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    MARCIA FUNEBRE PER UNA MARIONETTA

    di Gianluca Freda (31/12/2006 - 19:16)



    Ha portato i suoi segreti nella tomba. La nostra complicità muore con lui.

    Come l’occidente ha armato Saddam, sostenuto la sua intelligence contro i suoi “nemici” e fornito gli strumenti per le sue atrocità. Assicurandosi infine che non cantasse.

    di Robert Fisk
    da The Independent del 31 dicembre 2006
    Traduzione di Gianluca Freda

    Gli abbiamo tappato la bocca. Nel momento in cui il boia incappucciato di Saddam ha tirato la leva della botola ieri mattina a Baghdad, i segreti di Washington sono stati al sicuro. L’appoggio vergognoso e indecente che i servizi segreti militari di Stati Uniti e Inghilterra hanno offerto a Saddam per oltre un decennio è tuttora l’unica, terribile storia che i nostri presidenti e primi ministri non vogliono che il mondo ricordi. E adesso Saddam, che sapeva bene quanto ampio fosse stato quell’appoggio occidentale – offertogli mentre perpetrava alcuni dei crimini più atroci dalla fine della Seconda Guerra Mondiale – è morto.

    Se n’è andato l’uomo che ricevette personalmente l’appoggio della CIA per distruggere il partito comunista irakeno. Appena Saddam si fu impadronito del potere, i servizi segreti USA diedero ai suoi sgherri gli indirizzi dei comunisti di Baghdad e di altre città nel tentativo di distruggere l’influenza dell’Unione Sovietica in Iraq. Il mukhabarat di Saddam frugò in ogni casa, arrestando gli occupanti e le loro famiglie e massacrandone la maggior parte. La pubblica impiccagione era per i capi. Ai comunisti, alle loro mogli e ai loro figli veniva riservato un trattamento speciale: la tortura estrema, prima dell’esecuzione ad Abu Ghraib.

    Nel mondo arabo stanno emergendo prove sempre più numerose di una serie di incontri tenuti da Saddam con importanti autorità americane prima della sua invasione dell’Iran nel 1980. Tanto lui quanto l’amministrazione americana credevano che la Repubblica Islamica sarebbe collassata se Saddam avesse inviato le sue legioni al di là del confine. E il Pentagono aveva il compito di assistere la macchina militare irakena fornendo informazioni di intelligence sui piani di battaglia iraniani. Un gelido giorno del 1987, non lontano da Cologne, incontrai il trafficante d’armi tedesco che aveva tenuto i primi contatti diretti tra Washington e Baghdad, su richiesta degli americani.

    “Mr. Fisk... proprio all’inizio della guerra, nel settembre del 1980, fui invitato al Pentagono”, mi disse. “Lì mi furono consegnate le ultime fotografie delle postazioni militari iraniane scattate da satelliti USA. Da quelle foto si vedeva tutto. C’erano le postazioni d’artiglieria ad Abadan e vicino a Khorramshahr, le linee di trincee sulla parte orientale del fiume Karun, i muri di carri armati – ce n’erano a migliaia – che arrivavano fino al lato iraniano del confine con il Kurdistan. Nessun esercito avrebbe potuto desiderare di più. Con queste mappe andai in aereo da Washington a Francoforte e da lì, tramite le linee aeree irakene, direttamente a Baghdad. Gli irakeni erano molto, molto riconoscenti!”.

    All’epoca io ero con le truppe avanzate di Saddam, sotto il fuoco dell’artiglieria iraniana, e notavo che le forze irakene allestivano le proprie postazioni d’artiglieria molto lontano dal fronte, avendo a disposizione mappe dettagliate delle linee iraniane. Il bombardamento contro l’Iran partito dalle postazioni vicino a Basra permise ai primi tank irakeni di attraversare il fiume Karun nel giro di una settimana. Il comandante di quella unità corazzata rifiutò cortesemente di spiegarmi come fosse riuscito a trovare l’unico punto del fiume non difeso dalle milizie iraniane. Due anni fa ci siamo incontrati di nuovo, ad Amman, e i suoi ufficiali lo chiamavano “generale”. Un grado riconosciutogli da Saddam grazie a quell’attacco a est di Basra, cortesia delle informazioni d’intelligence fornite da Washington.

    Nei registri ufficiali iraniani degli otto anni di guerra con l’Iraq si legge che Saddam usò per la prima volta le armi chimiche contro le truppe iraniane il 13 gennaio 1981. Il corrispondente a Baghdad della Associated Press, Mohamed Salaam, potè assistere alla scena di una vittoria irakena a est di Basra. “Iniziammo a contare. Camminammo per miglia e miglia in questo fottuto deserto, contavamo e basta”, mi disse. “Arrivammo a 700, poi perdemmo il conto e dovemmo ricominciare daccapo. Gli irakeni avevano usato, per la prima volta, una combinazione di gas diversi. Il gas nervino aveva paralizzato i corpi... l’iprite li aveva fatti affogare nei loro stessi polmoni. E’ per questo che sputavano sangue”.

    All’epoca gli iraniani affermarono che questo micidiale cocktail era stato fornito a Saddam dagli USA. Washington negò. Ma gli iraniani avevano ragione. I lunghi negoziati che portarono l’America a rendersi complice di queste atrocità rimangono tuttora segreti – Donald Rumsfeld era all’epoca uno degli uomini di punta del governo di Ronald Reagan – benché Saddam ne conoscesse senza dubbio ogni dettaglio. Ma un documento rimasto pressoché sconosciuto –
     “Relazione sulle armi da guerra chimiche e biologiche dual-use [cioè a duplice impiego civile e militare, NdT] degli Stati Uniti, sulla loro esportazione in Iraq e sul loro impatto sanitario durante la guerra del golfo” – afferma che prima e dopo il 1985 compagnie statunitensi avevano inviato spedizioni di agenti biologici in Iraq con l’approvazione del governo americano. Queste spedizioni includevano il Bacillus Anthracis, che provoca l’antrace, e l’Escherichia Coli. Il rapporto del Senato concludeva: “Gli Stati Uniti hanno fornito al governo dell’Iraq materiali dual-use che hanno favorito i programmi chimici, batteriologici e missilistici irakeni, inclusi... la progettazione e installazione di impianti per la produzione di armi chimiche, attrezzature per il caricamento di armi chimiche”.

    Il Pentagono non era certo all’oscuro dell’uso massiccio di armi chimiche da parte dell’Iraq. Nel 1988, ad esempio, Saddam diede il suo benestare al Ten. Col. Rick Francona, ufficiale dell’intelligence della difesa americano – uno dei 60 americani che segretamente fornivano ai vertici militari irakeni informazioni dettagliate sul posizionamento delle truppe iraniane, piani tattici e valutazioni sulle capacità offensive dei bombardamenti – per visitare la penisola di Fao dopo che le forze irakene erano riuscite a riconquistarla strappandola agli iraniani. Nel suo rapporto a Washington egli scrisse che gli irakeni avevano ottenuto la vittoria grazie all’impiego di armi chimiche. Il responsabile dell’intelligence della difesa dell’epoca, il Col. Walter Lang, affermò in seguito che l’utilizzo di gas nei campi di battaglia irakeni “non era una questione di rilevante interesse strategico”.

    In ogni caso, io ne ho visto gli effetti. Su un lungo treno militare che riportava i soldati dal fronte di guerra a Teheran vidi centinaia di soldati iraniani che tossivano sangue e muco dai polmoni - le stesse carrozze puzzavano così tanto di gas che fui costretto ad aprire i finestrini – e le loro braccia e i loro volti erano coperti di bolle. Successivamente altri bubboni di pelle comparvero sopra le bolle originarie. Alcuni avevano ustioni spaventose. Gli stessi gas vennero usati in seguito contro i curdi di Halabja. Non c’è da stupirsi che Saddam sia stato processato a Baghdad per i massacri compiuti contro i villaggi sciiti e non per i suoi crimini di guerra contro l’Iran.

    Non conosciamo ancora – e dopo l’esecuzione di Saddam probabilmente non conosceremo mai – le cifre esatte dei prestiti americani che furono erogati all’Iraq a partire dal 1982. La tranche iniziale, che fu spesa per l’acquisto di armi americane dalla Giordania e dal Kuwait, era di 300 milioni di dollari. Nel 1987 a Saddam erano già stati promessi prestiti per 1 miliardo di dollari. Nel 1990, subito prima che Saddam invadesse il Kuwait, il commercio annuo tra Iraq e Stati Uniti ammontava a 3,5 miliardi di dollari. Su pressione del ministro degli esteri di Saddam, Tariq Aziz, che chiedeva la prosecuzione dei prestiti americani, l’allora segretario di stato James Baker – lo stesso James Baker che ha appena presentato un rapporto con cui tenta di tirar fuori George Bush dalla catastrofe dell’Iraq odierno – chiese al governo USA di garantire all’Iraq un altro miliardo di dollari.

    Nel 1989 l’Inghilterra, i cui servizi militari avevano già offerto appoggio a Saddam, erogò all’Iraq un prestito di 250 milioni di sterline poco tempo dopo che un giornalista dell’Observer, Farzad Bazoft, era stato arrestato a Baghdad. Bazoft, che stava indagando sull’esplosione di una fabbrica di Hilla in cui venivano utilizzati proprio i componenti chimici inviati dagli Stati Uniti, fu poi impiccato. Un mese dopo l’arresto di Bazoft, William Waldegrave, allora al ministero degli esteri, dichiarò: “Non credo esista un altro mercato di così ampia portata in cui l’Inghilterra sia potenzialmente così ben piazzata, se giochiamo con accortezza le nostre carte diplomatiche...  ma qualche altro Bazoft o altre voci sull’oppressione interna renderebbero tutto più difficile”.

    Ancora più disgustosi furono i commenti dell’allora vice Primo Ministro, Geoffrey Howe, sull’allentarsi dei controlli sulla vendita di armi inglesi all’Iraq. Scrisse di voler mantenere segreto questo commercio “perché apparirebbe molto cinico che, poco tempo dopo avere espresso orrore per il trattamento riservato ai curdi, noi adottassimo un approccio più flessibile alla vendita di armi”.

    Saddam era anche a conoscenza dei segreti dell’attacco contro la USS Stark. Il 17 maggio 1987 un jet irakeno lanciò un missile contro la fregata americana, uccidendo oltre un sesto dell’equipaggio e quasi affondando la nave. Gli Stati Uniti accettarono le scuse di Saddam, secondo il quale la nave era stata scambiata per un vascello iraniano, e consentirono a Saddam di rifiutare la loro richiesta di intervistare il pilota irakeno.

    La verità è morta ieri insieme a Saddam Hussein nella stanza delle esecuzioni di Baghdad. Molti a Washington e Londra avranno tirato un sospiro di sollievo quando il vecchio dittatore è stato zittito per sempre.          

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    VITE DEI MARTIRI

    di Gianluca Freda (30/12/2006 - 21:07)



    Saddam Hussein – Una vita in retrospettiva.
    dal sito www.bushflash.com
    Traduzione di Gianluca Freda


    28 aprile 1937: nasce Saddam Hussein.

    1959: Saddam Hussein, dopo un fallito attentato al presidente irakeno, generale Kassim, fugge in Egitto. Al Cairo, Hussein frequenta spesso l’ambasciata USA e si incontra con agenti della CIA interessati alla caduta del governo di Kassim. Al suo ritorno in Iraq, la CIA sistema Hussein in un appartamento di Baghdad sulla via al-Rashid, proprio di fronte all’ufficio di Kassim nel Ministero della Difesa, perché sorvegli i suoi movimenti.

    1963: il presidente Kassim viene assassinato nel primo colpo di stato Ba’athista. Gli Stati Uniti sono tra le prime nazioni a riconoscere il nuovo governo e immediatamente iniziano le spedizioni di armamenti. La sera stessa del colpo di stato, la CIA presenta agli insorgenti Ba’athisti un elenco di 800 comunisti irakeni. Vengono tutti uccisi.

    Robert Komer, addetto al Consiglio di Sicurezza Nazionale sotto la presidenza Kennedy, descrive Saddam come “quasi certamente un ottimo acquisto per la nostra parte”. (Roger Morris, New York Times)
    Sfortunatamente per la “nostra parte” il nuovo governo Ba’athista cade dopo appena nove mesi. Nei seguenti cinque anni si verificano altri due colpi di stato del partito Ba’ath appoggiati dalla CIA. Sotto questi regimi aziende occidentali come Mobil, Bechtel e British Petroleum iniziano le loro operazioni in Iraq.

    1968: l’ultimo colpo di stato Ba’athista porta al potere Ahmad Hassan al Bakr, che insedia suo cugino, Saddam Hussein, a capo dell’organismo per la sicurezza nazionale.

    1979: Saddam Hussein, appoggiato dalla CIA, si impadronisce del potere con una congiura di palazzo. Subito dopo fa liquidare tutti gli avversari politici all’interno del partito Ba’ath.

    1980: l’amministrazione Reagan, vedendo la rivoluzione islamica in Iran come una minaccia, incoraggia l’Iraq a invadere l’Iran, promettendo armi, denaro e supporto. Oltre a miliardi di dollari in armamenti, l’amministrazione Reagan fornisce al regime irakeno armi chimiche e batteriologiche, compresi:

    - Bacillus Anthracis, causa dell’antrace.
    - Clostridium Botulinum
    - Histoplasma Capsulatam, causa di malattie che attaccano i polmoni, il cervello, la colonna vertebrale e il cuore.
    - Brucella Melitensis, un batterio che danneggia i principali organi.
    - Clostridium Perfringens, batterio altamente tossico che provoca malattie sistemiche.
    - Clostridium Tetani, sostanza ad alta tossigenicità.

    Questi aiuti vengono forniti nella piena consapevolezza della natura repressiva del regime di Hussein e dell’appoggio da esso offerto a terroristi internazionali come Abu Nidal. 

    Un anno dopo l’Iraq usa le armi chimiche fornite dagli USA contro le truppe iraniane. L’amministrazione Reagan riprende le normali relazioni diplomatiche con l’Iraq, depennandolo dalla lista degli stati che sostengono il terrorismo.
    La guerra Iran/Iraq dura 8 anni, reclamando un milione di vittime e portando l’Iraq alla bancarotta.  

    1988: dopo la fine della guerra il Kuwait, alleato dell’Iraq, inonda di petrolio i mercati mondiali, facendo abbassare ovunque il prezzo del greggio. Ciò è d’ostacolo agli sforzi dell’Iraq di ricostruire le proprie infrastrutture e la propria economia devastata dalla guerra. L’OPEC si mostra sordo alle preghiere di Hussein, che inizia così a considerare l’ipotesi di un’azione militare contro il Kuwait.
    Quando informa gli USA dei suoi piani d’invasione del Kuwait, l’ambasciatore americano April Glaspie gli risponde: “Noi [gli Stati Uniti] non abbiamo alcuna opinione riguardo la disputa di confini tra voi e il Kuwait. James Baker [all’epoca Segretario di Stato] ha dato istruzioni al nostro portavoce di SOTTOLINEARE questo elemento”.

    Ottenuta la luce verde per invadere il Kuwait, Saddam Hussein lo invade.

    L’amministrazione Bush si rimangia immediatamente le sue assicurazioni, iniziando i preparativi per la guerra. Le offerte irakene di ritirarsi dal Kuwait in cambio della convocazione di una conferenza per  la pace in Medio Oriente vengono ignorate. Il resto è storia...

    11 settembre 2001: terroristi di Al Qaeda lanciano un attacco coordinato contro le torri del World Trade Center e il Pentagono [sic, NdT]. Utilizzando tali attacchi come pretesto, l’amministrazione Bush prepara un’altra guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. Questo nonostante non vi siano legami tra l’Iraq e gli attacchi dell’11 settembre. In questa invasione muoiono centinaia di americani e migliaia di civili irakeni.

    13 dicembre 2003: Saddam Hussein, veterano della CIA con 40 anni di servizio, viene consegnato alle forze d’occupazione statunitensi in Iraq da un ignoto gruppo irakeno.

    Signore e signori...

    ...E’ SEMPRE STATO IN MANO NOSTRA.


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    CAPODANNO IN IRAQ

    di Gianluca Freda (29/12/2006 - 21:35)




    Un altro anno finisce...

    dal blog irakeno Baghdad Burning (di Riverbend)
    Traduzione di Gianluca Freda


    Sai che il tuo paese è nei guai quando:

    1. Le Nazioni Unite aprono una sezione speciale (UNAMI) al solo scopo di tenere il registro del caos e dei massacri.

    2. La sezione summenzionata non può avere sede nel tuo paese.

    3. I politici che si sono impegnati per ridurre il tuo paese in queste pietose condizioni non sono più reperibili all’interno dei suoi confini, né nelle vicinanze.

    4. L’unica cosa su cui Iran e Stati Uniti sono d’accordo è il deteriorarsi delle condizioni della tua nazione.

    5. Una guerra durata 8 anni [con l’Iran, NdT] e un embargo durato 13 ti sembrano l’età dell’oro del tuo paese.

    6. Il tuo paese vende 2 milioni di barili di petrolio al giorno e tu devi fare 4 ore di coda per comprare al mercato nero il gasolio per il tuo generatore.

    7. Per ogni 5 ore senza elettricità ricevi un’ora di elettricità pubblica e all’improvviso il tuo governo annuncia che non è più in grado di garantire quell’ora.

    8. Politici che avevano approvato la guerra ora passano il tempo a discutere in TV se sia in corso un “massacro etnico” o una “guerra civile”.

    9. La gente si considera fortunata quando il cadavere di un parente scomparso da due settimane risulta ancora identificabile.

    La giornata dell’irakeno medio trascorre identificando cadaveri, evitando autobombe e cercando di capire quali familiari siano stati arrestati, quali siano andati in esilio e quali altri siano stati rapiti.

    Il 2006 è stato, decisamente, l’anno peggiore. Dico sul serio. Le dimensioni di questa guerra e dell’occupazione iniziano soltanto adesso a colpire con forza l’opinione pubblica. E’ come avere un grosso pezzo di terreno, duro e secco, che si è determinati a spaccare. Il primo colpo viene assestato sotto forma di danni alle infrastrutture causati da missili e nuove armi tecnologiche, e iniziano ad aprirsi le prime crepe. Altri piccoli colpi arrivano sotto forma di politici come Chalabi, Al Hakim, Talbani, Pachachi, Allawi e Maliki. Le crepe iniziano rapidamente a moltiplicarsi e a correre lungo quel pezzo di terreno una volta solido, stendendosi verso i suoi confini come tante mani scheletriche. Allora si applica un po’ di pressione. Lo si circonda da ogni lato, si spinge, si tira. Lentamente, ma senza fallo, lo si vede cadere a pezzi, un grumo qui, una zolla là.

    Questo è l’Iraq oggi. Gli americani hanno fatto un gran lavoro nel farlo a pezzi. L’anno appena trascorso ha convinto quasi tutti che il piano era proprio questo fin dall’inizio. Sono stati commessi troppi errori perchè si trattasse di semplici errori. Gli “errori” sono stati troppo catastrofici. Le persone che l’amministrazione Bush ha scelto di sostenere e appoggiare erano notoriamente e risaputamente ripugnanti: dall’imbroglione e intrallazziere Chalabi, al terrorista Jaffari, al miliziano Maliki. Le decisioni, come smantellare l’esercito irakeno, abolire la vecchia costituzione e mettere la sicurezza del paese in mano alle milizie, sono state troppo devastanti per non essere intenzionali. 

    La domanda è: perché? Non ho fatto altro che chiedermelo negli ultimi giorni. Cosa ci guadagna l’America a danneggiare l’Iraq fino a questo punto? Ormai solo un idiota delirante crederebbe ancora che questa guerra e l’occupazione siano state fatte per le armi di distruzione di massa o per paura di Saddam.

    Al Qaeda? Risibile. Bush è riuscito, negli ultimi 4 anni, a creare più terroristi di quanti avrebbe potuto crearne Osama in 10 diversi campi di addestramento sulle lontane colline dell’Afghanistan. I nostri bambini, oggi, fanno giochi come “cecchino e jihadista”, in cui uno finge di aver centrato un soldato americano in mezzo agli occhi e un altro di aver rovesciato un Humvee.

    L’ultimo anno, in particolare, è stato un punto di svolta. Quasi ogni irakeno ha sofferto perdite enormi. Enormi. E’ impossibile descrivere le perdite che abbiamo subìto a causa della guerra e dell’occupazione. Non ci sono parole per spiegare come ci si sente quando, ogni giorno, circa 40 cadaveri vengono ritrovati in differenti stati di decomposizione e mutilazione. E’ impossibile dare l’idea della densa e nera nube di paura sospesa sulla testa di ogni irakeno. Paura di cose così assurde da sfiorare il ridicolo, come il fatto che il tuo nome possa suonare “troppo sunnita” o “troppo sciita”.  Paura di cose più serie, come gli americani nei loro carri armati, i poliziotti con bandane nere e bandiere verdi che controllano il tuo quartiere, i soldati irakeni con la maschera nera ai checkpoint.

    Ancora, non posso fare a meno di chiedermi perché ci sia stato fatto tutto questo. A che è servito distruggere l’Iraq oltre ogni speranza di riparazione? Solo l’Iran sembra averci guadagnato qualcosa. La loro presenza in Iraq è ormai così consolidata che criticare un chierico o un ayatollah equivale a suicidarsi. Forse la situazione è sfuggita a tal punto dalle mani degli americani da non essere più recuperabile? O era tutto pianificato fin dall’inizio? Mi fa male la testa a farmi queste domande.

    Ciò che in questo momento mi dà più da pensare è: perché gettare benzina sul fuoco? I sunniti e gli sciiti moderati vengono scacciati dalle grandi città del sud e dalla capitale. Baghdad è spaccata in due, con gli sciiti che abbandonano le zone sunnite e i sunniti che abbandonano le zone sciite, alcuni per minaccia, altri per paura di attacchi. La gente viene uccisa a sangue freddo ai checkpoint o da automobili che passano sparando a casaccio. Molti college hanno sospeso le lezioni. Migliaia di irakeni non mandano più i bambini a scuola. Non è sicuro.

    Perché peggiorare ulteriormente la situazione con l’esecuzione di Saddam? Chi guadagnerà qualcosa dalla sua impiccagione? L’Iran, ovviamente, ma chi altri? C’è la paura concreta che questa esecuzione sarà il colpo definitivo che spezzerà l’Iraq. Alcune tribù sunnite e sciite hanno minacciato di prendere le armi contro gli americani se Saddam verrà giustiziato. In generale, tutti gli irakeni stanno guardando con attenzione a ciò che sta per succedere e si stanno serenamente preparando al peggio.      

    Questo perché Saddam, ormai, non rappresenta più né se stesso né il suo regime. Grazie alla pressante insistenza della propaganda bellica americana, Saddam rappresenta ora tutti gli arabi sunniti (non importa che gran parte del suo governo fosse sciita). Gli americani, con i loro discorsi, con gli articoli di giornale e con i loro fantocci irakeni, hanno detto molto esplicitamente che considerano Saddam un simbolo della resistenza sunnita all’occupazione. In sostanza, con questa esecuzione, gli americani stanno dicendo: “Guardate, arabi sunniti, questo è il vostro uomo e noi lo sappiamo. E lo impicchiamo perché rappresenta voi”. E non si può sbagliare, questo processo, il verdetto e l’esecuzione sono americani al 100 %. Alcuni attori erano irakeni, ma la produzione, la regia e il montaggio sono stati puramente hollywoodiani (anche se realizzati, a mio avviso, con scarso budget).

    Ecco perché, ovviamente, Talbani non vuole firmare la condanna a morte. Non perché a questo bandito sia improvvisamente spuntata una coscienza, ma perché non vuole essere lui il responsabile dell’impiccagione. Non andrebbe molto lontano se lo facesse.

    Il governo di Maliki non riusciva a contenere la contentezza. Ha annunciato la ratifica dell’esecuzione prima ancora che lo facesse il tribunale. Qualche sera fa un telegiornale americano ha intervistato il capo gabinetto di Maliki, Basim Al-Hassani, che parlava dell’imminente esecuzione - in un inglese con forti inflessioni americane - come se stesse parlando di una festa a cui era stato invitato. Se ne stava seduto, con l’aspetto trasandato e senza sentirsi minimamente ridicolo, a dialogare in un idioma pieno di 'gonna', 'gotta' e 'wanna'... il che può succedere, immagino, quando le sole persone con cui hai qualche rapporto sono i soldati americani.

    La mia conclusione è stata che gli americani vogliono davvero ritirarsi dall’Iraq, ma vorrebbero prima lasciarsi dietro una guerra civile di ampia portata, perché non sarebbe bello che dopo il loro ritiro le cose cominciassero a migliorare, no?

    Eccoci arrivati alla fine del 2006 e io sono triste. Non soltanto triste per le condizioni del mio paese, ma anche per le condizioni della nostra umanità come irakeni. Abbiamo perduto buona parte della compassione e della civiltà che quattro anni fa pensavo ci rendessero speciali. Porto l’esempio di me stessa. Quattro anni fa mi si stringeva il cuore ogni volta che sentivo della morte di un soldato americano. Sì, erano occupanti, ma anche esseri umani e sapere che venivano ammazzati nel mio paese non mi faceva dormire la notte. Non importava che avessero attraversato l’oceano per aggredirci, mi sentivo davvero in ansia per loro.

    Se non avessi espresso questi sentimenti di apprensione su questo stesso blog, oggi crederei di non averli mai provati. Oggi gli americani rappresentano solo numeri. 3000 americani morti negli ultimi quattro anni? Sai che roba. E’ il numero di irakeni che muoiono in meno di un mese. Avevano delle famiglie? Pensa un po’ che peccato. Anche noi le abbiamo. Anche i cadaveri sulle strade e quelli che aspettano di essere identificati all’obitorio.

    Il soldato americano morto oggi a Anbar è forse più importante di un mio cugino a cui hanno sparato il mese scorso, proprio la sera del suo fidanzamento con una donna che desiderava sposare da sei anni? Non credo proprio.

    Solo perché gli americani muoiono in quantità minori, non significa che siano più importanti, no?



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    CHI E' DI SCENA

    di Gianluca Freda (27/12/2006 - 22:28)



    Se qualcuno crede ancora che questo coreografico balletto della sinistra radicale possa salvare i pensionati, forse non ha mai avuto occasione di assistere ai precedenti allestimenti di questa gustosa piece teatrale. Ecco la trama: il governo cosiddetto “di sinistra” (de sto par de meloni) propone una misura assurda e iniqua, ad esempio: tagliare le pensioni del 3,5 % a chi osa lasciare il lavoro con “solo” 35 o 36 anni di lavoro sulle spalle. A questo punto entra in scena la “sinistra radicale”, con la sua commovente sceneggiata. Si getta in terra e ci si rotola, si straccia le vesti, singhiozza che no, non è possibile togliere altri 400 e rotti euro all’anno a pensionati già ridotti alla fame. Poi, in un sussulto di dignità, si ricompone, invoca “il rispetto del programma” (una battuta che non manca mai di suscitare grande ilarità tra il pubblico) auspicando “la rapida apertura di un confronto con le parti sociali”. Le parti sociali – per chi non lo ricordasse – sono parte integrante dello spettacolo. Per l’esattezza sono quelle che hanno appena ricevuto dal governo un enorme regalo natalizio: la possibilità di mettere le lerce zampacce sul TFR dei lavoratori con un anno d’anticipo rispetto a quanto previsto dalla legge 252/2005. Si può immaginare quanto sentite e sincere possano essere le loro critiche verso un governo che gli ha appena fatto un così lauto regalo e quanto impegno e quanta lena metteranno per contrastare il progetto di riforma delle pensioni varato da un governo che gli ha donato il bottino della rapina del secolo senza nemmeno costringerli a impugnare una pistola di persona. Anche loro contribuiscono al pathos della recita e lanciano striduli urletti di sdegno civico con professionalità di prefiche navigate e lautamente retribuite, istrioniche, veterane dell’Actor’s Studio.

    A richiesta del pubblico, la “sinistra radicale” può arrivare perfino a minacciare la defezione dall’esecutivo. Al che il governo prodian-rutelliano, mosso a pietà da tanto dolore, magnanimamente concede lo sconto. Vabbè, facciamo che tagliamo solo il 2 % e non se ne parli più. Sollievo generale. Attori e prefiche tornano ad assidersi sulle comode poltrone di velluto per godersi i meritati frutti del proprio eroismo. Hanno lottato e hanno vinto. Hanno difeso, con irridente sprezzo del pericolo, l’assegno mensile dei vecchietti dalle sordide mani dei controrivoluzionari. I vecchietti, tutti contenti per la perdita di appena il 2 % dell’obolo mensile, si spellano le mani dagli applausi. Gli elettori più anziani sospirano di sollievo: ma sì, in fondo esiste ancora una sinistra, che non avrà forse le palle di rubare ai ricchi per dare ai poveri, ma almeno riesce a dimezzare le richieste predatorie dello sceriffo di Nottingham. Lieto fine. Applausi e lanci di rose dal proscenio. Gli attori s’inchinano al pubblico deferenti, sul volto un sorriso sardonico che l’esperienza di scena non riesce a celare. Sipario. Il prossimo spettacolo questa sera alle 21.00.  

    (nella foto: una lamentazione delle prefiche sciite irakene) 

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    IL SUICIDIO DI GIUDA

    di Gianluca Freda (26/12/2006 - 19:42)



    Anche un imbecille capirebbe che una condanna a morte di Saddam Hussein, in questo momento, non servirebbe ad altro che ad accrescere lo spargimento di sangue in Iraq, ad alimentare la guerra civile e a rendere la permanenza americana nel paese ancor meno gradita di quanto non sia mai stata. Anche un imbecille lo capirebbe, e infatti George W. Bush e i suoi pupari giudei lo capiscono benissimo. La condanna a morte di Saddam servirà appunto a questo: perpetuare e accrescere il caos iracheno, a vantaggio non certo degli americani, che in Iraq stanno perdendo migliaia di uomini e miliardi di dollari preparando la superpotenza americana alla catastrofe, ma degli israeliani, che dall’instabilità dell’Iraq – nonché della Palestina, ovviamente – hanno tutto da guadagnare. O almeno così credono. Ciò che gli americani stanno facendo – al di là di ciò che credevano di fare nel 2003 quando iniziarono la loro aggressione genocida – è sconvolgere e rimodellare il Medio Oriente affinché l’entità sionista possa restare per sempre l’unica potenza della regione.  Nel 1982 la rivista Kivunim, organo di stampa della Organizzazione Sionista Mondiale, pubblicava un articolo a firma di Oded Yinon, giornalista israeliano assai vicino al Ministero degli Esteri del suo paese. L’articolo conteneva queste parole, che rilette oggi suonano piuttosto profetiche:

    La dissoluzione della Siria e dell’Iraq in aree distinte su base etnica o religiosa, come già avviene in Libano, è l’obiettivo primario di Israele sul fronte orientale. L’Iraq, ricco di petrolio da una parte, e dall’altra lacerato internamente, è certamente  candidato ad essere preso di mira da Israele. La sua dissoluzione è per noi addirittura più importante di quella della Siria. L’Iraq è più forte della Siria. A breve termine, è proprio la potenza irachena che rappresenta la più grande minaccia per Israele.

    Una guerra tra Iran e Iraq frazionerà l’Iraq e causerà la caduta del suo regime interno. Addirittura prima che esso sia in grado di organizzare una lotta su un ampio fronte contro di noi. Ogni tipo di scontro inter-arabo sarà a nostro favore nel breve periodo e accelererà il nostro scopo più importante che è quello di frantumare l’Iraq in vari staterelli come in Siria e in Libano. In Iraq è possibile realizzare una divisione in province su base etnica o religiosa come avveniva in Siria durante l’impero ottomano. Così tre (o più stati) si formeranno intorno alle tre principali città: Bassora, Baghdad e Mosul, e così le regioni sciite del sud si staccheranno dal nord sunnita e curdo
    .”

    La carta della divisione irachena era già stata tentata nel 1980, allorché gli Stati Uniti – controllati da Israele attraverso le potentissime lobby ebraiche interne – avevano iniziato a finanziare il governo di Saddam Hussein nella guerra contro l’Iran. Una guerra che durò otto anni e causò oltre un milione di morti, ma che, contrariamente alle speranze israeliane, non indebolì l’Iran e fece dell’Iraq uno stato che, sotto la guida accentratrice di Saddam, ottenne stabilità e compattezza politica. Proprio il contrario di ciò che lo stato degli ebrei desiderava. Così, ciò che Saddam non riuscì a fare da vivo (frammentare l’Iraq in tre regioni diverse l’una contro l’altra armata) si spera che lo faccia da morto, facendo divampare l’odio e lo scontro tra etnie. Naturalmente con la collaborazione del Mossad, che quando si tratta di fomentare le divisioni etniche attraverso l’organizzazione di sanguinosi attentati non si fa mai pregare. La stessa costituzione irachena è stata studiata a questo scopo, prevedendo di fare dell’Iraq una federazione in cui i curdi del nord e gli sciiti al sud godano di una parziale autonomia. Praticamente un viatico allo scontro settario, etnico e religioso.

    La divisione del mondo arabo è ciò che Israele crede possa fare la sua forza. E’ a questo scopo che Israele fomenta lo scontro tra Hamas e Fatah in Palestina. E’ a questo scopo che ha soffiato sulla guerra civile tra cristiani e musulmani sunniti, sciiti e drusi che ha insanguinato il Libano tra il 1975 e il 1990. E’ a questo scopo che tenta anche oggi di riaprire quel conflitto con omicidi false-flag come quello di Pierre Gemayel, non essendovi riuscito con l’aggressione vigliacca di quest’estate. E’ a qusto scopo che dovrebbe servire l’attacco contro l’Iran, che nonostante la sconfitta dei neocon israelioti è sempre in agenda per la politica americana, teleguidata da Israele tanto nella sua parte repubblicana quanto in quella democratica.  E’ a questo scopo che servirà anche l’impiccagione di Saddam, occasione d’oro per rinfocolare gli scontri fratricidi nel suo ex regno. 

    Israele ha fretta, le cose non vanno bene: l’Iran ha osato resistere alle minacce giudeo-americane e ha perfino rilanciato, con la prosecuzione del programma nucleare e la coferenza sulla Shoah. L’invasione del Libano è finita molto male, facendo perdere ai giudei l’aura di invincibilità che si erano conquistati nel corso degli anni. Lo scontro inter-arabo va tenuto vivo, non si può lasciarlo raffreddare adesso. Ecco perché gli USA stanno per inviare in Iraq altri 30-50.000 uomini, nonostante la preoccupazione e la contrarietà dei generali. Il loro scopo non è quello di “vincere la guerra”, ma quello di fomentare ulteriormente l’odio interetnico, appoggiando le forze sciite contro i sunniti. Il perché lo spiega il New York Times: “«L'America intende, sostenendo gli sciiti dell'Iraq, danneggiare l'Iran. Ciò approfondirà la frattura sunniti-sciiti, e può condurre ad una guerra regionale di sunniti contro sciiti. E questa, gli sciiti la perderanno perché, anche se ci sono in Iraq e in Iran più sciiti che sunniti, i sunniti sono più numerosi in ogni altro Paese».

    Israele sta giocando una partita suicida. Si sente all’angolo e tenta di uscirne facendo saltare la santabarbara che ha intorno, senza pensare alle conseguenze. Si sente protetto dai suoi muri e crede che l’implosione dell’intero mondo islamico possa servire da antidoto alla sua incapacità politica, alla corruzione che lo divora dall’interno, alle sue sconfitte militari. E’ inevitabile che, in un giorno che credo ormai non lontano, finirà vittima dello stesso bagno di sangue che ha scatenato intorno a sé, portando nel baratro anche l’ormai asservita e detestata superpotenza americana. Quel giorno la sua scomparsa – ormai più che prevedibile – sarà pianta anche meno dell’impiccagione di uno dei suoi tanti ex fantocci assassini.   
       

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    BROGLI A LA SPEZIA

    di Gianluca Freda (25/12/2006 - 17:30)



    Dal sito di Antonio Vota copio-incollo il seguente intervento, che si riferisce ad una segnalazione (pubblicata anche da me in diverse occasioni) secondo la quale i dati elettorali della Camera, nel comune di La Spezia, avrebbero mostrato l’incredibile risultato di zero schede bianche:

    Ti leggiamo sempre, e sei sempre in gamba. Ma stavolta ti sei scordato una regola d'oro della vita: quando qualcosa appare impossibile, una spiegazione c'è: è proprio impossibile, quindi non è vera. La fretta complottista è capace di grandi confusioni.
    Il link segnalato (http://www.regione.liguria.it/elezioni/elezioni_2006/cameralaspezia.asp   ...ma dove lo hai trovato?) indica l'incredibile dato di 0 (dicasi zero!) schede bianche e addirittura 0 schede nulle. Peccato che il dato, come si vede leggendo con attenzione il tabulato, sia relativo a 75 sezioni elettorali su 97, ovvero si stia parlando di dati parziali, nei quali, a quel punto dello scrutinio, le cifre di bianche e nulle non sono semplicemente state ancora messe. Mancano anche 17 mila voti validi. Basta andare sul sito istituzionale del comune di La Spezia per rendersi conto che, quando tutte e le 97 sezioni sono state scritinate, sono stati trovate 910 schede nulle e 442 schede bianche.(http://www.comune.sp.it/comune/elezioni/POLITICHE2006/spo_camera.php)
    Con stima. (La redazione di www.democrazialegalita.it)

    Poiché anch’io, in diverse occasioni, avevo segnalato il link e sottolineato l’anomalia, ringrazio la redazione di democrazialegalità per le precisazioni e correggo il dato: a La Spezia le schede bianche non si sono azzerate, il che, in effetti, avrebbe rappresentato un’anomalia in più in un già anomalo calo generalizzato riscontrabile a livello nazionale. Le schede bianche di La Spezia si sono semplicemente RIDOTTE QUASI ALLA QUARTA PARTE: dalle 1627 del 2001 (dati Camera proporzionale), pari al 2,28 per cento, alle 442 del 2006, pari allo 0,66 per cento. Dunque tutto normale, niente di strano, il sole splende e la democrazia e la legalità sono vive. Se democrazialegalità ritiene che anche questi dati siano dovuti a fretta complottista, non ha che da dirlo. Io, di fronte all’inspiegabile, continuo a preferire la fretta complottista, che a volte sbaglia, ma sa ammetterlo e correggere il tiro, alla flemma anticomplottista che, di fronte all’inspiegabile, si limita a discutere d’altro.  

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    LIBERTA' DI PAROLA

    di Gianluca Freda (25/12/2006 - 13:02)


    DAVID IRVING E’ LIBERO!
    Dal sito www.davidduke.com
    Traduzione di Gianluca Freda

    Lo storico David Irving è stato scarcerato dalla prigione austriaca in cui era detenuto dopo aver scontato 13 mesi di una condanna a tre anni di carcere per negazione dell’Olocausto. Gli osservatori ritengono che la sua scarcerazione sia almeno in parte il risultato della pubblicità ottenuta grazie alla recente Conferenza sull’Olocausto di Teheran che ha focalizzato l’attenzione sull’arresto di Irving e di altri studiosi in diverse nazioni europee. L’arresto di Irving, come quello di Ernst Zundel e Germar Rudolph in Germania, sta diventando fonte di crescente imbarazzo in un’Europa i cui leader politici criticano spesso le nazioni musulmane per la mancanza di libertà d’espressione. In un gran numero di interviste rilasciate da Teheran ad emittenti di tutto il mondo, il controverso ex deputato USA ed ex membro del Ku Klux Klan David Duke ha parlato dell’arresto di Irving e le sue interviste sono state trasmesse in Austria e in molti paesi d’Europa.

    Irving, che era stato arrestato l’anno scorso mentre era in visita in Austria per una conferenza, ha ottenuto oggi [il 20 dicembre scorso, NdT] da un tribunale di Vienna di scontare il resto della condanna in libertà vigilata.

    Il tribunale ha ascoltato gli argomenti della difesa, che chiedeva una riduzione della pena, e quelli dell’accusa, che chiedeva una sentenza più dura.

    Irving ha detto ai giornalisti che lo attendevano fuori dal tribunale di essere “in perfetta salute”.

    Era stato incarcerato per violazione delle leggi austriache che puniscono la negazione dell’Olocausto sulla base di un mandato d’arresto risalente al 1989. Le accuse riguardavano due discorsi tenuti da Irving in Austria 17 anni fa, nel corso dei quali, secondo l’accusa, egli avrebbe affermato che ad Auschwitz non c’erano camere a gas e che Hitler proteggeva gli ebrei [Irving in realtà aveva detto che le tutele giuridiche previste dall’ordinamento tedesco erano rimaste sempre formalmente valide per tutti, negli anni della II Guerra Mondiale, ebrei compresi, NdT].

    Deborah Lipstadt, la studiosa americana che nel 2000 sostenne con successo una causa di diffamazione contro Irving per negazione della Shoah, ha dichiarato di non condividere la sentenza.

    All’epoca del processo per diffamazone, Irving dichiarò di non avere mai negato l’Olocausto ma di avere semplicemente messo in discussione le cifre ufficiali degli ebrei uccisi e l’idea che fossero stati sottoposti ad uno sterminio sistematico. 

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    FAURISSON SULL'OLOCAUSTO

    di Gianluca Freda (24/12/2006 - 12:08)



    Quanto segue è una mia traduzione di una parte dell'intervento dello storico francese Robert Faurisson alla conferenza di Teheran sull'Olocausto. La versione integrale in inglese è disponibile QUI.

    [...]
    Il presidente Ahmadinejad ha usato la parola esatta: il presunto “Olocausto” degli ebrei è un mito, vale a dire una fede fondata sulla credulità e sull’ignoranza. In Francia è perfettamente legale dichiarare di non credere in Dio, ma è proibito affermare di non credere nell’“Olocausto” o anche solo dubitarne. Questo divieto posto su ogni forma di discussione è stato formalizzato e reso ufficiale con la legge del 13 luglio 1990. Questa legge fu pubblicata sul Journal officiel de la République française, guarda caso proprio il giorno dopo, cioè il 14 luglio, data in cui si commemora la Repubblica e la Libertà. Essa prevede la pena fino a un anno di carcere e una multa fino a 45.000 €, senza contare la possibilità che si venga condannati al risarcimento dei danni e a sostenere i costi considerevoli delle spese giudiziarie. E’ rilevante che la legge specifichi la possibilità di essere applicata “anche se [la discussione] è presentata in forma velata o dubitativa o sotto forma di insinuazione” (Code pénal, Paris, Dalloz, 2006, p. 2059). Perciò la Francia ha un solo mito ufficiale, quello dell’ “Olocausto”, e una sola forma di blasfemia, quella che offende l’“Olocausto”.

    L’11 luglio 2006 io stesso sono stato chiamato a comparire di fronte ad un tribunale di Parigi a causa di questa legge speciale. Il giudice che presiedeva, Nicolas Bonnal, aveva da poco partecipato ad un corso in cui venivano insegnati gli strumenti per stroncare il revisionismo su Internet, un corso organizzato dalla sede europea del Centro Simon Wiesenthal, a Parigi, sotto gli auspici del Conseil représentatif des institutions juives de France (CRIF) (Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche di Francia)! In un articolo trionfalmente intitolato “La CRIF gioca un ruolo attivo nell’addestramento dei giudici europei” questa associazione ebraica, la cui forza politica è esorbitante, non si vergognava di affermare di aver arruolato Nicolas Bonnal fra i suoi pupilli o “addestrati”. E non è tutto. Al mio processo, per andare sul sicuro, il pubblico ministero era un’ebrea di nome Anne de Fontette; nel finale della sua arringa, con la quale chiedeva il mio arresto e la mia condanna, costei, benché parlando in nome di uno stato laico, invocò “la vendetta di Jahvé, protettore del popolo eletto” contro “le menzognere labbra di Faurisson”, colpevole di aver rilasciato un’intervista telefonica di carattere revisionista ad una stazione radiotelevisiva iraniana, Sahar 1.

                                                                   
                    Le scoperte della ricerca revisionista

    I tedeschi del Terzo Reich volevano estirpare gli ebrei dall’Europa, non sterminarli. Ciò che cercavano era una soluzione definitiva – o finale – alla questione ebraica, ma di carattere territoriale, non una “soluzione finale” intesa nel senso della soppressione fisica (volere la “soluzione finale della disoccupazione” non significa desiderare la morte dei disoccupati). I tedeschi avevano campi di concentramento, non “campi di sterminio” (un’espressione coniata dalla propaganda alleata). Usavano camere con gas disinfettante che funzionavano con un’insetticida chiamato Zyklon-B (il cui ingrediente attivo era l’acido cianidrico) ma non hanno mai avuto camere a gas o vagoni a gas finalizzati all’omicidio. Usavano forni crematori per incenerire i cadaveri e non per gettarci dentro persone vive. Dopo la guerra, le fotografie delle presunte “atrocità naziste” mostravano detenuti dei campi malati, moribondi o morti, ma non assassinati. A causa del blocco commerciale degli alleati e del loro bombardamento “a zona” della Germania, nonché dell’apocalisse abbattutasi su quest’ultima alla fine di un conflitto durato quasi sei anni, la fame e le epidemie, in particolar modo quella di tifo, avevano devastato il paese e in particolare i campi delle regioni occidentali, sopraffatti dall’arrivo in massa di detenuti evacuati dai campi dell’Est e perciò terribilmente carenti di cibo, medicine e dello Zyklon-B necessario alla protezione contro il tifo.

    In quella macelleria che è una guerra, la gente soffre. In una guerra moderna, i civili delle nazioni belligeranti soffrono spesso quanto i loro soldati se non di più. Durante il conflitto che, dal 1933 al 1945, li contrappose alla Germania, gli ebrei d’Europa ebbero occasione di soffrire, ma infinitamente meno di quanto abbiano il coraggio di asserire con una gran dose di faccia tosta. Certamente i tedeschi li trattarono come una minoranza ostile e pericolosa (c’erano dei motivi per farlo) e contro questo popolo le autorità del Terzo Reich furono chiamate ad adottare, a causa della guerra, un sempre maggior numero di politiche di coercizione o di misure di sicurezza militare. In certi casi tali misure comportavano la detenzione in campi d’internamento o la deportazione in campi di concentramento o di lavori forzati. A volte gli ebrei venivano anche giustiziati per sabotaggio, spionaggio, terrorismo e soprattutto per attività di guerriglia in favore degli alleati, particolarmente sul fronte russo, ma non per il semplice fatto di essere ebrei. Hitler non ordinò né permise mai l’uccisione di una persona a causa della sua razza o religione. Quanto alla cifra di sei milioni di ebrei morti, si tratta di una pura invenzione che non è mai stata documentata nonostante gli sforzi in tal senso dello Yad Vashem Institute di Gerusalemme.

    Di fronte alle formidabili accuse formulate contro la Germania sconfitta, i revisionisti hanno chiesto agli accusatori:

    1) Mostrateci un solo documento che, dal vostro punto di vista, provi che Hitler o qualsiasi altro Nazional-Socialista abbia mai ordinato e pianificato lo sterminio fisico degli ebrei;

    2) Mostrateci quell’arma di distruzione di massa che, secondo le accuse, sarebbe stata la camera a gas; mostratecene anche solo una, ad Auschwitz o altrove; e nell’eventualità in cui doveste sostenere che non è possibile mostrarla perché i tedeschi, secondo voi, avrebbero distrutto “l’arma del delitto”, allora forniteci almeno un disegno tecnico rappresentante uno di questi mattatoi che, a vostro dire, i tedeschi avrebbero distrutto e spiegateci come sia stato possibile che un’arma con una così grande capacità omicida abbia potuto essere azionata senza provocare la morte dei suoi stessi operatori o dei loro aiutanti.

    3) Spiegateci in che modo siete arrivati a definire la cifra di sei milioni di vittime.

    Comunque, in oltre sessant’anni, gli storici ebrei o non ebrei che formulano queste accuse si sono mostrati incapaci di offrire una risposta a queste domande. Così hanno iniziato ad accusare senza prove. Questo è ciò che si chiama calunnia

    Ma c’è qualcosa di più grave: i revisionisti hanno prodotto una serie di fatti incontestabili che provano che lo sterminio fisico, le camere a gas, i sei milioni di morti non possono essere mai esistiti. 1) Il primo di questi fatti è che, per tutta la durata della guerra, milioni di ebrei europei vissero, visibili a tutti, in mezzo al resto della popolazione, buona parte di essi impiegati nelle fabbriche tedesche, che erano terribilmente a corto di manodopera, e questi milioni di ebrei, pertanto, non vennero uccisi. Di più: fino agli ultimi mesi del conflitto, i tedeschi continuarono testardamente ad offrirsi di consegnare agli alleati tutti gli ebrei che volessero, alla sola condizione che essi non venissero, in seguito a ciò, mandati in Palestina. Questa clausola era stata posta in segno di rispetto verso “il nobile e valoroso popolo arabo” di quella regione, già violentemente aggredito dai colonizzatori ebrei. 2) Il secondo fatto, che ci viene accuratamente nascosto, è che gli eccessi compiuti nei confronti degli ebrei avrebbero portato alle sanzioni più severe: l’uccisione anche di un solo ebreo o di un’ebrea avrebbe fatto sì che l’assassino, anche se soldato tedesco, venisse condannato a morte da una corte marziale e fucilato. In altre parole, gli ebrei, sotto il dominio tedesco, continuarono a godere, purché rispettassero le regole del posto, della tutela della legge penale, anche di fronte alle forze armate. 3) Il terzo fatto è che le presunte camere a gas naziste - ad Auschwitz o altrove – sono semplicemente inconcepibili per ovvie ragioni di carattere fisico e chimico; dopo aver gasato centinaia di migliaia di persone con l’acido cianidrico in uno spazio chiuso, nessuno avrebbe potuto entrare sul serio in un’aria contaminata da quel veleno per maneggiare e rimuovere così tanti cadaveri che, inzuppati di gas di cianuro all’esterno e all’interno, sarebbero diventati intoccabili.  L’acido cianidrico aderisce tenacemente alle superfici. Penetra perfino attraverso il cemento e i mattoni ed è molto difficile rimuoverlo da un locale con la semplice aerazione; penetra attraverso la pelle, contamina i corpi, mescolandosi con i fluidi corporei. Negli Stati Uniti è proprio questo veleno che viene usato oggi nelle camere a gas per giustiziare i condannati a morte, ma si tratta di camere fatte di vetro e acciaio, equipaggiate con macchinari che sono necessariamente molto complessi e che richiedono precauzioni straordinarie nel loro utilizzo; è sufficiente osservare una camera a gas americana, progettata per mettere a morte un unico individuo, per capire che le presunte camere a gas di Auschwitz, che si vorrebbe utilizzate per uccidere moltitudini di persone, giorno dopo giorno, non possono essere mai esistite né aver mai funzionato.

    Ma allora, ci si può domandare, che ne è stato di tutti quegli ebrei che noi revisionisti, sulla base delle nostre ricerche, sosteniamo non essere mai stati uccisi? La risposta è già qui, davanti ai nostri occhi e alla portata di chiunque: una parte della popolazione ebraica d’Europa è morta – insieme ad altri dieci milioni di non ebrei – a causa della guerra, della fame e delle malattie, e un’altra parte – diversi milioni - è semplicemente sopravvissuta alla guerra. Costoro si spacciano spesso, fraudolentemente, come “miracolosamente” sopravvissuti. Nel 1945 i “sopravvissuti” e i “miracolosamente sfuggiti” si contavano a milioni e si diffondevano per il mondo in più di 50 paesi, a cominciare dalla Palestina. Come avrebbe potuto la presunta decisione di totale sterminio fisico degli ebrei generare milioni di “miracolosi” sopravvissuti ebrei? Se ci sono milioni di “miracolosamente sopravvissuti” non c’è più nessun miracolo: c’è un falso miracolo, una menzogna, una truffa. 

    Da parte mia, nel 1980 ho riassunto, in una frase di 60 parole francesi, le scoperte compiute dai ricercatori revisionisti:

    Le presunte camere a gas alla Hitlerite e il presunto genocidio degli ebrei rappresentano una sola e unica menzogna storica, che ha consentito un gigantesco imbroglio politico e finanziario i cui principali beneficiari sono lo Stato d’Israele e il Sionismo internazionale e le cui principali vittime sono il popolo tedesco – ma non i suoi leader politici – e il popolo palestinese nella sua totalità.