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    Archivio Febbraio 2007

    CREMOSO E RASSODANTE

    by Gianluca Freda (14/02/2007 - 19:17)



    Una delle bufale più ridicole e macabre che siano mai state raccontate sull’Olocausto, è quella secondo la quale i tedeschi avrebbero fabbricato saponette dal grasso degli ebrei uccisi nei campi di concentramento. Questa leggenda si era diffusa negli anni della Seconda Guerra Mondiale – restando poi viva per decenni - insieme a moltissime altre, alcune delle quali, nonostante gli sforzi della storiografia seria, continuano ancor oggi a nutrire l’immaginario collettivo. La leggenda era nata dalla scritta “RIF” che compariva sulle tavolette di sapone distribuite dalle autorità tedesche nei ghetti ebraici e nei campi di concentramento e che secondo le voci di popolo sarebbe stata l’acronimo di “Rein juedisches Fett”, cioè “Puro grasso di ebreo”. In verità, se così fosse stato, la scritta avrebbe dovuto essere “RJF” e non “RIF”, ma queste sottigliezze non fermano l’immaginario popolare. Queste voci si erano diffuse negli anni 1941 e 1942, tanto che alla fine del ’42 le autorità tedesche di stanza in Polonia e Slovacchia avevano pubblicamente espresso la propria preoccupazione in merito. In realtà la scritta, più prosaicamente, stava a significare "Reichsstelle fr Industrielle Fettversorgung" cioè “Centro del Reich per la Produzione Industriale di Grasso”, un’agenzia tedesca che si occupava della produzione e distribuzione di saponi e detersivi in tempo di guerra. Paradossalmente questi prodotti, nonostante il nome del distributore, erano totalmente composti di materiali sintetici e non contenevano grassi, né umani né di altro tipo.

    Oggi quasi tutti gli storici ammettono che la storia della saponificazione degli ebrei era un’enorme sciocchezza. Come si legge nell’articolo in figura, perfino il museo dell’Olocausto in Israele ha dovuto ammettere, pur se a denti stretti, che si trattava di una bufala. Quello che non ammettono e non ammetteranno mai è che questa sciocchezza fu avallata, per decenni, da quasi tutta la comunità degli studiosi, dai media, dalle autorità militari e governative postbelliche e – quel che più conta – da molte persone sulle cui dichiarazioni e testimonianze si fonda quasi tutto ciò che oggi crediamo di sapere sul cosiddetto “Olocausto”. Nelle stesse carte del processo di Norimberga del 1945-46 quest’accusa viene definita “sicura e provata”. L. N. Smirnov, capo della consulenza legale dell’URSS a Norimberga, dichiarò al Tribunale: “Le stesse menti tecniche e razionali delle SS che crearono le camere a gas e i vagoni della morte, iniziarono a studiare metodi di completo annientamento dei corpi umani, che non solo avrebbero cancellato ogni traccia dei loro crimini, ma sarebbero anche serviti alla fabbricazione di certi prodotti”.

    Del resto, se qualcuno ha assistito ai recenti processi, gestiti dagli americani, contro Milosevic e Saddam Hussein, avrà un’idea di quanto siano affidabili i risultati dei processi che i vincitori intentano contro i nemici sconfitti.



    La storia di questa leggenda popolare è assai significativa per capire quale impatto possa avere una diceria, non importa quanto assurda, quando la sua diffusione viene controllata a scopo di propaganda da persone influenti e da potenti organizzazioni.

    Una di queste persone influenti era Ilya Ehrenburg, il feroce e fanatico attivista della propaganda sovietica di cui ho già parlato qualche giorno fa. Egli era solito esibire, nei suoi tour americani per la raccolta di fondi a favore dell’esercito sovietico, le famose saponette con la famosa scritta. Ehrenburg scrisse nelle sue memorie: “Ho tenuto nelle mie mani un pezzo di sapone che recava impressa la leggendaria scritta “Puro sapone di ebreo”, preparato dai cadaveri di persone che erano state uccise. Ma non c’è bisogno di parlare di queste cose: migliaia di libri sono stati scritti sull’argomento”.

    Ahimé, era vero. Migliaia di libri, di storia e non, hanno avallato per decenni questa colossale scempiaggine. Ad esempio un sussidiario per le scuole elementari canadesi intitolato Canada: The Twentieth Century raccontava ai bambini che i tedeschi “bollivano i cadaveri delle loro vittime ebree per fabbricare sapone”. Oppure un opuscolo intitolato “The Anatomy of Nazism”, distribuito dalla Anti-Defamation League (la stessa organizzazione sionista che sta facendo pressione sul governo italiano per far approvare il famigerato decreto Mastella contro il negazionismo), in cui si leggeva: “Il processo di brutalizzazione non terminava con gli omicidi di massa. Enormi quantità di sapone venivano fabbricate dai cadaveri degli uccisi”.

    Si tenga presente che Ilya Ehrenburg, l’uomo che contribuì alla diffusione di queste bufale, è lo stesso a cui dobbiamo la cifra (mai provata) di sei milioni di ebrei uccisi dal nazismo. Fu lui, infatti, a citarla per primo in uno dei suoi spaventosi articoli di guerra, diretti alle truppe sovietiche, pieni di incitazioni all’omicidio e allo stupro. L’articolo fu pubblicato sul settimanale “Soviet War News” (anzi: “Notizie di Guerra Sovietiche” in russo, prima che Ceratti mi faccia notare che i giornali russi non sono scritti in inglese) del 22 dicembre 1944. L’articolo si intitolava “Ricordate, ricordate, ricordate!”  (sempre in russo) e in esso Ehrenburg scriveva (in russo): “Chiedete a qualsiasi prigioniero tedesco perché mai i suoi compatrioti abbiano sterminato sei milioni di persone innocenti e lui vi risponderà semplicemente: 'Beh, erano ebrei'”. A voler essere del tutto preciso, dovrei dire che la cifra di sei milioni di ebrei morti circolava già da molti anni prima, prima ancora che iniziassero le deportazioni, fin dalla Prima Guerra Mondiale e da quando Hitler aveva i calzoni corti. Ma questo ci porterebbe troppo lontano e lo racconterò un’altra volta. Si tenga presente che perfino oggi si discute se gli americani, in territorio iracheno, abbiano massacrato 200.000 o 700.000 persone. L’idea che nel 1943 i sionisti potessero sapere con precisione se gli uccisi in territorio nemico fossero migliaia o milioni è pura follia.

    Un altro sostenitore della fola della saponificazione ebraica fu Simon Wiesenthal, il mitico “cacciatore di nazisti”. Chissà se il documentario di cui egli è stato recentemente ossequiato dal regista americano Richard Trank fa cenno alle fesserie di cui egli era solito farcire i suoi articoli. In un pezzo pubblicato nel 1946 sul giornale della comunità ebraica austriaca Der Neue Weg, Wiesenthal scriveva:

    “Nell’ultima settimana di marzo, la stampa rumena ha riportato una strana notizia: nella piccola città rumena di Folticeni venti scatole di sapone sono state seppellite nel locale cimitero ebraico con tanto di cerimonia e rito funebre completo. Questo sapone era stato recentemente ritrovato in un ex magazzino di armi tedesco. Sulle scatole vi erano le iniziali “RIF”, cioè “puro grasso di ebreo”. Queste scatole erano destinate alle Waffen-SS. La carta da imballaggio ha rivelato con spaventosa chiarezza che questo sapone era stato ricavato dai cadaveri degli ebrei. Sorprendentemente, i pur meticolosi tedeschi hanno dimenticato di precisare se il sapone fosse stato ricavato da bambini, ragazze, uomini o vecchi”.

    Wiesenthal proseguiva:

    “Dopo il 1942 i membri del Governo Generale [in Polonia] sapevano bene cosa significasse la scritta RIF sul sapone. Il mondo civilizzato non crederebbe alla gioia con cui i nazisti e le loro donne nel Governo Generale pensavano a questo sapone. In ogni saponetta vedevano un ebreo che era stato rinchiuso lì dentro come per magia, impedendogli di diventare un nuovo Freud, Ehrlich o Einstein”.

    Insomma, un concentrato di stupidaggini, razzismo e demonizzazione del nemico sconfitto degno di un leghista trevigiano. La leggenda del “sapone di ebreo” fu tenuta viva per molti decenni dagli ebrei che durante la guerra avevano vissuto nei ghetti e nei campi nazisti. Ancora nel 1980 Ben Edelbaum, nel suo memoriale Growing Up in the Holocaust, scriveva:

    “Spesso nei ghetti, insieme alle nostre razioni, i tedeschi ci fornivano pezzi di sapone su cui comparivano le iniziali R.J.F., conosciuti come “sapone RIF”. Solo dopo la fine della guerra apprendemmo la terribile verità su quel sapone. Se nel ghetto lo avessimo saputo, ad ogni saponetta RIF sarebbe stato accordato un sacro funerale ebraico al cimitero di Marysin. Purtroppo invece eravamo del tutto ignari della loro natura, e così usammo le ossa e la carne dei nostri cari che erano stati uccisi per lavare i nostri corpi”.

    Chi volesse approfondire l’evolversi di questa leggenda, può andare a leggersi (in inglese) il pezzo di Mark Weber dell’Institute for Historical Review da cui ho tratto alcuni degli articoli citati. Dovrebbe essere più che sufficiente per capire che, contrariamente a ciò che vorrebbero i sionisti della ADL e i loro servi nel governo italiano, tutta la storia delle deportazioni naziste e del nazismo stesso ha bisogno di essere ristudiata e riscritta da storici capaci di depurarla delle mitologie che l’hanno resa, fino ad oggi, irricevibile. Sempre che della storia e del nostro passato ancora ci interessi qualcosa.  


     


      

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    LE SOLITE SCUSE

    by Gianluca Freda (14/02/2007 - 02:30)


    IL PENTAGONO COLTO CON LE MANI NEL SACCO A TENTARE DI INCASTRARE L’IRAN
    L’Iran non produce proiettili di mortaio da 81 mm.

    di Kurt Nimmo
    dal sito GlobalResearch
    traduzione di Gianluca Freda

    Davvero stupenda l’impudenza con cui il Pentagono sta fabbricando prove fasulle contro l’Iran. Come scrivevo ieri, il proiettile da mortaio da 81 mm. presentato ai media compiacenti come “prova” che l’Iran sta rifornendo di armi gli sciiti iracheni, è chiaramente una bufala, poiché la data sul proiettile mostrato non appartiene al calendario musulmano e tutte le altre scritte sono chiaramante in inglese anziché in arabo, come sarebbe logico.

    Ma c’è di peggio.

    Come sottolinea una mail che ho recentemente ricevuto, l’Iran non fabbrica proiettili di mortaio da 81 mm. Secondo un rapporto fornito dal Centro Jaffee per gli Studi Strategici dell’Università di Tel Aviv, collegato al Centro Saban per la Politica Mediorientale presso il Brooking Institute (neocon), il proiettile da mortaio più piccolo fabbricato in Iran è l’M-30 da 107 mm. Questa informazione è contenuta nel rapporto del Centro Jaffee intitolato “Equilibrio Militare in Medio Oriente” aggiornato allo scorso febbraio. Lo si può leggere in questo file PDF a pagina 15. Secondo il Centro JaffeeEquilibrio Militare in Medio Oriente è la fonte più autorevole in fatto di armamenti mediorientali fin dal 1983”.  E’ una fortuna per noi che questi presuntuosi neocon non si curino neppure di controllare le loro elaborate menzogne – erroneamente descritte come “processo meccanico” – prima di darle in pasto al pubblico ignorante.

    Come ha detto alla Associated Press Mohammad Ali Hosseini, portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, “gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione nella fabbricazione di prove fasulle”, fatto indiscutibile e più che comprovato dalla prepazione dell’invasione dell’Iraq, quando i neocon affermarono che i palloni meteorologici iracheni servivano come armi biologiche e riciclarono goffamente la tesina di uno studente come prova che Saddam possedeva le armi di distruzione di massa.

    Considerata l’inverosimiglianza della truffa, non c’è da stupirsi che i cosiddetti “esperti” coinvolti nell’imbroglio abbiano chiesto a “un’ampia schiera di giornalisti” (poi identificati come fattorini e correttori di bozze) di “rimanere anonimi”, nel timore che le pernacchie gli venissero recapitate sotto il portone di casa.

    “Perché mai dei pubblici ufficiali americani dovrebbero voler nascondersi dietro il velo dell’anonimato mentre presentano prove dettagliate che l’Iran sta fornendo armamenti a forze antiamericane?” si meraviglia Eason Jordan. “Dopo settimane, se non mesi, che il governo degli Stati Uniti promette di presentare un dannato dossier contenente prove contro l’Iran e dopo che questa stessa amministrazione ci aveva fornito informazioni errate sulle capacità e le intenzioni malevole del regime di Saddam Hussein, il meglio che essa sa offrirci oggi è una prova incendiaria presentata in una conferenza stampa a Baghdad da tre ufficiali USA che rifiutano perfino di essere citati per nome?... Il popolo americano merita affermazioni precise fatte da ufficiali identificati”.

    Naturalmente queste “affermazioni precise” non arriveranno, né ora né quando l’Iran sarà stato distrutto, come l’Iraq lo è stato prima di lui.

    Forse, se saremo fortunati, in qualche momento del futuro i nomi di questi “esperti” emergeranno nel corso di un nuovo processo di Norimberga.

    Aggiunta.


    L’Iran non fabbrica proiettili di mortaio da 81 mm., ma il Pakistan sì. Confrontate la foto tratta dal catalogo di questi mercanti di morte con quella presentata come “prova” contro gli iraniani. Se si tolgono la punta a cono e le alette in fondo, sono quasi fratelli gemelli (vedi ingrandimento).

    E’ possibile che i neocon al Pentagono, nel tentativo di accusare gli iraniani e dare così inizio alla Quarta Guerra Mondiale, come essi stessi orgogliosamente la chiamano, stiano attribuendo al’Iran la paternità di armi pakistane? Considerata la lunga e sordida collaborazione tra CIA, il Pentagono e gli scellerati ISI pakistani, è probabile che sia proprio così.
      

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