Archivio Febbraio 2007
A VOLTE RINTRONANO
by Gianluca Freda (11/02/2007 - 05:31)

I miei interventi sull’Olocausto e sul revisionismo storico che lo riguarda hanno attirato l’attenzione di Alessandro Ceratti, lobbista del blog di Claudio Sabelli Fioretti e mia antica nemesi. Ceratti mi ha onorato di ben due commenti, uno nel mio blog e un altro in quello di Sabelli. Ahimé, l’avere nemesi così deboli fa male all’amor proprio più di una debellatio dialettica. Ceratti mi ricorda quel vecchio detto pacifista secondo il quale il miglior modo di vincere una guerra è quello di non combatterla. Egli è sicuramente un pacifista e almeno questo gli fa onore. Vince sempre perché con lui le battaglie non iniziano nemmeno. Non possiede le armi culturali, storiche e dialettiche per combatterle, a parte una stucchevole attitudine alla speculazione astratta degna di un filosofo benedettino che rischia di esplodergli tra le mani ogni volta che spara un proiettile. Perciò non si documenta. Non entra nel merito. Con rodata astuzia italica lascia che siano gli altri a stancarsi su carte, articoli e argomentazioni, deridendo i loro sforzi mentre si tiene prudentemente fuori dalla mischia. Possiede le poche idee a cui la televisione e i giornali danno il via libera e – come il Tom Parsons di Orwell – teme e maledice ogni devianza. Lo fa sentire più sicuro. Ama intitolare “Attacco frontale” i suoi interventi sul blog di Sabelli perché, essendo un pacifista e non uno stratega, non gli è ben chiara la differenza tra un attacco e una ritirata, nemmeno tanto strategica.
Le argomentazioni con cui Ceratti intenderebbe demolire gli articoli pubblicati sul mio blog si possono così riassumere:
1) Il mio blog è pieno di propaganda antisemita. (In realtà è pieno di documentazione antisionista, ma per spiegargli la differenza bisognerebbe aprire un altro blog. Non ne ho la forza. Mi arrendo).
2) Il libro di Finkelstein, che in Toscana non trovo neppure alle biblioteche centrali, a Milano si troverebbe, secondo lui, in tutte le librerie. (Complimenti ai lombardi per le loro numerose rivendite librarie antisemite).
3) Solo gli ebrei hanno diritto di ridimensionare l’Olocausto. Tutti gli altri lo fanno per biechi motivi strumentali, me compreso. (E quando sono proprio ebrei come Finkelstein a ridimensionarlo è buona educazione deviare immediatamente il discorso sulle librerie lombarde).
In sostanza: sull’Olocausto è meglio non indagare. Meglio parlare di antisemitismo e librerie milanesi. Si può solo accettarne o non accettarne la verità rivelata, in blocco e a scatola chiusa, come una scatoletta di Simmenthal. Prendere o lasciare. Mai indagare, verificare, puntualizzare. Chi ci prova è un bieco antisemita negazionista. A meno che non sia ebreo, nel qual caso può dire quel che vuole, basta che tutti gli altri non lo stiano a sentire e continuino a parlare di calcio e Pacs.
Gli piacerebbe, all’amico.
Devo dire che come antisemita non vado troppo fiero dei miei risultati. Infatti, su questo blog non faccio altro che citare e tradurre articoli e testi di autori ebrei: Gilad Atzmon, Uri Avnery, Israel Shamir, Israel Shahak, Norman Finkelstein, Rabbi Shaul Brach e tanti altri. Tutta gente che Ceratti, grande amico dei giudei, non ha probabilmente mai sentito nominare.
Io non starei qui a parlare di Olocausto se l’Olocausto e il suo mito non fossero diventati un argomento che minaccia la libertà e la vita di ciascuno di noi. Sono stato cresciuto – e ne sono contento – nella memoria della ferocia nazista. Mi è stato detto che il ricordo di quegli orrori doveva servire a mettere in guardia l’umanità dal ripercorrere quel sentiero di sangue. Era un nobile intento. Proprio per questo, fino a pochi anni fa, non mi ero mai curato di verificare nel dettaglio tutti i racconti sulle stragi e le deportazioni naziste. Certo, alcune cose mi sembravano assurde anche da bambino: gli ebrei trasformati in saponette, le camere a gas mascherate da docce, i forni crematori, avevano il sapore di fantasie popolari degne dei fratelli Grimm più che di fasi di attuazione di un progetto di sterminio verosimile. Ma che importava? Perché andare a mettere i puntini sulle “i” se il fine era quello (nobilissimo) di evitare altri genocidi? In fondo, non faceva differenza se i morti erano stati sei milioni o qualche migliaio. Una strage non ha bisogno di un numero eccessivo di zeri per essere definita come tale e per essere disgustosa. Se doveva servire da monito, l’Olocausto mi andava bene così com’era, con tutte le sue imprecisioni, falsità e fantasie che non aveva molto senso andare a stanare.
Poi un giorno mi sono accorto che lo scopo del mito dell’Olocausto non era quello che credevo, ma quello opposto. La sua memoria non serviva da monito contro i genocidi, ma da pretesto per giustificarne altri, perfino peggiori. I suoi elementi mitici e favolistici non servivano per sottolinearne l’orrore, ma per sminuire gli orrori altrui. Gli orrori che la popolazione palestinese subisce da ormai 70 anni tra deportazioni, arresti, bombardamenti, stragi quotidiane, massacri, carestie, demolizioni, espropri e un intero territorio, la Striscia di Gaza, trasformato nel più grande campo di sterminio della storia umana con 1,3 milioni di reclusi ridotti allo stremo. E senza nessun Ceratti che dia dell’antisemita agli aguzzini (lo sono a ragion veduta, essendo anche i Palestinesi discendenti di Sem, primogenito di Noè, quindi semiti). “Israele deve difendersi”, è il pretesto. Difendersi da un altro Olocausto. Ecco qual era lo scopo del mito. Creare una pietra di paragone così enorme che rispetto ad essa ogni altro Olocausto, per quanto agghiacciante, sembri un evento minore. Lo stesso attacco assassino contro il Libano dello scorso agosto, con le sue migliaia di morti, la stessa futura guerra contro l’Iran, che potrebbe essere nucleare, si fanno scudo delle vuote parole di propaganda di cui Ceratti si riempie la bocca: “Antisemita”; “Negazionista”. Dopo aver capito tutto questo, ho deciso che forse qualche puntino sulle “i” era il caso di metterlo.
Corro qualche rischio con questi puntini. David Irving, che ne aveva messo alcuni, è appena uscito di galera. Ernst Zundel è ancora in carcere e così pure Germar Rudolf, che commise l’imperdonabile errore di fornire la dimostrazione dell’impossibilità chimica delle camere a gas. Robert Faurisson è scampato per un pelo ad un processo in cui il pubblico ministero (un’ebrea) nella sua arringa conclusiva aveva invocato “la vendetta di Jahvé contro le labbra menzognere dell’imputato”. Ceratti, da buon italiano, non ama il rischio e Jahvé risparmierà le sue labbra.
La distorsione della memoria dell’Olocausto dovrebbe essere un insulto per tutti gli europei, ebrei e non, che soffrirono durante quel periodo storico. Limitare il revisionismo dell’Olocausto ai soli ebrei, come Ceratti suggerisce, oltre che improponibile sul piano delle libertà civili e della ricerca storica, sarebbe devastante per la nostra identità nazionale. Perché noi italiani – ma potrei dire: noi europei – a differenza di uno statunitense o di un australiano SAPPIAMO che nei campi di concentramento NON C’ERANO SOLO EBREI. C’erano anche i nostri padri e nonni partigiani, c’erano i nostri conoscenti oppositori politici dei regimi, c’erano gli uomini della resistenza slava, c’erano i padri e nonni dei nostri vicini catturati come prigionieri di guerra. C’erano anche cittadini qualsiasi che non erano nessuna di queste cose ma avevano avuto la sfortuna di incappare in uno di quei rastrellamenti in cui non si andava tanto per il sottile ed erano stati deportati ad Auschwitz o a Kahla. Noi europei SAPPIAMO, per averlo vissuto, che la destinazione dei campi nazisti a specifiche finalità di sterminio razziale è un’enorme menzogna. Basterebbe ricordarsene. Ma come in tutti i regimi di questo mondo, la funzione dei giorni della memoria è quella di cancellare la memoria.
Nel suo saggio Il meccanismo semiotico della cultura, Juri M. Lotman scriveva: “Se le formazioni sociali, nel loro periodo di ascesa, creano modelli flessibili e dinamici, capaci di fornire ampie possibilità per la memoria collettiva e adatti alla sua espansione, il declino sociale si accompagna, di regola, a un’ossificazione del meccanismo della memoria collettiva e a una crescente tendenza a ridurne il volume”.
Non credo esista sintomo più evidente del declino culturale e umano europeo che la nostra incapacità di confrontarci con la storia se non nelle forme schematiche e sclerotiche con cui i mezzi di comunicazione di massa ce la offrono, già imballata e infiocchettata. Sono altri paesi, come l’Iran, che con i loro pregi e difetti offrono oggi agli studiosi l’opportunità di liberare la memoria del passato dalla sua confezione per restituirle la duttilità che la rende presenza viva. Inutile dire a quale dei due mondi appartiene il passato e, dunque, il futuro.
Le argomentazioni con cui Ceratti intenderebbe demolire gli articoli pubblicati sul mio blog si possono così riassumere:
1) Il mio blog è pieno di propaganda antisemita. (In realtà è pieno di documentazione antisionista, ma per spiegargli la differenza bisognerebbe aprire un altro blog. Non ne ho la forza. Mi arrendo).
2) Il libro di Finkelstein, che in Toscana non trovo neppure alle biblioteche centrali, a Milano si troverebbe, secondo lui, in tutte le librerie. (Complimenti ai lombardi per le loro numerose rivendite librarie antisemite).
3) Solo gli ebrei hanno diritto di ridimensionare l’Olocausto. Tutti gli altri lo fanno per biechi motivi strumentali, me compreso. (E quando sono proprio ebrei come Finkelstein a ridimensionarlo è buona educazione deviare immediatamente il discorso sulle librerie lombarde).
In sostanza: sull’Olocausto è meglio non indagare. Meglio parlare di antisemitismo e librerie milanesi. Si può solo accettarne o non accettarne la verità rivelata, in blocco e a scatola chiusa, come una scatoletta di Simmenthal. Prendere o lasciare. Mai indagare, verificare, puntualizzare. Chi ci prova è un bieco antisemita negazionista. A meno che non sia ebreo, nel qual caso può dire quel che vuole, basta che tutti gli altri non lo stiano a sentire e continuino a parlare di calcio e Pacs.
Gli piacerebbe, all’amico.
Devo dire che come antisemita non vado troppo fiero dei miei risultati. Infatti, su questo blog non faccio altro che citare e tradurre articoli e testi di autori ebrei: Gilad Atzmon, Uri Avnery, Israel Shamir, Israel Shahak, Norman Finkelstein, Rabbi Shaul Brach e tanti altri. Tutta gente che Ceratti, grande amico dei giudei, non ha probabilmente mai sentito nominare.
Io non starei qui a parlare di Olocausto se l’Olocausto e il suo mito non fossero diventati un argomento che minaccia la libertà e la vita di ciascuno di noi. Sono stato cresciuto – e ne sono contento – nella memoria della ferocia nazista. Mi è stato detto che il ricordo di quegli orrori doveva servire a mettere in guardia l’umanità dal ripercorrere quel sentiero di sangue. Era un nobile intento. Proprio per questo, fino a pochi anni fa, non mi ero mai curato di verificare nel dettaglio tutti i racconti sulle stragi e le deportazioni naziste. Certo, alcune cose mi sembravano assurde anche da bambino: gli ebrei trasformati in saponette, le camere a gas mascherate da docce, i forni crematori, avevano il sapore di fantasie popolari degne dei fratelli Grimm più che di fasi di attuazione di un progetto di sterminio verosimile. Ma che importava? Perché andare a mettere i puntini sulle “i” se il fine era quello (nobilissimo) di evitare altri genocidi? In fondo, non faceva differenza se i morti erano stati sei milioni o qualche migliaio. Una strage non ha bisogno di un numero eccessivo di zeri per essere definita come tale e per essere disgustosa. Se doveva servire da monito, l’Olocausto mi andava bene così com’era, con tutte le sue imprecisioni, falsità e fantasie che non aveva molto senso andare a stanare.
Poi un giorno mi sono accorto che lo scopo del mito dell’Olocausto non era quello che credevo, ma quello opposto. La sua memoria non serviva da monito contro i genocidi, ma da pretesto per giustificarne altri, perfino peggiori. I suoi elementi mitici e favolistici non servivano per sottolinearne l’orrore, ma per sminuire gli orrori altrui. Gli orrori che la popolazione palestinese subisce da ormai 70 anni tra deportazioni, arresti, bombardamenti, stragi quotidiane, massacri, carestie, demolizioni, espropri e un intero territorio, la Striscia di Gaza, trasformato nel più grande campo di sterminio della storia umana con 1,3 milioni di reclusi ridotti allo stremo. E senza nessun Ceratti che dia dell’antisemita agli aguzzini (lo sono a ragion veduta, essendo anche i Palestinesi discendenti di Sem, primogenito di Noè, quindi semiti). “Israele deve difendersi”, è il pretesto. Difendersi da un altro Olocausto. Ecco qual era lo scopo del mito. Creare una pietra di paragone così enorme che rispetto ad essa ogni altro Olocausto, per quanto agghiacciante, sembri un evento minore. Lo stesso attacco assassino contro il Libano dello scorso agosto, con le sue migliaia di morti, la stessa futura guerra contro l’Iran, che potrebbe essere nucleare, si fanno scudo delle vuote parole di propaganda di cui Ceratti si riempie la bocca: “Antisemita”; “Negazionista”. Dopo aver capito tutto questo, ho deciso che forse qualche puntino sulle “i” era il caso di metterlo.
Corro qualche rischio con questi puntini. David Irving, che ne aveva messo alcuni, è appena uscito di galera. Ernst Zundel è ancora in carcere e così pure Germar Rudolf, che commise l’imperdonabile errore di fornire la dimostrazione dell’impossibilità chimica delle camere a gas. Robert Faurisson è scampato per un pelo ad un processo in cui il pubblico ministero (un’ebrea) nella sua arringa conclusiva aveva invocato “la vendetta di Jahvé contro le labbra menzognere dell’imputato”. Ceratti, da buon italiano, non ama il rischio e Jahvé risparmierà le sue labbra.
La distorsione della memoria dell’Olocausto dovrebbe essere un insulto per tutti gli europei, ebrei e non, che soffrirono durante quel periodo storico. Limitare il revisionismo dell’Olocausto ai soli ebrei, come Ceratti suggerisce, oltre che improponibile sul piano delle libertà civili e della ricerca storica, sarebbe devastante per la nostra identità nazionale. Perché noi italiani – ma potrei dire: noi europei – a differenza di uno statunitense o di un australiano SAPPIAMO che nei campi di concentramento NON C’ERANO SOLO EBREI. C’erano anche i nostri padri e nonni partigiani, c’erano i nostri conoscenti oppositori politici dei regimi, c’erano gli uomini della resistenza slava, c’erano i padri e nonni dei nostri vicini catturati come prigionieri di guerra. C’erano anche cittadini qualsiasi che non erano nessuna di queste cose ma avevano avuto la sfortuna di incappare in uno di quei rastrellamenti in cui non si andava tanto per il sottile ed erano stati deportati ad Auschwitz o a Kahla. Noi europei SAPPIAMO, per averlo vissuto, che la destinazione dei campi nazisti a specifiche finalità di sterminio razziale è un’enorme menzogna. Basterebbe ricordarsene. Ma come in tutti i regimi di questo mondo, la funzione dei giorni della memoria è quella di cancellare la memoria.
Nel suo saggio Il meccanismo semiotico della cultura, Juri M. Lotman scriveva: “Se le formazioni sociali, nel loro periodo di ascesa, creano modelli flessibili e dinamici, capaci di fornire ampie possibilità per la memoria collettiva e adatti alla sua espansione, il declino sociale si accompagna, di regola, a un’ossificazione del meccanismo della memoria collettiva e a una crescente tendenza a ridurne il volume”.
Non credo esista sintomo più evidente del declino culturale e umano europeo che la nostra incapacità di confrontarci con la storia se non nelle forme schematiche e sclerotiche con cui i mezzi di comunicazione di massa ce la offrono, già imballata e infiocchettata. Sono altri paesi, come l’Iran, che con i loro pregi e difetti offrono oggi agli studiosi l’opportunità di liberare la memoria del passato dalla sua confezione per restituirle la duttilità che la rende presenza viva. Inutile dire a quale dei due mondi appartiene il passato e, dunque, il futuro.
LA SUA MEMORIA
by Gianluca Freda (11/02/2007 - 00:00)

L’uomo ritratto nella foto qui sopra si chiamava Ilya Grigoryevich Ehrenburg (1891-1967). Ebreo sovietico, nato a Kiev, giornalista e scrittore, fu uno dei più attivi portavoce dell’URSS durante la Seconda Guerra Mondiale. Fu autore di un gran numero di poesie, racconti, libri di viaggio, articoli, saggi e opere letterarie. Due suoi romanzi, Padeniye Parizha (La caduta di Parigi, 1941) e Burya (La Tempesta, 1948) vinsero il Premio Stalin. Il che fa capire che, rispetto al sanguinario regime staliniano, Ehrenburg non era esattamente un dissidente. Girò l’Europa occidentale in lungo e in largo, risiedendo a Parigi per molti anni. Di tutti gli autori sovietici fu certamente il più cosmopolita, anche se è difficile definirlo il più coraggioso. Fu infatti solo dopo la morte di Stalin che Ehrenburg si decise a pubblicare un romanzo (Il Disgelo, 1954) in cui si faceva cenno ai crimini e alle repressioni del regime che lo aveva riempito di onori, premi e celebrità. Un autentico cuor di leone.
Ehrenburg era stato, negli anni della guerra, membro del Comitato Antifascista Ebraico finanziato dai sovietici a scopo propagandistico. Instancabile attivista, non mancava di partecipare a qualsiasi iniziativa per la raccolta di fondi, in particolare negli Stati Uniti, dove amava stupire i partecipanti con l’esibizione di saponette che (a suo dire) sarebbero state fabbricate dai tedeschi utilizzando i cadaveri degli ebrei uccisi nei campi di concentramento. Si trattava di una scempiaggine, ma le leggende popolari di questo tipo attecchiscono subito all’immaginario collettivo. Ricordo che, da bambino, la storiella degli ebrei saponificati era fonte, tra noi scolari, di un’infinita quantità di scherzi e barzellette. Ancora oggi c'è un sacco di gente che continua a prenderla sul serio.
Ehrenburg odiava i tedeschi di un odio feroce. Non è ben chiaro quanto di questo odio fosse dettato dalla sua condizione di ebreo e quanto dal suo lavoro di propagandista filosovietico. Negli anni della Seconda Guerra Mondiale i suoi articoli erano un’incessante incitazione alle truppe sovietiche perché uccidessero quanti più tedeschi possibile, non importa se militari, civili, uomini, donne o bambini. Ora, negli anni della Seconda Guerra Mondiale le ragioni per odiare i tedeschi erano molte e non certo ingiustificate, ma Ehrenburg esagerava. In un volantino propagandistico scritto di suo pugno ed intitolato, con impeccabile chiarezza programmatica, “Kill!”, si incitavano i soldati sovietici a trattare i tedeschi dei paesi conquistati come esseri subumani. Il volantino si concludeva con queste parole:
“I tedeschi non sono esseri umani. Da oggi in poi, la parola “tedesco” sarà la più orribile delle maledizioni. Da oggi in poi la parola “tedesco” sarà per noi una ferita nella carne viva. Noi non abbiamo niente da discutere. Noi non proveremo emozione. Noi uccideremo. Se non avrete ucciso almeno un tedesco durante il giorno, quel giorno sarà stato sprecato. [...] Se non riuscite a uccidere un tedesco con un proiettile, allora uccidetelo con la vostra baionetta. Se il vostro fronte è tranquillo e non ci sono combattimenti, allora uccidete un tedesco per passare il tempo. Se avete già ucciso un tedesco, uccidetene un altro. Non c’è niente di più divertente per noi di un cumulo di cadaveri tedeschi. Non contate i giorni, non contate i chilometri. Contate una cosa soltanto: il numero di tedeschi che avete ucciso. Uccidete i tedeschi! [...] Uccidete i tedeschi! Uccideteli!”
Ehrenburg faceva appello agli istinti più feroci dell’esercito sovietico che dilagava per l’Europa dopo aver respinto l’avanzata nazista. In tutti gli altri suoi volantini, la litania, impregnata di un razzismo che a quello nazista non aveva proprio nulla da invidiare, è sempre la stessa:
“Dobbiamo uccidere i tedeschi. [...] Vi sentite ammalati? Vi sembra di avere un incubo nel petto? [...] Uccidete un tedesco. Se siete uomini giusti e di coscienza, uccidete un tedesco [...]. Uccidete!”
E ancora, con esplicita incitazione allo stupro: “Uccidete! Uccidete! Nella razza tedesca c’è solo malvagità. Non uno tra i vivi, non uno tra i nascituri è altro che male. Seguite i precetti del compagno Stalin. Schiacciate la bestia fascista nella sua tana una volta per tutte! Usate la violenza per spezzare l’orgoglio razziale delle donne tedesche. Prendetele come vostro legittimo bottino. Uccidete! Mentre dilagate come la tempesta, uccidete, valorosi soldati dell’Armata Rossa!”
Potremmo parlare di Ilya Ehrenburg come uno dei tanti mostri folli e assetati di sangue che le guerre non mancano mai di partorire o di creare dal nulla. Ma se sto parlando di lui è perché il 22 dicembre 1944 fu proprio Ehrenburg, questo razzista psicopatico, a menzionare per la prima volta la cifra di “sei milioni” di ebrei uccisi dal nazionalsocialismo e a introdurre poi questo numero cabalistico nella propaganda sovietica. Da lì, questo numero si diffuse in tutta Europa e nel mondo. Dopo la guerra, fu Ehrenburg a scrivere, insieme al collega Vasily Grossman, anch’egli attivista della propaganda sovietica, il famoso “Libro Nero” su cui si fondò la leggenda dell’Olocausto come la conosciamo. Prima di morire Ehrenburg diede disposizione affinché i suoi archivi privati venissero donati allo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto a Gerusalemme.
“La storia è un mucchio di bugie”, diceva Henry Ford. Probabilmente è vero, ma a volte, come ogni bugiardo, ama fornire indizi per essere smascherata. Ehrenburg era nato il 27 gennaio 1891. Ancora oggi, in quella data, il mondo celebra la memoria dell’immensa menzogna che egli fu capace di immaginare e radicare nella nostra cultura.
Ehrenburg era stato, negli anni della guerra, membro del Comitato Antifascista Ebraico finanziato dai sovietici a scopo propagandistico. Instancabile attivista, non mancava di partecipare a qualsiasi iniziativa per la raccolta di fondi, in particolare negli Stati Uniti, dove amava stupire i partecipanti con l’esibizione di saponette che (a suo dire) sarebbero state fabbricate dai tedeschi utilizzando i cadaveri degli ebrei uccisi nei campi di concentramento. Si trattava di una scempiaggine, ma le leggende popolari di questo tipo attecchiscono subito all’immaginario collettivo. Ricordo che, da bambino, la storiella degli ebrei saponificati era fonte, tra noi scolari, di un’infinita quantità di scherzi e barzellette. Ancora oggi c'è un sacco di gente che continua a prenderla sul serio.
Ehrenburg odiava i tedeschi di un odio feroce. Non è ben chiaro quanto di questo odio fosse dettato dalla sua condizione di ebreo e quanto dal suo lavoro di propagandista filosovietico. Negli anni della Seconda Guerra Mondiale i suoi articoli erano un’incessante incitazione alle truppe sovietiche perché uccidessero quanti più tedeschi possibile, non importa se militari, civili, uomini, donne o bambini. Ora, negli anni della Seconda Guerra Mondiale le ragioni per odiare i tedeschi erano molte e non certo ingiustificate, ma Ehrenburg esagerava. In un volantino propagandistico scritto di suo pugno ed intitolato, con impeccabile chiarezza programmatica, “Kill!”, si incitavano i soldati sovietici a trattare i tedeschi dei paesi conquistati come esseri subumani. Il volantino si concludeva con queste parole:
“I tedeschi non sono esseri umani. Da oggi in poi, la parola “tedesco” sarà la più orribile delle maledizioni. Da oggi in poi la parola “tedesco” sarà per noi una ferita nella carne viva. Noi non abbiamo niente da discutere. Noi non proveremo emozione. Noi uccideremo. Se non avrete ucciso almeno un tedesco durante il giorno, quel giorno sarà stato sprecato. [...] Se non riuscite a uccidere un tedesco con un proiettile, allora uccidetelo con la vostra baionetta. Se il vostro fronte è tranquillo e non ci sono combattimenti, allora uccidete un tedesco per passare il tempo. Se avete già ucciso un tedesco, uccidetene un altro. Non c’è niente di più divertente per noi di un cumulo di cadaveri tedeschi. Non contate i giorni, non contate i chilometri. Contate una cosa soltanto: il numero di tedeschi che avete ucciso. Uccidete i tedeschi! [...] Uccidete i tedeschi! Uccideteli!”
Ehrenburg faceva appello agli istinti più feroci dell’esercito sovietico che dilagava per l’Europa dopo aver respinto l’avanzata nazista. In tutti gli altri suoi volantini, la litania, impregnata di un razzismo che a quello nazista non aveva proprio nulla da invidiare, è sempre la stessa:
“Dobbiamo uccidere i tedeschi. [...] Vi sentite ammalati? Vi sembra di avere un incubo nel petto? [...] Uccidete un tedesco. Se siete uomini giusti e di coscienza, uccidete un tedesco [...]. Uccidete!”
E ancora, con esplicita incitazione allo stupro: “Uccidete! Uccidete! Nella razza tedesca c’è solo malvagità. Non uno tra i vivi, non uno tra i nascituri è altro che male. Seguite i precetti del compagno Stalin. Schiacciate la bestia fascista nella sua tana una volta per tutte! Usate la violenza per spezzare l’orgoglio razziale delle donne tedesche. Prendetele come vostro legittimo bottino. Uccidete! Mentre dilagate come la tempesta, uccidete, valorosi soldati dell’Armata Rossa!”
Potremmo parlare di Ilya Ehrenburg come uno dei tanti mostri folli e assetati di sangue che le guerre non mancano mai di partorire o di creare dal nulla. Ma se sto parlando di lui è perché il 22 dicembre 1944 fu proprio Ehrenburg, questo razzista psicopatico, a menzionare per la prima volta la cifra di “sei milioni” di ebrei uccisi dal nazionalsocialismo e a introdurre poi questo numero cabalistico nella propaganda sovietica. Da lì, questo numero si diffuse in tutta Europa e nel mondo. Dopo la guerra, fu Ehrenburg a scrivere, insieme al collega Vasily Grossman, anch’egli attivista della propaganda sovietica, il famoso “Libro Nero” su cui si fondò la leggenda dell’Olocausto come la conosciamo. Prima di morire Ehrenburg diede disposizione affinché i suoi archivi privati venissero donati allo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto a Gerusalemme.
“La storia è un mucchio di bugie”, diceva Henry Ford. Probabilmente è vero, ma a volte, come ogni bugiardo, ama fornire indizi per essere smascherata. Ehrenburg era nato il 27 gennaio 1891. Ancora oggi, in quella data, il mondo celebra la memoria dell’immensa menzogna che egli fu capace di immaginare e radicare nella nostra cultura.





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