanee. Tutto ciò che i giornali di regime o la TV cessano di pubblicare o di mandare in onda cessa semplicemente di esistere. E lo fa retroattivamente, in modo tale che nessuno si ricordi più non solo della notizia di cui si è cessato di parlare, ma neppure dell’esistenza dei fatti, delle cose o delle persone a cui essa si riferiva.
Per esempio: qualcuno sa per caso cosa ne sia stato di Ariel Sharon? L’aguzzino sionista responsabile di molti orribili crimini, da Sabra e Chatila a Jenin, è scomparso da circa un anno dalle cronache e dalle pagine dei quotidiani. Di conseguenza, nessuno sembra ricordarsi più di lui. Un anno fa tutti i media avevano diffuso la notizia che Sharon era stato colpito da un ictus che lo aveva ridotto in fin di vita. Alcune agenzie avevano perfino riportato la notizia della sua morte clinica. Poi più nulla, Sharon è scomparso in uno di quegli oscuri sgabuzzini della storia in cui vengono tenuti al sicuro, fino al termine della loro esistenza fisica, gli ingranaggi del potere che hanno servito al loro scopo. Ripubblico la notizia della morte di Sharon così come era stata diffusa, il 5 gennaio del 2006, dal sito www.israelinsider.com :
Il Primo Ministro Ariel Sharon è morto (almeno clinicamente)
Fonti attendibili hanno riferito a IsraelInsider che il Primo Ministro Ariel Sharon è deceduto alle ore 11 di questa mattina. I canali televisivi israeliani riportano ancora le sue condizioni come “molto gravi”. Shlomo Mor-Yosef, direttore dello Hadassah Hospital, ha ufficialmente smentito le “voci” sul decesso ed ha affermato che le condizioni di Sharon sono “gravi ma stabili”.
Channel 10 riferisce che persone a lui vicine avrebbero affermato che Sharon ha subìto “danni cerebrali”. Una plausibile spiegazione che potrebbe conciliare quanto riferito dalle due fonti è che Sharon abbia subìto una morte cerebrale – assenza di attività encefalica – ma che il suo cuore continui a battere, mentre egli resta sotto anestetico e in respirazione artificiale.
Mor-Yosef, incontrando i giornalisti fuori dall’ospedale, ha detto che “il primo ministro presenta una lieve pressione intracraniale ed è sotto pesante sedativo. Rimarrà in respirazione artificiale almeno per le prossime 24 ore. Tutti i parametri che abbiamo a disposizione sono quelli ordinari, dopo un’operazione di questo tipo”.
Ha anche affermato di essere uscito per smentire le voci sulla morte di Sharon. “Sono venuto qui per aggiornarvi e per respingere le voci che si stanno diffondendo per il paese”, ha detto, riferendosi alle voci secondo le quali Sharon sarebbe già morto e la diffusione della notizia verrebbe dilazionata per un motivo o per l’altro.
“Sharon è ancora vivo”, uno Sharon mantenuto nell’unità di terapia intensiva chiamata Ynet. Eppure Channel 10 cita fonti “molto vicine al primo ministro” secondo le quali egli avrebbe subìto “danni cerebrali” – non si sa di quale entità – non collegati con gli effetti dell’operazione.
Mor-Yosef ha chiesto ai giornalisti di “cooperare in modo responsabile alla diffusione delle informazioni sulle condizioni del primo ministro”, aggiungendo: “Come direttore di Hadassah, sono obbligato a rendere nota ogni variazione nelle condizioni del primo ministro attraverso bollettini ospedalieri”.
Mor-Yosef non ha riferito inesattezze, tuttavia non ha neppure toccato l’argomento cruciale delle funzioni cerebrali, un argomento che è stato accuratamente evitato da tutti i responsabili dell’ospedale.
Uno dei fattori che avrebbero contribuito a mantenere una cappa d’incertezza sulla morte cerebrale, speculano alcune fonti, sarebbero legati agli effetti dell’annuncio sui mercati valutari.
Un’altro motivo sarebbe un presunto regolamento che vieta la pubblicazione della notizia della morte del primo ministro se non ad opera di un rappresentante ufficiale del governo, presumibilmente del Segretario di Gabinetto Yisrael Maimon.
Forse il motivo più importante di questa dilazione è la necessità di lasciare il tempo per la preparazione di funerali di Stato e per spedire gli inviti alla partecipazione ai capi di Stato mondiali. Stando alla procedura prevista, riferita da Emmanuel Rosen di Channel 10, Sharon sarà staccato da uno o più dei meccanismi di supporto vitale a cui è collegato nei prossimi uno o due giorni e ci sarebbe un’alta probabilità che egli non sia in grado di sopravvivere senza supporto. A questo punto, dice Rosen, si tratterà di prendere “la decisione più difficile”.
Secondo Channel 10 l’annuncio ufficiale della morte è previsto per domenica prossima, quando i mercati valutari sono chiusi, presumendo che questo tempo basti alla preparazione del viaggio per le autorità e per i leader ebraici.
In una conferenza stampa tenuta giovedì alle 20.00, Mor-Yosef aveva negato che Sharon fosse in stato vegetativo e che il cervello fosse ancora attivo.
Israel Insider ha poi ricevuto un’ulteriore conferma da una fonte di cui citiamo le esatte parole:
“L’agenzia Israel Resource News conferma che all’incirca a mezzogiorno di oggi, ora israeliana, i medici dello Hadassah Hospital e i responsabili della sicurezza del Ministero della Difesa Israeliano di Tel Aviv hanno congiuntamente riferito che il primo ministro Ariel Sharon è deceduto nel corso di un’operazione chirurgica.
L’agenzia Israel Resource News ha poi parlato sia con i responsabili dello Hadassah Hospital che con quelli del Ministero della Difesa Israeliano i quali avevano ricevuto, a mezzogiorno, la conferma ufficiale della morte di Sharon.
Ciò pone la questione: perché il governo d’Israele nega i rapporti sulla morte di Sharon?
Ci sono due possibili spiegazioni.
La prima è che, per un motivo o per l’altro, il governo intenda posticipare l’annuncio.
La seconda è che Sharon sia stato collegato ad un sistema di supporto vitale e che la sua morte sia “solo clinica”.
Dopo questo annuncio, di Sharon non si è saputo più nulla. E’ vivo? E’ morto? E’ ancora collegato alle macchine per il supporto vitale o è uscito dal coma? Nessuno lo sa. Nell’immaginario dell’occidente Ariel Sharon ha semplicemente cessato di essere un attore di primo piano ed è stato dimenticato per concentrarsi sui nuovi personaggi che la finzione della realtà mediatica offre giorno dopo giorno ai suoi spettatori. E’ da notare che il velo di silenzio e ambiguità che è calato sulle condizioni dell’ex primo ministro israeliano ha dato luogo ad alcune godibili gaffe istituzionali. Ad esempio Kim Howells, responsabile britannico per il Medio Oriente, in un discorso tenuto mercoledì ha parlato dei progressi ottenuti da Sharon nei rapporti con la Palestina e si è riferito a lui come se la sua morte fosse un dato assodato. “Se il primo ministro Sharon fosse ancora vivo...”, ha esordito Howells, per poi esitare e domandare imbarazzato agli ascoltatori: “Perché è morto, non è vero?”. I suoi collaboratori gli hanno allora rammentato la versione ufficiale, secondo la quale Sharon sarebbe ridotto in “stato d’incapacità” ma non morto. Howells, imbarazzato, ha glissato: “Beh, era facile fare questo sbaglio e io l’ho fatto”. L’episodio è significativo per sottolineare che neppure un responsabile britannico per il Medio Oriente ha un'idea precisa di quale sia stato il destino dell’ex primo ministro.
Questa “scomparsa mediatica” potrebbe essere strettamente legata alla decisione della Corte Suprema del Belgio di processare Ariel Sharon al termine del suo mandato per i numerosi crimini di guerra di cui si è reso colpevole nel corso della sua esistenza politica e militare. Questi crimini sembrano seguire una precisa ratio di pulizia etnica: Sharon ha attaccato e massacrato soprattutto profughi e civili. Li ha prima scacciati dai loro territori d’origine, per poi inseguirli e massacrarli, anche dopo 20 anni, nei luoghi in cui si erano rifugiati. Per proteggere Sharon dal processo era stato ucciso, il giorno precedente alla prima udienza processuale, Beika, il capo delle milizie libanesi – all’epoca alleate di Israele – che erano entrate per prime nei campi profughi di Sabra e Shatila l’11 settembre 1982, dando inizio al massacro di 1.700 persone. Spariva così un testimone scomodo, che avrebbe potuto essere di grande aiuto all’associazione dei parenti delle vittime - rappresentata dall’avvocato libanese Chibli Mallat – per incriminare l’ex capo di stato sionista. Quando far sparire i testimoni non è sufficiente, l’unica soluzione che resta è quella di far sparire, in un modo o nell’altro, anche l’imputato. E’ questo il motivo del limbo in cui i media occidentali hanno confinato la vita e le opere di Ariel Sharon?
Per esempio: qualcuno sa per caso cosa ne sia stato di Ariel Sharon? L’aguzzino sionista responsabile di molti orribili crimini, da Sabra e Chatila a Jenin, è scomparso da circa un anno dalle cronache e dalle pagine dei quotidiani. Di conseguenza, nessuno sembra ricordarsi più di lui. Un anno fa tutti i media avevano diffuso la notizia che Sharon era stato colpito da un ictus che lo aveva ridotto in fin di vita. Alcune agenzie avevano perfino riportato la notizia della sua morte clinica. Poi più nulla, Sharon è scomparso in uno di quegli oscuri sgabuzzini della storia in cui vengono tenuti al sicuro, fino al termine della loro esistenza fisica, gli ingranaggi del potere che hanno servito al loro scopo. Ripubblico la notizia della morte di Sharon così come era stata diffusa, il 5 gennaio del 2006, dal sito www.israelinsider.com :
Il Primo Ministro Ariel Sharon è morto (almeno clinicamente)
Fonti attendibili hanno riferito a IsraelInsider che il Primo Ministro Ariel Sharon è deceduto alle ore 11 di questa mattina. I canali televisivi israeliani riportano ancora le sue condizioni come “molto gravi”. Shlomo Mor-Yosef, direttore dello Hadassah Hospital, ha ufficialmente smentito le “voci” sul decesso ed ha affermato che le condizioni di Sharon sono “gravi ma stabili”.
Channel 10 riferisce che persone a lui vicine avrebbero affermato che Sharon ha subìto “danni cerebrali”. Una plausibile spiegazione che potrebbe conciliare quanto riferito dalle due fonti è che Sharon abbia subìto una morte cerebrale – assenza di attività encefalica – ma che il suo cuore continui a battere, mentre egli resta sotto anestetico e in respirazione artificiale.
Mor-Yosef, incontrando i giornalisti fuori dall’ospedale, ha detto che “il primo ministro presenta una lieve pressione intracraniale ed è sotto pesante sedativo. Rimarrà in respirazione artificiale almeno per le prossime 24 ore. Tutti i parametri che abbiamo a disposizione sono quelli ordinari, dopo un’operazione di questo tipo”.
Ha anche affermato di essere uscito per smentire le voci sulla morte di Sharon. “Sono venuto qui per aggiornarvi e per respingere le voci che si stanno diffondendo per il paese”, ha detto, riferendosi alle voci secondo le quali Sharon sarebbe già morto e la diffusione della notizia verrebbe dilazionata per un motivo o per l’altro.
“Sharon è ancora vivo”, uno Sharon mantenuto nell’unità di terapia intensiva chiamata Ynet. Eppure Channel 10 cita fonti “molto vicine al primo ministro” secondo le quali egli avrebbe subìto “danni cerebrali” – non si sa di quale entità – non collegati con gli effetti dell’operazione.
Mor-Yosef ha chiesto ai giornalisti di “cooperare in modo responsabile alla diffusione delle informazioni sulle condizioni del primo ministro”, aggiungendo: “Come direttore di Hadassah, sono obbligato a rendere nota ogni variazione nelle condizioni del primo ministro attraverso bollettini ospedalieri”.
Mor-Yosef non ha riferito inesattezze, tuttavia non ha neppure toccato l’argomento cruciale delle funzioni cerebrali, un argomento che è stato accuratamente evitato da tutti i responsabili dell’ospedale.
Uno dei fattori che avrebbero contribuito a mantenere una cappa d’incertezza sulla morte cerebrale, speculano alcune fonti, sarebbero legati agli effetti dell’annuncio sui mercati valutari.
Un’altro motivo sarebbe un presunto regolamento che vieta la pubblicazione della notizia della morte del primo ministro se non ad opera di un rappresentante ufficiale del governo, presumibilmente del Segretario di Gabinetto Yisrael Maimon.
Forse il motivo più importante di questa dilazione è la necessità di lasciare il tempo per la preparazione di funerali di Stato e per spedire gli inviti alla partecipazione ai capi di Stato mondiali. Stando alla procedura prevista, riferita da Emmanuel Rosen di Channel 10, Sharon sarà staccato da uno o più dei meccanismi di supporto vitale a cui è collegato nei prossimi uno o due giorni e ci sarebbe un’alta probabilità che egli non sia in grado di sopravvivere senza supporto. A questo punto, dice Rosen, si tratterà di prendere “la decisione più difficile”.
Secondo Channel 10 l’annuncio ufficiale della morte è previsto per domenica prossima, quando i mercati valutari sono chiusi, presumendo che questo tempo basti alla preparazione del viaggio per le autorità e per i leader ebraici.
In una conferenza stampa tenuta giovedì alle 20.00, Mor-Yosef aveva negato che Sharon fosse in stato vegetativo e che il cervello fosse ancora attivo.
Israel Insider ha poi ricevuto un’ulteriore conferma da una fonte di cui citiamo le esatte parole:
“L’agenzia Israel Resource News conferma che all’incirca a mezzogiorno di oggi, ora israeliana, i medici dello Hadassah Hospital e i responsabili della sicurezza del Ministero della Difesa Israeliano di Tel Aviv hanno congiuntamente riferito che il primo ministro Ariel Sharon è deceduto nel corso di un’operazione chirurgica.
L’agenzia Israel Resource News ha poi parlato sia con i responsabili dello Hadassah Hospital che con quelli del Ministero della Difesa Israeliano i quali avevano ricevuto, a mezzogiorno, la conferma ufficiale della morte di Sharon.
Ciò pone la questione: perché il governo d’Israele nega i rapporti sulla morte di Sharon?
Ci sono due possibili spiegazioni.
La prima è che, per un motivo o per l’altro, il governo intenda posticipare l’annuncio.
La seconda è che Sharon sia stato collegato ad un sistema di supporto vitale e che la sua morte sia “solo clinica”.
Dopo questo annuncio, di Sharon non si è saputo più nulla. E’ vivo? E’ morto? E’ ancora collegato alle macchine per il supporto vitale o è uscito dal coma? Nessuno lo sa. Nell’immaginario dell’occidente Ariel Sharon ha semplicemente cessato di essere un attore di primo piano ed è stato dimenticato per concentrarsi sui nuovi personaggi che la finzione della realtà mediatica offre giorno dopo giorno ai suoi spettatori. E’ da notare che il velo di silenzio e ambiguità che è calato sulle condizioni dell’ex primo ministro israeliano ha dato luogo ad alcune godibili gaffe istituzionali. Ad esempio Kim Howells, responsabile britannico per il Medio Oriente, in un discorso tenuto mercoledì ha parlato dei progressi ottenuti da Sharon nei rapporti con la Palestina e si è riferito a lui come se la sua morte fosse un dato assodato. “Se il primo ministro Sharon fosse ancora vivo...”, ha esordito Howells, per poi esitare e domandare imbarazzato agli ascoltatori: “Perché è morto, non è vero?”. I suoi collaboratori gli hanno allora rammentato la versione ufficiale, secondo la quale Sharon sarebbe ridotto in “stato d’incapacità” ma non morto. Howells, imbarazzato, ha glissato: “Beh, era facile fare questo sbaglio e io l’ho fatto”. L’episodio è significativo per sottolineare che neppure un responsabile britannico per il Medio Oriente ha un'idea precisa di quale sia stato il destino dell’ex primo ministro.
Questa “scomparsa mediatica” potrebbe essere strettamente legata alla decisione della Corte Suprema del Belgio di processare Ariel Sharon al termine del suo mandato per i numerosi crimini di guerra di cui si è reso colpevole nel corso della sua esistenza politica e militare. Questi crimini sembrano seguire una precisa ratio di pulizia etnica: Sharon ha attaccato e massacrato soprattutto profughi e civili. Li ha prima scacciati dai loro territori d’origine, per poi inseguirli e massacrarli, anche dopo 20 anni, nei luoghi in cui si erano rifugiati. Per proteggere Sharon dal processo era stato ucciso, il giorno precedente alla prima udienza processuale, Beika, il capo delle milizie libanesi – all’epoca alleate di Israele – che erano entrate per prime nei campi profughi di Sabra e Shatila l’11 settembre 1982, dando inizio al massacro di 1.700 persone. Spariva così un testimone scomodo, che avrebbe potuto essere di grande aiuto all’associazione dei parenti delle vittime - rappresentata dall’avvocato libanese Chibli Mallat – per incriminare l’ex capo di stato sionista. Quando far sparire i testimoni non è sufficiente, l’unica soluzione che resta è quella di far sparire, in un modo o nell’altro, anche l’imputato. E’ questo il motivo del limbo in cui i media occidentali hanno confinato la vita e le opere di Ariel Sharon?
IL PAESE DELLA LIBERTA'
di Gianluca Freda (17/03/2007 - 02:55)

LA RUSSIA E’ INCREDIBILMENTE LIBERA!
di Israel Shamir
da www.rense.com
Traduzione di Gianluca Freda
La Russia offre la “Volya”, l’illimitata e intraducibile libertà russa, come antidoto alla guerra contro le libertà altrimenti conosciuta come “guerra al terrorismo”. La Russia è incredibilmente libera o, se si preferisce, piena di “volya”: si può fumare nei ristoranti e nei bar, non si è obbligati ad allacciare le cinture, perfino i parcheggi sono gratuiti se disponibili. Cosa più importante, vi si può pubblicare praticamente qualsiasi cosa. Alla faccia di tutte le libertà disponibili in occidente, i russi possono essere gay o sfottere i gay, piangere l’olocausto o dispiacersi che sia finito troppo presto, essere femministe o maledirle, amare Israele o invocare una sua rapida dissoluzione. Già, ogni giornale occidentale liberale e di proprietà di ebrei lamenta la mancanza di libertà in Russia sotto il “sanguinario dittatore del KGB Putin” (o in Venezuela sotto il sanguinario dittatore Chavez, o a Cuba sotto il sanguinario dittatore Castro, chiunque non gli vada a genio è sempre un dittatore sanguinario, no?), ma in realtà i russi sono liberi dal politically correct e dall’obbligo di adorazione degli ebrei, queste due fastidiose caratteristiche dell’occidente post guerra fredda.
Di recente, un gruppo di scrittori russi è andato in Israele e lì ha incontrato i propri lettori: gli israeliani che parlano russo sono più di un milione. I lettori non ci hanno girato troppo intorno e hanno chiesto agli autori che giurassero fedeltà all’ideologia dominante: che condannassero l’Iran, glorificassero Israele quale fortezza della democrazia in Medio Oriente, denunciassero la vendita di armi agli arabi da parte della Russia e dessero uno schiaffo all’antisemitismo russo. Gli ebrei si sentono sempre creditori ed è facile che saltino fuori con delle pretese.
Un visitatore occidentale avrebbe consegnato la merce e poi magari se la sarebbe presa con la moglie. Negare l’eterno e onnipresente antisemitismo non è meglio che negare l’olocausto. Ma la Russia è un paese libero e quando i lettori hanno chiesto alla scrittrice russa Maria Arbatova di rivelare quanto avesse sofferto per l’antisemitismo e quanto sia terribile la vita sotto la dittatura di Putin, lei si è mostrata poco disponibile.
Scordatevelo, ha detto, la Russia di oggi è come la Parigi del 1960: abbiamo più eventi culturali in un giorno di quanti voi ne abbiate in un mese. Oggi la gloriosa Mosca è uno dei centri del mondo. Quanto a voi, noi siamo stufi di voi e anche gli arabi sono stufi di voi e delle vostre pretese. Il progetto dell’occidente è fallito ed è sopravvissuto alla sua stessa utilità. Se i miei figli dovessero anche solo pensare di trasferirsi in Israele, io gli direi: dovrete passare sul mio cadavere! La Russia non ha mai conosciuto l’antisemitismo. Io stessa non l’ho mai sperimentato in tutti i miei cinquant’anni di vita. Dite che gli ebrei non riescono a trovare lavoro? Una volta a mia madre, che era ebrea, è capitato di essere licenziata, ma ha trovato subito un altro lavoro, migliore del precedente, attraverso le conoscenze di famiglia.
Questa è stata la risposta che una scrittrice liberale russa di primo piano ha dato ai suoi lettori israeliani. Lungi dall’essere un nazionalista russo, il nonno della scrittrice femminista Maria Arbatova era un leader del movimento ebraico e il suo bisnonno era stato tra i fondatori del movimento sionista nella Russia degli Zar. Ma la sua risposta è stata universale e paradigmatica. In occidente solo Tony Jutt e Harold Pinter avrebbero avuto il coraggio di dire queste cose. Forse anche Philip Weiss. Ma tutti gli altri hanno ancora paura. Le parole che i vescovi tedeschi hanno pronunciato e poi rinnegato possono tranquillamente essere dette in Russia, da discendenti di ebrei o da chiunque altro. L’aura mistica degli ebrei è fuori moda in Russia, dove il politically correct è sconosciuto e dove le chiese sono piene di persone che si fanno gli auguri a vicenda dicendo “Cristo è risorto”. Invece di ritenersi ebrei da spaventare o offendere, come vorrebbe la teoria del multiculturalismo americano, molti miei amici moscoviti si considerano “semplicemente russi”, anche se hanno uno o due parenti ebrei; e con una percentuale di matrimoni misti prossima all’80% l’ebraicità in Russia è una cosa del passato. Molti di loro erano stati ingannati dalla propaganda sionista, ma hanno avuto tempo a sufficienza per accorgersene e per pentirsi della loro fretta.
Israele ce l’ha messa tutta per disilluderli: perfino gli ebrei russi molto ricchi finivano per trovarsi assai poco bene accetti nella propria “patria storica”. L’oligarca Gusinsky è stato sottoposto ad un’indagine penale e ogni volta che torna dalla sua casa in Spagna viene accompagnato direttamente al QG della polizia; uno dei più ricchi ebrei russi, Gaidamak, si è visto sequestrare il proprio conto bancario. Altri immigrati russi meno importanti sono stati maltrattati e sfruttati dalla vecchia classe dirigente israeliana e dai suoi eredi, proprio come vennero maltrattati e sfruttati gli esuli del Marocco quasi quarant’anni fa. Quasi nessuno di loro è riuscito a fare una carriera degna di menzione. La guerra eterna propugnata e sostenuta dai leader israeliani ha per loro poca attrattiva; i missili di Hezbollah gli hanno fatto capire che Israele non è più immune né invulnerabile e che un’eventuale prossima offensiva di Israele contro la Siria o l’Iran potrebbe provocare molte vittime tra i civili israeliani. Corrotto perfino per gli standard mediorientali, pieno di pregiudizi fino al parossismo, Israele è probabilmente il luogo meno attraente possibile per chi possieda dinamismo e iniziativa.
Ecco perché decine di migliaia di israeliani di origine russa ritornano in Russia e ritrovano il proprio vero paese e la propria vera casa nella loro terra natìa. L’idea sionista aveva un suo romantico fascino, ma queste cose non durano a lungo. Negli anni ’70 conobbi in Tanzania alcuni neri d’America che erano venuti in Africa spinti dall’onda romantica della ricerca delle proprie radici. Raramente la loro esperienza proseguì per più di cinque anni. Durante quel periodo, arrivarono a comprendere che erano americani, nel bene e nel male, e che gli africani erano organizzati in tante nazioni e tribù all’interno delle quali non avrebbero potuto riconoscersi. Non si può “tornare indietro” dopo duecento anni, figuriamoci dopo duemila.
Lo studioso russo Dan Axelrod di San Pietroburgo mi parlò una volta dei suoi parenti israeliani che sarebbero stati felici di tornare alla loro città e ricomprare gli appartamenti che avevano venduto dieci anni prima, ai tempi di Eltsin. L’unica cosa che glielo impediva era la triste circostanza che quegli appartamenti avevano visto decuplicare il proprio valore da allora. Axelrod non ha di questi problemi: figlio di genitori ebraici, va regolarmente in chiesa, osserva una stretta quaresima ortodossa, è sposato con una donna russa, ha fatto battezzare i suoi figli e ama la Russia che considera il suo paese. Sembra proprio che la Russia abbia trovato una soluzione alla questione ebraica, che non è quella della furia tedesca e nemmeno quella della sottomissione americana, bensì quella dell’assimilazione nell’amore cristiano. Il modello russo è l’unico che possa funzionare e alla fine funzionerà, anche in Palestina.
Ecco un altro dei motivi per cui la Russia di Putin è così odiata e denigrata dall’informazione ufficiale dell’occidente controllata dai sionisti, ed ecco perché è invece così amata dai sostenitori della Palestina. Uno svedese che è amico mio e della Palestina, Stefan L, mi ha scritto:
“Hai assolutamente ragione su Putin. Sarà anche ostaggio degli oligarchi, ma quando per un motivo o per l’altro dice la verità, noi lo amiamo, questa piccola spia dalla faccia di topo e dall’accento kalashnikov. E ogni volta che ci ricordiamo dell’esistenza di Eltsin, noi gli giuriamo eterna fedeltà”.
di Israel Shamir
da www.rense.com
Traduzione di Gianluca Freda
La Russia offre la “Volya”, l’illimitata e intraducibile libertà russa, come antidoto alla guerra contro le libertà altrimenti conosciuta come “guerra al terrorismo”. La Russia è incredibilmente libera o, se si preferisce, piena di “volya”: si può fumare nei ristoranti e nei bar, non si è obbligati ad allacciare le cinture, perfino i parcheggi sono gratuiti se disponibili. Cosa più importante, vi si può pubblicare praticamente qualsiasi cosa. Alla faccia di tutte le libertà disponibili in occidente, i russi possono essere gay o sfottere i gay, piangere l’olocausto o dispiacersi che sia finito troppo presto, essere femministe o maledirle, amare Israele o invocare una sua rapida dissoluzione. Già, ogni giornale occidentale liberale e di proprietà di ebrei lamenta la mancanza di libertà in Russia sotto il “sanguinario dittatore del KGB Putin” (o in Venezuela sotto il sanguinario dittatore Chavez, o a Cuba sotto il sanguinario dittatore Castro, chiunque non gli vada a genio è sempre un dittatore sanguinario, no?), ma in realtà i russi sono liberi dal politically correct e dall’obbligo di adorazione degli ebrei, queste due fastidiose caratteristiche dell’occidente post guerra fredda.
Di recente, un gruppo di scrittori russi è andato in Israele e lì ha incontrato i propri lettori: gli israeliani che parlano russo sono più di un milione. I lettori non ci hanno girato troppo intorno e hanno chiesto agli autori che giurassero fedeltà all’ideologia dominante: che condannassero l’Iran, glorificassero Israele quale fortezza della democrazia in Medio Oriente, denunciassero la vendita di armi agli arabi da parte della Russia e dessero uno schiaffo all’antisemitismo russo. Gli ebrei si sentono sempre creditori ed è facile che saltino fuori con delle pretese.
Un visitatore occidentale avrebbe consegnato la merce e poi magari se la sarebbe presa con la moglie. Negare l’eterno e onnipresente antisemitismo non è meglio che negare l’olocausto. Ma la Russia è un paese libero e quando i lettori hanno chiesto alla scrittrice russa Maria Arbatova di rivelare quanto avesse sofferto per l’antisemitismo e quanto sia terribile la vita sotto la dittatura di Putin, lei si è mostrata poco disponibile.
Scordatevelo, ha detto, la Russia di oggi è come la Parigi del 1960: abbiamo più eventi culturali in un giorno di quanti voi ne abbiate in un mese. Oggi la gloriosa Mosca è uno dei centri del mondo. Quanto a voi, noi siamo stufi di voi e anche gli arabi sono stufi di voi e delle vostre pretese. Il progetto dell’occidente è fallito ed è sopravvissuto alla sua stessa utilità. Se i miei figli dovessero anche solo pensare di trasferirsi in Israele, io gli direi: dovrete passare sul mio cadavere! La Russia non ha mai conosciuto l’antisemitismo. Io stessa non l’ho mai sperimentato in tutti i miei cinquant’anni di vita. Dite che gli ebrei non riescono a trovare lavoro? Una volta a mia madre, che era ebrea, è capitato di essere licenziata, ma ha trovato subito un altro lavoro, migliore del precedente, attraverso le conoscenze di famiglia.
Questa è stata la risposta che una scrittrice liberale russa di primo piano ha dato ai suoi lettori israeliani. Lungi dall’essere un nazionalista russo, il nonno della scrittrice femminista Maria Arbatova era un leader del movimento ebraico e il suo bisnonno era stato tra i fondatori del movimento sionista nella Russia degli Zar. Ma la sua risposta è stata universale e paradigmatica. In occidente solo Tony Jutt e Harold Pinter avrebbero avuto il coraggio di dire queste cose. Forse anche Philip Weiss. Ma tutti gli altri hanno ancora paura. Le parole che i vescovi tedeschi hanno pronunciato e poi rinnegato possono tranquillamente essere dette in Russia, da discendenti di ebrei o da chiunque altro. L’aura mistica degli ebrei è fuori moda in Russia, dove il politically correct è sconosciuto e dove le chiese sono piene di persone che si fanno gli auguri a vicenda dicendo “Cristo è risorto”. Invece di ritenersi ebrei da spaventare o offendere, come vorrebbe la teoria del multiculturalismo americano, molti miei amici moscoviti si considerano “semplicemente russi”, anche se hanno uno o due parenti ebrei; e con una percentuale di matrimoni misti prossima all’80% l’ebraicità in Russia è una cosa del passato. Molti di loro erano stati ingannati dalla propaganda sionista, ma hanno avuto tempo a sufficienza per accorgersene e per pentirsi della loro fretta.
Israele ce l’ha messa tutta per disilluderli: perfino gli ebrei russi molto ricchi finivano per trovarsi assai poco bene accetti nella propria “patria storica”. L’oligarca Gusinsky è stato sottoposto ad un’indagine penale e ogni volta che torna dalla sua casa in Spagna viene accompagnato direttamente al QG della polizia; uno dei più ricchi ebrei russi, Gaidamak, si è visto sequestrare il proprio conto bancario. Altri immigrati russi meno importanti sono stati maltrattati e sfruttati dalla vecchia classe dirigente israeliana e dai suoi eredi, proprio come vennero maltrattati e sfruttati gli esuli del Marocco quasi quarant’anni fa. Quasi nessuno di loro è riuscito a fare una carriera degna di menzione. La guerra eterna propugnata e sostenuta dai leader israeliani ha per loro poca attrattiva; i missili di Hezbollah gli hanno fatto capire che Israele non è più immune né invulnerabile e che un’eventuale prossima offensiva di Israele contro la Siria o l’Iran potrebbe provocare molte vittime tra i civili israeliani. Corrotto perfino per gli standard mediorientali, pieno di pregiudizi fino al parossismo, Israele è probabilmente il luogo meno attraente possibile per chi possieda dinamismo e iniziativa.
Ecco perché decine di migliaia di israeliani di origine russa ritornano in Russia e ritrovano il proprio vero paese e la propria vera casa nella loro terra natìa. L’idea sionista aveva un suo romantico fascino, ma queste cose non durano a lungo. Negli anni ’70 conobbi in Tanzania alcuni neri d’America che erano venuti in Africa spinti dall’onda romantica della ricerca delle proprie radici. Raramente la loro esperienza proseguì per più di cinque anni. Durante quel periodo, arrivarono a comprendere che erano americani, nel bene e nel male, e che gli africani erano organizzati in tante nazioni e tribù all’interno delle quali non avrebbero potuto riconoscersi. Non si può “tornare indietro” dopo duecento anni, figuriamoci dopo duemila.
Lo studioso russo Dan Axelrod di San Pietroburgo mi parlò una volta dei suoi parenti israeliani che sarebbero stati felici di tornare alla loro città e ricomprare gli appartamenti che avevano venduto dieci anni prima, ai tempi di Eltsin. L’unica cosa che glielo impediva era la triste circostanza che quegli appartamenti avevano visto decuplicare il proprio valore da allora. Axelrod non ha di questi problemi: figlio di genitori ebraici, va regolarmente in chiesa, osserva una stretta quaresima ortodossa, è sposato con una donna russa, ha fatto battezzare i suoi figli e ama la Russia che considera il suo paese. Sembra proprio che la Russia abbia trovato una soluzione alla questione ebraica, che non è quella della furia tedesca e nemmeno quella della sottomissione americana, bensì quella dell’assimilazione nell’amore cristiano. Il modello russo è l’unico che possa funzionare e alla fine funzionerà, anche in Palestina.
Ecco un altro dei motivi per cui la Russia di Putin è così odiata e denigrata dall’informazione ufficiale dell’occidente controllata dai sionisti, ed ecco perché è invece così amata dai sostenitori della Palestina. Uno svedese che è amico mio e della Palestina, Stefan L, mi ha scritto:
“Hai assolutamente ragione su Putin. Sarà anche ostaggio degli oligarchi, ma quando per un motivo o per l’altro dice la verità, noi lo amiamo, questa piccola spia dalla faccia di topo e dall’accento kalashnikov. E ogni volta che ci ricordiamo dell’esistenza di Eltsin, noi gli giuriamo eterna fedeltà”.
ECCO LA MENTE!
di Gianluca Freda (16/03/2007 - 01:36)

Ci voleva un carcere di torturatori come Guantanamo per costringere un poveraccio qualsiasi a dichiarare di essere il diavolo in persona. E ci voleva un giornalaccio come “Repubblica” per pubblicare un articolo su queste baggianate senza nemmeno farsi sfiorare dall’ombra del dubbio che una confessione di questo tenore suona non solo ridicola, ma anche sinistra per chi ha immaginazione sufficiente a figurarsi i metodi con cui dev’essere stata ottenuta. Khalid Sheikh Mohammed (qualcuno lo aveva mai sentito nominare prima di oggi?) avrebbe dunque: 1) Organizzato l’attacco alle torri del 1993 su commissione di Bin Laden. 2) Organizzato, con maggiore successo, l’attacco alle torri dell’11 settembre 2001, sempre su ordine di Babbo Nata..., pardon, di Bin Laden. 3) Rapito e decapitato Daniel Pearl (e io che ero ormai certo che l’uccisione di Pearl fosse stata una delle tante operazioni false flag del Mossad per avallare l’esistenza di un pericoloso gruppo terroristico internazionale denominato Al Qaeda. Oh come mi sbagliavo, oh come mi sbagliavo...). 4) Organizzato la strage di Bali. 5) Pianificato l’assassinio di Giovanni Paolo II (sfortunatamente gli è andata buca e ha dovuto pensarci l’alzheimer a portare a termine il lavoretto). 6) Pianificato l’assassinio di Jimmy Carter e Bill Clinton. 7) Organizzato il fallito “attentato” di Richard Reid, cioè la celeberrima pagliacciata del terrorista-con-l’-esplosivo-nelle-scarpe.
Che dire? Resta da stabilire chi abbia ucciso Baby Lindbergh, assassinato Kennedy, rapito la piccola Angela Celentano, progettato i delitti del mostro di Firenze e fregato i cerchioni della mia macchina, parcheggiata proprio sotto la finestra della mia stanza, in un lontano giorno del 2002. Un po’ di pazienza. Ancora un paio di mesi a Guantanamo e Khalid Sheikh Mohammed ci darà tutte le risposte di cui abbiamo bisogno. E non mi stupirebbe se, sempre lui, fosse anche tra gli organizzatori del rapimento di Mastrogiacomo. Dopotutto, guardate che faccia feroce! Che aura malvagia! Che occhi mefistofelici! Uno così può essere capace di tutto. E ad uno che ha l’aria di essere capace di tutto, si può addebitare di tutto, in caso di estrema necessità. Questa è la filosofia americana, che ha per cantori le carceri per diseredati, i bracci della morte, i centri di tortura come Guantanamo. E ha per pubblicisti i fogliacci come Repubblica, che non mettendo neppure in discussione l’ipotesi che una confessione ottenuta in un luogo di tortura sia perlomeno da prendere con le molle, avallano di fatto la tortura stessa e il meccanismo mediatico che la legittima e la perpetua. Repubblica, giornale di aguzzini, ha partecipato all’attuazione di questo perverso scempio dei princìpi del diritto occidentale. Ogni tanto qualcuno dei suoi giornalisti resta intrappolato negli ingranaggi della stessa spaventosa macchina che il giornale per cui lavora ha contribuito a mettere e mantenere in moto. Non mi consola, ma contribuisce a dare alle cose un senso e una consequenzialità peculiare che mi sono ormai familiari.
E' triste che di fronte alla foto di questo poveraccio pesto e lacero mi venga da ridere, ma non posso farne a meno. La "mente dell'11 settembre", come lo chiama Repubblica, più che dal reparto pianificazione e strategie di un consesso terroristico sembra uscito dalle spazzole di un autolavaggio in cui sia rimasto impigliato per il bavero della giacca. Se io fossi Bin Laden (o Babbo Natale, che è lo stesso) a uno così non farei organizzare nemmeno un torneo di briscola a coppie. Sarebbe questa la spaventosa minaccia terroristica per cui abbiamo portato la devastazione in Medio Oriente, ammazzato un paio di milioni di persone e buttato nel cesso i capisaldi delle nostre carte costituzionali?
Devono essere davvero disperati i neocon e i media che supportano la loro propaganda per uscirsene con una storiella così idiota, anche più idiota di quelle a cui ci hanno fino ad oggi abituato. Forse è per questo che mi viene da ridere: i neocon giudeo-americani e le loro armi di propaganda devono essere davvero arrivati alla frutta. D'altro canto, se uno dei quotidiani più letti d'Italia pubblica queste stronzate, vuol dire che c'è ancora parecchia gente che se le beve. A pensarci bene non c'è poi molto di cui stare allegri.
Che dire? Resta da stabilire chi abbia ucciso Baby Lindbergh, assassinato Kennedy, rapito la piccola Angela Celentano, progettato i delitti del mostro di Firenze e fregato i cerchioni della mia macchina, parcheggiata proprio sotto la finestra della mia stanza, in un lontano giorno del 2002. Un po’ di pazienza. Ancora un paio di mesi a Guantanamo e Khalid Sheikh Mohammed ci darà tutte le risposte di cui abbiamo bisogno. E non mi stupirebbe se, sempre lui, fosse anche tra gli organizzatori del rapimento di Mastrogiacomo. Dopotutto, guardate che faccia feroce! Che aura malvagia! Che occhi mefistofelici! Uno così può essere capace di tutto. E ad uno che ha l’aria di essere capace di tutto, si può addebitare di tutto, in caso di estrema necessità. Questa è la filosofia americana, che ha per cantori le carceri per diseredati, i bracci della morte, i centri di tortura come Guantanamo. E ha per pubblicisti i fogliacci come Repubblica, che non mettendo neppure in discussione l’ipotesi che una confessione ottenuta in un luogo di tortura sia perlomeno da prendere con le molle, avallano di fatto la tortura stessa e il meccanismo mediatico che la legittima e la perpetua. Repubblica, giornale di aguzzini, ha partecipato all’attuazione di questo perverso scempio dei princìpi del diritto occidentale. Ogni tanto qualcuno dei suoi giornalisti resta intrappolato negli ingranaggi della stessa spaventosa macchina che il giornale per cui lavora ha contribuito a mettere e mantenere in moto. Non mi consola, ma contribuisce a dare alle cose un senso e una consequenzialità peculiare che mi sono ormai familiari.
E' triste che di fronte alla foto di questo poveraccio pesto e lacero mi venga da ridere, ma non posso farne a meno. La "mente dell'11 settembre", come lo chiama Repubblica, più che dal reparto pianificazione e strategie di un consesso terroristico sembra uscito dalle spazzole di un autolavaggio in cui sia rimasto impigliato per il bavero della giacca. Se io fossi Bin Laden (o Babbo Natale, che è lo stesso) a uno così non farei organizzare nemmeno un torneo di briscola a coppie. Sarebbe questa la spaventosa minaccia terroristica per cui abbiamo portato la devastazione in Medio Oriente, ammazzato un paio di milioni di persone e buttato nel cesso i capisaldi delle nostre carte costituzionali?
Devono essere davvero disperati i neocon e i media che supportano la loro propaganda per uscirsene con una storiella così idiota, anche più idiota di quelle a cui ci hanno fino ad oggi abituato. Forse è per questo che mi viene da ridere: i neocon giudeo-americani e le loro armi di propaganda devono essere davvero arrivati alla frutta. D'altro canto, se uno dei quotidiani più letti d'Italia pubblica queste stronzate, vuol dire che c'è ancora parecchia gente che se le beve. A pensarci bene non c'è poi molto di cui stare allegri.
OOPS, CHE SBADATI...
di Gianluca Freda (12/03/2007 - 16:59)

Qualche giorno fa i ricercatori di internet che si interessano dell’11 settembre hanno fatto una scoperta straordinaria: la BBC, in quel fatidico giorno del 2001, aveva dato la notizia del crollo dell’Edificio 7 del World Trade Center con almeno 26 minuti d’anticipo rispetto al crollo effettivo. Per quei pochi che ancora non sapessero cos’è l’Edificio 7 faccio un breve riassunto. Si trattava di un grattacielo di 47 piani, vicino alle due torri e parte integrante del complesso del WTC, che crollò verticalmente sulle proprie fondamenta (proprio come le due torri) intorno alle 17.20 (ora di New York) ma senza motivo apparente. Infatti non era stato colpito da nessun aereo e la maggior parte dei danni che aveva subìto derivavano da un paio di incendi sviluppatisi all’interno dell’edificio. La versione del governo americano è che l’Edificio 7 sarebbe crollato perché la sua struttura era stata indebolita dagli incendi. Ora, è già difficilissimo credere che dei grattacieli possano crollare verticalmente su se stessi nell’arco di un’oretta a causa dell’impatto con un aereo. Credere che un palazzo di 47 piani crolli nello stesso modo in 7 ore a causa di un semplice incendio è una cosa del tutto impossibile e mai vista nella storia dell’edilizia mondiale.
L’Edificio 7, proprio come le Twin Towers, crollò perché era stato minato con esplosivi nei mesi precedenti. Esistono ormai innumerevoli prove di questo e la scoperta dei filmati “preveggenti” della BBC non ne è che l’ennesima dimostrazione. Si sapeva già in anticipo cosa sarebbe accaduto, essendo i crolli artificiali e non spontanei. Tutta l’informazione da fornire ai media per la copertura dell’evento era stata preparata in anticipo e i network come la BBC e la CNN si limitarono a ripetere ciò che veniva loro ordinato di dire, senza curarsi di verificarlo. Clamoroso il caso della giornalista Jane Standley, che ripete a pappagallo la notizia del crollo dell’Edificio 7 senza notare che proprio dietro di lei il grattacielo è ancora in piedi, e così rimarrà per ancora una ventina di minuti.
Tutte le informazioni relative a questo straordinario caso di precognizione mediatica potete trovarle in questo articolo di Marco Bollettino che ho già segnalato. Ma ora viene il bello. Perché la BBC, richiesta di fornire una spiegazione alle capacità precognitive dei suoi giornalisti, non ha trovato di meglio che darsi a una fuga precipitosa. In un comunicato ufficiale ha annunciato (cercate di non svenire) DI AVER PERSO TUTTI I NASTRI REGISTRATI ORIGINALI RELATIVI ALLA GIORNATA DELL’11 SETTEMBRE e di non essere dunque in grado di confermare o smentire quanto gli viene contestato. Si tratta ovviamente di una scusa assurda e penosa che non fa che confermare i sospetti di chi crede che i principali media siano stati parte attiva della cospirazione che ha portato il mondo all’orribile situazione attuale. Anzi, li conferma doppiamente. Infatti se la perdita dei nastri relativi all’evento finora più significativo del XXI secolo è qualcosa di inaudito, altrettanto inaudito è che nessuna TV o giornale occidentale abbia dato notizia dello smarrimento di questa preziosa documentazione filmata. Quando vennero smarriti i nastri del primo “allunaggio”, i giornali ne parlarono per giorni e giorni e altrettanta attenzione venne dedicata al loro ritrovamento. Della perdita dei nastri di un evento recente di cui il mondo sta ancora subendo le conseguenze, invece, nessuno si è occupato.
Naturalmente gli utenti di internet – a differenza di quelli televisivi – non sono tutti deficienti e non se la sono bevuta. Le balbettanti giustificazioni con cui Richard Porter, editor della BBC News, ha tentato di placare gli animi degli utenti non hanno fatto che generare un diluvio di e-mail e telefonate indignate con cui si chiede all’emittente di rendere note le fonti che permisero nel settembre del 2001 di annunciare il crollo del WTC7 con mezz’ora di anticipo. Tra le tante altre stupidaggini, Richard Porter scrive:
“Non abbiamo più i nastri originali relativi agli eventi dell’11 settembre (per ragioni di disattenzione, non di cospirazione). Perciò se qualcuno possiede una registrazione delle nostre trasmissioni, sarei felice se me le facesse avere. Possediamo ancora i nastri del nostro canale-gemello, News 24, ma essi, per un motivo o per l’altro, non aiutano a chiarire la situazione”.
Anche quest’ultima affermazione è una stronzata di impensabili proporzioni. Prima di tutto, infatti, se Porter desidera così ardentemente le registrazioni dei nastri della BBC, potrebbe comodamente scaricarseli da internet, come stanno già facendo gli utenti di mezzo mondo, e già che c’è potrebbe provare a spiegare il comportamento incredibile – e leggermente comico – di giornalisti come la Standley. Inoltre i nastri di BBC News 24, anche da soli, sarebbero già più che sufficienti per confermare che i giornalisti della BBC hanno gettato al vento una promettente carriera nel campo della chiaroveggenza. Ad esempio, il filmato del canale BBC News 24 di cui compare qui in alto un fotogramma, trasmesso, come si vede dall’orario sovraimpresso, l’11 settembre 2001 alle ore 21.54 inglesi (16.54 di New York) annuncia anch’esso il crollo dell’Edificio 7 con 26 minuti di anticipo. Se si tiene presente che i rapporti ufficiali della FEMA e del NIST sull’Edificio 7 parlano di un crollo improvviso e inaspettato, si può ben capire come Porter si stia arrampicando sugli specchi e nemmeno con eleganza.
La politica di archiviazione delle registrazioni filmate seguita dalla BBC è – come si può leggere sul suo sito – la seguente:
"Devono essere conservati i seguenti componenti:
- Due copie di qualità standard di ogni trasmissione radio o TV della BBC che sia stata trasmessa/pubblicata, una delle quali da conservare in un sito separato come “master”.
- Una versione da destinare a scopi di ricerca, per proteggere il materiale di trasmissione.
- Tutti i dati di supporto in grado di favorire la ricerca e il riutilizzo.
- Una selezione di materiale originale (cioè non andato in onda) per scopi di riutilizzo/revisione.
- Equipaggiamento hardware e software in grado di favorire la riproduzione e il trasferimento dei filmati".
Inoltre le regole aziendali prescrivono che “per ogni gruppo di registrazioni conservate o archiviate deve essere creato, come prescritto dalla Core Records Policy, un programma di conservazione. I periodi di conservazione vengono definiti in base allo stato e al valore di ogni registrazione”. Cioè le registrazioni vanno controllate a intervalli regolari per accertarsi del loro stato di conservazione e quanto più una registrazione è importante, tanto più frequenti devono essere i controlli. Evidentemente l’11 settembre 2001 è per i responsabili della BBC un evento meno importante dei campionati di polo, vista l’inaccuratezza dei controlli. I casi sono due: o la BBC sta mentendo spudoratamente o qualcuno ha violato con criminale leggerezza le stesse regole interne dell’azienda e questo dovrebbe bastare a far saltare un bel po’ di teste.
Devono essere veramente enormi le pressioni esercitate sui responsabili dell’emittente inglese se essi si mostrano disposti a mettere a repentaglio la propria reputazione e ad esporsi al ridicolo e agli insulti dei propri utenti piuttosto che rispondere in modo semplice, chiaro e diretto alle domande che gli vengono rivolte. Domande che, a differenza che in passato, oggi non resteranno più senza risposta. Se le risposte non verranno dai responsabili del network britannico, gli utenti di internet hanno in mano tutti gli elementi necessari per darsele da soli e dffonderle presso il grande pubblico. L’autorevolezza degli antichi media è in declino, quella del web è in ascesa. Questo i neocon giudeo-americani, organizzatori di quella sanguinosa truffa all’umanità che è stato l’11 settembre, non erano stati abbastanza preveggenti da prevederlo.
L’Edificio 7, proprio come le Twin Towers, crollò perché era stato minato con esplosivi nei mesi precedenti. Esistono ormai innumerevoli prove di questo e la scoperta dei filmati “preveggenti” della BBC non ne è che l’ennesima dimostrazione. Si sapeva già in anticipo cosa sarebbe accaduto, essendo i crolli artificiali e non spontanei. Tutta l’informazione da fornire ai media per la copertura dell’evento era stata preparata in anticipo e i network come la BBC e la CNN si limitarono a ripetere ciò che veniva loro ordinato di dire, senza curarsi di verificarlo. Clamoroso il caso della giornalista Jane Standley, che ripete a pappagallo la notizia del crollo dell’Edificio 7 senza notare che proprio dietro di lei il grattacielo è ancora in piedi, e così rimarrà per ancora una ventina di minuti.
Tutte le informazioni relative a questo straordinario caso di precognizione mediatica potete trovarle in questo articolo di Marco Bollettino che ho già segnalato. Ma ora viene il bello. Perché la BBC, richiesta di fornire una spiegazione alle capacità precognitive dei suoi giornalisti, non ha trovato di meglio che darsi a una fuga precipitosa. In un comunicato ufficiale ha annunciato (cercate di non svenire) DI AVER PERSO TUTTI I NASTRI REGISTRATI ORIGINALI RELATIVI ALLA GIORNATA DELL’11 SETTEMBRE e di non essere dunque in grado di confermare o smentire quanto gli viene contestato. Si tratta ovviamente di una scusa assurda e penosa che non fa che confermare i sospetti di chi crede che i principali media siano stati parte attiva della cospirazione che ha portato il mondo all’orribile situazione attuale. Anzi, li conferma doppiamente. Infatti se la perdita dei nastri relativi all’evento finora più significativo del XXI secolo è qualcosa di inaudito, altrettanto inaudito è che nessuna TV o giornale occidentale abbia dato notizia dello smarrimento di questa preziosa documentazione filmata. Quando vennero smarriti i nastri del primo “allunaggio”, i giornali ne parlarono per giorni e giorni e altrettanta attenzione venne dedicata al loro ritrovamento. Della perdita dei nastri di un evento recente di cui il mondo sta ancora subendo le conseguenze, invece, nessuno si è occupato.
Naturalmente gli utenti di internet – a differenza di quelli televisivi – non sono tutti deficienti e non se la sono bevuta. Le balbettanti giustificazioni con cui Richard Porter, editor della BBC News, ha tentato di placare gli animi degli utenti non hanno fatto che generare un diluvio di e-mail e telefonate indignate con cui si chiede all’emittente di rendere note le fonti che permisero nel settembre del 2001 di annunciare il crollo del WTC7 con mezz’ora di anticipo. Tra le tante altre stupidaggini, Richard Porter scrive:
“Non abbiamo più i nastri originali relativi agli eventi dell’11 settembre (per ragioni di disattenzione, non di cospirazione). Perciò se qualcuno possiede una registrazione delle nostre trasmissioni, sarei felice se me le facesse avere. Possediamo ancora i nastri del nostro canale-gemello, News 24, ma essi, per un motivo o per l’altro, non aiutano a chiarire la situazione”.
Anche quest’ultima affermazione è una stronzata di impensabili proporzioni. Prima di tutto, infatti, se Porter desidera così ardentemente le registrazioni dei nastri della BBC, potrebbe comodamente scaricarseli da internet, come stanno già facendo gli utenti di mezzo mondo, e già che c’è potrebbe provare a spiegare il comportamento incredibile – e leggermente comico – di giornalisti come la Standley. Inoltre i nastri di BBC News 24, anche da soli, sarebbero già più che sufficienti per confermare che i giornalisti della BBC hanno gettato al vento una promettente carriera nel campo della chiaroveggenza. Ad esempio, il filmato del canale BBC News 24 di cui compare qui in alto un fotogramma, trasmesso, come si vede dall’orario sovraimpresso, l’11 settembre 2001 alle ore 21.54 inglesi (16.54 di New York) annuncia anch’esso il crollo dell’Edificio 7 con 26 minuti di anticipo. Se si tiene presente che i rapporti ufficiali della FEMA e del NIST sull’Edificio 7 parlano di un crollo improvviso e inaspettato, si può ben capire come Porter si stia arrampicando sugli specchi e nemmeno con eleganza.
La politica di archiviazione delle registrazioni filmate seguita dalla BBC è – come si può leggere sul suo sito – la seguente:
"Devono essere conservati i seguenti componenti:
- Due copie di qualità standard di ogni trasmissione radio o TV della BBC che sia stata trasmessa/pubblicata, una delle quali da conservare in un sito separato come “master”.
- Una versione da destinare a scopi di ricerca, per proteggere il materiale di trasmissione.
- Tutti i dati di supporto in grado di favorire la ricerca e il riutilizzo.
- Una selezione di materiale originale (cioè non andato in onda) per scopi di riutilizzo/revisione.
- Equipaggiamento hardware e software in grado di favorire la riproduzione e il trasferimento dei filmati".
Inoltre le regole aziendali prescrivono che “per ogni gruppo di registrazioni conservate o archiviate deve essere creato, come prescritto dalla Core Records Policy, un programma di conservazione. I periodi di conservazione vengono definiti in base allo stato e al valore di ogni registrazione”. Cioè le registrazioni vanno controllate a intervalli regolari per accertarsi del loro stato di conservazione e quanto più una registrazione è importante, tanto più frequenti devono essere i controlli. Evidentemente l’11 settembre 2001 è per i responsabili della BBC un evento meno importante dei campionati di polo, vista l’inaccuratezza dei controlli. I casi sono due: o la BBC sta mentendo spudoratamente o qualcuno ha violato con criminale leggerezza le stesse regole interne dell’azienda e questo dovrebbe bastare a far saltare un bel po’ di teste.
Devono essere veramente enormi le pressioni esercitate sui responsabili dell’emittente inglese se essi si mostrano disposti a mettere a repentaglio la propria reputazione e ad esporsi al ridicolo e agli insulti dei propri utenti piuttosto che rispondere in modo semplice, chiaro e diretto alle domande che gli vengono rivolte. Domande che, a differenza che in passato, oggi non resteranno più senza risposta. Se le risposte non verranno dai responsabili del network britannico, gli utenti di internet hanno in mano tutti gli elementi necessari per darsele da soli e dffonderle presso il grande pubblico. L’autorevolezza degli antichi media è in declino, quella del web è in ascesa. Questo i neocon giudeo-americani, organizzatori di quella sanguinosa truffa all’umanità che è stato l’11 settembre, non erano stati abbastanza preveggenti da prevederlo.
TESTIMONI SGRADITI
di Gianluca Freda (11/03/2007 - 21:39)

Il racconto di un testimone di Auschwitz
di Thies Christophersen
Tratto da The Journal for Historical Review (http://www.ihr.org) Volume 6, n. 1, della primavera 1986
Traduzione di Gianluca Freda
Thies Christophersen, pioniere del revisionismo storico, morto in Germania a 79 anni il 13 febbraio del 1997, è autore del libro di memorie Die Auschwitz-Lüge (La menzogna di Auschwitz). In esso descrive le sue esperienze come ufficiale dell’esercito tedesco nel complesso di Auschwitz. La menzogna di Auschwitz, uscito nel 1973, suscitò un vespaio di polemiche in Germania e ne fu proibita la pubblicazione. Questo non impedì al libro di uscire dapprima in Svizzera e Danimarca con un’edizione in lingua tedesca e di essere poi tradotto in quasi tutte le principali lingue europee. Christophersen fu ovviamente perseguitato a causa del suo libro, fu arrestato con l’accusa di “sobillazione del popolo” e punito con un anno di carcere. Costretto a emigrare in Svizzera, Belgio e Danimarca, riuscì a sottrarsi alle richieste di estradizione da parte della Germania (la Danimarca le rifiutò sostenendo che Christophersen aveva un permesso di residenza e non aveva mai infranto la legge), ma non alla violenza degli “antifascisti” che fecero oggetto di continui attacchi la sua persona e le sue proprietà. Fu sottoposto all’immancabile aggressione dei media, che tra le tante falsità lo additarono come ex ufficiale delle SS. Quella che segue è una mia traduzione di un suo intervento pubblicato nel 1986 sul Journal for Historical Review.
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Il mio libretto, La menzogna di Auschwitz, è diventato un bestseller sotterraneo. E’ stato pubblicato in francese, spagnolo, olandese, danese e perfino in ungherese, oltre che naturalmente in diverse edizioni in lingua inglese. A dire il vero, non c’è nulla di notevole in La menzogna di Auschwitz, tranne il fatto che è stato scritto da qualcuno che ad Auschwitz c’è stato e che ha voluto registrare le proprie esperienze e i propri ricordi. La gente di solito preferisce leggere resoconti sensazionali e il mio libretto non appartiene certo a questo tipo di pubblicazioni.
Ho cercato, nello spirito di Martin Lutero, di parlare in modo positivo per indurre un miglioramento nelle cose. Ma sono stato accusato per questo motivo di “sobillazione del popolo” (Volksverhetzung). Ho trascorso un anno in prigione, nonostante l’accusa di sobillazione sia stata alla fine ritirata. Invece, le accuse di “oltraggio allo Stato” e di diffamazione degli ebrei, che godono adesso di una speciale tutela sotto questo profilo, non sono state ritirate. Sono anche stato accusato di oltraggio alla memoria dei defunti.
A questo proposito, il Conte Schenk von Stauffenberg si è presentato come co-querelante contro di me perché avevo definito suo padre un traditore. Neanche a me piacerebbe che mio padre venisse oltraggiato, perciò non mi sono offeso quando Stauffenberg junior ha cercato di riabilitare la memoria del suo. Nonostante ciò, non c’era alcuna necessità di sporgere una denuncia penale. Se mi avesse inviato una lettera per giustificare le azioni di suo padre, ne avrei certamente pubblicato il testo integrale sulla mia rivista. Naturalmente vi avrei anche aggiunto un commento, come faccio con tutte le lettere di critica dei miei lettori.
Vorrei descrivere alcune mie esperienze e osservazioni dopo la pubblicazione del mio rapporto testimoniale su Auschwitz. Quando scrissi il mio rapporto, mi si obiettò che, anche se ero nel campo e non avevo mai assistito a esecuzioni di massa tramite camere a gas, questo non implicava necessariamente che non ce ne fossero state. Eppure, io posso affermare con certezza che ad Auschwitz non vi furono gasazioni di massa.
Io non uso pseudonimi. Ho perfino fornito il mio indirizzo e numero di telefono. Ho ricevuto migliaia di lettere e telefonate. Molti di coloro che mi hanno contattato confermano le mie dichiarazioni, ma hanno paura a farlo pubblicamente. Alcuni di loro sono uomini delle SS che furono trattati brutalmente o perfino torturati durante la prigionia nei campi alleati.
Ho anche contattato immediatamente coloro che dicevano di saperne di più sulle gasazioni di massa. Le mie esperienze sono state esattamente le stesse del professore francese Paul Rassinier. Non ho mai trovato un testimone diretto. Invece, le persone che contattavo mi dicevano di aver conosciuto qualcuno che conosceva qualcun altro che gliene aveva parlato. Nella maggior parte dei casi i testimoni citati erano già morti. Altri presunti testimoni oculari iniziavano a farfugliare e balbettare quando gli ponevo domande precise. Perfino Simon Wiesenthal dovette infine ammettere di fronte ad un tribunale di Francoforte di non essere mai stato ad Auschwitz di persona. Tutte le testimonianze che ho ascoltato sono contraddittorie.
Sembra che ognuno racconti una storia diversa riguardo alle camere a gas. Non riescono nemmeno a mettersi d’accordo sul luogo in cui avrebbero dovuto essere situate. Questo vale anche per la cosiddetta ricerca storica, che è piena di contraddizioni.
Vorrei provare a spiegare da dove queste storie abbiano avuto origine. Quando racconto le favole ai miei nipotini, parlo spesso come se mi trovassi io stesso all’interno della storia, per fare in modo che i bambini ci credano. Molte persone hanno l’abitudine di abbellire ciò che raccontano. Alcuni si compiacciono di spingere altri a credere ai loro racconti inventati. Poi ci sono le cosiddette “bufale” (Latrinenparolen). Qualunque veterano ne conosce. Coloro che furono internati nei campi di prigionia amano particolarmente inventare e diffondere questo tipo di storie.
Perciò credo di poter spiegare da cosa ebbe origine la storia che ad Auschwitz i cadaveri venivano bruciati nei camini. Anche ad Auschwitz esistevano “bufale”. La mia cameriera, Olga, una volta parlò a mia madre, che era venuta a trovarmi ad Auschwitz, di un fuoco in cui le persone venivano bruciate. Chiesi di più a Olga. Non sapeva nulla di preciso, ma disse che in direzione di Bielitz si vedeva sempre un fuoco in lontananza. Andai con la macchina in quella direzione ma trovai soltanto un grosso impianto industriale dove pure venivano fatti lavorare i detenuti. Cercai per tutto il campo e ispezionai tutti i camini e le ciminiere. Ma non riuscii a trovare niente di sospetto. Domandai ai miei colleghi, ma mi risposero scrollando le spalle e dicendomi di non credere a tutte le “bufale”.
C’era davvero un crematorio ad Auschwitz. Del resto vivevano lì 200.000 persone e ogni città possiede un crematorio. E’ chiaro che lì moriva della gente, e non solo i detenuti. Ad esempio la moglie del Ten. Col. Caesar delle SS vi morì di tifo. All’epoca trovai quelle risposte soddisfacenti.
Oggi so molte più cose su questo argomento. Nel primo periodo, coloro che morivano ad Auschwitz venivano seppelliti, ma poi, a causa della presenza di acqua nel sottosuolo (già a un metro di profondità) in questa zona situata tra i fiumi Vistola e Sola, questa pratica non potè continuare. Un gruppo operativo guidato dal Sergente Moll delle SS (che aveva presieduto le scuole materne rurali di Raisko) fu incaricato di disseppellire i cadaveri e di bruciarli. Questa operazione fu eseguita utilizzando uno dei camini. Su questa procedura vennero ricamate le storie più incredibili. La televisione della Germania Occidentale ne ha perfino trasmesso una ripresa filmata, girata presumibilmente di nascosto da un uomo delle SS.
C’è un altro fattore che ha giocato un ruolo in tutto questo. Gli avvocati dei cosiddetti criminali di guerra tedeschi non sono del tutto privi di colpe. Ogni avvocato desidera la libertà per il proprio cliente e questo fece sì che molti avvocati accusassero spesso persone già morte dei crimini di cui i loro clienti erano imputati. Il sergente Moll delle SS fu ucciso in azione negli ultimi giorni di guerra.
In questo periodo ho anche ricevuto un resoconto da parte del cognato del comandante Rudolf Höss, che era a capo di Auschwitz. Egli vive a Flensburg, non lontano da casa mia. Il suo resoconto conferma, in linea di massima, le mie dichiarazioni. Nel campo furono certamente eseguite delle condanne a morte e anche alcuni prigionieri furono uccisi. Nel mio libro l’ho sottolineato. Ma queste esecuzioni non vennero compiute all’interno del campo. Altrimenti sarebbero state udite.
Non riesco a capire perché si definisca Auschwitz un campo di concentramento. Io lo considero un campo d’internamento. E’ risaputo che gli stranieri provenienti da paesi nemici vengono internati durante i periodi di guerra. Solitamente non vengono espulsi, allo scopo di impedire che si ritrovino a combattere contro il paese che li ospita.
Certo, si può argomentare che gli ebrei non potevano essere considerati cittadini di una nazione nemica. Dopo tutto lo stato di Israele sarebbe stato fondato soltanto dopo la guerra. Ma ciononostante, gli ebrei ci avevano già dichiarato guerra fin dal 1933, come riportò il London Daily Express del 24 marzo di quell’anno. Su questa base, l’internamento sarebbe stato giustificato fin da allora. Invece gli ebrei non vennero internati fino allo scoppio della guerra nel 1939, e anche allora non tutti insieme.
Io sono uno dei pochi che può ancora testimoniare quale fosse la vera situazione all’interno del campo di Auschwitz e questo ho fatto. Cosa ci ho guadagnato? Due anni in esilio e un anno in prigione. Anche se, con comprensibile prudenza, il mio verdetto non lo dice, è probabile che non sarei mai finito in carcere se non avessi scritto La menzogna di Auschwitz. L’accusa di “oltraggio allo Stato” era solo un pretesto. Non esiste un reato simile in nessun paese del mondo occidentale, neppure in quelli che sono ancora monarchie.
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Il mio libretto, La menzogna di Auschwitz, è diventato un bestseller sotterraneo. E’ stato pubblicato in francese, spagnolo, olandese, danese e perfino in ungherese, oltre che naturalmente in diverse edizioni in lingua inglese. A dire il vero, non c’è nulla di notevole in La menzogna di Auschwitz, tranne il fatto che è stato scritto da qualcuno che ad Auschwitz c’è stato e che ha voluto registrare le proprie esperienze e i propri ricordi. La gente di solito preferisce leggere resoconti sensazionali e il mio libretto non appartiene certo a questo tipo di pubblicazioni.
Ho cercato, nello spirito di Martin Lutero, di parlare in modo positivo per indurre un miglioramento nelle cose. Ma sono stato accusato per questo motivo di “sobillazione del popolo” (Volksverhetzung). Ho trascorso un anno in prigione, nonostante l’accusa di sobillazione sia stata alla fine ritirata. Invece, le accuse di “oltraggio allo Stato” e di diffamazione degli ebrei, che godono adesso di una speciale tutela sotto questo profilo, non sono state ritirate. Sono anche stato accusato di oltraggio alla memoria dei defunti.
A questo proposito, il Conte Schenk von Stauffenberg si è presentato come co-querelante contro di me perché avevo definito suo padre un traditore. Neanche a me piacerebbe che mio padre venisse oltraggiato, perciò non mi sono offeso quando Stauffenberg junior ha cercato di riabilitare la memoria del suo. Nonostante ciò, non c’era alcuna necessità di sporgere una denuncia penale. Se mi avesse inviato una lettera per giustificare le azioni di suo padre, ne avrei certamente pubblicato il testo integrale sulla mia rivista. Naturalmente vi avrei anche aggiunto un commento, come faccio con tutte le lettere di critica dei miei lettori.
Vorrei descrivere alcune mie esperienze e osservazioni dopo la pubblicazione del mio rapporto testimoniale su Auschwitz. Quando scrissi il mio rapporto, mi si obiettò che, anche se ero nel campo e non avevo mai assistito a esecuzioni di massa tramite camere a gas, questo non implicava necessariamente che non ce ne fossero state. Eppure, io posso affermare con certezza che ad Auschwitz non vi furono gasazioni di massa.
Io non uso pseudonimi. Ho perfino fornito il mio indirizzo e numero di telefono. Ho ricevuto migliaia di lettere e telefonate. Molti di coloro che mi hanno contattato confermano le mie dichiarazioni, ma hanno paura a farlo pubblicamente. Alcuni di loro sono uomini delle SS che furono trattati brutalmente o perfino torturati durante la prigionia nei campi alleati.
Ho anche contattato immediatamente coloro che dicevano di saperne di più sulle gasazioni di massa. Le mie esperienze sono state esattamente le stesse del professore francese Paul Rassinier. Non ho mai trovato un testimone diretto. Invece, le persone che contattavo mi dicevano di aver conosciuto qualcuno che conosceva qualcun altro che gliene aveva parlato. Nella maggior parte dei casi i testimoni citati erano già morti. Altri presunti testimoni oculari iniziavano a farfugliare e balbettare quando gli ponevo domande precise. Perfino Simon Wiesenthal dovette infine ammettere di fronte ad un tribunale di Francoforte di non essere mai stato ad Auschwitz di persona. Tutte le testimonianze che ho ascoltato sono contraddittorie.
Sembra che ognuno racconti una storia diversa riguardo alle camere a gas. Non riescono nemmeno a mettersi d’accordo sul luogo in cui avrebbero dovuto essere situate. Questo vale anche per la cosiddetta ricerca storica, che è piena di contraddizioni.
Vorrei provare a spiegare da dove queste storie abbiano avuto origine. Quando racconto le favole ai miei nipotini, parlo spesso come se mi trovassi io stesso all’interno della storia, per fare in modo che i bambini ci credano. Molte persone hanno l’abitudine di abbellire ciò che raccontano. Alcuni si compiacciono di spingere altri a credere ai loro racconti inventati. Poi ci sono le cosiddette “bufale” (Latrinenparolen). Qualunque veterano ne conosce. Coloro che furono internati nei campi di prigionia amano particolarmente inventare e diffondere questo tipo di storie.
Perciò credo di poter spiegare da cosa ebbe origine la storia che ad Auschwitz i cadaveri venivano bruciati nei camini. Anche ad Auschwitz esistevano “bufale”. La mia cameriera, Olga, una volta parlò a mia madre, che era venuta a trovarmi ad Auschwitz, di un fuoco in cui le persone venivano bruciate. Chiesi di più a Olga. Non sapeva nulla di preciso, ma disse che in direzione di Bielitz si vedeva sempre un fuoco in lontananza. Andai con la macchina in quella direzione ma trovai soltanto un grosso impianto industriale dove pure venivano fatti lavorare i detenuti. Cercai per tutto il campo e ispezionai tutti i camini e le ciminiere. Ma non riuscii a trovare niente di sospetto. Domandai ai miei colleghi, ma mi risposero scrollando le spalle e dicendomi di non credere a tutte le “bufale”.
C’era davvero un crematorio ad Auschwitz. Del resto vivevano lì 200.000 persone e ogni città possiede un crematorio. E’ chiaro che lì moriva della gente, e non solo i detenuti. Ad esempio la moglie del Ten. Col. Caesar delle SS vi morì di tifo. All’epoca trovai quelle risposte soddisfacenti.
Oggi so molte più cose su questo argomento. Nel primo periodo, coloro che morivano ad Auschwitz venivano seppelliti, ma poi, a causa della presenza di acqua nel sottosuolo (già a un metro di profondità) in questa zona situata tra i fiumi Vistola e Sola, questa pratica non potè continuare. Un gruppo operativo guidato dal Sergente Moll delle SS (che aveva presieduto le scuole materne rurali di Raisko) fu incaricato di disseppellire i cadaveri e di bruciarli. Questa operazione fu eseguita utilizzando uno dei camini. Su questa procedura vennero ricamate le storie più incredibili. La televisione della Germania Occidentale ne ha perfino trasmesso una ripresa filmata, girata presumibilmente di nascosto da un uomo delle SS.
C’è un altro fattore che ha giocato un ruolo in tutto questo. Gli avvocati dei cosiddetti criminali di guerra tedeschi non sono del tutto privi di colpe. Ogni avvocato desidera la libertà per il proprio cliente e questo fece sì che molti avvocati accusassero spesso persone già morte dei crimini di cui i loro clienti erano imputati. Il sergente Moll delle SS fu ucciso in azione negli ultimi giorni di guerra.
In questo periodo ho anche ricevuto un resoconto da parte del cognato del comandante Rudolf Höss, che era a capo di Auschwitz. Egli vive a Flensburg, non lontano da casa mia. Il suo resoconto conferma, in linea di massima, le mie dichiarazioni. Nel campo furono certamente eseguite delle condanne a morte e anche alcuni prigionieri furono uccisi. Nel mio libro l’ho sottolineato. Ma queste esecuzioni non vennero compiute all’interno del campo. Altrimenti sarebbero state udite.
Non riesco a capire perché si definisca Auschwitz un campo di concentramento. Io lo considero un campo d’internamento. E’ risaputo che gli stranieri provenienti da paesi nemici vengono internati durante i periodi di guerra. Solitamente non vengono espulsi, allo scopo di impedire che si ritrovino a combattere contro il paese che li ospita.
Certo, si può argomentare che gli ebrei non potevano essere considerati cittadini di una nazione nemica. Dopo tutto lo stato di Israele sarebbe stato fondato soltanto dopo la guerra. Ma ciononostante, gli ebrei ci avevano già dichiarato guerra fin dal 1933, come riportò il London Daily Express del 24 marzo di quell’anno. Su questa base, l’internamento sarebbe stato giustificato fin da allora. Invece gli ebrei non vennero internati fino allo scoppio della guerra nel 1939, e anche allora non tutti insieme.
Io sono uno dei pochi che può ancora testimoniare quale fosse la vera situazione all’interno del campo di Auschwitz e questo ho fatto. Cosa ci ho guadagnato? Due anni in esilio e un anno in prigione. Anche se, con comprensibile prudenza, il mio verdetto non lo dice, è probabile che non sarei mai finito in carcere se non avessi scritto La menzogna di Auschwitz. L’accusa di “oltraggio allo Stato” era solo un pretesto. Non esiste un reato simile in nessun paese del mondo occidentale, neppure in quelli che sono ancora monarchie.
VOLTATI, SCEMA!
di Gianluca Freda (11/03/2007 - 02:23)

Mi giunge notizia che qualche giorno fa Enrico Mentana, nella sua trasmissione su Canale 5, ha tentato ancora una volta di screditare le teorie che si oppongono alla ridicola versione ufficiale sull’11 settembre (quella dei terroristi-suicidi-dirottatori-con-taglierini-al-soldo-di-uno-sceicco-malvagio-
che-vive-nelle- caverne).
che-vive-nelle- caverne).
E’ pazzesco - ma terribilmente vero - che a quasi 6 anni dall’evento, dopo tutti i documentari e le prove raccolte su internet, esista ancora gente che crede alle panzane diffuse dall’amministrazione americana, dalla CIA e dal Mossad. Qualcuno che magari crede ancora alla reale esistenza di Bin Laden, questa versione incarognita di Babbo Natale col turbante al posto del cappello di feltro rosso con la pallina d’ovatta in fondo. La triste realtà è che l’11 settembre è stato progettato ed eseguito da poteri che con il mondo islamico hanno poco o nulla a che vedere. Sono stati i servizi segreti americani e israeliani, uniti ad un’amministrazione USA finita nelle mani di neocon ebrei, i veri organizzatori dell’attentato che ha dato inizio alla politica israelo-americana del XXI secolo, fungendo da pretesto per le sanguinose e vigliacche aggressioni che ne sono seguite. Ho dedicato su questo blog un bel po’ di spazio all’argomento e stavolta mi limito a segnalare due articoli che replicano alla puntata di Matrix di qualche giorno fa. Puntata che personalmente non ho visto, ma che mi dicono essere stata perfino più vergognosa di quelle che l’hanno preceduta.
Il primo articolo è un memorandum di Maurizio Blondet sulla questione degli “israeliani danzanti”, ben nota a chi ha seguito le indagini sugli avvenimenti dell’11 settembre (quelle vere su internet, non la pagliacciata messa in piedi dall’apposita commissione insabbiatrice).
Il secondo, documentatissimo intervento è sul crollo dell’Edificio 7 del WTC (noto anche come Solomon Brothers Building) ed è opera di Marco Bollettino (alias Ashoka) su Luogocomune.net, il sito che in Italia ha contribuito più di ogni altro a far conoscere la verità su ciò che era realmente avvenuto quella mattina di settembre del 2001. E’ incredibile, veramente incredibile il filmato della BBC raccolto in rete in cui la giornalista Jane Standley, imbeccata evidentemente a dovere dai centri di controllo dell’informazione, parla del WTC7 come se fosse già crollato da un pezzo senza nemmeno accorgersi che l’edificio appare ancora integro proprio alle sue spalle. E’ la miglior prova mai vista di ciò che vado dicendo da sempre, e cioè che i giornalisti televisivi non FANNO informazione ma si limitano a RIFERIRE un’informazione preconfezionata altrove, senza minimamente preoccuparsi di verificarla. Nemmeno quando, per farlo, basterebbe semplicemente voltarsi e usare i pr






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