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CARO COMPAGNO TI SCRIVO...

by Gianluca Freda (24/02/2007 - 15:19)



Inviato da Sandro Giusti

Ciao Gianluca, forse hai gia' letto il mini-post (non venivano accettati piu' caratteri di quelli...) ma francamente tutto il tuo blog con relativi post e' un summa di quel tipo di atteggiamento da duro e puro a cui hai sempre aspirato: mi conosci abbastanza perche' non possa essere frainteso, condivido sempre qualcosa di quello che hai detto in passato e che continui a mettere per iscritto sul tuo blog, ma ho sempre pensato che quello che vi fa' difetto e' sempre questo voler sempre essere piu' realisti del re che vi (ci) porta irrimediabilmente ad avere atteggiamenti del tipo /tafazzi /do you remember il tipo che si tirava bottigliate nelle palle.... sic!
Ora sai benissimo (spero) che io non ho mai fatto confusione fra "ricatto" e "democrazia" ma caro Freda, "L’ho fatto perché non mi importa una cippa che la nostra squadra vinca o perda" mi fa' veramente incazzare quando lo associ a "non importa se dal dal governo o dall’opposizione," perche' cari duri e puri di sto' cazzo la NOSTRA SQUADRA che Voi illusi/ottusi di nonsisa'benechecosa, vi state sbattendo i coglioni di affossare forse definitivamente, si chiama POPOLO e non c'entra un cazzo con nessuna merda di partito grande o piccolo, piu' a sinistra della sinistra o meno; "pisciare sulla coerenza, sugli ideali e sull’integrità  morale per perseguire machiavellici ed autolesivi compromessi" questa poi... e' sempre quello per cui ho sempre lottato e sempre lottero' (IDEALI, COERENZA, INTEGRITA' MORALE) ma sono cosciente del fatto che per perseguire questo scopo dovro' (senza falsi moralismi e ipocrisie) compiere quotidianamente piccoli compromessi che sono certo non altereranno di un grammo i principi di cui sopra, ma forse mi daranno qualche chances di arrivare ad ottenere un qualche risultato per tutti quelli che insieme a poveri illusi come me ambiscono ad una societa' diversa, forse non perfetta, ma sicuramente giorno dopo giorno, battaglia dopo battaglia, sicuramente piu' giusta.
Con immutato affetto (lo dico per davvero stronzo..)
Sandro (ancora con orgoglio dentro ad un sindacato che si chiama CGIL, voglio pensare ancora perlomeno un pochino come alla sua costituzione).
Ciao a risentirci.



Ciao Sandro, sono felice di risentirti e di sapere che ogni tanto ti fai un giro da queste parti.
Scrivi di aver sempre lottato per gli ideali, la coerenza e l’integrità morale. Ti conosco e so bene che è vero. Ma ti chiedo (e mi sono sempre chiesto): com’è possibile conciliare queste aspirazioni con la miseria morale e umana di questa – sottolineo: questa – presunta sinistra? Soprattutto, come si fa a conciliare questa sinistra con la nozione di “popolo” senza essere degli inguaribili illusi? Nessuno, nemmeno Berlusconi con i suoi convegni di partito per soli adepti, ha mai mostrato tanto disinteresse, disprezzo e disgusto per il popolo come i rappresentanti di ciò che ci ostiniamo, contro ogni evidenza, a chiamare “sinistra”. I quali – per come la vedo io – sembra quasi che abbiano ucciso la sinistra italiana e ne abbiano preso il posto come i baccelloni de “L’invasione degli ultracorpi”. Lo dimostrano le loro auto blu, più numerose che in qualunque paese europeo, con le quali tengono noi pezzenti a distanza. Lo dimostrano le loro conferenze blindate, con gli studenti tenuti fuori dall’aula per paura che qualcuno gridi che il re è nudo. Lo dimostrano le minacce, le repressioni, gli avvertimenti in stile mafioso che vengono posti in opera ogni qualvolta il popolo prova a dire una parola. Pochi giorni fa proprio noi della CGIL (nonostante le delusioni ci sto ancora dentro) abbiamo vissuto sulla nostra pelle, e per l’ennesima volta, questa strategia intimidatoria, con i media aizzati a dovere contro di noi per aver avuto l’ardire di appoggiare una manifestazione con cui il popolo esprimeva ripugnanza per i crimini americani e per la complicità con essi dei nostri governi. Come si fa ad essere idealisti, coerenti e moralmente integri sostenendo questa gentaglia?

Io ti capisco Sandro e solo cinque o sei anni fa, di fronte a un intervento come il mio, avrei scritto una lettera identica alla tua. Ci sono passato anch’io e so bene quanta fatica, non solo intellettuale, ma anche fisica e perfino economica costi abbandonare gli schemi di pensiero in cui si è vissuti e guardare la realtà negli occhi. Ma urge farlo. Siamo intrappolati tra due schieramenti politici equivalenti che per il popolo – di cui tu e io facciamo parte - rappresentano due diversi tipi di condanna a morte. Gramsci diceva che tra due diversi tipi di condanna a morte è sempre meglio scegliere un pollo. Il problema è che di polli – cioè di seconde vie politiche umanamente sostenibili - all’orizzonte oggi se ne vedono pochi. Se ti sembro un idealista duro e puro, illuso e ottuso – quindi un pollo – è perché è esattamente ciò che sto cercando di essere. Il pragmatismo e i compromessi hanno abbondantemente fallito e credo che oggi solo un prepotente ritorno dell’idealismo – che non è “duro e puro” per scelta personale, ma per definizione - possa salvarci.
Ciao e saluta tutta la banda.
(Gianluca)

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THEY'RE BACK!

by Gianluca Freda (24/02/2007 - 01:43)

Dopo una settimana di passione i commenti dovrebbero essere tornati a funzionare. Mi auguro che Dada non faccia più di questi scherzi.
(Gianluca)

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C'E' CHI E' PIU' INCAZZATO DI ME...

by Gianluca Freda (24/02/2007 - 01:34)



IGNOBILE SINISTRA
di Gianfranco La Grassa
da www.ripensaremarx.splinder.com

 La giornata della caduta del Governo è stata di quelle che rappresentano, in un certo senso, un giro di boa. Non è per me una sorpresa, e tuttavia vedere a quale livello di bassezza sono giunti i sinistri, ivi compresi, anzi in particolare, quelli "estremi", non è stato facile da sopportare; anche perché, essendo l´opposizione il loro riflesso speculare, questi scarafaggi disgustosi torneranno in breve tempo a governare e infestare questo "povero paese". C´è stata una persona, Turigliatto, che non conosco e che non voglio incensare con motivazioni che apparirebbero ridondanti e magari demagogiche, dotata del coraggio di votare infine secondo quella che era una minimale coerenza con le proprie idee e che si è perfino dimesso da senatore (e spero non faccia come Cacciari, il "minore"), rinunciando a quel po´ po´ di stipendio, di emolumenti e facilitazioni vari a non finire, alla pensione (per cui occorrono i due anni, sei mesi, un giorno). Per questa minima dignità e coerenza, ha rischiato addirittura l´aggressione fisica da parte di "compagni"; in specie da parte di una Erinni a nome Palermi, che poi lo ha appellato nei TG e nelle trasmissioni serali come traditore e altri infamanti appellativi. E perché, in nome di quale programma politico? Perché il suo non voto rischia di "far tornare Berlusconi". Questa è la sinistra falsa comunista: non ha lo straccio di un´idea, non sa governare nemmeno un cesso pubblico, ma cerca il consenso in nome dell´odio verso una sola persona. Disgustosa e senza cervello, senza morale, senza nulla di nulla.

I vari Giordano, Russo Spena, Diliberto, insomma tutti i meschini individui di questa specie, sono andati a Vicenza per cercare i voti dei pacifisti, ma poi non vogliono mandare a casa chi continua a traccheggiare. Il Ministro degli Esteri ha fatto una relazione, in cui ha tralasciato l´Afghanistan e ha appena accennato a Vicenza, solo dicendo che merita più approfondite discussioni, ma concludendo comunque che il non mantenere tale impegno "sarebbe uno schiaffo per gli Stati Uniti". Eppure, tutti i vermi parlamentari che sono andati a strisciare a Vicenza hanno sostenuto di aver ascoltato un meraviglioso discorso, e hanno aggredito come fossero traditori coloro che si sono attenuti ad un minimo di coerenza. Tutti intanto abbarbicati ai cadreghini; poi discuteranno, non si sa su quali linee date le premesse. Agli imbroglioni, meschini, esseri solo da disprezzare per la loro viltà ed infamia - che hanno partecipato alla manifestazione onde turlupinare una massa di "gonzi" - ciò non interessa. Fra l´altro, per loro è come se la questione non riguardasse una base aerea americana, che coinvolge la Nato (quindi Europa e Italia) in una visione strategica geopolitica a livello globale, secondo gli interessi USA; una base da cui, per esempio, partirà la 173.ma brigata aerea statunitense nella prossima offensiva di primavera nel lontano paese asiatico, dove il contingente italiano è occupante assieme ad altri eserciti della Nato e sotto comando americano. Un problema di politica estera (e militare) viene da questi esseri abietti ridotto a questione di edilizia comunale, se espandere la base verso la città o verso la parte opposta; per cui questi scarafaggi ancora etichettati "comunisti" pretendono un referendum vicentino. Queste le basi di una "seria" discussione, quella promessa nell´"alto", in realtà miserabile, discorso di D´Alema, l´aggressore della Jugoslavia, quello che bombardava allegramente al seguito dell´aviazione americana, sostenendo - con il tipico linguaggio orwelliano di "1984", quello del "Grande Fratello" - che si trattava di "difesa integrata".

Un discorso che riceve gli apprezzamenti di "Libero" e l´osanna di Della Loggia sul "Corriere", che ormai ne fa l´ultima spiaggia per difendere gli interessi dei padroni del giornale mediante il sostegno ad un ceto politico e intellettuale di un luridume senza pari. A questo punto, bisognerà pur dire con chiarezza quale pattume siano ormai diventati gli ultimi esiti dei "comunisti" (e dei postcomunisti, che hanno tutto rinnegato senza mai seppellire il "cadavere"): e questo sia in Italia che in alcuni paesi dell´ex "socialismo reale" o, ad es., in Irak dove i "comunisti" sono conniventi con gli occupanti stranieri, ecc.

E´ inutile cincischiare e far finta che con simili cellule cancerogene si possa ancora parlare. Questi stanno impestando tutto un paese; ovviamente, so benissimo quali sono i poteri decisivi (internazionali e nazionali, cioè predominanti e subdominanti) che stanno dietro le quinte a organizzare la regia dell´infezione. Tuttavia, questa sinistra - sia post e rinnegata del comunismo, sia ancora a denominazione "comunista" - è l´agente patogeno; è iniettato nell´organismo da quei "poteri forti", ma questo è l´agente. Per farlo dimenticare, disperati come sono ma sapendo di poter contare ancora su una certa massa di quei coglioni che li hanno votati, simili cellule cancerogene, senza più nemmeno cercare di avere un programma purchessia, ripetono come dischi rotti che non si deve far tornare Berlusconi. Che si tratti di cellule incurabili, e che si dovrebbero solo estirpare chirurgicamente, ammesso che sia ancora possibile salvare l´organismo (perché ne ho certo molti dubbi), è per me ormai un assioma.

Non voglio implicare nessun altro del blog in quello che dico, ma io non intendo più recedere da questa posizione: per me la malattia mortale è la sinistra (i postcomunisti nonché rinnegati del comunismo, in alleanza con quelli che ancora fingono d´essere comunisti, ivi compresi i minimi gruppetti di falsi ortodossi che cercano solo di sviare quelle ancor piccole schiere di giovani che potrebbero essere il germe di una "nuova pianta"). Per me è altrettanto ovvio - e anche in questo la giornata del 21 febbraio appare come una illuminazione a giorno del problema - che la cura di questo male non è nella destra, non è in questi fasulli e virulenti liberali (in realtà affossatori di ogni libertà, solo dediti a manovrine da pezzenti per rientrare nel gioco). Sia chiaro: questa destra, al contrario di quello che i vermi di sinistra ci hanno raccontato, è la risposta alla malattia cancerogena rappresentata da loro (in specie quelli già indicati come post e rinnegati del comunismo o "comunisti" per puro inganno). Questi ultimi sono "il lupo", e proprio per celare la loro pericolosità da quasi quindici anni gridano al lupo, dandogli le sembianze di Berlusconi. Tuttavia la risposta al cancro di sinistra, offerta da questa destra, è essa stessa una risposta malata, la risposta di un organismo che non riesce ad organizzare un contrattacco delle difese immunitarie per riconquistare la sanità. Nella giornata di ieri, una qualsiasi opposizione "sana" avrebbe posto un aut aut e, nel caso di reiterato rifiuto ad andarsene, avrebbe chiamato "la gente" (e forse non solo) a un´opera di autentica ripulitura del cancro che ci sta uccidendo. Invece, hanno dimostrato che non sono una cura, ma solo una risposta "autoimmunitaria" (o come divolo si dice) che aggrava la malattia.

D´ora in poi, in sintesi e con calma, bisogna riflettere sulla storia da "mani pulite" in poi; mettere in luce questo cancro di sinistra, questa risposta malata di destra; e si tratta di capire dove (e se) esistono settori sani dell´organismo per dare un´altra risposta. A questo compito sono chiamati soprattutto i più giovani, quelli che non hanno voglia di cedere alla malattia che ci sta completamente devastando; quelli che vogliono prepararsi un diverso futuro rispetto ai vermi e scarafaggi, di cui è composto l´attuale ceto politico e intellettuale asservito alla GFeID (grande finanza e industria decotta), che ha eletto la sinistra (quella già indicata più volte) a suo principale agente patogeno e mortale. In questo blog, ho posto in chiara luce come tutti i giochi interni ai poteri finanziari e industriali (parassitari) siano condotti con l´utilizzo dei vari gruppi di cellule cancerogene di sinistra.

Ieri, l´ultima prova. Geronzi (Capitalia) pretende di liquidare il suo ad Arpe. Geronzi è quello che è stato fin qui oppositore di Bazoli e della "SanIntesa"; soprattutto è un ostacolo alla conquista di Mediobanca e Generali da parte di quest´ultima. L´ho illustrato non so quante volte. Geronzi ha subito dagli avversari un trattamento - mediante il solito intervento di magistrature "molto autonome" - per certi versi analogo a quello di Tronchetti. Come il presidente della Pirelli, anche quello della Capitalia non si rivolge però all´opposizione per difendersi, ma a pezzi del centrosinistra. In effetti a chi ha offerto il posto di ad di Arpe? Fra i nomi fatti ci sono Pietro Modiano (che ha rifiutato) e De Bustis (che non mi sembra abbia ancora dato una risposta). Chi sono questi due? Il primo era al vertice del San Paolo, in un primo momento dimenticato nel nuovo organigramma della superbanca nata dall´ormai nota fusione, e poi ripescato per rimostranze dei DS (Fassino e soprattutto D´Alema). Il secondo era ad della Banca 121 del Salento, poi assorbita ad un prezzo elevatissimo d´acquisizione dal Montepaschi (e l´ad dell´assorbita lo diventa dell´assorbente). Il tutto perché De Bustis è vicino a D´Alema. Poi scoppia lo scandalo della Banca del Salento (su cui la magistratura si è arenata, non va avanti malgrado la rovina di circa 6000 clienti), Il Montepaschi ne subisce un contraccolpo finanziario non da poco; De Bustis si dimette e diventa ad della sezione italiana della Deutsche Bank (cascano sempre in piedi i "protetti"). Si tratta, in ogni caso, di finanzieri legati alla sinistra; e sono questi, appunto, che anche Geronzi vuole ai vertici della sua banca al fine di difendersi da Bazoli, "padrone" del maggiordomo Prodi.

Sono sempre loro, sono le cellule cancerogene in azione per uccidere il corpo della società italiana. Si ricade quindi nello stesso discorso: se è possibile, vanno estirpate, altrimenti l´organismo muore. Ma una cosa è certa: che non si può accettare di essere conniventi con loro, non si può continuare a discutere come "fare giochetti" con questa sinistra, adducendo l´immonda scusa che lì ci sarebbero "le masse". Mi dispiace. E´ vero che politica e morale non debbono andare a braccetto. Ci sono però momenti in cui ciò che alla mera apparenza è un atteggiamento morale, è invece semplicemente politico. Quando c´è un cancro delle dimensioni di quello della sinistra, o lo si estirpa (e senza remore morali) oppure ci si limita ad illustrare il decorso della malattia (come in fondo fa il sottoscritto). Ma non si finga di fare politica alimentando il cancro, discutendo con le cellule infette, con quelli senza cervello che lasciano propagarsi il male affinché "non torni Berlusconi". No, questo non è far politica, questa è stupidità ormai congenita.        

Per adesso, è tutto. Comunque, dal 21 febbraio, la fase è cambiata; almeno per me. Gli altri "amici" decidano. Ma sia chiaro: per me il nemico principale e definitivo da combattere è innanzitutto la sinistra, in particolare i rinnegati del comunismo e i finti "comunisti". La destra è semplicemente la risposta malata, quindi da non seguire per nessun motivo. In questo momento, arrivati a questo punto, non mi interessa se "si vede qualcun altro all´orizzonte". Si cerchi, ma soprattutto si agisca, ognuno come può, perché si crei questo qualcun altro. E senza moralismi, per puro spirito di salvezza dalla malattia mortale rappresentata dalla sinistra che si finge comunista o che ha rinnegato il comunismo; sono della stessa pasta, hanno lo stesso fine di annientarci con la loro malattia. 

Una volta sciolta infine questa indecisione, che ormai portavo con me da troppo tempo, d´ora in poi - e quando starò un po´ meglio - porterò avanti l´analisi del cancro e delle sue evoluzioni contorte. Cercherò anche nuove categorie d´analisi, perché quelle passate hanno contribuito al dilagare della malattia; e coloro che ancora le usano, forse in buona fede o forse no, sono come minimo oggettivi portatori di agenti patogeni. Per quanto invece riguarda la cura, non ho ricette, e non le posso inventare da solo. L´unico principio direttivo che mi orienta è il seguente: non credo minimamente ai pannicelli caldi ma ai ferri del chirurgo; non credo alla omeopatia, ma ad energiche cure "chimiche" di tipo tradizionale. Detto questo, non posso suggerire altro.

PS Un ulteriore episodio minore, che dimostra però quanto scarafaggi siano questi sinistri. Il 21 muore in Afghanistan, saltando su una mina messa dai guerriglieri, una soldatessa spagnola, che faceva parte di un convoglio di appoggio a due squadre italiane. Il comunicato spagnolo dice che tali squadre erano dell´Omlt; composte di 16 uomini l´una, appartenenti ai nostri corpi speciali, fra i più duri e tipo "teste di cuoio", che fanno da istruttori all´esercito afgano. Gli italiani hanno invece diffuso la notizia che facevano parte del Cimic, un organismo detto di cooperazione civile/militare, incaricato, si sostiene, di operazioni umanitarie. A parte il fatto che già fa ridere il connubio civile/militare, e per compiere operazioni umanitarie. Ciò che più indigna è però la continua menzogna di questi veri vermi. Possibile che, tra quel "ceto medio" dei servizi, del turismo, dello spettacolo e di tutti i lavori più improduttivi che si conoscano, ceto medio che è il vero elettorato dei "rinnegati" di cui sopra, non ci sia un po´ di decoro e dignità, un po´ di senso morale, sufficiente ad indignarsi con questi spudorati mentitori? Ma non era meglio e più coerente l´aperto amerikano Berlusca piuttosto che degli invertebrati del genere? Di questo mi riesce difficile capacitarmi. Esco da una famiglia "borghese", ma quella "classe" non era così disgustosa e priva di moralità come questi vuoti e vanesi borghesucci da quattro soldi, che sostengono degli ignobili "giocatori delle tre carte". Vergognatevi, diessini, rifondaroli, pdicisti e verdi (parlo, sia sempre chiaro, dei politici, giornalisti e intellettuali di questo vomitevole schieramento; non della semplice "gente").

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PER NON ESSERE ANTISEMITI

by Gianluca Freda (23/02/2007 - 11:51)



da Alessandro Ceratti

Vede caro Freda, sostenere che nella sterminata bibliografia riguardante l'Olocausto compaiano inesattezze o anche cose schiettamente false è un conto. E su quel punto difficilmente potrei darle torto. Sostenere che l'olocausto in toto sia una bufala, come le è capitato di sostenere, è un altro conto. Non dovrebbe esserle difficile capire la differenza.

Inoltre, per quanto riguarda i parametri indicati dal dipartimento di Stato per individuare le cose antisemite. Se quella lista di comportamenti o di affermazioni non vi va bene, allora me lo indicate voi in che cosa consiste un comportamento antisemita? Che cosa bisogna fare, dire, pensare per essere antisemiti?


Non mi sono mai sognato di dire che l’Olocausto sia in toto una bufala. Ho sempre detto che è una verità resa storicamente irricevibile dalla quantità di bufale che la propaganda sionista vi ha innestato sopra. Fra queste bufale vi è, ad esempio, lo stesso termine “Olocausto”, che ci costringe a pensare alle deportazioni di massa naziste come a qualcosa che abbia riguardato solo gli ebrei anziché molteplici categorie di persone; come ad un "sacrificio" (è questo il significato del termine) con cui il solo popolo ebraico si è immolato, quale nuovo messia, per redimere il genere umano dai suoi peccati; e come ad un crimine a sfondo razziale, etnico o religioso anziché politico.
Sull’antisemitismo: un tempo non essere antisemiti era molto più semplice. Bastava non odiare gli ebrei, la loro cultura, la loro religione e ritenere imbecille chi lo faceva. Erano capaci tutti. Oggi bisogna anche applaudire le stragi di Olmert e Sharon. Per quanto mi spiaccia, temo di non potermelo più permettere.  
(Gianluca)

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CARO SERRA, PRENDITELA CON ME

by Gianluca Freda (22/02/2007 - 18:32)



Scrive Michele Serra su Repubblica di oggi:

SI CAPISCE, uno ha tutto il diritto di coltivare i suoi ideali integerrimi. E di sentirsi eletto dal popolo lavoratore anche se è stato spedito in Senato da una segreteria di partito. Uno ha tutto il diritto di rivendicare purezza e coerenza, così non si sporca la giacchetta in quel merdaio di compromessi e patteggiamenti che è la politica. Però, allora, deve avere l'onestà morale di non fare parte di alcuna coalizione di governo. E deve dirlo prima, non dopo. Deve farci la gentilezza di avvertirci prima, a noi pirla che abbiamo votato per una coalizione ben sapendo che dentro c'erano anche i baciapile, anche i moderatissimi, anche gli inciucisti. A noi coglioni che di basi americane non ne vorremmo mezza, ma sappiamo che se governano gli altri di basi americane ne avremo il triplo.

Invece no: questi duri e puri se ne strafottono della nostra confusione e della nostra fatica. Prima salgono sulla barca della maggioranza, poi tirano fuori dal taschino il loro cavaturaccioli tutto d'oro e fanno un bel buco nello scafo, per meglio onorare la loro suprema coerenza e la nostra suprema imbecillità. Un bell'applauso ai Cavalieri dell'Ideale: tanto, se tornano Berlusconi e Calderoli, per loro cosa cambia? Rimarranno sul loro cavallo bianco con la chioma al vento.


Michele Serra e i suoi amici di governo hanno tutto il diritto di non coltivare “ideali integerrimi”. Hanno tutto il diritto, se gli fa piacere, di sguazzare in quel “merdaio di compromessi e patteggiamenti” a cui la loro incapacità idealistica ha ridotto la vita politica. Ma il problema vero non è tanto che la politica sia ridotta a un merdaio (lo è sempre stata, in maggiore o minor misura) ma che si tratta di un merdaio che ha perduto la funzione d’origine, quella che ne giustificava l’esistenza e il cattivo odore. La politica era un tempo un grosso mucchio di letame il cui scopo era di fungere da concime alla vita quotidiana dei cittadini. Da quell’ammasso di escrementi nascevano – come gustosi ortaggi - le leggi che presiedevano agli scambi, alla ricerca, alla gestione del territorio, ai rapporti con gli stati esteri, il tutto sotto il vigile controllo dell’opinione pubblica, che sceglieva un partito o l’altro a seconda del suo gradiente di fertilità. Oggi quel mucchio di letame ha abdicato a questa utile funzione: vuole essere adorato, colmato di onori, sacrifici e privilegi come una divinità uranica, ma rifiuta di essere utilizzato per la funzione che gli è propria. Guarda con superiore disprezzo i suoi fedeli e le miserabili preghiere di salvezza che gli rivolgono. Non li lascia più nemmeno avvicinare per paura di esserne contaminato. Teorizza il proprio diritto ad esistere e ad emanare miasmi pestilenziali semplicemente in virtù della propria superiorità elementale. Noi siamo fedeli tolleranti e pazienti, ma l’arroganza di questa scostante e puzzolente divinità (e dei suoi adoratori più fanatici, come Michele Serra) ci ha veramente stroncato gli zebedei.

Cito a titolo d’esempio solo due episodi, i più recenti. Un paio di giorni fa, all’Università Statale di Milano, Giuliano Amato e Tommaso Padoa Schioppa hanno tenuto una conferenza in un’aula blindata, dalla quale tutti gli studenti -suppongo in quanto elementi potenzialmente eversivi e pericolosi - erano stati esclusi. La conferenza si è tenuta tra l’apprezzamento e il vivo interesse delle guardie del corpo dei due politicanti.
La manifestazione di Vicenza, con la quale i fedeli italiani chiedevano di poter decidere se sia opportuno o no che il loro paese divenga base d’appoggio per i genocidi portati avanti da uno stato criminale e possibile bersaglio dei suoi nemici, è stata ostracizzata, criminalizzata, boicottata in tutti i modi possibili. Perfino con l’invenzione, a scopo intimidatorio, di un inesistente revanscismo brigatista a cui collegare le idee politiche dei manifestanti. Proprio ieri il Presidente della Repubblica Napolitano aveva ammonito che le manifestazioni sono legittime (molto gentile da parte sua) ma che alla fine devono essere le istituzioni a decidere il da farsi, anche fregandosene dei desideri espressi dei cittadini attraverso le manifestazioni. Altrimenti si rischia (e figuriamoci) di “compiere il passo verso la degenerazione estrema del terrorismo". Traduzione: fatevi pure le vostre passeggiate, basta che vi rassegniate a non contare un tubo.

Questa classe politica (destra o sinistra, fa lo stesso) non solo è marcia e corrotta fino al midollo, ma rifiuta anche di riconoscere a se stessa quella funzione in virtù della quale i cittadini si erano rassegnati a sopportare tanto marciume: la rappresentatività di desideri e aspirazioni provenienti dal basso. Chiusa nei propri intrallazzi e nell’adorazione di se stessa, impoverisce, demonizza e uccide il proprio elettorato, convinta di poter splendere ormai di luce propria.

E’ puerile Michele Serra quando scrive che col governo Berlusconi avremmo il triplo di basi americane. Gli americani non hanno bisogno di altre basi in Italia e se mai ne avessero bisogno basterebbe chiederle al governo (Prodi o Berlusconi, fa lo stesso) e le otterrebbero seduta stante. Non capisco – almeno non senza immaginare oscuri complotti, che è meglio riservare alle cose serie - perché persone di un certo livello intellettuale, quale Serra certamente è, facciano tanti sforzi per inventarsi una realtà virtuale in cui la classe politica italiana è ancora bipolare e animata da ideali contrapposti. Lo vede anche un orbo che non è così.

Personalmente questo governo Prodi, il cui avvento avevo salutato con molta speranza, mi ha fatto rimpiangere il governo Berlusconi in almeno tre occasioni: l’indulto, lo scippo del TFR ai lavoratori, l’ignobile DDL proposto da Mastella contro il negazionismo (cioè contro la libera espressione). In tutte le altre occasioni Berlusconi non è stato rimpianto, anche perché non ha mai dato l’impressione di essersene andato. Nulla è stato non dico fatto, ma neppure progettato, per restituire ai lavoratori i diritti che la legge Biagi gli aveva tolto, per riformare il sistema televisivo controllato da Mediaset, per restituire ai cittadini il potere d’acquisto andato a picco dopo l’ingresso nell’euro, per eliminare i mostruosi CPT, per rendersi indipendenti coi fatti e non con le chiacchiere dalla politica di sterminio di Israele e degli Stati Uniti. Stando così le cose, perché mai dovrei temere il ritorno di un Berlusconi che è sempre rimasto qui?

Tutto l’impegno del governo Prodi si è concentrato su quei due specchietti per le allodole che sono i Pacs (o Dico) e le liberalizzazioni, come se il principale interesse degli italiani fossero il riconoscimento delle coppie di fatto (lo dico da componente di una dodecaennale coppia di fatto: non m’importa una cippa di essere riconosciuto) e il pagare un paio di euro in meno il parrucchiere andando a farsi i capelli all’Ipercoop. Tutto questo mentre le manovre israelo-americane in corso in Medio Oriente potrebbero portare, nell’arco di pochi mesi, ad un attacco contro l’Iran e ad una nuova guerra mondiale.

Dice Serra che noi idealisti integerrimi, restii a sporcarci la giacchetta nel merdaio in cui lui ama evidentemente sguazzare, dovremmo avere l’onestà morale di: 1) Non entrare in coalizioni di governo e 2) Di avvertire prima che certe cose non le tolleriamo. Per quanto riguarda il punto 1, posso solo rispondergli che sono loro ad averci scelto. Non esiste solo Rifondazione al mondo, se i comunisti non gli garbano più che suggerisca ai suoi referenti politici di trovare un accordo con l’UDC (che sarebbe felicissima di un inciucio) e di governare con loro. Se vogliono noi, devono rassegnarsi all’idea che Rifondazione è un settore di quel divino letamaio di cui parlavo poc’anzi in cui il legame con i fedeli non si è ancora del tutto dissolto.

I parlamentari di Rifondazione sono tutt’altro che moralisti integerrimi – come gli ultimi mesi hanno dimostrato, ahimé, con implacabile evidenza – ed è vero che sono stati spediti in Parlamento da una segreteria di partito e non dagli elettori. Ma sono, per vari motivi, più legati agli umori della loro base, composta da persone che si lasciano prendere in giro un po’ meno facilmente dell’elettore medio degli altri partiti. Siamo noi – la base - i moralisti integerrimi che hanno imposto la caduta del governo Prodi, tra lo sconcerto di alcuni dei nostri stessi referenti istituzionali. I quali sono così sconcertati che si sono detti pronti a votare la fiducia ad un governo di cui hanno appena decretato la crisi. Che Serra cerchi di comprenderli, sono presi tra due fuochi: se fanno cadere il governo perdono la poltrona, se non lo fanno cadere la loro esistenza politica finisce qui, e con noi non c’è condizionamento mediatico che tenga. E’ normale che appaiano un po’ schizofrenici. Tutto questo, che il giornalaccio su cui Serra scrive denuncia spesso come “ricatto”, un tempo si chiamava “democrazia” e consisteva nella capacità degli elettori di tenere sotto controllo l’operato dei loro eletti. Un tempo anche Serra lo chiamava così, prima che la concretezza dei ragionevoli compromessi - degenerazione senile del comunismo – prendesse il sopravvento sui suoi neuroni.    

E dunque, per quanto riguarda il punto 2, non dica Serra che non erano stati avvertiti. Al di là delle dichiarazioni – spesso vili – dei nostri parlamentari, le nostre intenzioni erano ben note, come pure l’intenzione di non abdicare ad un controllo sul loro operato. Personalmente avevo dichiarato più volte, su questo e altri siti, che la mia fiducia verso Prodi e i maggiori partiti della sua coalizione era nulla e che l’unico motivo per cui avrei votato per Rifondazione Comunista era di avere in Parlamento dei cani da guardia pronti ad azzannare l’esecutivo nel caso esso avesse provato a ripetere la ripugnante esperienza politica del 1996-2001. Ci hanno messo fin troppo tempo ad azzannare, per i miei gusti.

Sono io – se mi si perdona l’immodestia - che ho programmato, fin da principio, la caduta d’emergenza di questo governo nel caso in cui si fosse mutato in qualcosa di troppo ignobile da tollerare. Sono io il complice di Andreotti e Pininfarina. Che Serra, se ha le palle, se la prenda con me e non con i poveri Rossi e Turigliatto che se avessero potuto si sarebbero volentieri risparmiati gli insulti dell’aula e che non hanno più smesso di implorare perdono dopo l’astensione in Senato. Sono io che godo, non loro. Sono io che ho preso le bandierine che Serra sventolava ilare da nove mesi per la vittoria della nostra squadra e gliele ho ficcate in culo. L’ho fatto perché non mi importa una cippa che la nostra squadra vinca o perda. Voglio che persegua, non importa se dal dal governo o dall’opposizione, un progetto politico, che non ha proprio nulla di eversivo né di estremista , ma consiste semplicemente nel rispetto dei princìpi sanciti nella Costituzione Italiana. E non pretendo neppure un’applicazione integralista di quei precetti, mi basta che non si faccia il loro esatto contrario, spacciando le missioni di sterminio per missioni di pace e la creazione premeditata di sperequazione sociale per riforme.

Ne ho piene le scatole di questo (qui il termine ci sta bene) ricatto con cui Serra e quelli come lui vorrebbero costringermi da 13 anni a questa parte a comportarmi come Berlusconi per paura che Berlusconi torni a governare. Berlusconi non sarebbe neppure mai nato in un paese in cui gli opinionisti come Serra non invitassero tutti i giorni a pisciare sulla coerenza, sugli ideali e sull’integrità morale per perseguire machiavellici ed autolesivi compromessi. Se c’è uno che su queste cose sa pisciare benissimo è proprio Berlusconi. Si può sapere perché Serra, viste le cose che scrive, ne ha così tanta paura?

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UN OLOCAUSTO VERO: DRESDA

by Gianluca Freda (21/02/2007 - 03:16)



IL MASSACRO DI DRESDA
di Eddy Morrison

Mentre in occidente siamo costretti a celebrare, ogni 27 gennnaio, la memoria di un olocausto fasullo – almeno nei termini in cui ci è stato raccontato – è stato invece del tutto cancellato il ricordo di un olocausto vero, spaventoso, crudelmente premeditato dalle forze anglo-americane. Un olocausto che provocò tra i 200.000 e i 500.000 morti civili in poche ore. Migliaia di uomini, donne e bambini assassinati a sangue freddo da Inghilterra e Stati Uniti, a guerra quasi conclusa, senza che ve ne fosse alcuna motivazione militare. Stiamo parlando dell’eccidio di Dresda, compiuto con cinica spietatezza da Churchill e Roosevelt il 13 febbraio del 1945 al solo scopo di impressionare Stalin in vista della conferenza di Yalta. Questo articolo, che ho tradotto da  www.spearhead.com/0502-em.html, commemora la storia di un massacro avvenuto nel cuore dell’Europa che solo l’asservimento del nostro continente alla violenza e alla propaganda americana ha consentito di lasciare per così tanti anni senza ricordo.

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Un atto di terrorismo

Sessantadue anni fa, la sera del 13 febbraio 1945, un’orgia di genocidio e barbarie si abbattè su una città tedesca indifesa, uno dei maggiori centri culturali d’Europa. In meno di 14 ore, non solo questa intera città sarebbe stata ridotta in rovine fiammeggianti, ma circa un quarto dei suoi abitanti, probabilmente un quarto di milione, sarebbe perito in uno dei più spaventosi massacri di tutti i tempi.

Verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, mentre gli aerei alleati facevano piovere morte e distruzione sulla Germania, l’antica città sassone di Dresda sembrava un’isola di tranquillità in mezzo ad un oceano di desolazione. Famosa soprattutto per le sue arti e per l’architettura barocca, priva di ogni interesse militare, Dresda era stata risparmiata dal terrore che dal cielo discendeva sul resto del paese.



In effetti, molto poco era stato fatto per dotare l’antica città di artisti e scultori di difese antiaeree. Uno squadrone di aeroplani aveva stazionato a Dresda per un certo tempo, ma la Luftwaffe aveva poi deciso di spostare gli aerei in un’altra zona dove riteneva sarebbero stati più utili. Sembrava che avesse prevalso uno “gentlemen’s agreement” che faceva di Dresda una “città aperta”.

 Il 13 febbraio 1945, giorno del martedì grasso, un fiume di rifugiati, in fuga dall’Armata Rossa che si trovava a 60 miglia di distanza, aveva invaso la città facendo salire la sua popolazione a oltre un milione di anime. Ogni rifugiato portava spaventose testimonianze degli orrori e delle atrocità sovietiche. Questi rifugiati, in fuga dal terrore rosso, non potevano immaginare di stare per morire in un orrore ben peggiore di quanto Stalin avrebbe mai potuto concepire.

Normalmente, l’atmosfera carnevalesca s’impossessava di Dresda il giorno del martedì grasso. Nel 1945, tuttavia, lo spettacolo era piuttosto deprimente. Dovunque le case erano piene di rifugiati e migliaia di persone erano state costrette ad accamparsi sulle strade, tremando nel freddo pungente.

In ogni caso, la gente si sentiva relativamente al sicuro. E nonostante l’umore fosse tetro, il circo tenne tutti i suoi spettacoli quella sera, permettendo a migliaia di persone di dimenticare per un momento gli orrori della guerra. Gruppi di majorettes sfilarono per le strade in abiti carnevaleschi, nel tentativo di risollevare gli animi. Le risate delle ragazze incontrarono solo dei mezzi sorrisi, ma la tristezza fu alleviata.

Nessuno sapeva che entro meno di 24 ore molte di quelle fanciulle sorridenti sarebbero morte urlando nella tempesta di fuoco scatenata da Churchill. Nessuno avrebbe potuto prevederlo. Si conosceva bene la ferocia dei sovietici, ma gli americani e gli inglesi erano ritenuti “onorevoli”.

Così, quando le prime sirene segnalarono l’inizio di quelle 14 ore d’inferno, la gente di Dresda scivolò diligentemente nei rifugi. Lo fecero senza troppo entusiasmo, credendo che gli allarmi fossero falsi, poiché la loro città non era mai stata minacciata dall’aria. Molti di loro non ne sarebbero usciti vivi, perché il “grande statista democratico” Winston Churchill, in accordo con l’altro “grande statista democratico” Franklin D. Roosevelt, aveva deciso di cancellare la città di Dresda con un bombardamento a tappeto.

I motivi politici

Quali furono i motivi di Churchill? E’ probabile che siano stati politici piuttosto che militari. Gli storici concordano unanimemente sul fatto che Dresda non aveva alcun valore militare. Le uniche industrie che aveva producevano sigarette e porcellana. Ma era imminente la conferenza di Yalta, in cui i sovietici e i loro alleati occidentali si sarebbero seduti come demoni a divorare il cadavere devastato dell’Europa. Churchill voleva un asso nella manica, una dimostrazione della devastante potenza anglo-americana con cui impressionare Stalin.


Quell’asso nella manica non fu utilizzato a Yalta, perché le cattive condizioni meteorologiche fecero slittare l’attacco aereo. Nonostante ciò Churchill insistette perché l’attacco avesse luogo, per “spaventare e confondere” la popolazione civile tedesca dietro le linee.

I cittadini di Dresda ebbero appena il tempo di raggiungere i rifugi. La prima bomba cadde alle ore 22.09. L’attacco durò 24 minuti, lasciando nel centro della città un mare di fiamme divampanti. La precisione del bombardamento a tappeto aveva creato la desiderata “tempesta di fuoco”.



Si ha una “tempesta di fuoco” quando centinaia di piccoli incendi si uniscono in un’unica, ampia conflagrazione. Enormi masse d’aria vengono risucchiate dall’inferno di fiamme che si autoalimenta, provocando un tornado artificiale. Chi è così sfortunato da trovarsi sul percorso del vento, viene scagliato nelle fiamme anche ad interi isolati di distanza. Coloro che cercano rifugio nei sotterranei finiscono spesso per soffocare, perché l’ossigeno viene sottratto all’aria per alimentare l’incendio, oppure muoiono in un’esplosione al calor bianco, calore così intenso da fondere la carne umana.

Contro donne e bambini

Un sopravvissuto raccontò di aver visto “donne che correvano su e giù per le strade portando con sé i bambini, con vestiti e capelli in fiamme, e urlavano finché non cadevano a terra o venivano sepolte dal crollo degli edifici”.


Ci fu una pausa di tre ore tra il primo e il secondo attacco. La tregua era stata progettata per far uscire i civili dai rifugi e attirarli di nuovo all’aperto. Per sfuggire agli incendi, decine di migliaia di civili si erano radunati nel Grossen Garten, uno splendido parco di oltre due chilometri quadrati. Il secondo attacco arrivò alle ore 1.22, senza preavviso. C’erano, rispetto al primo raid, il doppio dei bombardieri, con un carico massiccio di bombe incendiarie. La seconda ondata era stata progettata per estendere la tempesta di fuoco nel cuore del Grossen Garten.



Fu un completo “successo”. In pochi minuti un lenzuolo di fiamme esplose dall’erba, sradicando molti alberi e cospargendo i rami di altri di ogni tipo di oggetto, dalle biciclette alle membra umane. Per giorni e giorni, dopo l’attacco, questi resti rimasero bizzarramente sparsi per il luogo come un tetro promemoria del sadismo alleato. Al momento del secondo attacco aereo, molte persone erano ancora ammassate nei rifugi e nei sotterranei, nell’attesa che si estinguessero gli incendi del primo attacco.

All’1.30 uno spaventoso rumore di tuono fu udito dal comandante di una squadra di soccorso inviata nel centro della città. Egli lo descrisse così: “La detonazione fece tremare i muri dei sotterranei. Il rumore delle esplosioni si univa ad un suono nuovo, strano, che sembrava avvicinarsi sempre di più, un suono rimbombante come di una cascata. Era il rumore del terribile tornado che ululava nel centro della città”.

Carne fusa

Molte persone, che si erano rifugiate nei sotterranei, morirono. Ma almeno morirono senza dolore. Si illuminarono di una luce blu e arancio, nel buio. Man mano che il calore si intensificava, essi si disintegrarono trasformandosi in cenere o si fusero in pozzanghere di un liquido denso, che raggiungevano spesso il metro di profondità.


Poco dopo le 10.30 del mattino del 14 febbraio, l’ultimo attacco aereo colpì la città. Questa volta fu il turno degli americani. I loro bombardieri martellarono l’ammasso di macerie che era stata Dresda per 38 lunghi minuti. Questo attacco fu molto meno duro dei primi due. Tuttavia si distinse per l’impassibile spietatezza con cui fu portato a termine.

Gli US Mustangs (e i loro coraggiosi, eroici piloti americani) comparvero a volo radente sulla città, mitragliando qualunque cosa si muovesse, compresa una colonna di veicoli di soccorso che si dirigeva verso la città per evacuare i sopravvissuti. Le mitragliatrici compirono un massacro sul molo del fiume Elba, dove i superstiti si erano ammassati durante quell’orribile notte.

Nell’ultimo anno di guerra, Dresda era divenuta una città ospitale. Durante il massacro della notte precedente, eroiche infermiere avevano trascinato migliaia di feriti verso l’Elba. I Mustang  a volo radente (e i loro coraggiosi, eroici piloti americani) mitragliarono (macellarono) questi feriti inermi insieme a migliaia di altri uomini, donne e bambini che erano sfuggiti all’inferno della città.



Quando l’ultimo aereo scomparve dal cielo, Dresda era una rovina riarsa, con strade annerite ricolme di cadaveri. Nessun orrore fu risparmiato alla città. Uno stormo di avvoltoi fuggì dallo zoo cittadino, banchettando sui cadaveri. Orde di topi sciamarono sulle cataste dei morti.

Un cittadino svizzero descrisse la sua visita a Dresda due settimane dopo l’attacco: “Si vedevano in giro braccia e gambe mutilate, teste e busti che erano stati separati dai corpi ed erano rotolati via. In certi posti i cumuli di cadaveri erano così fitti che dovevo fare attenzione a passarci attraverso, per non inciampare in gambe e braccia”.


La stima delle vittime è incerta. La piena portata dell’Olocausto di Dresda si può valutare tenendo conto che oltre 250.000 persone – ma probabilmente quasi mezzo milione – morirono nell’arco di 14 ore, mentre la stima di coloro che morirono a Hiroshima oscilla tra le 90.000 e le 140.000 persone. (1)

Gli apologeti di questo massacro fanno spesso un parallelo fra Dresda e la nostra città di Coventry.  Ma i 380 morti di Coventry nel corso dell’intera guerra non possono essere paragonati al numero di vittime 1000 volte superiore che vennero massacrate a Dresda in sole 14 ore. Inoltre, Coventry era centro di produzione di motori e munizioni, dunque un bersaglio militare legittimo. Dresda, al contrario, non produceva nulla di paragonabile.

L’attacco aereo su Londra – che, lo riconosco, fu terribile e mostrò tutto il coraggio del popolo londinese – dovrebbe essere valutato alla luce della distruzione abbattutasi su Dresda. In una sola notte, il massacro di Dresda distrusse 16.000 acri di territorio, mentre Londra se la cavò con la distruzione di 600 acri nel corso dell’intera guerra.

Ironicamente, l’unico bersaglio militare apprezzabile che Dresda possedeva, la sua ferrovia, fu totalmente ignorato dai bombardieri alleati che erano troppo impegnati a concentrarsi su vecchi, donne e bambini indifesi.

Di tutti i crimini di guerra, l’Olocausto di Dresda è certamente uno dei più luridi di ogni tempo.

Eppure nessun film viene oggi girato per condannare questo spietato massacro e nessun membro dell’aviazione alleata – tantomeno Sir Winston – è stato processato a Norimberga. Al contrario, gli uomini che bombardarono Dresda hanno ricevuto medaglie per il ruolo svolto in questo omicidio di massa. E naturalmente non avrebbero mai potuto essere processati, visto che “stavano solo eseguendo gli ordini”.




Churchill, che, come abbiamo visto, ordinò il massacro di Dresda per tenere buono Stalin, fu fatto cavaliere; e il resto è storia. Comunque, l’impassibile sadismo dell’eccidio viene di solito ignorato dai biografi di Churchill, che non riescono ancora a capacitarsi di come il desiderio di un pazzo di impressionarne un altro possa portare all’assassinio di massa di mezzo milione di persone.

Perciò, lo ripeto, quando parliamo di olocausti e crimini di guerra non dimentichiamoci di Dresda, dove uomini bianchi annichilirono con le bombe centinaia di altri uomini, donne e bambini bianchi. Vedremo mai, in Inghilterra, un Giorno della Memoria per Dresda? Ne dubito.



(1) Anche se non sarà mai possibile avere il numero esatto delle vittime, una ragionevole stima può essere ottenuta prendendo il numero degli abitanti della città registrati, raddoppiandolo per tener conto di coloro che al momento del bombardamento si trovavano in città come rifugiati non registrati e poi estrapolando la percentuale di morti che si ebbero in circostanze analoghe in altre città tedesche, durante bombardamenti a tappeto e altre atrocità dell’aviazione; per esempio in città come Amburgo, Darmstadt e Pforzheim, tra le altre.       



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CERATTI AVEVA RAGIONE

by Gianluca Freda (20/02/2007 - 12:44)



postato da Marisa


Ciao è un po' che cerco di scrivere nei commenti ma non ci riesco per cui ti metto qui le mie segnalazioni in merito all'argomento, credo che la situazione sia gravissima:

Nel suo "Report on Global Anti-Semitism" e nel suo "Global Anti-Semitism Report", il Dipartimento di Stato statunitense ha stilato una lista delle convinzioni che vanno considerate antisemite:

1) Qualunque affermazione secondo la quale "la comunità ebraica controlla il governo, i media, il business internazionale e il mondo finanziario" va considerato antisemita.
2) "Un forte sentimento anti-israeliano" va considerato antisemita.
3) "Ogni vivace critica" dei leader israeliani, del passato o del presente, è antisemita. Secondo il Dipartimento di Stato, si ha antisemitismo quando viene rappresentata una svastica in una vignetta critica nei confronti dei leader sionisti del passato o del presente.
E così, andrebbe considerata "antisemita" una vignetta su cui appare una svastica, critica nei confronti della brutale invasione, da parte di Ariel Sharon, della West Bank, rappresentato mentre scaglia missili "hell-fire" sui poveri palestinesi uomini, donne e bambini.
Allo stesso modo sarebbe "antisemita" l'uso della parola "Zionazi" in riferimento ai bombardamenti a tappeto ordinati da Sharon nel 1982 (quando furono uccisi 17.500 rifugiati innocenti).
4) Ogni critica della religione giudaica o dei suoi leader religiosi o della sua letteratura (specialmente il Talmud e la Kabbalah) è antisemita.
5) Ogni critica del governo e del Congresso degli Stati Uniti accusati di essere influenzati indebitamente dalla comunità ebraica-sionista (compreso l'AIPAC) è antisemita.
6) Ogni critica della comunità ebraica-sionista, accusata di promuovere il globalismo (New World Order) è antisemita.
7) Il biasimare i leader giudei e i loro seguaci per aver incitato alla crocefissione di Cristo da parte dei romani è antisemita.
8) Ogni riduzione della cifra dei "sei milioni" di vittime dell'olocausto è antisemita.
9) Definire Israele uno Stato "razzista" è antisemita.
10) Affermare che esista una "cospirazione sionista" è antisemita.
11) Affermare che gli ebrei e i loro leader crearono la rivoluzione bolscevica in Russia è antisemita.

I criteri elaborati dal Dipartimento di Stato hanno delle ricadute serie per tutti.
Quella più seria, forse, è che essi trasformano in "antisemiti" un buon numero di ebrei, che hanno fatto molte delle affermazioni sopra riportate in libri e articoli.

Ma le definizioni del Dipartimento di Stato presentano altre serie implicazioni di tipo storico.
Se consideriamo i numeri 4 e 7, per esempio, ci sembra che, stando ai criteri del Dipartimento di Stato, non soltanto i semplici cattolici ma i Papi e i santi siano passibili dell'accusa di antisemitismo.
Numerosi Papi, a partire da Gregorio IX nel 1238, hanno condannato il Talmud considerandolo un insulto blasfemo alla persona di Cristo e alla fede cristiana e hanno ordinato ai fedeli di confiscarne e bruciarne le copie.
A proposito del punto 7, san Pietro, il primo Papa, ha affermato, negli Atti degli Apostoli, che gli ebrei furono responsabili della morte di Cristo.
E persino nella "Nostra Aetate", la dichiarazione del Vaticano II sugli ebrei che ha aperto ad un'era di buoni sentimenti e di "ecumenismo", si ritrova l'affermazione che "alcuni ebrei" furono responsabili della morte di Cristo.
Con il loro uso promiscuo del termine antisemitismo, Rickman e le sue coorti del Dipartimento di Stato hanno trasformato il tradizionale insegnamento cattolico in un crimine d'odio ("hate-crime").

Continua?

Da : http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1669&parametro=religione
e
http://www.politicaonline.net/forum/showthread.php?t=324427

Un saluto

Marisa


Ciao Marisa.
I commenti, in effetti, sono inaccessibili da giorni, accidenti a Dada.
Degli 11 punti citati dal Dipartimento di Stato americano, ben 9 rappresentano cose che in effetti penso ed affermo spesso. Fanno eccezione il punto 7 (del quale poco so e poco m’importa sapere) e il punto 11 (che reputo falso e se fosse vero, dal mio punto di vista, sarebbe una menzione d’onore). 9 punti su 11 fanno di me un antisemita di tutto rispetto. Ceratti aveva ragione a chiamarmi così. Resta il sollievo di non vivere in un paese liberticida come gli USA e la preoccupazione derivante dalla consapevolezza che ogni nefandezza che nasce nel cuore dell’impero si estende alle periferie in un battibaleno. Sta già accadendo.
Ah, io ci aggiungerei anche un punto 12: “Affermare che il Dipartimento di Stato USA redige documenti che limitano la libertà di espressione dei cittadini americani per favorire le trame sioniste è antisemita”.
Così andremmo a quota 10 su 12. Niente male. 

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MA QUANDO SE NE VANNO?

by Gianluca Freda (20/02/2007 - 02:43)



I MINISTRI ORMAI PARLANO DA SOLI

di Marco Cedolin
dal sito canisciolti.info

Quello che è accaduto stamattina all’ Università Statale di Milano ha dell’incredibile ma è al contempo estremamente indicativo di come la classe politica italiana sia ormai irrimediabilmente rinchiusa dentro al suo bozzolo di autoreferenzialità, senza più avere nessuna velleità di comunicare con l’esterno.

I Ministri Giuliano Amato e Tommaso Padoa Schioppa si sono recati all’Università, invitati ad un convegno sul tema della riforma delle autorità indipendenti ed hanno relazionato in un’aula magna completamente priva di studenti, ma in compenso affollata di giornalisti e addetti alla sicurezza.

Agli studenti che dovrebbero rappresentare l’unica vera risorsa di qualunque Università è stato intimato di rimanere lontani, confinati da un folle ostracismo all’interno di un aula dove avrebbero potuto assistere alla “lezione” in videoconferenza. Il motivo addotto per questa epurazione è stato quello di preservare la sicurezza dei Ministri, essendo la categoria degli studenti giudicata potenzialmente pericolosa.

Dimostrando notevole intelligenza nessuno degli studenti si è presentato nell’auletta “di confino” e solamente una decina di loro sono poi entrati in aula magna quando con un ripensamento tardivo e ormai fuori luogo, il rettore li ha invitati a farvi ingresso a metà della conferenza.

Resta da domandarsi quale paese sia quello in cui i Ministri si recano all’Università per dialogare con le guardie di sicurezza, mentre gli studenti vengono considerati elementi marginali e per giunta pericolosi da emarginare da quel contesto universitario che dovrebbe essere costruito e gestito unicamente per loro. Resta da capire quale insegnamento potrebbero trarre i giovani da una classe politica che rifiuta di confrontarsi con loro perfino all’interno di un’aula di Università, preferendo considerarli “elementi pericolosi” da tenere a debita distanza.

Poco importa che Giuliano Amato durante il suo intervento si sia dichiarato turbato per la mancanza degli studenti e che gli organizzatori abbiano agli stessi tardivamente domandato scusa, quello che rimane di questa mattinata è solo un senso di amarezza e desolazione.

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LA NEVE NERA

by Gianluca Freda (19/02/2007 - 21:10)



STRANA MANIERA DI RAGIONARE
da Alessandro Ceratti

Che Freda usi una strana maniera di ragionare lo si può notare in continuazione. Anche nella sua ultima lettera "COME SCELGO LE FONTI" [pubblicata sul blog di Claudi Sabelli Fioretti, ndr] ne dà una testimonianza. Rileggetela. Per valutare l'attendibilità delle fonti lui popperianamente propone "scegliere tra due tesi opposte quella che riceve la confutazione meno efficace". Sembra un criterio piuttosto ragionevole e potente. Invece concretamente presenta una grossa falla. Esso potrebbe essere usato per discriminare notizie la cui attendibilità è all'incirca equivalente. Ma nel caso delle tesi olocausto-negazioniste non è così. Pensate, se a qualcuno improvvisamente viene in mente di sostenere che la neve è nera è chiaro che il 99% delle reazioni sarà del tipo: "sei un pirla", "ma ci vedi?", "ma sei daltonico" e altri simili contumelie. E l'1% che decide di rispondere tirando in ballo rilievi spettrografici forse lo fa perché anche lui non è tanto normale. Come potrebbe essere possibile allora confutare l'Olocausto, nel caso esso fosse falso? Non è facile. Ne ha parlato molto l'epistemologo T. Kuhn: smantellare un paradigma è un'impresa. Ciò non toglie che il metodo di Freda sia completamente sbagliato.


Caro Ceratti, se chi sostiene che la neve è nera lo facesse presentando anche solo la metà degli studi e delle ricerche che sono stati eseguiti dai revisionisti in sessant’anni servirebbe qualcosa di più che una generica irrisione per ritenerlo un pirla. Servirebbero delle controargomentazioni diverse dalla censura e dalla carcerazione, cosa che, nel campo della storiografia tradizionale sulla shoah, fino ad oggi non ho notato. Tenga presente che per definire il colore della neve posso fidarmi, entro certi limiti, di ciò che vedo. Per definire la storia del cosiddetto “Olocausto” devo invece fidarmi di testimonianze, ricostruzioni e documenti processuali che si sono rivelati, in innumerevoli occasioni, imprecisi e contraddittori, non di rado spudoratamente falsi. Oggi gli storici non credono più a miti come quello della “saponifcazione” degli ebrei o delle “docce a gas”. Tuttavia questi argomenti sono stati presi sul serio per decenni, avallati da decine di testimoni e carte processuali, sono stati oggetto di centinaia di saggi pseudo-storici e sono ancora ben radicati nell’immaginario popolare. Lo stesso vale per le camere a gas, di cui – sempre sulla base di molte testimonianze - si era originariamente affermata la presenza in tutti i campi nazisti, per poi limitarle ai soli campi polacchi (e anche questo è quasi certamente falso). So per esperienza personale che non è facile liberarsi all’improvviso di decenni di condizionamento mediatico. Perciò ci metta tutto il tempo che vuole, ma si liberi. E’ urgente e ne va della pelle di ciascuno di noi. Non sto scherzando.
(Gianluca)

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IL CASO ZUNDEL

by Gianluca Freda (18/02/2007 - 21:33)



IL VERDETTO CONTRO ZUNDEL: 5 ANNI PER NEGAZIONE DELL’OLOCAUSTO

di Ingrid Rimland Zundel
dal sito www.zundelsite.org
traduzione di Gianluca Freda


Ieri mattina, alle 7.00, ho ricevuto da Pierre, figlio di Ernst, la notizia della pronuncia della sentenza e della condanna di Ernst al massimo della pena per “negazione dell’olocausto”: 5 anni.

Questo è ciò che si ottiene oggi in questa Germania infestata dai sionisti per aver divulgato la verità che si conosce e averla documentata con la ricerca.

I media mondiali, anch’essi sotto controllo sionista, sono stati altrettanto velenosi. Ma un amico spagnolo, che tiene d’occhio i telegiornali, mi ha riferito (cito a memoria) che: “Oggi vengono dette tra le righe cose che prima non si potevano nemmeno sussurrare”.

Ecco un esempio tratto dal Die Tageszeitung di oggi, in un articolo di Klaus-Peter Klingelschmitt:

“Alla fine il giudice ha respinto tutti i tentativi degli avvocati difensori di presentare elementi di prova con il lapidario argomento che non ha importanza se l’Olocausto sia avvenuto davvero o no: negarlo, in Germania, è vietato” (!)

Come Ernst mi aveva scritto in una delle sue ultime lettere: “Se anche avessi camminato sulle acque, non avrebbe fatto nessuna differenza”.

Così eccoci qua!

Mi hanno detto che Ernst, in una sua dichiarazione spontanea, ha richiesto una commissione d’inchiesta internazionale che stabilisca la verità su Auschwitz una volta per tutte. “Giudice Nein”, naturalmente, ha respinto la richiesta, come ha respinto ogni tentativo di presentare testimoni e prove documentali e scientifiche di ciò che i revisionisti vanno placidamente affermando da anni.

Sto aspettando il resoconto scritto di quest’ultima udienza, ma un osservatore mi ha detto di aver sentito dire ad uno degli avvocati che mai, in decenni di pratica avvocatizia, aveva visto una simile incontrollata virulenza non solo contro il difensore, ma anche contro i procuratori e lo stesso pubblico in aula. Mi hanno anche informata che il procuratore della difesa Rieger verrà egli stesso incriminato per “negazione dell’olocausto”. (Credo che Sylvia Stolz sia già stata incriminata, anche se non conosco ancora i particolari).

Ero solita dire agli amici che una delle cose che mi facevano pensare che la sanità mentale e il raziocinio avrebbero vinto sull’isteria era che gli attacchi personali contro di me (telefonate, e-mail e lettere anonime) erano diminuiti. Nel 1996, quando Zundelsite iniziò a farsi notare, insulti e demonizzazione erano ordinaria amministrazione; mentre negli ultimi anni potevano passare mesi senza che mi arrivasse anche solo uno di quei messaggi di odio con cui venivo chiamata con tutti i luridi nomi possibili, e anche peggio. Ieri, i messaggi di odio sono tornati ad uscire come scarafaggi dal parquet.

Cosa faremo adesso? Naturalmente fare appello contro la sentenza sarà un buon modo di protestare. Terremo anche una manifestazione di protesta all’ambasciata tedesca di Washington il 7 maggio prossimo, quindi, per favore, segnate questa data sul calendario. Sappiamo per certo che i vassalli dell’ambasciata tedesca sono dentro fino al collo nella cospirazione che ha consentito di rapire e deportare Ernst prima in Canada e poi in Germania. Abbiamo prove e documenti cartacei. L’ultima scoperta è che l’aereo surrettizio che portò Ernst in Germania nel marzo del 2005, all’insaputa dei media e bypassando le dogane, è costato ai contribuenti canadesi la somma di 130,000 $ e non di 50,000 come ci era stato detto in un primo momento.

Una volta passato lo shock, dovremo tornare a riunirci. E a fare programmi!

Non arrendiamoci!


(Nell’immagine: un disegno di Ernst Zundel del 17 febbraio 2004, schizzato durante la detenzione in cella d’isolamento in Canada). 

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UNA RISPOSTA A CERATTI

by Gianluca Freda (18/02/2007 - 15:24)



Intanto una precisazione sull’antisemitismo: tra me e Ceratti, sono io quello che ha preso le difese di uno studioso ebreo vittima di un episodio di censura e linciaggio mediatico. Lui è quello che nega o minimizza l’episodio. Non gli darò, per questo, dell’antisemita, perché si tratterebbe di una definizione cretina e inattinente al discorso. Diciamo solo che se io e lui fossimo parte della comunità ebraica, lui avrebbe dalla sua le autorità religiose, io gli ambienti accademici (quelli seri, almeno). L’amore e l’odio per gli ebrei, dunque, non c’entrano un tubo. Ciò che abbiamo qui è solo la riproposizione dell’antica e trita dialettica tra religione e scienza, tra esegesi dei sacri testi e ricerca storica (magari con l’aggiunta di una variabile in più, rappresentata dalla saldatura tra religione e propaganda culturale che nel sionismo è più forte che altrove). Io sto con la ricerca scientifica, da sempre, il che mi metterà forse in minoranza ma mi permette – fino a prova contraria - di non prendere lezioni di logica e di empirismo da nessuno, tantomeno dalla parte avversa.

Detto ciò, a Ceratti devo muovere una critica di metodologia dialettica: di tutti i sistemi per contestare le opinioni altrui, la confutazione “punto per punto” è il più sgradevole e pericoloso. Questo per vari motivi. Il meno importante è che dà alla discussione un tono da newsgroup, non bello a vedersi. Poi perché trasforma ogni dibattito in un battibecco stucchevole dal quale gli ascoltatori tendono a distogliere imbarazzati lo sguardo. Ma il peggio è che questo metodo privilegia l’attacco personale all’interlocutore, trascurando quasi sempre l’oggetto della discussione. Riduce una prospettiva o un’opinione alla somma delle sue parti, perdendone il senso, al solo scopo di colpire con più forza la persona che la esprime. Si finisce per fare l’esegesi della punteggiatura e sparare cannonate contro gli errori di sintassi, mentre i temi che si dovrebbero dibattere restano lettera morta. Io, ad esempio, non ho ancora sentito Ceratti esprimere uno straccio d’opinione su ciò che Norman Finkelstein dice dell’olocausto o sul linciaggio morale che ha costretto Toaff a ritirare e rinnegare il suo libro.

Nella visione cerattiana entrare nel merito di una discussione significa dimostrare che Gianluca Freda dice cazzate. Ammettiamo (e non concediamo) che sia vero. Il fatto è che la discussione verteva sulle cose che dice Finkelstein (o che dicono la comunità accademica e la società civile di cui siamo parte sul linciaggio di Toaff), non sulle cazzate che dice Freda. Perché è così difficile mettersi in testa che un tal modo di strutturare una discussione, pur se figlio dell’individualismo becero dei tempi, non porta da nessuna parte? Da che parliamo di questi argomenti, Ceratti ha sprecato fiumi di parole per dimostrarmi che i libri che io dò per irreperibili si trovano in qualsiasi libreria; che tradurre un volantino russo con un titolo inglese è filologicamente errato; che la scelta di certi termini nei miei articoli è criticabile; che io sono un antisemita; che ciò che io scrivo è “inesatto o impreciso o incoerente o contradditorio”; eccetera eccetera.

Tutto questo sarà vero oppure no, ma evidenzia che c’è poco da obiettare sul merito REALE degli argomenti discussi. E cioè sul fatto che, secondo Finkelstein, la maggior parte di ciò che sappiamo dell’”olocausto” sia una sequela di panzane. Oppure sul fatto che tutta la vicenda del libro di Toaff, nell’evolversi oggettivo che ho descritto nell’articolo, configuri una tipologia inconfondibile di censura previo linciaggio mediatico e morale. Si potrà ritenere che tale censura sia stata organizzata dagli interessi di propaganda del sionismo (come credo io) oppure dall’oscurantismo delle autorità religiose ebraiche. Delle due posizioni, sia detto per inciso, è la prima la meno antisemita. Ma il tema dell’esistenza di un attacco ignobile di certi ambienti dell’ebraismo alla libertà d’espressione non è stato affrontato da Ceratti, come nemmeno l’idea che una parte della shoah sia un insieme di leggende. Se Ceratti non contesta queste cose e preferisce contestare me, vuol dire che sono cose difficili da contestare.

La parte più irritante (e un po’ indecente) della missiva di Ceratti è quella in cui egli insinua una possibile incompetenza di Toaff nel trattare la materia di cui si è occupato. Come ho più volte specificato, io non ho ancora letto il saggio di Toaff. Ne conosco i contenuti di massima e qualche estratto solo dagli articoli che ho letto su internet e sui giornali. Anzi, dirò che fino a una ventina di giorni fa, cioè da quando internet e i media hanno iniziato a occuparsi della faccenda, non avevo neppure idea che l’ex rabbino capo di Roma avesse un figlio professore universitario. Tuttavia, è un fatto che Ariel Toaff sia docente di storia medievale e rinascimentale in un’Università prestigiosa e che sia figlio di una delle maggiori autorità morali e spirituali dell’ebraismo del dopoguerra. Tutto ciò non lo rende infallibile, ma gli conferisce senza ombra di dubbio l’autorità morale e la competenza culturale per parlare di un argomento come quello dei sacrifici umani nelle comunità ebraiche mitteleuropee del medioevo. Se qualcuno può farlo, quello è lui. Questo non significa che si debba prendere acriticamente per oro colato tutto ciò che dice. Significa che si deve prenderlo per oro colato fino a quando qualcuno, altrettanto informato e/o autorevole, non lo contesterà con altri documenti e con le appropriate metodologie. Cosa che finora non è avvenuta, poiché il linciaggio preventivo del libro ha reso le tesi di Toaff difficili non dico da contestare, ma perfino da reperire.

Del resto, l’autorevolezza di Toaff è dimostrata dallo stesso linciaggio mediatico di cui è stato fatto oggetto. Non si organizza un simile autodafé per uno scemo qualsiasi. L’esistenza di un pestaggio morale premeditato nei suoi confronti risulta evidente, per una volta, anche a chi non abbia seguito la vicenda su internet ma solo su quel postribolo di baggianate che sono i media tradizionali (TV e giornali). Contro Toaff si è scatenata l’ira preconcetta di autorità, simpatizzanti e semplici pedoni dell’ebraismo che non avevano nemmeno letto il libro. Per molti giorni, si è visto Toaff difendere le sue tesi e reagire rabbiosamente - anche in TV, da Mentana - agli attacchi e agli insulti. Il repentino cambio di atteggiamento (potremmo dire: la resa) ha una data precisa: quella della convocazione di Toaff da parte di Moshe Kaveh, direttore della Bar-Ilan University di cui egli è docente.

Non appena ricevuta notizia della convocazione, Toaff ha iniziato a ritrattare, assumendo un atteggiamento esattamente opposto a quello manifestato in precedenza. Ha detto che forse alcuni capitoli del libro erano troppo provocatori, che rischiavano di alimentare l’antisemitismo (affermazione pazzesca per uno storico: una ricerca storica deve preoccuparsi di essere veritiera, non dei sentimenti che suscita) e che li avrebbe riscritti. Subito dopo l’incontro con Kaveh, Toaff ha deciso repentinamente di ritirare il libro dalla vendita e di devolvere la cifra ricavata fino a quel momento alla ADL, l’associazione sionista che è stata parte integrante dell’aggressione al suo lavoro. Non ci vuole un genio né eccessiva fantasia per capire cosa sia successo. Toaff ci tiene alla carriera e non si sente pronto a fare la fine di tutti quegli studiosi (Irving, Faurisson, Zundel, Rudolf...) che per aver espresso opinioni sgradite al giudaismo hanno perso la cattedra, hanno passato il resto delle loro vite a barcamenarsi tra insulti, minacce e attentati e infine, in molti casi, sono stati sbattuti in prigione con accuse pretestuose e ignobili. Non riesco a considerarlo un vile solo per questo.

Vile, a casa mia, è chi aggredisce, non chi, dopo un tentativo di resistenza, deve cedere all’aggressione. Il massimo della viltà è stare in disparte ad applaudire o giustificare gli aggressori - o a minimizzarne le azioni spaccando il capello in quattro - per paura di buscare qualche schiaffo. Da questo punto di vista e sul piano della personalissima valutazione che sono solito dare – per uso personale - sulla statura morale dei miei simili, la performance di Ceratti non è stata, finora, delle più nobili cui mi sia capitato di assistere.   


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CERATTI TIME

by Gianluca Freda (18/02/2007 - 01:37)


Come promesso, pubblico integralmente il romanzo che Alessandro Ceratti mi ha inviato in risposta al mio articolo sull’episodio di  censura che ha colpito il saggio di Ariel Toaff  Pasque di Sangue. Lascio lo scritto di Ceratti, per ora, senza commento, resistendo all’orribile tentazione di una controreplica punto per punto che ucciderebbe i lettori all’istante, rendendomi artefice di un nuovo olocausto. Mi riservo di fornire, più avanti, una replica complessiva.    (Gianluca)

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Freda continua a rimproverarmi di non contestarlo nel merito. Per impedirmi di girovagare nelle mie oziose e vaniloquenti elucubrazioni ho deciso di commentare frase per frase il testo di Freda con il quale sono in disaccordo. Lascerò in nero il suo testo, mentre il mio commento sarà in azzurro.
1) Non ho ancora letto il suo libro. L’ho ordinato a Internet Bookshop, ma nonostante sia stato da poco stampato la dicitura accanto alla copertina lo dà già come non più disponibile. Dispero di trovarlo in libreria prima che – come sempre accade –sia sostituito da una seconda edizione tagliata e annacquata, ombra della prima.
In che senso: “come sempre accade”? In generale anzi le seconde edizioni sono più complete, corrette e con meno errori della prima.
2) Ci sarà, naturalmente, sempre qualcuno pronto a giurare che il libro si trova in tutte le librerie e cartolerie d’Italia, che la censura sionista sulla verità non esiste se non nella fervida fantasia dei “complottisti”.
Sinceramente non ho provato a controllare se riesco a trovarlo in libreria. Ne dubito, visto che gli organi di informazione hanno detto che il libro è stato ritirato dal commercio. Ma ancora una volta sembra proprio che lei corra troppo. Perché non trovare disponibile questo libro, aihmé, non dimostra affatto l’esistenza di censura sionista sulla verità. E lo si può sostenere con due argomentazioni, una delle quali definitiva. La prima è che attribuire alla censura sionista questa circostanza è un fatto opinabile, che varrebbe la pena di corroborare un pochino. Inoltre: lei dev’essere proprio un bel soggetto! Visto che dichiara di sapere già per certo che quanto contenuto in quel libro sia la verità, pur ammettendo di non averlo letto. E’ una performance! E se dicesse un sacco di stronzate?
3) Ariel Toaff, per il momento, gode della mia più profonda ammirazione
E a che cosa deve la sua ammirazione? Lei già conosceva i lavori di questo studioso? O l’ammirazione che ha per lui deriva elusivamente dal fatto che egli ha pubblicato un libro (che peraltro non ha letto) del quale si sa piuttosto vagamente che prende in considerazione seriamente l’ipotesi di sacrifici rituali da parte degli ebrei? Così a buon senso pare proprio che chiunque faccia un attacco nei confronti degli ebrei finisca quasi automaticamente per godere della sua ammirazione.
4) e la vicenda che lo ha costretto, dopo giorni di insulti, minacce e ricatti, a disconoscere il suo libro e ritirarlo dalle librerie è uno degli eventi di censura più disgustosi e squallidi a cui mi sia capitato di assistere. Roba da inquisizione, senza esagerare. Se non posso ancora dire nulla sul libro (ma lo farò appena lo avrò letto, eccome se lo farò), posso però parlare della persecuzione di cui Toaff e la sua ricerca sono stati oggetto.
Le risulta che Ariel Toaff abbia parlato di persecuzione? A me no. Ovviamente, dirà lei, perché è già stato perseguitato e non ha più la possibilità rialzare la testa. Ok, possibile. Prendo atto.
5) Se non basta questo a far capire a certa gente quanto enorme sia il potere delle lobby sioniste e quanto della nostra cultura sia fondato sulle loro menzogne, allora nulla basterà.
No non basta affatto. E per questo semplice motivo. Perché non mi sembra poi una così grande manifestazione di potenza da parte delle “lobby sioniste” (ma perché al plurale? Quante ce ne sono? Qual è la differenza l’una dall’altra?) convincere un intellettuale ebreo, che lavora in Israele, figlio del rabbino capo di Roma a ritornare sulle sue posizioni. Io posso costringere mio figlio a fare o non fare una cosa, e questa circostanza può essere indice del mio potere di controllo su di lui. Ma non è indice di un potere smisurato. Già se potessi disporre così del figlio di un altro sarebbe cosa diversa, un pochino più potente. Ma non pare questo il caso.
6) Ci vuole coraggio per scrivere un libro così scomodo essendo figlio di una personalità di primo piano della cultura e della politica ebraica come l’ex rabbino capo di Roma. Ma Ariel Toaff ha il coraggio delle proprie idee,
Si ricorda che poco fa ho preso atto della condizione di perseguitato costretto al silenzio di Ariel Toaff? Purtroppo questa condizione pare contraddetta da quanto lei stesso afferma qui sopra. A questo punto però non può che cadere quanto da lei affermato nel paragrafo 4.
7) un coraggio che nasce dalle ricerche e dalla profonda conoscenza che possiede della storia del suo popolo.
Glielo chiedo di nuovo. Mi dica, ma lei aveva già sentito parlare di Ariel Toaff prima di questa circostanza? Secondo, in base a quali competenze personali gli attribuisce tali meriti? Terzo, mi lasci fare questa ipotesi in base a quello che immagino possano essere le sue risposte alle prime due domande (ovvero: domanda uno: NO, domanda due: NESSUNA COMPETENZA PERSONALE, non sono uno storico della cultura ebraica), dunque, perché gli attribuisce questi meriti? Perché di lui sa giusto, attraverso lacunose informazioni giornalistiche, che sembra aver dato per buono l’infanticidio rituale? Viceversa se avesse scritto un pamplhet per glorificare l’Olocausto l’avrebbe messo di diritto tra i componenti delle lobby ebraiche?
8) Proprio la cultura e la conoscenza storica che egli possiede sono i principali nemici di chi, da settant’anni a questa parte, sta cercando di riscrivere la storia antica e contemporanea dell’ebraismo per farne una nuova religione rivelata.
Anche ammesso che le sue risposte alle prime due domande siano: SI. E: UN PO’ ME NE INTENDO, mi spiega perché questo ebreo, figlio di rabbino, docente in un’università in Israele, proprio lui deve essere più autorevole di decine e centinaia di studiosi ebrei e non che sostengono posizioni differenti? Io ho veramente la sensazione che sono autorevoli e veritieri coloro che portano acqua alle sue tesi, e menzogneri, succubi delle lobby ebraiche ecc. ecc. quelli che invece sostengono tesi che non le aggradano.
9) L’unica religione la cui apostasia viene ancora punita con il carcere, con il linciaggio morale, con il rogo dei testi messi all’indice e con la condanna degli eretici a rinnegare i propri scritti.
Questo è semplicemente falso. Ed è falso dall’alto verso il basso e dal basso verso l’altro. Mi spiego. Non è affatto vero che l’ebraismo sia l’unica religione che punisce severamente l’apostasia. Tutti sappiamo che l’Islam prevede persino la morte per l’apostata. Inoltre non mi risultano roghi di libri. Né carcere per chicchessia. Né d’altro canto mi risulta che Ariel Toaff sia un’apostata.
La sua performance globale è straordinaria. Lei in due righe riesce a scrivere tali e tante falsità che per evidenziarle tutte di righe ne occorrono molte di più!

8) Ora Ariel Toaff sa cosa significa sfidare questa religione.
Contro il libro di Toaff si erano schierati tutti gli undici rabbini delle comunità italiane, compreso Riccardo Di Segni, successore di Elio Toaff, con a capo il loro presidente, Giuseppe Laras, e il presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna. Tutti insieme avevano firmato un documento di condanna contro Toaff, una specie di fatwa giudea, che Toaff sulle prime aveva così commentato: “Si tratta di una dichiarazione obbrobriosa, se, prima di giudicare, avessero letto il libro se la sarebbero tranquillamente potuta risparmiare”.
Chissà? Non sarebbe meglio se tutti, prima di parlare, l’avessero letto questo dannato libro. Lei compreso?
9) Per avere un’idea di ciò che Toaff ha dovuto passare basta andare su uno dei forum nei quali il suo libro viene discusso. Come sempre, nessuno si sogna di discutere le sue tesi nel merito
Diavolo! Ma allora la censura ebraica è arrivata ancora una volta troppo tardi! Come nel caso del libro “L’industria dell’Olocausto”. Ormai il libro, benché sia stato in commercio pochi giorni, è nelle mani di un sacco di gente che lo commenta nei forum su internet (a quanto pare esistono già dei forum dedicati. Me li segnalerebbe per piacere?). Non sarà invece che quelle persone di quel libro ne sanno quanto me e lei, che non l’abbiamo letto ed è per questo che non ne parlano nel merito? Inoltre, a pensarci bene. Come fa lei a sapere qual è il merito del libro? In realtà lo ha letto e ce lo tiene nascosto? E se invece bisogna crederle (cioè che il libro non lo ha letto) che idea si è fatto del merito di questo libro? Quella che esso sostiene che l’infanticidio rituale è una sacrosanta verità? E questo in base a un paio di articoli su quella stampa alla quale normalmente non dà nessun credito? Signor Freda, si rende conto che non sta in piedi nulla si ciò che dice, neanche a puntellarlo?
10) Nessuno ha la cultura per farlo, ma la cosa più triste dell’ignoranza è che blocca tutto tranne la lingua e la tastiera del PC.
Finalmente una sua affermazione su cui sono pienamente d’accordo. Ecco, forse non siamo d’accordo a proposito delle persone che abbiamo in mente quando pensiamo così. (a meno che lei non mi presenti un attestato di qualche Yeshivà che dimostra che lei ha frequentato quella scuola per anni)

Basta. Sono stufo. Faccio appello agli altri lettori per chieder loro se non trovano sufficiente quello che ho detto fin qui contro il mare di sciocchezze scritte da Freda. Non c’è praticamente riga, paragrafo che non fosse inesatto o impreciso o incoerente o contradditorio.  Alla prossima. Se lo doveste ritenere necessario (ma ne dubito fortemente) sono pronto a continuare il mio commento al formidabile pezzo di Freda fino alla fine.
Concludo riportando una notizia  trovata sul web: “In un comunicato Ariel Toaff ha fatto sapere che intende «riscrivere quei passaggi che hanno dato origine alle distorsioni e alle falsità pubblicate dai media. Sto compiendo questi passi per prevenire un ulteriore uso improprio del mio libro come propaganda antisemita».”

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UN FAURISSON D'ANNATA

by Gianluca Freda (17/02/2007 - 19:03)



Dopo la ripugnante sentenza che in Germania ha condannato a 5 anni di carcere Ernst Zündel per reati d’opinione, voglio ripubblicare questo classico intervento, scritto da Robert Faurisson, sulla leggenda delle camere a gas nei campi di concentramento tedeschi. Il testo fu pubblicato dal giornale Le Monde il 29 dicembre del 1978 e fu seguito da polemiche e interventi di protesta a seguito dei quali il giornale si decise a chiudere la discussione. Anche Faurisson, come tutti coloro che hanno cercato di far luce sugli eventi che siamo soliti chiamare “Olocausto”, ha avuto la vita difficile. Le sue dichiarazioni sono state manipolate e stravolte dalla stampa di regime, che gli ha anche rifiutato ogni intervento di replica. Le minacce alla sua incolumità che seguirono alla pubblicazione della sua lettera a Le Monde lo costrinsero a lasciare la propria cattedra all’Università di Lione per dedicarsi all’insegnamento a distanza. Subì diverse aggressioni da parte di ebrei  fanatici, in una delle quali riportò, nel 1989, la frattura della mascella (foto).

 
E’ stato condannato a più riprese dalla giustizia francese per “negazione di crimini contro l’umanità”. L’ultima di queste condanne fa seguito alla denuncia depositata da alcune associazioni ebraiche francesi relativamente all’intervista rilasciata da Faurisson al canale iraniano Sahar 1, in cui egli negava l’esistenza di un progetto di sterminio sistematico degli ebrei da parte del nazismo. Recentemente Faurisson ha partecipato alla Conferenza Iraniana sull’Olocausto, tenutasi a Teheran lo scorso dicembre.
Il presidente Chirac ha già richiesto l’apertura di un’inchiesta premilinare sugli argomenti trattati da Faurisson nella conferenza.


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Nessuno contesta l'utilizzazione di forni crematori in alcuni campi tedeschi. La frequenza stessa delle epidemie, in tutta l'Europa in guerra, esigeva la cremazione, ad esempio, dei cadaveri di morti per tifo. Ad essere contestata è l'esistenza delle "camere a gas", veri mattatoi umani. Dal 1945 questa contestazione cresce. I grandi mezzi d'informazione non l'ignorano più.

Nel 1945 la storiografia ufficiale affermava che delle "camere a gas" erano entrate in funzione sia nell'ex Reich sia in Austria, sia in Alsazia sia in Polonia. Quindici anni più tardi, nel 1960, correggeva il suo giudizio: "camere a gas" non avevano, "prima di tutto" (?), funzionato che in Polonia (1).

Questa lacerante ammissione del 1960 annullava mille "testimonianze", mille "prove" di pretese gassazioni a Oranienburg, a Buchenwald, a Bergen-Belsen, a Dachau, a Ravensbrück, i Mauthausen. Dinanzi agli apparati giudiziari inglese o francese, i responsabili di Ravensbrück (Suren, Schwarzhuber, il dottor Treite) avevano confessato l'esistenza di una "camera a gas" di cui avevano perfino descritto, in modo vago, il funzionamento. Scena simile per Ziereis, a Mauthausen, o per Kremer, a Struthof. Dopo la morte dei colpevoli, s'è scoperto che queste gassazioni non erano mai avvenute. Fragilità delle testimonianze e delle confessioni!

Neppure le "camere a gas" in Polonia (si finirà pure con l'ammetterlo) sono mai state realtà. E' agli apparati giudiziari polacco e sovietico che dobbiamo l'essenziale delle nostre conoscenze in proposito (si veda ad esempio la sbalorditiva confessione di R. Höss: Commandant à Auschwitz).

L'attuale visitatore di Auschwitz o di Majdanek si vede presentare come "camere a gas" locali in cui qualsiasi gassazione sarebbe risultata una catastrofe per i gassatori e il loro seguito. Un'esecuzione collettiva con il gas, ammettendo che fosse praticabile, si sarebbe tradotta in una gassazione suicida o accidentale. Per gassare un solo prigioniero alla volta, con i piedi e le mani legati, gli americani impiegano un gas sofisticato, e questo in uno spazio limitato, in cui il gas, dopo l'uso, viene aspirato per essere in seguito neutralizzato. Così, come si sarebbe potuto, per esempio ad Auschwitz, far entrare duemila (e anche tremila) uomini in uno spazio di 210 metri quadrati (!), quindi versare (!) su di loro dei granuli di quel banale e violento insetticida che è lo Zyklon B? Infine come si sarebbe potuto, subito dopo la morte delle vittime, inviare senza maschere antigas, in quel locale saturo di acido cianidrico, una squadra incaricata di estrarre i cadaveri impregnati di cianuro? D'altronde, documenti troppo poco noti (2) dimostrano:

1) Che quel locale, che i tedeschi avrebbero fatto saltare prima della loro fuga, non era altro che un normale obitorio (Leichenkeller), interrato (per proteggerlo dal calore) e provvisto di una sola piccola porta d'entrata e d'uscita;

2) Che lo Zyklon B non poteva essere eliminato con una rapida ventilazione e che per la sua evaporazione occorrevano per lo meno ventuno ore.

Mentre sui forni crematori di Auschwitz si possiedono migliaia di documenti, comprese le fatture, precise al centesimo. sulle "camere a gas", che, a quanto pare, erano di fianco a questi forni, non si ha né un ordine di costruzione, né un progetto, né un'ordinazione, né una pianta, né una fattura, né una foto. Con cento processi (Gerusalemme, Francoforte, ecc.), non si è riusciti a fare saltare fuori niente.

"Io ero ad Auschwitz. Non c'erano "camere a gas”". Non si presta attenzione ai testimoni a discarico che osano pronunciare questa frase. Li si processa. Ancora oggi, nel 1978, chiunque in Germania porti testimonianza a favore di T. Christophersen e del suo libro Die Auschwitz Lüge (La menzogna di Auschwitz) rischia una condanna per "oltraggio alla memoria dei morti".

Dopo la guerra, la Croce rossa internazionale (che aveva svolto la sua inchiesta sulla "diceria di Auschwitz"), il Vaticano ( che era così bene informato sulla Polonia), i nazisti, i collaborazionisti, tutti dichiararono con molti altri: "Le “camere a gas”? Non ne sappiamo niente". Ma come si possono sapere le cose se non sono esistite?

Il nazismo è morto e sepolto, col suo Führer. Oggi rimane la verità. Osiamo proclamarla allora. L'inesistenza delle "camere a gas" è una buona notizia per la povera umanità. Una buona notizia che sarebbe male tenere ancora nascosta (3).


Robert Faurisson docente universitario (Università di LioneII)

NOTE

1.) Keine Vergasung in Dachau del dottor Martin Broszat, direttore dell'Istituto di storia contemporanea di Monaco ("Die Zeit", 19.8.1960, p. 16) [nda].

2.) Da un lato, fotografie del museo di Auschwitz (neg. 519 e 6228); dall'altro, documenti di Norimberga (NI-9098 e NI-9912) [nda].

3. Tra la ventina di autori che negano l'esistenza di "camere a gas", citiamo Paul Rassinier, ex deportato (Le Véritable Procès Eichmann, 1962), e soprattutto l'americano A.R. Butz, autore del notevole libro The Hoax of the 20th Century (1976) [nda]







 

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PAROLE IN LIBERTA'

by Gianluca Freda (17/02/2007 - 13:37)



QUANDO E' TROPPO E' TROPPO
di Alessandro Ceratti
dal blog di Claudio Sabelli Fioretti

L'impudenza di Gianluca Freda ha veramente superato ogni limite. Andatevi a leggere l'ultimo articolo del suo Blog a proposito del libro di Toaff. Si sta veramente rasentando la follia. Come è possibile che qualcuno abbia una simile faccia tosta! Scusate, mi rendo conto che non sto usando dei ponderati argomenti, ma andate, leggete e poi mi direte. Se poi ci fosse qualcuno che non capisce la mia indignazione e se il buon Claudio dovesse ritenere che valga la pena che io ne dettagli i motivi, sono pronto a farlo. Ma la lettera che dovrei scrivere, per essere minimamente esaustiva, non sarebbe di 500 caratteri ma di 50.000!


Caro Ceratti, su una cosa ha ragione: anch'io, come lei, mi rendo perfettamente conto che lei non sta usando ponderati argomenti. Se vuole può farlo. Questo non è il blog del "buon Claudio" e qui non vige la regola delle 500 battute. Magari 50.000 sono un  po' troppe, anch'io ho dei limiti, ma in linea di massima lei può scrivere tutto quello che vuole. Non nei commenti, per favore (lì occorre contenersi), ma inviando una mail all'indirizzo che vede qui di fianco. Ha la mia parola che sarà pubblicato integralmente, parola per parola, contumelie comprese. Se poi tra tante parole facesse capolino qualche argomentazione, sarebbe il massimo e potrebbe aprirsi un dialogo anziché il solito scambio di improperi. Rimango in fiduciosa attesa.

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REATI DI PENSIERO

by Gianluca Freda (16/02/2007 - 22:53)



Ernst Zündel, la cui vicenda avevo già accennato in questo articolo, è stato condannato tre giorni fa a 5 anni di prigione (cioè al massimo della pena) per negazione dell’olocausto da una corte tedesca. Non so se si capisce, ma comincio a essere preoccupato. La condanna di Zündel, le minacce e la censura  contro il libro di Ariel Toaff, la legge contro la negazione dell’olocausto (lo scrivo apposta con la minuscola) in arrivo anche in Italia, il timore permanente delle persone con cui discuto di entrare nel merito delle tesi revisioniste: tutto questo configura un clima di paura e di caccia alle streghe che rende l’Europa una zona in cui la libertà di pensiero è ormai pressoché inesistente. Della fine della nostra libertà dobbiamo ringraziare il potere delle lobby sioniste, le stesse che si impegnarono per l’estradizione di Zundel dal Canada e per la sua persecuzione, le stesse che in questi giorni si stanno battendo per far approvare in Italia e in Europa le leggi che ci impediranno di occuparci della storia del ‘900 se non nei termini che saranno i giudei a stabilire.

Naturalmente ora qualche imbecille dirà: ma guarda, Freda difende un estremista di destra come Zündel. Bel comunista che è. Io non so cosa significhi essere comunisti per la maggior parte della gente, ma per me ha sempre significato stare contro il potere e a favore di chi ne subisce i soprusi. Qualcuno lo chiamerebbe “lottare contro i mulini a vento”, che è una definizione che mi sta benissimo. Zündel, estremista di destra o no, non è né un naziskin né un ultrà ma solo un vecchietto che in vita sua non ha mai fatto male a una mosca. I “crimini” di cui è accusato riguardano le opinioni che ha espresso e le pubblicazioni che la sua casa editrice, la Samisdat Publishing, aveva stampato quasi trent’anni fa. Pubblicazioni che, rispetto a certi articoli della Fallaci o a certi editoriali di Feltri che siamo abituati a considerare parte della nostra “normalità”, erano un modello di equilibrio e di rigore storico. Di chi dovrei avere più paura, come cittadino? Di un vecchietto quasi settantenne o del potere che lo perseguita e lo imprigiona nella speranza di mettere a tacere ciò che dice? Io stesso ho espresso, in altre occasioni, il desiderio di veder punire con il carcere chi esprime opinioni razziste e non ho cambiato idea. Ma Zündel non è in prigione per aver espresso opinioni razziste contro gli ebrei, vi è per aver osato dubitare - come dubito io, come ormai dubitano in molti - di ciò che la propaganda sionista (cioè della parte più violenta e razzista dell’ebraismo) vorrebbe imporci come verità storica ufficiale. Zündel ha unito ai suoi dubbi il rigore della ricerca storica ed è stato probabilmente questo che lo ha reso pericoloso e ha firmato la sua condanna.

L’unica buona notizia è che per comminare una pena così spropositata e iniqua, sprezzante dei più elementari princìpi della democrazia, i sionisti devono sentirsi il fuoco al culo, ma di brutto. Internet li ha messi in crisi, ha fatto emergere verità che dovevano restare confinate nel limbo e ora, non sapendo cosa fare, iniziano a sparare contro tutto e tutti come gendarmi impazziti. La speranza è che, sparando all’impazzata, finiscano per rimanere vittime del loro stesso piombo. L’ingiustizia perpetrata contro Zündel, se fornita di adeguata risonanza, potrebbe essere il classico proiettile che ferisce di rimbalzo l’assassino che lo ha esploso. Se la ferita lo ucciderà o lo renderà solo più feroce sarà il tempo a dirlo. Molto dipenderà anche dalla nostra volontà di trasformare i princìpi di libertà di cui ogni governante europeo si riempie il cavo orale da favola per le vecchie in prassi ed esercizio quotidiani.  

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CREAZIONI MEDIATICHE: IL SEMITA ANTISEMITA

by Gianluca Freda (16/02/2007 - 15:41)


Non ho ancora letto il suo libro. L’ho ordinato a Internet Bookshop, ma nonostante sia stato da poco stampato la dicitura accanto alla copertina lo dà già come non più disponibile. Dispero di trovarlo in libreria prima che – come sempre accade – sia sostituito da una seconda edizione tagliata e annacquata, ombra della prima. Ci sarà, naturalmente, sempre qualcuno pronto a giurare che il libro si trova in tutte le librerie e cartolerie d’Italia, che la censura sionista sulla verità non esiste se non nella fervida fantasia dei “complottisti”. Ariel Toaff, per il momento, gode della mia più profonda ammirazione e la vicenda che lo ha costretto, dopo giorni di insulti, minacce e ricatti, a disconoscere il suo libro e ritirarlo dalle librerie è uno degli eventi di censura più disgustosi e squallidi a cui mi sia capitato di assistere. Roba da inquisizione, senza esagerare. Se non posso ancora dire nulla sul libro (ma lo farò appena lo avrò letto, eccome se lo farò), posso però parlare della persecuzione di cui Toaff e la sua ricerca sono stati oggetto. Se non basta questo a far capire a certa gente quanto enorme sia il potere delle lobby sioniste e quanto della nostra cultura sia fondato sulle loro menzogne, allora nulla basterà.

Ci vuole coraggio per scrivere un libro così scomodo essendo figlio di una personalità di primo piano della cultura e della politica ebraica come l’ex rabbino capo di Roma. Ma Ariel Toaff ha il coraggio delle proprie idee, un coraggio che nasce dalle ricerche e dalla profonda conoscenza che possiede della storia del suo popolo. Proprio la cultura e la conoscenza storica che egli possiede sono i principali nemici di chi, da settant’anni a questa parte, sta cercando di riscrivere la storia antica e contemporanea dell’ebraismo per farne una nuova religione rivelata. L’unica religione la cui apostasia viene ancora punita con il carcere, con il linciaggio morale, con il rogo dei testi messi all’indice e con la condanna degli eretici a rinnegare i propri scritti. Ora Ariel Toaff sa cosa significa sfidare questa religione.

Contro il libro di Toaff si erano schierati tutti gli undici rabbini delle comunità italiane, compreso Riccardo Di Segni, successore di Elio Toaff, con a capo il loro presidente, Giuseppe Laras, e il presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna. Tutti insieme avevano firmato un documento di condanna contro Toaff, una specie di fatwa giudea, che Toaff sulle prime aveva così commentato: “Si tratta di una dichiarazione obbrobriosa, se, prima di giudicare, avessero letto il libro se la sarebbero tranquillamente potuta risparmiare”. Per avere un’idea di ciò che Toaff ha dovuto passare basta andare su uno dei forum nei quali il suo libro viene discusso. Come sempre, nessuno si sogna di discutere le sue tesi nel merito. Nessuno ha la cultura per farlo, ma la cosa più triste dell’ignoranza è che blocca tutto tranne la lingua e la tastiera del PC. Così i commenti sono scritti da gente che lo insulta, lo maledice, si augura che torni a occuparsi di libri di cucina (Toaff aveva scritto un saggio sulle abitudini alimentari degli ebrei italiani tra il Medioevo e la metà dell’Ottocento) e chiede che gli venga tolta la cattedra universitaria.

In un’intervista al quotidiano Maariv, Toaff aveva detto, qualche giorno fa, che le ultime settimane erano state per lui un incubo, diventato anche più terribile negli ultimi giorni. Le mail di minaccia si erano moltiplicate. Una di esse, letta al corrispondente romano di Maariv, Menachem Gantz, diceva: «Se nei secoli è stato versato tanto sangue ebreo, ora ne verrà versato ancora, il tuo». Lo avevo visto due o tre giorni fa a Matrix, che ancora difendeva disperatamente la sua ricerca, ricordando che gli ebrei sono l’unico popolo che abbia paura di fare luce sulla propria storia, perfino quando si tratta della storia delle comunità ebraiche ashkenazite di 900 anni fa. Sembrava determinato e combattivo, sicuro della propria cultura e delle proprie affermazioni, pronto a difenderle con tutti gli strumenti necessari.

La resa è arrivata poco tempo dopo. E’ iniziata in sordina, con la decisione comunicata da Toaff di riscrivere i capitoli più controversi del suo libro. Tentando di sottrarsi al linciaggio mediatico, aveva definito quei capitoli “una provocazione accademica”. Ma alla censura sionista non è bastato. Toaff è stato convocato da Moshe Kaveh, direttore della Bar-Ilan University dove egli insegna, che gli ha chiesto spiegazioni, facendogli notare come molti sostenitori dell’Università, a seguito di quanto avvenuto, minacciavano di sospendere le proprie contribuzioni. A questi ricatti e minacce si aggiungevano le pressioni familiari, con il padre di Ariel che, già dissociatosi dagli scritti del figlio, lo attaccava senza mezze misure dichiarando a “Repubblica”: «Mangiare il pane azzimo mischiato al sangue di bambini cristiani uccisi? Aberrante! Un insulto all’intelligenza, alla tradizione, alla storia in generale e al vero senso della religiosità ebraica e dispiace che a sollevare sciocchezze simili sia stato mio figlio. Ma forse lo ha fatto senza rendersi conto della gravità di certe affermazioni e che queste tematiche, da secoli già condannate dalla storia e dalla tradizione, e non solo di quella ebraica, possono diventare subito argomenti per rilanciare pericolosi sentimenti di antisemitismo e voglie di negazionismo dell’Olocausto. E’ un errore. Ma nella vita tutti possono sbagliare».

Alla fine la resa è stata totale. Ariel Toaff ha deciso di sospendere la distribuzione del suo libro (il che creerà non pochi problemi alla casa editrice Il Mulino che lo aveva pubblicato), ha totalmente rinnegato il proprio lavoro e ha deciso di devolvere i proventi della vendita del libro alla Anti-Defamation League, la stessa organizzazione sionista che sta premendo sui governi europei perché introducano leggi che puniscano con la reclusione ogni opinione non allineata sul sacro olocausto giudaico.

Le persone che sono solite dare dell’antisemita a me e a tutti coloro che osano occuparsi di questi temi, non sanno – essendo profondamente ignoranti – che questa visione “antisemita” è poco più che una reazione alla repressione e alla censura che vige in tutti i territori sui quali le lobby sioniste esercitano il loro potere. Primo fra tutti quell’infelice insieme di territori senza più storia né valori che siamo soliti chiamare “Occidente”. Tra questi “antisemiti” vi è un gran numero di ebrei, colti, studiosi, ragionanti, i cui scritti sono felice di tradurre e ospitare su questo blog. Ariel Toaff è l’ultimo arrivato di questa grande schiera di “semiti antisemiti” che cercano di gettare un po’ di luce nell’era di repellente oscurantismo mediatico in cui da più di cent’anni siamo rinchiusi. Gli dò il benvenuto e spero di poter tradurre qualcosa di suo il prima possibile. Potete star certi che sentirete ancora parlare di lui.

Ah, il suo libro si chiama Pasque di Sangue, è edito da Il Mulino e costa 25 euro. Se qualcuno ha un’idea di dove trovarne una copia (ad esempio quel Ceratti che vanta la straordinaria ricchezza delle librerie milanesi) per cortesia, me lo faccia sapere. Grazie.   

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INTERROGAZIONI

by Gianluca Freda (15/02/2007 - 00:38)



di Antonio Vota
da votantonioblog.splinder.com

Occazzo: i brigatisti arrestati erano iscritti alla CGIL. "La sinistra si interroghi!", strumentalizzano i bondicicchitti.
Poi hanno frugato meglio nelle loro tasche e sono state trovate anche la Fidàty Card dell'Esselunga, l'abbonamento in curva sud, la tessera di Blockbuster, la scheda del digitale terrestre, i punti del Mulino Bianco, la foto delle conviventi e i santini di Padre Pio.
Ora son tutti lì a interrogarsi tra loro...

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CREMOSO E RASSODANTE

by Gianluca Freda (14/02/2007 - 19:17)



Una delle bufale più ridicole e macabre che siano mai state raccontate sull’Olocausto, è quella secondo la quale i tedeschi avrebbero fabbricato saponette dal grasso degli ebrei uccisi nei campi di concentramento. Questa leggenda si era diffusa negli anni della Seconda Guerra Mondiale – restando poi viva per decenni - insieme a moltissime altre, alcune delle quali, nonostante gli sforzi della storiografia seria, continuano ancor oggi a nutrire l’immaginario collettivo. La leggenda era nata dalla scritta “RIF” che compariva sulle tavolette di sapone distribuite dalle autorità tedesche nei ghetti ebraici e nei campi di concentramento e che secondo le voci di popolo sarebbe stata l’acronimo di “Rein juedisches Fett”, cioè “Puro grasso di ebreo”. In verità, se così fosse stato, la scritta avrebbe dovuto essere “RJF” e non “RIF”, ma queste sottigliezze non fermano l’immaginario popolare. Queste voci si erano diffuse negli anni 1941 e 1942, tanto che alla fine del ’42 le autorità tedesche di stanza in Polonia e Slovacchia avevano pubblicamente espresso la propria preoccupazione in merito. In realtà la scritta, più prosaicamente, stava a significare "Reichsstelle fr Industrielle Fettversorgung" cioè “Centro del Reich per la Produzione Industriale di Grasso”, un’agenzia tedesca che si occupava della produzione e distribuzione di saponi e detersivi in tempo di guerra. Paradossalmente questi prodotti, nonostante il nome del distributore, erano totalmente composti di materiali sintetici e non contenevano grassi, né umani né di altro tipo.

Oggi quasi tutti gli storici ammettono che la storia della saponificazione degli ebrei era un’enorme sciocchezza. Come si legge nell’articolo in figura, perfino il museo dell’Olocausto in Israele ha dovuto ammettere, pur se a denti stretti, che si trattava di una bufala. Quello che non ammettono e non ammetteranno mai è che questa sciocchezza fu avallata, per decenni, da quasi tutta la comunità degli studiosi, dai media, dalle autorità militari e governative postbelliche e – quel che più conta – da molte persone sulle cui dichiarazioni e testimonianze si fonda quasi tutto ciò che oggi crediamo di sapere sul cosiddetto “Olocausto”. Nelle stesse carte del processo di Norimberga del 1945-46 quest’accusa viene definita “sicura e provata”. L. N. Smirnov, capo della consulenza legale dell’URSS a Norimberga, dichiarò al Tribunale: “Le stesse menti tecniche e razionali delle SS che crearono le camere a gas e i vagoni della morte, iniziarono a studiare metodi di completo annientamento dei corpi umani, che non solo avrebbero cancellato ogni traccia dei loro crimini, ma sarebbero anche serviti alla fabbricazione di certi prodotti”.

Del resto, se qualcuno ha assistito ai recenti processi, gestiti dagli americani, contro Milosevic e Saddam Hussein, avrà un’idea di quanto siano affidabili i risultati dei processi che i vincitori intentano contro i nemici sconfitti.



La storia di questa leggenda popolare è assai significativa per capire quale impatto possa avere una diceria, non importa quanto assurda, quando la sua diffusione viene controllata a scopo di propaganda da persone influenti e da potenti organizzazioni.

Una di queste persone influenti era Ilya Ehrenburg, il feroce e fanatico attivista della propaganda sovietica di cui ho già parlato qualche giorno fa. Egli era solito esibire, nei suoi tour americani per la raccolta di fondi a favore dell’esercito sovietico, le famose saponette con la famosa scritta. Ehrenburg scrisse nelle sue memorie: “Ho tenuto nelle mie mani un pezzo di sapone che recava impressa la leggendaria scritta “Puro sapone di ebreo”, preparato dai cadaveri di persone che erano state uccise. Ma non c’è bisogno di parlare di queste cose: migliaia di libri sono stati scritti sull’argomento”.

Ahimé, era vero. Migliaia di libri, di storia e non, hanno avallato per decenni questa colossale scempiaggine. Ad esempio un sussidiario per le scuole elementari canadesi intitolato Canada: The Twentieth Century raccontava ai bambini che i tedeschi “bollivano i cadaveri delle loro vittime ebree per fabbricare sapone”. Oppure un opuscolo intitolato “The Anatomy of Nazism”, distribuito dalla Anti-Defamation League (la stessa organizzazione sionista che sta facendo pressione sul governo italiano per far approvare il famigerato decreto Mastella contro il negazionismo), in cui si leggeva: “Il processo di brutalizzazione non terminava con gli omicidi di massa. Enormi quantità di sapone venivano fabbricate dai cadaveri degli uccisi”.

Si tenga presente che Ilya Ehrenburg, l’uomo che contribuì alla diffusione di queste bufale, è lo stesso a cui dobbiamo la cifra (mai provata) di sei milioni di ebrei uccisi dal nazismo. Fu lui, infatti, a citarla per primo in uno dei suoi spaventosi articoli di guerra, diretti alle truppe sovietiche, pieni di incitazioni all’omicidio e allo stupro. L’articolo fu pubblicato sul settimanale “Soviet War News” (anzi: “Notizie di Guerra Sovietiche” in russo, prima che Ceratti mi faccia notare che i giornali russi non sono scritti in inglese) del 22 dicembre 1944. L’articolo si intitolava “Ricordate, ricordate, ricordate!”  (sempre in russo) e in esso Ehrenburg scriveva (in russo): “Chiedete a qualsiasi prigioniero tedesco perché mai i suoi compatrioti abbiano sterminato sei milioni di persone innocenti e lui vi risponderà semplicemente: 'Beh, erano ebrei'”. A voler essere del tutto preciso, dovrei dire che la cifra di sei milioni di ebrei morti circolava già da molti anni prima, prima ancora che iniziassero le deportazioni, fin dalla Prima Guerra Mondiale e da quando Hitler aveva i calzoni corti. Ma questo ci porterebbe troppo lontano e lo racconterò un’altra volta. Si tenga presente che perfino oggi si discute se gli americani, in territorio iracheno, abbiano massacrato 200.000 o 700.000 persone. L’idea che nel 1943 i sionisti potessero sapere con precisione se gli uccisi in territorio nemico fossero migliaia o milioni è pura follia.

Un altro sostenitore della fola della saponificazione ebraica fu Simon Wiesenthal, il mitico “cacciatore di nazisti”. Chissà se il documentario di cui egli è stato recentemente ossequiato dal regista americano Richard Trank fa cenno alle fesserie di cui egli era solito farcire i suoi articoli. In un pezzo pubblicato nel 1946 sul giornale della comunità ebraica austriaca Der Neue Weg, Wiesenthal scriveva:

“Nell’ultima settimana di marzo, la stampa rumena ha riportato una strana notizia: nella piccola città rumena di Folticeni venti scatole di sapone sono state seppellite nel locale cimitero ebraico con tanto di cerimonia e rito funebre completo. Questo sapone era stato recentemente ritrovato in un ex magazzino di armi tedesco. Sulle scatole vi erano le iniziali “RIF”, cioè “puro grasso di ebreo”. Queste scatole erano destinate alle Waffen-SS. La carta da imballaggio ha rivelato con spaventosa chiarezza che questo sapone era stato ricavato dai cadaveri degli ebrei. Sorprendentemente, i pur meticolosi tedeschi hanno dimenticato di precisare se il sapone fosse stato ricavato da bambini, ragazze, uomini o vecchi”.

Wiesenthal proseguiva:

“Dopo il 1942 i membri del Governo Generale [in Polonia] sapevano bene cosa significasse la scritta RIF sul sapone. Il mondo civilizzato non crederebbe alla gioia con cui i nazisti e le loro donne nel Governo Generale pensavano a questo sapone. In ogni saponetta vedevano un ebreo che era stato rinchiuso lì dentro come per magia, impedendogli di diventare un nuovo Freud, Ehrlich o Einstein”.

Insomma, un concentrato di stupidaggini, razzismo e demonizzazione del nemico sconfitto degno di un leghista trevigiano. La leggenda del “sapone di ebreo” fu tenuta viva per molti decenni dagli ebrei che durante la guerra avevano vissuto nei ghetti e nei campi nazisti. Ancora nel 1980 Ben Edelbaum, nel suo memoriale Growing Up in the Holocaust, scriveva:

“Spesso nei ghetti, insieme alle nostre razioni, i tedeschi ci fornivano pezzi di sapone su cui comparivano le iniziali R.J.F., conosciuti come “sapone RIF”. Solo dopo la fine della guerra apprendemmo la terribile verità su quel sapone. Se nel ghetto lo avessimo saputo, ad ogni saponetta RIF sarebbe stato accordato un sacro funerale ebraico al cimitero di Marysin. Purtroppo invece eravamo del tutto ignari della loro natura, e così usammo le ossa e la carne dei nostri cari che erano stati uccisi per lavare i nostri corpi”.

Chi volesse approfondire l’evolversi di questa leggenda, può andare a leggersi (in inglese) il pezzo di Mark Weber dell’Institute for Historical Review da cui ho tratto alcuni degli articoli citati. Dovrebbe essere più che sufficiente per capire che, contrariamente a ciò che vorrebbero i sionisti della ADL e i loro servi nel governo italiano, tutta la storia delle deportazioni naziste e del nazismo stesso ha bisogno di essere ristudiata e riscritta da storici capaci di depurarla delle mitologie che l’hanno resa, fino ad oggi, irricevibile. Sempre che della storia e del nostro passato ancora ci interessi qualcosa.  


 


  

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LE SOLITE SCUSE

by Gianluca Freda (14/02/2007 - 02:30)


IL PENTAGONO COLTO CON LE MANI NEL SACCO A TENTARE DI INCASTRARE L’IRAN
L’Iran non produce proiettili di mortaio da 81 mm.

di Kurt Nimmo
dal sito GlobalResearch
traduzione di Gianluca Freda

Davvero stupenda l’impudenza con cui il Pentagono sta fabbricando prove fasulle contro l’Iran. Come scrivevo ieri, il proiettile da mortaio da 81 mm. presentato ai media compiacenti come “prova” che l’Iran sta rifornendo di armi gli sciiti iracheni, è chiaramente una bufala, poiché la data sul proiettile mostrato non appartiene al calendario musulmano e tutte le altre scritte sono chiaramante in inglese anziché in arabo, come sarebbe logico.

Ma c’è di peggio.

Come sottolinea una mail che ho recentemente ricevuto, l’Iran non fabbrica proiettili di mortaio da 81 mm. Secondo un rapporto fornito dal Centro Jaffee per gli Studi Strategici dell’Università di Tel Aviv, collegato al Centro Saban per la Politica Mediorientale presso il Brooking Institute (neocon), il proiettile da mortaio più piccolo fabbricato in Iran è l’M-30 da 107 mm. Questa informazione è contenuta nel rapporto del Centro Jaffee intitolato “Equilibrio Militare in Medio Oriente” aggiornato allo scorso febbraio. Lo si può leggere in questo file PDF a pagina 15. Secondo il Centro JaffeeEquilibrio Militare in Medio Oriente è la fonte più autorevole in fatto di armamenti mediorientali fin dal 1983”.  E’ una fortuna per noi che questi presuntuosi neocon non si curino neppure di controllare le loro elaborate menzogne – erroneamente descritte come “processo meccanico” – prima di darle in pasto al pubblico ignorante.

Come ha detto alla Associated Press Mohammad Ali Hosseini, portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, “gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione nella fabbricazione di prove fasulle”, fatto indiscutibile e più che comprovato dalla prepazione dell’invasione dell’Iraq, quando i neocon affermarono che i palloni meteorologici iracheni servivano come armi biologiche e riciclarono goffamente la tesina di uno studente come prova che Saddam possedeva le armi di distruzione di massa.

Considerata l’inverosimiglianza della truffa, non c’è da stupirsi che i cosiddetti “esperti” coinvolti nell’imbroglio abbiano chiesto a “un’ampia schiera di giornalisti” (poi identificati come fattorini e correttori di bozze) di “rimanere anonimi”, nel timore che le pernacchie gli venissero recapitate sotto il portone di casa.

“Perché mai dei pubblici ufficiali americani dovrebbero voler nascondersi dietro il velo dell’anonimato mentre presentano prove dettagliate che l’Iran sta fornendo armamenti a forze antiamericane?” si meraviglia Eason Jordan. “Dopo settimane, se non mesi, che il governo degli Stati Uniti promette di presentare un dannato dossier contenente prove contro l’Iran e dopo che questa stessa amministrazione ci aveva fornito informazioni errate sulle capacità e le intenzioni malevole del regime di Saddam Hussein, il meglio che essa sa offrirci oggi è una prova incendiaria presentata in una conferenza stampa a Baghdad da tre ufficiali USA che rifiutano perfino di essere citati per nome?... Il popolo americano merita affermazioni precise fatte da ufficiali identificati”.

Naturalmente queste “affermazioni precise” non arriveranno, né ora né quando l’Iran sarà stato distrutto, come l’Iraq lo è stato prima di lui.

Forse, se saremo fortunati, in qualche momento del futuro i nomi di questi “esperti” emergeranno nel corso di un nuovo processo di Norimberga.

Aggiunta.


L’Iran non fabbrica proiettili di mortaio da 81 mm., ma il Pakistan sì. Confrontate la foto tratta dal catalogo di questi mercanti di morte con quella presentata come “prova” contro gli iraniani. Se si tolgono la punta a cono e le alette in fondo, sono quasi fratelli gemelli (vedi ingrandimento).

E’ possibile che i neocon al Pentagono, nel tentativo di accusare gli iraniani e dare così inizio alla Quarta Guerra Mondiale, come essi stessi orgogliosamente la chiamano, stiano attribuendo al’Iran la paternità di armi pakistane? Considerata la lunga e sordida collaborazione tra CIA, il Pentagono e gli scellerati ISI pakistani, è probabile che sia proprio così.
  

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SPECIALE EDILIZIA MILITARE

by Gianluca Freda (12/02/2007 - 02:23)

Ecco le storiche immagini dei lavori di realizzazione della prima base americana di Vicenza nell'autunno-inverno 1943. Un grandioso intervento di ingegneria militare che il popolo vicentino, ancora oggi, ricorda con la gratitudine e l'ossequio che ai nostri liberatori sono dovuti per apposito decreto legge.










Figuratevi, cazzoni. E' stato un piacere.



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