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    COL PRETESTO DELL'OLOCAUSTO

    di Gianluca Freda (30/01/2007 - 23:41)


    La Risoluzione dell’ONU sulla Negazione dell’Olocausto – Una Nuova Guerra
    di Gilad Atzmon  (da onlinejournal.com)
    Traduzione di Gianluca Freda

    “Chiediamo al vostro paese di sponsorizzare e sostenere la Risoluzione sulla Negazione dell’Olocausto che verrà votata questo venerdì all’Assemblea Generale”

    (da una lettera inviata agli ambasciatori delle Nazioni Unite da parte di Glen S. Lewy, presidente nazionale della ADL [Anti Defamation League], e di Abraham H. Foxman, direttore nazionale della ADL, 23 gennaio 2007)

    La bozza di risoluzione proposta dagli Stati Uniti “condanna senza riserve ogni negazione dell’Olocausto” ma evita di muovere delle critiche a specifiche nazioni. Non ci vuole un genio per capire che è l’Iran di Ahmadinejad che gli americani hanno in mente.

    E’ chiaro che la nuova iniziativa americana alle Nazioni Unite, che mira a trasformare il mondo in una “zona franca” dalla negazione dell’Olocausto, ha ben poco a che vedere con la ricerca della verità o con l’interesse per gli studi storici. Gli americani vogliono solo fornire a tutti noi l’incubo senza futuro del capitalismo sfrenato. Credono erroneamente che potranno farlo fino a quando riusciranno a restringere la nostra visione del passato.

    Per essere sinceri, all’amministrazione Bush non importa nulla di Abe Foxman e della ADL. E dovrebbe essere evidente che ai governatori dell’America non potrebbe importare di meno della storia e della verità sul giudeicidio europeo.

    Allora qual è il motivo? All’America serve il petrolio e Ahmadinejad ne ha un sacco. E non basta, l’America ha anche la priorità di impedire all’Iran di entrare a far parte del club nucleare di cui essa stessa è a capo. Eppure è piuttosto divertente constatare che l’America – con tutte le sue flotte, le sue portaerei, i missili cruise, la poderosa aviazione e il potere nucleare – ha bisogno dell’Olocausto per vincere quella che sembra essere la sua prossima guerra.

    Io non sono uno studioso dell’Olocausto e nemmeno uno storico. Tra i miei primari interessi non c’è la storia di Auschwitz né la distruzione degli ebrei europei. Ma sono molto interessato alla politica dell’Olocausto, all’insieme dei discorsi che utilizzano Auschwitz come strumento. Mi trovo a chiedermi come sia potuto succedere che l’America, un tempo leader del “mondo libero”, si trovi oggi coinvolta in una specie di “controllo globale del pensiero”. 

    Non c’è dubbio che la politica estera americana abbia bisogno di un’iniezione di popolarità. L’egemonia ideologica americana versa ormai in stato di totale bancarotta. L’amministrazione Bush è alla disperata ricerca di sostegno all’interno della comunità europea. Non è un segreto che l’Europa continentale, che è essa stessa una comunità multietnica, non abbia molta voglia di soccombere alla dottrina anglo-americana dello scontro di civiltà. Gli europei, fino a oggi, si sono rifiutati di unirsi a Blair e Bush nella guerra contro l’Islam in modo attivo e concreto. Ecco perché, con la nuova risoluzione sulla negazione dell’Olocausto, l’America spera di introdurre un cambio d’atteggiamento.   

    Anziché continuare a trasmettere la trita immagine dei cristiano-giudei contro l’Islam, stavolta vedremo il match tra l’Olocausto e i suoi negatori. Guarda caso, gli ortodossi dell’Olocausto (noi) hanno bisogno di petrolio, mentre i “negatori” (loro) lo possiedono.

    Per quanto folle possa sembrare, l’America sta scivolando nella trappola astutamente tesa dal presidente iraniano Ahmadinejad. L’amministrazione americana ha scioccamente accettato di considerare l’Olocausto come linea di demarcazione tra est e ovest, tra il cosiddetto “male” e il cosiddetto “bene”. Eppure la definizione di tale separazione può anche essere vista come la differenza tra “l’Occidente del libero pensiero” che sigilla entusiasticamente il proprio passato in una scatola nera e “l’Oriente dalla mente aperta” che osa sollevare domande sul passato.

    La risoluzione sull’Olocausto disegna il futuro campo di battaglia tra l’ascesa dei servi (di ieri) e la decadenza dei padroni (di oggi). Ahmadinejad ha lanciato l’esca, l’amministrazione Bush è stata così stupida da raccoglierla. Con essa si è definito l’Olocausto come nuovo mezzo di resistenza.

    Lo schema della nuova Risoluzione Americana sull’Olocausto prevede un “noi” – l’Occidente, coloro che “conoscono la verità” – e un “loro”, cioè le nazioni che non fanno parte di quel gruppo egemonico e che la verità non riescono a vederla. Ma siamo “noi” che trasformiamo il nostro passato in un cimitero, mentre “loro”hanno capito che solo un passato dinamico può dare forma al futuro.

    Senza voler entrare nel dibattito relativo alla verità sull’Olocausto, posso però dire che la brutta faccia della politica dell’Olocausto non può più essere tenuta nascosta. L’Olocausto sta per diventare ufficialmente un’arma ideologica contro l’Islam e contro la resistenza araba. Il suo scopo è di istituire una falsa identità collettiva dell’Occidente basata sul conformismo cieco e sulla totale marginalizzazione dell’altro.

    In tutti i modi, sul breve periodo, la nuova iniziativa politica americana sull’Olocausto potrebbe rivelarsi produttiva. Il concetto di “distruzione dell’ebraismo europeo” unisce tutte le principali forze politiche. Unisce la sinistra parlamentare europea con i liberal-conservatori ed entrambi gli schieramenti alle forze più radicali dell’espansionismo americano. Tutti hanno bisogno dell’Olocausto per differenti ragioni.

    In Europa, l’Olocausto serve a smantellare l’estrema destra emergente. Negli stati tedeschi l’Olocausto è il fulcro dell’ordine simbolico del dopoguerra. Agli anglo-americani l’Olocausto serve a respingere ogni paragone morale con Dresda, Hiroshima, il Vietnam, la Palestina e l’Iraq. Cosa più importante, la nuova risoluzione sull’Olocausto offre agli americani il pretesto per il prossimo genocidio. In altri termini, il prossimo Olocausto non sarà altro che una punizione collettiva per la negazione dell’Olocausto.

    Al di là di quale sia la verità sull’Olocausto e di cosa possa implicare la sua negazione, sigillare il passato significa rinunciare alla prospettiva di un futuro migliore. La fine della storia è la fine dell’Occidente. E’ lì che l’America di Bush vuole condurci. Con i morti irakeni a quota 650.000 e 3.000.000 di rifugiati, con milioni di palestinesi rinchiusi in campi di concentramento per quasi 40 anni, né Bush né Blair né nessun altro politico occidentale possono offrirci una ridente prospettiva dei giorni che ci aspettano. Così ci incoraggiano a smettere di guardare al nostro passato.        

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    IL BURATTINAIO DELL'IMPERO DEL MALE

    di Gianluca Freda (27/01/2007 - 18:50)



    Un animale con le spalle al muro
    di William Rivers Pitt
    tratto dal sito Smirkingchimp
    Traduzione di Gianluca Freda

    Domanda: Qual è il legame tra un possibile attacco americano all’Iran e il processo per falsa testimonianza in corso contro I. Lewis Libby?

    Risposta: Il vicepresidente Dick Cheney.

    Da mesi si vocifera di un possibile attacco americano all’Iran. Le voci, in alcuni ambienti, si erano trasformate in esplicito timore nel novembre scorso, man mano che si avvicinavano le elezioni di medio termine. L’idea che un attacco all’Iran potesse essere utilizzato come “October Surprise” per modificare le geometrie elettorali aveva avuto ampia circolazione. Quell’attacco non ci fu, ma da allora l’attenzione non si è più spostata dall’argomento.

    Le preoccupazioni si sono accentuate nelle ultime settimane, dopo il poco condiviso discorso con cui Bush ha tentato di giustificare l’”aggiunta” di nuove truppe americane in Iraq. Il fulcro di quel discorso era la spuntata minaccia al governo di Teheran contro ogni tentativo di intromettersi nella situazione a Baghdad. Gli attenti osservatori della situazione irakena hanno trovato quella minaccia curiosa e fuori luogo.

    Da un lato, è ormai assiomatico che la maggioranza sciita che governa l’Iraq è oggi controllata dal governo sciita dell’Iran. Per l’Iran è stata una grande vittoria, resa possibile dalla nostra invasione e occupazione dell’Iraq e dall’improvvida progettazione di un traballante governo irakeno a maggioranza sciita. Dopo la nostra invasione tale alleanza era pressoché inevitabile e abbaiare oggi contro Teheran a causa di scelte fatte da noi negli ultimi anni è una cosa tanto assurda da non meritare alcun commento. Bush ha regalato Baghdad all’Iran con tanto di carta-regalo e mettersi a starnazzare adesso è cosa perfettamente inutile.

    D’altro canto, abbiamo anche a che fare con un governo americano che ha consentito alle guerre in Afghanistan e in Iraq di degenerare in caos. Il gruppo di cervelli di cui Bush si circonda ha preso, ad ogni punto di svolta, la peggior decisione possibile ogni volta che ne ha avuto l’opportunità. Hanno invaso l’Afghanistan, ma poi hanno spostato quasi tutte le truppe in Iraq quando è stato il momento di invadere e occupare quest’ultimo, permettendo così ai Talebani di riprendere il controllo. Hanno invaso l’Iraq – cosa che è stata già in sé una decisione catastrofica – con pochi uomini impreparati a combattere per anni una guerriglia urbana che si è mutata, col tempo, in un’insidiosa guerra civile tra fazioni. 

    L’elenco potrebbe continuare e sarebbe composto per la quasi totalità di decisioni prese senza tenere in alcuna considerazione i fattori di politica interna. Scartare l’idea che queste stesse persone possano imbarcarsi in un’impresa altrettanto folle contro l’Iran sarebbe da pazzi.

    La combinazione tra l’influenza iraniana sulla politica irakena, la prosopopea dell’amministrazione Bush, il suo esecrabile decisionismo e il fatto che una seconda flotta di portaerei USA sia in viaggio verso il golfo persico è già di per sé inquietante. Se aggiungiamo a questa miscela già esplosiva il processo per falsa testimonianza contro Lewis “Scooter” Libby, la probabilità di un’esplosione cresce esponenzialmente.

    Che c’entra in tutto questo il processo di Libby? C’entra a causa di Dick Cheney.

    Secondo le agenzie, le arringhe introduttive degli avvocati della difesa come di quelli dell’accusa hanno messo Cheney al centro (o molto vicino al centro) del complotto con cui venne resa nota l’identità dell’ex agente CIA Valerie Plame. La difesa, con una mossa sorprendente, si è spinta fino a definire Libby come “capro espiatorio” delle azioni compiute dalla Casa Bianca contro Plame, volte a screditare l’ambasciatore Joseph Wilson [marito della Plame, NdT] che aveva espresso opinioni critiche sulla guerra in Iraq (1). Man mano che il processo va avanti e si ascoltano nuove testimonianze, la traccia delle prove raccolte potrebbe condurre fino alla porta del vicepresidente.

    Questa eventualità è resa rilevante dal potere esercitato da Cheney. Solo i più devoti adoratori di Bush credono ancora che sia lui il padrone degli eventi all’interno dell’esecutivo. Tutti gli altri hanno da tempo correttamente concluso che il vero carburante ideologico e la forza burocratica di questa amministrazione hanno in Cheney la propria sorgente.

    Nonostante le sue iniziative politiche si siano risolte in un fallimento dietro l’altro e benché il sostegno degli elettori continui ad assottigliarsi, Cheney e i suoi rimanenti fedelissimi continuano a scagliarsi in avanti, trascinando tutti noi sempre più a fondo nella palude. Se il processo a Libby rappresentasse una concreta minaccia al potere e alla supremazia politica di Dick Cheney, tutte le scommesse relative all’Iran potrebbero considerarsi chiuse. Ci troveremmo ad affrontare la possibilità che venga ordinato un attacco al solo scopo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica e cambiare argomento. 

    Un attacco all’Iran sarebbe disastroso sotto molti punti di vista: il nostro esercito è già sotto massimo sforzo, le nostre truppe in Iraq rischierebbero di essere lasciate sguarnite di fronte ad un contrattacco, il fronte interno resterebbe aperto ad attacchi terroristici ad opera delle forze speciali iraniane e le batterie missilistiche dislocate sulle montagne dell’Iran di fronte al golfo persico potrebbero lanciare un attacco devastante contro la nostra flotta.

    Una persona saggia vedrebbe un attacco all’Iran come un’opzione al contempo immotivata e foriera di un’estensione del conflitto che non siamo preparati ad affrontare, grazie all’Iraq. Per questo motivo l’idea che un simile attacco possa essere lanciato davvero non è considerata, da molti analisti, una realtà imminente. Ali Larijani, responsabile della sicurezza nazionale iraniana, condivide questo punto di vista. “La possibilità che ciò avvenga è molto remota, si tratta più che altro di azioni di guerriglia psicologica”, ha detto Larijani giovedì scorso. “Le forze armate della repubblica islamica sono in stato di massima allerta e stanno monitorando ogni movimento allo scopo di offrire una risposta schiacciante anche alla più piccola aggressione o minaccia”. Larijani ha concluso il suo commento affermando: “Consiglio a Mr. Bush e ai suoi consiglieri di essere razionali e di pensare all’interesse della loro nazione”.

    Sarebbe un saggio consiglio se solo fosse Mr. Bush quello delegato a pensare. Ma in questi giorni tutta l’attività di pensiero e di gestione è nelle mani di Dick Cheney e se il processo Libby arriverà a porre in discussione la sua supremazia, tutte le ponderate analisi dei politologi non saranno che polvere. Dopo tutto, nulla è più pericoloso di un animale messo con le spalle al muro.     




    (1) – Nota del traduttore: Il 6 luglio 2003, tre mesi dopo l’invasione americana dell’Iraq, Joseph Wilson, ambasciatore americano ora in pensione, aveva pubblicato sul New York Times un editoriale intitolato “What I Didn’t Find in Africa” (“Ciò che non ho trovato in Africa”).
    Wilson si riferiva ad un suo viaggio compiuto in Niger nel febbraio 2002 nel corso del quale aveva tentato di scoprire se davvero Saddam Hussein avesse acquistato dal Niger la famosa “torta gialla”, cioè l’uranio che sarebbe servito a fabbricare le fantomatiche armi di distruzione di massa. L’accusa di aver acquistato uranio dal Niger era stato il pretesto con cui l’amministrazione americana aveva giustificato l’invasione dell’Iraq. Wilson non aveva trovato nulla e per questo accusava l’amministrazione Bush di aver mentito al paese e al mondo.
    In realtà l’acquisto di uranio era una grossolana bufala e il famoso dossier che lo comprovava era un pacchianissimo falso costruito da ex agenti dei servizi segreti italiani e poi rivenduto all’amministrazione USA per un tozzo di pane. Tutta la vicenda è stata ben narrata e documentata dai due giornalisti di
    "Repubblica" Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo nel libro Il Mercato della paura, che avevo a suo tempo recensito. Per screditare Wilson, qualcuno (probabilmente il vice segretario di Stato americano Richard Armitage) incaricò un giornalista del New York Times, Robert Novak, di rendere noto, con apposito articolo pubblicato sul giornale il 14 luglio 2003, che la moglie di Wilson, Valerie Plame, era da anni un agente della CIA in incognito. Sulla rivelazione dell’identità di un agente della CIA venne aperta un’inchiesta nel corso della quale l’ex capo dello staff di Dick Cheney, Lewis Libby, e lo stesso Cheney vennero incriminati per ostruzione della giustizia e falsa testimonianza.             

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    ASPETTANDO IL SILENZIO

    di Gianluca Freda (25/01/2007 - 23:37)



    Se c’era ancora qualche dubbio sull’illiberalità di questo governo (e sull’impellente necessità di liberarcene al più presto), il DDL Mastella approvato oggi dal governo contro il negazionismo l’ha fugato per sempre. Grazie a questa ignobile legge censoria, lo stesso governo che ha messo in libertà delinquenti, mafiosi e politici corrotti con l’indulto vuole ora mettere in galera tutti coloro – storici, studiosi, semplici cittadini - che si permettano di offrire al pubblico una versione diversa di quell’immensa fandonia che è stata propinata al popolo bue attraverso il mito della Shoah ebraica. Siamo già al “thought crime” orwelliano. Anche il solo pensare che le cose siano andate in modo leggermente diverso da ciò che ci è stato detto per decenni dalla propaganda israelo-americana sta per diventare un crimine punibile con dodici anni di carcere. Agli storici sarà vietato raccogliere prove sulle deportazioni naziste, ai cittadini sarà proibito discuterne e parlarne. Potremo solo accettare in blocco la verità rivelata che il sionismo ha inventato per noi. Il popolo ebraico è il nostro nuovo Messia, un Messia collettivo che si è offerto in sacrificio a Dio (“Olocausto” è appunto il sacrificio offerto alla divinità) per mondare l’umanità dei suoi peccati. Il vecchio Messia-individuo della religione cristiana finisce in soffitta come una bicicletta rotta. E’ possibile negarlo o ingiuriarlo a piacimento, senza che il codice penale abbia troppo da obiettare. Ma guai a mettere in discussione il nuovo Messia – il popolo ebreo  - e le sue mirabolanti peripezie olocaustiche. Si finisce dritti dritti in galera. Il DDL Mastella prevede la punibilità per chiunque neghi “in tutto o in parte” il genocidio. Il che significa che per finire in galera non è necessario negare l’esistenza delle deportazioni o delle atrocità naziste (cosa che nessuna persona seria e informata si sognerebbe né si è mai sognata di fare). E’ sufficiente anche solo negare i fantasiosi corollari mitologici delle deportazioni: le camere a gas, i forni, la saponificazione, la “teorizzazione hitleriana dello sterminio”. Un immenso mare di bufale che da ora in avanti sarà proibito, pena il carcere, definire come tali.

    Lo dico ora, perché tra pochi giorni scrivere ciò che sto scrivendo oggi mi farà rischiare dai tre ai dodici anni di galera. E lo scrivo in rosso e a caratteri cubitali, per sfruttare al massimo la libertà d’espressione prima che questo governo sovietico (non comunista: SOVIETICO) ne faccia scempio in ossequio alle lobby giudaiche da cui è manovrato:

    LA SHOAH E’ UNA GIGANTESCA BUFALA.

    Anzi, è molto peggio che una bufala. E’ una falsificazione storica costruita ad uso e consumo dello stato d’Israele. Il suo scopo è quello di offrire una comoda giustificazione a tutte le atrocità e i genocidi che l’entità sionista ha compiuto, sta compiendo e sempre più compirà in futuro, ora che metterne in discussione i fondamenti ideologici è un crimine vietato dalla legge. La sua forza è quella delle menzogne più bieche e pericolose, quelle su cui sono solite fondarsi tutte le religioni rivelate: mescolare fatti realmente accaduti con eventi di fantasia, in modo tale che la verità storica a cui essi si riferiscono venga col tempo dimenticata e risulti indecifrabile. Così la natura politica delle orribili deportazioni naziste verrà coperta dal mito dello sterminio su base razziale. La memoria delle migliaia di slavi, omosessuali, oppositori politici (soprattutto COMUNISTI) rinchiusi e morti nei lager verrà oscurata dal mito di un olocausto riservato ai giudei, un atto d’espiazione collettiva che solleva il loro popolo da ogni responsabilità per i crimini compiuti nel passato, nel presente e nel futuro contro il genere umano.  Le atrocità VERE compiute nei campi di concentramento verranno destituite di fondamento ad opera di quelle fasulle, il cui carattere mitico s’imprimerà nelle menti con la forza di una leggenda, impedendo all’umanità di trarre insegnamenti e profitto dagli orrori del passato.

    Il decreto contro il negazionismo voluto da Mastella e promosso da Alessandro Ruben (presidente della filiale italiana della Anti-Defamation League (ADL), che un tempo si occupava dei diritti civili degli ebrei e oggi si dedica quasi esclusivamente alla soppressione di critiche allo stato d'Israele), prima ancora che essere un insulto alla libertà d’espressione, è una pietra tombale sulla libertà di ricerca. Soprattutto è un insulto alla memoria, uno sputo in faccia alla verità storica, una pernacchia al dolore di coloro che nei campi nazisti soffrirono e morirono davvero per motivi assai diversi da quelli che il sionismo pretenderebbe di imporre per giustificare i suoi genocidi. E per mano di aguzzini che, in molti casi, gli assassini sionisti preferirebbero non sentir nominare.

    Perciò io li nomino, prima che Mastella e il suo Ministero della Verità mi tappino la bocca. Anzi, li faccio nominare da un grande studioso ebreo, uno che – a differenza di Mastella e dei promulgatori di questa legge mostruosa – in un campo di concentramento c’era stato davvero e conosceva la differenza tra realtà storica e fandonie sioniste. Quest’uomo è Israel Shahak, il quale scrisse, nel 1989, la seguente lettera al settimanale israeliano Kol Ha’ir. Prima di lasciare a lui la parola, un breve inciso. Esiste una vecchia legge fisica secondo la quale, nel nostro paese, ogni governo è sempre un po’ peggio del precedente. Così il governo Berlusconi I fu peggio dei governi del CAF. Prodi I (e i suoi strascichi dalemici e amatici) furono peggio di Berlusconi I. Berlusconi II fu peggio, mille volte peggio, di Prodi I. Sembrava veramente impossibile che le cose potessero peggiorare ulteriormente. Ma non si sfugge alle leggi della fisica.

    Lettera all’editore
    di Israel Shahak
    Pubblicata il 19 maggio 1989 sul settimanale di Gerusalemme Kol Ha'ir
    (traduzione mia, l’originale si può leggere QUI)

    Non condivido l’opinione di Haim Baram, secondo il quale il sistema educativo israeliano sarebbe riuscito a inculcare una “consapevolezza dell’Olocausto” nei suoi allievi (Kol Ha'Ir 12.5.89). Non è consapevolezza dell’Olocausto, ma piuttosto  mito dell’Olocausto o perfino falsificazione dell’Olocausto (nel senso che “una mezza verità è peggio di una bugia”) ciò che è stato inculcato.

    Come persona che ha vissuto l’Olocausto sulla propria pelle, prima a Varsavia e poi a Bergen-Belsen, vorrei fornire un esempio lampante della completa ignoranza di ciò che era la vita quotidiana durante l’Olocausto: nel ghetto di Varsavia, perfino durante il periodo del primo sterminio su larga scala (dal giugno all’ottobre 1943), non si vide quasi nessun soldato tedesco.

    Quasi tutto il lavoro di amministrazione del ghetto, e successivamente l’opera con cui centinaia di migliaia di ebrei vennero trasportati verso la morte, fu svolta da collaborazionisti ebrei.

    Prima che esplodesse l’insurrezione nel ghetto di Varsavia (la cui pianificazione iniziò soltanto dopo lo sterminio della maggioranza degli ebrei di Varsavia) la resistenza ebraica uccise, avendone tutte le ragioni, ogni collaborazionista ebreo che riuscì a trovare. Se non lo avesse fatto, l’insurrezione del ghetto non sarebbe mai iniziata.

    La maggioranza della popolazione del ghetto odiava i collaborazionisti molto più dei nazisti. Ad ogni bambino ebreo veniva insegnato (e questo salvò la vita a molti di loro): “Se entri in una piazza in cui ci sono solo tre uscite, una sorvegliata da un tedesco delle SS, una da un soldato ucraino e una da un poliziotto ebreo, prova prima a passare dove c’è il tedesco, poi eventualmente con l’ucraino, ma mai con l’ebreo”.

    Uno dei miei ricordi più vividi riguarda l’uccisione vicino a casa mia, da parte della resistenza ebraica, di uno schifoso collaborazionista, alla fine del febbraio 1943. Ricordo che cantai e ballai, insieme agli altri bambini, intorno a quel cadavere ancora sanguinante. Ancora oggi non ne provo alcun rimorso, al contrario.

    E’ chiaro che questi comportamenti non nascevano tra gli ebrei, il successo ottenuto dai nazisti nel controllare milioni di persone in modo facile e continuativo aveva la propria radice nell’uso sottile e diabolico dei collaborazionisti che facevano per loro gran parte del lavoro sporco. Ma quante persone oggi sono a conoscenza di queste cose?

    Questo, e non ciò che è stato “inculcato”, era la realtà. [...]

    Ecco perché, se solo conoscessimo un po’ più di verità sull’Olocausto, riusciremmo almeno a capire (potendo poi condividere o meno) il motivo per cui i palestinesi uccidono i collaborazionisti che scoprono tra loro. E’ l’unico strumento che possiedono per continuare a lottare contro il nostro regime spezzabraccia.

    Cordiali saluti,

    Israel Shahak

                                                              *  *  *

    Post Scriptum mio: dopo aver scritto l’articolo, leggo sul sito di Repubblica: “ Nel ddl Mastella non compare alcun riferimento specifico al negazionismo della Shoah, come invece era stato ipotizzato in una prima stesura del testo”. Non ci credo neanche se lo vedo. Comunque sapremo presto se è la verità o se si tratta solo di un penoso tentativo di tenere calme le acque fino all’approvazione della legge.


     
                    
     

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    LO SCIOPERO DI HEZBOLLAH E LE CAZZATE DI "REPUBBLICA"

    di Gianluca Freda (23/01/2007 - 21:44)



    Lo sciopero a oltranza proclamato da Hezbollah in Libano continua e il successo dell’iniziativa è dimostrato dalla rabbia e dal disappunto con cui Fouad Siniora, leader di governo senza più maggioranza né appoggio popolare, ha accolto l’iniziativa. Finora – stando almeno a ciò che strilla la propaganda filosionista di Repubblica – ci sono 5 morti accertati negli scontri di piazza. Se pure fosse vero, sarebbe una cifra ridicola rispetto alle dimensioni della protesta, alla sua reiterazione (uno sciopero analogo si era tenuto all’inizio di dicembre) e alla situazione politica del Libano, in cui un premier delegittimato e colluso con gli aggressori giudeo-americani pretenderebbe di mettere a tacere un’opposizione che rappresenta ormai non solo il partito più numeroso del paese, ma anche quello dotato del maggior sostegno popolare, grazie alla resistenza (davvero eroica) opposta l’estate scorsa all’aggressione israeliana, che costrinse i giudei ad una disastrosa ritirata.

    Lo sciopero generale di Hezbollah è un’iniziativa pacifica e coraggiosa, nonché doverosa per un partito che voglia tentare di dare un futuro al Libano sbarazzandosi dei maggiordomi dell’occidente che attualmente lo governano. Insieme a Hezbollah (che è, come è noto, un movimento sciita) l’opposizione nazionale libanese è composta di Amal, altra organizzazione sciita, e del Libero Movimento Patriottico del generale Michel Aoun, cristiano maronita. La presenza del cristiano Aoun nell’opposizione dimostra la malafede di chi vorrebbe vedere nella lotta di Hezbollah al governo di Siniora una mera manovra filosiriana volta a rafforzare il controllo di Damasco sulla politica libanese. Non che da parte siriana gli appoggi a Hezbollah siano carenti, ma essi non sono certo il motore di questa protesta, che è una semplice conseguenza della rabbia e dell’orrore dei cittadini libanesi per i massacri perpetrati dai sionisti contro il loro paese tra l’indifferenza dell’occidente e gli incomprensibili balbettii di Siniora, servo degli aggressori. Hezbollah sta giocando una partita molto rischiosa. Nulla, infatti, farebbe più felice Israele di una guerra civile interna al Libano, che una protesta di queste dimensioni, con gli opportuni incentivi offerti da uomini del Mossad opportunamente infiltrati tra i manifestanti, potrebbe anche innescare. Fino ad oggi Hezbollah non è caduto nella trappola e le sue manifestazioni sono state di una compostezza e di una flemma esemplari. Il che non fa piacere a Israele e dunque, a quanto sembra, nemmeno ai media occidentali asserviti ai suoi interessi.

    Uno di questi media è, appunto Repubblica, che con questo articolo svolge degnamente – ancora una volta - il proprio ruolo disinformativo al servizio delle lobby israeliane. Leggendo l’articolo veniamo a sapere che, nell’opinione del presidente-fantoccio libanese, la situazione nel paese sarebbe “oltre ogni limite”. Immagino si riferisca allo sciopero a oltranza di Hezbollah e non alla complicità del suo governo nelle orribili stragi giudee dell’estate scorsa. Quale sia l’opinione di Hezbollah (il quale è appoggiato, non dimentichiamolo, dalla STRAGRANDE MAGGIORANZA della popolazione del Libano) non ci è dato sapere. L’articolo di Repubblica parla di “caos in tutto il paese”, cioè di ciò che i giudei ardentemente desiderano e, non riuscendo a ottenerlo, lo fanno scrivere a Repubblica confidando nel principio della predizione che avvera se stessa. Inoltrandoci nella lettura veniamo informati che il “caos” creato da Hezbollah in tutto il paese sarebbe principalmente simboleggiato dal gesto di un automobilista di Beirut il quale, spazientito dai cortei, avrebbe tirato un manifestante sotto le ruote del mezzo, imprecando poi contro i blocchi stradali. Immagino che saranno ascrivibili alla cattiveria di Hezbollah anche i casi di infarto e di parto prematuro indotti dall’ebbrezza contestataria dei militanti del partito. Ci sono più incidenti e feriti in una qualunque domenica calcistica italiana che nella sacrosanta opposizione di Hezbollah al governo infingardo di Siniora. Ma la disinformazione – soprattutto quella scalcagnata di Repubblica - è fatta così: quando c’è da dipingere un cattivo non si butta via niente, nemmeno la cronaca nera e le casistiche ospedaliere.

    Più avanti leggiamo di scontri tra sunniti e sciiti e tra gruppi di cristiani rivali. Qui la cosa si fa più preoccupante e si tratterebbe di capire se si tratta di scontri veri e propri o di semplici scaramucce da stadio, cosa che Repubblica non aiuta a fare. Una cosa è certa: dietro gli scontri tra sunniti e sciiti – lo si è visto in Iraq – ci sono sempre i servizi segreti occidentali e israeliani, che realizzano e finanziano attentati contro l’una o l’altra parte allo scopo di riaccendere rivalità etniche e religiose sopite da decenni, quando non da secoli. La spaventosa guerra civile che infuria in Iraq è il frutto degli eccidi compiuti dagli squadroni della morte, finanziati e addestrati dagli USA e coperti dal ministero degli interni iracheno, nei quartieri sunniti. E’ il cosiddetto “metodo Negroponte”, già applicato con successo in Salvador e poi esportato in Iraq, che ha fatto divampare artificialmente un odio interetnico che sotto il governo di Saddam era del tutto inesistente. Una riproposizione libanese della stessa strategia è il minimo che ci si possa aspettare dagli uomini del Mossad presenti in Libano. Mi auguro che Hezbollah, a quest’ora, abbia compreso il trucco ed eviti di cascare nello stesso tranello.

    Più avanti, l’articolo di Repubblica si lancia in un’affermazione che lascia addirittura a bocca aperta. Si legge:

    “L'opposizione ha convocato lo sciopero per protestare contro il governo di Siniora, che ha varato una serie di misure economiche in vista della conferenza di Parigi. Tra queste, l'aumento dell'Iva e privatizzazioni nel settore statale”.

    Qui è difficile capire se chi ha scritto questa robaccia lo abbia fatto nel tentativo deliberato di aizzare l’opinione pubblica italiana contro l’opposizione libanese o per semplice ignoranza della situazione. In realtà lo sciopero di Hezbollah non si nasconde dietro nessuna protesta fiscale e ha il solo scopo, dichiaratamente politico, di provocare la caduta del governo di Siniora e di dare un nuovo esecutivo al paese. Il fatto è che allo sciopero di Hezbollah se ne è aggiunto un altro, questo sì a carattere economico, dichiarato dai sindacati libanesi contro le misure fiscali previste dal governo nel suo programma di riforme economiche. Ma si tratta di uno sciopero collaterale, con cui i sindacati libanesi hanno voluto sfruttare la popolarità dei partiti d’opposizione per ottenere un po’ di visibilità anche per se stessi. Non si tratta certo della causa principale delle proteste, né tantomeno, come beotamente scrive l’articolista di Repubblica, del motivo per cui è stato convocato lo sciopero.

    L’articolo si conclude con un trafiletto intitolato “Le reazioni”. Tutte negative ovviamente. Lo sanno tutti che il mondo intero ce l’ha con Hezbollah, impresentabile covo di terroristi. Ecco quindi i piagnistei di D’Alema sui malvagi sobillatori che vorrebbero rovesciare un “governo costituzionale” (ah, se esistessero sobillatori simili anche dalle nostre parti!). Ecco le invettive del celeberrimo deputato druso antisiriano Akram Shehayeb (ma chi minchia è?) e del cristiano Samir Geagea, che si produce in un originalissimo commento in puro stile berlusconiano ("bloccare le strade e impedire alla gente di condurre la sua vita normale è un comportamento terroristico") (1); mentre nessuno spazio viene dedicato alle opinioni dei cristiani che appartengono al partito di Aoun, alleato di Hezbollah, né a quelle dei deputati dell’opposizione, né a quelle degli uomini e delle donne libanesi che a centinaia di migliaia hanno affollato le strade per chiedere la fine del governo Siniora. Un governo che vorrebbe ulteriormente asservire il proprio paese agli assassini israelo-occidentali con la richiesta di un prestito di 5 miliardi di dollari in aiuti che Siniora stava per presentare ai banchieri strozzini della conferenza di Parigi. I disordini libanesi lo hanno costretto a restare in Patria, impedendogli di tendere il cappello agli sterminatori del suo popolo. Già soltanto questa, Hezbollah dovrebbe considerarla una grande vittoria politica. 


    (1) - Samir Geagea, per la cronaca, è un esponente falangista filo-israeliano che fu protagonista dei massacri di Sabra e Chatila. Repubblica sa scegliere bene le personalità politiche  a cui far commentare gli eventi.

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    NUOVE FRONTIERE DELLA DEMOCRAZIA

    di Gianluca Freda (17/01/2007 - 23:09)

    IRAN: TUTTO E’ PRONTO PER L’ESCALATION
    del Col. Sam Gardiner (1)
    Pubblicato da Michel Chossudovsky su Global Research
    Traduzione di Gianluca Freda

    Non accetto l’idea che la prima vittima della guerra sia la verità
    (Col. Sam Gardiner)


    Le pedine stanno muovendosi. Saranno al loro posto entro la fine di febbraio. Gli Stati Uniti prepareranno l’escalation militare contro l’Iran.

    Il secondo gruppo da combattimento aeronavale (Carrier Strike Group) partirà martedì prossimo dalla Costa Ovest degli Stati Uniti. Sarà affiancato da unità navali antimina degli Stati Uniti e del Regno Unito. Sono anche stati ordinati sistemi di missili Patriot da dispiegare nel Golfo.

    Uno squadrone di aerei da combattimento stealth F-117 è appena stato destinato alla Corea, forse come difesa contro la Corea del Nord che vede le operazioni in corso contro l’Iran come una possibilità per diventare aggressivi. 

    Questa è un’escalation. Dobbiamo ricordare che, proprio come l’Iran sta appoggiando propri gruppi militari all’interno dell’Iraq, gli Stati Uniti stanno sostenendo a loro volta propri gruppi all’interno dell’Iran. Come l’Iran ha truppe operative speciali che agiscono in Iraq, così abbiamo appreso che anche gli Stati Uniti hanno truppe speciali operanti all’interno dell’Iran.

    Come l’Iran sostiene Hamas, così due settimane fa abbiamo appreso che gli Stati Uniti stanno fornendo armi ad Abbas. Come Iran e Siria appoggiano Hezbollah in Libano, così abbiamo appreso che la Casa Bianca ha approvato un finanziamento con cui la CIA dovrà sostenere i gruppi d’opposizione all’interno del Libano. Come l’Iran appoggia la Siria, così abbiamo recentemente appreso che gli Stati Uniti finanzieranno i gruppi d’opposizione siriani.

    Questa settimana abbiamo saputo che il presidente ha autorizzato un assalto al consolato iraniano di Irbil.

    La Casa Bianca continua a dire che non esistono piani per un attacco all’Iran. Ovviamente i fatti suggeriscono il contrario. E’ altrettanto chiaro che gli iraniani valuteranno ciò che l’amministrazione americana sta facendo, non quello che dice.

    E’ possibile che la strategia della Casa Bianca miri solo ad accrescere la pressione sull’Iran su una pluralità di fronti e che ciò non avrà mai alcuno sbocco militare. D’altro canto se la Casa Bianca ha davvero intenzione di colpire l’Iran, i suoi prossimi passi saranno i seguenti.

    Per prima cosa sappiamo che esiste un gruppo del National Security Council il cui compito specifico è quello di diffondere nel mondo la propaganda anti-iraniana. Proprio come nel preludio alla seconda guerra del Golfo, questo gruppo di propaganda inizierà a diffondere storie infamanti che servano a vendere al mondo il futuro attacco all’Iran. Attenti dunque alle calunnie.

    I missili Patriot destinati agli stati del Golfo sono solo una parte del sistema di difesa missilistico. Mi aspetto di veder affidare alcuni dei sistemi di difesa antimissile, attualmente dispiegati in Europa, a Israele, proprio come avvenne prima della seconda guerra del Golfo.   

    Mi aspetto anche di veder dispiegare aerei da combattimento aggiuntivi nelle basi irachene, forse anche in Afghanistan.

    Credo che leggeremo presto che parte delle nuove truppe americane destinate all’Iraq è stata schierata sul confine con l’Iran. Il loro compito sarà quello di impedire ogni movimento iraniano verso l’Iraq.

    L’ultimo passo prima dell’attacco sarà quello di inviare aerei da rifornimento USA in località insolite, ad esempio in Bulgaria. Essi saranno utilizzati per rifornire i bombardieri B-2, con base in USA, nelle loro missioni di attacco all’Iran. Quando ciò avverrà, vorrà dire che mancano solo pochi giorni all’attacco.

    La Casa Bianca potrebbe anche stare dicendo la verità. Forse non ci sono piani per portare l’escalation contro l’Iran al successivo livello. Comunque, la benzina per il fuoco è già stata versata. Tutto ciò che serve è una scintilla. Il pericolo è di aver creato le condizioni che potrebbero portare ad una guerra mediorientale molto più ampia.


    (1) Sam Gardiner è un colonnello – oggi in pensione - dell’aeronautica americana. E’ esperto di strategia militare. Ha insegnato al National War College. Ha anche insegnato all’Air War College, al Naval War College ed è stato professore ospite allo Swedish Defense College. Il suo testo Truth in These Podia (pdf) spiega i metodi di propaganda utilizzati dal Pentagono per “vendere” le guerre.
      

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    BIN LADEN AIUTA I COMUNISTI

    di Gianluca Freda (17/01/2007 - 19:42)



    I comunisti ne hanno fatta un'altra delle loro, ora denunciano disparita' di trattamenti tra diversi strati sociali nella sanita' e nell'istruzione, aiutati da cellule di Al Qaeda sotto diretto controllo di Bin Laden che si sarebbero non solo infiltrate, ma addirittura avrebbero le redini del movimento saldamente in mano. Apprendiamo anche che i comunisti vorrebbero il paese in mano ai talebani o al loro amico Saddam, qui in redazione abbiamo gia' proceduto a rasare a zero le nostre figlie e a somministrare loro ormoni per trasformare la loro voce e farla diventare maschile, non le faremo toccare da questa gente. Conveniente comportarsi cosi' quando si e' dei signorotti in cashmere con la terza casa e un veliero equosolidale gestito da marinai portoghesi cassaintegrati, ma dai comunisti non ci si puo' aspettare altro.  Tutto questo non fa altro che ricordarci la pericolosita' di un paese in mano ai comunisti. Filosofie terzomondiste che non farebbero altro che condannare il paese a ideologie sconfitte dalla storia in tutto il mondo, ma che evidentemente i comunisti non sono ancora stanchi di sostenere. Complimenti.

                                          *  *  *

    Questo articolo vi sembra imbecille? Lo è. Non è stato scritto da un essere umano ma utilizzando il GENERATORE AUTOMATICO DI ARTICOLI DI “LIBERO”, che potete trovare a questo indirizzo. Nel mio caso ho inserito “i comunisti” alla voce “nemici dell’occidente” e “Bin Laden” alla voce “aiutati da”. Ci si può sbizzarrire a scrivere, con pochi click del mouse, articoli del tutto indistinguibili da un editoriale di Feltri o da una “lettera aperta” di Farina. Secondo me anche Feltri lo usa.

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    SE AL QAEDA NON ESISTESSE

    di Gianluca Freda (17/01/2007 - 18:28)


    di Massimo Fini
    da “Il Gazzettino” del 12 gennaio 2007

    Se Al Qaeda non esistesse - come probabilmente non esiste - gli americani se la sarebbero inventata. Perchè adesso ogni loro violazione del diritto internazionale, ogni aggressione, ogni atto di pirateria di Stato, ogni occupazione, ogni invasione, ogni bombardamento viene giustificato col fatto che si volevano colpire terroristi o anche «presunti terroristi» (la presunzione è più che sufficiente) di Al Qaeda o anche solo «presumibilmente» legati ad Al Qaeda. Così sono stati motivati anche i tre raid aerei compiuti nei giorni scorsi nel sud della Somalia che hanno provocato, come minimo, trenta vittime civili: e si volevano colpire terroristi o «presunti» terroristi, «presumibilmente» legati ad Al Qaeda e, sempre presumibilmente, responsabili degli attentati antiamericani del 1998 in Kenya e Tanzania..

    .
    Pretesto risibile. Non tanto perchè nel 1998 Al Qaeda non esisteva ancora nemmeno nelle invenzioni del Pentagono e perchè è poco credibile che gli americani abbiano individuato proprio oggi gli autori di attentati compiuti nove anni fa, ma perchè i bombardamenti sono avvenuti, guarda caso, proprio nella zona dove le truppe etiopi, che hanno invaso la Somalia , stanno combattendo, - subendo forti perdite - le Corti Islamiche che, fino all'invasione, governavano la Somalia con l'appoggio della popolazione. L'intervento americano c'è stato perchè i carri armati etiopi, intrappolati in un bosco di acacie, si trovavano in gravissima difficoltà e non bastavano più. Ci voleva l'aviazione. Ecco allora i bombardamenti dei C130 "Spectre" americani che sono durati due interi giorni e sono stati "a tappeto" e niente affatto mirati, tant'è che nessuno dei presunti ricercati è stato ucciso o ferito.

    L'intervento americano conferma ciò che già si sapeva ma che veniva pudicamente taciuto. E cioè che l'invasione della Somalia da parte dell'Etiopia non è avvenuta semplicemente con la benevolenza degli Stati Uniti, ma che gli americani ne sono stati gli istigatori e che sono alleati degli etiopi in questa guerra di aggressione.
    Quali erano le colpe della Somalia? Di avere un governo, quello delle Corti Islamiche, che non corrisponde ai canoni della democrazia e della cultura occidentali. Sembra che questo ormai basti per attaccare un Paese e occuparlo. Così è stato nel 1999, quando nessuna guerra al terrorismo era in corso e l'11 settembre era al di là da venire, con Milosevic, nel 2001 con i Talebani, nel 2003 con Saddam Hussein, nel 2007 con la Somalia, mentre sono già stati approntati i piani per spazzare con l'atomica, via Israele, il governo teocratico di Teheran.

    Le democrazie occidentali sembrano aver preso il posto delle dittature nazifasciste degli anni Trenta. Quelle volevano spazzar via dalla faccia della terra le democrazie «giudo-pluto-massoniche», queste tutto ciò che non è «democratico». È cambiato qualcosa? No. A una protervia se ne è sostituita semplicemente un'altra.
    Questa volta le Nazioni Unite, l'Unione Europea, moltissimi Stati occidentali fra cui persino la Norvegia che, chiusa nel proprio isolamento, di solito si tiene alla larga da queste questioni, hanno condannato i raid americani in Somalia. Ed era ora. Perchè gli Stati Uniti stanno assumendo il ruolo che Adolf Hitler ha avuto negli anni Trenta e, col pretesto di combattere il terrorismo che invece in questo modo favoriscono, ci stanno portando verso una nuova, e ancor più globale e terrificante, guerra mondiale.



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    AMERICAN CULTURE

    di Gianluca Freda (16/01/2007 - 22:39)



    Fino a pochi anni fa impazzava in TV e nei discorsi di popolo il vetusto luogo comune secondo il quale gli Stati Uniti sarebbero stati “una grande democrazia”. Il lato positivo dei massacri compiuti dagli USA in Iraq e Afghanistan è stato quello di permetterci di sentir proferire questa oscena stupidaggine con sempre minor frequenza. Gli Stati Uniti non sono una grande democrazia e non lo sono mai stati. Se lo fossero sarebbe il popolo americano a decidere l’elezione dei presidenti, non i parenti-governatori di George Bush e le macchinette per il voto elettronico della Diebold. Se lo fossero, sarebbe il popolo elettore a determinare le direttive di politica estera e la qualità dei rapporti con  i paesi stranieri. Invece, come sappiamo, la democrazia americana è sempre stata nient’altro che un’invenzione propagandistica. Il popolo americano – in concreto - non controlla nulla e non decide nulla, tantomeno la politica estera del proprio paese. E’ triste? Beh, un po’ sì.
    Però guardare un filmato come questo aiuta a farsene una ragione.    
     

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