Archivio Dicembre 2006
MARCIA FUNEBRE PER UNA MARIONETTA
by Gianluca Freda (31/12/2006 - 19:16)

Ha portato i suoi segreti nella tomba. La nostra complicità muore con lui.
Come l’occidente ha armato Saddam, sostenuto la sua intelligence contro i suoi “nemici” e fornito gli strumenti per le sue atrocità. Assicurandosi infine che non cantasse.
di Robert Fisk
da The Independent del 31 dicembre 2006
Traduzione di Gianluca Freda
Come l’occidente ha armato Saddam, sostenuto la sua intelligence contro i suoi “nemici” e fornito gli strumenti per le sue atrocità. Assicurandosi infine che non cantasse.
di Robert Fisk
da The Independent del 31 dicembre 2006
Traduzione di Gianluca Freda
Gli abbiamo tappato la bocca. Nel momento in cui il boia incappucciato di Saddam ha tirato la leva della botola ieri mattina a Baghdad, i segreti di Washington sono stati al sicuro. L’appoggio vergognoso e indecente che i servizi segreti militari di Stati Uniti e Inghilterra hanno offerto a Saddam per oltre un decennio è tuttora l’unica, terribile storia che i nostri presidenti e primi ministri non vogliono che il mondo ricordi. E adesso Saddam, che sapeva bene quanto ampio fosse stato quell’appoggio occidentale – offertogli mentre perpetrava alcuni dei crimini più atroci dalla fine della Seconda Guerra Mondiale – è morto.
Se n’è andato l’uomo che ricevette personalmente l’appoggio della CIA per distruggere il partito comunista irakeno. Appena Saddam si fu impadronito del potere, i servizi segreti USA diedero ai suoi sgherri gli indirizzi dei comunisti di Baghdad e di altre città nel tentativo di distruggere l’influenza dell’Unione Sovietica in Iraq. Il mukhabarat di Saddam frugò in ogni casa, arrestando gli occupanti e le loro famiglie e massacrandone la maggior parte. La pubblica impiccagione era per i capi. Ai comunisti, alle loro mogli e ai loro figli veniva riservato un trattamento speciale: la tortura estrema, prima dell’esecuzione ad Abu Ghraib.
Nel mondo arabo stanno emergendo prove sempre più numerose di una serie di incontri tenuti da Saddam con importanti autorità americane prima della sua invasione dell’Iran nel 1980. Tanto lui quanto l’amministrazione americana credevano che la Repubblica Islamica sarebbe collassata se Saddam avesse inviato le sue legioni al di là del confine. E il Pentagono aveva il compito di assistere la macchina militare irakena fornendo informazioni di intelligence sui piani di battaglia iraniani. Un gelido giorno del 1987, non lontano da Cologne, incontrai il trafficante d’armi tedesco che aveva tenuto i primi contatti diretti tra Washington e Baghdad, su richiesta degli americani.
“Mr. Fisk... proprio all’inizio della guerra, nel settembre del 1980, fui invitato al Pentagono”, mi disse. “Lì mi furono consegnate le ultime fotografie delle postazioni militari iraniane scattate da satelliti USA. Da quelle foto si vedeva tutto. C’erano le postazioni d’artiglieria ad Abadan e vicino a Khorramshahr, le linee di trincee sulla parte orientale del fiume Karun, i muri di carri armati – ce n’erano a migliaia – che arrivavano fino al lato iraniano del confine con il Kurdistan. Nessun esercito avrebbe potuto desiderare di più. Con queste mappe andai in aereo da Washington a Francoforte e da lì, tramite le linee aeree irakene, direttamente a Baghdad. Gli irakeni erano molto, molto riconoscenti!”.
All’epoca io ero con le truppe avanzate di Saddam, sotto il fuoco dell’artiglieria iraniana, e notavo che le forze irakene allestivano le proprie postazioni d’artiglieria molto lontano dal fronte, avendo a disposizione mappe dettagliate delle linee iraniane. Il bombardamento contro l’Iran partito dalle postazioni vicino a Basra permise ai primi tank irakeni di attraversare il fiume Karun nel giro di una settimana. Il comandante di quella unità corazzata rifiutò cortesemente di spiegarmi come fosse riuscito a trovare l’unico punto del fiume non difeso dalle milizie iraniane. Due anni fa ci siamo incontrati di nuovo, ad Amman, e i suoi ufficiali lo chiamavano “generale”. Un grado riconosciutogli da Saddam grazie a quell’attacco a est di Basra, cortesia delle informazioni d’intelligence fornite da Washington.
Nei registri ufficiali iraniani degli otto anni di guerra con l’Iraq si legge che Saddam usò per la prima volta le armi chimiche contro le truppe iraniane il 13 gennaio 1981. Il corrispondente a Baghdad della Associated Press, Mohamed Salaam, potè assistere alla scena di una vittoria irakena a est di Basra. “Iniziammo a contare. Camminammo per miglia e miglia in questo fottuto deserto, contavamo e basta”, mi disse. “Arrivammo a 700, poi perdemmo il conto e dovemmo ricominciare daccapo. Gli irakeni avevano usato, per la prima volta, una combinazione di gas diversi. Il gas nervino aveva paralizzato i corpi... l’iprite li aveva fatti affogare nei loro stessi polmoni. E’ per questo che sputavano sangue”.
All’epoca gli iraniani affermarono che questo micidiale cocktail era stato fornito a Saddam dagli USA. Washington negò. Ma gli iraniani avevano ragione. I lunghi negoziati che portarono l’America a rendersi complice di queste atrocità rimangono tuttora segreti – Donald Rumsfeld era all’epoca uno degli uomini di punta del governo di Ronald Reagan – benché Saddam ne conoscesse senza dubbio ogni dettaglio. Ma un documento rimasto pressoché sconosciuto –
“Relazione sulle armi da guerra chimiche e biologiche dual-use [cioè a duplice impiego civile e militare, NdT] degli Stati Uniti, sulla loro esportazione in Iraq e sul loro impatto sanitario durante la guerra del golfo” – afferma che prima e dopo il 1985 compagnie statunitensi avevano inviato spedizioni di agenti biologici in Iraq con l’approvazione del governo americano. Queste spedizioni includevano il Bacillus Anthracis, che provoca l’antrace, e l’Escherichia Coli. Il rapporto del Senato concludeva: “Gli Stati Uniti hanno fornito al governo dell’Iraq materiali dual-use che hanno favorito i programmi chimici, batteriologici e missilistici irakeni, inclusi... la progettazione e installazione di impianti per la produzione di armi chimiche, attrezzature per il caricamento di armi chimiche”.
Il Pentagono non era certo all’oscuro dell’uso massiccio di armi chimiche da parte dell’Iraq. Nel 1988, ad esempio, Saddam diede il suo benestare al Ten. Col. Rick Francona, ufficiale dell’intelligence della difesa americano – uno dei 60 americani che segretamente fornivano ai vertici militari irakeni informazioni dettagliate sul posizionamento delle truppe iraniane, piani tattici e valutazioni sulle capacità offensive dei bombardamenti – per visitare la penisola di Fao dopo che le forze irakene erano riuscite a riconquistarla strappandola agli iraniani. Nel suo rapporto a Washington egli scrisse che gli irakeni avevano ottenuto la vittoria grazie all’impiego di armi chimiche. Il responsabile dell’intelligence della difesa dell’epoca, il Col. Walter Lang, affermò in seguito che l’utilizzo di gas nei campi di battaglia irakeni “non era una questione di rilevante interesse strategico”.
In ogni caso, io ne ho visto gli effetti. Su un lungo treno militare che riportava i soldati dal fronte di guerra a Teheran vidi centinaia di soldati iraniani che tossivano sangue e muco dai polmoni - le stesse carrozze puzzavano così tanto di gas che fui costretto ad aprire i finestrini – e le loro braccia e i loro volti erano coperti di bolle. Successivamente altri bubboni di pelle comparvero sopra le bolle originarie. Alcuni avevano ustioni spaventose. Gli stessi gas vennero usati in seguito contro i curdi di Halabja. Non c’è da stupirsi che Saddam sia stato processato a Baghdad per i massacri compiuti contro i villaggi sciiti e non per i suoi crimini di guerra contro l’Iran.
Non conosciamo ancora – e dopo l’esecuzione di Saddam probabilmente non conosceremo mai – le cifre esatte dei prestiti americani che furono erogati all’Iraq a partire dal 1982. La tranche iniziale, che fu spesa per l’acquisto di armi americane dalla Giordania e dal Kuwait, era di 300 milioni di dollari. Nel 1987 a Saddam erano già stati promessi prestiti per 1 miliardo di dollari. Nel 1990, subito prima che Saddam invadesse il Kuwait, il commercio annuo tra Iraq e Stati Uniti ammontava a 3,5 miliardi di dollari. Su pressione del ministro degli esteri di Saddam, Tariq Aziz, che chiedeva la prosecuzione dei prestiti americani, l’allora segretario di stato James Baker – lo stesso James Baker che ha appena presentato un rapporto con cui tenta di tirar fuori George Bush dalla catastrofe dell’Iraq odierno – chiese al governo USA di garantire all’Iraq un altro miliardo di dollari.
Nel 1989 l’Inghilterra, i cui servizi militari avevano già offerto appoggio a Saddam, erogò all’Iraq un prestito di 250 milioni di sterline poco tempo dopo che un giornalista dell’Observer, Farzad Bazoft, era stato arrestato a Baghdad. Bazoft, che stava indagando sull’esplosione di una fabbrica di Hilla in cui venivano utilizzati proprio i componenti chimici inviati dagli Stati Uniti, fu poi impiccato. Un mese dopo l’arresto di Bazoft, William Waldegrave, allora al ministero degli esteri, dichiarò: “Non credo esista un altro mercato di così ampia portata in cui l’Inghilterra sia potenzialmente così ben piazzata, se giochiamo con accortezza le nostre carte diplomatiche... ma qualche altro Bazoft o altre voci sull’oppressione interna renderebbero tutto più difficile”.
Ancora più disgustosi furono i commenti dell’allora vice Primo Ministro, Geoffrey Howe, sull’allentarsi dei controlli sulla vendita di armi inglesi all’Iraq. Scrisse di voler mantenere segreto questo commercio “perché apparirebbe molto cinico che, poco tempo dopo avere espresso orrore per il trattamento riservato ai curdi, noi adottassimo un approccio più flessibile alla vendita di armi”.
Saddam era anche a conoscenza dei segreti dell’attacco contro la USS Stark. Il 17 maggio 1987 un jet irakeno lanciò un missile contro la fregata americana, uccidendo oltre un sesto dell’equipaggio e quasi affondando la nave. Gli Stati Uniti accettarono le scuse di Saddam, secondo il quale la nave era stata scambiata per un vascello iraniano, e consentirono a Saddam di rifiutare la loro richiesta di intervistare il pilota irakeno.
La verità è morta ieri insieme a Saddam Hussein nella stanza delle esecuzioni di Baghdad. Molti a Washington e Londra avranno tirato un sospiro di sollievo quando il vecchio dittatore è stato zittito per sempre.
Se n’è andato l’uomo che ricevette personalmente l’appoggio della CIA per distruggere il partito comunista irakeno. Appena Saddam si fu impadronito del potere, i servizi segreti USA diedero ai suoi sgherri gli indirizzi dei comunisti di Baghdad e di altre città nel tentativo di distruggere l’influenza dell’Unione Sovietica in Iraq. Il mukhabarat di Saddam frugò in ogni casa, arrestando gli occupanti e le loro famiglie e massacrandone la maggior parte. La pubblica impiccagione era per i capi. Ai comunisti, alle loro mogli e ai loro figli veniva riservato un trattamento speciale: la tortura estrema, prima dell’esecuzione ad Abu Ghraib.
Nel mondo arabo stanno emergendo prove sempre più numerose di una serie di incontri tenuti da Saddam con importanti autorità americane prima della sua invasione dell’Iran nel 1980. Tanto lui quanto l’amministrazione americana credevano che la Repubblica Islamica sarebbe collassata se Saddam avesse inviato le sue legioni al di là del confine. E il Pentagono aveva il compito di assistere la macchina militare irakena fornendo informazioni di intelligence sui piani di battaglia iraniani. Un gelido giorno del 1987, non lontano da Cologne, incontrai il trafficante d’armi tedesco che aveva tenuto i primi contatti diretti tra Washington e Baghdad, su richiesta degli americani.
“Mr. Fisk... proprio all’inizio della guerra, nel settembre del 1980, fui invitato al Pentagono”, mi disse. “Lì mi furono consegnate le ultime fotografie delle postazioni militari iraniane scattate da satelliti USA. Da quelle foto si vedeva tutto. C’erano le postazioni d’artiglieria ad Abadan e vicino a Khorramshahr, le linee di trincee sulla parte orientale del fiume Karun, i muri di carri armati – ce n’erano a migliaia – che arrivavano fino al lato iraniano del confine con il Kurdistan. Nessun esercito avrebbe potuto desiderare di più. Con queste mappe andai in aereo da Washington a Francoforte e da lì, tramite le linee aeree irakene, direttamente a Baghdad. Gli irakeni erano molto, molto riconoscenti!”.
All’epoca io ero con le truppe avanzate di Saddam, sotto il fuoco dell’artiglieria iraniana, e notavo che le forze irakene allestivano le proprie postazioni d’artiglieria molto lontano dal fronte, avendo a disposizione mappe dettagliate delle linee iraniane. Il bombardamento contro l’Iran partito dalle postazioni vicino a Basra permise ai primi tank irakeni di attraversare il fiume Karun nel giro di una settimana. Il comandante di quella unità corazzata rifiutò cortesemente di spiegarmi come fosse riuscito a trovare l’unico punto del fiume non difeso dalle milizie iraniane. Due anni fa ci siamo incontrati di nuovo, ad Amman, e i suoi ufficiali lo chiamavano “generale”. Un grado riconosciutogli da Saddam grazie a quell’attacco a est di Basra, cortesia delle informazioni d’intelligence fornite da Washington.
Nei registri ufficiali iraniani degli otto anni di guerra con l’Iraq si legge che Saddam usò per la prima volta le armi chimiche contro le truppe iraniane il 13 gennaio 1981. Il corrispondente a Baghdad della Associated Press, Mohamed Salaam, potè assistere alla scena di una vittoria irakena a est di Basra. “Iniziammo a contare. Camminammo per miglia e miglia in questo fottuto deserto, contavamo e basta”, mi disse. “Arrivammo a 700, poi perdemmo il conto e dovemmo ricominciare daccapo. Gli irakeni avevano usato, per la prima volta, una combinazione di gas diversi. Il gas nervino aveva paralizzato i corpi... l’iprite li aveva fatti affogare nei loro stessi polmoni. E’ per questo che sputavano sangue”.
All’epoca gli iraniani affermarono che questo micidiale cocktail era stato fornito a Saddam dagli USA. Washington negò. Ma gli iraniani avevano ragione. I lunghi negoziati che portarono l’America a rendersi complice di queste atrocità rimangono tuttora segreti – Donald Rumsfeld era all’epoca uno degli uomini di punta del governo di Ronald Reagan – benché Saddam ne conoscesse senza dubbio ogni dettaglio. Ma un documento rimasto pressoché sconosciuto –
“Relazione sulle armi da guerra chimiche e biologiche dual-use [cioè a duplice impiego civile e militare, NdT] degli Stati Uniti, sulla loro esportazione in Iraq e sul loro impatto sanitario durante la guerra del golfo” – afferma che prima e dopo il 1985 compagnie statunitensi avevano inviato spedizioni di agenti biologici in Iraq con l’approvazione del governo americano. Queste spedizioni includevano il Bacillus Anthracis, che provoca l’antrace, e l’Escherichia Coli. Il rapporto del Senato concludeva: “Gli Stati Uniti hanno fornito al governo dell’Iraq materiali dual-use che hanno favorito i programmi chimici, batteriologici e missilistici irakeni, inclusi... la progettazione e installazione di impianti per la produzione di armi chimiche, attrezzature per il caricamento di armi chimiche”.
Il Pentagono non era certo all’oscuro dell’uso massiccio di armi chimiche da parte dell’Iraq. Nel 1988, ad esempio, Saddam diede il suo benestare al Ten. Col. Rick Francona, ufficiale dell’intelligence della difesa americano – uno dei 60 americani che segretamente fornivano ai vertici militari irakeni informazioni dettagliate sul posizionamento delle truppe iraniane, piani tattici e valutazioni sulle capacità offensive dei bombardamenti – per visitare la penisola di Fao dopo che le forze irakene erano riuscite a riconquistarla strappandola agli iraniani. Nel suo rapporto a Washington egli scrisse che gli irakeni avevano ottenuto la vittoria grazie all’impiego di armi chimiche. Il responsabile dell’intelligence della difesa dell’epoca, il Col. Walter Lang, affermò in seguito che l’utilizzo di gas nei campi di battaglia irakeni “non era una questione di rilevante interesse strategico”.
In ogni caso, io ne ho visto gli effetti. Su un lungo treno militare che riportava i soldati dal fronte di guerra a Teheran vidi centinaia di soldati iraniani che tossivano sangue e muco dai polmoni - le stesse carrozze puzzavano così tanto di gas che fui costretto ad aprire i finestrini – e le loro braccia e i loro volti erano coperti di bolle. Successivamente altri bubboni di pelle comparvero sopra le bolle originarie. Alcuni avevano ustioni spaventose. Gli stessi gas vennero usati in seguito contro i curdi di Halabja. Non c’è da stupirsi che Saddam sia stato processato a Baghdad per i massacri compiuti contro i villaggi sciiti e non per i suoi crimini di guerra contro l’Iran.
Non conosciamo ancora – e dopo l’esecuzione di Saddam probabilmente non conosceremo mai – le cifre esatte dei prestiti americani che furono erogati all’Iraq a partire dal 1982. La tranche iniziale, che fu spesa per l’acquisto di armi americane dalla Giordania e dal Kuwait, era di 300 milioni di dollari. Nel 1987 a Saddam erano già stati promessi prestiti per 1 miliardo di dollari. Nel 1990, subito prima che Saddam invadesse il Kuwait, il commercio annuo tra Iraq e Stati Uniti ammontava a 3,5 miliardi di dollari. Su pressione del ministro degli esteri di Saddam, Tariq Aziz, che chiedeva la prosecuzione dei prestiti americani, l’allora segretario di stato James Baker – lo stesso James Baker che ha appena presentato un rapporto con cui tenta di tirar fuori George Bush dalla catastrofe dell’Iraq odierno – chiese al governo USA di garantire all’Iraq un altro miliardo di dollari.
Nel 1989 l’Inghilterra, i cui servizi militari avevano già offerto appoggio a Saddam, erogò all’Iraq un prestito di 250 milioni di sterline poco tempo dopo che un giornalista dell’Observer, Farzad Bazoft, era stato arrestato a Baghdad. Bazoft, che stava indagando sull’esplosione di una fabbrica di Hilla in cui venivano utilizzati proprio i componenti chimici inviati dagli Stati Uniti, fu poi impiccato. Un mese dopo l’arresto di Bazoft, William Waldegrave, allora al ministero degli esteri, dichiarò: “Non credo esista un altro mercato di così ampia portata in cui l’Inghilterra sia potenzialmente così ben piazzata, se giochiamo con accortezza le nostre carte diplomatiche... ma qualche altro Bazoft o altre voci sull’oppressione interna renderebbero tutto più difficile”.
Ancora più disgustosi furono i commenti dell’allora vice Primo Ministro, Geoffrey Howe, sull’allentarsi dei controlli sulla vendita di armi inglesi all’Iraq. Scrisse di voler mantenere segreto questo commercio “perché apparirebbe molto cinico che, poco tempo dopo avere espresso orrore per il trattamento riservato ai curdi, noi adottassimo un approccio più flessibile alla vendita di armi”.
Saddam era anche a conoscenza dei segreti dell’attacco contro la USS Stark. Il 17 maggio 1987 un jet irakeno lanciò un missile contro la fregata americana, uccidendo oltre un sesto dell’equipaggio e quasi affondando la nave. Gli Stati Uniti accettarono le scuse di Saddam, secondo il quale la nave era stata scambiata per un vascello iraniano, e consentirono a Saddam di rifiutare la loro richiesta di intervistare il pilota irakeno.
La verità è morta ieri insieme a Saddam Hussein nella stanza delle esecuzioni di Baghdad. Molti a Washington e Londra avranno tirato un sospiro di sollievo quando il vecchio dittatore è stato zittito per sempre.





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